PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE - C3063


Onorevoli Colleghi! - Secondo i proponenti, in ordine di priorità e di importanza si colloca al primo punto la riforma dei titoli dell'attuale Costituzione riguardanti il Presidente della Repubblica e, come conseguenza di questa riforma, che riteniamo il pivot del sistema istituzionale, il Parlamento in entrambe le sezioni I (Le Camere) e II (La formazione delle leggi), e il Governo.
La riforma di questi titoli dovrà dare all'Italia gli strumenti per una «democrazia governante», la quale si realizza attraverso un equilibrio di potere fra «Governo che fa» e Assemblea parlamentare che controlla e stimola.
Se esaminiamo l'evoluzione reale del nostro sistema politico-parlamentare durante la prima Repubblica essa non è caratterizzata dal rafforzamento del potere di iniziativa legislativa e di controllo del Parlamento, bensì da un dislocamento di tale potere dalle Assemblee parlamentari alle segreterie dei partiti. E quando è sembrato che il Parlamento assumesse i suoi poteri costituzionali si sono di fatto realizzate due altre deviazioni: una in senso consociativo ed assembleare, che ha ridotto al massimo la vitale dialettica fra una maggioranza di governo ed opposizione; l'altra relativa all'accresciuto potere legislativo del Governo attraverso la decretazione d'urgenza.
Questo potere è stato basato sullo snaturamento pressoché totale dell'articolo 77 della Costituzione che pone limiti costituzionali inderogabili, teoricamente, ma di fatto superati attraverso la reiterazione, divenuta specialmente negli ultimi 15 anni il più ordinario strumento legislativo. C'è voluta una sentenza della Corte costituzionale, arrivata troppo in ritardo, per mettere fine alla reiterazione dei decreti che tanto hanno contribuito all'ipertrofia della nostra legislatura.
Per contro, nell'opinione pubblica si è andata sempre più rafforzando l'idea del presidenzialismo, come potere di prendere decisioni anche legislative più rapide, e come forma di governo più efficiente.
La legge elettorale del 1993 ha avviato un processo di bipolarizzazione del corpo elettorale, che si è andato radicando nella volontà di avere anche in Italia un sistema politico, che vede il leader della coalizione di maggioranza identificabile nel capo dell'esecutivo e il leader della minoranza identificabile nel capo dell'opposizione.
Nel dibattito sulle riforme istituzionali si sta registrando che le parti politiche e parlamentari più legate al mito della intoccabilità della Costituzione sono favorevoli soltanto a ritocchi parziali, specialmente per la forma di governo.
«Quando si sente dire - ha affermato alla Camera dei deputati, il 22 gennaio 1997, l'onorevole Gianfranco Fini nella dichiarazione di voto favorevole sul progetto di legge costituzionale istitutivo della Commissione bicamerale - che non si tratta di sancire il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, ma tutt'al più, giocando con le parole, ma non tanto, di sancire il passaggio tra il primo e il secondo tempo della Repubblica; quando sentiamo negare quella che è un'evidenza palmare agli occhi di tutti, vale a dire che oggi l'assetto politico, economico, sociale, istituzionale dell'Italia non è quello del 1946; quando in qualche modo si ha l'inconscia tentazione di negare che è cambiato tutto nel mondo e quindi anche in Italia rispetto al momento in cui fu redatta la Costituzione; quando vediamo una evidente volontà non già di cambiare ma tutt'al più di ritoccare, forse commettiamo l'errore di fare un malevolo processo alle intenzioni».
Siamo convinti che ciò non sia.
Ma perché questo processo alle intenzioni sia veramente solo una «malizia» occorre presentare per la Commissione bicamerale proposte di revisioni costituzionali «radicali», che sanciscano davvero un cambiamento istituzionale, del tipo di quello che in Francia il presidente Charles De Gaulle ebbe il coraggio nel 1958 di presentare all'Assemblea nazionale e di farle ratificare dal voto dei suoi connazionali, in pochissimi mesi.
Anzi noi per i ritardi che abbiamo accumulato vogliamo saltare a piè pari quel «primo tempo francese» che per il passaggio dall'assemblearismo parlamentare (che aveva fatto come in Italia un'ecatombe di governi) al «presidenzialismo» adottò per l'elezione del Presidente della Repubblica il sistema di un vasto collegio di «grandi elettori»; sistema peraltro che, sempre per l'intuizione di De Gaulle, dopo pochi anni lasciava il posto al voto universale e diretto per l'elezione del Presidente della Repubblica.
C'è anche chi pensa che sarebbe stato forse ancora più utile per un passaggio segnato da una maggiore discontinuità istituzionale fra la prima e la seconda Repubblica adottare il sistema presidenziale che vige da due secoli negli Stati Uniti e che - come scrive Giovanni Sartori - è stato adottato da tutti i Paesi (venti e passa) del Sud America.
Ma noi ci riteniamo soddisfatti per ora dal modello francese che consente - attraverso la nomina del primo ministro, l'esecutore per così dire tecnico delle massime decisioni politiche del Presidente e di quelle legislative dell'Assemblea nazionale - l'assimilazione del semipresidenzialismo ai sistemi del presidenzialismo.
Quello che per noi è importante è che la fonte del potere, tanto del Presidente della Repubblica quanto del Parlamento, sia il popolo, soggetto primario ed insostituibile della democrazia.
Quello che viene definito «semipresidenzialismo alla francese» ha dato buona prova in Francia. Colui che finora più a lungo, 14 anni, è stato Presidente della V Repubblica, il socialista Fran|$$|Accois Mitterrand, non ha minimamente pensato di modificare l'assetto costituzionale presidenzialista: lo ha fatto transitare, senza scossoni, attraverso le prove della coabitazione fra maggioranza parlamentare e maggioranza che aveva eletto il Presidente della Repubblica, di diverso orientamento partitico, dando alla Francia governi stabili (molto più stabili di tutti i governi parlamentari «puri» che la Francia aveva avuto), semmai più pronti a collaborare con l'Assemblea nazionale, la quale a sua volta ha abbandonato o attenuato il «potere» di porsi come principale obiettivo quello di essere «killer dei governi», per diventare efficace componente di una «democrazia governante», con la garanzia che una doppia elezione diretta - del Presidente della Repubblica e dei membri del Parlamento - dà agli elettori il potere di alternare destra e sinistra e il diritto, in una doppia elezione diretta, di scegliere fra linee politiche, programmi e candidati alternativi.
Certamente, tanto il presidenzialismo quanto il parlamentarismo, soprattutto nella loro forma pura, lasciano a desiderare.
Il nostro sistema sconta ancora oggi i difetti del parlamentarismo, che da noi ha conosciuto entrambe le patologie, cioè l'assemblearismo e il consociativismo. Dei due mali non si sa quale sia il peggiore: certo entrambi escludono il coinvolgimento costante del popolo, anche attraverso i mezzi di informazione, portati specialmente nel consociativismo a omologarsi al sistema di potere, invece di esserne la coscienza critica.
Anche un presidente eletto, che si trova a dovere fare i conti con una maggioranza parlamentare di colore politico diverso, non si trasforma, come dice Sartori giustamente, in un re di coppe. Infatti continua a contare su una propria legittimazione diretta e sulle prerogative che gli sono accordate dalla Costituzione (e non dalla prassi): prerogative che quando abbiano poteri governanti sono maggiori di quelle attribuite ai presidenti eletti dal Parlamento e anche a quelli eletti dal popolo (come in Austria e in Portogallo), ma privi di prerogative governanti costituzionalmente garantite.
Un'elezione diretta con limitati poteri coltiva in buona sostanza l'illusione che si tratti di un mandato diretto dato dal popolo; un'illusione che non può appagarsi soltanto con l'idea di avere alla guida dello Stato un garante dei superiori interessi della Nazione e super partes.
Questa illusione è stata coltivata anche da noi, quando abbiamo avuto Presidenti della Repubblica, che hanno assunto atteggiamenti da eletti dal popolo; di fatto però questi atteggiamenti o hanno dovuto forzare il dettato costituzionale entrando in rotta di collisione con una parte talvolta addirittura maggioritaria del Paese; o, invece, quando avrebbero voluto interpretare le aspirazioni, specialmente in tema di grandi riforme, si sono trovati senza strumenti costituzionali per fare diventar realtà le speranze e sono stati da una parte stessa del Parlamento e delle forze politiche considerati pericolosi sostenitori di «derive plebiscitarie».
È dunque indispensabile, che la nuova seconda parte della Costituzione sia diversa da quella vigente la cui sinteticità da un lato e genericità dall'altro circa i poteri del Capo dello Stato, sono state riempite dalla prassi che, volta a volta, ha fatto oscillare il nostro Presidente o verso la sponda del «presidenzialismo» governante, o verso quella del parlamentarismo e del consociativismo senza però gli strumenti costituzionali per esercitare legittimamente l'uno o l'altro dei due ruoli.
Noi, con la nostra proposta vogliamo dare un ruolo costituzionale e politico preciso e inequivocabile al Presidente della Repubblica, «supremo garante del rispetto della Costituzione» e che «assicura il regolare funzionamento dei pubblici poteri e la continuità dello Stato».
La nostra proposta è per il sistema del «semipresidenzialismo alla francese», perché sulla base dell'esperienza fatta, la vicina Repubblica, per molte ragioni, ci può offrire, pur con tutti gli adattamenti derivati dalla nostra cultura, dalla nostra tradizione, l'esempio di un'istituzione che assicura le basi di una «democrazia governante» e, nel contempo, di una più rigorosa tutela dei diritti dell'opposizione, che del resto noi vogliamo rafforzati, come si dimostra in un'altra nostra proposta di legge costituzionale, riguardante lo statuto stesso dell'opposizione.
Questa proposta ha un carattere «aperto»; si dirà giustamente che tutte le proposte sono «aperte», ma noi vogliamo rafforzare questa caratteristica, nel senso che ciò che più accoglieremo con favore sarà ogni contributo dei colleghi che sono d'accordo con noi sul dove collocare - come ha detto l'ex-Presidente della Repubblica senatore Cossiga - il baricentro della sovranità popolare.
Noi crediamo con questa proposta di avere trovato tale baricentro nella triangolazione Corpo elettorale-Presidente della Repubblica-Parlamento.
È noto che per dare più autorità al lavoro dei parlamentari, che preparano le nuove regole democratiche di convivenza di tutti i componenti della nostra comunità nazionale per il terzo millennio, noi volevamo che questo cruciale impegno della nostra storia fosse preceduto da una consultazione popolare che indicasse all'Assemblea costituente i muri maestri della nuova casa comune di tutti gli italiani.
Noi ci auguriamo che la ratifica - che avverrà attraverso un referendum confermativo - abbia come oggetto l'impronta presidenzialista di questa nostra proposta.


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