Onorevoli Colleghi! - La proposta di legge costituzionale che viene sottoposta all'esame della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali reca modifiche all'intera Parte seconda (Ordinamento della Repubblica) della Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1^ gennaio 1948.
Ogni sistema istituzionale, infatti, proprio in ragione della sua complessità, deve avere un'intima coerenza. Altrimenti, si corre il rischio di ipotizzare una costruzione dalle fondamenta instabili, perché le diverse parti che la compongono non sono legate fra di loro da un unico disegno razionale.
Le modifiche proposte non ricalcano pedissequamente uno dei modelli istituzionali definiti in dottrina e sperimentati in altri Paesi. Esse, piuttosto, tengono conto della storia del nostro Paese e delle nuove consapevolezze della cultura politica italiana. Per questo, le riforme proposte, da un lato sono incardinate nei princìpi fondamentali della Carta in vigore, fissati nella sua Parte prima, e, dall'altro, intendono rispondere a quell'esigenza di innovazione che le vicende politiche del nostro Paese, lungo un cinquantennio, hanno reso indifferibile.
La proposta di legge costituzionale che viene sottoposta all'esame della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali tratteggia uno Stato federale attraverso il ruolo delle Regioni. La proposta di legge costituzionale prevede: distinzione dei poteri del legislativo da quelli dell'esecutivo; nuovi equilibri fra i due rami del Parlamento in armonia con la nuova forma di Stato, in base ai quali il Senato, Camera delle Regioni, è preposto all'attività di controllo dell'esecutivo e alle relazioni fra le regioni e la Camera, assemblea della volontà popolare nazionale, è investita della potestà legislativa; introduzione del vincolo costituzionale al tendenziale pareggio di bilancio, da conseguirsi sia con limiti prefissati alla spesa dello Stato e sia con la statuizione di un livello massimo di imposizione fiscale, salvo i casi di natura eccezionale; ridisegno federale della forma dello Stato con il trasferimento alle regioni della capacità impositiva e di spesa su tutte le materie, ad eccezione di quelle di interesse generale esplicitamente riservate alla competenza dello Stato.
Il Parlamento resta, nelle moderne democrazie, l'asse portante di un sistema fondato sulle libertà. La nuova agorà, che i mezzi di comunicazione di massa sembrerebbero rendere possibile, rappresenta un'illusione e un rischio. Troppo forte ed insidiosa è, infatti, la possibilità di un'ampia manipolazione del consenso, per non far temere uno scivolamento verso forme di moderno plebiscitarismo. La storia ha insegnato che laddove viene indebolita la rappresentatività e la centralità del Parlamento fra le istituzioni diventano a rischio le libertà fondamentali che sono costitutive del patto di cittadinanza. Tuttavia, incentrare il sistema sul Parlamento non può significare farlo esorbitare dai suoi compiti. Un Parlamento che rinuncia nei fatti alla sua potestà legislativa e di controllo dell'esecutivo, perché impastoiato da un formalistico bicameralismo e perché paralizzato dalla tendenza ad occuparsi di tutto e anche di compiti propri del Governo, perde di autorevolezza, scade nella coscienza collettiva a luogo di chiacchiere sconclusionate o di pasticci compromissori.
La diversificazione delle competenze fra la Camera dei deputati e il Senato delle Regioni, coordinata alla nascita dei parlamenti regionali, la riduzione del numero dei parlamentari, la diminuzione della durata della legislatura sono tutte modifiche finalizzate a restituire al Parlamento l'effettiva rappresentatività dei cittadini e, dunque, la sua essenziale autorevolezza.
A questi fini sono indirizzate le significative modifiche al Titolo I della Parte seconda (Il Parlamento) della Costituzione.
Oggi, per convincimento generale, si ritiene che il Presidente della Repubblica, per assicurare con l'autorevolezza necessaria la sua altissima funzione di garanzia delle istituzioni, debba ricevere un investitura più ampia di quella finora assicurata dal Parlamento allargato che lo elegge. L'estensione della platea elettorale del Presidente della Repubblica sottrae la scelta alle decisioni delle élite partitiche e avvicina la massima istituzione ai cittadini.
A questi obiettivi rispondono le modifiche proposte al Titolo II della Parte seconda (Il Presidente della Repubblica) della Costituzione.
Ai giorni nostri, è maturato anche il convincimento che occorra dare stabilità e certezza all'azione del Governo. Alla fine del secolo, l'economia, i rapporti sociali, le relazioni internazionali sono diventati così complessi e rapidi nei cambiamenti da richiedere, allo stesso tempo, per essere guidati ed orientati con efficienza, decisioni tempestive e azioni dal respiro ampio. Quel che l'esperienza italiana ha dimostrato indispensabile è sottrarre il Governo alle logiche degenerative di un parlamentarismo esasperato, che finisce con l'essere inconcludente perché paralizza sia l'esecutivo che la stessa attività legislativa e di controllo. Il Governo del Primo ministro - che viene proposto con il progetto di legge costituzionale - resta ancorato al rapporto fiduciario con il Parlamento, ma è, altresì, sottratto alla logica aberrante delle manovre partitiche e personalistiche.
Le proposte di modifica al Titolo III della Parte seconda (Il Governo) della Costituzione intendono conseguire queste finalità.
Molte analisi, anche di grande autorevolezza, concordano sulla previsione che i destini della democrazia, nel prossimo futuro, si giochino sulla cruciale questione del controllo di legalità. I sistemi politici rappresentativi, basandosi su di una molteplicità di organismi e su di una pluralità di persone che vi concorrono, sono, per loro natura, particolarmente esposti all'insidia del condizionamento illegale. Così come regimi fondati sulle libertà rischiano di essere insufficientemente difesi da nuove e più sofisticate forme di criminalità, in particolare nel campo economico, in ragione delle garanzie dei cittadini. Di fronte a queste sfide la risposta non può essere né quella della rinuncia ad esercitare per aspetti significativi il controllo di legalità, né quella di affidare alla magistratura un ruolo esorbitante che finisca con l'indebolire il sistema delle garanzie personali. Occorre, invece, riaffermare la forza della giurisdizione, senza intaccare in alcun modo i diritti fondamentali della persona e, dunque, la presunzione d'innocenza e il diritto alla difesa.
L'ordinamento giurisdizionale e la giurisdizione, come disegnati dal Titolo IV della Parte seconda (La magistratura) della Costituzione, non necessitano di una radicale ristrutturazione. Sembrano, piuttosto, appropriate significative modifiche che rafforzino l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, affinché i cittadini vi si possano riconoscere con fiducia, e il diritto alla difesa, affinché i cittadini possano sentirsi pienamente tutelati.
Per ridare al Paese lo slancio che può venirgli dalle grandi risorse che si esprimono nella varietà delle situazioni regionali e che sono state soffocate dalla rigidità dello Stato centralistico che, inevitabilmente, si volge in inefficienza, è matura, nella pubblica opinione, l'adozione di un modello federalista di statualità, positivamente sperimentato in tante realtà europee e che ben si adatta all'Italia, anche in ragione della storia e del diseguale sviluppo conosciuto nelle sue diverse aree.
La proposta legge modella, nell'ampia riscrittura del Titolo V della Parte seconda (Le Regioni, le Province, i Comuni) della Costituzione, uno Stato delle autonomie, fondato sul principio di sussidiarietà, reso forte dagli incisivi poteri delle regioni.
La proposta di legge costituzionale sottoposta all'esame non prevede l'adozione di un sistema elettorale, perché esso non ha mai avuto rilievo costituzionale ed è, quindi, rimasto fuori dai compiti della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Tuttavia, i sistemi elettorali non sono indifferenti rispetto alle diverse forme di Stato, come ricorda la dottrina più avvertita.
La proposta di riforma istituzionale sottoposta all'esame della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali con questa proposta di legge richiede l'adozione da parte del Parlamento di un coerente sistema elettorale che non sacrifichi alle pur importanti esigenze della rappresentatività quelle, non meno essenziali, della stabilità delle maggioranze e dell'effettiva possibilità dell'alternanza.
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