Seduta n. 221 del 1/7/1997

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Svolgimento di interpellanze e di interrogazioni (ore 9,37).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze e di interrogazioni.
Constato l'assenza dell'onorevole Garra: si intende che abbia rinunziato alla sua interrogazione
n.3-00505 (Licenziamenti di dipendenti dell'azienda Itel) (vedi l'allegato A).
Segue l'interpellanza Tassone n.2-00481 (Attuazione dei patti territoriali) (vedi l'allegato A).
L'onorevole Tassone ha facoltà di illustrarla.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per il bilancio e la programmazione economica ha facoltà di rispondere.

GIORGIO MACCIOTTA, Sottosegretario di Stato per il bilancio e la programmazione economica. L'interpellanza in esame pone una serie di problemi relativi alla nuova disciplina della programmazione negoziata. Vorrei articolare la mia risposta in cinque punti.
La prima questione. Le novità della disciplina introdotta dalla legge n.662, all'articolo 2, commi 203 e seguenti, riguardano fondamentalmente due questioni. La prima è l'estensione della disciplina della programmazione negoziata, precedentemente prevista solo per i territori delle aree depresse, all'intero territorio nazionale, fermo restando che le risorse a ciò destinate sul bilancio dello Stato possono essere utilizzate solo per i territori delle aree depresse. La strumentazione giuridica e in particolare le facilitazioni procedurali sono però a questo punto utilizzabili sull'intero territorio nazionale. Ciò comporta un vantaggio, perché consente di sperimentare gli istituti della programmazione negoziata anche nelle aree in cui è più forte la struttura economico-sociale e la presenza della pubblica amministrazione, quindi


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consente di trasferire tale sperimentazione anche nei territori delle aree depresse.
La seconda innovazione riguarda l'ampliamento settoriale degli interventi resi possibili dalla programmazione negoziata, non solo perché è stata introdotta una disciplina normativa in materia di contratti d'area, ma anche perché le norme contenute nella legge n.662 delegano al CIPE l'eventuale innovazione con delibere, e quindi danno una grande flessibilità alla normativa. Inoltre, si estende l'applicazione del contratto di programma, finora previsto solo per la grande impresa e con misure particolarmente stringenti per consorzi di piccole e medie imprese, mentre con la legge n.662 si è estesa l'applicazione del contratto di programma ai distretti industriali, il che consentirà una più flessibile utilizzazione di questo istituto anche verso il tessuto delle piccole e medie imprese, la cui assenza è il vero problema della struttura produttiva del Mezzogiorno.
Infine, sempre in materia di allargamento degli orizzonti degli strumenti della programmazione negoziata, occorre considerare il combinato disposto della normativa contenuta nei commi 203 e seguenti dell'articolo 2 con quella prevista dai commi 96 e seguenti dello stesso articolo in materia di riprogrammazione delle risorse europee. Il tentativo è infatti quello di coinvolgere negli strumenti della programmazione negoziata il complesso delle risorse attivabili su un determinato territorio, quelle nazionali ma anche quelle locali e comunitarie.
La seconda questione che vorrei affrontare è quella dell'eventuale gerarchia degli strumenti, circa la quale in questa interpellanza viene chiesta al Governo una precisazione. Non esiste, ed è dichiarato nelle premesse della delibera del CIPE del 21 marzo, una gerarchia fra gli strumenti, anche se si è ritenuto che comunque debba essere ovviamente valutata una logica connessione sia fra strumenti che insistono su una stessa area sia fra lo strumento generale (le intese istituzionali di programma e gli strumenti subregionali) ed i patti territoriali ed i contratti d'area o settoriali (i contratti di programma che insistono nella stessa area). Inoltre la delibera del CIPE coglie un punto: i tempi non brevissimi che saranno necessari per definire le intese istituzionali di programma, che non vogliono subordinare all'attivazione piena di tali intese l'operatività di altri strumenti, che invece si può presumere (e, come dirò di seguito, così è infatti) vadano immediatamente a regime.
Per quanto si ipotizzi che nella prospettiva gli strumenti subregionali o settoriali debbano essere naturalmente interconnessi con le intese istituzionali di programma, in fase di prima applicazione essi possono operare anche in assenza di un'intesa istituzionale di programma. Rimane solo il vincolo che di tali strumenti settoriali o subregionali sia data comunicazione alla regione interessata e che si considerino nella valutazione dei patti territoriali e dei contratti d'area le interconnessioni con la programmazione regionale, ove essa esista.
Per quanto riguarda il rapporto tra i diversi strumenti di livello subregionale - ed è la terza questione che voglio affrontare - esso non è esplicitamente regolato dalla direttiva CIPE del 21 marzo, ma sembra evidente, dagli obiettivi che ci si propone, che siano incompatibili fra di loro gli strumenti del patto territoriale e del contratto d'area. Si tratta infatti di strumenti che insistono entrambi su un territorio e che probabilmente, sulla base della sperimentazione, si riveleranno idonei, il primo (il patto territoriale) ad interconnettere territori caratterizzati da una molteplicità di strutture istituzionali, di comuni piccoli o medio-piccoli, il secondo (il contratto d'area) per intervenire in aree caratterizzate da insediamenti industriali rilevanti e da istituzioni di dimensioni consistenti dal punto di vista della popolazione e del territorio.
Credo che si verificherà sempre di più, nel corso dell'applicazione, una possibile sovrapposizione fra patto territoriale e contratto di programma, assumendo in questo caso sempre di più il patto territoriale una connotazione di strumento

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volto ad infrastrutturare il territorio, magari con strutture di valenza produttiva; penso agli interporti o ai porti turistici gestiti territorialmente, quindi non solo alla struttura materiale, ma anche alla loro gestione imprenditoriale. Ripeto, è necessaria un'interconnessione tra patti territoriali così intesi e contratti di programma intesi come accordi con il tessuto delle piccole e medie imprese che intendono operare in quel territorio.
Per quanto riguarda la strumentazione della programmazione negoziata - si tratta del quarto punto che intendo affrontare - l'accordo di programma-quadro è lo strumento preposto come attuatore di tutti gli strumenti della programmazione negoziata. È questo un altro punto di novità della disciplina, che diventa così non solo generica indicazione politico-programmatica, ma anche precisa individuazione degli strumenti amministrativi di gestione degli accordi e delle intese che sono state raggiunte tra soggetti istituzionali o tra questi ultimi e soggetti imprenditoriali.
Vorrei sottolineare in particolare due punti della strumentazione. Il primo riguarda la possibilità - e quindi la necessità - di indicare nell'accordo di programma-quadro il soggetto titolare dei poteri sostitutivi in caso di inerzia, poteri sostitutivi che possono intendersi non solo dall'alto verso il basso, ossia come poteri esercitati dall'amministrazione statale nei confronti dell'amministrazione regionale, ma più generalmente come indirizzati nella direzione di uno qualsiasi tra i soggetti che sono parte dell'accordo e che potrebbero operare, su decisione del comitato di governo dell'intesa istituzionale di programma (composto da rappresentanti del Governo e della giunta regionale), anche nei riguardi di inadempienze delle amministrazioni centrali. La seconda questione rilevante è l'individuazione, sempre nell'intesa istituzionale, e quindi la sua traduzione nell'accordo di programma-quadro, della possibilità di utilizzare un unico soggetto erogatore per l'intero ammontare delle risorse previste nell'intesa istituzionale e, conseguentemente, in tutti gli strumenti subregionali o settoriali applicativi della programmazione negoziata. Un altro punto rilevante della strumentazione è la concertazione che essa ipotizza tra i diversi soggetti istituzionali. Si è cioè preferito indicare non lo strumento privilegiato dell'intervento autoritativo dell'amministrazione centrale, ma quello del raccordo tra amministrazione centrale ed amministrazione regionale. Anche in questo caso voglio fare riferimento non solo agli istituti della programmazione negoziata, ma anche a quelli contenuti in commi precedenti dell'articolo 2 (96 e seguenti), che individuano una procedura particolarmente articolata di concertazione tra amministrazione centrale ed amministrazione regionale per quanto riguarda l'utilizzazione dei fondi comunitari. Essendosi infatti rilevato che non esiste nessun livello dell'amministrazione, né locale né centrale, esente da disfunzioni e ritardi, si è scelto lo strumento della concertazione come modalità per individuare gli interventi in ritardo di attuazione e per rilocalizzare le risorse ad essi destinate verso nuovi interventi, la cui attuazione sia prevista in tempi più celeri. Si è anche previsto, per agevolare queste operazioni di spostamento, che le risorse nazionali liberate attraverso il finanziamento di interventi precedentemente programmati e finanziati solo con risorse nazionali, siano destinate al rifinanziamento di quegli interventi, nell'ambito della stessa regione, che fossero concordemente individuati dall'amministrazione regionale e dall'amministrazione centrale.
Per quanto riguarda le procedure, il CIPE ha delegato al ministro del bilancio la promozione di apposite convenzioni che regolino i rapporti di assistenza ai soggetti promotori dei patti territoriali. Vorrei qui precisare che la procedura di formazione di un patto territoriale è stata sostanzialmente suddivisa in quattro momenti.
C'è una prima fase, quella della promozione e della preliminare concertazione, che è stata finora - ed io penso e spero che lo sarà anche in futuro - opportunamente seguita dal Consiglio nazionale

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dell'economia e del lavoro che, essendo la sede in cui si incontrano le rappresentanze delle forze sociali, è anche quella in cui meglio e più opportunamente si può promuovere la concertazione delle forze sociali locali.
La firma del protocollo che attesta la concertazione candida poi il patto ad un ulteriore momento, quello della formulazione di un vero e proprio programma, nel quale alle aspirazioni programmatiche si aggiunge una più puntuale individuazione degli interessi. Naturalmente, nulla impedisce che tanto la concertazione quanto questa seconda fase vengano curate autonomamente dai soggetti promotori del patto, ma qualora questi lo ritengano necessario la seconda fase potrà essere seguita da società di assistenza scelte dai promotori stessi tra quelle appositamente convenzionate con il Ministero del bilancio.
C'è poi una terza fase, quella dell'istruttoria vera e propria. In questo caso, l'istruttoria verrà svolta a cura di istituti di credito o di altre istituzioni finanziarie, anch'esse appositamente convenzionate con il Ministero del bilancio e scelte tra quelle che avranno presentato domanda con procedure assai simili a quelle già sperimentate positivamente in applicazione della legge n.488 del 1992 per l'istruttoria in materia industriale.
Infine, completata l'istruttoria delle singole attività e dell'intreccio tra loro, si ha la quarta fase, consistente nella valutazione finale degli uffici del Ministero del bilancio circa l'opportunità e la possibilità del finanziamento ed il collegamento dell'intervento con il programma regionale.
L'ultimo argomento che desidero trattare è quello delle risorse. Il CIPE, in data 23 aprile, ha proceduto ad una prima identificazione delle risorse destinate agli strumenti della programmazione negoziata, individuando 1.200 miliardi per i contratti di programma, mille miliardi per i contratti di area e mille miliardi per i patti territoriali. Vorrei ricordare, per quanto riguarda questi ultimi, che nell'ultima riunione del CIPE, svoltasi il 26 giugno, ne sono stati già approvati dodici e che, tenendo conto delle risorse precedentemente stanziate e di quelle indicate dalla delibera del 23 aprile, risultano oggi disponibili per ulteriori patti circa 900 miliardi. Considerato che la stipula della convenzione con gli istituti di credito e, quindi, la partenza dell'istruttoria formale andrà a regime all'inizio dell'autunno e che, nel frattempo, è prevedibile che il CNEL abbia completato la fase preliminare, con il vecchio regime, di un'altra ventina di patti territoriali, si può presumere che vi sarà forse bisogno di un'ulteriore integrazione delle risorse stanziate per far fronte nel 1997 all'intera gamma dei patti che saranno istruiti.

PRESIDENTE. L'onorevole Tassone ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n.2-00481.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, desidero ringraziare il sottosegretario Macciotta per la sua ampia ed articolata risposta. Come si può vedere, anche con il sottosegretario Macciotta abbiamo ormai su questi problemi una consuetudine di confronto e mi auguro che ciò sia utile ai fini della possibilità di seguire con attenzione, potremmo dire con un monitoraggio continuo - che, in questo caso, proviene dall'aula di Montecitorio -, l'evoluzione di questo strumento dei patti territoriali. Ho ascoltato con molto interesse il sottosegretario, però, malgrado il suo sforzo, devo dire che nutro ancora qualche preoccupazione e qualche perplessità, non sull'efficacia, sul piano concettuale, dello strumento messo in atto, ma sui risultati da esso raggiunti. Oltretutto, nella mia interpellanza ponevo una serie di quesiti che ritengo debbano essere approfonditi. Certo, il sottosegretario mi ha risposto per quanto riguarda le procedure, le gerarchie, gli obiettivi, il lavoro e i finanziamenti del CIPE, però rimangono per intero, onorevole Macciotta, alcune grandi preoccupazioni e perplessità.
Prima di ogni altra cosa, chiedevo di chiarire gli ambiti della programmazione negoziata. Forse, abbiamo qualche difficoltà anche nel delimitare i patti territoriali


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che hanno un'efficacia e una valenza in termini più ristretti, in termini localistici (poi ci sono i contratti di area, le concertazioni programmate, e così via). Ritengo, allora, che debbano essere ulteriormente definiti gli ambiti della programmazione negoziata di cui all'articolo 2 della legge n.662 del 1966.
Quando parlo dell'ambito della programmazione negoziata, desidero anche introdurre il tema dei contenuti da dare a questo strumento che, come si è detto più volte anche in quest'aula da parte del Governo, rompe con l'assistenzialismo, nel momento in cui si allarga anche concettualmente l'intervento nelle aree depresse e si danno anche localmente, quindi alle energie locali, le possibilità di costruire una prospettiva di sviluppo economico che non sia solo quello tradizionalmente assistito. Se non indichiamo gli ambiti della programmazione, rischiamo che ci sia semplicemente un impegno, un fervore, almeno per quanto riguarda i piani territoriali, limitato alla individuazione delle carenze infrastrutturali.
Nella mia interpellanza ho ritenuto di dover chiedere al Governo - non so se con questa richiesta sono andato fuori tema - di chiarire i contenuti e gli ambiti della programmazione negoziata.
Nel momento in cui parliamo di sviluppo delle grandi tecnologie, di ruolo nell'area del Mediterraneo e nell'Europa - tutte cose che rivendichiamo sul piano delle dichiarazioni di buone intenzioni di natura patriottarda - ritengo che si debba dare una risposta per quanto riguarda, per esempio, anche il servizio di osservazione della terra dallo spazio. Credo sia un dato importante, tenendo conto che nei giorni scorsi il Parlamento ha sollecitato un impegno del Governo per quanto riguarda i problemi dell'ambiente, dei mutamenti climatici. In quest'aula abbiamo discusso tutti i problemi che riguardano il territorio e la qualità della vita, sollecitando un'iniziativa e un impegno prima dell'assise di New York.
Non c'è dubbio che se questi piani, questo programma, questa concertazione potessero anche aggredire tali aspetti e tali problemi, ritengo che noi daremmo già un'indicazione ed un contenuto per ancorare al terreno delle certezze una prospettiva di sviluppo economico non tradizionale, non di riporto: non un surrogato di scelte economiche bensì una scelta, un'opzione forte anche sul piano di una risposta che dobbiamo dare alle esigenze occupazionali e dunque di sviluppo.
Ed allora si pone, come dicevo, il problema del monitoraggio della regione mediterranea. Al riguardo ritengo che alcune cose siano già state dette nell'Europrogramma Mediterraneo, di cui alla conferenza di Barcellona del 1995. Tali cose le ho già dette e mi sono permesso di riprenderle nella mia interpellanza, richiamando quanto preannunciato dal ministro Dini nell'audizione presso le Commissioni esteri e difesa del 6 febbraio 1997.
Occorre dunque una valutazione in più rispetto anche al ruolo delle aree depresse. Queste ultime come le sviluppiamo? Rivolgendo semplicemente un appello alle risorse locali perché rompano le vecchie bardature, le vecchie incrostazioni o i vecchi isolamenti e diano spazio, forza, fiato alle «intelligenze»? Questo è un ottimo intendimento, sul quale concordo; dobbiamo però offrire anche una prospettiva molto forte se vogliamo giustificare relativamente allo scandagliamento delle risorse a disposizione ... Il sottosegretario Macciotta ha fatto riferimento prima a 1.200 miliardi e poi per due volte a mille miliardi in relazione ai patti territoriali e alle aree a contrattazione programmata. Al riguardo ritengo che si debba dare anche una prospettiva in termini diversi per determinare un aggancio forte rispetto alle scelte indicate.
Ho ascoltato con molto interesse l'ambito dell'intesa istituzionale di programma. Ritengo di dover fare su ciò un richiamo ulteriore anche in quest'occasione per capire quali siano le collaborazioni. A tale riguardo in tutto questo lavorio che si fa a livello locale non ho visto dei riferimenti. Più volte ho dovuto

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sottolineare in quest'aula l'assenza di un coordinamento ma soprattutto un tentativo di by-passare le regioni.
Diciamocelo con estrema chiarezza: quando parliamo di patti territoriali viene fuori concettualmente e culturalmente una certa filosofia, non saprei dire se espressa o meno, se manifesta o nel subconscio, se surrettizia o carsica. Ciò che è indubbio è che emerge una certa cultura: quella di by-passare le regioni!
Dico questo anche al di là delle mie valutazioni sulle conclusioni cui è giunta ieri la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali (conclusioni già molto osannate dai giornali). Caro Gustavo Selva, io non sono d'accordo ...

GUSTAVO SELVA. Ce lo dirai!

MARIO TASSONE. Non sono d'accordo! Non ci sono la disciplina e gli ordini dei segretari di partito che danno l'«ok». A differenza di altri noi abbiamo qualche perplessità. C'è poi qualcuno che dimostra sicumera e che rilascia dichiarazioni alla televisione e i colleghi parlamentari si adeguano a ciò che dice il capo. Noi non abbiamo capi; del resto parlando di patti territoriali vi è uno sforzo che proviene dal basso ed è teso a costruire in alto una prospettiva. Ritengo che sia un po' questa la filosofia! Dunque il dato dell'economia non si può scindere dal dato istituzionale e dello sviluppo economico complessivo. Ovviamente con questo ho voluto fare un inciso benevolo ed amicale credendo che anche Gustavo Selva in fondo la pensi come molti di noi.
Quanto al problema delle regioni, non in omaggio ad un discorso federalista così come è stato un po' abbozzato ma non definito con grande lungimiranza (comunque saranno poi le aule di Montecitorio e di Palazzo Madama, nella loro potestà emendativa, a mettere un po' d'ordine nell'intera materia e non solo in quella del federalismo), ritengo che le regioni non possano essere by-passate. Inoltre, come ho già detto, ritengo che manchi un coordinamento e che sia necessario un dato di riferimento e di chiarimento.
Amico Macciotta, non ho colto quali siano i risultati delle procedure alle quali lei ha fatto riferimento con l'intelligenza, la capacità e la preparazione che le ho sempre riconosciuto, ragion per cui non credo di doverle manifestare la mia considerazione ed il mio rispetto anche in questa occasione perché, le ripeto, l'ho fatto in molte altre. Ebbene, non abbiamo risultati perché c'è grande confusione. Ho già detto in altre occasioni che ci si è occupati dei patti territoriali come se l'accordo tra province, enti locali ed altri soggetti non rappresentasse il punto di partenza, bensì quello di arrivo. Si è proceduto senza aver chiare le idee, senza conoscere le risorse e senza una capacità progettuale.
Nella mia interpellanza chiedevo quindi al Governo se intendesse istituire nell'ambito dell'amministrazione centrale un ufficio di indirizzo e di controllo per guidare l'applicazione degli strumenti della programmazione concertata, allo scopo di recuperare il tempo finora trascorso. Ciò avrebbe rappresentato un punto di riferimento per i patti territoriali, i contratti di area e quant'altro.
Lo ripeto, occorre conseguire risultati concreti perché, non so altrove, ma nel Mezzogiorno non se ne sono prodotti. Non vorrei che la cifra di 3.200 miliardi risultasse semplicemente nominale, una somma della quale il Tesoro ha sempre la disponibilità perché nessuno la spende né la utilizza, non essendo prevista in una adeguata programmazione. Ovviamente ciò non avviene per colpa dell'esecutivo perché il Governo, in fondo, auspica sempre nel proprio cuore che non si spendano i soldi. Non vorrei essere irriguardoso nei confronti del Governo, ma è un po' come quel padre di famiglia che non si preoccupa se i figli vanno in giro scalzi, perché gli basta che siano pieni i forzieri.
Vorrei poi osservare come le informazioni fornite in proposito al Parlamento siano scarse, sottosegretario Macciotta, dal momento che non vengono date notizie adeguate sulle procedure e sulle gerarchie, che pure rappresentano elementi conoscitivi


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interessanti. Ritengo invece che il Parlamento non debba essere considerato un interlocutore marginale cui riservare una pura conoscenza astratta dei problemi di carattere sociale ed economico, bensì un reale interlocutore anche dal punto di vista pratico. Infatti, non è che alle Camere spetti la gestione diretta, ma devono conoscere i problemi nella loro dimensione reale.
Ad esempio, si è fatto riferimento alla convenzione stipulata tra il CNEL e la regione Campania circa le modalità di elaborazione dei patti territoriali, convenzione ritenuta dal rappresentante del Governo «un modello da seguire in tutte le altre regioni». Io parlo della Campania non soltanto perché essa è la mia regione di riferimento nel regno delle due Sicilie, dal momento che, essendo io calabrese, vivo nella propaggine di tale regno, ma anche perché il dato della Campania è stato continuamente esaltato nella seduta della Camera dei deputati del 13 marzo scorso come un modello da seguire in tutte le altre regioni. Ebbene, vorremmo sapere in concreto quale sia tale modello e quali risultati abbia prodotto, anche per consentire alle regioni di ricevere un contributo per risolvere tali problemi.
Il Governo quindi deve attrezzarsi a tale riguardo, non so se attraverso un accordo a livello locale. Ad ogni modo vi è una situazione disoccupazionale incredibile, onorevole sottosegretario. La gente ormai non crede più né ai contratti di area, né ai patti territoriali, né alla concertazione programmata. Se lei si recasse, come gentilmente ha già fatto, nella mia regione, si renderebbe conto che nessuno crede più ad alcun intervento e soprattutto alle novità conclamate.
Vorrei pertanto ricevere un'informazione precisa da parte del Governo e non so se ciò possa essere fatto per il tramite delle regioni. Ciò permetterebbe di capire quali siano le disposizioni contenute nelle convenzioni tra il CNEL e le regioni.
A me sembra che quello elaborato dai tecnici del Ministero del bilancio sia un congegno preciso ma, se si è concluso il periodo della Cassa per il Mezzogiorno, cioè dell'assistenza, della caduta a pioggia degli interventi, ora si tenta un recupero dal basso. Ci chiediamo se tale azione sia guidata dal Governo. In caso affermativo, vorremmo conoscere gli eventuali risultati, se si riesca cioè a stabilire un contatto con gli enti locali, con le regioni, anche perché nel rapporto con questi ultimi permangono ancora molti nodi da sciogliere derivanti non solo da colpe del Governo ma anche dal cattivo funzionamento degli enti locali stessi.
Pertanto, mentre riconosco al sottosegretario lo sforzo compiuto nel dare un'indicazione, ritengo che esso sia tuttavia inadeguato. Al CNEL sono assegnati vari compiti, ma esso non è il Governo e quindi non può essere un nostro interlocutore. È un organo previsto dalla Costituzione ma che sfugge al controllo dei più, è un impero a parte che gode di una propria nicchia di alta cultura e di alta elaborazione concettuale. Il collega Teresio Delfino mi ricorda che la Commissione bicamerale ha deciso di sopprimerlo e a tale proposito abbiamo letto sui giornali del pianto di qualche esponente del CNEL a cui esprimiamo la nostra solidarietà per il fatto che comunque non sarà mai disoccupato. Nel nostro paese infatti ci sono personaggi che non saranno mai disoccupati né nella prima, né nella seconda, né nella terza Repubblica perché, essendo cittadini del mondo, troveranno sempre cittadinanza e riusciranno a vivere dovunque, in qualsiasi propaggine, in qualsiasi clima, in qualsiasi latitudine, in qualsiasi sistema politico. A costoro è sufficiente una battuta all'anno per avere accesso nelle istituzioni.
Come dicevo, il CNEL non è un interlocutore del Parlamento e quindi è il Governo che deve darci i risultati di quello che fino ad oggi è stato un buon congegno, almeno sulla carta, come tanti altri congegni, però con scarsi risultati. Peraltro non vorrei che un domani il Governo si giustificasse ricordando che gli stanziamenti erano abbondanti perché il problema non è tanto sulla quantità quanto sulla qualità dell'intervento. È per questo che ancora una volta auspico che

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un domani il Governo non si giustifichi dicendo che, nonostante gli stanziamenti, il fallimento sia da addebitare agli enti locali.
Questo credo che sia l'auspicio di tutti noi ed è per queste riserve che, dolente, non posso dichiararmi soddisfatto della risposta alla mia interpellanza, anche se manifesto un giudizio positivo per la persona del sottosegretario come atto fiduciario. Non posso fare altrettanto nei confronti della risposta che nasce da un Governo che ha un'idea diversa della realtà, quella di farci andare in Europa solo sulla carta e in uno stato di asfissia tale per cui le aree depresse diventano sempre più depresse e i disoccupati aumentano.

PRESIDENTE. Segue l'interrogazione Marinacci n.3-01117 (Ripartizione di fondi tra le regioni) (vedi l'allegato A).
Il sottosegretario di Stato per il bilancio e la programmazione economica ha facoltà di rispondere.

GIORGIO MACCIOTTA, Sottosegretario di Stato per il bilancio e la programmazione economica. Signor Presidente, se mi consente vorrei dare all'onorevole Tassone un appuntamento per oggi alle ore 12 quando, su questo argomento, la Commissione bilancio svolgerà un'audizione; in quella sede potrà avere ulteriori precisazioni in relazione alle domande poste nella sua replica.
Rispondendo all'interrogazione dell'onorevole Marinacci, vorrei ricordare che la deliberazione del CIPE adottata il 18 dicembre 1996 ha introdotto criteri più sofisticati rispetto a quelli presi in considerazione nell'anno precedente per la ripartizione delle risorse, tali da poter meglio premiare le aree più depresse ed i territori in ritardo di sviluppo.
Per quanto riguarda il riparto 1996, il CIPE era infatti intervenuto con la definizione dei criteri solo all'indomani della presentazione delle domande. Di conseguenza aveva ritenuto più opportuno, fatta una ricognizione delle domande e delle risorse finanziarie disponibili, attribuirle in modo tale da garantire il soddisfacimento in misura uguale in relazione al numero delle domande, il che ovviamente aveva privilegiato le aree più dinamiche nelle quali maggiore era il numero delle domande presentate. Tale criterio si era dunque rivelato sostanzialmente insoddisfacente.
Il CIPE ha proceduto in anticipo per il 1997. Ha sentito ripetutamente le regioni ed ha ottenuto l'assenso della maggioranza delle stesse su un nuovo criterio che ancorasse il riparto delle risorse a dati risultanti oggettivamente dalle rilevazioni ISTAT, quali la popolazione residente nelle aree depresse e l'indice di disoccupazione rilevato a livello provinciale, che è il massimo indice di disaggregazione possibile per le statistiche ufficiali. Il CIPE ha d'altro canto ritenuto necessario assegnare le risorse in tempi tali da poter consentire che, conclusa l'istruttoria, immediatamente si potesse dar luogo al finanziamento delle relative graduatorie.
Pertanto, con due successive deliberazioni, in data 23 aprile e 26 giugno, il CIPE ha destinato alle finalità della legge n.488 del 1992, per l'esercizio 1997, 2.500 miliardi di risorse aggiuntive che andranno ad aggiungersi ad alcune altre risorse disponibili presso il Ministero dell'industria, delle quali è ancora in corso una precisa ricognizione e che presumibilmente consentiranno di finanziare una quota non inferiore al 60 per cento del totale delle domande presentate.
Per quanto riguarda il criterio di ripartizione, vorrei ricordare che per il 1996 era stato destinato alle aree del Mezzogiorno il 74,1 per cento delle risorse aggiuntive. Con nuovi criteri è stato possibile elevare detta percentuale al 78,9 per cento.
Naturalmente, come l'onorevole interrogante immaginerà, è stata compiuta una verifica delle conseguenze che sarebbero derivate dall'applicazione nel 1997 di un criterio analogo a quello utilizzato nel 1996, sulla base di due indici: quello delle domande presentate e quello delle domande rimaste inevase. È risultato che, qualora si fosse applicato tale indice


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grezzo che sembra suggerito anche dalla interrogazione, l'intero Mezzogiorno avrebbe perso circa 5 punti e che, nell'ambito del meridione, la regione più privilegiata in termini di domande rimaste inevase dalla precedente ripartizione sarebbe stata la Campania, che avrebbe perso circa 2 punti. Questa è la ragione per la quale non è stato applicato meccanicamente l'indice previsto nel 1996 ed è stato invece modificato con l'applicazione del criterio della popolazione, corretto dall'indice di disoccupazione. Alcune regioni hanno protestato, non condividendo questa scelta del Governo; hanno protestato in particolare le regioni Piemonte e Veneto, che sarebbero state particolarmente favorite dall'utilizzo dei criteri usati nel 1996.

PRESIDENTE. L'onorevole Marinacci ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n.3-01117.

NICANDRO MARINACCI. Signor Presidente, sottosegretario Macciotta, pur esprimendo - come ha già fatto l'onorevole Tassone - la più viva stima personale nei suoi confronti, debbo invece dichiararmi assolutamente insoddisfatto della sua risposta, per le ragioni che mi accingo ad esplicare.
La delibera CIPE del 18 dicembre 1996, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 4 marzo 1997, stabiliva un nuovo criterio di ripartizione a favore delle regioni dei finanziamenti previsti nell'anno in corso ai sensi della legge n.488 del 1992, sostituendo il riparto adottato in precedenza, fondato sul numero delle domande presentate, con il criterio della popolazione residente in ciascuna regione, corretto con l'indice di disoccupazione. Ma questo è stato un fatto postumo; invece, le regole debbono essere dettate a priori e non quando già una regione, o gli imprenditori della stessa, hanno presentato una domanda: e poi, invece, si fa una legge e si attua un discorso diverso.
Devo rilevare ancora una volta l'adozione del criterio dei due pesi e delle due misure da parte di questo Governo che, a parole afferma di voler investire nel meridione, ma nei fatti, pur investendo, lo fa dove spesso non viene richiesto.
Per quanto riguarda la sanità, ricordo come voi, signori del Governo, vi siete espressi all'epoca: al nord dovevano essere erogati tanti contributi in più perché vi era stata una spesa maggiore; invece, alle aziende ospedaliere del meridione andavano pochissimi contributi, perché non avevano speso. È in questo senso che ravviso l'esistenza di quel criterio dei due pesi e delle due misure!
Per ciò che riguarda quindi la delibera CIPE del 18 dicembre 1996, quella cioè che fissa i nuovi criteri di ripartizione su base regionale delle risorse disponibili per le agevolazioni industriali previste per il 1997 - sempre ai sensi della legge n.488 del 1992 -, con riferimento alla stessa per quanto precedentemente e brevemente spiegato, prego il Governo di voler intervenire per procedere ad una rivisitazione dei termini della delibera - anche se tardivamente - mediante il ricorso a parametri più direttamente legati al tessuto produttivo, come quello della propensione agli investimenti evidenziata dalle imprese delle diverse regioni dell'obiettivo 1.
Invece che cosa è successo? Diversamente dal riparto operato nella prima annualità ed avvenuto sulla base delle domande presentate in ambito regionale, la delibera CIPE ha proposto una nuova ripartizione postuma, incentrata sul criterio della popolazione residente in ciascuna regione, corretto con l'indice di disoccupazione!
È a questo punto necessario soffermarsi sul concetto della disoccupazione. Come sosteneva poc'anzi il collega Tassone, spesso i governi precedenti avevano investito a pioggia e dall'alto; ora, invece, sta arrivando una spinta dal basso: mi riferisco a quella spinta del meridionale, che non è più statico ma dinamico, e che si vede a sua volta tagliare le gambe rispetto agli investimenti che vorrebbe effettuare.
A seguito di questa nuova ripartizione, la Puglia risulterebbe assegnataria del


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12,17 per cento del totale delle risorse rese disponibili dalla legge n.488 del 1992. Tale dato, unitamente ad una elevata concentrazione degli interventi a livello territoriale - e lei stesso, signor sottosegretario, lo aveva affermato in precedenza -, dimostra che due sole regioni, la Campania e la Sicilia, risulterebbero assegnatarie di oltre il 47 per cento delle risorse; siccome la media sarà del 60 per cento delle risorse da erogare, vuol dire che le restanti regioni dell'obiettivo 1 si spartiranno una percentuale del 13 per cento dei contributi da erogare.
Siamo alla follia! A tante piccole aziende verranno negati i contributi a priori. Tale dato, come dicevo - cioè il 47 per cento del totale nazionale dei fondi disponibili -, finisce poi per penalizzare ulteriormente non solo la nostra regione, la Puglia, che già nella prima graduatoria ha visto escluse più di 150 imprese, ma anche la maggior parte delle altre regioni meridionali. Ciò appare ancor più inaccettabile se si considerano le ricadute negative sulla propensione agli investimenti che le imprese del meridione, quelle pugliesi in particolare, hanno di recente registrato, sia in termini di numero di domande presentate, sia in termini di investimenti promossi, così come ampiamente confermato dall'andamento della stessa legge n.488 del 1992 nel suo primo anno di applicazione.
In conseguenza di ciò è concretamente ipotizzabile che le imprese pugliesi che hanno presentato progetti a valere sulla normativa richiamata entro il 31 dicembre del 1996 vedranno notevolmente ridimensionati i fondi stanziati in favore della regione Puglia. Si ritiene pertanto urgente e indispensabile l'attuazione di quanto contenuto nella delibera CIPE, mediante ricorso a parametri maggiormente legati al tessuto produttivo, come ad esempio la propensione agli investimenti evidenziata dalle imprese di ciascuna regione. Tutto ciò ai fini di una ripartizione più equilibrata ed efficace dei fondi in favore del sistema industriale di tutte le regioni comprese nell'obiettivo 1, affinché, signor sottosegretario, nelle regioni del Mezzogiorno si continui a creare non solo lavoro socialmente utile, lavoro part-time, lavoro nero, lavoro a cottimo ...

PRESIDENTE. Concluda, onorevole Marinacci!

NICANDRO MARINACCI. ... utilizzando in modo quanto meno tecnicamente discutibile tali strumenti, ma si offra l'unica opportunità di cui il meridione ha bisogno, cioè, appunto, il lavoro.

PRESIDENTE. Segue l'interpellanza Tassone n.2-00389 (Situazione della società GET) (vedi l'allegato A).
L'onorevole Tassone ha facoltà di illustrarla.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, rinuncio ad illustrare la mia interpellanza e mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere.

ROBERTO PINZA, Sottosegretario di Stato per il tesoro. In relazione all'interpellanzadell'onorevoleTassone n.2-00389, il Ministero del tesoro fa presente che nel mese di maggio la Cariplo ha richiesto formalmente alla Banca d'Italia di essere autorizzata alla costituzione, unitamente alla controllata Carical, di una società per azioni denominata ETR (Esazione tributi Spa), la quale svolgerà esclusivamente la gestione dei servizi di riscossione tributi, di cui al decreto presidenziale n.43 del 1988 e le attività connesse a tale servizio.
Il capitale della costituenda società è stato interamente sottoscritto da Cariplo e Carical. L'iniziativa, che si inquadra nell'ambito del programma di ristrutturazione del gruppo Cariplo nel settore dell'esazione fiscale, relativamente agli ambiti attualmente gestiti dalla partecipata GET, prevede in particolare: l'acquisto di azioni GET, che farà aumentare sensibilmente l'interessenza del gruppo Cariplo nella


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società esattoriale; la messa in liquidazione della GET, in quanto, per effetto delle perdite di esercizio 1996 ricorrono i presupposti per l'attivazione dei provvedimenti ai sensi degli articoli 2447 e 2448 del codice civile; l'affitto dell'azienda GET alla costituenda ETR (secondo quanto riferito da Cariplo a tale società, a seguito di accordi in via di perfezionamento con il Ministero delle finanze verrebbe affidato il ruolo di commissario governativo per gli ambiti di competenza gestiti dal GET Spa); il contemporaneo avvio di una trattativa con le organizzazioni sindacali della GET, al fine di raggiungere una significativa riduzione dei costi operativi ed una più efficiente utilizzazione del personale; la ristrutturazione dei servizi di esazione, anche attraverso la razionalizzazione degli attuali sportelli della GET.
Nel prospettare tale programma di riassetto, la Cariplo ha inoltre sottolineato che la complessiva operazione è finalizzata anche alla tutela delle ragioni creditorie che il gruppo vanta attualmente nei confronti della GET e rientra nel quadro di un programma di ridefinizione della presenza del gruppo stesso nel settore esattoriale della regione calabro-lucana. La Banca d'Italia, per quanto di competenza, ha rilasciato il previsto benestare sia all'acquisto di ulteriori interessenze ai capitali di GET che alla costituzione di ETR, nel presupposto che la capogruppo, attraverso il programma di interventi prospettato, assicuri il riequilibrio economico e gestionale del comparto esattoriale attualmente facente capo a GET.

PRESIDENTE. L'onorevole Tassone ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n.2-00389.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE (ore 10,32)

MARIO TASSONE. Ringrazio il sottosegretario Pinza per la sua risposta. La vicenda della GET sta ritornando alla nostra attenzione come un appuntamento programmato e su di essa si discute continuamente. Oggi, sottosegretario Pinza, abbiamo ascoltato la sua risposta, che completa quella resa dal sottosegretario per le finanze Marongiu nella seduta del 9 giugno scorso.
Nella mia interpellanza ho fatto un'analisi della situazione calabrese. Non voglio levare le solite lamentazioni; sono contrario infatti ad alcune letterature querule e «piagnone», così come alla disperazione, alle visioni pessimistiche che si hanno del Mezzogiorno perché molte volte sono di maniera. Quella della Calabria, però, è una situazione drammatica, di disoccupazione e di disattenzione diffusa e generalizzata, quale, per altro, si verifica in altre regioni (l'onorevole Marinacci mi ricorda la sua terra). In tutto ciò, signor Presidente, si inserisce la grande speculazione delle società concessionarie delle banche, con la benedizione non dico del Governo - per carità - ma delle forze che l'esecutivo in questo momento sostiene e copre.
Quella della GET è una situazione drammatica, perché vi è il rischio di mettere sulla strada oltre mille lavoratori. Certo, il richiamo ai benefici per decreto del Presidente della Repubblica n.43 del 1988 ci dovrebbe tranquillizzare. Non ho ben capito, però, se da questo punto di vista il sottosegretario Pinza ci abbia effettivamente tranquillizzato. Il 9 giugno scorso, peraltro, il sottosegretario Marongiu aveva rassicurato i colleghi il cui strumento di sindacato ispettivo veniva discusso in quella seduta.
Signor sottosegretario, esco dal formalismo, visto che siamo amici da tanto tempo. Io ho presentato un'interpellanza non per avere una risposta rituale. Lei una risposta me l'ha data ed io la ringrazio, così come la ringrazio per la sua capacità e sobrietà. Molto spesso, per essere efficaci, bisogna essere anche sobri ma, purtroppo, questa volta da parte del Governo vi è stata soltanto la sobrietà. Io ho posto il problema della GET anche perché quest'ultima gestiva la sua attività in un certo modo. Non ho capito però perché il Governo - e segnatamente il Ministero delle finanze - non abbia operato


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alcun controllo prima che si arrivasse a centinaia di miliardi di esposizione o di perdite.
Il Governo dispone subito ispezioni sempre e dovunque, specialmente nelle scuole private (Berlinguer è attivissimo da questo punto di vista); vorrei capire allora perché non sia stata effettuata alcuna ispezione seria e perché, signor Presidente, in alcuni anni si sia arrivati ad una esposizione di 600 o 700 miliardi da parte della GET. Il sottosegretario Marongiu ci ha detto che in ordine a questo risultato negativo vi è una significativa responsabilità della gestione della GET. Quando si è conosciuto questo risultato negativo? Come si è arrivati ad una tale esposizione? Ritengo che alcune responsabilità vi siano e tutto lo «scherzetto» della GET peserà indubbiamente sulla Calabria, ma obiettivamente anche sul paese. Chi paga tutto questo? Chi è responsabile? La direzione generale o l'ispettorato preposti al controllo, che non hanno fatto alcun tipo di controllo? Vorrei saperlo. Lei, signor sottosegretario, mi dirà che è una pura curiosità, ma non è solo pura curiosità, c'è qualcos'altro. È bene che queste cose si sappiano, perché nessuno paga, nessuno è responsabile di nulla, anzi, signor sottosegretario, ci sono due categorie di responsabilità, quelle al di sopra e al di fuori di ogni controllo e della legge e quelle sottoposte alla legge.
Non vorrei che accadesse quello che si verifica purtroppo in qualche paese del meridione, in cui chi conquista il comune fa una discriminazione tra cittadini che hanno sostenuto il vincitore e cittadini che invece si sono schierati contro. Il comune poi si spacca e ci sono cittadini di «serie A» e di «serie B», cittadini che hanno diritto di accesso e cittadini che non lo hanno. Questo dipende certamente dai sindaci, ma il Governo, sottosegretario Pinza, purtroppo si sta comportando in questo modo. Non è mia intenzione essere così irriguardoso e così ingeneroso nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri da declassarlo a sindaco, anche perché forse qualche sindaco potrebbe creare una società per il buon nome degli amministratori comunali! E dal momento che abbiamo tante società e tante associazioni, cerchiamo di evitarlo, perché qualcuno potrebbe prenderla per un'offesa!
Non sono dunque soddisfatto della sua risposta, signor sottosegretario, perché non vi è solo il problema della GET, ma nella mia interpellanza ho fatto anche riferimento ai problemi della Calabria. Quando il sottosegretario Marongiu ha risposto (mi sembra il 4 giugno), non sapeva neppure che era in corso la costituzione della ETR, nonostante quest'ultima sia avvenuta contestualmente alla risposta del Governo. Perché questo nascondere o questo non sapere? Vorrei capire se il Governo sapeva, perché, se così fosse, non può venire in quest'aula senza rispondere. L'onorevole Alessandro Bergamo lo ha rilevato con grande puntualità e ha fatto anche una battuta scherzosa, facendo osservare al sottosegretario Marongiu che la ETR non è la sigla di un treno ma la nuova società che sostituisce la GET. E il sottosegretario viene in quest'aula e non risponde sulla ETR? Forse non gli era stato detto?
La verità è che la ETR si basa su un capitale misto, quello della Cariplo e quello della Carical (rispettivamente il 51 per cento e il 49 per cento). Questa è un'altra vicenda amara. La Cariplo si è insediata in Calabria e segue in fondo tutta la politica creditizia del nostro paese, non dagli ultimi anni, ma da sempre. Non voglio essere settario o fazioso per nascondere i limiti del passato in questo settore. La Cariplo-Carical, che prima, attraverso la GET, aveva un giro di 5.100 miliardi, non ha fatto nulla nella fase di declino della GET; ha raccolto i finanziamenti, li ha utilizzati e poi ha fatto crollare la GET. Qui sta il dramma della GET. Ma, a mio avviso, il dramma non è quello della GET, ma quello di una Cassa di risparmio di Calabria e Lucania che è gestita con grande ottusità dal presidente Dematté, il quale non ha nulla a che fare con la Calabria (come non ce l'ha la Cariplo), non conosce i calabresi e certamente è venuto in questa regione con

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l'intendimento di colonizzarla. Dal momento che la sua storia alla RAI è andata male, Dematté si sta rifacendo attraverso questa banca, con un'autoesaltazione e una miopia rispetto alla quale il Ministero del tesoro credo dovrebbe esercitare un il controllo. Non so se la legge le consente, onorevole Pinza, di operare un controllo sulla gestione del credito, ma credo di sì. Lei sa che la gestione del credito non aiuta lo sviluppo economico di questa regione e che tale politica nelle aree depresse va a strozzare ogni processo di evoluzione e di conquista civile, senza offrire prospettive serie. Poc'anzi, alla presenza del sottosegretario Macciotta, abbiamo parlato di patti territoriali e di contratti d'area, ma ritengo che ci si dovrebbe riferire anche alla questione del credito rispetto alle iniziative private. Oltretutto il sottosegretario Macciotta ha parlato del coinvolgimento delle piccole e medie imprese; grazie a questa politica del credito nelle aree depresse non avremo più piccole o medie imprese, ma soltanto grandi imprese, che «trasborderemo» dal nord o dai confini dell'Europa. Ritengo pertanto che il problema del credito debba essere posto all'attenzione di questa Assemblea ma anche del Governo.
So bene che il Presidente del Consiglio di questo Governo è un personaggio che sul credito ha avuto una sua visione ed una sua cultura, avendo svenduto alcuni istituti di credito che riteneva non avrebbero garantito un ritorno di risorse.
Nella mia interpellanza facevo riferimento alle vicende della Cariplo e della Carical; in relazione ad un'interpellanza o ad un'interrogazione di analogo tenore il sottosegretario Marongiu ha avuto modo di dire che l'amministrazione delle finanze non può interloquire per quanto riguarda il credito: se il Ministero delle finanze non può interloquire e nemmeno lei, che è sottosegretario per il tesoro, è in grado di rispondere, vorrei capire chi sia competente. Non mi rivolgo a lei, signor sottosegretario, ma al Presidente della Camera: svolgiamo un'attività di sindacato ispettivo che - non ho difficoltà a riconoscerlo - è stata assicurata anche da questa Presidenza della Camera, ed il Governo dovrebbe sforzarsi di sintonizzarsi sull'impegno profuso in questo senso. L'attività di sindacato ispettivo non è un fatto rituale, per il quale il Governo risponde ed il parlamentare si dichiara soddisfatto o insoddisfatto e tutto finisce lì.
Signor sottosegretario, lei sa di avere la mia considerazione e la mia stima, ma onestamente la situazione è molto grave per poter essere presa come una mera registrazione burocratica da parte del Governo. Certamente il Governo avrà nuovamente modo di interessarsi alla vicenda GET, sulla quale ancora non vi è una prospettiva chiara: si sta ipotizzando di ridurne il personale ed anche su questo bisognerà rispondere. Poiché le risposte non sono state esaurienti, probabilmente saremo costretti a disturbare ulteriormente gli uffici preposti all'attività di sindacato ispettivo, perché dovremo reiterare alcuni strumenti per richiedere altri chiarimenti al Governo.
Non mi riferisco a singoli ed isolati episodi quando parlo della vicenda GET, della questione del credito, delle piccole e medie imprese o dell'area dell'ex SIR o Liquichimica: quest'ultima dovrebbe essere rilevata da una società, la STEF, sulla quale il Governo non ci ha detto niente; né il Governo ci ha detto alcunché a proposito degli interessi dell'ETR, che sono di carattere puramente bancario e creditizio. Ritengo pertanto che dobbiamo saperne di più. Non c'è nessun leghista in quest'aula, ma anche per fare giustizia del Mezzogiorno (Commenti del deputato Teresio Delfino) ... Ma l'onorevole Delfino non è un leghista, ha una cultura diversa...

PRESIDENTE. È al di sopra di ogni sospetto!

MARIO TASSONE. È al di sopra di ogni sospetto, anche perché non potrebbe fare diversamente, signor Presidente: avendolo vicino gli tirerei i capelli, visto che lui li ha!
Come dicevo, non c'è nessun leghista, ma dovremmo fare giustizia di vecchie -


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non ho difficoltà a dirlo - e nuove disattenzioni, di politiche certamente non lungimiranti. Come dicevo poco fa all'onorevole Macciotta, lei è convinto che così facendo si vada in Europa? Forse il suo ministro è «blindato», è un uomo che non ha vissuto i drammi che ciascuno di noi ha vissuto; ha avuto altre esperienze, esaltanti, positive, ha prestato grandi servizi al paese. Ma lei pensa di andare in Europa con questi detriti, con queste aree asfittiche, che vivono male, con queste pressioni, con queste concezioni monopolistiche? Io ritengo che non sia possibile, che così si possa andare in Europa sulla carta, ma certamente non lo si possa fare sul piano politico né, tanto meno, su quello economico.
Ecco perché - lo ripeto - ritenevo di poter avere diversa fortuna nella risposta alla mia interpellanza. Il Governo non mi ha dato questa fortuna. Sono rimasto male, signor sottosegretario, e per questo le dico che non sono soddisfatto della sua risposta; credo che non dovrebbe esserlo neppure lei, giacché conosco la sua sensibilità. Ad un'interpellanza così agganciata ai problemi reali, alle prospettive, non si risponde in questo modo. Si devono mostrare un diverso impegno ed una diversa sensibilità; anche i problemi economici, sociali e del credito non si risolvono senza sensibilità e senza un minimo di intuizione rispetto ai drammi di una regione.

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Marzano n.2-00476 (Soppressione dell'Ufficio italiano cambi) (vedi l'allegato A).
L'onorevole Marzano ha facoltà di illustrarla.

ANTONIO MARZANO. Signor sottosegretario per il tesoro, l'interpellanza che ho presentato assieme al collega Martino solleva tre semplici questioni. In primo luogo, l'Ufficio italiano cambi non svolge più alcune delle funzioni per le quali era stato istituito. Il controllo dei cambi è finito il 14 maggio 1990; sono quindi più di sette anni che l'Ufficio dei cambi non ha titolo, in base al suo statuto, per continuare ad esistere. Però - è questa la seconda questione - l'Ufficio cambi non solo esiste, ma costa ed il costo non è affatto modesto. Le spese generali dell'Ufficio cambi ammontano ad oltre 200 miliardi l'anno. Un personale di 630 unità comporta quindi una spesa pro capite di oltre 300 milioni l'anno. Infine, se l'Ufficio cambi non svolge più le funzioni per le quali nacque, chi paga il costo della sua sopravvivenza? La risposta è che esso sopravvive grazie a finanziamenti in lire concessi dalla Banca d'Italia a tasso agevolato, non previsti da alcuna disposizione di legge. Ciò poteva essere giustificato quando sussisteva da parte degli operatori l'obbligo dell'offerta in cessione della valuta (e quindi la necessità di acquistarla da parte dell'Ufficio cambi) ma oggi, notoriamente, quest'obbligo non c'è più.
La conclusione è che tutto è anomalo, forse anche dal punto di vista della legittimità. Sussiste una struttura pur essendone venuto meno lo scopo; si sopporta un costo enorme per una struttura senza scopo; la Banca d'Italia si fa carico di quest'onere ricorrendo a finanziamenti agevolati non previsti dall'ordinamento.
Dal 14 maggio 1990, quando è cessato lo scopo statutario dell'Ufficio cambi, vi è stato un clima di distrazione generale su questo problema: distratti i ministri del tesoro, distratti i governatori della Banca d'Italia che poi, in qualche caso, sono diventati ministri del tesoro.
Da qui, la nostra domanda, rivolta al ministro del tesoro: non ritiene assolutamente indispensabile ed urgente procedere alla liquidazione dell'Ufficio italiano dei cambi?

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere.

ROBERTO PINZA, Sottosegretario di Stato per il tesoro. Signor Presidente, la mia risposta consisterà, per così dire, in una fotografia della situazione dell'UIC.
Con riferimento, in particolare, al decreto legislativo del 17 maggio 1985,


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n.331, il quale stabilisce che, tra gli altri compiti attribuiti all'UIC, allo stesso è riservato il commercio delle divise fino a quando durerà il monopolio dei cambi, va rilevato che il decreto dei ministri del commercio con l'estero e del tesoro del 27 aprile 1990, cui ha fatto cenno poc'anzi l'onorevole Marzano, emanato ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n.148 del 1988, recante il testo unico in materia valutaria, ha applicato le disposizioni comunitarie volte ad una piena liberalizzazione del settore, svuotando di contenuto il monopolio dei cambi. Il decreto n.148 ha ridefinito le funzioni ed i compiti dell'Ufficio italiano cambi, confermandogli l'attribuzione della gestione delle riserve valutarie del paese - articolo 4 - e assegnandogli formalmente compiti di rilevazione statistica e di informazione attinenti alle operazioni con l'estero valutarie e di cambio, ai sensi dell'articolo 21. La legge n.197 del 1991, recante provvedimenti urgenti per limitare l'uso del contante e dei titoli al portatore nelle transazioni e per prevenire l'utilizzazione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio, ha poi assegnato all'ufficio in questione un ruolo centrale nell'azione amministrativa antiriciclaggio, la quale si estrinseca nella verifica, d'intesa con le autorità di vigilanza del settore, del rispetto della specifica disciplina da parte degli intermediari, prevedendo anche interventi ispettivi nella gestione dell'elenco delle società finanziarie, nonché nell'analisi statistica dei dati desunti dagli archivi informatici degli intermediari abilitati. Tale ruolo è stato ampliato dal decreto legislativo di recepimento della direttiva n.91/308 sul riordino del regime di segnalazione delle operazioni sospette di riciclaggio di capitali, approvato dal Governo il 15 maggio 1997.
La correlazione esistente tra le funzioni monetarie e creditizie attribuite alla Banca d'Italia e le funzioni valutarie attribuite all'Ufficio italiano cambi rende necessarie connessioni istituzionali, funzionali, operative e patrimoniali tra i due enti, al fine di ricondurre ad unità tali funzioni. In quest'ambito, l'Ufficio italiano cambi agisce per la gestione delle riserve come struttura operativa specializzata; i conseguenti rapporti di conto corrente tra i due istituti sono disciplinati da appositi accordi, in base ai quali si perviene annualmente alla determinazione di un tasso medio di equilibrio tale che l'ammontare degli interessi derivanti dagli impieghi netti in valuta rappresenti il corrispettivo per il conto corrente intrattenuto dall'Ufficio italiano cambi con la Banca d'Italia. Negli ultimi quindici anni gli utili lordi conseguiti nella gestione delle riserve valutarie sono ammontati a circa 16 mila miliardi; dopo il pagamento delle imposte per circa 7.400 miliardi e gli accantonamenti a fondo rischi, gli utili netti, a norma di statuto, sono stati attribuiti per 1.300 miliardi alla Banca d'Italia, per 1.300 miliardi al Tesoro e per 2.600 miliardi a riserva.
Con riferimento ai costi di funzionamento dell'Ufficio italiano cambi - e qui c'è una discrepanza rispetto ai dati forniti in precedenza dall'onorevole Marzano -, va rilevato che gli oneri per il personale in servizio, composto da 620 persone, sono ammontati a 80 miliardi di lire nel 1996, corrispondenti ad una spesa pro capite di 129 milioni di lire. Le altre spese generali riguardano pensioni e indennità di fine rapporto, nonché i costi necessari allo svolgimento di funzioni di alto contenuto informatico. I costi per attività antiriciclaggio rientrano nei costi di gestione dell'UIC.

PRESIDENTE. L'onorevole Marzano ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n.2-00476.

ANTONIO MARZANO. Signor Presidente, devo dichiararmi, purtroppo, un po' deluso e comunque insoddisfatto per la risposta alla mia interpellanza, per i motivi che vorrei segnalare in particolare al sottosegretario, in quanto intendo in prosieguo di tempo approfondire questo problema.
In primo luogo, il decreto del Presidente della Repubblica n.148 del 1988, richiamato dal signor sottosegretario, dispone


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che l'Ufficio cambi gestisca le riserve ufficiali, ma il decreto stesso è antecedente alla fine del monopolio dei cambi, che è avvenuta il 14 maggio 1990.
Secondo: gestire non significa avere in proprietà e nessuna disposizione attribuisce oggi all'Ufficio dei cambi il diritto di proprietà su riserve ufficiali.
Terzo: «Bankitalia» finanzia tuttora l'Ufficio cambi a tasso agevolato, ma nessuna disposizione vigente lo consente. Da ciò scaturisce uno stranissimo circuito finanziario: «Bankitalia» finanzia l'Ufficio cambi a condizioni vantaggiose per quest'ultimo ma a costo praticamente zero per la medesima Banca d'Italia e l'Ufficio cambi paga poi interessi alla Banca d'Italia (ad esempio, nel 1995, per 1.500 miliardi). In sostanza, i due istituti creano artificiosamente ricavi reciproci per i propri bilanci.
Quarto: le attività accumulate dall'Ufficio cambi sono praticamente il risultato dei deprezzamenti ripetuti della lira. L'Ufficio si è indebitato in lire ed ha poi investito, infatti, in valute che si sono riapprezzate. Quelle attività, oltretutto, vengono accantonate al cosiddetto fine di «adeguamento dei cambi» e cioè, in concreto, per il caso di fortissime rivalutazioni della lira, ossia deprezzamenti delle valute possedute. Incredibile a dirsi, l'accantonamento è tale da configurare la previsione implicita di una rivalutazione della lira di oltre il 30 per cento!
Quinto: leggiamo che oggi l'Ufficio cambi è il più grande investitore italiano sul mercato dei cambi, dove utilizza i cosiddetti derivati finanziari. Attenzione, un investimento particolarmente rischioso, a meno che non sia utilizzato a fini di copertura o di speculazione (sperabilmente, non è questo il caso).
Sesto: finito il compito istituzionale, come ricordava il signor sottosegretario, ci si è dati da fare - il personale, la Banca d'Italia, i ministri del tesoro - nel cercare nuovi compiti che giustificassero la sopravvivenza dell'Ufficio cambi (che so: tenere l'albo degli intermediari finanziari; ispezionare ogni tanto le banche nei loro obblighi antiriciclaggio e quest'anno ben due decreti legislativi hanno contemplato nuovi compiti di monitoraggio). Ma pongo le seguenti domande. Chi ha detto che il personale dell'Ufficio cambi abbia le professionalità specifiche e necessarie per svolgere praticamente compiti di polizia? Chi può dire che questi compiti rientrino in qualche modo tra quelli statutari? Cosa ci sta a fare il governatore della Banca d'Italia come presidente di un'unità anticrimine? E perché mai i trattamenti economici assicurati al personale dell'Ufficio cambi devono essere un multiplo di quelli delle altre strutture investigative (Guardia di finanza, Ministero del tesoro, Ministero dell'interno, polizia, eccetera)?
Settimo: si dirà che il costo dell'Ufficio cambi non è a carico del bilancio dello Stato, ma di quello di «Bankitalia». Ma dove è scritto che «Bankitalia» possa creare liquidità per tenere in vita un ente avente scopi investigativi?
Ottavo: ho appreso da la Repubblica, supplemento Affari e finanza del 25 giugno scorso, che un alto dirigente dell'Ufficio cambi ha presentato denunzie varie alla Corte dei conti e che a seguito di ciò è stato privato del suo servizio. Chiedo che il Parlamento sia informato del contenuto di quelle denunce, perché ritengo che esse aiuterebbero a capire chi tragga praticamente vantaggio dalle varie e probabilmente illegittime terapie di rianimazione intensiva dell'ente in questione, le quali confermano la regola italica secondo la quale in Italia nulla si crea, nulla si distrugge e solo si aggiunge. In attesa di saperne di più, ipotizzo che tra i beneficiari vi siano quegli alti dirigenti che cumulano lo stipendio dell'Ufficio cambi con la pensione «Bankitalia», dalla quale provengono.

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Garra n.2-00270 (Attività del commissario liquidatore dell'EFIM) (vedi l'allegato A).
L'onorevole Garra ha facoltà di illustrarla.

GIACOMO GARRA. Chiedo scusa, ma i deputati «pendolari» come me soggiacciono


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ai disservizi ferroviari e a quelli del trasporto aereo, disservizi che del resto «deliziano» gli utenti italiani e non.
Nella mia interpellanza n.2-00270 non vorrei avere travisato un preciso capo di contestazione di addebito rivolto dalla Corte dei conti agli organi ai quali era stata demandata la messa in liquidazione dell'EFIM. Ma se è vera la premessa secondo la quale anche l'EFIM e gli organi preposti alla liquidazione erano e sono soggetti all'obbligo di versare in apposito conto del Tesoro le proprie disponibilità liquide, ne consegue che il Tesoro (e quindi il paese) è uscito malconcio dall'operazione, giacché per la provvista di mezzi di liquidità esso, come è noto, è costretto a ricorrere a Bot e Cct pagando quindi dei costi, per avere denaro liquido, che negli anni precedenti arrivavano all'11 per cento e che tuttora si aggirano sul 6 per cento.
Non vorrei soffermarmi sulle magagne della gestione EFIM, definita dall'allora ministro del tesoro Barucci come una maledizione biblica. Il Parlamento e quindi la collettività nazionale attendono dal Governo una risposta chiara.
È vero o non è vero che in ordine all'EFIM i conti correnti accesi anziché col Tesoro con altri istituti di credito hanno fatto fruire saggi di interesse di appena il 2 per cento? Su questo attendiamo dei chiarimenti anche per sapere se vi siano delle responsabilità e se i responsabili saranno chiamati al redde rationem.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere.

ROBERTO PINZA, Sottosegretario di Stato per il tesoro. L'EFIM ha registrato tra il 1982 e il 1992 un deterioramento dei rendimenti a livello economico, finanziario e patrimoniale con il risultato che l'indebitamento è passato agli oltre 10.700 miliardi del 1992.
Nel corso della liquidazione del gruppo sono state proposte 13 azioni di responsabilità dinnanzi ai tribunali di Roma, Milano, Napoli e Firenze contro amministratori e sindaci, nei confronti di circa 40 persone, nonché 4 azioni contro società di revisione. Sono state effettuate 3 costituzioni di parti civili, presentati 36 esposti alla magistratura penale, la quale, secondo quanto risulta, ha promosso azioni penali in 18 casi.
Come è noto l'EFIM è stato soppresso e posto in liquidazione il 18 luglio 1992 con il decreto-legge n.340, più volte reiterato, e da ultimo con il decreto-legge n.487 del 1992, convertito con modificazioni nella legge n.33 del 1993.
La procedura ha come obiettivo la liquidazione ovvero il trasferimento a terzi delle società controllate, in numero di 114 al 17 luglio 1992, secondo il programma redatto dai commissari e approvato con decreto del 21 gennaio 1993 del ministro del tesoro, di concerto con il ministro dell'industria.
L'amministrazione straordinaria, prevista per le società del gruppo, ha modalità atipiche essendo prevista la sospensione dei pagamenti e dei debiti anteriori al 18 luglio 1992, derogabile nei casi previsti dal decreto-legge, con esclusione di interessi moratori, divieto di azioni esecutive, possibilità di esercitare controlli sulle attività di gestione successive a tale data.
La normativa speciale delinea due tipi di interventi a carico dello Stato. Il primo concerne la responsabilità illimitata in ordine alle obbligazioni assunte dall'EFIM e dalle società da questa interamente controllate, poste in liquidazione, in base al principio civilistico secondo il quale l'unico azionista (tale è lo Stato in relazione all'EFIM e alle società controllate al 100 per cento) risponde illimitatamente in caso di insolvenza della società che controlla in modo integrale.
Il secondo intervento concerne la garanzia per i finanziamenti finalizzati alla ristrutturazione e al risanamento delle aziende recuperabili in vista della loro dismissione. Lo stanziamento disposto dalla legge destinato al pagamento dei debiti dell'ente e delle società interamente controllate e poste in liquidazione ammonta, oltre all'anticipazione di 300 miliardi previsti nel decreto-legge n.8 del


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1993 per far fronte alle più urgenti necessità, a non meno di 9 mila miliardi, poi aumentati ai sensi dell'articolo 11 del decreto-legge n.643 del 1994.
Per l'attuazione del programma di liquidazione è stato previsto un termine di due anni, peraltro scaduti in data 20 gennaio 1995, decorso il quale l'EFIM e le società da questa ancora controllate, non ancora cedute a terzi e per le quali non erano in corso trattative di vendita o rapporti contrattuali rilevanti anche ai fini della salvaguardia dell'occupazione, sono state poste in liquidazione coatta ad eccezione delle società individuate con appositi decreti del Ministero del tesoro, alle quali continua ad essere applicata la normativa speciale fino alla data del 31 gennaio 1996, prorogata al 31 dicembre 1996 con il decreto-legge n.504 del 1996. Si tratta principalmente, come è noto, delle società dei comparti ferroviari e alluminio.
La normativa attribuisce ampi poteri al commissario liquidatore dell'EFIM, attualmente EFIM in liquidazione coatta amministrativa, in relazione, tra l'altro, alle dismissioni delle azioni ovvero dei beni della società del gruppo.
La situazione complessiva degli interventi finanziari del Tesoro per la liquidazione è la seguente: interventi a valere sullo stanziamento di 9 mila miliardi: totale anticipazioni contratti 3.600 miliardi (fornisco le cifre con grossi arrotondamenti, mentre per quello che riguarda il dettaglio lascerò a disposizione la documentazione in atto); totale prestito obbligazionario 2.170 miliardi; totale prestito estero 2.106; totale 7.896 miliardi; disponibilità residua 1.103. Interventi a valere sullo stanziamento di ulteriori 5 mila miliardi: totale anticipazioni contratti 3.445 miliardi; disponibilità residua 1.554 miliardi. Globale: totale complessivo 11.341 miliardi; totale disponibilità residua 2.658 miliardi.
Secondo i dati forniti dal commissario liquidatore sono state vendute tutte le società del settore difesa ed aerospaziale, vale a dire ventotto società, nonché tutte le società del settore vetro e quella del comparto ferroviario. Sono stati inoltre ceduti cespiti aziendali delle società del comparto impiantistico ed alluminio.
A norma dell'articolo 4, comma 3, del decreto-legge n.487 del 1992, sono stati assoggettati alla procedura di liquidazione coatta amministrativa con decreto del Ministero del tesoro l'EFIM e trentadue società controllate.
Il liquidatore ha portato a termine le operazioni concernenti la vendita delle azioni dei cespiti aziendali e l'assoggettamento alle procedure di liquidazione coatta amministrativa delle società che non è stato possibile cedere. Restano, invece, ancora in corso le procedure concorsuali fino alla loro scadenza naturale non determinabile a priori.
In riferimento poi alla giacenza di somme della liquidazione EFIM presso il sistema bancario a tassi di interesse ritenuti non in linea con il mercato, si precisa che la competenza per tale aspetto è del commissario liquidatore EFIM, mentre al Tesoro spetta il potere di vigilanza previsto dalla normativa speciale, che in proposito stabilisce quanto segue: gli importi delle anticipazioni della Cassa depositi e prestiti nonché le disponibilità dell'ente soppresso e del commissario liquidatore depositate presso il sistema bancario devono affluire in un apposito conto corrente infruttifero aperto presso la Tesoreria centrale dello Stato ed intestato ad EFIM in liquidazione. Con decreto del Ministero del tesoro può essere fissato l'importo massimo delle disponibilità depositate presso il sistema bancario per le più urgenti ed improcrastinabili esigenze del commissario liquidatore, come è previsto dall'articolo 5, comma 7, del decreto-legge n.487 del 1992, convertito dalla legge n.33 del 1993 e successivamente modificato (cito questi dati perché attengono ad un punto specifico dell'interpellanza) dall'articolo 7 del decreto-legge n.643 del 1994, convertito dalla legge n.738 del 1994.
L'amministrazione del Tesoro, anche nella sua qualità di azionista unico dell'EFIM, ha seguito attentamente la materia in questione intervenendo ove necessario.

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Infatti, venuta a conoscenza di rilevanti giacenze presso il sistema bancario di somme rivenienti da anticipazioni della Cassa depositi e prestiti, ha chiesto al liquidatore di procedere ad una più stretta osservanza delle disposizioni normative, specificando che «è consentito mantenere somme presso il sistema bancario, sempre che il relativo utilizzo avvenga con immediatezza, dovendo diversamente gli importi essere riversati in Tesoreria». D'altra parte, al fine di rafforzare il rispetto di tale vincolo, in tutti i provvedimenti di autorizzazione alla Cassa depositi e prestiti ad effettuare anticipazioni di cassa all'EFIM, disposti su motivata richiesta del commissario liquidatore, è stata inserita una disposizione secondo la quale «la somma, ove non utilizzata nei termini precisati dal commissario liquidatore, dovrà essere riversata tempestivamente presso la Tesoreria centrale dello Stato».
Inoltre, questo ministero, proprio al fine di pervenire alla completa conoscenza della materia in questione ed alla corretta valutazione delle connesse problematiche alle quali fa cenno l'onorevole interpellante, sta procedendo ai necessari approfondimenti in funzione del rendiconto finanziario dell'EFIM in liquidazione, previsto dall'articolo 4, comma 16, del decreto-legge n.487 del 1992, a tutt'oggi non approvato ed in corso di esame.
Si fa rilevare, infine, che comunque la Corte dei conti, sezione controllo enti, nella relazione sulla gestione finanziaria dell'EFIM ha affermato che gli obiettivi di liquidazione «sono stati sostanzialmente raggiunti».

PRESIDENTE. L'onorevole Garra ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n.2-00270.

GIACOMO GARRA. Non c'è dubbio che la risposta del sottosegretario di Stato per il tesoro sia a largo raggio. Lo ringrazio per le notizie che si riferiscono alla vicenda EFIM ma il mio disagio di interpellante si manifesta proprio là dove il sottosegretario (chiedo scusa per il linguaggio sportivo) si è salvato in corner dicendo che sono in corso accertamenti. Non posso che dichiararmi parzialmente soddisfatto e, nei limiti delle conoscenze di un singolo deputato che svolge un lavoro a volte massacrante e per nulla gratificante, cercherò, attraverso altri atti del sindacato ispettivo, di inseguirla proprio là dove si è salvato in corner.

PRESIDENTE. Passiamo all'interrogazione Teresio Delfino n.3-01033 (Crolli nel santuario della Madonna degli Angeli- Cuneo) (vedi l'allegato A).
Il sottosegretario di Stato per i beni culturali e ambientali ha facoltà di rispondere.

WILLER BORDON, Sottosegretario di Stato per i beni culturali e ambientali. Desidero innanzitutto ringraziare l'onorevole Teresio Delfino perché già qualche mese fa ha posto giustamente l'accento su una questione importante e significativa per il complesso monumentale non solo della città di Cuneo ma anche del nostro paese in generale. Voglio ricordare che il bene di proprietà comunale, come l'onorevole Teresio Delfino sa, è in consegna dei padri cappuccini e che il cantiere nel corso del quale si è verificato il crollo era stato avviato e quasi ultimato su progetto direzione lavori e finanziamenti dello stesso comune di Cuneo.
Va rilevato infatti (considererei questa una prima stortura) che le soprintendenze non sono chiamate a farsi carico direttamente di tutte le operazioni di intervento che riguardano edifici storici, ma solo di casi specifici in cui la direzione ed il finanziamento sono a carico del Ministero dei beni culturali e ambientali e/o in relazione a particolari aspetti di studio e di ricerca.
Le perplessità mosse dall'interrogante sulle «modalità» - cito testualmente - con cui vengono effettuati qui, come altrove, gli interventi pongono in evidenza problemi di formazione e competenze in linea generale dei tecnici delle imprese ai quali, nel corso dell'attività professionale o di cantiere, può toccare il compito di


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provvedere a dirigere e a progettare o eseguire interventi su edifici storici, competenze specifiche di non sempre facile acquisizione al di fuori del concreto svolgimento in questo compito e al di fuori, quindi, dell'amministrazione dei beni culturali perché difficilmente acquisibile soltanto in sede di studi teorici.
Nel caso specifico del complesso della Madonna degli Angeli sia il comune sia l'impresa si avvalevano di esperti specialisti. Tale competenza deriva infatti dall'osservazione e dallo studio quotidiano in cantiere delle tecniche costruttive del passato e dei dissesti che in analoghe strutture si erano verificate.
Per quanto riguarda il tempo intercorso, e cioè i tre mesi intervenuti tra il crollo e l'autorizzazione della magistratura ad effettuare le operazioni di rimozione delle macerie, esso non deve essere giudicato eccessivo se si tiene conto di tre fattori: primo, che il crollo è avvenuto in pieno periodo invernale e in presenza di nevicate; secondo, che in situazioni del genere, per poter procedere alle operazioni peritali è necessario verificare che le strutture ancora in opera diano sufficienti garanzie di stabilità (c'è un problema di sicurezza non soltanto dell'edificio ancora rimasto in piedi ma anche di coloro che devono verificare le modalità di intervento e la stabilità); terzo: la presentazione delle materie deve essere fatta in modo tale, da un lato, da consentire ai periti di acquisire gli elementi necessari alle proprie valutazioni e, dall'altro, da permettere il recupero ragionato del materiale in vista dell'intervento di ricostruzione; come si sa, tali operazioni richiedono un progetto; quarto: come l'esperienza di alcuni eventi calamitosi insegna, la fretta e gli interventi fatti in emergenza rischiano, se non valutati attentamente, addirittura di produrre maggiori danni, soprattutto alle opere artistiche ancora contenute nei vari edifici.
Occorre ricordare comunque che la sovrintendenza ha effettuato una prima visita all'indomani del crollo, verificatosi il 30 dicembre 1996, a seguito della quale sono state messe a verbale le indicazioni di prima urgenza. La magistratura ha poi posto sotto sequestro il cantiere, nel quale la sovrintendenza ha potuto accedere l'8 gennaio 1997 per un sopralluogo, ovviamente alla presenza della polizia giudiziaria e del magistrato. Successivamente il cantiere, sempre con il permesso dell'autorità giudiziaria, è stato oggetto di una visita da parte di due ispettori del Ministero dei beni culturali, che hanno riferito in ordine agli aspetti tecnici del problema per quanto è stato a loro possibile valutare a vista; ciò avveniva in data 14 gennaio 1997.
In data 6 marzo, su richiesta della stessa sovrintendenza, la procura della Repubblica ha autorizzato la messa in opera, da parte del comune, di una copertura provvisoria mediante telone. Il relativo progetto, redatto dal comune, è pervenuto alla sovrintendenza il 25 marzo 1997 e, trattandosi di un caso così straordinario, è stato approvato dalla stessa nella medesima giornata. La sovrintendenza ha inoltre approvato, in data 17 maggio 1997, le operazioni necessarie per il proseguimento delle attività peritali, dettando proprie prescrizioni.
Si segnala che si tratta di lavori non facili, soprattutto se si vuole seguire il criterio della anastilosi e quindi procedere ad una ricostruzione che sia filologicamente corretta e da attuare con cautela per la sicurezza degli operatori e per consentire, nella rimozione delle macerie, il recupero del materiale decorativo da utilizzare nella ricostruzione. Per fortuna esistono foto che, elaborate elettronicamente, dovrebbero fornire una base abbastanza precisa; tale materiale fotografico, riportato su supporto grafico, dovrebbe consentire la messa a punto per un procedimento di recupero ragionato degli elementi. A questo fine, il funzionario della sovrintendenza per i beni artistici e storici che segue tale operazione è stato affiancato da un archeologo esperto in operazioni analoghe.
Circa la richiesta di precisare le iniziative assunte per fronteggiare l'emergenza e constatare lo stato di solidità del fabbricato, va chiarito se il riferimento è

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al cantiere prima o dopo il crollo. Per quanto riguarda il cantiere prima del crollo, sia il comune che l'impresa operarono con il supporto di consulenti, che non rilevarono alcun pericolo alla struttura.
Quanto ai finanziamenti - e veniamo, ahimè, alla nota più dolente - da una parte si dovrebbe rispondere che, essendo il bene di proprietà comunale ed essendosi verificato il crollo in un cantiere aperto dal comune e con progetto e direzione lavori del comune stesso, l'onere della ricostruzione dovrebbe essere a carico dell'amministrazione comunale e che il Ministero dovrebbe concorrere in base alla legge del 1961, con un contributo nella misura massima prevista dalla normativa. Mi sembrerebbe questa una risposta insufficiente e credo che, di fronte ad una situazione del genere, importante anche se non straordinaria, occorra procedere con criteri diversi.
Signor Presidente, vorrei ricordare a tutti noi che purtroppo lo stanziamento ordinario per tutti gli interventi di manutenzione ed investimento per l'intero, enorme patrimonio culturale è pari alla misera cifra di 390 miliardi. A partire dal prossimo anno, anche grazie ad iniziative di carattere straordinario, all'utilizzo di fondi comunitari ed alle risorse costituite dall'8 per mille ed alle entrate, ormai certe più che sperabili, della giocata infrasettimanale del lotto, si giungerà a triplicare questa cifra che altrimenti risulterebbe essere assolutamente insufficiente rispetto alle esigenze esistenti nel paese. Credo però che sia necessario svolgere un'immediata riunione, un tavolo di confronto (mi farò carico personalmente di seguirlo, anche recandomi a Cuneo per verificare - se non entro il mese di luglio, sicuramente in quello di settembre - quale sia lo stato di avanzamento dei lavori) con i rappresentanti delle sovrintendenze interessate, con quelli del comune, della regione e ovviamente degli uffici centrali del Ministero, per valutare anche la predisposizione di eventuali protocolli di intesa che consentirebbero un riparto ulteriore di oneri finanziari affinché questa ricostruzione venga effettuata correttamente non solo dal punto di vista filologico, ma anche nel tempo più rapido possibile.
Vi sono poi problemi più generali - non solo quello del finanziamento - relativi alla sicurezza, alla formazione degli operatori che intervengono in questi settori e alla conoscenza del patrimonio. Vorrei sottolineare che da circa una decina di giorni per fortuna disponiamo - dopo un lavoro di alcuni anni - della cosiddetta carta del rischio, la quale ci consentirà di tenere sotto controllo, quando verrà completata, l'intero patrimonio; tuttavia, già adesso ci consente di tenere sotto controllo una decina di migliaia di monumenti del nostro paese, di avere la loro anamnesi storica e di conoscerne anche i gradi di rischio rispetto ad una serie di fattori (oltre una settantina, per la precisione) che possono comportare rischi. Quella carta, quindi, non solo ci consente di tenere sotto controllo il patrimonio, ma di avviare finalmente quell'opera di prevenzione e di programmazione sul patrimonio stesso che credo sia il dato più «riassicurativo» rispetto ad episodi come questi.

PRESIDENTE. L'onorevole Teresio Delfino ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n.3-01033.

TERESIO DELFINO. Signor Presidente, esprimo in primo luogo un apprezzamento per la puntuale e preziosa azione da lei avviata di sollecitare il Governo nel fornire risposte agli atti ispettivi dei deputati. Credo che anche grazie a questa sua azione l'interrogazione in esame, che reca la data del 28 aprile, abbia avuto una così sollecita risposta.
In sede di esame dell'atto Camera n.2896, recante interventi relativi a percorsi giubilari fuori del Lazio, avevo avanzato - attraverso un apposito emendamento - richiesta di un sostegno economico per far fronte alla grave - per il paese, naturalmente - calamità denunciata nella mia interrogazione, mentre si discuteva di quell'altra gravissima che


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aveva riguardato il palazzo Reale e la cupola del Duomo di Torino. In quella sede non fu possibile ottenere una risposta e, allora, già presumendo che non avrei avuto soddisfazione puntuale, con l'interrogazione ho espresso anche alcune considerazioni in merito ad altri aspetti di questa vicenda che sono emersi proprio nella gestione - come è puntualmente documentato da una relazione che ha predisposto il comune di Cuneo - rispetto alla collaborazione, al coordinamento degli interventi tra i vari enti ed uffici interessati da questa grave e dolorosa vicenda.
Riguardo alla risposta del sottosegretario, prendo atto con piacere dell'attenzione che il Ministero, suo tramite, ha qui manifestato di volere puntualmente approfondire la questione, anche con una visita dell'onorevole Bordon nella città di Cuneo. Mi auguro che questo tipo di iniziativa venga subito concordata con l'amministrazione comunale, proprio perché quella del raccordo e del coordinamento degli interventi ha rappresentato una delle lacune che ha indotto purtroppo a mantenere tutto il complesso interessato dal crollo della cupola senza alcuna struttura protettiva. Pertanto è il caso di dire che dobbiamo ringraziare il buon Dio se, non essendoci state per ben oltre tre mesi intemperie atmosferiche, il monumento non ha subito ulteriori gravi danni. Tre mesi per arrivare a definire un intervento di copertura provvisoria credo siano un tempo al di là della norma, anche perché per Torino si è agito con ben altra tempistica e celerità. Sotto questo profilo credo si possano muovere riserve, augurandoci anche per il futuro che si possa trovare il raccordo operativo al fine di evitare che nella fase dell'autorizzazione alla rimozione delle macerie - pervenuta cinque mesi dopo il crollo - vi siano tempi morti. La prima sollecitazione, quindi, è in questa direzione, prendendo atto effettivamente della disponibilità che è stata data, da parte del Ministero, di occuparsene direttamente.
L'altra questione che ponevo con forza concerneva la necessità di garantire, analogamente ad altre situazioni nelle quali si sono verificati disastri del genere, un adeguato e straordinario finanziamento. Ho accolto con qualche perplessità, signor sottosegretario, le sue considerazioni sul fatto che, essendo il complesso monumentale di proprietà comunale, non si dovrebbe intervenire, perché si sono verificati casi analoghi nei quali si è intervenuti invece in maniera significativa ed adeguata.

WILLER BORDON, Sottosegretario di Stato per i beni culturali e ambientali. Non ho detto questo!

TERESIO DELFINO. Su tale questione ho scritto una lettera al Presidente Prodi e al Ministero dei lavori pubblici, inviata per conoscenza anche al Presidente Violante, a cui do atto di un tempestivo interesse per la vicenda, nella quale sottolineavo come di fronte alle disgrazie la comunità nazionale si riconosce nello Stato, per cui le risposte dello Stato devono essere puntuali, efficaci ed incisive.
In ordine al finanziamento, al di là della possibilità o meno che il comune possa trovare le risorse - in ordine a questa disgrazia, che è anche specchio dei tempi, la stampa, in particolare il quotidiano localmente più diffuso, ha promosso una sottoscrizione - ed al di là della intraprendenza e della capacità degli amministratori comunali e della generosità della gente, ci deve essere a mio avviso una presenza significativa dello Stato. Raccolgo quindi la disponibilità del sottosegretario in questa direzione, che mi auguro di vedere presto confermata con un atto concreto di assegnazione di risorse, al fine di rendere riconoscibile l'equità, la giustizia dello Stato nei confronti delle comunità, a qualsiasi latitudine del nostro paese siano coinvolte in calamità, perché questo è un elemento che rende sicuramente più sereno e costruttivo il rapporto tra Stato e autonomie locali.
Ringrazio quindi il sottosegretario per la sua risposta, augurandomi che le sue


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affermazioni - sono certo della sua buona fede e della sua volontà - si traducano presto in atti concreti. Spero inoltre, signor sottosegretario, di vederla presto a Cuneo per definire, con l'accordo di programma da lei richiamato, tutti i passaggi necessari perché questo intervento si concretizzi.

PRESIDENTE. Segue l'interrogazione De Benetti n.3-01200 (Asta per gli arredi del castello di Duino-Trieste) (vedi l'allegato A).
Il sottosegretario di Stato per i beni culturali e ambientali ha facoltà di rispondere.

WILLER BORDON, Sottosegretario di Stato per i beni culturali e ambientali. Signor Presidente, l'interrogazione dell'onorevole De Benetti, quanto mai puntuale, solleva due problemi, il primo dei quali concerne la perdita per il bene pubblico di un rilevante complesso artistico e storico, cioè il castello di Duino del XII secolo, probabilmente costruito su una struttura ancora più antica, abitato ormai da qualche secolo da un ramo della famiglia Thurn und Taxis. Nel contempo, l'interrogante era giustamente preoccupato - vista l'intenzione dell'attuale proprietario, il principe della Torre e Tasso, non soltanto di vendere il castello, ma di porre all'asta i beni mobili - della dispersione di quanto contenuto nel castello stesso e, quindi, del rischio che un domani, quando le amministrazioni pubbliche avessero potuto acquistare il castello, sarebbero sostanzialmente venute in possesso di una scatola vuota. Credo di aver riassunto correttamente la preoccupazione dell'interrogante. A questo riguardo credo di poter fornire alcune importanti assicurazioni.
La prima riguarda il complesso stesso, che è l'elemento più importante di carattere storico ed artistico. Voglio ricordare che gli arredi non sono sempre collegati alla storia del castello, ma spesso sono interessanti reperti di antiquariato che però non hanno - almeno secondo le perizie dei tecnici della nostra sovrintendenza - particolare pregio o valore di carattere storico-artistico. Al contrario - torno a ripeterlo - il complesso del castello è di assoluta importanza da tutti i punti di vista. Voglio tra l'altro ricordare che Rainer Rilke scrisse la sua opera forse più importante, le Elegie duinesi (non a caso chiamate così), proprio nel castello di cui ci occupiamo. Vi è quindi anche un interesse di carattere letterario che ricollega quel complesso all'intera cultura mitteleuropea. Inoltre, il castello si trova a poco meno di un chilometro (tra l'altro è collegabile con una passeggiata che è proprio il «sentiero Rilke») all'importantissimo - anche dal punto di vista dal punto di vista culturale e del flusso turistico - castello di Miramare.
Da molto tempo, dal momento in cui ebbe notizia dell'intenzione del principe - il quale, per altro, si mise prima di tutto in contatto con il Ministero - della sua intenzione di alienare il bene, il Ministero ha iniziato un'opera non facile - ricordo i limiti di carattere economico entro cui siamo costretti ad operare - per riuscire ad acquisire al demanio pubblico il castello di Duino.
Quest'opera, coordinata con molta intelligenza dai due prefetti che si sono succeduti a Trieste (ad iniziare da quello che oggi è il prefetto di Torino), ha portato ad un primo atto, ossia alla volontà comune degli enti pubblici della provincia di Trieste, in particolare della regione, e del Ministero di acquisire alla proprietà pubblica il castello. Peraltro, vi è già un'atto della giunta regionale che stanzia all'uopo 11 miliardi, ai quali si aggiungerebbero 5 miliardi del Ministero ed un miliardo di una dotazione specifica del commissariato di Governo per la regione Friuli-Venezia Giulia. Dovremmo essere quindi molto vicini a quello che, per quanto ci riguarda, è il limite obbligato entro cui possiamo operare, cioè la valutazione dell'ufficio tecnico erariale, ma anche alle richieste dello stesso proprietario. Mi auguro - fino a quando gli atti non saranno sottoscritti dobbiamo continuare a lavorare -, visto che la trattativa è formalmente aperta, che si


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arrivi quanto prima a sottoscrivere il preliminare di acquisto e, quindi, a garantire al demanio pubblico il castello di Duino.
Per quanto riguarda gli arredi, il problema era di duplice ordine. In primo luogo - torno a dirlo - secondo le valutazioni dei nostri esperti, in particolare degli storici dell'arte della sovrintendenza di Trieste, una parte dei beni mobili non rivestiva un particolare interesse. Quindi, se colleghiamo questa valutazione alle richieste avanzate (ricordo che una parte di questi beni, poi messi all'asta, è stata venduta per una cifra che si aggira intorno ai 10 miliardi) è facilmente rilevabile come per il Ministero fosse complicato acquisire anche questo ulteriore patrimonio. Ovviamente, a me ed al Ministero piacerebbe poter acquisire tutto ciò che è di particolare interesse, anche quando non avesse assoluta rilevanza, ma questa aspirazione deve essere collegata alla buona gestione amministrativa ed ai limiti di bilancio che sono un parametro a volte assolutamente insuperabile. Ci siamo quindi mossi in base ad un criterio selettivo, nel senso che il sovrintendente di Trieste e i tecnici hanno valutato, nel patrimonio, quello che era indispensabile per non correre i rischi richiamati dall'interrogante. Mi riferisco all'intenzione di evitare, con riferimento al castello (al quale pensiamo non solo come museo in sé stesso, ma anche come museo della poesia, quindi un elemento collegabile alle vicende che ho poc'anzi ricordato), la dispersione di parte del patrimonio, che ritenevamo necessario conservare anche per queste ragioni.
In tal senso, vorrei ricordare che abbiamo vincolato (quindi rimarrà patrimonio del castello e di chi lo acquisterà, ci auguriamo noi e la regione) non solo tutti gli arredi fissi e le decorazioni murali, quali stucchi e tele, che rimarranno in loco, ma anche due serie di importanti cicli pittorici su tela, 13 nature morte della fine del seicento, 14 grandi ritratti raffiguranti personaggi storici della casata dei Torriani della Torre, nonché 5 dipinti ad olio su tela di varie dimensioni raffiguranti personaggi mitologici o bozzetti incorniciati in stucco sui soffitti di altrettante stanze. Sono stati posti sotto tutela anche il prezioso fortepiano su cui Liszt ha composto e suonato, varie copie di lampadari, lanterne e soprattutto l'intero arredo delle armi, che completa gli arredi del percorso di visita già descritto. Inoltre, sono stati posti sotto tutela e permarranno patrimonio del castello tutti i reperti archeologici presenti attualmente al suo interno, onde evitare alienazioni ed asporti inopportuni dalla sede attuale. Altro dato molto importante è che l'archivio storico del castello di Duino, di grande interesse, è stato vincolato (in alcuni casi dalla regione perché, come è noto, le competenze sono state trasferite) e rimarrà archivio storico. In esso sono presenti le famose copie originali delle Elegie duinesi composte da Rilke durante il suo soggiorno al castello.
In conclusione, devo dire che, anche se ci avrebbe fatto piacere, non abbiamo potuto acquisire il complesso dei beni mobili, anche perché vi è una distorsione temporale. Vorrei ricordare infatti che stiamo acquistando beni mobili in attesa di acquistare il bene immobile; e acquistare un bene mobile senza avere i beni immobili può essere molto delicato, ma nello stesso tempo dobbiamo dare una motivazione all'acquisto dei beni mobili. E oggi, dal punto di vista formale, non abbiamo ancora acquistato il bene immobile, per cui questa è un ulteriore complicazione. A fronte di tali complicazioni, mi sento di definire il nostro intervento estremamente puntuale ed anche non sempre generalizzabile, almeno nella precisione degli interventi. Credo che a ciò abbiano contribuito anche coloro che con grande attenzione hanno seguito la vicenda e, tra gli altri, voglio nuovamente ringraziare proprio l'onorevole De Benetti.

PRESIDENTE. L'onorevole De Benetti ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n.3-01200.

LINO DE BENETTI. Presidente, signor sottosegretario, ho sicuramente motivo di


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dichiararmi soddisfatto della risposta del Governo. Vorrei integrare questa dichiarazione con alcune osservazioni, non dico a futura memoria del Governo ma all'attuale memoria del Governo e del Ministero dei beni culturali, nonché in particolare della sua, signor sottosegretario Bordon.
Insieme ad altri attenti cultori del periodo storico considerato, ho lanciato un allarme per la vendita all'asta, che poi si è svolta l'11 giugno scorso, per un motivo di ordine culturale. Si era detto che alcuni immobili ed alcuni arredi posti in vendita fossero delle cianfrusaglie, ma in realtà, se sono stati incassati 10 miliardi, cianfrusaglie proprio non dovevano essere. Non ho una passione specifica per quel periodo storico ed ho ottenuto da cittadini interessati e da cultori di quell'epoca le informazioni in mio possesso. Capisco che è difficile per un paese come il nostro, che possiede un immenso patrimonio artistico, architettonico e culturale, gestirne e tutelarne sempre e comunque il mantenimento; si tratta di un alto compito, non semplicemente di conservazione, che il nostro paese ha e per questo ho presentato la mia interrogazione.
Voglio ricordare un episodio che mi è accaduto quando facevo una ricerca per il mio dottorato: quando mi recai in Grecia, a Neapolis, per cercare un'iscrizione trilinguistica, in ebraico, koinè e greco classico, riuscii a trovare il luogo ma scoprii che l'iscrizione, situata su una piccola tomba, era stata venduta. Ancora oggi, a distanza di 25 anni, non ho ancora avuto la fortuna di sapere che fine abbia fatto tale iscrizione che, non esistendo una traduzione completa, rivestiva per me e per altri studiosi una straordinaria importanza.
Allo stesso modo ho appreso che analoga importanza aveva il castello di Duino; sono lieto che la vicenda sia andata a buon fine, ma vorrei fare ugualmente un'osservazione di carattere politico. È stato osservato che vi sono soltanto 390 miliardi per la manutenzione dei beni culturali: credo che dovrebbe essere elaborata da parte del Ministero una sorta di carta delle garanzie volta a far sì che tutti i beni che non sono ancora di proprietà dello Stato o degli enti pubblici non possano sfuggire se non altro all'attenzione e alla cura di coloro i quali vogliono fruirne, e non soltanto dal punto di vista turistico. Si tratta di un aspetto che non è stato ancora esaminato, anche se debbo riconoscere che il Governo ha messo per la prima volta mano alla questione del patrimonio artistico italiano. Mi rendo conto della situazione finanziaria: sicuramente non basterebbero dieci manovre finanziarie per riuscire a valorizzare i beni ambientali, architettonici ed artistici del nostro paese e quindi occorre trovare il sistema per incentivare l'intervento dei privati, con tutte le garanzie e le procedure del caso. Il nostro paese, che ha sempre beneficiato dell'intervento di mecenati, potrebbe ora offrire forti incentivi all'intervento privato affinché siano valorizzati i beni culturali, dando nel contempo la garanzia che essi siano fruiti da tutti.

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze e delle interrogazioni all'ordine del giorno.
Sospendo la seduta sino alle 15.

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