Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 840 del 18/1/2001
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La seduta, sospesa alle 13,15, è ripresa alle 15.

Svolgimento di interpellanze urgenti.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze urgenti.

(Corsi di lingua araba e cinese)

PRESIDENTE. Cominciamo con l'interpellanza Armaroli n. 2-02834 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 1).
L'onorevole Armaroli ha facoltà di illustrarla.

PAOLO ARMAROLI. Signor ministro, lei in recenti dichiarazioni pubbliche ha invitato a studiare l'arabo. Io, personalmente, non ho nulla in contrario, convinto come sono che, se tra i vari popoli della terra - soprattutto tra coloro che sono


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geograficamente più vicini - esiste una grammatica comune, ovviamente ci s'intende meglio. Siccome la lingua araba è parlata da centinaia di milioni di persone dei popoli confinanti, data anche la configurazione geografica del territorio nazionale, io sono d'accordo con lei. Lo sono anche perché - diciamo la verità, signor ministro - le lingue straniere nelle scuole italiane sono un po' neglette, sono sempre state insegnate «a spizzichi e bocconi» e mi domando se forse non sarebbe il caso di far insegnare le lingue estere da docenti di madrelingua, perché vi sarebbe forse un incentivo in più.
Fatto sta che l'apprendimento delle lingue parlate scricchiola, e ciò vale per molti, a cominciare dal sottoscritto: infatti, dal 1952, quando frequentavo la seconda media, ho iniziato a studiare l'inglese; ebbene, forse so meglio il francese, che ho imparato per conto mio o quasi, dell'inglese che ho studiato nelle scuole italiane per 12-14 anni.
Signor ministro, il suo invito è stato lodevole, ma devo dire che forse nelle sue pubbliche dichiarazioni non vi è stata reciprocità. Mi permetto allora di farle notare «l'altra faccia della Luna»: la nostra lingua italiana è piuttosto negletta sia all'estero che in Italia. All'estero, perché i nostri poveri istituti di cultura versano sovente purtroppo in uno stato comatoso o semicomatoso e la lingua italiana non ha una grande diffusione, anche perché i mezzi a sostegno dei vari istituti sono veramente modesti, per non dire estremamente scarsi. Per quanto riguarda l'Italia, abbiamo appreso con grande stupore dalle statistiche - per quello che valgono - che un terzo degli italiani sono analfabeti e che un altro terzo sono quasi analfabeti, hanno cioè difficoltà a capire quello che leggono! Questo vuol dire un fallimento epocale della scuola italiana! Nonostante la scuola dell'obbligo e i passi in avanti che si sono fatti per aumentare le classi della scuola dell'obbligo, per quanto mi risulta, quando ero bambino, un artigiano o una persona modesta che avesse fatto la quinta elementare allora sapeva correttamente leggere e scrivere; ed oggi anche l'università è quello che è!
Signor ministro, non so se le è capitato di leggere un recente scritto del professor Paolo Grossi - autorevole storico del diritto dell'università di Firenze e direttore dei Quaderni fiorentini - sui Quaderni fiorentini nel quale egli ha parlato della morte dell'università! Voglio raccontare brevemente un episodio che mi ha visto più come vittima che come protagonista. Nella mia facoltà di scienze politiche di Genova, prima del mandato parlamentare, ho assegnato una tesi di laurea e naturalmente spiego al laureando come va fatta. Egli mi dice: posso prendere appunti? Gli rispondo: devi prendere appunti; pronuncio anche l'espressione aut aut. Qualche mese dopo ritorna con il testo dattiloscritto e leggo con raccapriccio l'espressione out out, in inglese, cioè «fuori fuori», anziché aut aut latino. A quel punto gli ho chiesto se aveva frequentato ragioneria e lui mi risponde: sì, professore, come ha fatto a capirlo? E ho soggiunto: sono un fulmine di guerra, ho più o meno capito che con il latino non «te la dicevi» tanto.
Per tornare a noi, signor ministro, vorrei dire che c'è chi è più realista del re.
Al comune di Genova c'è un simpatico assessore, Luca Borzani, che si è fatto promotore di una singolare iniziativa. Non è la prima volta perché già l'anno scorso aveva già fatto qualcosa del genere. L'iniziativa è quella di far frequentare corsi di cinese agli insegnanti allo scopo di poter comunicare nelle scuole del capoluogo ligure con i loro allievi cinesi che, a Genova, sono la seconda comunità straniera dopo quella equadoregna.
La mia domanda è persino banale: credo tutto sommato che sarebbe meglio che i giovani extracomunitari che frequentano - spesso anche bene - le nostre scuole imparassero l'italiano piuttosto che far diventare gli insegnanti e i giovani colleghi degli extracomunitari poliglotti per evitare quella torre di babele che purtroppo già divide noi italiani, visto che spesso la lingua italiana è un optional e


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quindi siamo in una torre di babele nella quale non ci capiamo più neppure tra di noi. Grazie, signor ministro.

PRESIDENTE. Il ministro della pubblica istruzione ha facoltà di rispondere.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Signor Presidente, onorevole interrogante, potrei rispondere molto brevemente dicendo: sì, lo ritengo anch'io. Ritengo anch'io assai utile che gli studenti non nati in Italia imparino bene l'italiano. Al massimo potrei aggiungere, per allungare il discorso, due considerazioni: in primo luogo, che un buon controllo della lingua nazionale, come lei sa bene, è un obiettivo prioritario di tutta la nostra scuola e per tutti, extra ed intracomunitari, se così posso dire, che siano nostri allievi e che, in secondo luogo, una buona conoscenza delle lingue straniere (credo di essere quindi d'accordo con lei) è un obiettivo a cui in passato la nostra scuola rinunciò, e riluttò in qualche caso, ma alla quale non si può rinunciare oggi (né può essere più riluttante) sia nella scuola ordinaria sia negli ormai attivati corsi di educazione per gli adulti e corsi di educazione tecnica superiore, come forse potremmo dire più analiticamente. Però non è forse inutile - se il Presidente me lo consente - lasciare memoria negli atti (e dire tra di noi) di alcuni aspetti di un quadro complessivo, anche a costo di ripetere qualcosa che a parlamentari così attenti forse è già noto.
Per quanto riguarda la lingua italiana, a parte le opinioni personali del ministro coincidenti - mi sembra di capire - con quella degli interpellanti, la sua centralità nazionale è entrata di recente (può sembrare strano, ma è così) in una prima esplicita norma di legge. Si tratta della norma legislativa del 1999 sulla tutela delle parlate alloglotte, che si apre con un richiamo alla centralità nazionale della nostra lingua, per l'innanzi presente solo, a mia memoria, in norme dei codici processuali e non in altri testi di normazione primaria. Vi è una seconda legge in cui questa centralità restava nell'implicito: è la legge di riordino dei cicli, la n. 30 del febbraio 2000; a partire da questa legge, la centralità nazionale (insisto sul termine) prima ancora che sociale ed educativa della lingua italiana è passata nel piano di riordino dei cicli, approvato dal Parlamento nel dicembre scorso.
In quella sede, la capacità di buon controllo della lingua nazionale è assunta ad indicatore privilegiato rispetto a tutti gli altri, con la sola eccezione della buona capacità di controllo degli strumenti matematici (è, appunto, uno dei due indicatori centrali), del processo di maturazione delle capacità effettive delle nostre allieve e dei nostri allievi. Nello stesso tempo, è un obiettivo fondamentale, sia specifico sia complessivo, dell'attività e dei processi di apprendimento: quindi, non è solo un indicatore (e già questo dà una posizione di rilievo assoluto rispetto a tutto ciò che potrebbe indicare il crescere delle competenze complessive), ma è un obiettivo centrale dell'attività complessiva e dei processi di apprendimento, dalla scuola di base alla scuola superiore.
È un fatto non banale, se posso annoiarvi per un attimo, perché, nella tradizione della scuola superiore italiana, vigeva l'idea che il buon controllo dell'uso scritto e parlato, della comprensione della lingua fosse qualcosa di elementare; con molta fatica, negli anni, siamo riusciti a far passare un'idea diversa: il buon controllo della lingua è qualcosa che comincia nella scuola dell'infanzia, ma non finisce mai, veramente, non solo nel senso di De Filippo, e non sarebbe poco, ma perché è qualcosa che dovrebbe accompagnarci e ci accompagna tutti in qualche misura (magari è non il buon uso, ma il cattivo), dunque anche nella scuola superiore.
Se mi consente, sono lieto di anticipare che questo orientamento trova conferma nei lavori per la redazione di dettaglio dei curriculi e nelle indicazioni dei relativi livelli di competenza, lavoro che proprio in questi giorni sta ultimando la commissione ministeriale, per consentirci di presentare alle scuole e alle Commissioni parlamentari i nuovi curriculi entro la fine del mese. Non poteva essere altrimenti


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se si riflette sul fatto che non solo questa commissione è composta, per la metà (e non è poco), da persone che insegnano nelle scuole, e dunque sanno bene quanto sia importante un buon livello di competenza della nostra lingua nazionale, ma ne sono parte integrante, in posizione non marginale ma come responsabili di gruppo di lavoro molto attivi, i presidenti delle due maggiori associazioni professionali specialistiche del settore italianistico ed il presidente dell'Accademia della Crusca, coordinatore di uno dei più importanti gruppi di lavoro.
Ovviamente, questa centralità, non solo nazionale, non solo sociale, ma educativa non ammette davvero discriminazioni e vale per tutte le allieve e tutti gli allievi che entrino nelle nostre scuole, quale che sia la loro provenienza e la loro lingua materna: l'italiano (come ormai avviene per una certa parte, il 40 per cento circa della popolazione), un dialetto italoromanzo, oppure un idioma alloglotto, sia di antico insiediamento sia di nuovo arrivo nel nostro territorio. A rafforzare questa azione della scuola ordinaria - spero le farà piacere - il Ministero della pubblica istruzione e quello della solidarietà sociale, che finanziano tale attività, hanno avviato una collaborazione con la RAI e, sfruttando il fatto che due terzi delle scuole sono ormai collegate via satellite e tutte via Internet, hanno avviato corsi di insegnamento dell'italiano per i genitori di bambini extracomunitari. Si tratta di corsi la cui impostazione, gestione e certificazione finale sono affidate alle due università per stranieri operanti in Italia, quella di Siena e quella di Perugia, nonché all'istituto Dante Alighieri che collabora con l'università della Tuscia.
Tale collaborazione con il suddetto istituto e con altre organizzazioni riguarda la diffusione dell'italiano all'estero, oggetto di impegni e di trattative anche diplomatiche, ai quali io stesso ho avuto l'onore di partecipare in sede di colloqui con i ministri dell'Unione europea. Nel caso francese proprio l'apporto dell'istituto Dante Alighieri, che testimonia il grande interesse extrascolastico per la lingua italiana, è stato un elemento che ci ha consentito e ci sta consentendo di migliorare la presenza dell'insegnamento dell'italiano nelle scuole francesi.
Per quanto riguarda le lingue straniere, signor Presidente, non mi dilungo perché non voglio prendere troppo tempo, tuttavia, senza insistere sui dati che già l'onorevole Armaroli ha citato, desidero ricordare che, dodici anni fa nel nostro paese la conoscenza delle lingue straniere era ancora caratterizzata da una situazione che non ho esitato a definire drammatica. Mi riferisco anche alle grandi lingue e non solo all'arabo e al cinese. Tale situazione si è andata correggendo perché nelle scuole sono stati attivati importanti programmi sperimentali e, almeno per la generazione al di sotto dei trentacinque anni, cominciamo ad avere una buona conoscenza diffusa di diverse lingue straniere. Come lei sa bene, nell'insegnamento scolastico prevalgono inglese e francese, seguono a grande distanza spagnolo e tedesco e vi sono anche alcune cattedre di russo. Dall'esterno dell'amministrazione, come battitore libero, fino a poco tempo fa, mi ero preoccupato di salvare queste ultime, perché mi sembrava importante che almeno una quindicina di istituti superiori italiani prevedessero come seconda lingua anche l'insegnamento del russo.
Ricordo che vi sono licei bilingui, esperienze importanti nelle quali tutto l'insegnamento si svolge oltre che in italiano in una lingua straniera: francese, inglese e tedesco. Infine, ecco la colpa del ministro, ma una colpa che hanno commesso altri perché io ho solo rilevato che esistono alcuni istituti superiori sperimentali per il turismo e per il commercio che, in modo benemerito - l'aggettivazione è colpa mia - e ragionevole, si preoccupano di insegnare l'arabo come seconda o terza lingua. Si tratta di istituti tecnici o professionali ubicati nel sud del paese alle porte di quel mondo arabo con il quale dobbiamo avere rapporti indipendentemente dall'immigrazione.
Se il Presidente mi concede ancora qualche minuto - mi rendo conto di aver


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parlato a questa Assemblea in modo inconsuetamente prolisso - vorrei aggiungere che vi è un ultimo problema. Credo sarebbe opportuno insegnare l'abbiccì delle grandi lingue straniere più presenti in quanto portate da bambini extracomunitari e, a tale proposito, ricordo che nella convenzione che ho citato tra il Ministero della pubblica istruzione, quello della solidarietà sociale e la RAI sono inclusi progetti di questo tipo, che le prego di considerare con benevolenza.
Mi riferisco proprio all'abbiccì, per poter parlare con la percentuale crescente di bambini cinesi, che ci dicono essere bravissimi, maghrebini e filippini che popolano le nostre scuole e dire loro almeno «buongiorno» e «buonasera», «come stai» o «ti fa male la pancia?». Pensiamo a dei mini corsi di addestramento all'uso di un fraseggio elementare perché questi bambini si sentano cittadini pleno iure - come credo dovranno diventare un giorno - e certamente utenti pleno iure della nostra scuola.
Accetto volentieri la satira su questo punto. Un grande giornale del nord titolò molti mesi fa: «Ecco il ministro che vuole insegnare l'arabo». Mi va bene, anche se non è vero: voglio insegnare innanzitutto l'italiano e poi l'inglese, il francese - prioritariamente -, il tedesco e lo spagnolo, a decrescere. Non mi dispiacerebbe una qualche buona conoscenza di arabo - la suggerirei - e forse di cinese.
Ma qui è in gioco un'altra questione: abbiamo 84 lingue presenti attraverso le bambine e i bambini della nostra scuola. Se almeno per le più diffuse i nostri insegnanti - penso soprattutto a quelli della scuola elementare - potessero mostrare la capacità di accogliere con qualche riguardo, anche linguistico, queste bambine e questi bambini, credo che faremmo qualcosa che non mette in forse la nostra identità nazionale, ma tutt'al più rafforza il nostro vivere civile.

PRESIDENTE. L'onorevole Armaroli ha facoltà di replicare.

PAOLO ARMAROLI. Signor ministro, debbo farle un complimento. È veramente un piacere dialogare con lei su questa materia, perché so bene che lei ha speso un'intera esistenza a favore della lingua italiana e sono anch'io sensibile a questo aspetto, perché sono fortunato avendo avuto occasione di «sciacquare i panni in Arno» per molti e molti decenni.
Se i suoi auspici diventassero realtà, qualcuno, per esempio, non penserebbe più che il week-end è più gioioso del fine settimana o che il soufflé sia più nutriente di una frittata.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. So che non si può interrompere, ma quando chiameremo il question time in modo diverso?

PAOLO ARMAROLI. Signor ministro, su questo punto la debbo riprendere, perché non esiste il question time nel regolamento della Camera ma, come il Presidente può autorevolmente testimoniare, esistono le interrogazioni a risposta immediata. In questo siamo stati dei buoni italianisti. Il question time è un'espressione giornalistica, un'espressione inglese riportata dai giornali, ma nel nostro regolamento, come potrà verificare, è scritto «interrogazioni a risposta immediata», che è una dizione un po' più lunga del question time, ma più italiana.

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Posso farle un'altra domanda: quand'è che chiameremo RAI Educational «Trasmissioni educative della RAI»? In questo caso credo che l'intestazione sia ufficiale.

PAOLO ARMAROLI. Mi fa molto piacere questa domanda perché forse basta cambiare qualche persona ai vertici della RAI...

TULLIO DE MAURO, Ministro della pubblica istruzione. Avete una Commissione di vigilanza.

OMBRETTA FUMAGALLI CARULLI, Sottosegretario di Stato per la sanità. Presieduta proprio da uno di loro.


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PAOLO ARMAROLI. Certo, ci ha dato un ottimo suggerimento, che metteremo a frutto quando e se la Casa delle libertà andrà al Governo, signor ministro.

PRESIDENTE. Questa conversazione è molto amabile, ma vi prego...

PAOLO ARMAROLI. Faccio qualche altra piccola notazione, signor ministro. Lei ha citato l'Accademia della Crusca. Sa benissimo in quali condizioni drammatiche essa si trovi, con quel dizionario che va avanti a pezzi e bocconi (va avanti si fa per dire). Il presidente onorario ha speso anni ed anni per denunciare la pochezza dei mezzi con i quali l'Accademia della Crusca, un'istituzione particolarmente benemerita e che ci è cara, è potuta andare avanti ed operare.
L'onorevole Pietro Mitolo del gruppo di Alleanza nazionale ha presentato, come lei sa, una proposta di legge costituzionale rivoluzionaria volta a modificare l'articolo 12 secondo la quale - sembra una banalità - la lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano. Se così fosse, molte cose cambierebbero: avremmo una grammatica comune, ci capiremmo un po' meglio e forse anche con questi buoni espedienti potremmo ricostituire quel tessuto connettivo della nazione che negli ultimi cinquant'anni è venuto meno.
Non so se abbia già letto lo splendido libro, uscito nei giorni scorsi, di un sociologo fiorentino, il professor Luciano Cavalli, dal titolo Il primato della politica che, ripercorrendo la storia d'Italia degli ultimi cinquant'anni, dimostra per tabulas come i partiti - in Italia ci sono partiti che sono stati più eguali degli altri - abbiano contribuito a non risollevare il concetto di nazione dopo la morte della patria rappresentata, secondo alcuni storici dall'8 settembre 1943. Ritengo che, finiti i sogni di gloria di tutti i paesi europei, le colonizzazioni tra l'ottocento e il novecento, la volontà di potenza, oggi il concetto di nazione si strutturi proprio sulla lingua e sulla cultura ma non può esservi cultura senza lingua. È un punto molto importante rispetto al quale dovremmo compiere diversi passi in avanti.
Signor ministro, se ho capito bene, ella ad un certo punto ha evocato il ministro per la solidarietà sociale Livia Turco che, insieme all'allora ministro, ex Presidente della Camera, l'autorevolissimo onorevole Napolitano, presentò quel disegno di legge diventato poi legge Turco-Napolitano. Uno degli articoli di questa legge che noi di Alleanza nazionale abbiamo contribuito in maniera determinante a far cassare prevedeva l'introduzione del diritto di voto nelle elezioni comunali e provinciali attraverso una legge ordinaria, mentre l'articolo 48 della Costituzione attribuisce il diritto di voto solo ai cittadini italiani. Recentemente il ministro Turco ha fatto ricorso - stavo per dire escamotage - ad un marchingegno, quello di facilitare il diritto di cittadinanza introducendo oltre allo ius sanguinis il concetto di ius soli, per cui i bambini nati da cittadini extracomunitari ipso iure e ipso facto diventerebbero italiani.
Questo a mio avviso sarebbe un aggiramento dell'articolo 48 perché così con legge ordinaria si concede il diritto di voto ma soprattutto - tornando alla lingua italiana - si è italiani e buoni italiani - se dei giovani extracomunitari vorranno diventare italiani io sarò ben felice di questo - attraverso un atto consapevole. Questo non può avvenire prima del raggiungimento della maggiore età, prima cioè di avere una consapevolezza ed una coscienza della lingua italiana perché altrimenti non si può parlare di integrazione. Ben vengano dunque cittadini italiani ma consapevoli; anche per loro vale la regola, che non sempre vale per i nostri cittadini italiani, di una buona conoscenza della lingua italiana.

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