Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 537 del 19/5/1999
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(Decesso in carcere di Simona Giglio)

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Fragalà n. 2-01391 (vedi l'allegato A - Interpellanze ed interrogazioni sezione 5).
L'onorevole Cola, cofirmatario dell'interpellanza, ha facoltà di illustrarla.

SERGIO COLA. Non avrei voluto nella maniera più assoluta intervenire perché il dominus di questa interpellanza è l'onorevole Fragalà che saprà sicuramente replicare in modo più compiuto. Intervengo per un'esigenza della mia coscienza connessa all'attività professionale che esercito.
Il caso disperato, tragico, inquietante di questa poverina, Simona Giglio, che è morta in carcere in una maniera terrificante, è solo uno, onorevole Li Calzi, delle centinaia o migliaia di casi del genere. Nel corso della mia attività professionale ho visto decine di mie clienti morire in siffatte condizioni perché, da una parte, vi è stata la mancata ricezione di istanze da parte del tribunale di sorveglianza e, dall'altra, uno scarico di responsabilità sul povero consulente medico chiamato a determinare le condizioni di incompatibilità con il regime carcerario. Forse esiste una sola possibilità, quella di constatare prima la morte del detenuto e poi dire che vi è incompatibilità con il regime carcerario.
Questa è una realtà incontestabile che si verifica quotidianamente nel silenzio più assoluto.
Ho voluto offrire questa testimonianza che mi ha indotto a sottoscrivere, senza dubbi ed esitazioni, l'interpellanza giustissima presentata dal collega Fragalà, nella speranza che il clima cambi ma soprattutto con un altro tipo di speranza, segnalata nel documento ispettivo. Mi riferisco alla mancanza totale nelle carceri italiane di strutture ospedaliere alternative che diano la possibilità di curare adeguatamente, come è stato più volte segnalato dai consulenti medici, persone che si trovano alla fine dei propri giorni e che muoiono non con l'abbraccio dei familiari ma in una cella buia, triste e fredda di una delle tante carceri italiane.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia ha facoltà di rispondere.

MARIANNA LI CALZI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, onorevoli interpellanti, dalle notizie acquisite tramite la competente articolazione ministeriale, in relazione ai fatti che sono oggetto dell'atto ispettivo, è emerso quanto segue.
La detenuta Simona Giglio venne arrestata il 13 maggio 1998 a seguito dell'ordine di esecuzione di pena del 7 maggio 1998, emesso dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Sanremo. L'ordine fu emesso perché era divenuta esecutiva la sentenza di condanna del GIP del tribunale di Sanremo del 10 marzo 1998, che prevedeva una pena di un anno e due mesi per il reato di concorso in rapina.


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Dalle certificazioni mediche redatte nei confronti della detenuta risulta che la Giglio era affetta da ulcera duodenale sanguinante, varici esofagee di primo grado, cirrosi epatica e HIV; risulta, altresì, che essa era una tossicodipendente da eroina e cocaina dal 1981 e che era seguita dal SERT di Sanremo.
Fin dal primo giorno dell'ingresso nella casa circondariale di Genova, la detenuta fu sottoposta ad attento e continuo monitoraggio sanitario. Il 27 luglio 1998 venne ricoverata presso l'ospedale Galliera di Genova, dove decedeva il 30 luglio 1998. Il magistrato di sorveglianza di Genova, con provvedimento in data 3 giugno 1998, rigettò l'istanza di differimento provvisorio della pena sulla base della documentazione sanitaria della casa circondariale che, pur dando atto delle patologie che presentava la Giglio, aveva definito - come si legge testualmente nella certificazione in data 20 maggio 1998 - «le condizioni generali della detenuta soddisfacenti».
Le istanze di affidamento in prova al servizio sociale di detenzione domiciliare furono rigettate dal magistrato di sorveglianza, in quanto mancava una indicazione in merito all'attività che la detenuta avrebbe dovuto normalmente svolgere. In particolare, per quanto riguarda la richiesta di detenzione domiciliare, essa fu rigettata perché non risultava dalla certificazione medica che il protrarsi della detenzione avrebbe esposto l'interessata a grave pregiudizio.
Il tribunale di sorveglianza, con ordinanza del 21 luglio 1998, confermò i citati provvedimenti provvisori emessi, peraltro, da magistrati diversi.
Da notizie acquisite dalla direzione della casa circondariale di Genova, risulta che in relazione al colloquio della detenuta con la madre, la Giglio versava in gravissime condizioni di salute. Alla madre della detenuta furono - contestualmente al ricovero - comunicate le condizioni di salute della figlia e, dopo tale comunicazione essa si recò presso l'ospedale Galliera di Genova, dove ebbe un colloquio con i medici del reparto di degenza e dove vide la detenuta che sarebbe deceduta il giorno successivo.
Tramite la stazione dei carabinieri di Sanremo la madre fu peraltro informata del decesso. Circa la mancata consegna di copia della cartella clinica all'avvocato, la direzione della casa circondariale di Genova ha fatto presente di aver comunicato in data 17 settembre 1998 alla madre della Giglio e in data 5 ottobre 1998 all'avvocato che la copia di detta cartella era pronta da tempo, ma che nessuno si era presentato presso l'istituto penitenziario per ritirarla.
Per quanto riguarda quanto sostenuto dall'interrogante circa la presunta mancata restituzione degli effetti personali, risulta che il giorno 17 settembre 1998 la madre della Giglio ha provveduto a ritirare tali effetti, firmando apposito verbale che è agli atti.
Sul punto relativo alla mancata presenza di un medico nel collegio, il presidente del tribunale di sorveglianza di Genova - che il 21 luglio decise sul caso in esame - ha precisato che la presenza di un medico nel collegio è sempre stata piuttosto episodica, per il numero limitato di medici tra gli esperti che sono attualmente in servizio. In ogni caso, si è trattato di medici nominati perché esperti in psicologia o in psichiatria, non essendo in precedenza consentita la nomina di medici non esperti nelle branche indicate. Non è, quindi, possibile disporre la presenza di un medico in ciascun collegio, ferma la possibilità, largamente praticata, di disporre perizia ogni qualvolta si fosse ritenuto necessario.
Va peraltro segnalato che dal 1 gennaio 1999 le cose sono cambiate in quanto il Consiglio superiore della magistratura ha previsto per la prima volta - con la circolare del 25 luglio 1998 - la nomina di almeno un medico tra gli esperti per ogni collegio, nonché l'aumento del numero degli esperti stessi.
Sulla base della nuova circolare sarà possibile, per il futuro, far fronte in tutto ed in larga misura all'esigenza, sicuramente fondata, della presenza di un medico per ciascun collegio in relazione al


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numero crescente di domande di detenzione domiciliare e di differimento di pena.
In conclusione, non sono emerse, in relazione alla vicenda, responsabilità di ordine amministrativo e disciplinare a carico degli operatori penitenziari e non è stata disposta alcuna inchiesta amministrativa.

PRESIDENTE. L'onorevole Fragalà ha facoltà di replicare.

VINCENZO FRAGALÀ. Insigne Presidente, signor sottosegretario, devo dichiararmi assolutamente insoddisfatto per la risposta fornita all'interpellanza che ho presentato insieme ai colleghi Simeone, Cola e Lo Presti perché, in relazione alla tragica vicenda di cui il sottosegretario è stato puntuale cronista, la domanda che i sottoscritti deputati dell'opposizione avevano rivolto al Governo riguardava l'assunzione di provvedimenti urgenti e di iniziative per accertare eventuali responsabilità.
Nella risposta il sottosegretario ha detto che non sono emerse responsabilità rispetto ad una vicenda, insigne Presidente, che riguarda, peraltro, la corte d'appello del distretto della zona di cui lei è deputato e riguarda, inoltre, la struttura giudiziaria e carceraria del distretto di Genova.
Questo caso non riguarda un detenuto eccellente: noi, deputati dell'opposizione, abbiamo posto all'attenzione del Parlamento il caso di un detenuto senza nome, di uno, cioè, delle centinaia di detenuti che ogni giorno muoiono nelle carceri italiane per l'assoluta irresponsabilità e noncuranza degli operatori penitenziari che ritengono che la nostra Costituzione non tuteli anche il diritto alla salute del cittadino privato della libertà personale e, addirittura, che non esista il diritto alla vita.
Chiedo infatti al signor sottosegretario, di cui conosco la sensibilità riguardo alle garanzie dei cittadini, come possano il direttore di una casa circondariale - quella, cioè, di Pontedecimo -, nonché gli operatori penitenziari ed i medici che hanno risposto alla richiesta di accertamento sanitario avanzata dal magistrato di sorveglianza, dire che le condizioni di salute della detenuta Simona Giglio, che era ammalata terminale a causa di un male inguaribile, fossero soddisfacenti.
Come può il sottosegretario non ribellarsi a queste zone franche di impunità che tutelano il direttore di una casa circondariale? Come mai questo signore non è stato ancora sottoposto a procedimento penale per concorso in omicidio colposo? Come non è stato cacciato dall'amministrazione penitenziaria e come mai il medico che ha vistato il certificato non è stato radiato dall'albo dell'ordine dei medici di Genova? Infine, come mai il magistrato di sorveglianza di Genova, che aveva il dovere di vigilare e di controllare le informative che gli venivano fornite dal carcere di Pontedecimo, visto il quadro clinico devastante, che anche un bambino delle scuole elementari avrebbe capito trattarsi del quadro clinico di un ammalato terminale, sta ancora al suo posto? Come mai il sottosegretario non vede alcun tipo di responsabilità nel fatto che quel magistrato di sorveglianza abbia ritenuto che quel quadro clinico devastante fosse compatibile con la segregazione carceraria e con l'incredibile definizione di «condizioni di salute soddisfacenti» di una detenuta ammalata terminale?
Il nostro insorgere, signor Presidente, signor sottosegretario, è a nome non soltanto di questa detenuta ma anche di tante altre persone che in tutta Italia hanno a che fare ogni giorno con un apparato burocratico assolutamente «sordo» alle garanzie dei cittadini, un apparato che non consente, per esempio, che sia applicata la cosiddetta legge Simeone. Infatti, a fronte delle oltre 2 mila domande fatte in Italia per beneficiare di quanto previsto dalla cosiddetta legge Simeone (sto parlando del nostro collega Alberto Simeone), ne sono state accolte soltanto 54 e questo perché vi è un apparato burocratico del DAP, dell'organizzazione penitenziaria, ma soprattutto una mentalità burocratica dei magistrati


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di sorveglianza, secondo i quali il cittadino detenuto ha perduto anche il diritto alla salute e alla vita.
Con riferimento a quanto appena detto, chiedo al sottosegretario se in Italia sia stato abrogato dal nostro codice il reato di omicidio colposo; chiedo inoltre per quale motivo il medico che ha sottoscritto quel certificato attestante condizioni di salute soddisfacenti non sia stato sottoposto a procedimento penale. Inoltre chiederò al ministro guardasigilli, che esercita l'azione disciplinare nei confronti dei magistrati e al procuratore generale presso la Corte di cassazione, per quale motivo, nei confronti del presidente della sezione di sorveglianza di Genova e dei diversi magistrati di sorveglianza che hanno burocraticamente ritenuto compatibile un quadro clinico devastante di una malata terminale, con una dichiarazione burocratica di condizioni di salute soddisfacenti, non siano stati sottoposti a procedimento disciplinare.
Si ritiene che in Italia vi sia una zona franca di impunità e di irresponsabilità quando si varca l'ambito dell'ordine giudiziario e degli operatori penitenziari i quali, sulla base di quanto affermato dal rappresentante del Governo, sembrano cittadini che non rispondano alle leggi italiane: né alle leggi penali né soprattutto a quelle che prevedono un risarcimento.
Il caso della signora Simona Giglio è incredibile anche sotto un altro punto di vista, che credo non sia sfuggito al rappresentante del Governo.
Era già in vigore la cosiddetta legge Simeone quando è accaduta la vicenda di cui stiamo parlando. Ebbene, ci troviamo dinanzi ad un soggetto che pur versando in condizioni simili, in cura presso il SERT di Genova, e ammalato terminale, affetto da patologie «senza ritorno», è stato eseguito l'ordine di carcerazione per il reato di rapina impropria (reato per il quale è stato condannato ad un solo anno e mesi due di reclusione). Mi chiedo per quale motivo non sia scattata automaticamente, in questo caso, la sospensione dell'ordine di carcerazione, così come vuole la legge.
Poiché il differimento dell'esecuzione della pena è previsto dalla nostra normativa come obbligatorio quando un soggetto versa in gravi condizioni di salute e comunque incompatibili con la segregazione carceraria, chiedo - lo faccio ancora una volta - come mai il magistrato di sorveglianza, che è tutore di questo diritto del cittadino, abbia consentito l'esecuzione dell'ordine di carcerazione e non abbia invece autorizzato il rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena, dinanzi alle gravissime condizioni di salute della povera signora Giglio.
Credo che il sottosegretario si debba porre il problema come cittadina, prima che come parlamentare e componente del Governo, se nei confronti dei familiari, degli eredi di questa povera vittima dell'ingiustizia e della barbarie del nostro ordinamento penitenziario e del nostro ordinamento giudiziario, non debbano scattare provvidenze riparatorie e risarcitorie perché Simona Giglio non è morta per caso.
Credo che continueremo questa battaglia affinché chi ha determinato il suo decesso paghi, ma soprattutto sia chiamato ad una responsabilità precisa anche di carattere risarcitorio.

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