GARRA. - Al Ministro del lavoro e della previdenza sociale. - Per sapere - premesso che:
l'azienda di installazioni telefoniche Itel, con sede a San Gregorio di Catania, ha deciso di licenziare 327 dipendenti tra impiegati ed operai, dei quali duecentosessanta in Sicilia e, nell'ambito della Sicilia, centosettantasei a Catania, novantadue a Palermo e quarantadue a Ragusa;
nel giugno 1995, questo personale era stato ritenuto in esubero ed era stato posto in cassa integrazione guadagni;
dopo il fallimento della trattativa tra i sindacati ed i rappresentanti dell'Itel, i verbali negativi sono stati trasmessi al Ministro del lavoro, presso il quale i sindacati intendono tentare una nuova trattativa;
nel frattempo pervengono segnali contraddittori sul modo con il quale l'Itel fronteggia le sue difficoltà gestionali e viene lamentato, dal fronte dei lavoratori, che, mentre si licenziano 327 unità, prosegue la gestione con ricorso al subappalto ed al lavoro straordinario e non è stata puntuale l'applicazione del pregresso accordo per la messa in mobilità di diverse unità e la riqualificazione di altre unità nel campo della multimedialità, in vista del riassorbimento, anche parziale, della unità di dipendenti in esubero-:
se e quali iniziative siano state avviate per evitare che la perdita del posto di lavoro e persino la perdita della speranza di un riavvio ad attività lavorativa lascino sul lastrico 327 famiglie, 260 delle quali residenti in una Sicilia che ai disoccupati non dà possibilità di proficuo lavoro;
se abbiano avuto inizio le trattative richieste dalle rappresentanze provinciali della Fiom, Fim-Cisl e Uil e con quali prospettive di utile conclusione.
(3-00505)
(28 novembre 1996)
Il sottoscritto chiede di interpellare i Ministri del bilancio e della programmazione economica e dell'industria, del commercio e dell'artigianato, per sapere - premesso che:
il Governo, nella seduta del 13 marzo 1997, in merito allo stato di attuazione dei patti territoriali per lo sviluppo sostenibile del Mezzogiorno ha comunicato che:
a) i patti territoriali sono stati «al centro della sottoscrizione» del patto per il lavoro;
b) gli stessi sono stati sottoposti a nuovo intervento nella legge finanziaria (legge n.662 del 1996, articolo 2, comma 202, lettere da a) a f), e, conseguentemente, il Cipe regolamenterà con una nuova disciplina sia i patti territoriali sia i contratti di area;
c) in merito all'attuazione dei patti sono risultati al Governo stesso i seguenti rischi: proliferazione incontrollata degli
MARINACCI, RICCI, ANTONIO PEPE, VOLONTÈ, LEONE, PANETTA e GUIDI. - Al Ministro del bilancio e della programmazione economica. - Per sapere - premesso che:
la delibera Cipe del 18 dicembre 1996, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 4 marzo 1997, ha stabilito un nuovo criterio di ripartizione a favore delle regioni dei finanziamenti previsti nell'anno in corso ai sensi della legge n.488 del 1992, sostituendo il riparto adottato in precedenza, fondato sul numero delle domande presentate, con il criterio della popolazione residente in ciascuna regione, corretto con l'indice di disoccupazione;
la nuova ripartizione comporterà la conseguenza che la Puglia si vedrà assegnato il 12,17 per cento del totale delle risorse disponibili, ad avviso degli interroganti insufficiente, così da penalizzare senza alcun plausibile motivo le capacità imprenditoriali presenti nella regione, d'altronde già mortificate nella precedente graduatoria, quando più di centocinquanta imprese rimasero comunque escluse dai finanziamenti, senza avere quindi la possibilità di creare nuove strutture produttive e, quel che è ancora più grave, la possibilità di offrire nuove opportunità di lavoro;
si constata come il Governo adotti due pesi e due misure nell'erogazione dei fondi; difatti, per la sanità si tengono presenti gli investimenti effettuati, l'annualità precedente e la spesa storica, forse per favorire aree del nord del Paese, mentre per l'erogazione dei fondi ex lege
Il sottoscritto chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, per sapere - premesso che:
la gravissima situazione economico-sociale della Calabria presenta aspetti sempre più allarmanti, con forti riscontri di ulteriori processi di degrado che investono interi territori;
le nuove generazioni vivono una condizione di desolazione e di frustrazione, determinata dall'assenza di condizioni su cui poter costruire una benché minima prospettiva di vita;
uomini di trenta o quaranta anni non hanno mai conosciuto il lavoro, con effetti devastanti e con ripercussioni gravi sul piano sociale e per la stessa sopravvivenza della realtà calabrese;
i progetti territoriali che nascono dalle delibere del Cnel, avviati solo sul piano della convenzione tra alcuni enti e i soggetti interessati, allo stato vivono semplicemente a livello cartaceo, mancando essi di una autorità di coordinamento e di impulso che produca effetti positivi;
in questo quadro si inserisce una vicenda che ha dell'assurdo e che è emblematica di antiche disattenzioni e di nuovi opportunismi: quella relativa alla Get, società per la riscossione delle imposte, che opera in Calabria e che sembra sull'orlo della liquidazione per un'enorme esposizione debitoria;
la crisi di questa società rischia di mettere sulla strada oltre mille e ottanta dipendenti, con conseguenze inimmaginabili, se tutto questo si lega alle brevi considerazioni illustrative testé svolte;
in questa società ha una interessenza notevole la Cassa di risparmio di Calabria e Lucania, il cui presidente Demattè dovrebbe chiarire quale sia il ruolo dell'istituto da lui presieduto nel tessuto sociale ed economico della regione, nutrendo l'interpellante seri dubbi sul sostegno di questo istituto all'economia calabrese, avendo dato chiari segni dell'intenzione di rastrellare risorse che possano andare a rafforzare la politica del «gruppo di riferimento», vale a dire la Cariplo, la quale certamente non opera in favore delle aree deboli;
in tutto questo si inserisce ovviamente l'assenza di una politica creditizia in Calabria, ove enti di portata nazionale operano con sentimenti non propriamente di aiuto e di sostegno, ma in termini di massimo e di solo profitto, attraverso la riproposizione di una vecchia politica, che è quella di raccogliere e trasferire altrove risorse;
non si vuol negare agli istituti di credito l'impegno per il profitto: quello che si denuncia è il profitto fine a se stesso, che avviene solo attraverso processi di accumulazione e non di impiego produttivo in loco dei capitali-:
quali iniziative intenda assumere in tempi brevi per risolvere la vicenda Get sopra citata e le eventuali altre questioni occupazionali e di sviluppo economico sopra succintamente segnalate.
(2-00389) «Tassone».
(10 febbraio 1997)
Il sottoscritto chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, per sapere - premesso che:
il Ministro pro tempore del tesoro Barucci, muovendo dalla giusta valutazione politico-finanziaria secondo la quale l'Efim (per trent'anni operante nel settore delle partecipazioni statali) era stata «una maledizione biblica», indusse il Governo del tempo a una determinazione indifferibile: quella della messa in liquidazione di quell'ente e della nomina a commissario liquidatore dell'avvocato professor Alberto Predieri;
durante la gestione del liquidatore si realizzarono perdite gravissime, come quella derivante dalla nuova Efim, che è costata all'erario oltre centosettantadue miliardi di lire di perdite;
è noto che i cittadini pagheranno ancora per vent'anni il tracollo della finanziaria di Stato e che il relativo dissesto ammonta a circa trentamila miliardi di lire, come accertato dalla magistratura contabile;
in particolare la Corte dei conti ha, tra l'altro, riferito che il professor Predieri, anziché versare in apposito conto del Tesoro le disponibilità liquide dell'Efim, aveva acceso conti correnti bancari con la Comit, il Credito italiano ed altri istituti di credito, arrecando all'erario ingenti danni, tenuto presente che le somme versate sui conti correnti bancari fruttavano interessi del due per cento appena, mentre il ministero del tesoro, per la provvista di mezzi liquidi in Bot, Cct ed altri titoli di Stato, era costretto a pagare costi non inferiori all'undici per cento, ivi inclusi gli interessi e le spese di emissione dei titoli medesimi-:
se sia a conoscenza delle notizie esposte;
quali siano le valutazioni politiche del Governo sull'accaduto;
se risulti che la procura della Corte dei conti abbia adottato quelle cautele (ad esempio richieste di sequestro del patrimonio di eventuali responsabili) idonee a garantire il recupero delle perdite.
(2-00270) «Garra».
(30 ottobre 1996)
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro del tesoro, per sapere - premesso che:
con decreto legislativo 17 maggio 1945, n.331, veniva stabilito che all'Ufficio italiano dei cambi «è riservato il commercio delle divise (...) fino a quando durerà il monopolio dei cambi»;
a partire dal 14 maggio 1990, è stato abolito il monopolio dei cambi e, pertanto, è venuta meno la condizione essenziale per la sopravvivenza dell'ente;
l'Ufficio italiano cambi ha accumulato ingenti riserve patrimoniali, usufruendo sin dall'inizio di finanziamenti in lire concessi dalla Banca d'Italia a tasso agevolato, non previsto e stabilito da alcuna disposizione legislativa, per l'acquisto della valuta estera dai soggetti prima tenuti all'obbligo dell'offerta in cessione;
detti finanziamenti a tasso agevolato continuano ad essere ancora oggi praticati per acquisti di valuta prevalentemente in contropartita della stessa Banca d'Italia finanziatrice, effettuati al solo fine di determinare gli utili necessari per la sopravvivenza dell'ufficio;
il mantenimento dell'Ufficio italiano cambi, il quale, fino a che resta in vita, risulta teoricamente impegnato nel settore valutario, pone la Banca d'Italia in una situazione anomala rispetto alle altre banche centrali dei paesi comunitari;
il costo del mantenimento dell'Ufficio è molto elevato; le spese generali ammontano ad oltre duecento miliardi di lire l'anno, che, rispetto al personale occupato
TERESIO DELFINO. - Al Ministro dei beni culturali e ambientali. - Per sapere - premesso che:
sono trascorsi quasi quattro mesi dal crollo della cupola del santuario Madonna degli Angeli di Cuneo (avvenuto il 30 dicembre 1996), che ha gravemente danneggiato un importante e significativo complesso monumentale della città, di notevole pregio storico e architettonico;
tale opera rappresenta un luogo di grande richiamo, molto caro ai cuneesi perché ivi dimorano le spoglie del beato Angelo Carletti, patrono della città di Cuneo;
tale drammatico evento, verificatosi in concomitanza con lavori di restauro, pone elementi di forte perplessità sulle modalità con cui vengono effettuati, qui come altrove, tali interventi;
l'autorizzazione della magistratura al dissequestro del cantiere è pervenuta incredibilmente ad oltre tre mesi dall'evento, ponendo a grave rischio di ulteriori danni il complesso monumentale, completamente esposto alle intemperie;
appare assolutamente ingiustificato il ritardo degli organismi competenti nel consentire gli interventi urgenti per la copertura della struttura, benché l'amministrazione comunale, proprietaria dell'immobile, ne avesse ripetutamente rappresentato l'urgenza;
risulta altresì inaccettabile, a parere dell'interrogante, che le lungaggini dovute alle esigenze istruttorie della magistratura nonché le difficoltà tecnico-burocratiche della soprintendenza blocchino ancora i lavori di rimozione delle macerie, indispensabile per la classificazione e per il recupero degli elementi artistici riguardanti gli affreschi e per la definizione dei progetti di ripristino e di consolidamento del manufatto-:
quali siano le ragioni che determinano i gravi ritardi nel completamento delle indagini che finora hanno bloccato qualsiasi lavoro a salvaguardia del monumento, fatta salva, dopo oltre cento giorni, l'autorizzazione alla copertura;
quali iniziative siano state assunte per fronteggiare immediatamente l'emergenza dal suo verificarsi ad oggi per garantire la salvaguardia dell'opera e per constatare lo stato di solidità del fabbricato;
quale sia lo stato delle azioni intraprese dai vari enti ed organismi competenti
DE BENETTI. - Al Ministro dei beni culturali e ambientali. - Per sapere - premesso che:
mercoledì 11 giugno 1997 andranno all'asta gli interni e gli arredi dello storico e glorioso castello di Duino (Trieste), di proprietà di Carlo Alessandro, principe della Torre e Tasso, duca di Castel Duino;
per pochi decine di milioni di lire verrebbero svenduti memorabili pezzi di antiquariato (tra i quali il pianoforte su cui suonò Franz Listz, il divano dove sedettero la principessa Sissi, Strauss, Mark Twain, arredi dove il poeta Rainer Maria Rilke scrisse le sue Elegie), che rappresentano quattro secoli di storia e non sono polverose cianfrusaglie, come li definisce il principe Alessandro Thurn und Taxis;
lo Stato italiano si è battuto per strappare ad acquirenti privati le mura stesse del castello di Duino e la regione Friuli-Venezia Giulia ha offerto al principe circa diciassette miliardi di lire per farne una sede di rappresentanza, che però senza arredi perderebbe ogni ragione d'essere e sarebbe un guscio vuoto senza storia;
il ministero per i beni culturali e ambientali ha ritenuto meritevole di vincolo la villa triestina Tripcovich de Banfield (di minore pregio artistico del castello di Duino), compresi persino i dischi e gli strumenti musicali di Raffaello de Banfield, il compositore e musicologo coinvolto nel noto infortunio della Tripcovich;
oramai da anni il proprietario sta tentando di vendere il castello, ma senza riuscire nell'intento, perché l'immobile, sottoposto ai vincoli della legge n.1089 del 1939 e alla vigilanza ancor più efficace dell'amministrazione comunale slovena (comune di Devin Nebrezina), non può subire quelle trasformazioni turistico-residenziali che giustificherebbero il suo acquisto da parte di un privato;
se lo Stato vincolasse gli arredi del castello (ricordando che il vincolo per quelli di villa Tripcovich de Banfield giunse quando era già stato pubblicato il catalogo della loro vendita all'asta), potrebbe acquistarlo arredato;
il vicino castello di Miramare è tra i luoghi più visitati d'Italia ed una parte di quel flusso turistico potrebbe rivolgersi al castello di Duino (ove arredato) aperto al pubblico-:
se sia al corrente della vendita all'asta e della dispersione degli arredi del castello di Duino;
se non ritenga necessario intervenire immediatamente per bloccare l'asta e salvare il patrimonio storico del castello di Duino;
quali misure intenda adottare per evitare che, una volta venduti gli arredi e svuotato il castello della parte più consistente del suo patrimonio storico artistico, vi sia il via libera a operazioni speculative.
(3-01200)
(9 giugno 1997)