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PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 1 , nel testo unificato della Commissione, e del complesso degli emendamenti ad esso presentati (vedi l'allegato A - A.C. 168 sezione 1).
Nessuno chiedendo di parlare, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.
ANTONIO DI BISCEGLIE, Relatore. Il parere è favorevole sugli identici emendamenti Boato 1.24 e 1.41 della Commissione, nonché sull'emendamento 1.60 della Commissione. Come lei ha detto, all'emendamento 1.60 sono collegati gli emendamenti Matranga 1.10, Garra 1.39 (Nuova formulazione), gli identici emendamenti Serafini 1.54 e Rizza 1.56 e l'emendamento Garra 1.38, per i quali conseguentemente vi è un invito al ritiro. Il parere è contrario sugli emendamenti Bono 1.12 e 1.11, mentre è favorevole sugli identici emendamenti Boato 1.25 e 1.42 della Commissione, nonché sull'emendamento Garra 1.1. Il parere è contrario sull'emendamento Garra 1.2 ed è favorevole sull'emendamento Garra 1.9. Il parere è contrario sugli emendamenti Lo Presti 1.23 e Cangemi 1.21, nonché sugli identici emendamenti Cangemi 1.22 e Moroni 1.51. Il parere è favorevole sugli identici emendamenti Boato 1.26 e 1.43 della Commissione. Invito al ritiro dell'emendamento Boato 1.37, mentre il parere è contrario sull'emendamento Bono 1.13. Invito al ritiro dell'emendamento Gardiol 1.55. Il parere è contrario sugli emendamenti Calderisi 1.32 e Bono 1.16 e 1.14. Il parere è favorevole sull'emendamento 1.44 della Commissione e sull'emendamento Garra 1.6, se riformulato sostituendo le parole: «dei componenti» con le parole: «dei suoi componenti», nonché sugli identici emendamenti Boato 1.27 e 1.45 della Commissione. Il parere è contrario sugli emendamenti Bono 1.15 e 1.17, nonché sugli emendamenti Calderisi 1.34 e Garra 1.3. Il parere è favorevole sull'emendamento Zeller 1.50 (Nuova formulazione), riformulato nel senso di sostituire «premettere le parole» con «aggiungere le parole», così come è previsto nella prima parte dell'emendamento Calderisi 1.33; l'emendamento Zeller 1.50 (Nuova formulazione) diventerebbe quindi sostanzialmente identico alla prima parte dell'emendamento Calderisi 1.33 ed il parere è favorevole su entrambi.
PRESIDENTE. Onorevole Zeller, è d'accordo?
KARL ZELLER. Sì signor Presidente.
ANTONIO DI BISCEGLIE, Relatore. Il parere è favorevole sugli identici emendamenti Boato 1.28 e 1.46 della Commissione. Il parere è altresì favorevole sulla prima parte dell'emendamento Calderisi 1.33, mentre è contrario sulla seconda parte, che inizia con la parola «Conseguentemente». Invito al ritiro degli emendamenti
Bono 1.19 e Boato 1.29. Il parere è favorevole sull'emendamento 1.47 (Nuova formulazione) della Commissione. Invito al ritiro dell'emendamento Bono 1.18. L'emendamento Boato 1.59 risulta assorbito dall'emendamento 1.47 (Nuova formulazione) della Commissione e quindi vi è un invito al ritiro. Il parere è favorevole sull'emendamento Garra 1.4. Invito al ritiro degli emendamenti Garra 1.5 (Nuova formulazione), Zeller 1.35 (Nuova formulazione) e 1.36. Il parere è contrario sugli identici emendamenti Moroni 1.52 e Cangemi 1.57. Invito al ritiro dell'emendamento Cappella 1.40, mentre il parere è favorevole all'emendamento Garra 1.7, se riformulato sostituendo le parole: «dei componenti» con le parole: «dei suoi componenti».
PRESIDENTE. È d'accordo, onorevole Garra?
GIACOMO GARRA. Sì signor Presidente.
ANTONIO DI BISCEGLIE, Relatore. Il parere è favorevole sull'emendamento Garra 1.8, mentre è contrario sugli identici emendamenti Moroni 1.53 e Cangemi 1.58, nonché sull'emendamento Valducci 1.20. Come ho già detto, invito al ritiro dell'emendamento Garra 1.38. Infine, il parere è favorevole sugli identici emendamenti Boato 1.30 e 1.48 della Commissione, nonché sugli identici emendamenti Boato 1.31 e 1.49 della Commissione.
PRESIDENTE. Il Governo?
ANTONIO MACCANICO, Ministro per le riforme istituzionali. Il Governo concorda con il parere della Commissione.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione degli identici emendamenti Boato 1.24 e 1.41 della Commissione.
RICCARDO MIGLIORI. Signor Presidente, vorrei da parte dei colleghi della maggioranza, del relatore e del Comitato dei nove un'attenzione adeguata alla gravità delle affermazioni che farò relativamente al prosieguo del confronto su una materia tanto delicata di rango costituzionale.
le modifiche statutarie inerenti la regione Sicilia, sulle quali grosso modo concordiamo; speriamo che nel tempo che ci separa dall'esame dell'articolo 2 (che non avverrà presumo questa sera) il relatore ed i colleghi della maggioranza valutino la gravità di un atteggiamento che, continuando a far prevalere elementi di tenuta della maggioranza, confligge con lo spirito di confronto libero da qualsiasi ipoteca di schieramenti sui temi di natura squisitamente costituzionale.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Caveri. Ne ha facoltà.
LUCIANO CAVERI. Signor Presidente, credo che sia sufficiente guardare la mia presenza in quest'aula - unico valdostano su 630 deputati - per capire che è molto difficile da parte mia mostrare i muscoli rispetto a chissà quale maggioranza.
PRESIDENTE. Davide vinse Golia: non si butti giù così!
LUCIANO CAVERI. Naturalmente, spero di essere come Davide contro Golia, ma devo dire di aver trovato, all'interno del Comitato dei nove e nell'ascolto da parte della maggioranza, tutte quelle considerazioni che hanno portato alla soluzione di un problema che non si è mai posto al Comitato ristretto.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Calderisi. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE CALDERISI. Signor Presidente, parlerò a titolo personale. Mi associo alle considerazioni del collega Migliori per far presente a tutti i colleghi che vi è una grave contraddizione tra il contenuto del provvedimento al nostro esame ed il suo titolo. Tale titolo parla di disposizioni concernenti l'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale e delle province di Trento e di Bolzano.
farò ulteriori osservazioni. Ritengo, però, che questa osservazione di carattere generale debba essere tenuta presente perché è un problema di fondo che riguarda l'intero testo della proposta di legge.
GIACOMO GARRA. Chiedo di parlare per una precisazione.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIACOMO GARRA. Signor Presidente, la stampa valdostana ha dato notizia dell'appoggio di forza Italia, per il mio tramite, alle proposte dell'onorevole Caveri. Ho dovuto fare una smentita tramite la stampa perché quella notizia è assolutamente infondata.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Onorevole Fioroni, la prego di prendere posto, così può votare anche lei ed esercitare un suo diritto.
(Presenti 304
Colleghi, dobbiamo ora passare all'emendamento 1.60 della Commissione, collegato per tema agli emendamenti Matranga 1.10, Garra 1.39 (Nuova formulazione), agli identici emendamenti Serafini 1.54 e Rizza 1.56 e Garra 1.38.
ANNA MARIA SERAFINI. Signor Presidente, la proposta avanzata dall'onorevole Di Bisceglie, a nome del Comitato dei nove, appare un convincente punto di sintesi del dibattito presente tra le deputate e in molte donne sia della maggioranza che dell'opposizione e, più in generale, tra molti nostri colleghi.
dell'articolo 51 della Costituzione, in materia di accesso agli uffici pubblici ed alle cariche elettive.
formale, può offrire il contesto entro cui muoversi. Il secondo comma implica un'azione per pervenire ad una qualificazione concretamente paritaria del primo comma che riguarda l'uguaglianza formale. Ma ciò non è sufficiente e per questo occorre modificare il primo comma dell'articolo 51.
PRESIDENTE. Colleghi, l'onorevole Serafini, che è appena intervenuta, ha parlato per otto minuti; poiché si tratta di un dibattito articolato, come ho detto in precedenza, tutti coloro che interverranno potranno farlo per lo stesso tempo.
CRISTINA MATRANGA. Accogliendo l'invito del relatore, non insisto per la votazione del mio emendamento, anche perché il relatore e il Governo dimostrano di aver accettato sostanzialmente la posizione del Polo e in particolare la mia posizione .
prese le decisioni, nelle stanze dove si fa politica, nelle stanze, per intenderci bene, dove si divide il potere.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizza. Ne ha facoltà.
ANTONIETTA RIZZA. Anch'io accolgo l'invito del relatore a convergere sul testo della Commissione. È evidente la necessità di una modifica costituzionale che si inserisca in una fase di riforme che rendono urgente e vistoso in Italia il problema della democrazia paritaria.
fare degli ulteriori passi in avanti e quindi aprire realmente e non fittiziamente questo dibattito. Non basta più affermare la semplice uguaglianza dei sessi; è necessario che la legge promuova effettive condizioni di eguaglianza, realizzando concretamente azioni positive tali da attuare una democrazia realmente paritaria.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Prestigiacomo. Ne ha facoltà.
STEFANIA PRESTIGIACOMO. Credo che oggi il nostro sistema politico sia molto lontano dall'offrire le stesse possibilità agli uomini e alle donne e che ci troviamo dinanzi ad una prassi non scritta, ad un costume, ad una cultura politica che violano nei fatti lo spirito della Costituzione ed il suo dettato di eguaglianza. Penso quindi che a noi donne parlamentari spetti in ogni occasione di sollevare questo problema e quindi porre alla Camera questo nodo da sciogliere.
riconosco il nostro emendamento. Per un fatto di giustizia vorrei però fare un'annotazione che più che polemica è, se volete, amara.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole De Simone. Ne ha facoltà.
NICOLA BONO. Ma parlano solo donne?
ALBERTA DE SIMONE. Vorrei partire proprio dall'intervento dell'onorevole Prestigiacomo per chiarire che la convergenza di tutte le parlamentari sull'emendamento della Commissione - sembra di tutti i gruppi - è sicuramente un dato positivo di questa discussione. Vorrei anche chiarire, in maniera sintetica ma netta, che le donne della sinistra non sono a rimorchio di alcuno e non sono ipocrite (Commenti del deputato Prestigiacomo).
costituzionale eravamo e siamo convinte che bisognava assicurare lo stesso livello di alta qualità che all'epoca vi fu.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Garra. Ne ha facoltà.
GIACOMO GARRA. Signor Presidente, il mio intervento parte dall'illustrazione dell'emendamento 1.39 (Nuova formulazione), di cui sono primo firmatario, ed intende evidenziare la bontà del principio innovativo ad esso sotteso; il mio emendamento è similare all'emendamento Matranga 1.10 e non all'emendamento Serafini 1.54.
primo firmatario? Analogamente, qual è il senso del mio emendamento 1.38?
dichiaro di ritirare il nostro emendamento 1.39 (Nuova formulazione), allo scopo di consentire un'approvazione larghissima dell'emendamento 1.60 della Commissione. Ritengo che anche questo rappresenterà un valido apporto per varare, come auspico, il più rapidamente possibile la proposta di legge al nostro esame.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Moroni. Ne ha facoltà.
ROSANNA MORONI. Signor Presidente, il gruppo comunista aveva già espresso un voto favorevole su un emendamento di contenuto analogo a quello in esame, presentato dalla Commissione, che recepisce i nostri intendimenti e che, a differenza degli emendamenti a prima firma Garra e Matranga, non confligge con la sentenza della Corte costituzionale n. 422 del 1995. Quel voto favorevole da parte nostra era stato espresso in occasione del dibattito sull'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto ordinario: pur riconoscendo, infatti, i limiti di una previsione normativa riferita soltanto a quindici regioni, intendevamo con quel voto dare al paese un segnale della determinazione ad affrontare un limite palese della nostra democrazia e dell'impegno a procedere in tempi brevi ad una revisione costituzionale che mettesse mano alla materia in modo organico.
realtà. Certo è che la battaglia più impegnativa dovremo condurla nella società e senza incertezze, consapevoli che la partecipazione femminile alla vita politica non è un'esigenza delle donne, ma della democrazia (Applausi dei deputati del gruppo comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Massidda. Ne ha facoltà.
PIERGIORGIO MASSIDDA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, colgo l'occasione per ricordare alcuni dati ISTAT, secondo i quali le donne costituiscono il 50 per cento dei votanti.
MAURA COSSUTTA. Di più, Massidda!
PIERGIORGIO MASSIDDA. Dal momento che le istituzioni rappresentano la società, mi spiegate perché non dovremmo garantire che nelle istituzioni ci sia il giusto equilibrio tra i sessi? Si tratta di parole semplicissime, che vanno al di là di tutte le vostre architetture verbali per dare una giustificazione a ciò che, invece, è stato un atto del quale non dovreste sentirvi orgogliosi. Ciò per il semplice motivo che la collega De Simone, che ha la mia stima e che so essere sincera nell'esprimere i concetti, poc'anzi ha tralasciato che c'era un emendamento a prima firma dell'onorevole Matranga che chiariva tutto. Voi siete state costrette a presentare un altro emendamento, ritardando i tempi della Commissione e costringendola a presentarne un altro: alla faccia del rispetto reciproco e del rispetto tra i sessi! Questa è pura partitocrazia, questa è la verità (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia)! Siccome il dato essenziale è che si è raggiunto un accordo e che, fortunatamente, l'emendamento 1.60 della Commissione, che assorbe i precedenti, è sicuramente chiaro e procede sulla strada che avevamo già tracciato con l'emendamento Matranga, daremo il nostro voto favorevole. Tuttavia, per cortesia, non dateci più lezioni di stile, di capacità e di storia; guardate al presente e al futuro. Per il momento avete fatto partitocrazia perché volevate avere una visibilità che non vi siete conquistati con atti concreti (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fontan. Ne ha facoltà.
ROLANDO FONTAN. Signor Presidente, il principio del quale si discute in questa sede, vale a dire il fatto di offrire la possibilità al mondo femminile di partecipare alla politica, è sicuramente positivo e noi della lega nord lo abbiamo sempre sostenuto e lo sosterremo anche in questo frangente votando a favore dell'emendamento 1.60 della Commissione.
nel panorama politico e partitico italiano una chiusura nei confronti delle donne; pertanto, pur condividendo il principio, torno ad evidenziare la strumentalizzazione che ne è stata fatta.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bono. Ne ha facoltà.
NICOLA BONO. Signor Presidente, davanti a tanto grigio appiattimento, mi chiamo fuori ed esprimo un'opinione...
PRESIDENTE. Non avevo dubbi, onorevole Bono.
NICOLA BONO. ...contraria su questo emendamento e su questa impostazione. Lo faccio perché ho rispetto della democrazia e dell'intelligenza dei parlamentari e per un principio assoluto di onestà intellettuale.
ANTONIO SODA. Sì!
NICOLA BONO. Se è così, il nodo da affrontare è eliminare ciò che impedisce alle donne di esercitare tale possibilità di rappresentanza.
deputati del Polo. Gli interventi dei colleghi della sinistra sono apparsi sofferti nella spiegazione articolata dei passaggi costituzionali e delle ricadute oggettive. La verità è che si sta approvando una norma e si vota a favore affinché poi non si dica che si è votato contro, questo è il punto politico. Nessuno però in quest'aula è obiettivamente convinto che si tratti di una soluzione corretta che affronta, rimuove e risolve il problema, tutt'altro. Allora, o stiamo votando una norma che stabilisce un principio che reputo aberrante poiché stabilisce un'oggettiva distorsione della rappresentatività istituzionale, in quanto basata su un dato quantitativo di obbligatorietà di rappresentanza per sesso, ovvero si tratta, come io penso, di una norma manifesto, di una norma scritta perché si affermi un principio generale e astratto del tutto privo di contenuti, di ricadute e di effetti. A maggior ragione voto contro un'impostazione di effetto annunzio che offende il nostro alto e nobile ruolo di legislatori.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Zeller. Ne ha facoltà.
KARL ZELLER. Signor Presidente, annuncio il voto favorevole della Südtiroler Volkspartei all'emendamento 1.60 della Commissione con l'auspicio che il principio venga introdotto non solo negli statuti speciali ma per ogni consultazione elettorale di qualsiasi tipo. Sarebbe infatti assurdo prevedere una normativa di favore solo negli statuti speciali.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Valetto Bitelli. Ne ha facoltà.
MARIA PIA VALETTO BITELLI. Signor Presidente, faccio una breve premessa, per dire che la questione in esame accompagna il nostro dibattito già da alcuni mesi; fin dai lavori della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, a livello trasversale le parlamentari avevano proposto un emendamento volto a superare e sostanzialmente ad eliminare lo sgradevole problema delle quote di partecipazione femminile alla politica e inserire nella Costituzione, con azioni positive, il principio del riequilibrio della rappresentanza.
Fatta tale premessa, vorrei riprendere il tema svolto dal collega Bono, ovvero se vi sia qualcosa che ostacoli la presenza e la partecipazione delle donne - di tutte le cittadine - alla vita politica. Ebbene, vi è sicuramente qualcosa che ostacola tale partecipazione: i tempi della vita politica, i suoi riti ed il tipo di attività non sono assolutamente conciliabili con la vita di una donna che voglia armonizzare i tempi del lavoro con quelli di cura della famiglia.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pozza Tasca. Ne ha facoltà.
ELISA POZZA TASCA. Signor Presidente, vorrei invitare i colleghi ad uscire un po' dal contesto del nostro paese ed a confrontarsi anche con altre realtà. Vorrei che avessimo il coraggio di capire ciò che altri paesi hanno fatto in questi anni.
ai colleghi della maggioranza - non solo nell'ottica dell'equilibrio della rappresentanza, ma anche perché credo che l'aggregazione su questi temi possa risultare vincente. Vorrei allora portare l'esempio di Jospin, che in Francia, dopo una difficile gestazione, è riuscito a costituzionalizzare il principio dell'eguale accesso di uomini e donne alle cariche elettive. È stato un percorso difficile, egli ha scommesso sulle donne, su quella maggioranza dell'elettorato che in genere costituisce anche la maggioranza dell'astensionismo. Lo ha fatto coinvolgendo tutto il paese, perché questo è un discorso che deve spaziare al di fuori degli ambiti istituzionali, dei contesti parlamentari. Lo ha fatto promuovendo su questi temi una vera e propria rivoluzione culturale, anche attraverso un impegno corale del Governo e del Parlamento che poi è stato premiato nell'urna.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, insieme al relatore Di Bisceglie, al presidente Cananzi e ad altri colleghi della Commissione abbiamo contribuito a definire questo emendamento il quale stabilisce che, al fine di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi, la legge regionale promuove condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali. Esso rappresenta un giusto punto di equilibrio e quindi annuncio il voto favorevole dei verdi (Applausi dei deputati del gruppo misto-verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Acierno. Ne ha facoltà.
ALBERTO ACIERNO. Signor Presidente, intervengo per annunciare il mio voto contrario su questo emendamento, che ritengo soltanto demagogico ed assolutamente privo del contenuto che, invece, tanti interventi svolti in quest'aula vorrebbero attribuirgli. È materialmente impossibile, pur approvando questo emendamento, garantire la rappresentanza alle donne nelle istituzioni. Non è vero, infatti, che in Europa noi abbiamo mandato solo 10 donne: sono 10 le donne che sono state elette, ma ne sono state candidate molte di più. Non è vero che all'assemblea regionale era candidata un solo consigliere donna! La realtà è che le candidate donne erano tante, ma una sola è stata eletta. Nessuna legge può prevedere che una donna venga eletta: questo è un principio che va chiarito in quest'aula.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fei. Ne ha facoltà.
SANDRA FEI. Presidente, partirò dall'intervento del collega Acierno che ha appena terminato di parlare, per dire al collega che ha ragione su una cosa: non bisogna certo pretendere che le donne abbiano la garanzia di essere elette.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Procacci. Ne ha facoltà.
ANNAMARIA PROCACCI. Signor Presidente, ho firmato entrambi gli emendamenti dell'opposizione e della maggioranza che pongono il principio dell'equilibrio della rappresentanza dei sessi.
meglio, di un certo modo di fare politica che ha allontanato le donne. Un modo aspro, forse spesso strumentale e - lasciatemelo dire - logorroico che forse non appartiene alla stragrande maggioranza delle donne. Però, pur essendo una questione complessa e il nostro paese in ritardo, credo che una norma sia necessaria; per questo voglio esprimere il mio consenso, così come ho fatto apponendo la mia firma a tutti gli emendamenti che affermavano il principio dell'equilibrio della rappresentanza tra i sessi. Vorrei davvero fossimo capaci, colleghi, più che di aggrapparci alle parole, di analizzare le esperienze di altri paesi dell'Europa - cui ormai apparteniamo - che ci parla con le cifre un linguaggio assai chiaro. Vorrei che questa sera da questa Assemblea emergesse un nostro ulteriore avvicinamento all'Europa anche per quanto riguarda la politica verso le donne, o meglio, verso le persone.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Parenti. Ne ha facoltà.
TIZIANA PARENTI. Signor Presidente, essendo firmataria dell'emendamento che è stato sintetizzato nell'emendamento 1.60 della Commissione, non posso che esprimere, anche a nome dei socialisti italiani, un parere fortemente positivo su di esso. Registro positivamente il diverso clima che oggi si respira alla Camera rispetto a poco tempo fa, quando avremmo dovuto approvare l'emendamento relativo alle regioni a statuto ordinario. Allora, come ricorderete, vi fu una grande frattura anche nel mondo delle donne presenti in Parlamento. La pazienza e la costanza con cui ci siamo confrontate ci ha consentito di superare una problematica che appariva irrisolvibile e credo che ciò rappresenti un fatto positivo.
per meriti piuttosto che per clientele, come ancora avviene per la scelta delle liste elettorali, o per compiacenze, spesso anche molto poco trasparenti.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nania. Ne ha facoltà.
DOMENICO NANIA. Siamo d'accordo, e lo abbiamo detto in più occasioni, sul favorire, sull'incrementare in tutti i modi la partecipazione delle donne alla politica. Questo è uno dei profili più importanti che noi intendiamo ribadire perché dal nostro punto di vista non soltanto la politica merita le donne, ma le donne rappresentano una risorsa per la politica. Non si tratta, come la sinistra è abituata ad impostare il problema, di creare condizioni di equilibrio o di parità, ma si tratta di non sprecare risorse. La politica è un campo cui occorre che le donne partecipino in misura sempre più consistente, perché se la politica è dedizione, è onestà, è trasparenza, è senso di responsabilità, è impegno nella costruzione delle nuove generazioni sulla base di determinati valori, le donne hanno molto da dire e molto da fare. Dal nostro punto di vista questo è il dato culturale di partenza, di fronte al quale vediamo in campo due tesi. La prima è quella (che anche qualche mio collega, ad esempio l'onorevole Bono, ha sostenuto con forza) secondo cui, non essendoci formalmente alcun impedimento alla partecipazione delle donne nella politica, si dice «lasciamo fare al decorso del tempo; prima o dopo parteciperanno in misura più cospicua».
- dell'elemento femminile, chi proporrà le donne nella lista bloccata, il partito popolare, i democratici di sinistra, i socialisti democratici, rifondazione comunista? Si tratta cioè di porre il problema della quota di riequilibrio e di rappresentanza nel listino bloccato.
PRESIDENTE. Colleghi, sono le 18,10 e vi sono altre cinque dichiarazioni di voto. Ricordo che la seduta si sarebbe dovuta concludere alle 18; possiamo ancora andare avanti nei lavori, senza separare le dichiarazioni di voto dal voto sull'emendamento 1.60 della Commissione, ma vi prego di essere succinti nell'esposizione.
FRANCESCO PAOLO LUCCHESE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi non stiamo parlando del sesso degli angeli, ma del sesso della nostra umanità, e non c'è dubbio che i sessi nella nostra umanità sono rappresentati in modo paritario, al 50 per cento. Mi pare ovvio, quindi, che venga assicurato un equilibrio nella rappresentanza politica dei due sessi.
sessi, mentre l'emendamento 1.60 della Commissione mi sembra più sfumato e meno congruo a definire tali criteri; infatti, esso stabilisce che la «legge promuove condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali». Sulla base di tale principio, si deve poi decidere come assicurare una rappresentanza equilibrata; mi sembra, poi, che vi siano alcuni dubbi di applicabilità, come è emerso da alcuni interventi.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Buontempo. Ne ha facoltà.
TEODORO BUONTEMPO. Signor Presidente, credo che in un paese civile e democratico si debba assicurare che non vi siano discriminazioni religiose, politiche, ideologiche, tra i sessi.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nardini. Ne ha facoltà.
MARIA CELESTE NARDINI. Signor Presidente, fino a pochi minuti fa mi era parso davvero di trovarmi ancora di fronte ad un dibattito virtuale rispetto a questioni grandi e serie.
Il nostro gruppo si asterrà, ma lo farà perché non si può votare contro questo principio. Il nostro però è un voto sostanzialmente contrario che non riguarda l'equilibrio della rappresentanza di genere (chi conosce il nostro pensiero per aver seguito i nostri dibattiti è ben consapevole che da tempo abbiamo posto tale questione). È del tutto evidente, però, che la questione va posta in altro ambito: non so se l'occasione per affrontarle potrà essere quella dell'esame dell'articolo 51, probabilmente sì, tuttavia credo che la questione squisitamente costituzionale non sia di poco conto; ritengo, anzi, che sia venuto il tempo di metterla all'ordine del giorno della Commissione affari costituzionali e dell'intero Parlamento. Facevo riferimento, però, ad una discussione di tipo virtuale, perché l'intervento dell'onorevole Nania ha reso del tutto chiaro, esplicito ed evidente cosa succederà. Nania, infatti, si chiedeva chi si prenderà il carico delle donne: si è così disvelato come, di fatto, la rappresentanza di genere divenga un peso, qualcosa che evidentemente all'interno di alcuni partiti non è tollerato, è di ingombro.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Trantino. Ne ha facoltà.
ENZO TRANTINO. Signor Presidente, vi sono argomenti come questo che non consentono di fare riferimento a discipline di partito, ma reclamano libertà di coscienza e di valutazione. La collega che mi ha preceduto ci invitava a chiederci perché le donne non partecipano alla vita politica e la risposta è subito pronta: perché si fa di tutto per non partecipare. Quindi, se da un lato vi è una frustrazione della donna, che si assenta, dall'altro lato vi è una condizione oggettiva di difficoltà che non ne consente la presenza.
nei reati di corruzione, significa che le donne mostrano un'alta capacità di moralità nella gestione della cosa pubblica, una maggiore barriera di anticorpi etici. Dobbiamo convenire che l'elezione rappresenti un fatto successivo, agevolando prima la possibilità della partecipazione.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzi. Ne ha facoltà.
CESARE RIZZI. Signor Presidente, sono pienamente d'accordo con il mio collega della lega che ha dichiarato di voler votare a favore dell'emendamento in esame. Dirò di più: personalmente sarei ben lieto di vedere un 50 per cento di donne in Parlamento. Guarda caso, da oltre tre anni, da quando siediamo in quest'aula si sente un'esigenza di riequilibrio tra i sessi.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mussolini. Ne ha facoltà.
ALESSANDRA MUSSOLINI. Signor Presidente, sono contraria a tutte le motivazioni addotte sull'argomento dai miei colleghi di alleanza nazionale. Esprimo, quindi, il mio voto favorevole sull'emendamento, ma vorrei fare di più: esprimere il mio «voto contrario» al loro «contro». Sono veramente offesa dalle motivazioni che sono state portate a sostegno della presenza delle donne nelle istituzioni e in Parlamento. Ognuno si faccia i fatti propri (Applausi della deputata Matranga)! Alla donna spetta di essere in Parlamento di diritto, non ci dovete dire voi perché noi dovremmo entrare qui, parlando di questione morale o sociale: siamo qui perché rappresentiamo il 52 per cento delle elettrici. Ecco perché (Applausi delle deputate Aprea e Matranga)! Se ciò non bastasse, e non basta, visto che sentiamo che le motivazioni addotte sono avvilenti, entreremo per legge. Ebbene, lo faremo perché già abbiamo fatto passare, con il contributo di tutte le donne parlamentari, il famoso emendamento «rosa» che penalizza i partiti. Se non vi sarà la partecipazione
attiva delle donne in politica, se non ci sarà lo spazio alle prossime elezioni, entreremo per legge. Vedremo quanti presidenti di regione saranno donne e poi ci faremo quattro risate (Applausi di deputati del gruppo di forza Italia)!
RAFFAELE CANANZI, Presidente della I Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RAFFAELE CANANZI, Presidente della I Commissione. Signor Presidente, intervengo soprattutto riguardo all'intervento del collega Nania per chiarire che l'emendamento della Commissione detta soltanto la promozione di condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali. Quindi, esso non affronta la questione delle quote o dell'inserimento nelle liste elettorali. Pertanto, si può affrontare il dato dell'accesso attraverso una forma legislativa che promuova la presenza femminile nella politica. La questione - lo dico anche con riguardo all'articolo 51 della Costituzione - è che il legislatore in questi casi può intervenire solo fino ad un certo punto, perché il problema è fondamentalmente di carattere culturale. La legge può aiutare questo processo, ma non può risolvere il problema.
DOMENICO NANIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Onorevole Nania, non è possibile un dibattito sul tema. Tuttavia, le concederò un minuto di tempo. Ha facoltà di parlare.
DOMENICO NANIA. Signor Presidente, dopo la precisazione del presidente della Commissione, che ha escluso un'incidenza diretta dell'emendamento sulla materia elettorale, poiché si determinano soltanto le precondizioni in tale ambito, esprimeremo un voto favorevole (Applausi di deputati del gruppo di alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Sono pertanto preclusi gli identici emendamenti Serafini 1.54 e Rizza 1.56 e l'emendamento Garra 1.38.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Migliori. Ne ha facoltà.
Dopo un avvio positivo della discussione che ha portato ormai quasi a conclusione la riforma per l'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano, il gruppo di alleanza nazionale è stato costretto ad abbandonare i lavori del Comitato ristretto in sede di Commissione affari costituzionali a seguito della modifica dell'atteggiamento dei colleghi della maggioranza in merito alla norma transitoria inerente l'elezione del presidente della regione Valle d'Aosta dopo che la stragrande maggioranza dei colleghi aveva approvato un emendamento coerente con il titolo di questo provvedimento, che non a caso recita: «Disposizioni concernenti l'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano», sulla base di un'insistenza politica, oserei dire di un ricatto politicamente legittimo ma per noi, estranei alla maggioranza, inaccettabile, del collega Caveri il quale ha minacciato l'uscita dalla maggioranza e addirittura la modifica della maggioranza nella regione Valle d'Aosta.
Si tratta di un atteggiamento da censurare perché estraneo al corretto confronto parlamentare tra maggioranza ed opposizione sui temi di natura costituzionale e perché fa prevalere una logica discriminante che privilegia la tenuta della maggioranza rispetto agli obiettivi di natura complessiva di rinnovamento delle istituzioni. Essa inoltre non innova relativamente alla forma elettorale, neppure in modo transitorio, per la regione Valle d'Aosta ed introduce elementi di grave preoccupazione per quanto riguarda l'affidabilità della maggioranza nel prosieguo del confronto.
Ho fatto questa premessa per annunciare ai colleghi che valuteremo con grande attenzione l'articolo 1 che riguarda
Se dovessimo verificare che questa pausa di riflessione non ha comportato modifiche, ci troveremmo costretti ad assumere, immagino non da soli, una posizione di opposizione ferma al prosieguo dell'iter del provvedimento.
Porgo queste mie riflessioni ai colleghi della maggioranza affinché ne facciano buon uso per evitare di rompere un legame ed un confronto che fino ad oggi hanno dato risultati positivi perché altrimenti sarebbe una grave responsabilità (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Il Comitato ristretto aveva prodotto un testo nel quale si prevedeva, per la Valle d'Aosta, semplicemente il mantenimento di quanto previsto dall'articolo 33 dello statuto per l'elezione del consiglio. Sarà poi il consiglio della Valle a decidere, in futuro, quale formula prescegliere per la forma di Governo.
Debbo dire che questa è l'origine anche di una richiesta specifica espressa dal consiglio regionale della Valle d'Aosta. Lo stesso ministro Maccanico ha ascoltato, per la prima volta a marzo, la richiesta del consiglio della Valle, espressa dal presidente del consiglio regionale e dal presidente della giunta.
Per questo motivo, posso dire con molta tranquillità all'onorevole Migliori che è legittima ogni tattica politica - specie da parte di alleanza nazionale, che conta molto a Roma, ma conta molto poco ad Aosta - ma non vi è possibilità di intimidazione, almeno nei miei confronti. Sono qui come portavoce di una posizione largamente unitaria del consiglio regionale della Valle d'Aosta e, visto che per dieci mesi abbiamo detto che esiste un legame pattizio a fondamento degli statuti delle regioni autonome, sono qui per rivendicare in maniera molto umile l'esistenza di tale aspetto pattizio, fondato su un profilo meramente politico.
Invece, nel testo si parla di elezione diretta soltanto in Sicilia; per le altre regioni, vi sono le norme transitorie che, però, non giustificano il titolo della proposta di legge; per la Valle d'Aosta non vi sono neppure le norme transitorie.
Mi limito a segnalare questo fatto. Quando poi discuteremo degli emendamenti,
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti, Boato 1.24 e 1.41 della Commissione, accettati dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
Votanti 294
Astenuti 10
Maggioranza 148
Hanno votato sì 294
Sono in missione 25 deputati).
Come ho già detto, darò la parola sul complesso di tali emendamenti, in modo che non vi siano problemi di preclusione per gli altri successivi interventi.
Passiamo, con queste precisazioni, alla votazione dell'emendamento 1.60 della Commissione.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Serafini. Ne ha facoltà.
Nel presentare l'emendamento con le colleghe del centro-sinistra, siamo state mosse da alcuni dubbi, da molte preoccupazioni e da qualche convincimento.
I dubbi riguardavano l'eventualità di ripercorrere un dibattito viziato spesso da pregiudizi e da una rappresentazione eminentemente corporativa dell'equilibrio della rappresentanza tra i sessi. Ma sui dubbi hanno prevalso alcune preoccupazioni. Perché nel nostro paese cresce, di elezione in elezione, l'astensionismo femminile? Perché a cinquant'anni dalla conquista da parte delle donne del diritto di voto questo diritto non appare più smagliante, anzi, si è appannato come strumento di partecipazione delle donne alla vita politica? Cos'è che restringe il numero delle donne presenti sulla scena politica nelle città, nelle regioni, in misura tale che si può parlare di un vero e proprio «rachitismo politico», in rapporto all'estensione del numero di donne nel mercato del lavoro e dell'istruzione? Da cosa è data questa forbice che fa scivolare l'Italia al cinquantesimo posto per presenza delle donne nelle istituzioni rispetto agli altri paesi del mondo? Soprattutto, esiste una relazione e, se c'è, in che senso, tra scarsa presenza delle donne nelle istituzioni e astensionismo femminile? Sono queste le preoccupazioni e le domande che stanno anche alla base della presentazione da parte dell'onorevole Mancina e di altri colleghi della proposta di legge costituzionale che chiede la modifica
Il nostro gruppo, insieme ad altri, ha chiesto, dopo un appassionante dibattito dedicato proprio a questo tema, di poter mettere in calendario questa proposta di legge e finalmente l'iter è stato avviato. Lo riteniamo un passo decisivo al fine di affrontare in modo corretto ed efficace le disposizioni concernenti l'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale. Tale passo è decisivo perché il provvedimento di oggi, seppure riguardante alcune regioni, può non essere solo parziale, perché anticipatore di una revisione più generale della Costituzione, ma può essere anche decisivo perché può costituire la prima risposta positiva e concreta alla sentenza della Corte costituzionale che il 6 settembre 1995 dichiarò illegittime alcune parti delle leggi che riguardavano l'equilibrio della rappresentanza, in particolare delle leggi relative all'elezione diretta del sindaco ed alle elezioni per la Camera ed alle leggi elettorali regionali del Trentino-Alto Adige, del Friuli-Venezia Giulia e della Valle d'Aosta. È importante che oggi noi possiamo riprendere insieme un cammino e dare una risposta positiva alle motivazioni che la Corte costituzionale ha addotto per dichiarare quelle norme incostituzionali. Possiamo dare una risposta positiva se ci avviciniamo in modo aperto a quelle motivazioni ed all'evoluzione della nostra democrazia.
La Corte, nel dichiarare illegittime quelle norme, ha fatto riferimento ad un'interpretazione dell'articolo 3, secondo comma, e dell'articolo 51, primo comma, della Costituzione in base alla quale - cito dal punto 5 della sentenza - la norma «secondo cui è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica del paese, non potrebbe che riferirsi, ad avviso dell'emittente» - si legge sempre nella sentenza - «agli ostacoli di ordine materiale, la cui esistenza vanifica o limita per taluni i diritti astrattamente garantiti a tutti, ma non ai pregiudizi e agli atteggiamenti di sfavore da cui taluni o molti possono essere affetti nei confronti di persone appartenenti ad un sesso, ad una data razza, religione o madrelingua. Sotto questo profilo» - prosegue la Corte - «non sembra esservi nessuna differenza tra l'escludere uno dei due sessi da determinati uffici o cariche e prevederne in modo obbligatorio la presenza, ove questa non sia richiesta da esigenze oggettive». Ecco, questo è il primo passaggio che portò a dichiarare illegittime quelle norme, ma la Corte prosegue affermando, nella stessa sentenza, che «analoghe considerazioni vengono espresse per quanto riguarda l'eguaglianza nell'accesso alle cariche elettive proclamata dall'articolo 51, primo comma. Al riguardo il Consiglio di Stato osserva che il costituente ha ritenuto opportuno precisare che il diritto di accesso alle cariche ed agli uffici si riferiva a cittadini dell'uno o dell'altro sesso, ma, acquisito ciò, non può ritenersi che uguaglianza dei sessi nelle cariche elettive significhi qualcosa di diverso dall'indifferenza del sesso ai fini considerati nella disposizione costituzionale e, in particolare, che detta eguaglianza sia qualcosa che debba essere attuata mediante la positiva previsione del sesso come condizione di accesso alle cariche elettive». Ecco, queste sono, in sintesi - la sentenza è infatti lunghissima -, le motivazioni addotte dalla Corte costituzionale e in quanto tali sono da valutare con estrema attenzione. Prendendo anche in considerazione altre argomentazioni della suddetta sentenza, ci chiediamo come si risolva la tensione tra eguaglianza formale, ovvero una eguaglianza di per sé inidonea a garantire ai cittadini pari opportunità ed eguali diritti, almeno nelle disposizioni di partenza anche in sede di elettorato attivo e passivo, e il secondo comma dell'articolo 3.
Il secondo comma, proprio perché non può essere una inutile ripetizione del primo e cioè del principio dell'uguaglianza
I costituenti, scrivendo che tutti i cittadini, dell'uno e dell'altro sesso, possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, compivano un grande passo avanti. Infatti, allora alle donne era precluso non solo il diritto di voto ma anche la possibilità di accedere a funzioni e cariche.
Oggi si tratta di compiere un passo in più e operare affinché quel «possono» sia concretamente possibile. Per questo è fondamentale che sia avviato l'iter della revisione costituzionale dell'articolo 51.
L'emendamento della Commissione risponde positivamente ai quesiti posti allora dalla Corte costituzionale e a quelli che noi oggi ci poniamo.
Colleghi e colleghe, credo che nessuna donna, o nessuna eletta, pensi oggi che il problema del rapporto donne-politica si risolva esclusivamente concedendo più spazio alle donne, magari a quelle più obbedienti, o promuovendole come gruppo perché tanto individualmente non avranno mai il profilo politico di un uomo.
Questo emendamento serve soltanto a porre tutti i cittadini in condizioni paritarie e con eguali diritti nell'accesso alle consultazioni elettorali. Con tale emendamento infatti non si individua né il numero delle candidate né quello delle elette, né ci dice quali atti possono promuovere condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali: il che spetta all'autonomia delle singole regioni. Esso è importante perché non nasconde la ferita e la fa propria: sanarla spetta a tutti noi, facendo del nostro un paese moderno.
La discussione della proposta cui ci siamo riferiti è la strada per riprendere insieme un cammino (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo).
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Matranga. Ne ha facoltà.
Vorrei comunque che rimanga agli atti della Camera - lo dico senza iattanza - che il testo del mio emendamento corrisponde all'obiettivo che intendiamo perseguire meglio di quanto lo faccia l'emendamento presentato dalla maggioranza. Con esso si vuole infatti introdurre il principio della rappresentanza tra i sessi.
Troppo spesso (direi quasi sempre) la donna è usata in politica come simbolo e in un'Europa che avanza la donna non può essere considerata in politica un fatto marginale. Occorre cioè una politica condivisa tra i sessi per andare a formare una democrazia paritaria, più credibile e completa.
Questo emendamento vuole sostanzialmente richiamare l'attenzione sul principio di non escludere le donne dalla politica; pertanto esso non può «appartenere» solo ad una parte del Parlamento ma deve appartenere a tutti noi: uomini e donne.
I cittadini si aspettano da noi una democrazia più avanzata, più moderna e in cui i diritti non vengono soltanto enunciati ma anche garantiti e promossi.
C'è un paradosso che vorrei riportare in questa sede. Si evidenzia la crescita delle donne in quantità e in qualità in tutti i settori, culturali, sociali, ma abbiamo un arretramento, direi quasi uno sbarramento, nelle stanze dove vengono
Vorrei porre l'accento su un dato numerico. Nell'ultima legislatura su 630 componenti l'Assemblea, 70 sono donne. Nella regione Sicilia su 90 consiglieri vi è una sola presenza femminile. Se consideriamo la legislatura precedente, constatiamo che vi è una contrazione della presenza femminile e che abbiamo fatto passi indietro: è un paradosso! Credetemi, non mi sento sulla soglia del terzo millennio, ma all'inizio del secolo perché ancora parliamo di parità!
Mi chiedo se veramente ci venga garantito il diritto di dignità e di parità sancito dall'articolo 3 della Costituzione. Abbiamo la possibilità di usare tutti gli strumenti per eliminare gli ostacoli su questo percorso?
La Commissione europea già dal 1996 ha fortemente raccomandato a tutti i paesi di rimuovere gli ostacoli alla crescita sociale e politica delle donne. La Spagna e l'Inghilterra, dove sono state previste per superare il gap che allontana la politica reale dal paese, hanno inserito la quota del 30 o del 50 per cento di donne nelle liste elettorali, quote che in Italia sono anticostituzionali; il Belgio e la Francia stanno lottando per adeguarsi a questa politica più moderna.
Questi strumenti non piacciono a noi donne, ma ben vengano gli strumenti che aiutano a superare la «sottorappresentanza» delle donne. Credo che una tale battaglia non possa non vederci tutti coinvolti. Essa non è solo uno strumento del legislatore, ma anche dei cittadini elettori; ecco perché dobbiamo essere tutti compatti per fare un piccolo passo che è però rivoluzionario.
A volte per fare grandi rivoluzioni sono necessarie piccole cose: buona volontà e grande fiducia nei confronti dei cittadini che ci ascoltano. In nome di questa buona volontà mi appello a tutto il Parlamento perché forse siamo nella fase finale della più grande rivoluzione culturale delle donne che dura ormai da cinquant'anni. Lo ripeto, non sembra di essere all'ingresso del terzo millennio. La discussione di oggi rappresenta un piccolo grande momento per il nostro paese.
Nonostante l'eguaglianza sancita dalla Costituzione, la presenza delle donne nelle istituzioni della sfera pubblica è largamente minoritaria. Cari colleghi, è necessario che tutti ci interroghiamo sulla qualità della nostra democrazia. Non mi interessa riprendere in questa sede il dibattito sulle quote, anche se vi è la necessità di riaprire un confronto serio ed approfondito sulla qualità della democrazia paritaria, nel Parlamento e nel paese.
Abbiamo demandato ai partiti e alla politica la questione e il risultato è sotto gli occhi di tutti: siamo l'ultimo paese in Europa! Basta guardare questo Parlamento - la collega Matranga ci forniva prima i dati - e il risultato delle recenti elezioni europee per capire che bisogna affrontare in modo nuovo e preciso la questione.
In Francia è in atto un dibattito sulla modifica della Costituzione e nelle recenti elezioni del Parlamento europeo la quota delle donne elette è pari al 40 per cento.
Sono molto contenta che sia stata calendarizzata - e mi auguro inizi domani - la discussione in Commissione affari costituzionali della proposta di legge dell'onorevole Mancina sulla modifica dell'articolo 51 della Costituzione.
Lo ritengo un fatto importante e anzi chiedo a tutti i colleghi e a tutte le colleghe, prima di tutto in Commissione affari costituzionali e poi in Assemblea, che questa legge possa essere approvata velocemente, perché credo che solo attraverso una modifica costituzionale possiamo
Noi cominciamo oggi l'iter di questa legge per l'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale in prima lettura e quindi mi auguro che questa norma non solo venga approvata oggi ma sia anche confermata nel successivo percorso della legge. Questo emendamento, come si diceva prima, contiene un principio, perché demanda comunque alle regioni a statuto speciale di inserire in ciascuna legge elettorale i modi e le forme per raggiungere questo obiettivo. Vorrei, care colleghe di ogni gruppo presenti in questo Parlamento, rivolgervi un appello, perché è importante che oggi abbiamo raggiunto un'unità attorno a questo principio, ma tutto sarà inutile se nelle varie regioni i gruppi non si faranno carico di inserirlo nelle proposte di legge regionali. A tutt'oggi, per quanto riguarda la regione Sicilia, non mi pare che la situazione sia questa: le proposte giacenti non menzionano nemmeno tale principio, tranne quella dei democratici di sinistra.
Per concludere, vorrei dare un riconoscimento a quanti hanno collaborato alla formulazione di questo emendamento e soprattutto all'associazionismo diffuso nel paese. Proprio qualche mese fa, qui in Parlamento, nella sala del Cenacolo, alla presenza del Presidente Violante, fu presentata un'importante ricerca sulla questione della presenza delle donne nelle istituzioni. Diceva prima la collega Matranga che in Sicilia su 90 deputati solo uno è donna. Si tratta di colmare un gap, che in Sicilia è certamente profondo, tra il protagonismo delle donne nella società civile e la loro clamorosa assenza dalle istituzioni, in modo da rendere più equilibrato, secondo una tendenza già affermatasi in molti paesi europei, il rapporto tra i due sessi nella composizione della dirigenza politica.
Credo sia questo, cari colleghi e care colleghe, il punto oggi all'ordine del giorno ed è per questo che valuto positivamente il fatto che oggi, a differenza di altri momenti del passato, si raggiunga una convergenza attorno ad un testo.
Non so se esistano soluzioni ideali per questo problema; certo è che il problema esiste e in qualche modo bisogna pure pensare di superarlo. Il dibattito trito e ritrito sulle quote, che ogni volta diventa l'oggetto della querelle, mi appassiona poco, perché comunque da parte della sinistra sento dire che la politica delle quote è superata. Lo dice quella sinistra che ha inventato il Ministero per le pari opportunità, ma dalla quale di fatto nulla di nuovo arriva in termini di proposte. Quindi, penso che questa battaglia vada condotta.
Abbiamo parlato molte volte, in occasione della legge per l'elezione del presidente delle regioni ordinarie, dello stesso argomento e ricordiamo tutti quel giorno di luglio in cui quest'Assemblea respinse un emendamento per il quale si erano spese tutte le parlamentari. Oggi sullo stesso argomento si registra un atteggiamento diverso e questo comunque è un fatto positivo. Dichiaro quindi la mia adesione all'iniziativa del relatore perché nel testo della Commissione certamente
L'iter del provvedimento testimonia in modo inconfutabile che la sinistra è venuta al rimorchio di forza Italia. Noi abbiamo presentato da sole l'emendamento ed avevamo chiesto un confronto con le parlamentari della sinistra, confronto che c'è stato negato - certo, siete al Governo - con aria di sufficienza. Le colleghe, resesi poi conto della gaffe sono venute al rimorchio con tutta una serie di emendamenti identici tra loro sullo stesso argomento. Dico questo perché fuori ci facciamo tutte belle parlando di trasversalismo. Forse converrebbe smetterla di essere così ipocrite ed affermare che anche nella Camera dei deputati esiste un tasso di competitività.
Infine, giunge l'emendamento del relatore, che li comprende tutti, supera anche l'emendamento delle colleghe della sinistra e viene posto in votazione prima. Faccio questa considerazione per un fatto di stile. Questo comportamento che si verifica continuamente, in occasione dell'esame di tutte le leggi, colleghi, impoverisce il confronto tra le parti, perché viene sistematicamente annullata la titolarità delle iniziative. Ciò detto, essendo l'emendamento della Commissione identico al nostro, ovviamente voterò a favore e sono molto contenta.
Ci siamo trovate di fronte ad un percorso politico e parlamentare - basta leggere la storia d'Italia - delle donne della sinistra che ha modificato nel profondo la vita ed il modo di stare nella società delle donne italiane.
Nella storia di questo Parlamento ci sono leggi, che vanno dal diritto di famiglia alla questione, ricordata dall'onorevole Serafini, del voto alle donne, al diritto di essere persone, alla maternità - non ne cito altre per amore di brevità -, che portano il segno dell'impegno fortissimo delle parlamentari che ci hanno preceduto e nostro.
Piuttosto, mentre l'articolo 3 della Costituzione riconosce piena rappresentanza ad entrambi i sessi e la possibilità di battere ogni discriminazione, noi, più di cinquant'anni dopo, siamo di fronte a questo colosso, a questa discriminazione.
L'onorevole Rizza ricordava che nell'assemblea siciliana c'è una sola donna, ma vi assicuro che in assemblee regionali del Mezzogiorno non ne è stata eletta nessuna. L'Italia è al terz'ultimo posto in Europa e si colloca - lo diceva l'onorevole Serafini - al cinquantesimo tra le democrazie del mondo. Questo significa che avevamo ragione noi quando abbiamo detto che con il criterio della parità non si sarebbe arrivati all'obiettivo, che occorreva ragionare di pari opportunità, di differenza di sesso. Il nostro dibattito è stato molto appassionato e molto vero. Quando qualcuna di noi ha rifiutato le quote respingeva una tutela, che si dà ad un minorato, in nome di una concezione più alta del soggetto donna e dei suoi diritti, non per un dispetto. Il provvedimento che è stato citato, che, a differenza del testo in esame, modificava la Costituzione, è stato oggetto di una discussione appassionata; reputando la Costituzione italiana di notevole valore e spessore per come è stata scritta dai padri costituenti, proprio perché si metteva mano al testo
Noi abbiamo presentato una proposta di legge costituzionale di modifica dell'articolo 51 della Costituzione che prevede un'azione positiva, considerato che essa è necessaria, per la rappresentanza dei sessi in ordine a tutte le leggi e a tutte le istituzioni. Eravamo legate ad un vincolo di coerenza rispetto al testo costituzionale, del quale siamo convinte, e perciò, alla pari dell'onorevole Serafini, riteniamo che detta proposta vada approvata prima della fine della legislatura. Ci auguriamo e lavoreremo affinché si modifichi il citato articolo 51 con l'accordo di tutte le colleghe; in tal modo, verrebbero risolti i problemi delle elezioni regionali e di ogni altro livello, compresi quelli delle elezioni nazionali ed europee.
Con riferimento al provvedimento in esame, che ha natura costituzionale ma che non modifica la Costituzione, abbiamo reputato, ragionando appassionatamente tra noi, che bisognasse avviare un'azione positiva, sia pure parziale e limitata ad alcune regioni. Non ci sfugge la contraddizione che in alcune regioni voteremo con una determinata disciplina mentre nelle altre, per le Camere e per il Parlamento europeo lo faremo senza questa norma di salvaguardia; conseguentemente, dobbiamo accompagnare l'approvazione del provvedimento in esame con la promozione della proposta di legge, di cui è iniziata la discussione in Commissione affari costituzionali (che c'è tutto il tempo per approvare giacché consta di un solo articolo), volta a rimuovere l'ostacolo in questione.
La collega Serafini si è dilungata molto sulla sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionali le norme che, proprio a seguito delle battaglie condotte dalle parlamentari, prevedevano il principio dell'alternanza nelle liste elettorali, vale a dire la salvaguardia della rappresentanza delle donne.
Non credo di dover aggiungere altre considerazioni se non che, concludo, signor Presidente, ogni volta che in Parlamento si raggiunge un risultato, ciò è frutto di una convergenza, la quale si determina quando vi è stima e rispetto reciproco, sapendo che si viene da percorsi diversi e che la nostra storia di impegno per le donne è antica, recente, datata ed appassionata. L'importante è che tutte insieme consideriamo questo solo un primo piccolo passo di una battaglia senza la quale si continuerà ad impoverire la democrazia del nostro paese, perché delle donne non hanno bisogno tanto le donne stesse quanto le istituzioni per innovarsi e rispondere meglio alle aspettative del popolo italiano e delle persone che vivono fuori da questi palazzi (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo).
Premetto una considerazione attinente alla Sicilia. Come ricordava poc'anzi la collega Matranga, nell'attuale composizione dell'assemblea regionale siciliana i deputati regionali di sesso maschile sono ottantanove su novanta, mentre siede sui banchi un solo deputato donna, l'onorevole Vicari di forza Italia.
Lo scenario non cambia in seno al consiglio comunale del capoluogo dell'isola, la città di Palermo, i cui consiglieri sono tutti, tranne uno, di sesso maschile.
Si può restare indifferenti di fronte ad uno scenario siffatto quando invece nella vita sociale, a differenza della vita politica, il ruolo delle donne nell'imprenditoria, nelle professioni, nell'impiego pubblico e privato ha registrato passi giganteschi?
Cosa propone l'emendamento 1.39 (Nuova formulazione) del quale sono
Nella legge elettorale che l'assemblea regionale siciliana è competente ad emanare, devono essere inseriti criteri idonei ad assicurare una equilibrata presenza dei due sessi nelle liste elettorali che concorrono nel proporzionale all'elezione dei deputati.
Diverso significato e ben maggiore incidenza si riprometteva (e su questo più volte mi sono permesso di richiamare la cortese attenzione dell'onorevole relatore) il mio emendamento 1.38 che non opera in ordine alle liste provinciali per il proporzionale - sulle quali intendono incidere gli emendamenti Matranga 1.10 e il mio emendamento 1.39 (Nuova formulazione) - ma attengono alle liste collegate al candidato presidente della regione, ossia al premio di maggioranza previsto dal «Tatarellum».
Qual è l'elemento innovativo insito nel mio emendamento 1.39 (Nuova formulazione)? È quello di evitare che la prossima composizione dell'assemblea sia la copia fotostatica dell'attuale, ossia 89 uomini e una sola donna.
Ai fini della presentazione di detto emendamento, ho individuato una solida base non solo nel testo votato dalla Commissione bicamerale per la riforma della parte seconda della Costituzione, ma persino nel voto di quest'Assemblea espresso il 30 aprile 1998.
Nell'articolo 60, comma 7), del testo costituzionale proposto dalla predetta bicamerale era scritto che la legge regionale promuove l'equilibrio della rappresentanza elettiva tra i sessi (l'emendamento Serafini 1.54 parla, non so perché, di rappresentanza elettorale). Questa è una norma che ha il pregio della brevità, ma anche il demerito della equivocità, dal momento che lascerebbe le mani libere alla regione. La promozione della equilibrata rappresentanza dei sessi (questo è un punto su cui occorre riflettere) potrebbe per ipotesi essere disciplinata dall'assemblea regionale nel senso di prevedere che siano annullati i risultati delle urne che portino alla proclamazione di candidati più votati rispetto a candidati meno votati, ma questo sarebbe uno strumento non percorribile perché violerebbe il principio di sovranità popolare sancito dall'articolo 1, secondo comma, della Costituzione.
Avevo ritenuto, e ancora mi permetto di ritenere, che vi sia ancora tempo per dare una concreta soluzione; infatti, mentre le «quote liste», dove c'è il voto di preferenza, lasciano il tempo che trovano perché l'esito delle elezioni ancora una volta potrebbe mortificare le candidate in luogo dei candidati, il discorso è diverso per la lista del maggioritario collegata al presidente vittorioso. Infatti, ove il mio emendamento 1.38 potesse essere, sia pure riscritto, approvato dall'Assemblea, noi avremmo la certezza che almeno un terzo dei nomi (il meccanismo è dotato di un incredibile automatismo essendo la lista maggioritaria collegata con il presidente vittorioso che in Sicilia riporta 18 seggi), per esempio sei seggi, possano essere attribuiti a candidate. Ritengo che, non essendovi il «gioco» del voto di preferenza, non andremmo contro il principio di sovranità popolare.
Sono fermamente convinto della validità delle tesi che ho enunciato. Purtuttavia, non mi posso chiudere a riccio e ritengo di essere pervenuto ad una conclusione.
Cari colleghi, in una precedente seduta, allorché si votò un'analoga proposta emendativa presentata dall'onorevole De Luca, i diessini votarono contro quella proposta: mi compiaccio, quindi, per il fatto che, con l'emendamento 1.60 della Commissione, sia pure venuto fuori «in zona Cesarini» (non è mai troppo tardi) sotto la spinta degli emendamenti presentati dalle colleghe Matranga, Prestigiacomo, De Luca e altre, la soluzione alla quale la maggioranza è giunta risulta, a mio avviso, non ciò che è desiderabile, ma ciò che è possibile in questo contesto politico.
Quindi, pur ritenendo che, soprattutto sul nostro emendamento 1.38, un ripensamento della maggioranza e del relatore sarebbe auspicabile, per senso di concretezza
Avevamo votato a favore nonostante la nostra contrarietà a quella legge, che semmai giudicavamo, fra l'altro, un ulteriore freno all'espansione della presenza femminile nelle istituzioni. Crediamo infatti che i sistemi maggioritari, uninominali e presidenzialisti siano inevitabilmente meno democratici e rappresentativi, di conseguenza anche meno funzionali ad una rappresentanza equilibrata dei generi. Oggi, la valutazione rimane naturalmente la stessa: siamo critici anche nei confronti di questa proposta di legge, ispirata alla stessa filosofia, ma voteremo a favore dell'emendamento in esame, intendendo questo voto come impegno, assunto in una sede autorevole, a cercare soluzioni sollecite ad una situazione di democrazia dimezzata.
Rimandiamo poi alla discussione sulla modifica dell'articolo 51 - in merito al quale abbiamo presentato una nostra proposta di legge, già incardinata in Commissione affari costituzionali - l'analisi sulle forme di intervento più opportune. Una cosa, tuttavia, è certa ed incontestabile: il problema non si porrebbe, almeno non in ambito legislativo, se i partiti, coerentemente con quanto dichiarano, decidessero autonomamente di candidare un numero di donne ed uomini rappresentativo dei rapporti interni alla società. Questo avviene, per esempio, nei paesi scandinavi che, non a caso, hanno le più alte percentuali di presenza femminile. Ovviamente, si tratta anche del raggiungimento di un grado di civiltà che non può essere imposto per legge.
Molte donne hanno vissuto l'ipotesi delle quote come un'umiliazione: lo capisco, sarebbe certamente preferibile acquisire un diritto naturalmente, grazie al fatto che la società ha raggiunto gli auspicati livelli di emancipazione, anziché tramite un intervento legislativo. Ma il nostro ruolo di legislatori credo debba servire anche a questo: a determinare, se necessario (ed in questo caso lo è, perché attendere una maturazione del senso comune richiederebbe secoli), una forzatura che produca un risultato concreto, a sua volta foriero di un'evoluzione nei modi di pensare e nei comportamenti.
Non mi faccio illusioni, comunque, su una legislazione risolutiva, se non sarà affiancata da interventi sui modi della politica. Mi riferisco al linguaggio, ai temi, alle priorità e ai tempi, modi improntati quasi esclusivamente sulle esigenze e sulle attitudini maschili, quindi estranei, se non ostili e inaccessibili, alle donne. So bene che l'obiettivo molto più ambizioso deve riguardare anche il ruolo sociale complessivo delle donne, l'organizzazione della vita, le condizioni di lavoro, la ripartizione degli oneri familiari e lo smantellamento dei servizi sociali. Ma sto andando fuori tema e, purtroppo, temo anche fuori dalla
Desidero aggiungere, tuttavia, alcune riflessioni nel merito. Al di là dello sterile dibattito stilistico svoltosi in quest'aula su chi abbia o meno il merito di avere sostenuto o sostenere la primogenitura del suddetto emendamento - il che la dice lunga - occorre evidenziare alcuni aspetti, che velatamente sono già emersi in quest'aula.
Mi riferisco, innanzitutto, alla scarsa presenza del mondo femminile in politica che è anche un problema di civiltà, come qualcuno ha già affermato. È vero che la maggior parte della popolazione è femminile, è vero che la maggior parte dei votanti è di sesso femminile; se, quindi, la presenza femminile all'interno delle istituzioni, nel mondo politico è ridotta, evidentemente esiste un problema, o più problemi, di ordine culturale e sociale. Si tratta, comunque, di problemi che non si possono superare con una sterile strumentalizzazione o con leggi. Questa è una riflessione che noi facciamo da sempre e che vogliamo fare anche oggi.
Una seconda riflessione riguarda il fatto che non mi sembra che nel panorama politico italiano vi siano grosse travi contro la possibilità o contro la volontà delle donne di fare politica; mi sembra, invece, che tutti i partiti siano abbastanza aperti in tal senso. Forse, anche in questo caso, vi è qualcos'altro, poiché non vedo
Tuttavia, mi pongo anche un altro problema: è difficile con una legge arrivare alla parità e, se da una parte è giusto incentivare e trovare una formula per sostenere tale principio, dall'altra potrebbe esservi una compressione del principio della sovranità. Perché il corpo elettorale deve obbligatoriamente essere compresso, per così dire, da leggi che stabiliscono o meno delle quote?
Infatti, un problema fondamentale che da sempre viene discusso - ciò avviene anche in questi giorni - è quello delle quote. Sono stati eliminati alcuni emendamenti che sostenevano il principio delle quote per passare a questa soluzione «morbida», che stabilisce un principio e ne rimanda poi ai rispettivi statuti la concretizzazione, che sarà estremamente difficile. Quindi, il problema delle quote è stato rimandato: anche questa è una riflessione che «butto là», perché non è pensabile superare questo problema, questo gap, che ha radici di natura sociale e culturale, con mere leggi e, tanto meno, con quote, che qui non si è avuto il coraggio di prevedere, rimandando la questione agli statuti regionali.
Mi pare si tratti di un modo strumentale di affrontare la questione, rimandando a chissà chi un problema che dovrebbe essere definitivamente risolto.
Ciò detto, siamo comunque favorevoli, visto che si è affrontato tale principio, ad aiutare ed incentivare la presenza femminile nelle istituzioni, anche se non riteniamo che la soluzione legislativa sia quella ottimale.
Il punto che va chiarito è il seguente: qualcuno o qualcosa impedisce alle donne l'accesso alle istituzioni?
Non basta partire dalla considerazione e dal dato oggettivo, che però non è stato spiegato, della scarsa presenza femminile per promuovere una norma che reputo offensiva per le donne e per l'intelligenza di tutto il Parlamento.
L'onorevole Serafini, che è stata la prima ad intervenire, ha sviluppato alcuni ragionamenti. Ha detto che l'emendamento proposto dalla Commissione è un punto di incontro equilibrato e si è spinta in improbabili interpretazioni della scarsa presenza femminile, affermando che la crescita dell'astensionismo potrebbe essere in relazione alla scarsa presenza delle donne nelle istituzioni, oppure che il «rachitismo» della rappresentanza femminile potrebbe essere la causa, più che l'effetto, di una condizione di disparità. Davvero si ritiene, colleghi, che basti una norma di tal fatta, cioè di natura tendenzialmente quantitativa, per attuare un oggettiva pari opportunità nel nostro paese e arrivare addirittura ad una distorsione della rappresentatività istituzionale con l'obbligo di numero fisso di rappresentanti solo perché appartenenti all'altro sesso?
La sinistra - all'inizio del mio intervento parlavo di onestà intellettuale, quindi ho il dovere di dire certe cose - si è trovata in difficoltà perché l'emendamento è stato frutto di un'iniziativa dei
Concludo con un'osservazione di carattere tecnico-legislativo. Com'è possibile che una norma di tal fatta, che insinua una violenta modifica di natura costituzionale investendo il principio fondamentale dei diritti della rappresentatività e del criterio con cui si formano le assemblee elettive, possa essere introdotta nello statuto di una regione a statuto speciale e non nella Costituzione, sempre ammesso che il principio sia condiviso e debba essere votato? Ecco il grave vulnus che si sta creando! Se in futuro la riforma costituzionale non dovesse avvenire, avremmo le regioni a statuto ordinario che votano ed esprimono allegramente le loro rappresentanze senza vincoli di questo tipo, mentre la Sicilia - guarda caso - dovrebbe diventare una sorta di laboratorio sperimentale o di nuovo mostro giuridico elettorale da esibire nei convegni per dimostrare quanto sia stata intelligente e nobile questa intuizione. Forse ci si potrebbe muoversi a macchia di leopardo, cioè introducendo questo principio nello statuto Sicilia e del Trentino e non in quello della Valle d'Aosta. È una follia dal punto di vista metodologico, è una scorrettezza dal punto di vista costituzionale, una volgarità dal punto di vista della logica e dell'opportunità politica: per questo mi chiamo fuori e voto contro (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale)!
Tale proposta non ha avuto seguito, a causa dell'interruzione dei lavori della Commissione bicamerale; la problematica oggi si ripresenta - come in occasioni precedenti - proprio a causa del fatto che non si affronta più la riforma delle istituzioni in modo organico, bensì per spezzoni. Se non si affronta tale problematica in ciascuno dei provvedimento al nostro esame, non si risolverà il problema delle pari opportunità nella rappresentanza.
Proprio questa mattina, abbiamo approvato la legge recante disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, concernente anche i congedi parentali. Vorrei fare un parallelo tra quel che stiamo discutendo ora e quel che abbiamo approvato stamattina. Ebbene, stamattina la Camera dei deputati ha approvato una legge che, dopo l'affermazione di principio del diritto alle pari opportunità tra donne e uomini nella vita lavorativa, sancisce una serie di garanzie per permettere alle cittadine italiane di rendere effettivo tale diritto, attraverso il riconoscimento della diversità di vita che le donne conducono rispetto agli uomini: esse, infatti, debbono coniugare il lavoro e la professione con l'attività di cura della famiglia.
Ora ci troviamo ad esaminare una proposta di legge che promuove un principio di equilibrio della rappresentanza e condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali. Essa, da una parte sancisce il principio di parità di opportunità, dall'altra permette alle donne italiane che vogliano partecipare alla vita politica di avere parità di condizioni di accesso rispetto agli uomini. Si prevedono, dunque, strumenti e condizioni che consentano alle donne di partecipare alla vita politica in modo più equilibrato.
Vorrei ricordare che, nella legge sul finanziamento pubblico ai partiti, era stata introdotta una quota di finanziamento per lo sviluppo della presenza femminile nei partiti. Su questo punto ci differenziamo dalle colleghe del centro-destra: riteniamo, infatti, che la presenza delle donne nella politica non sia legata soltanto al fatto che il 50 per cento degli elettori italiani sono di sesso femminile; pensiamo che nella politica - come nella vita professionale e quotidiana degli italiani - debbano essere tenute presente e valorizzate le competenze, le capacità e la maturità che le donne italiane, in questo secolo, hanno dimostrato nel saper costruire, ottenendo i grandi risultati che le hanno fatte arrivare ad una presenza prioritaria nel mondo del lavoro, delle professioni, dello studio e della cultura.
Questo è il principio che vogliamo affermare, questa è la ragione per cui il gruppo dei popolari appoggia l'emendamento in questione (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo).
Poco fa la collega Serafini ha affermato che l'Italia è al cinquantesimo posto: beh, io so che in Europa è senz'altro all'ultimo posto; noi siamo il fanalino di coda e, come ricordavo in precedenza, spesso i piccoli numeri che noi rappresentiamo mi mettono a disagio nel contesto europeo. Credo allora che sia necessario passare dalle parole ad un'analisi dei fatti e dei risultati, perché questi fanno riflettere. L'Italia ha inviato a Strasburgo solo 10 donne, 2 in meno della scorsa legislatura, ed è passata dal 13,8 all'11,5 per cento, con una diminuzione del 2,3 per cento: tutto questo mentre nel Parlamento europeo la presenza femminile è passata dal 27 al 30 per cento. Siamo arrivati ad essere ultimi dopo Spagna e Francia e tale risultato credo sia negativo per due motivi: in primo luogo perché è in controtendenza rispetto all'Europa e poi perché il dato peggiora, sebbene sia partito dai livelli più bassi. Dico tutto questo - e mi rivolgo soprattutto
Concludo, Presidente, affermando che la mancanza di donne è un deficit di democrazia. Le donne non vogliono essere una specie protetta e quando si parla ancora di quote e si insiste su questo discorso non si vuole comprendere che il nostro impegno è qualcosa di più grande. Investire politicamente sulle donne è a mio avviso la condizione fondamentale per la crescita democratica del nostro paese. Torno a ribadirlo: è una questione di democrazia, non una questione femminile (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici-l'Ulivo).
Se dobbiamo prendere in giro le donne, facciamolo pure; mi posso anche prestare a questo gioco ma non credo che le donne italiane siano oggi disposte a essere prese in giro.
Forse l'onorevole Massidda, dopo il suo splendido intervento in cui ha citato dati ISTAT, «occuperà» domani qualche pagina di un giornale sardo, ma non ha cambiato la sostanza delle cose. La verità è un'altra: all'interno di ogni partito, che è un'associazione con uno statuto, chi ha potere di variare lo statuto deve inserire una norma in virtù della quale quel partito, quando formerà la lista elettorale, dovrà attuare il principio dell'equilibrio tra uomo e donna. Non prendiamo quindi in giro le donne italiane dicendo che con l'approvazione di questa norma si aumenterà la rappresentanza femminile. Noi potremo candidare le donne, ma se queste non verranno votate continueranno a non essere elette: è questo l'unico dato reale (Applausi dei deputati del gruppo misto-UDEUR)!
Vorrei poi dire all'onorevole Acierno, e a tutti quei colleghi che la pensano alla stessa maniera, che esiste un problema di fondo: spesso le donne fanno soltanto numero nelle liste e non vengono certo scelte per le loro capacità, per i fini per i quali si forma una lista o per raggiungere gli obiettivi che un partito si prefigge. Su questa mia considerazione il collega Acierno dovrebbe riflettere.
In ordine agli emendamenti che stiamo discutendo e che tra poco verranno posti in votazione, vorrei sollevare alcune obiezioni. La prima, di ordine pratico, è la seguente: se questa norma, che altre volte è stata respinta riguardo ad altre regioni, deve, per così dire, passare per la Sicilia, allora noi stiamo commettendo uno sbaglio gravissimo a livello parlamentare. Uno sbaglio che riguarda soprattutto noi donne come parlamentari.
Tante volte abbiamo parlato di legge-quadro sulle donne, di modifica della Costituzione, di tutto quello che si potrebbe e che vorremmo fare, ma non abbiamo mai avuto fino in fondo la forza di farlo, passando per la porta principale, mentre in questo caso (gli emendamenti infatti riguardano, per così dire, la questione siciliana), si cerca di entrare per la porta di servizio.
Aggiungo che potrebbe persino essere usato molto male il fatto che si voglia, per così dire, far passare la norma contenente il principio di cui parliamo proprio in Sicilia. Il problema delle donne deve essere affrontato da tutti: uomini e donne, possibilmente in maniera trasversale. Ritengo che sia veramente molto importante che d'ora in poi l'impegno sia assunto in maniera seria e concreta.
Chiedo sia al presidente della Commissione affari costituzionale che al Presidente della Camera, non solo come Presidente dell'istituzione Camera ma anche come uomo, di impegnarsi affinché si arrivi ad approvare le modifiche che sono state richieste da molti gruppi (anche il nostro ha presentato una proposta di legge sulla questione della rappresentanza) e a discutere della questione delle donne. Di questi argomenti non ci si deve occupare solamente quando si esamina, ad esempio, il provvedimento sulla parità tra maternità e paternità o quando magari si affrontano emendamenti con il solo scopo di farli approvare senza preoccuparsi dei loro effetti concreti.
Chiedo questo impegno perché non posso sollecitarlo né con un ordine del giorno né con un altro strumento previsto dal regolamento. Chiedo anche l'impegno dei colleghi e delle colleghe perché si possa al più presto raggiungere quello che la collega Pozza Tasca ha dimostrato essere un segnale che proviene da tutti i paesi europei: trattare e risolvere finalmente la questione della rappresentanza femminile. Naturalmente sarà poi necessario l'impegno dei cittadini e dei partiti.
L'ho fatto volentieri e con spirito trasversale perché ritengo si tratti di una battaglia importante che, peraltro, appartiene alle coscienze di tutti, donne e uomini. Si pone anche un grande problema di rappresentanza negata che viola lo spirito stesso della Costituzione. Certamente non mi attendo soluzioni miracolistiche, neanche da questi emendamenti o da quello che spero l'Assemblea vorrà approvare. È certamente un problema culturale - e sottolineo questo particolare aspetto della questione - e politico, o
Soprattutto è positivo perché viene da un consenso convinto di tutte le rappresentanze parlamentari. Quella della legge sulle regioni a statuto ordinario resta certamente una grande occasione perduta, cominciando dal basso ma utilmente a porre criteri di equilibrio nella rappresentanza. Ma credo che non sia mai troppo tardi e da qualche parte si deve cominciare; quindi, è bene apprezzare ciò che di positivo oggi viene fatto.
Certamente non sarà risolutivo del problema, anche perché a me pare di registrare una forte involuzione non solo nella politica del paese, ma anche negli stessi partiti. Se ricordate, nel 1994, la seconda Repubblica si era quasi aperta all'insegna delle donne, tant'è che vi fu quella legge, poi dichiarata incostituzionale, che voleva alle massime cariche le rappresentanze femminili, forse con un eccesso di entusiasmo, come siamo purtroppo abituati: ci entusiasmiamo molto e il giorno dopo non ce lo ricordiamo più, sia nel bene sia nel male. Poi, nel 1996 c'è stata una retromarcia.
Oggi possiamo dire che è veramente a rischio la rappresentanza femminile, e non solo l'elettorato passivo, ma anche l'elettorato attivo del mondo femminile. Questo perché, al di là dei facili, improvvisi e un po' fatui entusiasmi che ci furono, certamente non si è riflettuto sulla struttura dei partiti, sulla loro democrazia interna. Non si è riflettuto sul fatto che un mondo moderno ha bisogno di partiti moderni, dinamici, capaci di rappresentare i bisogni e gli interessi di tutti e non più solamente di alcune fasce, spesso solo privilegiate. Il primo contrasto forte che emerse fu proprio in occasione della legge sul rimborso delle campagne elettorali, che prevedeva di destinare il 5 per cento - così fu approvata la legge, ma non so come venga applicata - per favorire l'ingresso delle donne nel mondo della politica. Credo che dobbiamo far leva non soltanto sulla norma di cui stiamo discutendo, ma soprattutto su quella, che è il presupposto perché il mondo femminile guardi con attenzione al mondo della politica, che non solo è fatto al maschile, ma direi anche al maschile peggiore e che quindi oggi non attrae più, obiettivamente, se non i pochi addetti ai lavori. Credo che il ricambio generazionale di cui ha bisogno la politica necessiti anche di altre rappresentanze, che andrebbero premiate
Spero - e credo che le colleghe, soprattutto quelle con cui abbiamo formulato questo emendamento, lo possano condividere - che questa piccola pietra miliare che abbiamo posto su questo problema e che ha trovato finalmente il consenso unanime delle donne, e mi auguro anche della stragrande maggioranza del Parlamento, sia anche un'occasione di riflessione su come far veramente diventare la politica di tutti, perché la politica rappresenti davvero gli interessi e i bisogni di tutti.
La seconda tesi (personalmente dissento in questo dall'onorevole Bono e condivido le posizioni degli altri colleghi) è quella di rendersi conto che altrove, negli altri Stati come pure in Italia, il problema vero è quello di intervenire per favorire la partecipazione delle donne alla politica. In questo senso, ad esempio, la norma concernente la destinazione del 5 per cento dei cosiddetti rimborsi elettorali mira a favorire la partecipazione delle donne alla politica. A questo punto, però, si fa un passo avanti e si equivoca nel considerare quasi automatica la partecipazione delle donne alla politica con la garanzia di una quota nelle assemblee. Si fa cioè un salto logico che passa dal garantire che la partecipazione delle donne nella politica aumenti in maniera consistente e venga favorita al garantire una quota fissa di elette.
Pertanto, il problema legislativo che ci dobbiamo porre è se l'emendamento alla nostra attenzione risponda alla necessità di favorire la partecipazione delle donne alla politica, ovvero a quella di garantire una quota di elette nelle assemblee. Questo mi pare il punto fondamentale.
Nel dettaglio, se l'emendamento in questione fosse accolto (mi rivolgo, in particolare, non agli accoliti dell'ultimo momento, che per guadagnarsi dieci righe di notorietà si schierano a favore della norma, ma ai componenti della Commissione affari costituzionali, i quali si sono occupati in più occasioni del problema, ai parlamentari ed alle colleghe dei democratici di sinistra, che per la verità, in passato hanno sostenuto con forza questi argomenti), sarebbe un'enorme iattura, perché bloccherebbe il processo di rinnovamento della Sicilia, perché obbligherebbe il parlamento regionale a lasciare in piedi il sistema proporzionale. Non scatterebbe infatti la norma transitoria del cosiddetto «Tatarellum», secondo cui, qualora l'assemblea regionale siciliana non dovesse modificare la legge elettorale, entrerebbe in vigore appunto il «Tatarellum». Poiché vi è una norma che obbliga a tenere conto nella formazione delle liste - ma non precisa di quelle proporzionali
Il discorso è questo: la dinamica della rappresentanza elettorale tende ad estendere il «Tatarellum» in tutte le regioni. Poiché il problema della quota si pone con forza là dove vige il sistema maggioritario o dove abbiamo le liste bloccate, nel momento in cui viene accolto un emendamento che obbliga la legge regionale a tenere conto nella predisposizione delle liste elettorali della presenza femminile, in Sicilia non si applicherà mai il «Tatarellum». Si porrà infatti il problema pratico di chi indica la quota di presenza femminile nelle liste bloccate.
Per la verità non dico niente di nuovo, perché in Francia questo problema - chi conosce il tema da vicino lo sa molto bene - si è posto con forza e si è scontrato anche con le pronunce della Corte costituzionale.
Si è peraltro ribadito che il problema della partecipazione delle donne, del riequilibrio, della parità e quant'altro ha un senso e si può realizzare in concreto in maniera credibile in una competizione di tipo proporzionale. C'è di mezzo anche la logica. Per esempio, in Italia, nel campo dell'insegnamento, fino alla terza media vi è una condizione di quasi supremazia delle insegnanti sugli insegnanti, anche se non vi è stata alcuna norma di legge che garantisca alle donne di diventare insegnanti. Non c'è dubbio, però, che sono state approvate leggi a sostegno dell'accesso delle donne alle università e che, quindi, sono state molte le donne che si sono laureate e che, successivamente, hanno vinto i concorsi.
Il problema, concludo, è favorire la presenza delle donne nelle liste, perché maggiore è il numero delle donne presenti in lista, maggiore sarà il numero delle elette. Se ragioniamo in questo modo, arriveremo a conclusioni logiche, ma se pensiamo di stabilire garanzie per legge, produrremo storture. La prima conseguenza dell'emendamento 1.60 della Commissione è che in Sicilia non sarà mai approvata una legge elettorale che non sia proporzionale; la seconda conseguenza è che, se vi è una norma transitoria che obbliga il ricorso al «Tatarellum» qualora la legge elettorale regionale non venisse approvata in tempo, la norma del «Tatarellum» non sarà mai operativa perché nella quota bloccata non si saprebbe chi si pone a carico le donne.
Siccome il problema è di carattere generale, mi appello anche a lei, Presidente, affinché venga affrontato in termini generali, con il dovuto approfondimento e la dovuta serietà. Se l'emendamento 1.60 della Commissione non verrà modificato, voteremo contro (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lucchese. Ne ha facoltà.
Oggi, nel provvedimento in esame dobbiamo stabilire un principio e non quote o riserve; il problema nasce, però, proprio nel momento in cui si deve definire la questione di principio. L'emendamento Garra 1.39 (Nuova formulazione), che è stato ritirato, prevedeva che la legge regionale stabilisse i criteri per assicurare l'equilibrata presenza di candidati dei due
In conclusione, bisognerebbe chiarire meglio come assicurare il principio di equilibrata rappresentanza, che mi pare sacrosanto, ovvio e lapalissiano.
Se la norma costituzionale fosse insufficiente per garantire che non ci siano discriminazioni, il Parlamento potrebbe e dovrebbe legiferare per rafforzare quanto già contenuto nella nostra Costituzione per impedire che ci siano discriminazioni tra i sessi.
L'emendamento 1.60 della Commissione recita: «Al fine di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi, la medesima legge promuove condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali». Noi ci troviamo di fronte ad un testo equivoco, poco chiaro, che lascia libera l'interpretazione e che, comunque, creerebbe una condizione di disparità, come hanno detto altri colleghi, tra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario. Ritengo, invece, che occorra chiedersi se le donne, per una maggiore partecipazione alla politica, abbiano bisogno di leggi speciali oppure se abbiano bisogno della riforma della politica.
Noi ci dovremmo chiedere con maggiore serietà se alle donne venga impedito per discriminazione di partecipare alla politica o invece se siano il disagio sociale, le condizioni ambientali, il maggiore carico della gestione della famiglia che ricade sulla donna ad impedire alla donna, specialmente nelle regioni del sud, di essere presente in politica, cioè se l'impedimento sia causato dalle condizioni in cui la donna si trova a vivere in un contesto sociale e di lavoro in cui deve far fronte anche alle esigenze dei figli.
Credo sia molto più serio parlare di trasparenza nella formazione delle liste elettorali all'interno dei partiti perché sono questi che, quando compongono le liste, devono avere regole certe, note a tutti, affinché ciascun cittadino, uomo o donna, possa essere tutelato nei propri diritti, piuttosto che pensare a questa norma (il Parlamento ha già fatto una pessima figura con la legge per le elezioni del 1994).
Mi meraviglia non poco che ad alcune colleghe, elette nella lista dei protetti del proporzionale (con la quale non si è votata la persona, le sue capacità e la sua storia), che hanno ricevuto un regalo impacchettato dai partiti essendo state messe in liste in cui si viene eletti non per scelta di popolo, ma per amicizia, per una buona cena, per una buona conoscenza, per buoni rapporti sociali, non basti questo e vogliano una ulteriore tutela.
Ritengo che le donne che vogliono fare politica si debbano innanzitutto trovare nelle condizioni per potersi esprimere in politica. Con questo tipo di leggi aumenteremo il numero delle elette con i cognomi famosi dei loro genitori e delle loro famiglie e, in nome della donna, si darà protezione soltanto a chi è già protetta dal proprio cognome.
No alle discriminazioni e facciamo in modo da non creare delle riserve indiane per le donne!
È vero, allora, che abbiamo bisogno di ragionare su tali questioni, ma sicuramente questa è la maniera peggiore (lo dico alle colleghe, soprattutto della sinistra): non si può continuare a portare avanti in questo modo una discussione di notevole spessore, che davvero non merita quello che definisco lo spregio di finire in un qualsiasi generico ed abbastanza friabile emendamento, che ci porterà, nell'ambito dell'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale, ad una sorta di anomalia, se così possiamo chiamarla. Ritengo si possa partire da tanti punti, persino dalla coda: ciò che non è tollerabile, davvero, è trattare una grande questione, che richiede, all'interno del patto costituzionale, una riflessione seria che attraversi tutta la Costituzione e quindi anche il problema della rappresentanza di genere e dell'equilibrio della rappresentanza, offrendola di volta in volta, ora qui ora lì, come se stessimo trattando qualcosa di molto leggero.
Tutto ciò non ha niente a che fare con quanto diciamo sulla necessità che la politica ha delle donne e non è neppure vero che è solo questione dei tempi di vita e della politica: è anche questo, ma è il tempo di questa politica e persino con queste leggi che state facendo certamente non agevolate la partecipazione delle donne e non date sufficiente spazio alla volontà delle donne di essere, con i loro corpi e con le loro menti, all'interno della politica. Chiedetevi perché le donne non votano più, chiedetevi perché le donne sono lontane dalla politica!
Sciascia diceva: prima non mi invitano, poi mi rimproverano l'assenza; lo stesso succede, fino a questo momento, per la prassi connessa al problema, atteso che la donna viene respinta dall'agone politico con una serie di paletti che si alzano nella realtà delle cose, anche se non nelle leggi. Mi permetto di osservare, allora, che mi ripugna l'espressione «quota», che si può utilizzare, ma è di pessimo gusto richiamarle, per le quote-latte: in questo caso, invece, dobbiamo occuparci dell'esercizio in concreto di un diritto paritario, di un diritto al confronto. Se è possibile riferire alla Camera che, da un monitoraggio in tema di corruzione effettuato nell'ambito della scienza penalistica, le donne risultano rappresentare il 2 per cento tra i soggetti responsabili di reati che derivano da comportamento scorretti, e, in particolare,
Ecco perché ora si presenta l'occasione e deve essere onorata. Quando si dice che il sistema maggioritario ne soffrirebbe, obietto che nelle democrazie e nei parlamenti del nord dell'Europa, ove esso è in vigore, la presenza delle donne è massiva. Pertanto, non credo che ciò possa costituire un problema o un ostacolo al maggioritario, perché l'emendamento vuole che si «promuovano condizioni di parità», e quindi, su tecnica costituzionale e legislativa, è precondizione.
Infine, dichiaro che tutti dovremmo smetterla di considerare la partecipazione della donna come «il favore del principe». Ciò che hanno raggiunto, lo hanno conquistato sul campo e, se il Parlamento è maschile, la Camera è femminile; allora, se si vuole arrivare ad una conclusione e ad una sintesi di valori, ritengo che, dal momento che il diritto è parità, questa significhi complementarità dei ruoli e diritto alla presenza di entrambi i sessi per reciproca, insostituibile ricchezza. Pertanto voto a favore (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Ho ascoltato con interesse tutti gli interventi, specialmente quelli delle donne parlamentari e mi ha incuriosito, in particolare, quello dell'onorevole Fei, tra parentesi eletta in Padania con il sistema proporzionale (Applausi del deputato Buontempo), la quale ha affermato che le donne dovrebbero avere la garanzia di essere elette. Signor Presidente, si sa che i conflitti fra le donne sono sempre di una certa intensità: se è vero che le donne nel nostro paese superano il 53 per cento, non vi dovrebbero essere problemi; pertanto, ribadendo che mi farebbe molto piacere assistere ad un ricambio generale - e non continuare a vedere sempre i soliti personaggi, ma qualcosa di più interessante - sarebbe bene che le donne si confrontassero e cercassero di non avere quei conflitti che hanno sempre avuto e che non permettono loro di essere elette (Applausi dei deputati del gruppo della lega forza nord per l'indipendenza della Padania).
Pongo in votazione l'emendamento 1.60 della Commissione, accettato dal Governo.
(È approvato).
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.


