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Doc. XXIII n. 23


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Parte III - Presenza della criminalità nel settore rifiuti (fenomeni e procedimenti).

Anche per la regione Abruzzo, trova conferma il dato che le inchieste più indicative riguardano traffici di rifiuti pericolosi prodotti nel nord dell'Italia, trasportati da imprese vicine alla criminalità organizzata, smaltiti in maniera illecita e distribuite anche su altre aree del territorio nazionale.
Si è avuto modo di accertare, infatti, che numerosi rifiuti prodotti in altre zone del territorio nazionale hanno trovato collocazione in questa regione: ne è seguito, in alcuni casi, l'avvelenamento di falde acquifere, oltre le gravi compromissioni del territorio circostante.
L'attenzione della Commissione per la regione Abruzzo si è notevolmente accresciuta perché, a fronte dei dati acquisiti nel corso della precedente legislatura, la situazione nel settore del ciclo dei rifiuti si è andata evolvendo e caratterizzando con connotati del tutto diversi. Ciò con riferimento non solo alla situazione degli impianti, della loro localizzazione e compatibilità con il territorio ospitante, né alle politiche gestionali ed ai compiti programmatori degli amministratori locali, quanto piuttosto - come è chiaramente emerso nel corso delle audizioni, non solo quelle di contenuti strettamente giudiziari - per i profili che concernono gli interessi della criminalità, comune ed organizzata, nelle varie fasi che concernono il ciclo dei rifiuti.
Si tratta di un aspetto che si è in particolare manifestato nel corso dell'audizione del prefetto di Pescara, dove è stato reso ostensivo che l'Abruzzo costituisce, ormai, un segmento importante nell'ambito del flusso di rifiuti che, da nord a sud, segue, invece che la tradizionale rotta tirrenica (quella che originariamente era interessata dai trasporti di rifiuti dal nord verso il casertano, la Calabria e la Sicilia), un percorso diverso che, appunto, coinvolge la regione Abruzzo (la così detta «rotta adriatica»).
La regione pertanto diventa, al tempo stesso, sede di traffici illeciti, sotto il profilo dei flussi di rifiuti che la attraversano, e sede di smaltimenti illegali, anche di rifiuti pericolosi. Infatti, la realtà territoriale - non particolarmente estesa e con un numero di abitanti relativamente modesto - si configura, anche dal punto di vista morfologico, come un'area di interesse per un'imprenditoria disinvolta


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ed a volte persino collusa con la criminalità organizzata, per la produzione e l'organizzazione dei traffici.
Interessante, al riguardo, è la situazione riscontrata direttamente dalla Commissione nel corso della missione alla discarica di Ancarano in provincia di Teramo. Qui sono stati ritrovati depositi abusivi per circa sei milioni di Kg. di rifiuti urbani, per un'operazione del valore complessivo di circa un miliardo e 600 milioni. Pochissimi sono i residui solidi urbani finiti in discariche regolari.
La stessa Commissione ha potuto riscontrare anche la presenza di una situazione di pericolo, rappresentata dallo sversamento di rifiuti quali residui di amianto e di conceria, con epicentro a Tollo; rifiuti presumibilmente provenienti dal nord-est. Tale presenza è stata confermata dagli organi inquirenti. Sotto altro profilo, gli accertamenti eseguiti, sia nel corso della missione sia a seguito dell'audizione del sostituto procuratore della Repubblica di Pescara, hanno fornito, dopo il sequestro della discarica, interessanti valutazioni sull'impatto ambientale del fenomeno. Infatti, il sostituto procuratore della Repubblica presso la pretura di Pescara ha dichiarato che «in un solo anno sono tornati i pesci nel fiume»; il riferimento è alla situazione riscontrata dopo il sequestro dell'impianto di Montesilvano operato nel corso delle indagini relative a tale impianto. Allo stato della procedura non è neppure stata tentata una valutazione del danno ambientale, aggravato anche dalla vocazione turistica regionale che, tra l'altro, ospita uno dei più importanti parchi nazionali.
Indubbiamente il caso, come è emerso dall'indagine conoscitiva della Commissione, s'inserisce in una problematica più ampia. L'Abruzzo presenta, all'attualità, una particolare appetibilità economica ed è oggetto di attenzione da parte dell'imprenditoria deviata e della criminalità organizzata, che in questo territorio ricercano nuove frontiere per investire il denaro proveniente dalle attività illecite.

1) I procedimenti giudiziari.

Un resoconto eccessivamente analitico dei procedimenti giudiziari in corso non appare opportuno perché, a parte i problemi connessi al segreto istruttorio, rischia di compromettere una visione unitaria e generale dei fenomeni. È d'uopo, tuttavia, segnalare i seguenti procedimenti giudiziari.

1.1) Procedimento n. 1153/96, reg. mod. 21, della procura della Repubblica presso il tribunale di Rimini.

Emerge uno spaccato del traffico transregionale dei rifiuti coinvolgente anche la discarica di Ancarano (Te) e nel quale si evidenzia un collegamento di tipo organizzato tra più soggetti operanti in vaste aree del territorio nazionale. Il traffico, finalizzato principalmente allo smaltimento di rifiuti solidi urbani, interessa anche rifiuti speciali e/o tossico-nocivi, provenienti dalle aree del nord-est. Tutta la vicenda relativa al centro di stoccaggio è riassunta nella richiesta di rinvio a giudizio. Viene posto in evidenza che il centro - che in realtà consiste in una piccolissima piattaforma - convogliava enormi quantità di


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rifiuti (una vera e propria bomba ecologica). Con un semplice cambio di bolla di accompagnamento, i rifiuti figuravano assorbiti dalla regione Emilia-Romagna; si trattava di rifiuti anche provenienti da altre località come, per esempio, dal comune di Rapallo. Sul centro di stoccaggio sono state convogliate grosse quantità di rifiuti urbani; non venivano tenuti presso il centro i materiali pericolosi più facilmente riconoscibili, ma venivano miscelati direttamente nei mezzi di trasporto non appena questi arrivavano al centro. Un ulteriore giro di bolle, accertato in base alla testimonianza degli autotrasportatori, ha messo in evidenza dove fossero effettivamente gettati i rifiuti. Pochissimi quelli finiti in discariche regolari; in gran parte sono finiti nella discarica di Ancarano, in provincia di Teramo.

1.2) Procedimento denominato «operazione Mori».

Altro procedimento interessante, per le gravi implicazioni sull'ambiente e per i riscontri sulla presenza di organizzazioni criminali volte allo smaltimento illegale di rifiuti anche pericolosi, è quello in carico alla procura della Repubblica di Lanciano: cosiddetta «operazione Mori». Detta indagine, molto delicata e complessa, è ancora in corso di espletamento, sicché può riferirsi ben poco. Emergono, però, con chiarezza sia fenomeni di collusione amministrativa per il rilascio di autorizzazioni alle discariche, sia l'esistenza di collegamenti (mediante i noti meccanismi di smaltimento) tra attività di traffico illecito di rifiuti ed attività di gestione di cave per l'estrazione di materiale inerte per l'edilizia.
Nel centro di smaltimento della ditta coinvolta nelle indagini, localizzato in Cerratina di Lanciano, ove formalmente veniva condotta un'attività di «cava con annesso impianto di frantumazione inerti», è stato accertato che nella parte esaurita della cava, sottoposta al ripristino ambientale, veniva effettuato uno smaltimento illecito di rifiuti miscelato con inerti. Dal sopralluogo è emerso, altresì, che i materiali stoccati producevano percolato che attraverso una serie di «laghetti» si immetteva, senza rispettare minimamente gli indici tabellari della legge 319/76, in un vicino rigagnolo affluente del fiume Sangro.

2) Analisi dei procedimenti per procure inquirenti.

Si forniscono ora i dati processuali acquisiti presso i singoli uffici inquirenti.

2.1) Procura della Repubblica presso la pretura di Chieti.

Indagini relative a traffici di rifiuti pericolosi con epicentro a Tollo. Si è già fatto cenno a tale inchiesta. Qui occorre notare che l'ufficio della procura circondariale interessato sembra avere individuato un filone d'indagine che porterebbe a collegamenti tra l'attività di smaltimento illecito di rifiuti e la criminalità organizzata.
Al di là dei profili processuali, occorre poi ribadire (il dato di fatto è stato constatato direttamente dalla Commissione) che la situazione di Tollo evidenzia concreti pericoli derivanti da sversamento di rifiuti


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contenenti residui di amianto e di conceria. L'indagine è nata da controlli casuali sui documenti di trasporto e correva il rischio di concludersi in un nulla di fatto, atteso che tutti i veicoli che scaricavano i rifiuti erano dotati di bolle apparentemente regolari.
L'intervento dei carabinieri del NOE, che stavano conducendo un'indagine a più ampio raggio, ha messo in luce il traffico indirizzato in Abruzzo perché i rifiuti, che non si potevano più scaricare in Campania in seguito a vivaci e sanguinosi contrasti fra «famiglie» camorriste (chi aveva il terreno e chi pretendeva il «pizzo» appartenevano a famiglie diverse e dalla guerra di camorra è derivato anche qualche omicidio), dovevano necessariamente trovare uno sbocco.
I fatti erano già noti alla Commissione a seguito dell'audizione del dottor Agostino Cordova, procuratore della Repubblica di Napoli, il quale aveva parlato di rifiuti confluiti nella cava Masci in provincia de L'Aquila e in un'altra località a seguito di sequestri operati in Campania. Successivamente, sequestrati anche questi depositi, i rifiuti erano stati dirottati a Tollo, in provincia di Chieti.
Lo scarico dei rifiuti avveniva ad opera di un unico soggetto, titolare della discarica di Tollo e di terreni limitrofi (tutti sottoposti a sequestro da parte dell'autorità giudiziaria). Lo stesso soggetto, poi, aveva cominciato a scaricare quasi sul greto del fiume Pescara, a Chieti Scalo; infine si è ritrasferito in provincia di Pescara, a Cepagatti, in contrada Aurora.
L'articolata indagine tuttavia, allo stato degli atti, non sembra avere avuto tutti gli esiti che si profilavano. Certo, osserva la Commissione, non ha giovato all'inchiesta penale il fatto che sullo stesso fatto abbiano operato contemporaneamente ed autonomamente due forze di polizia che non hanno trovato il necessario coordinamento. Invero, gli indizi circa alcuni traffici a livello internazionale e nazionale di rifiuti radioattivi provenienti dalla Francia e caricati a bordo di svariati TIR (su tale filone, da tempo, erano in corso operazioni di polizia) non sono stati sviluppati; anzi l'operazione di appostamento e di controllo è stata vanificata dal sequestro del capannone, disposto da un altro organo di polizia che non conosceva l'esistenza e lo stato dei controlli condotti dagli altri inquirenti.
Ciò nonostante, dall'indagine emerge un quadro abbastanza chiaro. I rifiuti che erano scaricati a Tollo erano in gran parte residui di industrie siderurgiche del nord (industrie anche fra le più rilevanti dal punto di vista qualitativo e quantitativo); una volta usciti dalle fabbriche, si procedeva con un collaudato sistema di triangolazione. I trasporti si fermavano una notte a Marghera ed il mattino successivo, con lo stesso camion (senza che neanche fossero stati tolti i laccetti del telone), partivano con una bolla diversa portante la dicitura «residui riutilizzabili».
A corredo dell'intera operazione, vi è il fatto che il titolare aveva un'autorizzazione ad un impianto di trattamento di residui riutilizzabili. Nel corso dell'indagine si è altresì messo in evidenza che non si era in grado di dimostrare, a posteriori, che il certificato di analisi che consentiva la declassificazione dei rifiuti fosse falso, atteso che l'intervento di controllo poteva avvenire solo dopo la miscelazione dei rifiuti trasportati. D'altra parte, le attrezzature del presidio multizonale di Chieti non consentivano di valutare la composizione esatta delle


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sostanze, alcune delle quali erano proprio ai limiti fra il residuo riutilizzabile ed il rifiuto.
Di questo traffico, che ha riguardato varie province, in un primo momento si stavano occupando contemporaneamente tre o quattro procure distrettuali. Successivamente l'inchiesta è stata attratta nella competenza della procura distrettuale di Napoli ed affidata a chi aveva condotto il filone principale, anche per la presenza di reati di omicidio e, quindi, per uno spostamento di competenza.
I reati cosiddetti «minori» sono rimasti, invece, presso le originarie competenze per evitare la prescrizione, atteso che si trattava per la massima parte di contravvenzioni. Le 21 persone coinvolte nella vicenda sono state rinviate a giudizio e la relativa udienza è stata fissata per il 14 novembre 1998. Non si hanno ancora notizie dell'esito del processo.
Nel corso delle indagini relative alla discarica di Tollo è emerso, altresì, l'esistenza di società commerciali svolgenti il compito di mettere in contatto l'industriale produttore dei rifiuti con il trasportatore o lo smaltitore. Queste società prosperano solo a condizione che il produttore sia comunque indotto a fare a loro capo; in ogni caso l'intermediazione produce un aumento dei costi. Inoltre, l'intervento nel ciclo di tali soggetti determina una confusione ulteriore, perché la documentazione trasmigra da una società all'altra, sì da rendere più complessa l'individuazione dei referenti e dei responsabili dei traffici illeciti.
Il meccanismo è ostensivo (quasi di scuola) nel caso dei rifiuti urbani del comune di Milano inviati in Abruzzo. L'azienda municipalizzata di quel capoluogo non smaltiva direttamente in Abruzzo, atteso il divieto fissato da una legge regionale. Con una serie di appalti a società commerciali, dei quali si è interessata la procura presso il tribunale di Milano, incaricava le medesime società di dividere i rifiuti tra secchi ed umidi. Tutti i rifiuti erano, quindi, inviati per il trattamento e per la cernita in Abruzzo; una volta entrati nello stabilimento il rifiuto acquistava «cittadinanza» abruzzese e di conseguenza, per circa il 95 per cento, veniva smaltito come rifiuto in quel sito.

2.2) Procura della Repubblica di Avezzano.

Il maggior numero di procedimenti trattati riguarda la località Cappelle e il nucleo industriale ed artigianale.
Scurcola Marsicana, procedimento n. 131/51/96 NR-PP. L'indagine, cominciata alla fine del 1994, ha avuto uno sviluppo più intenso solo nel corso del 1995, con l'intervento dei carabinieri del NOE; è emerso che a Scurcola si scaricavano fanghi che sarebbero dovuti derivare da insediamenti civili ma che in realtà erano tali solo nella misura dell'1,9 per cento; per quanto riguarda la parte rimanente, il 28 per cento proveniva da pubbliche fognature, il 30 per cento da nuclei industriali ed il 40 per cento da insediamenti produttivi.
A seguito di consulenza tecnica, è emersa la gravità della situazione, perché si è accertata la provenienza dei fanghi da impianti produttivi, da industrie, alcune delle quali anche di tipo farmaceutico, come la Refem di Rovereto e l'Abbott di Latina, e da una serie di altri


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insediamenti industriali che hanno utilizzato cromo, piombo e zinco. L'esistenza di questi metalli dimostra la pericolosità della situazione. Gli accertamenti hanno denunciato una rilevantissima quantità di materiali sversati: in pratica otto discariche, per un totale di circa 90 mila quintali di materiali depositati. L'indagine ha appurato la sussistenza della simulazione di un impianto di compostaggio; la realtà è invece consistita nella creazione di una discarica di fanghi, particolarmente estesa e pericolosa.
L'indagine si sta ora sviluppando anche in altra direzione: verso una ricostruzione dei processi produttivi, per comprendere in che modo (soprattutto per ciò che concerne i fanghi di origine mista derivanti da attività industriali nonché dagli insediamenti di tipo abitativo e civile) si sia pervenuti allo sversamento presso la Biolite di Montesilvano. L'indagine ha cominciato ad acquisire concretezza verso la metà del 1996 e, in questa ultima sua parte che è sicuramente la più importante e rilevante, non è ancora conclusa. Sui traffici illeciti di rifiuti nella Marsica, si evidenzia ancora che: gli accertamenti, iniziati il 4 dicembre 1996 e coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica presso la pretura di Avezzano dottor Stefano Gallo, si sono estesi in Lombardia, Piemonte e Lazio fino a concludersi con il rinvio a giudizio di 22 persone; a seguito di un supplemento di indagine, conclusosi nel marzo 1998, sono state deferite a piede libero ulteriori 14 persone; risulta interessata anche la procura della Repubblica di Milano, perché è stato ipotizzato un reato di associazione per delinquere.

2.3) Procura della Repubblica di Pescara.

Secondo il procuratore della Repubblica di Pescara, la presenza di fenomeni di gestione illecita dei rifiuti in quella provincia non può prescindere dal coinvolgimento della criminalità organizzata. Si tratta di elementi di informazione già a conoscenza della Commissione parlamentare sul fenomeno della mafia ed al comitato provinciale dell'ordine e della sicurezza pubblica, che trova ulteriori conferme sia nel discorso tenuto dal procuratore generale della corte d'appello de L'Aquila il 12 gennaio 1998 in sede di inaugurazione dell'anno giudiziario, sia da alcuni riscontri di indagine in recenti operazioni espletate dalle forze dell'ordine, sia ancora in alcuni procedimenti penali che si sono occupati di criminalità economica.
Al momento, sembra in via di accelerazione il tentativo, da parte della camorra campana e della mafia siciliana, di infiltrarsi nel tessuto economico e politico del territorio per il tramite di società di capitali costituite e rappresentate da interposte persone; ciò fa indubbiamente registrare un salto di qualità da parte della criminalità organizzata locale, che è sempre più presente nel tessuto economico regionale.

2.3.1) Procedimenti trattati dalla procura circondariale di Pescara.

Vanno in particolare segnalati i seguenti procedimenti.
Dei 220 procedimenti aventi per oggetto i reati previsti dal decreto del Presidente della Repubblica 915/82, 150 sono stati già definiti con rinvio a giudizio. Nel corso delle indagini sono stati disposti 33 sequestri.


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Vi sono 13 procedimenti aventi per oggetto i reati previsti dal decreto legislativo 22/97, nonché numerosi procedimenti aventi per oggetto indagini concernenti attivazione di discariche da parte dei comuni in assenza di autorizzazione regionale.
Vi sono poi procedimenti aventi per oggetto indagini concernenti fenomeni di illeciti ambientali legati alla gestione di specifici insediamenti industriali, non connessi ad attività illecite di maggior respiro, e procedimenti aventi per oggetto indagini concernenti scarichi abusivi di rifiuti liquidi da parte di ignoti nei corsi d'acqua (si registra una media di 50/60 episodi annui denunciati).
È presente anche il procedimento avente per oggetto l'indagine denominata «Gambero» sul depuratore di Montesilvano ed altre attività illecite connesse (anni 1997-1998). Tale indagine prende le mosse da una serie di scarichi abusivi di rifiuti liquidi di origine industriale nelle fognature, con compromissione del funzionamento del locale depuratore consortile. È stato accertato che Montesilvano rappresentava il punto di arrivo di rifiuti illeciti di origine industriale provenienti da diverse zone d'Italia, in prevalenza stoccati presso un impianto di Forlì e trasportati da un indagato, che nel piazzale di sua proprietà aveva creato un abusivo allaccio alla pubblica fognatura con sversamento direttamente dai mezzi. Tale soggetto era già indagato dalla procura presso il tribunale per false fatturazioni emesse nell'ambito di illecite attività di smaltimento dei rifiuti.
L'indagine «Gambero» vede coinvolte 60 ditte (in prevalenza produttori e trasportatori di rifiuti) ed è coinvolto anche un addetto alle analisi chimiche, sospettato di aver sistematicamente redatto falsi certificati di analisi per consentire classificazioni più «benevole» dei rifiuti e, quindi, smaltimenti a costi meno onerosi. Il magistrato ha disposto lo stralcio per i reati di competenza pretorile (reati ambientali e reati di cui agli articoli 340, 635 e 734 del codice penale) e, con missiva del 18 febbraio 1998, l'invio degli atti alla procura presso il tribunale per competenza in ordine ai reati di cui agli articoli 416, 420, 423 e 434 del codice penale.

2.3.2) Procedimenti trattati dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Pescara.

Meritano di essere segnalati alcuni procedimenti riguardanti i delitti di criminalità economica strumentali alla commissione di delitti contro la pubblica amministrazione e di truffa, nonché altri concernenti associazioni per delinquere, costituite al fine di lucrare su attività connesse al ciclo dei rifiuti. I primi hanno per oggetto reati commessi da pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione in relazione ad appalti per lavori di pulizia a Pescara, alla raccolta, al trasporto ed allo smaltimento di rsu; in relazione ad autorizzazioni rilasciate per l'impianto, la gestione e l'ampliamento di discariche; in relazione all'abuso di ordinanze contingibili ed urgenti emesse in mancanza dei presupposti richiesti dalla legge e, conseguentemente, in relazione agli illeciti penali conseguenti al monopolio di fatto costituito in materia.
Tra questi vanno ricordati: il processo n. 399/93 RGNR nei confronti di un ex deputato al Parlamento, ex sindaci di Pescara, ex


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assessori e consiglieri comunali di Pescara, ex rappresentanti provinciali di partiti politici, ex assessori regionali, imputati di reati di concussione in danno di imprenditori operanti nel settore dei rifiuti commessi a Pescara (periodo 1987-1992). Il processo si è concluso con applicazioni di pene su richiesta degli imputati; il processo n. 340/92 RGNR nei confronti di un ex presidente e di ex componenti della giunta della regione Abruzzo, ex membri del comitato degli esperti e della conferenza dei servizi del settore ecologia e tutela dell'ambiente della regione Abruzzo, ex assessori della provincia e del comune di Spoltore, un presidente del consorzio comprensoriale per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani dell'area pescarese, imputati, in concorso con un imprenditore titolare di un gruppo di società operanti in Abruzzo, dei reati di interesse privato in atti d'ufficio e falso in atto pubblico, commessi a Pescara, L'Aquila e Spoltore dal 1988 al 1992.
Circa i procedimenti di criminalità economica strumentali alle altre forme di criminalità in esame, si tratta dei procedimenti iniziati per i reati di: false comunicazioni sociali commesse per la costituzione di fondi extracontabili per il pagamento di tangenti necessarie ad ottenere le autorizzazioni; false fatturazioni necessarie per compiere impunemente illecite attività di smaltimento dei rifiuti (tra tali procedimenti emerge il n. 1294/94 nei confronti di un soggetto già citato in relazione all'«operazione Gambero», con le indagini ancora in corso, ma in fase definitiva); procedimenti per associazione a delinquere, costituite al fine di commettere reati di competenza pretoria collegati al ciclo dei rifiuti.

2.4) Procedimenti significativi istruiti presso il tribunale di Pescara.

Soltanto dal 1998 sono pendenti, presso la procura della Repubblica presso il tribunale di Pescara, due complessi procedimenti, in fase d'indagine, aventi per oggetto pericolose associazioni a delinquere con sedi, rispettivamente, a Montesilvano e Pescara, operanti in tutto il territorio nazionale e, comunque, a livello interregionale, costituite da tempo al fine di gestire traffici illegali di rifiuti pericolosi controllandone i flussi, per smaltirli abusivamente in Abruzzo.

2.4.1) Procedimento n. 117/98 RGNR.

Riguarda l'indagine denominata «operazione Mori», espletata dalla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri della procura di Lanciano e dal nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Il procedimento è pervenuto, per competenza, dalla procura della Repubblica di Lanciano alla procura della Repubblica del tribunale di Pescara in data 10 gennaio 1998. Ha avuto avvio da accertamenti conclusi il 12 marzo 1997 dal nucleo operativo dei carabinieri di Lanciano presso una cava di inerti avente sede a Pescara, con un'estensione di mq. 60.000, in gran parte utilizzata abusivamente, fin dal 1994, per stoccaggio di rifiuti destinati al riutilizzo mediante miscelazione con inerti. Le indagini condotte sulla base di tali primi accertamenti anche dal nucleo operativo ecologico dei carabinieri si sono concluse, a livello investigativo, con l'informativa presentata in data 8 agosto 1997 alla procura di Lanciano (poi trasmessa a Pescara per competenza), con la quale i carabinieri hanno denunciato l'amministratore unico ed altre


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11 persone (tra cui gli amministratori unici di altre società) quali responsabili, oltre che di reati contravvenzionali, dei delitti di cui agli articoli del codice penale 416 (associazione a delinquere), 434 (disastro doloso), 482, 476 (falso in atti pubblici) e 640 (truffa alla regione Abruzzo), commessi sull'intero territorio della regione dal 1995 al 1997.
In tale informativa è posto in evidenza, tra l'altro, «come la malavita, direttamente o indirettamente, abbia controllato e controlli tuttora il flusso di varie tipologie di rifiuti, che, prodotti essenzialmente fuori dal territorio della regione Abruzzo, con artificiosi passaggi, sono smaltiti abusivamente come residui riutilizzabili ed impiegati infine come ripristino ambientale della cava, ormai esaurita, in uso alla stessa società. La scelta di effettuare gli smaltimenti dei rifiuti anche in Abruzzo deriva dagli elevati costi di smaltimento presso discariche autorizzate e dal livello di saturazione raggiunto in altre regioni, quali la Campania e la Puglia, tali da rendere difficili ulteriori operazioni, difficoltà quest'ultima acuita dall'accentuata attività repressiva posta in essere dagli organi di polizia nelle predette regioni cui la fenomenologia criminale in trattazione è ben tristemente nota».
Nella stessa informativa, inoltre, sono descritti i percorsi seguiti dai rifiuti (fittiziamente declassificati e fatti passare per residui riutilizzabili modificandone la natura tramite falsa documentazione), sono precisate le intermediazioni commerciali, le attività delle persone e delle società coinvolte nell'affare, e sono rilevati gli accordi iniziali circa le modalità di classificazione dei rifiuti nonché l'evasione fiscale dell'ecotassa di cui alla legge 549/95, calcolata in oltre 22 milioni di lire. Si evidenzia, infine, anche che lo smaltimento selvaggio avviene mediante una serie di scarichi non individuati, per mancanza delle indicazioni previste per legge, o mediante il ripristino ambientale della cava esaurita ponendo in essere condotte dalle quali è derivato un pericolo per la pubblica incolumità costituito dal conseguente, persistente e gravissimo inquinamento del sottosuolo e delle falde acquifere, realizzando così un disastro per l'intero ecosistema, con formazione dei «laghetti» all'interno della citata cava.

2.4.2) Procedimento n. 401/98 RGNR.

Riguarda l'indagine denominata «operazione Gambero», espletata dal nucleo operativo ecologico dei carabinieri. È pervenuto il 20 febbraio 1998 alla procura presso il tribunale di Pescara dalla procura presso la pretura circondariale di Pescara, per competenza per materia, in ordine al reato di associazione a delinquere (articolo 416 del codice penale) e ad altri reati eventualmente ipotizzabili di competenza del tribunale (articoli 420, 423 e 434 del codice penale). Infatti, detta procura circondariale con la missiva di trasmissione degli atti ha precisato che procede separatamente per i restanti reati di sua competenza.
Le indagini di cui si tratta, iniziate dal nucleo operativo ecologico dei carabinieri fin dal gennaio 1996, con ripetuti accertamenti nei confronti dell'amministratore di alcune società in nome collettivo operanti a Montesilvano, si sono concluse, a livello investigativo, con l'informativa presentata il 14 luglio 1997 alla procura della Repubblica


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presso la pretura circondariale di Pescara (poi trasmessa anche alla procura della Repubblica presso il tribunale per competenza), con la quale i carabinieri hanno denunciato 60 persone (tra cui amministratori e dirigenti di ben 58 società commerciali con sedi in tutta Italia) quali responsabili, oltre che di reati contravvenzionali e di altri eventuali delitti minori, del delitto di cui all'articolo 416 del codice penale per avere costituito, promosso, diretto ed organizzato un'associazione a delinquere, smaltendo i rifiuti in un impianto a ciò non autorizzato. Con una condotta iniziata nel 1995 sono stati acquisiti la gestione ed il controllo di una vasta attività, anche con l'impiego di capitali provenienti dal riciclaggio degli illeciti guadagni. In tale informativa è posto in evidenza, tra l'altro, che nel corso delle operazioni si è accertato che veniva gestito un traffico illegale di alcune tipologie di rifiuti pericolosi, mediante declassificazione fittizia degli stessi con il sistema del «giro di bolla» o, se si preferisce, della «triangolazione», consistente nel far transitare i rifiuti presso un centro di stoccaggio il quale, dopo averli presi in carico, li fa ripartire con propria bolla ecologica senza apportare alcuna modifica nelle componenti costituenti il rifiuto, ma con altro codice e denominazione.
Nello stesso atto, inoltre, si fa riferimento a tutte le persone e società coinvolte nei traffici illeciti dei rifiuti, occultati dietro intermediazioni commerciali apparenti, nonché ai sistemi di declassificazione usati, alle analisi di classificazione eseguite da un laboratorio specializzato, a fatti collegati ai traffici stessi (incendio del depuratore di Montesilvano, scarichi abusivi in autostrada, scarichi anomali giunti al depuratore di Montesilvano, trasbordo dei rifiuti a Forlì, perquisizioni e sequestri eseguiti presso società interessate, indagini espletate in altri procedimenti), insomma, ad elementi probatori da cui risulta in modo evidente la rilevanza dell'«affare», consistente in sostanza nel declassificare fittiziamente i rifiuti, facendoli passare per «acque principalmente con inquinanti organici», modificandone la natura tramite la documentazione di accompagnamento delle merci, all'origine presso i produttori o lungo il tragitto verso i luoghi con smaltimento finale effettivo. Dopo intermediazioni commerciali, stoccaggi intermedi ed analisi da approfondire, è avvenuto lo sversamento lungo l'autostrada A14 e/o nella condotta fognaria del comune di Montesilvano.

2.5) Osservazioni sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e sull'azione di contrasto.

Dall'esame degli atti in possesso della Commissione, dalle audizioni sia dei magistrati inquirenti che delle forze di polizia, dalla missione espletata dalla stessa Commissione in Abruzzo, emergono i seguenti elementi generali.
Il traffico dei rifiuti, in parte gestito dalla criminalità anche organizzata a sfondo camorristico, sia per motivi interni alla stessa organizzazione (lotte tra fazioni) sia per l'intervento incisivo delle forze dell'ordine e della polizia giudiziaria che in regioni limitrofe hanno proceduto al sequestro di discariche collettrici di rifiuti, si è spostato negli ultimi anni dalla dorsale tirrenica a quella adriatica, coinvolgendo tutta la fascia abruzzese e, in particolare, tutte le zone limitrofe


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al percorso autostradale della A14. Il che ha comportato che sono rimaste interessate al fenomeno zone tradizionalmente esenti da presenze criminali, organizzate e non, che operano in settori di varie imprenditorie.
L'attività di contrasto svolta dalle forze di polizia e dalla magistratura sembra, in base agli atti ed alle risultanze, essere stata tempestiva e ben diretta; tuttavia, gli organi di controllo non appaiono ancora adeguatamente preparati, né culturalmente attrezzati, ad affrontare la nuova situazione.
Per altri profili, mentre per un verso occorre prendere atto dell'abnegazione con la quale alcuni organi di polizia giudiziaria (quelli specializzati, in particolare i carabinieri del NOE ed il comando del Corpo forestale dello Stato) hanno seguito i procedimenti aventi ad oggetto la questione rifiuti, d'altra parte occorre anche porre in evidenza che tutte le indagini sono scaturite da fatti accidentali. Mancano cioè referenti istituzionali capaci di letture dei fenomeni che possano portare a denunzie motivate ad opera delle strutture amministrative di controllo preposte alla verifica della regolarità nelle modalità di conduzione dei traffici. Sembra debole il controllo delle forze di polizia diffuse nel territorio ed aventi anche compiti di carattere amministrativo (vigili urbani, polizia stradale, guardie ecologiche, eccetera), al fine di individuare ed interpretare i traffici e le connesse mistificazioni gestionali.
Assai debole è anche il coordinamento tra le varie forze di polizia, come (fatto ancora più grave, attesa l'esistenza dello strumento processuale di cui all'articolo 117 del codice di procedura penale) tra gli uffici giudiziari inquirenti, spesso costretti ad operare su stralci di inchieste trasmessi una volta effettuati gli accertamenti.
Per quanto concerne questo specifico punto concernente il coordinamento delle indagini fra più uffici di procura (preture, tribunali e procure distrettuali antimafia), la Commissione è del parere che occorra rivisitare la norma di cui all'articolo 50, commi 3-bis e 3-ter, la quale consente l'intervento autoritario di coordinamento unicamente in presenza delle condizioni di cui all'articolo 50, comma 3-bis, del codice di procedura penale e non in altre ipotesi in cui vi potrebbe essere una «convenienza» ai fini delle indagini.
Al riguardo, si possono teorizzare diverse concorrenti soluzioni. Ad esempio, quella indicata dal Consiglio superiore della magistratura con circolare del 14 maggio 1998, punto 5, nella stipula di protocolli di intesa fra vari organi inquirenti, con il coordinamento da parte della direzione nazionale antimafia (si richiamano, a tale proposito, i poteri attribuiti a detto soggetto dall'articolo 70-bis dell'ordinamento giudiziario).
Peraltro, appena entrerà in vigore l'istituto del cosiddetto giudice unico di primo grado (ai sensi delle modifiche da ultimo apportate all'articolo 51, comma 1, lettera A, del codice di procedura penale), l'azione penale sarà esercitata dal pubblico ministero presso il tribunale, sia per i reati di competenza monocratica, sia per quelli di competenza collegiale, sicché, al di fuori delle ipotesi previste dall'articolo 416-bis del codice penale e di altri gravi reati espressamente indicati, non vi sarà più possibilità di intreccio di competenze tra vari uffici inquirenti. La costituzione di un ufficio unico di procura della


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Repubblica presso il giudice unico servirà ad eliminare almeno le incongruenze rappresentate dal salto di competenza tra procura presso la pretura e procura distrettuale, riscontrate in più ipotesi ed in più occasioni denunciate dalla Commissione. Appaiono più fondate le critiche circa la dispersione delle competenze acquisite dai magistrati inquirenti presso le procure circondariali; vi sarà invece, a parere della Commissione, una visione più unitaria del fenomeno che, per la sua complessità, implica indagini per reati attualmente attribuiti a competenze diverse.
Altro dato di rilievo anche per i riflessi ambientali, emerso dalle indagini svolte dalla magistratura ed esaminate dalla Commissione, è la diffusa esistenza di fenomeni di «dispersione dei rifiuti» e della loro «declassificazione», fenomeni accertabili unicamente a posteriori con danni gravissimi per l'habitat regionale, sia rispetto al sostanziale inquinamento permanente, sia rispetto alle possibilità di ripristino seguenti l'accertamento delle responsabilità. Tale dispersione dei rifiuti, che si evidenzia in modo macroscopico nell'ipotesi di traffico illecito, sembra essere agevolata da alcune circostanze emerse dalle indagini cui si è fatto cenno. Tali circostanze si concretizzano:

nella mancanza di una specializzazione diffusa da parte degli organi di controllo, che viene anche in evidenza nell'oggettiva mancata organizzazione e sensibilizzazione delle forze dell'ordine operanti in modo diffuso sul territorio rispetto ai fenomeni di traffico che è possibile accertare unicamente attraverso l'intervento di organi specializzati (NOE, Corpo forestale dello Stato e Guardia di finanza);

nella quasi totale carenza di strutture presso i presidi multizonali delle ASL della regione Abruzzo, che causano la mancata tempestività nell'esecuzione di accertamenti (urgenti e preliminari all'inizio delle indagini), ora effettuati in laboratori assai distanti dai luoghi di transito;

nella quasi totale assenza di indagini e/o accertamenti eseguiti a seguito di operazioni di polizia che comportino il controllo e la conoscenza del territorio, o a seguito di segnalazione da parte degli organi preposti ai controlli amministrativi. Dalle inchieste penali e dai dati acquisiti dalla Commissione emerge, infatti, che non risultano effettuati controlli da parte sia delle province che delle regioni, e che quindi non vengono attivate le inchieste penali. Peraltro, non risulta venire applicato l'articolo 168 del codice della strada, che prevede un obbligo di segnalazione cartellonistica visiva per il trasporto dei rifiuti;

nell'osservazione che le operazioni di smaltimento illecito, o quanto meno sospetto, sono spesso strettamente collegate all'attività di «cave e torbiere», in particolare alle attività di «risanamento ambientale» delle cave esauste. Quindi, la predisposizione del catasto nazionale delle cave potrebbe rendersi utile per l'individuazione dei siti presumibilmente a «rischio».

Conclusivamente, in ragione delle circostanze e dei fenomeni posti in evidenza, fermo restando che la Commissione giudica che la complessità della situazione della regione Abruzzo richiede ulteriori approfondimenti, in ordine allo specifico punto delle attività illecite


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connesse al ciclo dei rifiuti, può affermarsi che gli elementi acquisiti consentono di valutare positivamente l'azione di mero contrasto della magistratura e delle forze dell'ordine nei confronti degli episodi che sono venuti in evidenza, ma che appare assai in ritardo, se non addirittura mancante, una strategia di prevenzione generale e speciale, nonché una cosciente ed adeguata «cultura» di controllo e di indagine in materia ambientale. Peraltro, non sempre vengono attivati i pur deboli strumenti legislativi esistenti.
Peraltro, nonostante il ricco ed articolato patrimonio conoscitivo acquisito, la Commissione deve riconoscere che, tuttora, esiste una forte divaricazione tra i preoccupati allarmi lanciati dalle varie realtà audite ed i riscontri certi di carattere giudiziario. Allo stato delle attuali conoscenze, gli elementi in possesso della Commissione inducono a ritenere che una coordinata, attenta e forte azione di contrasto possa battere gli interessi della criminalità organizzata e comune che si muove attorno all'affaire rifiuti. Per tale motivo, la Commissione si impegna a seguire con particolare attenzione l'evolversi della situazione in Abruzzo ed a sostenere le iniziative centrali e locali per rafforzare, anche in questa regione, la lotta alla criminalità ambientale.

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