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Felice Besostri


FELICE BESOSTRI, Commissione Affari costituzionali del Senato. Vorrei innanzitutto ringraziare per l'opportunità che ci è stata offerta di sperimentare forme di collaborazione tra i corpi legislativi delle regioni e del Parlamento italiano. È vero che siamo vicini alla scadenza della legislatura, ma il buon contadino semina per le stagioni che devono ancora arrivare. È dunque opportuno svolgere questa attività di riflessione e di approfondimento.

Fra i vari temi che sono stati sollevati vorrei soffermarmi su due questioni. La prima riguarda il momento particolarmente delicato che gli organi legislativi stanno attraversando nei confronti degli organi esecutivi. Sembra infatti che stiamo assistendo ad un mutamento considerevole, legato ai meccanismi di formazione del consenso (come per esempio i premi di maggioranza): il fondamento di questo nuovo quadro è che il legislativo deve avere la fiducia dell'esecutivo. Si tratta evidentemente di un rovesciamento della democrazia, così come è nata e si è sviluppata.

Tutto sommato non gradisco questo tipo di rovesciamento dei rapporti. Con l’elezione diretta siamo di fronte ad una perdita di peso dei corpi legislativi che non si giustifica nemmeno in un regime presidenziale; anzi, nei regimi presidenziali si verifica un'esaltazione dell'attività di controllo. Sui giornali di queste settimane leggiamo invece che un sindaco, per accettare di essere ricandidato, vuole dare il gradimento su tutta la lista dei consiglieri comunali, di qualunque partito essi facciano parte. Mi sembra un episodio indicativo di un mutamento di approccio, per cui nella sostanza l'assemblea legislativa deve avere la fiducia dell'esecutivo.

Seconda questione. Riappropriarci dei nostri poteri significa qualcosa di diverso rispetto al litigio continuo sulle competenze. Cito come caso macroscopico la normazione comunitaria, che incide sulla legislazione di un determinato paese senza distinguere dove va a colpire: alcune materie sono infatti di competenza statale, altre di competenza regionale.

Allora, piuttosto che interessarci prevalentemente su chi dovrà attuarla per primo, dovremmo interrogarci tutti insieme se non siamo di fronte ad una degenerazione a cui è necessario porre un freno. Le direttive stanno diventando sempre di più qualcosa di diverso da quello che era stato pensato dal legislatore comunitario nei trattati. Una volta stabiliti gli obiettivi, questo strumento doveva consentire una certa differenziazione fra i vari paesi. In realtà vengono sempre di più emanate normative di dettaglio, precise; e invece di contestare questo fatto in radice - perché una direttiva non è un regolamento - sono state anche premiate, perché la giurisprudenza ha assegnato a queste direttive (che in realtà non sono più tali) un’immediata applicabilità all'interno dell'ordinamento.

Tale circostanza dovrebbe indurre ad una maggiore partecipazione dei parlamenti e dei consigli regionali alla fase ascendente della normativa comunitaria. Collega Dondeynaz, quando si deve discutere chi debba dare attuazione, a mio avviso è troppo tardi. Invece sarebbe molto importante partire dalla fase ascendente. Come relatore delle leggi comunitarie approvate durante la presente legislatura, l’ho sempre sottolineato. Passi in avanti certamente sono stati compiuti, perché adesso la possibilità di partecipare alla fase ascendente teoricamente esiste. Ma sarebbe interessante monitorare se ed in quale misura i parlamenti e i consigli regionali abbiano fatto uso di questa opportunità.

È molto facile lamentarsi del fatto di essere stati tagliati fuori, ma una volta che questo potere di intervento è disponibile il problema sta nell’esercitarlo concretamente. Una maggiore partecipazione alla fase ascendente della normativa comunitaria servirebbe anche a colmare quello che considero un deficit di democrazia nelle istituzioni comunitarie.

Normalmente si parla di deficit di democrazia delle istituzioni comunitarie avendo come parametro di riferimento solo i poteri del Parlamento europeo. A mio avviso questo è un aspetto soltanto parziale, specialmente se crediamo in un’evoluzione federale dell'ordinamento europeo. Se si deve costruire la federazione intorno alle direttive, allora va detto che perfino in un ordinamento federale l’invadenza delle attuali direttive sarebbe inammissibile (il nostro ordinamento, invece, non è nemmeno federale!).

Occorre misurarsi concretamente con i problemi posti dalla sovranazionalità rispetto all’esercizio della democrazia. Organizzazioni come il Fondo monetario internazionale o l'Organizzazione mondiale del commercio assumono decisioni - al di fuori di un passaggio parlamentare e quindi di qualunque controllo parlamentare - che vanno ad incidere direttamente sulla politica e sulla vita di tutti i giorni. In certo senso, a duecento anni dall'invenzione della democrazia rappresentativa, dobbiamo assistere allo spettacolo di un ritorno indietro; lo dimostra il fatto che di fronte ad un potere assoluto le uniche forme di reazione tornano ad essere l'assalto al palazzo e la guerriglia di strada. Al contrario, anche a quel livello occorre introdurre forme di controllo parlamentare (ovvero nei tempi di tranquillità, quando non ci sono rivolte, l'accordo con le corporazioni, che oggi si chiamano lobby o gruppi di interesse).

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