ONOREVOLI SENATORI. - Le recenti esperienze politiche hanno ancora una
volta sottolineato che nei tempi immediati l'"Esecutivo" costituisce il
problema centrale della politica italiana.
Quattro sono gli obiettivi fondamentali che una riforma di tale segmento
portante di ogni impianto istituzionale democratico nella società
contemporanea deve perseguire. Oggi la democrazia italiana - ma non soltanto
essa, del resto - deve vedersela con le seguenti distorsioni e disfunzioni
principali. In primo luogo, c'é una pubblica amministrazione nella
quale le interferenze clientelari, assistenziali, partitocratiche e
sindacatocratiche, sviluppatesi specie nel corso degli ultimi decenni, hanno
vulnerato spesso pesantemente i criteri meritocratici di reclutamento,
selezione e promozione, le caratteristiche di neutralità, efficienza
ed efficacia, il riferimento all'interesse dello Stato e della
generalità nella sua prevalenza rispetto ai particolarismi. In tali
condizioni, nessuna effettiva riduzione del debito pubblico puó
assumere andamento e consistenza strutturali, nessun reale decentramento
organizzativo e funzionale puó avere successo, se non si invertono le
tendenze negative operanti nella pubblica amministrazione: tra l'altro,
quando si parla di federalismo (quasi mai fornendo una spiegazione di cosa
si tratta) si dovrebbe riflettere sulla circostanza che qualunque reale
prospettiva federalista sarebbe destinata al piú penoso insuccesso
senza una preventiva modificazione del comportamento amministrativo pubblico
e delle relative modalità organizzative.
In secondo luogo, vi é quella che, riassuntivamente, possiamo
definire la "sfida oligarchica". In tutte le democrazie di massa, per
ragioni che sono state esplorate da una ormai imponente letteratura
scientifica, tendono a presentarsi e a crescere robuste spinte alla
concentrazione potestativa in (relativamente) piccoli nuclei di persone.
Nascono e agiscono perció oligarchie tecnocratiche, burocratiche,
partitocratiche, sindacatocratiche, economiche, finanziarie, giudiziarie,
massmediali, talora prevalendo le une talora le altre, talora in reciproco
conflitto talora in combinazione reciproca. Se spinta oltre certi limiti
qualitativi e quantitativi, l'influenza delle oligarchie tende a
ridimensionare, e al limite persino a svuotare, i meccanismi cruciali della
democrazia politica, lasciandola permanere soltanto come una facciata, come
un guscio vuoto.
In terzo luogo, é rilevante il tema della produzione legislativa.
Rotti ormai da un pezzo gli argini della tradizionale tripartizione tra
potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario, si assiste con
frequenza preoccupante ad una gara scomposta di proliferazione metastatica
della legislazione. L'elefantiasi legislativa é ormai una camicia di
Nesso che paralizza l'amministrazione pubblica, ai suoi diversi livelli e
articolazioni, e imprigiona la società civile. La radicale incertezza
del diritto - come prodotto della pletoricità,
contraddittorietà, oscurità delle leggi, oltre che come esito
di un'azione non sempre equilibrata delle magistrature ordinaria,
amministrativa e contabile - segnala e insieme esprime una caduta verticale
della civiltà giuridica del nostro Paese (anche se non soltanto di
esso).
Infine, quarto punto, vi é la questione politica della
omogeneità delle maggioranze governative. Le vicende della dodicesima
legislatura sono emblematiche di quanto risulti destabilizzante il
comportamento di forze politiche che, specie in regime maggioritario,
abbandonano lo schieramento con il quale hanno affrontato la competizione
elettorale, dando luogo a una puntuale, perversa asimmetria tra orientamenti
dell'opinione pubblica e composizione delle Assemblee parlamentari.
Perché l'Esecutivo e il suo profilo organizzativo sono molto
importanti per affrontare adeguatamente e con prospettive di successo i
quattro nodi cruciali sopra succintamente ricordati? Maurice Duverger, nella
sua opera sulla "monarchia repubblicana" (ma anche altrove), ha messo
persuasivamente in evidenza che le Camere rappresentative sono
comparativamente poco adatte, per una molteplicità di ragioni, a
contenere le spinte, le pressioni e le suggestioni dei gruppi e degli
interessi oligarchici. In effetti, il vero compito insostituibile della
rappresentanza politica é il controllo politico sul Governo e sulle
sue iniziative. Questa, che si esplica altresí mediante
l'enunciazione di indirizzi politici generali, é la funzione
sine qua non
delle Assemblee rappresentative, e tale ruolo puó e deve essere
garantito e assicurato. Molto meno robusta, viceversa, é la loro
capacità di resistenza agli stimoli provenienti dai circoli
oligarchici, nelle loro diverse varietà, e tale fragilità
cresce quanto piú le Assemblee svolgono un ufficio governante e
legiferante e quanto piú trascurano la funzione di controllo
politico.
Circa il processo di produzione legislativa, se é vero che nessuno
é senza peccati (nè il Governo con la sua massa di decreti
legge, nè le burocrazie con le loro interferenze, nè i gruppi
di pressione con le loro iniziative, nè l'ordine giudiziario con le
sue esuberanze surrogatorie), é peró altrettanto vero che
nell' iter
legislativo il passaggio parlamentare conferisce assai spesso al prodotto
normativo un profilo "variopinto", per la spinta ad immettere nei testi di
legge, di qualunque provenienza, articoli e commi ispirati a plurimi
interessi, sollecitazioni, preoccupazioni, senza molto badare a quanto ne
consegue in punto di contraddittorietà, oscurità e quindi
sostanziale inapplicabilità o distorta applicabilità. Qui il
bicameralismo, che pure ha e mantiene una sua giustificazione funzionale se
opportunamente regolato e iscritto in un diverso quadro normativo
complessivo, ha contribuito ad appesantire procedure e contenuti, duplicando
l' iter
parlamentare delle leggi e aggravandone non di rado le incertezze interne.
Bastano questi due soli richiami - alla capacità di contenimento
delle pressioni oligarchiche e al processo di produzione legislativa - per
spostare l'attenzione sul ruolo dell'Esecutivo. E, in questa sede, per le
necessità e per le caratteristiche del "caso italiano", la soluzione
piú pertinente appare essere l'elezione popolare immediata di un
Primo ministro nel contesto del cosiddetto "governo di legislatura". Si
é talvolta obiettato che questo tipo di impianto istituzionale ha di
fatto applicazioni quasi inesistenti, avendolo introdotto, e solo
recentemente, con legge "fondamentale" del 19 marzo 1992, lo Stato di
Israele (ove peraltro opera in condizioni assai diverse, ad esempio in punto
di sistema elettorale, rispetto al "caso italiano"). É vero, ma
é anche vero che i disegni istituzionali alternativi di
organizzazione del potere esecutivo hanno dato luogo, in sede di
applicazione, a inconvenienti di rilievo, che perció occorre evitare
nel momento in cui si affronta ex novo
l'argomento.
In breve, il progetto che qui si formula prevede l'elezione popolare del
Primo ministro (e del suo Vice) in contemporanea con l'elezione della
rappresentanza politica. Inoltre, per mantenere il rapporto tra Esecutivo e
Assemblee politiche all'interno di un sistema di controllo politico anche
formalmente previsto e codificato, mentre viene soppresso - come necessaria
conseguenza dell'elezione diretta popolare del Primo ministro - l'istituto
della fiducia preventiva, viene conservato l'istituto della sfiducia
parlamentare, nel senso che, ove in corso di legislatura il Parlamento lo
ritenga necessario, puó bocciare il Governo interrompendo il circuito
fiduciario. Tuttavia, quando ció avviene, insieme al Primo ministro e
al suo Governo decadono anche le Camere, e si fa luogo automaticamente a
nuove elezioni generali, sia per designare il premier sia per
rinnovare il Parlamento. Ció serve a garantire tanto la
governabilità quanto un atteggiamento responsabile del Parlamento, il
quale sa di dover mettere nel conto il costo del suo scioglimento. Proprio
in questa prospettiva viene proposto che sulla mozione di sfiducia si
pronunci il Parlamento in seduta comune.
Al contrario di quanto prevedeva un progetto presentato nel 1983 dai
giuristi del Gruppo di Milano coordinato da Gianfranco Miglio, non si
giudica opportuno, date le caratteristiche del sistema partitico quali sono
attualmente e quali risultano ragionevolmente prevedibili per un tempo
ancora abbastanza esteso, il criterio della cosiddetta "scelta costruttiva".
In breve, tale criterio prevede che il voto di sfiducia sia condizionato
ferreamente ad una scelta costruttiva, "sulla quale pure dovrà
aggregarsi la maggioranza assoluta" del Parlamento: questo, votando la
sfiducia, "dovrà indicare cioé un candidato da contrapporre,
nell'eventuale susseguente elezione, al Primo ministro che fosse colpito dal
voto di sfiducia".
L'elezione popolare in contemporanea del Primo ministro e del Parlamento,
nonchè la loro durata uguale e per l'intera legislatura,
costituiscono una condizione positiva almeno ai seguenti effetti. Il Governo
ha legittimità e stabilità sufficienti: primo, per mantenere i
gruppi oligarchici entro i loro limiti "fisiologici", facendo prevalere le
istanze generalistiche sulle spinte particolaristiche; secondo, per avviare
e proseguire un vasto e approfondito lavoro sia di delegificazione sia di
codificazione organica e di produzione ordinata nelle diverse materie
legislative; terzo, per impostare e sviluppare una profonda riforma della
pubblica amministrazione anche come contributo a quella riduzione
strutturale e progressiva del debito pubblico che é essenziale per
restituire capacità espansiva all'intero sistema economico; quarto,
per conferire e mantenere omogeneità politica e programmatica alle
maggioranze parlamentari di volta in volta prodotte dal voto popolare.
Inoltre, l'elezione diretta del Primo ministro nella cornice del "governo
di legislatura" offre l'opportunità di evitare quei gravi
inconvenienti che caratterizzano altre forme istituzionali pure spesso
richiamate in sede di dibattito costituzionale. Cosí, il fatto che il
voto per il capo del Governo e per le Camere avvenga in contemporanea evita
con alta probabilità la cosiddetta "coabitazione", cioé il
fenomeno, verificatosi in Francia, di un Presidente della Repubblica
espresso da uno schieramento politico e di una maggioranza parlamentare
riferibile allo schieramento politico alternativo, con tutti i problemi
appunto di una accidentata convivenza: quando si vota nello stesso giorno e
quindi nelle stesse condizioni politiche, viceversa, é molto
difficile che l'elettorato si orienti in maniera divergente nel designare il
responsabile dell'Esecutivo e le Assemblee rappresentative.
Ancora, il presidenzialismo americano, con la sua rigida divisione dei
poteri, costituisce piú spesso di quanto si creda una risposta
discutibile alla duplice domanda di governabilità e di controllo
politico. In quel grande paese, ove é in corso una interessante
riflessione sull'assetto costituzionale presidenziale, tende piuttosto a
verificarsi, infatti, una oscillazione tra fasi ove la centralità
della presidenza mortifica il controllo, fasi ove accade il contrario (con
atteggiamenti di prevaricazione del Congresso ai danni dell'Esecutivo), fasi
di stallo tra presidenza e rappresentanza politica, con esiti paralizzanti
sotto il profilo decisionale.
In sintesi, il disegno del "governo di legislatura", che come proposta
teorica ha ormai una lunga elaborazione, specie nella dottrina francese,
appare per piú profili idoneo alle esigenze di risistemazione
istituzionale della nostra vita pubblica.
Cosa fare quanto al ruolo e alle modalità di elezione del
Presidente della Repubblica? Nel momento in cui si conferisce al popolo la
funzione di elezione del Primo ministro, non ci sono controindicazioni
all'elezione del Capo dello Stato secondo le modalità ora vigenti,
peraltro con un significativo allargamento del corpo elettorale, che tenga
maggiormente conto del ruolo delle Regioni e degli enti locali e con il
mantenimento per tutte le votazioni del quorum
di due terzi, in maniera da accentuare il ruolo di garanzia e da rendere
partecipi dell'elezione anche le opposizioni. In tal modo, il Parlamento ha
questo ulteriore elemento di garanzia, insieme al vincolo fiduciario che ri
mane. Contemporaneamente, il conferimento immediato al corpo elettorale
delle elezioni del premier sottrae a rischi di
discrezionalità la designazione del Presidente del Consiglio.
Sicché il Capo dello Stato puó rappresentare al meglio quella
unità simbolica della nazione, quella imparzialità,
quell'equilibrio tra le parti politiche e sociali che sono la sua piú
autentica giustificazione. Proprio in considerazione dell'accentuato ruolo
di garanzia che la riforma assegna al Capo dello Stato viene allo stesso,
che continua a presiedere il Consiglio superiore della magistratura ed il
Consiglio supremo di difesa, attribuita la nuova funzione di nominare i
titolari delle autorità di garanzia nei campi che il Parlamento
individuerà come cruciali per il corretto funzionamento di una
democrazia operante nella società contemporanea.
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