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Seduta dell'11/7/2000


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Seguito dell'esame della proposta di relazione sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in Calabria.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito dell'esame della proposta di relazione sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in Calabria.
Ricordo che sono già iscritti a parlare il senatore Diana e gli onorevoli Lamacchia e Mancuso. Quest'ultimo ci ha comunicato di essere impossibilitato a partecipare alla seduta odierna, ma ci ha fatto pervenire per iscritto il suo intervento, che verrà pubblicato in allegato al Resoconto stenografico di oggi oltre ad essere immediatamente distribuito a tutti i commissari presenti affinché ne possano prendere opportuna visione.
Voglio anche ricordare come la discussione già svoltasi abbia evidenziato la possibilità di una convergenza di tutti i gruppi sulla proposta di relazione illustrata dal senatore Figurelli, con le correzioni suggerite da taluni commissari.
Credo che la relazione in questione ci consenta di fare un primo passo, a cui ne necessitano altri, nella conoscenza della situazione in Calabria e, in particolare, degli aspetti più generali relativi alla presenza della 'ndrangheta.
Ricordo che l'ufficio di presidenza ha deliberato sull'operatività, avanzata in seduta plenaria e, a più riprese, in ufficio di presidenza, della missione in Australia, dove il fenomeno della 'ndrangheta ha una rilevanza importante, che ci è stata sottolineata da diversi commissari, in particolare da coloro che lo conoscono a fondo.


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MARIO GRECO. Intervengo sull'ordine dei lavori, signor presidente, per dirle che, anzitutto, prendo atto del suo riferimento alla relazione dell'onorevole Mancuso. Da parte mia ritengo però doveroso far presente la volontà ed il desiderio dello stesso onorevole Mancuso, che, per motivi connessi alla sua funzione parlamentare, si è dovuto recare a Palermo: il suo desiderio era quello di dare lettura integrale del suo intervento, che io ho letto e che giudico interessante. Ove ciò non sia possibile, per motivi di regolamento o di tempo, chiedo se tale intervento possa essere fatto pervenire ai componenti la Commissione antimafia. Ciò per far sì che tutti possano leggerlo, perché, come ho detto, lo ritengo fondamentale anche ai fini del nostro orientamento sul voto.
Aggiungo, qualora fosse questa l'intenzione, che chiederei un rinvio della votazione sulla proposta di relazione del senatore Figurelli, anche per l'assenza giustificata del collega Centaro, che, come l'onorevole Mancuso, si è dovuto recare a Palermo.

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Greco. Come ho detto, l'intervento dell'onorevole Mancuso sarà pubblicato in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna e messo a disposizione dei commissari, con ciò raccogliendo l'istanza da lei formulata, cioè quella di portare a conoscenza di tutti i membri della Commissione il pensiero del vicepresidente Mancuso.
Ritengo, quindi, che potremo procedere dando la parola ai colleghi che si sono iscritti a parlare. Successivamente esprimerò le mie intenzioni su come concludere a proposito del punto all'ordine del giorno.

ELIO VELTRI. Vorrei, signor presidente, che fossero riassunti, quando sarà ritenuto opportuno e comunque prima del voto, i punti della proposta di relazione che alcuni colleghi chiedono di modificare.

PRESIDENTE. Prima della votazione, vi saranno gli interventi del presidente e del relatore e saranno altresì delineati, con molta precisione, i punti su cui si ritiene di accogliere le proposte emendative avanzate dai vari commissari. Questo per dirle che non saremo generici, ma molto precisi.

BONAVENTURA LAMACCHIA. Desidero esprimere il mio apprezzamento, non di circostanza, ma sentito, sulla proposta di relazione del senatore Figurelli, in quanto esauriente, puntigliosa ed approfondita. Riscontro un legame molto forte tra gli argomenti affrontati durante le tante audizioni e lo sviluppo dei punti trattati dalla relazione. Pertanto, mi sembra appropriato il giusto risalto dato al tema delle interconnessioni economiche, obiettivo primario di un'organizzazione criminale ormai globalizzata, qual è oggi la n'drangheta, che riesce a cogliere, purtroppo anche meglio di quanto lo faccia la classe imprenditoriale sana, le occasioni di sviluppo per innestarvisi in perfetta assonanza.
Certo, non scopriamo oggi la dimensione che il fenomeno mafioso ha raggiunto in Calabria. Nelle missioni di Milano e Brescia, per esempio, abbiamo avuto la possibilità di toccare con mano lo sviluppo organico e il radicamento sul territorio che la criminalità organizzata calabrese aveva ormai raggiunto in quelle città del nord; avemmo allora la possibilità di capire l'elevata pericolosità di questa organizzazione per il suo modo di gestire il territorio e compenetrarsi in modo stabile in esso e per come è riuscita quasi sempre ad articolarsi in modo da eludere le indagini radicandosi più stabilmente.
Concordo con quanto osservato dal presidente nel suo discorso di insediamento circa l'importanza del riciclaggio nella lotta alla criminalità; quello della confisca dei patrimoni è un modo sicuramente efficace che ha il valore e l'effetto della lotta preventiva. Ecco perché il contrasto alla criminalità organizzata riguarda oggi il nord come il sud del paese, è cioè una strategia di carattere nazionale; vengono meno in questo modo false credenze sviluppatesi nell'opinione pubblica secondo le quali nel nostro paese ci sarebbe la criminalità


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organizzata al sud e una non meglio identificata criminalità diffusa al nord. Questa relazione ci dice invece che non c'è una distinzione così netta tra quelle che erroneamente venivano considerate macro e microcriminalità.
Un'altra cosa che vorrei sottolineare è l'azione di contrasto esercitata dagli apparati dello Stato e dalle istituzioni nei confronti della 'ndrangheta; dalle cifre infatti si evince che ci sono risultati eccellenti da parte delle forze dell'ordine e della magistratura nella lotta alla criminalità in Calabria. Credo valga la pena di rimarcarlo per dare all'esterno l'idea di un paese forte che non è in mano alla criminalità e questo anche per invogliare ed in qualche modo tranquillizzare gli operatori che, grazie anche agli ultimi incentivi dello Stato, ritengono la Calabria una regione in grado di produrre, svilupparsi e crescere in questo processo di cambiamento dell'economia.
Proprio in questo processo di sviluppo credo importante e utile tornare sull'argomento dell'erogazione del credito (ricordato anche dal senatore Veraldi) e sul facile pretesto del forte rischio del quale abusano gli istituti di credito che operano in Calabria. Gli ultimi dati della relazione della Banca d'Italia ci assegnano purtroppo il triste primato di prima regione d'Italia per disoccupazione con un tasso del 28 per cento, contro una media nazionale dell'11,4 e un tasso nel Trentino-Alto Adige del 3 per cento. Credo che questi dati ci debbano spingere ad operare su quello che considero le cause del mancato decollo della nostra regione, cioè la criminalità organizzata, l'eccesso di burocrazia e l'accesso al credito. Queste sono a mio parere le tre cause fondamentali che ritardano oggettivamente una ripresa e uno sviluppo organico dell'economia calabrese, una crescita dell'economia basata sullo sfruttamento delle risorse del territorio e delle potenzialità di una regione che non viene meno alle attese quanto ad impegno e capacità imprenditoriale e professionale in genere.
Per quanto riguarda l'eccesso di burocrazia, credo che le leggi Bassanini siano in qualche modo intervenute per superare un fenomeno che non permetteva il rapido espletamento di pratiche che dovevano portare a finanziamenti o a stati di avanzamento dei lavori. Sulla lotta alla criminalità organizzata qualcosa si è fatto e qualcos'altro dovrà essere fatto; sull'accesso al credito, invece, credo si possa fare molto di più: gli istituti di credito devono modificare il loro atteggiamento e funzionare da motori per la ripresa dell'economia e per impedire il proliferare dell'usura, altro grande serbatoio della criminalità organizzata.
Credo che con queste considerazioni soprattutto per quello che la relazione rappresenta nel merito ma soprattutto per la sua impostazione e per il contributo che vogliamo dare alla lotta alla criminalità organizzata, da parte nostra vi è l'impegno e l'invito ai colleghi ad approvare la relazione del senatore Figurelli in modo unitario per dare un segnale della forte volontà di fare per intero il nostro dovere di commissari della Commissione antimafia e di parlamentari impegnati per il mantenimento della legalità e, per chi come me è espressione di una regione con grande fame di lavoro, per contribuire al miglioramento delle condizioni oggettive.

LORENZO DIANA. Vorrei innanzitutto esprimere un apprezzamento nei confronti della relazione preparata dal collega Figurelli perché, penso, ci aiuta ad aggiornare la lettura della questione criminale in Calabria e più in generale del nostro paese dopo la stagione delle stragi del 1992-1993. Penso che l'analisi della criminalità organizzata in Italia sia sostanzialmente ferma a quegli anni, perché non abbiamo ancora guardato con sufficiente attenzione a come si configura la criminalità in Italia dopo quella stagione. Vorrei poi soffermarmi su alcuni aspetti partendo dalla denuncia, che il senatore Figurelli lancia all'inizio della sua relazione, della sottovalutazione grave e pericolosa della 'ndrangheta che è stata operata anche nei confronti di altre criminalità come la camorra in Campania.


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Penso che la relazione aiuti la Commissione antimafia a guardare complessivamente ai caratteri di un'organizzazione, la 'ndrangheta, che è stata sicuramente colpita dopo il 1992-1993 ma non sconfitta; un'organizzazione che, radicata in Calabria, si è potuta diffondere oltre i confini regionali in altre parti del paese, specialmente nel cuore dell'economia nazionale a Milano e in altri paesi del mondo. Il profilo della 'ndrangheta che emerge è quello di un'organizzazione che ha un insediamento forte in un determinato territorio ed è capace del controllo di un territorio regionale per proiettarsi all'esterno in una fase di internazionalizzazione e di globalizzazione anche dell'attività e dell'economia criminali. La sua organizzazione è un misto di arcaicità e di modernità criminali, di tradizione e di innovazione. Penso che il maggior contributo la relazione lo dia nel momento in cui aiuta a superare definitivamente l'immagine, diffusa nell'opinione pubblica, di un'organizzazione arcaica, rurale, dedita ai sequestri; non è affatto così perché siamo di fronte ad un'organizzazione che non è più espressione di sottosviluppo e di arretratezza.
Il carattere ed il modello organizzativo, che mette insieme l'autonomia orizzontale e la dimensione familiare, hanno consentito alla 'ndrangheta di reggere al meglio i colpi inferti dallo Stato ai vari clan dopo il 1992-1993 (non è un caso che essa abbia meno pentiti rispetto ad altre organizzazioni) e l'hanno resa più affidabile anche sul mercato criminale internazionale. Qualcuno ha parlato anche di un superamento della base strutturale della famiglia di sangue, questo tratto invece resta forte ed è da questa lettura che si può partire per capire meglio tanti altri fatti che hanno interessato questa organizzazione criminale.
Va guardato con molta attenzione anche il ricambio di leve avviato nella 'ndrangheta in Calabria. Nella relazione si dice che i più giovani sono i più esposti ai modelli mafiosi e penso che sia così, ma vorrei soffermarmi su un'osservazione pronunciata da alcuni colleghi qui come fuori di qui quasi a giustificare l'adesione dei giovani al modello mafioso come fenomeno conseguente alla mancanza di lavoro nel Mezzogiorno perché credo sia arrivato il momento di utilizzare categorie più appropriate per analizzare l'adesione dei giovani ai modelli mafiosi in più parti del paese. Certo si deve guardare al legame tra disagio sociale e adesione alla criminalità, ma si devono utilizzare anche altre categorie, in particolare quella dei poteri nella società, altrimenti correremo il rischio di non saper comprendere e contrastare bene la criminalità. Nel Mezzogiorno ed in molte altre parti del paese stare in un'organizzazione criminale non è conseguenza di disagio sociale o di povertà, ma di una scalata al potere o al consolidamento di poteri che a volte già si esercitavano. Come si può guardare col criterio del disagio sociale un boss che guadagna fior di miliardi? Bisogna guardare alla conflittualità, alla concorrenzialità dei poteri dentro la società per analizzare l'adesione di alcune leve alla criminalità. Per queste ragioni sono contrario a qualsiasi lettura di natura sociologica che vada a giustificare l'adesione di fasce di giovani alla criminalità.
Un altro punto importante riguarda la capacità di penetrazione della 'ndrangheta nell'economia. La relazione afferma che questa organizzazione criminale calabrese tende a non esercitare il suo potere nell'economia con rumore o con metodi eclatanti, ma agisce quasi sotto copertura, talvolta chiede il pizzo senza esagerare per non creare rotture di consenso, per poter meglio ottenere una capacità di controllo e di pace mafiosa su un determinato territorio. La capacità di penetrazione nell'economia da parte della 'ndrangheta l'abbiamo riscontrata nel caso di Gioia Tauro ed è il dato che deve farci allarmare, per questo condivido una delle conclusioni della relazione: ora che ci apprestiamo a spendere circa centomila miliardi di fondi strutturali abbiamo bisogno di guardare con maggiore attenzione agli investimenti nel Mezzogiorno per poter mirare ad una nuova politica nei confronti dell'intreccio tra sviluppo e sicurezza. I patti per la sicurezza e la


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legalità avevano solo una funzione promozionale e non potevano andare oltre i risultati raggiunti. Abbiamo constatato che senza coesione sociale, senza capitale sociale, senza sicurezza, non è facile pensare ad un vero sviluppo nel Mezzogiorno. Diventa perciò fondamentale utilizzare una parte di questi centomila miliardi per accrescere un nuovo capitale sociale nel Mezzogiorno, per ottenere una diversa qualità sociale delle regioni meridionali, per costruire infrastrutture immateriali come la sicurezza e la legalità, oltre a quelle materiali come strade ed aree attrezzate.
Mi soffermo infine su alcuni punti della parte conclusiva della relazione. È difficile pensare di superare la criminalità nelle regioni meridionali senza estirpare la sua capacità di controllo del territorio e lo si vede bene nel campo degli appalti. Il Parlamento ha approvato una nuova legge, la Merloni ter che da molti è giudicata positivamente; ebbene, nonostante una buona legge, non sempre si riescono ad estirpare dal mondo dei subappalti i controlli sulle gare da parte della criminalità, e questo accade soprattutto dove è ferreo il controllo del territorio da parte di quest'ultima. Per tale ragione non va sottovalutato l'elemento dell'insediamento di un clan su un determinato territorio: non esiste criminalità organizzata senza un radicamento su almeno un piccolo pezzo di territorio, a partire dal quale si può pensare di controllare ed espandere le proprie attività criminali, comprese quelle del riciclaggio. Dobbiamo guardare a queste attività in modo preciso e non con analisi affrettate che fanno ritenere ormai superata la necessità del controllo del territorio da parte della criminalità; da questo debbono derivare alcune scelte da parte dello Stato, soprattutto quella di disporre sui territori interessati alla presenza dei clan un'azione di contrasto capace di sradicare il controllo criminale del territorio.
Condivido le proposte avanzate dalla relazione e vorrei richiamare in particolare quella relativa alle misure di prevenzione patrimoniale. A tale proposito emerge ormai in modo sempre più evidente una necessità: quella di portare tali misure alle competenze delle procure distrettuali e non più degli uffici giudiziari ordinari, poiché vi è un ingolfamento e un forte ritardo nei tribunali rispetto alle richieste di misure di prevenzione patrimoniali. Se non colpiamo con forza e per tempo i patrimoni e le ricchezze dei clan, è difficile pensare di poter indebolire il fattore di riproduzione degli stessi. Sono stati arrestati centinaia di boss in alcuni territori (abbiamo casi di circa mille arresti per un solo clan), senza riuscire a sradicarli, perché non è stato colpito sufficientemente il patrimonio del clan che ha consentito un nuovo reclutamento di giovani leve. Per questa ragione, accanto alle misure di custodia cautelare nei confronti degli uomini e degli eserciti dei clan, dobbiamo far camminare le misure di prevenzione patrimoniale. Abbiamo quindi un compito nuovo: aprire una nuova frontiera del contrasto alla criminalità accrescendo la capacità delle istituzioni di colpire le ricchezze dei clan.
Vorrei concludere con un'ultima osservazione. Insieme all'attacco ai patrimoni mafiosi abbiamo bisogno di sviluppare un'azione di costruzione sociale della legalità, anche in Calabria dove c'è, come viene sottolineato nella relazione, una nuova leva di amministratori; in Calabria, come in altre regioni, non è sufficiente un ricambio elettorale o una riforma istituzionale se non si procede a costruire socialmente un tessuto di legalità. E questo non può che avvenire anche con un'azione di innalzamento della qualità sociale del territorio su cui vanno ad agire i clan. Ecco perché c'è da intrecciare fortemente l'azione che le regioni vanno a dispiegare in questi anni con l'utilizzo dei 100 mila miliardi di fondi strutturali, con l'azione centrale dello Stato, al fine di accrescere la qualità del capitale sociale nel Mezzogiorno.
Penso sia questa la maniera più efficace per far camminare insieme le politiche di repressione con quelle non solo di prevenzione ma anche di promozione e risanamento sociale di territori che hanno


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già conosciuto una forte presenza della criminalità, come appunto nel caso della Calabria.
Le considerazioni che ho esposto mi portano ad esprimere un giudizio di forte apprezzamento e quindi un voto favorevole sulla relazione proposta dal senatore Figurelli.

ANGELA NAPOLI. Signor presidente, mi trovo in una condizione di grande disagio perché questo intervento avrei dovuto farlo forse nella parte iniziale della discussione generale, ma sono stata impedita da gravi motivi di carattere familiare, che purtroppo permangono. Sono stata spinta ad intervenire comunque oggi, perché non intendo sottrarmi alla discussione su un argomento di notevole importanza, che peraltro mi ha vista coinvolta da anni nella lotta alla criminalità organizzata in Calabria.
Mi trovo, dicevo, in notevole disagio perché il mio intervento potrebbe sembrare contrastare l'opera, che comunque ritengo meritoria dal punto di vista della moralità e della professionalità, del relatore, senatore Figurelli. Tuttavia siccome vivo in Calabria e mi sento componente della Commissione antimafia a tutti gli effetti, vorrei che questa Commissione, che per la prima volta si accinge a riferire sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in Calabria, svolgesse un lavoro serio, lavoro che i calabresi si attendono da noi. Mi sento, però, di muovere alcune critiche che, ripeto, credetemi, faccio in senso benevolo, nel rispetto della verità e soprattutto - lo ribadisco - non volendo in alcun senso denigrare l'opera ed il lavoro svolto dal senatore Figurelli, perché non è assolutamente questo il mio intendimento.
La relazione fa riferimento, già nel titolo e nel testo, allo stato della lotta alla criminalità organizzata in Calabria. A me sembra, però, che essa non possa essere definita una relazione che va a coinvolgere tutta la criminalità organizzata in Calabria; può essere definita, dalla lettura della stessa, più che altro una relazione territoriale, che abbraccia in particolare le situazioni della mafia in provincia di Reggio Calabria.
Allora, andrebbe, innanzitutto, cambiato il titolo, anche perché la questione della 'ndrangheta non riguarda solo la Calabria, perché, come è stato già sottolineato dai colleghi che mi hanno preceduto, è ormai estesa a livello nazionale ed internazionale. Anche la situazione nelle altre provincie non va sottovalutata; andrebbe cioè soppesato il fatto che forse alcune vicende che sono scaturite o che stanno scaturendo in fatto di criminalità organizzata nella provincia di Cosenza e in quella di Crotone sono legate anche a sottovalutazioni che sul fenomeno sono state prodotte, tanto dalle magistrature locali, quanto da noi come Commissione antimafia.
Apprendo con piacere la disponibilità, comunicata oggi dal Presidente, di recarci a Cosenza per valutare la situazione; reputo ciò estremamente indispensabile e anche urgente, perché in provincia di Cosenza il fenomeno è ormai dilagante e credo debba esserci un'attenta valutazione. Ma questo non riguarda solo la provincia di Cosenza, ma anche quelle di Crotone e di Vibo. A me sembra, infatti, che il problema di Vibo, con tutta la mafia delle serre - mi dispiace non sia qui presente l'onorevole Lombardi Satriani, che conosce certamente meglio di me la situazione -, non possa e non debba essere sottovalutato.
Fatta questa premessa, pongo la mia attenzione in particolare sulla provincia di Reggio Calabria, così come delineata nel documento in esame. La relazione mi appare alquanto confusa; andrebbe innanzitutto catalogata in maniera migliore. È vero che questa relazione - lo apprendo dalle parole iniziali del Presidente - servirà da base, ma è comunque una relazione che dovrebbe partire dalla descrizione della situazione attuale delle cosche in Calabria, in particolare nel territorio di Reggio Calabria. Bisognerebbe allora partire innanzitutto descrivendo l'articolazione della nuova mafia; si è accennato a dipartimenti, eccetera; bisognerebbe poi definire quali sono le cosche attualmente esistenti nei tre dipartimenti (perché così vengono definiti) e


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dare così un quadro perfetto dell'attuale situazione; quadro che invece ora non emerge.
Capisco che definire una relazione solo sulla base di carteggi che si sono accumulati attraverso le audizioni e gli incontri, diventa estremamente difficile; però, guardate che questi incontri li abbiamo fatti ad iniziare da quattro anni fa. Nello spazio di questi quattro anni la 'ndrangheta si è modificata o aggiornata, diciamo tutto quello che possiamo dire, con una velocità spaventosa.
L'immagine della 'ndrangheta oggi non è quella che ci è stata descritta da alcuni sindaci che hanno partecipato alle nostre audizioni, tenute quattro anni fa. Alcuni di questi sono deceduti e vengono riportati nella relazione. Tuttavia, se si vanno a riguardare gli atti giudiziari (e guardate che faccio descrizioni che richiamano atti giudiziari, giacché non mi permetterei mai di fare illazioni che potrebbero anche sembrare fatte per un discorso politico e io in questo momento, credetemi, svolgo questo intervento spogliandomi anche dell'appartenenza politica) che hanno coinvolto i rispettivi comuni, si può vedere che essi hanno sollecitato gli imprenditori aggiudicatori di gare d'appalto nei rispettivi comuni ad assumere gente mafiosa.
Ebbene, alcuni di questi sindaci vengono riportati nella relazione con in bocca parole antimafia. Ci sono sindaci che sono stati e sono attualmente i difensori professionali, legittimi per carità, nessuno può togliere questa legittimità ma sono, dicevo, i difensori dei più famosi 'ndranghetisti e non solo 'ndranghetisti ma diciamo dei più grossi boss mafiosi; ci sono sindaci che hanno sottoscritto i ricorsi per far uscire i boss ergastolani; ci sono sindaci che sono stati difensori per il ripristino e la restituzione dei beni sequestrati ai mafiosi; ci sono sindaci che sono stati difensori di noti mafiosi e che hanno impedito alla procura della Repubblica di Palmi fino a quindici giorni fa di far apparire la faida di Oppido Mamertina come una faida mafiosa e quindi trasmettere gli atti alla DDA di Reggio Calabria.

ELIO VELTRI. Mi scusi se la interrompo, ma vorrei sapere chi sono . È per capire, altrimenti non riesco a comprendere. Vorrei sapere chi sono. Lei sta dicendo cose molto importanti.

PRESIDENTE. Lasci che la collega Napoli prosegua nel suo intervento, può darsi che anche questi aspetti vengano chiariti.

ANGELA NAPOLI. A questi sindaci vengono messe in bocca - riportate - delle parole antimafia che - scusatemi - non posso proprio consentire. Non posso consentire perché questa relazione la dobbiamo portare ai calabresi, che si aspettano realmente di veder descritta la situazione dell'azione antimafia e che dalla Commissione antimafia si attendono la verità e la segnalazione di una situazione che non può più stare in mano a determinati amministratori locali.
Si fa di tutta l'erba un fascio, cioè si dice che questi sindaci, tutti i sindaci adesso sono diventati bravi nella lotta alla criminalità organizzata, però - guarda caso - sono tutti sindaci del centro sinistra. Allora, io ho detto che mi spoglio dell'appartenenza politica, ma tra questi sindaci ci sono anche questi che vi ho elencato, per cui non potete far riferimento a tutti i sindaci. Possiamo dire che molti sindaci, anche di sinistra, hanno questa volontà, ma stiamo attenti perché questi sindaci sono costretti a combattere con la situazione degli appalti e con la situazione estremamente grave per quanto riguarda i rilasci delle certificazioni antimafia; ci sono imprese collegate con la mafia che hanno addirittura il rilascio della certificazione antimafia a Roma; ci sono fatti estremamente gravi come questi, di fronte ai quali molti sindaci non possono combattere più di tanto. Il problema della certificazione antimafia è stato detto e ridetto.
Questo primo aspetto offre un'immagine non assolutamente reale della situazione ed evidenzia una volontà di esprimere una relazione politica, che, a questo punto, non può più essere votata integralmente


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dalla Commissione, perché nel momento in cui si fa prevalere un aspetto politico, peraltro falsato in parte, è chiaro che non lo si può più condividere.
Questo per quanto riguarda la definizione della situazione delle cosche; poi bisognerebbe catalogare e partire bene dal discorso del potere economico della criminalità organizzata - perché forse è anche quello che ci porta di più a considerare in tal senso la provincia di Reggio Calabria - perché, purtroppo, sappiamo in quale grave dissesto sia l'economia calabrese, mentre la provincia di Reggio Calabria, attraverso il porto di Gioia Tauro ed il famoso decreto Reggio, è quella che, potenzialmente, ha il maggiore potere economico e quindi la maggiore penetrabilità da parte delle cosche mafiose. Però, nell'ambito di questo potere economico, non possiamo sottovalutare, così come in effetti avviene nella relazione, il discorso del decreto Reggio e del porto di Gioia Tauro.
A parte che ci sono delle omissioni e degli errori giacché quando mi si dice che, per quanto riguarda il porto di Gioia Tauro, il 10 novembre 1998, il rappresentante del Governo, onorevole Soriero, denunzia la presenza della mafia, questo è falso. È falso nel senso che in quel momento, il 10 novembre, l'onorevole Soriero non era più rappresentante del Governo, perché era già subentrato il Governo D'Alema e l'onorevole Soriero non era più sottosegretario, ma continuava a mantenere l'incarico di presidente del comitato per lo sviluppo del porto di Gioia Tauro; non so come, ma continuava a mantenerlo e, approfittando della discussione in aula di due interpellanze presentate dalla sottoscritta ben otto mesi prima - otto mesi prima, ripeto - nello stesso giorno, cioè il 10 novembre, l'onorevole Soriero ha presentato un'interpellanza e durante la discussione di questa interpellanza ha finalmente denunziato, come presidente di questo comitato, la presenza delle cosche mafiose e delle infiltrazioni mafiose nel porto di Gioia Tauro. Questo lo sapevamo da tempo e l'onorevole Soriero ha continuato a fare l'omissivo, perché queste cose sono scritte in mie interpellanze e interrogazioni, sempre puntualmente trasmesse alla Commissione antimafia incoraggiato dal pubblico ministero Pennisi nel processo porto di Gioia Tauro.
Anche in quella sede l'onorevole Soriero (ribadisco, incoraggiato dal pubblico ministero Pennisi) non ha fatto neppure l'elencazione - al riguardo c'è una mia interrogazione trasmessa alla Commissione antimafia - delle persone e degli imprenditori che sarebbero andati da lui a dire di essere stati minacciati dalla mafia nel porto di Gioia Tauro. Allora, qui dobbiamo dire tutta la verità: dobbiamo essere omertosi visto che i pubblici ministeri ci incoraggiano a non fare i nomi perché lo Stato non è in grado di garantirci? Nel momento in cui un pubblico ministero in Calabria, in un processo importante come quello del porto di Gioia Tauro, chiede che non si facciano i nomi e si assume la responsabilità di questo, in quanto lo Stato non è in condizioni di fornire adeguate garanzie, allora io dico che nessun componente della Commissione antimafia si sente garantito a fare determinati discorsi o a predisporre relazioni che possano essere realmente veritiere. Abbiamo delle situazioni incancrenite, relative al decreto per Reggio Calabria, ma ancora di più al porto di Gioia Tauro, che non si limitano al discorso della società Mariba (Commenti). Guardate che le cose che sto dichiarando, onorevoli colleghi, non pretendo che vengano ascoltate, però voglio dirvi che io ho combattuto la mafia da moltissimi anni in Calabria, ma non ha avuto paura; ho ricevuto minacce, ho avuto rotture di vetri, ho avuto di tutto, ma non ho avuto paura e sono andata avanti, ma ho paura dei colletti bianchi; lo dichiaro in questa sede, eppure rendo queste dichiarazioni nel momento in cui predisponiamo una relazione antimafia.

PRESIDENTE. Onorevole Napoli, mi scusi, ma vorrei pregare i commissari di prestare la massima attenzione; lei continui pure il suo intervento, che è ascoltato


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da parte dei colleghi e che, tra l'altro, è anche trasmesso in sala stampa. Pertanto, può procedere tranquillamente.
Naturalmente, pur essendo lei beneficiaria di un ampliamento dei tempi di intervento come tutti i deputati calabresi, la prego di gestire con economia il suo tempo.

ANGELA NAPOLI. La ringrazio, presidente.
Dicevo che il discorso del porto di Gioia Tauro non può concludersi con la storia della società Mariba, i cui componenti vengono prima additati come mafiosi e in questo momento stanno per essere assunti, o lo sono già stati, da altre cooperative. Quindi, se erano mafiosi prima, non capisco come non lo siano oggi, e prima erano mafiosi; il consiglio d'amministrazione io dichiaro che lo era. Ribadisco che tale discorso non può risolversi soltanto nella presenza della società Mariba o Kero-sud, perché ci sono ben altre implicazioni. Bisogna andare a verificare il ruolo dell'ASI, a chi siano stati dati questi terreni, a quali società realmente mafiose siano stati assegnati e anche in questo caso non si riesce a capire perché la magistratura arrivi fino ad un certo punto e, da un certo punto in poi, sembri trovare un muro che non può che essere superato, e questo è grave, perché la verità va detta tutta. Gioia Tauro è diventato il porto dei traffici illeciti e anche in conseguenza di questo il fenomeno delle ecomafie andrebbe descritto in un capitolo a sé nell'ambito della relazione, perché è più grave di quanto da essa appaia.
Nel porto di Gioia Tauro e negli abissi marini delle coste tirrenica e ionica ci sono navi contenenti sostanze radioattive; anche nell'ambito del parco dell'Aspromonte sono state sotterrate delle sostanze radioattive che stanno creando danni gravissimi all'ambiente e alla salute dei cittadini; il tutto con il consenso e con l'avallo della ndrangheta calabrese, e queste cose non possono essere taciute.
È dei giorni scorsi la scoperta del contrabbando di sigarette e di armi nel porto di Gioia Tauro e anche questo conferma che il discorso di tale porto non può essere trattato soltanto nell'ambito della ndrangheta reggina, ma va assolutamente valutato e riscritto riportando la verità.
Allo stesso modo, non può essere trattato superficialmente il problema delle banche, che è peggiore di quanto si possa credere o, meglio, di quanto possa apparire. I rapporti tra le banche calabresi e la ndrangheta sono notevoli e hanno creato nelle banche locali sofferenze indescrivibili, al punto che tutte le banche locali sono state prelevate da importanti istituti di credito anche del nord, che così facendo hanno acquisito i capitali della ndrangheta derivanti da reati di riciclaggio e quant'altro.
Nella relazione viene citato il fatto, che ci è stato detto nell'ambito di un incontro informale al quale erano presenti il presidente Lumia e l'onorevole Bova, che i negozi presenti sul corso di Reggio Calabria cambiano con una velocità incredibile, però, guarda caso, dietro ci sono sempre gli stessi personaggi, e si sa di quali personaggi si tratta. Allora, dobbiamo avere il coraggio come Commissione antimafia di fare anche i nomi: saranno anche personaggi illustri, non ha nessuna importanza, noi abbiamo un dovere morale nei confronti dei cittadini calabresi onesti.
Sempre nella relazione del senatore Figurelli viene soltanto accennato al problema dell'agrumicoltura. La maggior parte delle associazioni agrumicole sono in mano alla mafia e poi i poveri agrumicolturi calabresi non ricevono più i dovuti aiuti proprio per la presenza della mafia. Tuttavia, anche su questo va fatto chiarezza.
Vorrei ora accennare al fatto che nella relazione si fa solo un fugace riferimento a due delitti eccellenti, quelli dell'onorevole Ligato e del giudice Scopelliti. Dietro questi due delitti ci sono cose che non possono essere liquidate in modo sbrigativo. Vi sono stati due delitti, e sono due delitti eccellenti, ma vi sono state delle manovre tali che hanno portato alla modifica del potere della 'ndrangheta in Calabria, nonché a collegamenti con le associazioni criminali di altre regioni italiane.


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Vengono poi citati - e anche su questo punto non posso sottrarmi - due soli politici nazionali: l'ex parlamentare, onorevole Romeo, e l'onorevole Matacena. Non metto in discussione la veridicità di quanto riportato tra virgolette per quanto riguarda i rinvii a giudizio, non lo metto in discussione, però con altrettanta determinazione, chiarezza e senso di responsabilità aggiungo che o si tolgono i due nomi richiamati perché, come viene detto all'inizio della relazione, non si vuole trattare l'aspetto politico, che comunque, a mio avviso, andrebbe trattato al più presto, per approfondire il rapporto tra 'ndrangheta, massoneria deviata e politica, perché tale rapporto c'è, esiste; o tale aspetto viene trattato al più presto ed allora lo togliamo dicendo che la Commissione si riserva di approfondirlo oppure, se si lascia il riferimento ai due parlamentari, il discorso va fatto a trecentosessanta gradi; mi assumo la responsabilità di ciò che dico e dico che nei legami politici tra 'ndrangheta, massoneria deviata e politica sono coinvolti politici appartenenti ai partiti dei due colleghi richiamati, ma anche ai partiti di sinistra. Queste cose vanno dette e forse sono proprio le cose che, descritte nella relazione De Donno e nelle indagini del tenente colonnello Fazio, hanno portato al trasferimento di questi due personaggi che avevano svolto le indagini investigative, perché oltre non si poteva andare. Credo che anche in questo senso sarebbe utile un impulso della Commissione antimafia fatto con grande onestà, perché problemi ce ne sono in tutte le famiglie e quindi non credo di dire una cosa che possa toccare parti politiche avverse; però, se una cosa viene fatta con tutta onestà, credo che questa Commissione acquisti un merito e che possa veramente uscire allo scoperto dimostrando che gli intendimenti che ciascun componente ha sempre detto di perseguire fin dall'inizio dei lavori di questa Commissione possono diventare reali e possono anche accreditarci di fronte all'opinione pubblica. Sinceramente, infatti, non mi sento più di andare in Calabria come componente della Commissione antimafia per audire, audire, ed ancora audire e sentirmi dire: che cosa venite a fare, tanto le cose ve le abbiamo dette e ridette e voi non fate nulla.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Napoli, e confermo che anche il suo intervento troverà spazio e valorizzazione così com'è accaduto per gli altri, svolti in questa sede dai commissari, che hanno cercato di approfondire alcuni aspetti della relazione del senatore Figurelli.

ELIO VELTRI. Signor presidente, dovendomi allontanare tra poco, chiedo di intervenire sull'ordine dei lavori. Sono stato molto attento all'intervento dell'onorevole Napoli, però tale intervento richiede che sia per i sindaci sia per gli altri politici (perché altrimenti io qui non voto niente se non sono tranquillo) emergano nomi e cognomi e dico subito che sono del tutto contrario ad omettere i nomi e i cognomi dalla relazione ed a fare una sorta di sanatoria che diventerebbe una debacle della legalità.

PRESIDENTE. Onorevole Veltri, il suo non era un intervento sull'ordine dei lavori, ma lo accettiamo come esortazione, tenuto contro che avrà la possibilità di intervenire in sede di dichiarazione di voto prima dell'approvazione della relazione. Accolgo comunque la sua esortazione con molto interesse.

CESARE MARINI. Signor presidente, poiché è la prima volta che lei mi sente parlare, vorrei informarla che è mia abitudine usare espressioni un po' aspre, ma ciò avviene soltanto per una questione caratteriale, per cui vorrei che questo mio problema caratteriale venisse compreso.

PRESIDENTE. La ringrazio.

CESARE MARINI. A titolo di premessa, sottolineo di temere molto, quando si parla di questioni come quelle che stiamo affrontando, le analisi sociologiche, perché possono essere fuorvianti e involontariamente suonare come elemento


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d'offesa per tanta gente che, pur vivendo in condizioni di arretratezza, si comporta però da buon cittadino.
Dico questo perché, quando si lega il discorso della criminalità organizzata alle condizioni di arretratezza economica, a mio avviso si fa qualcosa di ripetitivo, che ha poco a che vedere con la realtà, perché c'è una Calabria povera (quella della Sila cosentina, quella dell'alto Ionio cosentino, quella del basso Ionio cosentino) che, pur essendo estremamente povera, è stata estranea ai fenomeni di delinquenza organizzata. Anche la Basilicata, prima di avere il boom economico che conosciamo, non ha fatto registrare fenomeni di criminalità organizzata che invece hanno interessato altre regioni, eppure anche in Basilicata le condizioni delle popolazioni sono estremamente disagiate. Peraltro, non si capirebbe perché New York abbia visto l'importazione del fenomeno della mafia pur essendo una città che certo non si può definire economicamente arretrata.
Debbo anche dire con molta franchezza che la relazione del collega Figurelli, che per altri versi stimo molto, mi sembra limitata perché affronta soltanto il problema della delinquenza organizzata di Reggio Calabria; personalmente la considero come un buon punto di partenza per un esame più approfondito della questione della presenza della delinquenza organizzata in Calabria. Dico questo perché vi sono fenomeni molto inquietanti che riguardano la provincia di Reggio Calabria e qui non appaiono, come il porto di Gioia Tauro; riguardano la provincia di Vibo Valentia nella quale di recente si è scoperto che vi sono forme di esportazione di capitali verso paesi del Mediterraneo, per esempio l'Egitto, prima sconosciute e dove abbiamo assistito alla nascita di una delinquenza molto pericolosa e capace di controllare molto bene il territorio; riguardano Crotone, che è diventato il centro del traffico delle sostanze tossiche, quindi dell'ecomafia, e credo che qualcosa in proposito dobbiamo dire, così come su Lamezia, oltreché sul fenomeno nuovo di Cosenza; un fenomeno molto vasto anche perché in questo caso vi è la presa d'atto in una forma molto solenne, qual è il dibattito giudiziario, dei rapporti tra delinquenza organizzata e mondo politico, tra delinquenza organizzata e istituzioni.
Non vorrei - ed ecco le mie preoccupazioni, presidente, sulle quali vorrei che anche lei facesse una breve riflessione - che, nonostante tutte le nostre buone intenzioni, nonostante la capacità di impegno del collega Figurelli, questa relazione possa essere letta in Calabria, un luogo dove la dietrologia è il metodo usuale di lettura dei comportamenti dei vari soggetti, come la risposta del mondo politico alla lotta in atto nella magistratura di Reggio Calabria, in appoggio ad una fazione e contro l'altra. C'è il rischio, infatti, essendo limitata a Reggio e ad alcuni fenomeni e ad alcuni fatti, che possa essere letta in quest'ottica. Avverto il pericolo perché so che non è questa l'intenzione del senatore Figurelli, né la nostra.
Vorrei parlare, adesso, di alcune questioni che emergono dalla relazione. La prima attiene al rapporto tra 'ndrangheta e logge massoniche deviate, a proposito del quale dobbiamo fare un ulteriore passo in avanti. In Calabria vi è un fiorire di logge massoniche locali che nulla hanno a che fare con i filoni della massoneria nazionale ed internazionale: essendoci un esercizio mentale molto diffuso, qual è quello di trovare strumenti di aggregazione e organizzativi in grado di incidere sulla società; vi sono più logge massoniche locali il cui scopo è proprio quello del potere a fini politici ed economici, quindi al fine di avere peso nella società.
Mi chiedo poi che fine abbia fatto l'inchiesta iniziata a Palmi dall'allora procuratore Cordova, attualmente procuratore a Napoli, che fu molto enfatizzata, in quanto si immaginò di avere scoperchiato un mondo inquinato. Credo che non sbaglieremmo se cercassimo di sapere che fine ha fatto quell'inchiesta, perché ciò che si dice nella relazione sulle logge massoniche deviate è poca cosa; anzi, se sono quelle che vi sono descritte si tratterebbe


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di buffonate, mentre probabilmente buffonate non sono. C'è ben altro, e vorremmo sapere in che cosa consista. Perché dell'inchiesta iniziata da Cordova, per la quale sono stati spesi fiumi di parole, adesso non si sa più niente? Era Cordova che era andato al di là dei fatti per i quali indagava o il suo trasferimento a Napoli - per promozione, non per motivi punitivi - ha fatto sì che chi gli è succeduto ha ritenuto di dover abbandonare o rallentare quel filone? Ma non c'erano dei sostituti? Non c'era il sostituto Neri che, in quel momento, aveva un ruolo importante nell'inchiesta sulla massoneria? In quel periodo sono emerse notizie inquietanti, che hanno riguardato il rapporto non tra logge massoniche ma tra gruppi massonici calabresi, servizi segreti e mondo politico. Si era detto che il Paraelios era diventato l'albergo in cui vi era la confluenza di personaggi che, all'epoca, trattavano la vendita di beni dello Stato. È vero che vi erano soprattutto i vertici dei servizi segreti andati in pensione? Parlo di cose che, badate bene, sono state pubblicate sulla stampa!
Ricordo un episodio accaduto nella precedente legislatura in occasione di un'audizione dell'Ufficio di Presidenza della Commissione Antimafia a Reggio Calabria.
L'episodio riguarda la rivelazione fatta da un membro della Commissione che riferì di fatti noti a Vibo Valentia secondo i quali nel ben noto albergo usavano incontrarsi l'architetto Salabè, importanti dirigenti dei servizi segreti ed esponenti del mondo politico e istituzionale regionale. Dichiarazione questa che provocò la mia reazione con l'invito diretto al collega di essere più circostanziato e preciso per evitare di alimentare sospetti ingiusti.
Non è mia abitudine demonizzare, perché sono convinto che non sempre ciò che si dice o si vuol far credere risponda a verità. Noi, però, dobbiamo fare di tutto per capire, indagare e conoscere. E in questo momento sappiamo poco, e le conoscenze sono insufficienti.
Negli ultimi anni, all'interno della magistratura reggina vi è stato un contrasto forte che ha provocato una serie di denunce reciproche presso la procura di Messina. Ebbene, di tutto questo non si fa menzione, nonostante si tratti di un fatto importante. Lo scontro nella magistratura reggina, infatti, non è stato di poco conto, ma importante. Era uno scontro generazionale? Se fosse stato così, lo capirei di più. È stato uno scontro non generazionale, che ha riguardato indagini di magistrati onesti contro magistrati chiacchierati? Oppure vi è qualcosa di diverso? E cioè partecipazione alla lotta per il controllo politico ed economico della società calabrese?
Vi è un fatto, signor presidente, che ci tengo a citare: l'enorme numero di avvisi di garanzia inviati al sindaco di Reggio, Falcomatà, persona, a mio giudizio, molto perbene. Perché Falcomatà ha ricevuto tutti quegli avvisi di garanzia? Già ci sono state le prime assoluzioni, ed allora perché è stato preso di mira da una parte della magistratura? Vorrei capirlo, perché ritengo che Falcomatà abbia agito come un amministratore corretto di cui ho grande stima. Dunque, perché viene preso di mira dalla magistratura? Il motivo sta nel decreto-legge che prevede la gestione di un'enorme massa finanziaria o vi è altro dietro gli attacchi a Falcomatà, per esempio gli assetti di potere politici? Nell'uno caso o nell'altro, credo che dobbiamo interrogarci sul ruolo della magistratura. Interrogarci, cioè, se vi è stato uno sconfinamento di qualche magistrato oppure se dobbiamo esprimere convinto apprezzamento per tutto l'ordine giudiziario? Credo che dovremmo, quanto meno, cercare di capire.
Passo al problema banche, signor presidente. Nella relazione è citato un episodio che considero significativo della legislazione che regola il comportamento delle banche. Mi riferisco al ritiro di due depositi di 5 miliardi, presso una banca popolare di Reggio, poi acquistata dal Monte dei Paschi di Siena, da parte della moglie di Rocco Musolino, noto mafioso. È chiaro che il ritiro non si poteva evitare solo perché si trattava della moglie di Rocco Musolino, però l'episodio fa capire


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che non serve il sistema di prevenzione predisposto dal Ministero del tesoro e dalla Banca d'Italia a proposito del sistema bancario. Il fatto che operazioni di una certa entità vengano registrate non ha infatti impedito alla moglie di Rocco Musolino prima di depositare 5 miliardi, poi di prelevarli.

MICHELE FIGURELLI, Relatore. Ci sono banche che non fanno operazioni, ma che le segnalano prima di farle.

CESARE MARINI. Segnalare un'operazione è conforme alla legge, bloccarla no. Chi ha un deposito di risparmio di 5 miliardi, e va a ritirarlo può sentirsi rispondere che deve ripassare perché manca il contante, non può certo sentirsi rispondere che non può avere il denaro depositato.
Capisco che tutta la normativa bancaria è insufficiente, ma il punto qual è? Anzitutto dobbiamo capire cos'è il sistema bancario in una regione dove vi sono questi grossi fenomeni di delinquenza organizzata. In una regione come la Calabria - il discorso vale anche per la Sicilia - vi sono le grandi banche, che una volta avevano dimensione regionale o interregionale e che adesso hanno una dimensione nazionale. Le grandi banche sono escluse dal sistema finanziario mafioso; sono le piccole e le società finanziarie che per la loro struttura possono essere utilizzate dalle organizzazioni mafiose. Le grandi banche non hanno un sistema locale di impiego del capitale soprattutto all'estero, hanno uffici centralizzati, per cui per il mafioso locale di Reggio o di Palmi è difficile arrivare alla direzione generale del Monte dei Paschi, per esempio, per potere poi avere dei vantaggi o per potere eventualmente esportare il capitale. Il mafioso locale ha a che fare con il direttore della filiale locale, che non può fare niente, perché non ha alcuna competenza in merito. Quindi, tutto il sistema delle grandi banche non c'entra. Posso citare un episodio che ho vissuto di persona quando ero vicepresidente della Cassa di risparmio di Calabria e Lucania, una banca interregionale tra le più grosse d'Italia: promossi una circolare interna, segretata, con la quale si chiedeva a tutti i direttori di informare la Direzione dell'esistenza tra i clienti di mafiosi o di gente reputata tale, in modo da consentire l'invio di un ispettore dal centro che avrebbe provveduto a chiudere i conti, evitando in tal modo di esporre i dipendenti delle agenzie locali. Ebbene, le segnalazioni furono pochissime e del tutto insignificanti. Infatti gli episodi dubbi conosciuti riguardano la popolare di Reggio, di Scilla e di Lamezia.

ANGELA NAPOLI. Per esempio, quello di Polistena.

CESARE MARINI. Giusto, anche la Banca di Polistena.
Ciò che noi potremmo fare, quindi, è chiedere di conoscere l'azionariato delle banche popolari. Come è diviso? Vi è una polverizzazione di azioni all'interno delle famiglie mafiose (vedi l'esempio di Rocco Musolino con la Banca popolare di Reggio)? Questa è un'indagine che possiamo chiedere, anche per capire come funziona il sistema.
Vi è poi il problema posto stamattina dal collega Lamacchia, cioè quello del costo del denaro. Attenzione, però, perché si tratta sì di un problema serio, ma che non riguarda la mafia, bensì i rapporti tra credito ed economia, che oggi sono più difficili, perché mentre ieri le grandi banche erano istituzioni pubbliche, oggi sono tutte privatizzate, per cui agiscono come una qualsiasi azienda o impresa privata. Non vorrei, dunque, che facessimo confusione attribuendo al dilagare dell'organizzazione mafiosa anche il problema del costo del denaro, che nulla a che fare con tale fenomeno.
Credo anche che dovremo guardare con maggiore attenzione all'ASI di Reggio Calabria, che da quando è nato, poiché ha disposto di ingenti capitali, prima con l'intervento straordinario, poi con l'intervento pubblico incentivante, è stato al centro di molti interessi mafiosi espressisi in varie forme. Ricordo un episodio che,


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forse, molti hanno dimenticato: vent'anni fa, al presidente Giovanni Calì, un industriale reggino che aveva creato industrie a Milano, gli sequestrarono il fratello; quando fu rilasciato si ventilò l'ipotesi che fosse un tentativo per costringerlo a intervenire sulle grandi imprese aggiudicatrici dei lavori per favorire i subappalti.
Quindi, non sarebbe capire meglio la galassia ASI anche in rapporto al porto di Gioia Tauro. Sappiamo, infatti, che in tutti i porti vi sono episodi delinquenziali; è compito nostro suggerire strumenti di prevenzione e di repressione, tenendo conto del fatto che il territorio attorno a Reggio Calabria è tra quelli a maggiore incidenza mafiosa.
Vorrei poi segnalare un aspetto che viene ritenuto secondario e che a mio avviso, invece, non lo è. Mi riferisco all'acquisizione del demanio pubblico da parte di mafiosi. Non si tratta di cose di poco conto, e sono in grado di farvi degli esempi. L'occupazione degli alvei dei fiumi riguarda centinaia di migliaia di ettari, e 100 ettari di alveo trasformati in agrumeto nella Piana di Sibari significano 10 miliardi. Non è un caso che il più grosso proprietario terriero della Piana di Sibari, che possiede centinaia di ettari di agrumeti e di uliveti irrigui, gode fama di essere in odore di mafia.
È il caso quindi di porre la questione o agli uffici pronviali del Genio civile, che ha la tutela del demanio fluviale ma non la esercita fino in fondo e, quando scopre illegalità si limita a redigere un verbale di addebito; credo che se chiedessimo a detti uffici di segnalarci quanti terreni sono stati occupati abusivamente difficilmente avremmo una risposta esauriente, eppure si tratta di un giro di centinaia di miliardi e dell'occupazione di migliaia di ettari di terreno utilizzati per la produzione di ortofrutta.
Vi è poi il problema dei subappalti, che non possiamo vietare in un'economia tecnologicamente avanzata, con aziende organizzate in modo tale che non sono in grado di garantire tutta la filiera dei lavori appaltati e devono darne in subappalto una parte; la possibilità data dalla vigente legislazione di dare lavori in subappalto (prima era vietato) ha favorito il controllo da parte della mafia del territorio e della realizzazione delle infrastrutture. Dico questo pur sapendo - lo ripeto - che probabilmente è difficile tornare al divieto di subappalto.
Si è accennato poi al problema dei rifiuti tossici di cui Crotone probabilmente è diventato il centro ed una parte dei quali sono stati interrati anche nella Piana di Sibari. Due anni fa me ne sono interessato ed a seguito di un mio intervento ho saputo, molto riservatamente per evitare sconcerto tra la popolazione, che in Sila erano stati trovati anche due bidoni di rifiuti radioattivi. Queste cose vanno denunciate e vanno legate tra loro, non possiamo rimanere impotenti.
L'usura poi è diventata un fenomeno dilagante. Mentre una volta l'usuraio era limitrofo alla delinquenza organizzata, di cui si serviva per costringere il debitore a pagare, adesso vi è un rapporto di maggiore alleanza tra usuraio e delinquente e il più delle volte è la stessa delinquenza organizzata che esercita direttamente l'usura; mi giunge inoltre notizia che molta delinquenza esercita l'usura spicciola in maniera autonoma. A Cosenza il fenomeno dell'usura si è sviluppato in maniera eclatante e circolano notizie inquietanti che non possiamo ignorare; non escludo che, quando le notizie circolano attraverso le lettere anonime, potrebbero anche essere totalmente o parzialmente infondate, ma il fenomeno c'è, viene denunciato e la gente si meraviglia che non si faccia nulla per contrastarlo. Qualche mese fa monsignor Agostino, arcivescovo di Cosenza che negli anni scorsi è stato presidente della CEI regionale, ha richiamato l'attenzione sul fatto che Cosenza è strangolata dalle grandi famiglie, dalla delinquenza e dall'usura: si tratta di una denuncia importante fatta da un personaggio autorevole.
Ho avuto anche l'impressione che stiamo liquidando in maniera affrettata e forse impropria l'assassinio di Ligato, che secondo quanto si dice nella relazione, sulla base delle dichiarazioni di un pentito,


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si collocherebbe nell'ambito di una lotta di potere fra due cosche, una delle quali fa fuori un referente politico importante dell'altra. Ci tengo però a ricordare che, alcuni giorni prima di essere assassinato, Ligato fece visita, a Sangineto, all'on. Giacomo Mancini (lo ha dichiarato lo stesso Mancini) il quale subito dopo l'omicidio invitò a cercare gli assassini di Ligato all'interno del suo partito. Una cosa è certa, l'on. Mancini non fu mai smentito e né querelato; e non solo, in una trasmissione pubblica sempre l'on. Mancini, in un dibattito con l'onorevole Misasi, ripropose la storia dell'assassinio di Ligato. Dico questo perché ritengo che non possiamo tacere alcune cose: quando si è parlato dell'omicidio Ligato, da parte di alcui suoi amici intimi si è detto che l'assassino era maturato e andava ricercato nelle attività che riguardano il filone delle vendite delle armi ai paesi esteri. Anche su questo vorrei capire qualcosa di più, se è possibile, tenendo conto che le risultanze giudiziarie non sempre riflettono l'esatta ricostruzione delle fattispecie esaminate.
Nel Tirreno cosentino si è organizzata molto bene la vecchia delinquenza che era nata, decenni fà, intorno al commercio del pesce; quando capita in quell'area, più di un cittadino lamenta la ricostituita pericolosità delle organizzazioni delinquenziali. Si diche che Cetraro sia l'epicentro e che molte attività commerciali siano tutte in mano alla delinquenza che ha stretti rapporti con esponenti politici di non poco conto. Anche a questo proposito è nostro dovere approfondire, perché oggi il potere di riferimento non è più quello nazionale, bensì quello regionale. Le Regioni sono oramai gli enti di direzione politica ed economica principali.
A Cosenza è in atto un procedimento contro Tursi Prato ed altri; abbiamo avuto la trascrizione della prima udienza. Tursi Prato racconta quello che a Cosenza tutti sanno: c'è un'organizzazione mafiosa che vede insieme istituzioni, magistratura, politici, mondo delinquenziale. Non si è ancora concluso in via definitiva il processo Grimoli, un grosso imprenditore accusato di associazione mafiosa, che faceva parte del giro delle tangenti e degli affari, accusato di asociazione mafiosa e di altro. Dobbiamo approfondire, presidente, perché Cosenza è diventata fortemente inquinata.
Concludo dicendo che la relazione Figurelli va bene ma solo come punto di partenza, perché mancano le cose delle quali ho parlato e che, per giunta, sono largamente conosciuti dall'opinione pubblica. La Commissione antimafia potrebbe essere rimproverata di non dire nulla su questioni eclatanti, a tutti note. Sono convinto, per esempio, che oggi a Cosenza ci sia un forte legame tra amministratori; che possono, attraverso gli strumenti urbanistici manovrare ingenti somme di denaro con la delinquenza, l'usura e l'economia. Questi sono i motivi per i quali io chiedo di proseguire l'indagine conoscitiva.

PRESIDENTE. Ringrazio il senatore Marini per il suo intervento che abbiamo ascoltato con molto interesse: anch'esso sarà valorizzato e sarà prezioso per le conclusioni del lavoro del senatore Figurelli che dovremo sviluppare insieme.

VINCENZO MUNGARI. Poiché sono stato chiamato ad altri impegni, vorrei capire se si intende sottoporre ad approvazione la bozza di relazione così com'è...

PRESIDENTE. Il senatore Cerami ha chiesto di intervenire brevemente, poi esporrò come proseguiranno i nostri lavori.

MELCHIORRE CIRAMI. Pensavo di intervenire per pochissimi minuti perché per il mio senso pragmatico non avrei voluto ripetere le cose già espresse dai colleghi che sono intervenuti in precedenza, mi proponevo quindi di unirmi al plauso generale per il lavoro di analisi, con i dovuti approfondimenti fatti dal senatore Figurelli. Mi accorgo però dagli interventi pronunciati dai colleghi della Calabria che la situazione è ancora più complessa di quanto si immaginava leggendo


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la relazione, di cui avrebbe dovuto essere emendato in primo luogo il titolo, poiché non è una relazione sullo stato della lotta alla criminalità, ma è una relazione introduttiva a quella che sarà la lotta alla criminalità organizzata. Ad oggi, infatti, attraverso il puntiglioso riferimento del senatore Figurelli assistiamo ad una lettura degli atti giudiziari del passato, ma non vi è alcuna prospettiva, quale quella che ho ascoltato negli interventi dell'onorevole Napoli, del senatore Marini e di altri colleghi che hanno prospettato situazioni che meritano assolutamente di essere approfondite. A parte la genericità di alcuni giudizi che ho sentito esprimere alla collega Napoli, perché avrei voluto ascoltare, come voleva anche l'onorevole Veltri, nomi e cognomi di questa attuale classe politica che potrebbe favorire l'inserimento della 'ndrangheta o di qualsiasi altra associazione criminale nella gestione degli affari in quel di Calabria, manca tutto l'approfondimento dell'aspetto citato dal senatore Marini.
Mi sembra questa, quindi, una relazione, emendabile nel testo, introduttiva di un fatto storico, di un antefatto storico di ciò che avviene, può avvenire o potrà avvenire in Calabria. Manca anche un approfondimento, così come altri hanno già rilevato, della lettura dei rapporti mafia-politica, mafia-economia, mafia-massoneria e mafia-burocrazia, a meno che nel termine politico non abbiamo già incluso quello di burocrazia, perché vedo che l'avvicendamento politico o delle classi politiche al Governo della Calabria non ha fatto mutare lo scenario dei rapporti inficiati fra delinquenza e politica, anzi questi si sono vieppiù allargati e consolidati.
Quindi, come punto di partenza per gli approfondimenti necessari, credo che non possiamo ritenere questa una relazione conclusiva, neanche allo stato dell'arte, per cui la dovremmo necessariamente chiamare in altro modo, per non essere derisi da chi ci leggerà a fine legislatura, nel senso di aver approntato uno studio sulla Calabria liquidando il tutto con questo tipo di relazione, valida sotto il profilo della lettura di ciò che è stato e di quasi prospettazione di ciò che non conosciamo, con gli approfondimenti che non ci sono; da quello che abbiamo sentito dire dai colleghi Marini, Napoli ed altri, si resta assai perplessi nel non conoscere cosa c'è e ciò che sta avvenendo oggi a tutti i livelli dei rapporti che ho indicato.
Fra l'altro, per esempio, mi risulterebbe squilibrata in alcune parti e ritengo, per la dinamica del fatto storico e per l'ampiezza e l'importanza del tema, appesantita in alcuni punti assolutamente non necessari, né utilizzabili agli scopi di questa Commissione. Intendo fare riferimento, ad esempio, all'insistita - me lo perdoni il senatore Figurelli - e diffusa vicenda del giudice Montera. Già altri si sono pronunciati su questa vicenda ed io non posso che fare un richiamo a quanto hanno detto i senatori Centaro, Mungari e soprattutto Calvi, che mi ha convinto, sia per quanto riguarda l'aspetto dell'onorevole Matacena, visto che degli altri politici non abbiamo parlato con lo stesso diffuso approfondimento, sia per quanto riguarda la questione Montera, che dalle carte che ho letto e leggo mi è sembrata assai conclusa sul piano giudiziario.
Non so a che fine serva questa insistita, diffusiva esposizione dei rapporti Montera-Musolino quando non si sono trovati elementi perché, se pure ci fossero stati e se pure in maniera sospetta, nessuno lo avrebbe graziato dall'imputazione di cui all'articolo 416-bis, quanto meno per concorso esterno, che va di moda, o meglio andava di moda. Quindi non c'è stato neppure il minimo di tutto ciò per elevare un processo, anzi sedi istituzionali alle quali dobbiamo credere, come il CSM, la procura generale della Cassazione ed altri, hanno completamente assolto il giudice Montera, per cui non vedo perché ci si debba soffermare in un'analisi introduttiva della criminalità organizzata su questo caso e giustamente concluderei, così come ha concluso il senatore Calvi: delle due, l'una; o diamo ampia discolpa al giudice Montera oppure questo fatto - ed io sceglierei questa seconda ipotesi - è


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assolutamente inutile per la dinamica dei temi di cui si parla e di cui abbiamo sentito parlare e non dà alcun contributo.
A questo punto, presidente, mi dovrebbe consentire di farle un appunto. Perché? Perché tutto questo, anche a citare le discolpe del Montera - e lo dico non a garanzia del Montera, che è persona che non conosco, ma a garanzia di ciascuno di noi -, anche ad elencare i fatti, così come sono stati elencati, senza il contraddittorio, restano residuamente dei giudizi o dei pregiudizi che sono semplicemente ed esclusivamente diffamatori. A lei ad esempio è sfuggito, nella seduta del 4 luglio - ma non gliene faccio una notazione perché a volte le parole possono sfuggire dal pensiero - di dire (a pagina 67 del resoconto) che «la Commissione deve operare in modo unitario nelle diverse posizioni politiche, unitario nella visione e nella difesa di alcuni principi come appunto quello di non colpevolezza fino alla sentenza definitiva»; condivido appieno questa affermazione, che in realtà - e me ne scuso - era stata fatta dal senatore Calvi; tale affermazione, però, entra subito in contraddizione con quanto da lei sostenuto quando nella stessa seduta ha detto che (a pagina 72 dello stesso resoconto) «dopo la lettura di questa missiva» (quella scritta dal Montera a tutta la Commissione e a tutti noi) «troveremo un accordo comune su dei giudizi, che vanno corretti ma che permangono negativi, nei confronti del ruolo svolto dal magistrato Montera». Cioè lei ha già espresso un giudizio; un giudizio senza appello che non consento. Lei, a mio modo di vedere, non può esprimere un giudizio definitivo su una persona quando organi istituzionali di questo Stato l'hanno completamente assolta.
E poi, a cosa serve, nella dinamica dell'elencazione dei fatti gravi della Calabria, l'episodio Montera-Musolino? Ciò anche perché nell'esposizione dialettica dell'intera vicenda, questa parte mi pare assolutamente squilibrata per le tante pagine ad essa dedicate. Voglio dire questo in senso critico proprio per non togliere valore al lavoro minuzioso che ha dovuto fare, sulla scorta degli atti, il senatore Figurelli e che potrebbe lasciare il sospetto che la Commissione ancora oggi è strumento - diciamo così grossolanamente - di lotta politica, cioè strumento per esprimere e portare avanti giudizi nei confronti di questo o di quell'altro, quasi ad assegnare pagelle di cattivo a Montera e di bravo a Boemi o viceversa. Io questo non lo condivido. Abbiamo altri argomenti di cui la Commissione si dovrà occupare, argomenti gravi, gravissimi, come quelli sottolineati dai colleghi che mi hanno preceduto, più che soffermarsi su questi fatti che organi istituzionali dello Stato in cui noi riponiamo la nostra fiducia hanno già liquidato in maniera positiva per gli indagati, per cui rassegnerei a lei, presidente, la capacità di persuadere il senatore Figurelli ad emendare questa relazione introduttiva al dibattito sulla Calabria di questo aspetto che la appesantisce.

PRESIDENTE. Grazie anche a lei, senatore Cerami.
Per quanto riguarda la conclusione di questi lavori, con questo intervento si è conclusa la discussione generale. È stata una discussione molto utile e vera. Avevo chiesto questo tipo di discussione all'inizio dei nostri lavori, perché il fenomeno della 'ndrangheta richiede appunto una discussione molto seria, profonda, libera ed anche critica in molti suoi aspetti.
In passato abbiamo identificato 'ndrangheta e sequestri; è stata una fase storica vera, vissuta nell'intero paese. Poi, però, non abbiamo saputo allargare, zummare su altri aspetti; di qui la sottovalutazione storico-culturale che ha coinvolto un po' tutti nel saper leggere le trasformazioni della 'ndrangheta, il suo radicamento, le sue capacità strategiche di intervenire su vari settori, sia sul territorio sia su altre realtà della Calabria, sia anche in riferimento al centro-nord del nostro paese ed al contesto internazionale.
Abbiamo avviato una riflessione, che - come ha detto spesso anche il relatore - è una base di partenza - ritengo - abbastanza seria; ora va arricchita, emendata, migliorata ed integrata con i


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contributi emersi nel dibattito sviluppato, perché abbiamo interesse a capire come la 'ndrangheta è riuscita a trasformarsi ed ha saputo superare fasi di conflitto interno per diventare un fenomeno criminale capace anche di esprimere una funzione di controllo del territorio - racket, usura, appalti, riciclaggio - ed allargare poi la sua sfera anche ai fenomeni diversi e complessi delle dinamiche nazionali ed internazionali. La 'ndrangheta è spesso anche consulente nel traffico internazionale della droga rispetto a cosa nostra, alla camorra, alla sacra corona unita ed anche al cartello dei colombiani che agiscono nel traffico internazionale di cocaina. Un fenomeno quindi da guardare con altre lenti: è questo l'avvio importante che compiamo con questa relazione; un avvio che ha bisogno di ulteriori tappe di approfondimento che la Commissione è in grado di fare nel giro di poche settimane successive all'approvazione di questa prima tappa.
Abbiamo bisogno di comprendere meglio sul piano territoriale cosa avviene a Cosenza, a Crotone e nella zona di Vibo Valentia; abbiamo bisogno di approfondire la presenza nazionale ed internazionale che avevamo richiamato e su cui già si sono sviluppate alcune riflessioni all'interno della relazione per quanto riguarda Milano, ma che dovremo approfondire, utilizzando anche il lavoro che sta svolgendo il Comitato per le aree non tradizionali; abbiamo già organizzato una presenza in Australia che segna appunto una attenzione continua ed un processo d'inchiesta che la Commissione vuole percorrere con ulteriori tappe ed ulteriori momenti di approfondimento.
Il relatore non ha bisogno di essere convinto da me per valutare attentamente gli spunti positivi che sono stati offerti. Già in queste settimane il relatore ha predisposto una serie di integrazioni per raccogliere le indicazioni emerse negli interventi dei commissari; così farà anche adesso alla luce degli ulteriori contributi emersi, in modo tale che all'inizio della prossima settimana il relatore stesso possa presentarci le indicazioni che raccoglierà da parte di tutti i commissari, ci possano essere delle veloci dichiarazioni di voto e si possa così raggiungere un obiettivo che è duplice: avere una relazione forte, autorevole, critica, per quanto possibile in questa fase dei lavori della Commissione, che tutti sicuramente vorremmo fosse con ulteriori approfondimenti, ma lo stato dei lavori fatti finora dalla Commissione mi sembra abbastanza serio e profondo; si possa, dicevo, raggiungere questo obiettivo e in una Commissione autorevole io penso che il termine divisione dobbiamo togliercelo tutti, perché la Commissione ha già fatto un buon lavoro, ha dei commissari abbastanza autorevoli, in grado di poter esprimere un giudizio molto serio e profondo su quello che avviene nella 'ndrangheta in Calabria e possiamo raggiungere l'obiettivo di votarla tutti insieme.
Penso che la prossima settimana sia la data giusta per questo obiettivo, per cui chiedo in particolare a tutti i commissari, che hanno seguito il dibattito e sono intervenuti, di raccordarsi con il relatore per raggiungere questo obiettivo; chiederò anche ai capigruppo di svolgere questa funzione di raccordo in modo che il lavoro molto serio ed approfondito già svolto possa essere ulteriormente arricchito dagli interventi di questa mattina e si possa raggiungere l'obiettivo di una relazione che è una prima tappa seria, che predispone ad altre tappe, e si possa votarla tutti insieme.
Ringrazio di nuovo tutti i colleghi.

La seduta termina alle 13.

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