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PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
DOMENICO ROMANO CARRATELLI, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, non vorrei approfittare del vostro tempo e della vostra pazienza ma credo che l'argomento che trattiamo sia così importante, coinvolga tutte le famiglie italiane e segni un cambiamento epocale così significativo e rilevante che forse una riflessione per comprendere ciò che stiamo per realizzare si rende necessaria. In questo senso tenterò di essere esaustivo, anche se ciò, ovviamente, richiederà un po' di tempo in più.
PIETRO GIANNATTASIO. Con qualche rischio!
DOMENICO ROMANO CARRATELLI, Relatore. Sì, come è avvenuto recentemente.
È bene ricordare, nel citare l'originale esperienza di questo paese - tra l'altro a noi così vicino - come uno dei caratteri distintivi dell'«esercito-milizia» sia l'alto grado di consenso sociale di cui esso tradizionalmente ha sempre goduto.
una nuova realtà dei rapporti economici e politici dell'Europa dell'ottocento, anche se a costo di annullare i tentativi di caratterizzare in senso liberale e democratico la Prussia di quegli anni.
riguardano la dispensa dal servizio di leva finalizzata alla partecipazione all'opera di ricostruzione in comuni colpiti da eventi sismici. Ma è soprattutto con la prima legge sull'obiezione di coscienza (legge 15 dicembre 1972, n. 772) che l'ipotesi di servizio sostitutivo della prestazione militare assume il significato di istituto di carattere generale e non più episodico, espressamente disciplinato e pienamente riconosciuto nell'ordinamento giuridico generale.
Le esigenze indicate non possono essere ignorate in sede di riforma della struttura delle Forze armate, dal momento che esiste l'aspettativa, negli altri paesi partner, che l'Italia si doti di risorse che le consentano di sostenere gli impegni assunti di comune accordo nelle assise internazionali.
L'articolo 5 prevede una relazione annuale al Parlamento del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro della difesa, sullo stato del processo di riforma delle Forze armate sulla base delle disposizioni del testo in esame.
PRESIDENTE. Onorevole relatore, dovrebbe concludere.
MARIO TASSONE. Signor Presidente, lei scampanella proprio su Mattarella!
DOMENICO ROMANO CARRATELLI, Relatore... che, con convinzione e disponibilità, ha perfezionato tale contributo ai fini della definizione del testo al nostro esame.
PRESIDENTE. Onorevole Romano Carratelli, spero che il provvedimento abbia esito positivo, anche per tutti i ringraziamenti che sono già stati fatti.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
GIOVANNI RIVERA. Sottosegretario di Stato per la difesa. Il Governo si riserva di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Gasparri. Ne ha facoltà.
MAURIZIO GASPARRI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo disegno di legge giunge in aula a più di vent'anni di distanza dal primo disegno di legge presentato in Parlamento dalla destra affinché si abolisse la leva obbligatoria e si introducessero forze armate su base volontaria e professionale.
legge l'iter della riforma avrebbe rischiato di far partire una macchina pesante, complessa, delicata con il pericolo, poi, se fra tre anni in Parlamento non vi fosse stato l'accordo e non si fosse varato un disegno di legge, di bloccare tutto a metà, con incertezze, problemi, preoccupazioni che non starò a descrivere ma che sono evidenti.
Devo dire che l'operato delle nostre truppe, in tutti i vari reparti dei diversi settori delle Forze armate, ed anche delle forze di polizia ad ordinamento militare, come l'Arma dei carabinieri, che hanno partecipato e partecipano a tutte queste missioni ha sempre suscitato giudizi positivi. Ebbene, riteniamo che proprio questa filosofia di impiego e di intervento dimostri due cose. In primo luogo, lo strumento militare è necessario, proprio perché la pace, la coesistenza fra i popoli si realizza spesso anche usando, legittimamente, sotto l'egida delle strutture internazionali, la forza, perché non sempre basta il popolo dei fax, o l'appello ai valori per ripristinare pace e legalità; purtroppo, talvolta, l'uso della forza sotto l'egida dell'ONU, della NATO, delle varie strutture internazionali (le missioni che ho citato sono state generate da vari tipi di intese, o spesso da semplici accordi multinazionali), è necessario. In secondo luogo, ciò dimostra che serve uno strumento militare di qualità. Ecco perché, da decenni, diciamo: meno effettivi ma pagati, motivati, tecnologicamente attrezzati. Ferme restando le necessità previste dal provvedimento, i grandi allarmi e i grandi pericoli che potrebbero coinvolgere tutto il popolo italiano - cosa che non auspico -, è stato dimostrato che le guerre, oggi, non sono un problema di fanterie o di scenari, che non si possono evocare, ma di aerei. Anche per la recente vicenda del Kosovo si è discusso a lungo sull'opportunità dell'intervento di terra o meno, in realtà tutto si è risolto con interventi per i quali la tecnologia era fondamentale. Pertanto, non so se sarà necessario ricorrere a coscrizioni di massa, quindi abbiamo bisogno di uno strumento di qualità.
alla politica estera, al ruolo internazionale dell'Italia, ad un ruolo non subalterno nel contesto europeo, alle scelte che l'Europa sta facendo. Al vertice di Tampere, si è parlato di integrazione, se ne parla da alcuni anni anche dal punto di vista militare, al fine di disegnare un'Europa che non sia solo quella della moneta unica, che è già crollata prima di nascere, ma anche politica. Sono argomenti sui quali non mi dilungo perché sono al centro delle invocazioni, e poco delle decisioni, della politica italiana ed europea da decenni.
Vi è, quindi, una possibilità di scelta qualificata per le strutture militari, come i carabinieri, o comunque di polizia.
servita a nulla: se si fosse anticipato il dibattito sul disegno di legge in esame, venendo meno l'obbligo della leva, sarebbe venuta meno anche l'obiezione di coscienza. Il paradosso è che vi sono obiettori di coscienza contrari a questo disegno di legge. È come se i capponi protestassero per l'abolizione del Natale, ricorrenza, come è noto, non fausta per loro. Se si abolisse l'obbligo del servizio di leva, gli obiettori dovrebbero festeggiare e li invito formalmente a farlo. Quando discuteremo sulla proposta di legge, mi aspetto che gli obiettori di coscienza solleciteranno un'immediata abolizione dell'obbligo di leva e la creazione delle Forze armate professionali; in tal modo, infatti, essi non saranno più costretti a fare gli obiettori di coscienza. Eppure, essi protestano. Per quale motivo? Perché con la legge sull'obiezione di coscienza - da noi contestata - si sono allargate le maglie dell'obiezione e si è reso automatico l'accoglimento della domanda di servizio civile. In tal modo, molti ragazzi, per non svolgere il servizio obbligatorio di leva, si proclamano obiettori pur non essendolo veramente. Non si tratta, infatti, degli obiettori degni di rispetto che anni fa sono andati in carcere ed hanno pagato un prezzo per la loro scelta. A quegli obiettori faccio tanto di cappello: non ne condivido le motivazioni, ma le rispetto. Quando si paga un prezzo per le proprie scelte, si è sempre meritevoli di rispetto. Mi riferivo, invece, a quei ragazzi che si dichiarano obiettori per non adempiere all'obbligo di leva e prestare servizio presso la parrocchia vicino casa.
legge; ma io voglio ricordare tutte le battaglie politiche che la destra e le sue organizzazioni giovanili hanno condotto da moltissimi anni, parlando per primi della questione, anche con difficoltà. Infatti, anche nel nostro mondo, veniamo contestati da molti ufficiali e da molti tradizionalisti, contrari all'abolizione della leva obbligatoria: essi osservano che il servizio militare forma l'individuo e ci considerano sovversivi poiché vogliamo abolirlo. Oggi, nell'epoca di Internet e di una cultura più diffusa, di obblighi scolastici - grazie a Dio - più elevati è venuta meno quella funzione formativa e introduttiva alla vita civile che il servizio di leva innegabilmente ha svolto nel passato. Il servizio di leva era, per alcuni, un'esperienza irripetibile, era l'unica occasione in cui si abbandonava la propria contrada e si viaggiava. Oggi non è più così, esistono gli aerei, il turismo giovanile, tanti strumenti per conoscere il mondo, come le televisioni via satellite e così via. Insomma, il contesto è cambiato, quindi non esiste più quella funzione di socializzazione che il servizio militare svolgeva, perché il mondo oggi è molto più «solcato» e conosciuto di quanto fosse venti, trenta o cinquant'anni fa; quindi, è venuta meno anche quella funzione di iniziazione alla vita che aveva il servizio obbligatorio di leva.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.
MARIO TASSONE. Signor Presidente, signor sottosegretario, desidero preliminarmente ringraziare, oltre al relatore, il presidente della Commissione difesa e gli altri colleghi presenti: l'onorevole Paissan, l'onorevole Giannattasio, l'onorevole Gasparri e l'onorevole Vito. Siamo tutti qui, quindi non mi sembrava giusto ringraziare il Presidente ed il rappresentante del Governo e non gli altri colleghi presenti questa mattina. Dico questo non con intento polemico o con ironia, ma per recuperare anche il significato della relazione dell'onorevole Romano Carratelli, che ho seguito con grande attenzione, nonché i passaggi più significativi dell'intervento del collega che mi ha preceduto.
Allora, signor Presidente, signor rappresentante del Governo, a questo punto è necessario chiarire una questione: concordiamo davvero sul fatto che questo processo si debba concludere nei tempi e negli spazi propri della legislatura? È un interrogativo che voglio porre con estrema chiarezza, anche perché in passato abbiamo avuto una collaborazione ed una disponibilità non esaltanti da parte degli stati maggiori delle Forze armate. Certamente, questo processo ha fatto rivedere alcune posizioni e consente di recuperare gli studi che si accompagnavano al cosiddetto nuovo modello di difesa; tutto questo tenta di configurare un aspetto e un'identità del nostro paese, e quindi delle Forze armate, in termini più appropriati rispetto ai compiti e alle esigenze di una società moderna. La sicurezza ed il ruolo dell'Italia all'interno delle alleanze sono compiti a cui assolvere con maggiori capacità e, quindi, richiedono un esercito affidabile.
PRESIDENTE. Onorevole Tassone, la invito a concludere.
MARIO TASSONE. Signor Presidente, secondo quanto mi hanno comunicato gli uffici avrei ancora due minuti a mia disposizione.
PRESIDENTE. Infatti, la sto avvertendo che si stanno esaurendo anche quelli.
MARIO TASSONE. Concludo in un minuto. Anche le rivoluzioni hanno tempi ristretti, ma è giusto rispettare il regolamento della Camera.
nostra riflessione deve servire a capire le reali intenzioni politiche delle forze di maggioranza e del Governo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Paissan. Ne ha facoltà.
MAURO PAISSAN. Signor Presidente, il provvedimento che stiamo per approvare fa parte di un profondo processo di ristrutturazione delle Forze armate che si baserà anche - lo sottolineo - sul progressivo abbandono del servizio di leva obbligatorio (ma non solo). È possibile che i Verdi, modificando il loro orientamento originario, esprimano un voto favorevole su questo disegno di legge; intendono comunque caratterizzare in una precisa direzione, per quanto è loro possibile, il processo di riforma in atto.
nel suo parere sul disegno di legge che stiamo esaminando. Intendo riferirmi al ripristino della coscrizione nel caso non si riesca ad arruolare un numero sufficiente di volontari. Mi sembra che l'unica soluzione veramente proponibile, in questo caso, sia semmai quella di un'ulteriore riduzione dell'organico, mentre sarebbe incostituzionale qualsiasi discriminazione tra i cittadini (la minoranza, chiamata a svolgere il servizio obbligatorio, e la maggioranza, libera di impiegare altrimenti quei dieci mesi) senza considerare le difficoltà di stabilire eventuali criteri di selezione di quei mille, duemila od anche diecimila sfortunati (o anche sfortunate perché, dopo l'istituzione del servizio femminile, anche questo è pensabile) chiamati a svolgere il servizio obbligatorio, considerando anche il fatto che potrebbero decidere tutti di dichiararsi obiettori: il che è una possibilità concreta.
della struttura militare. Questa funzione limitata e subalterna della leva è così evidente da aver portato come sentimento diffuso il senso della sua totale inutilità. La crescita dell'obiezione di coscienza, peraltro, non è legata più a percorsi di antimilitarismo, ma al senso di inutilità della naia e a scelte di utilità sociale.
alle valutazioni di carattere generale che ho esposto, riservandomi, come dicevo, un esame più puntuale del testo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giannattasio. Ne ha facoltà.
PIETRO GIANNATTASIO. Signor Presidente, signor sottosegretario, colleghi, Forza Italia, movimento politico nato nel 1993, nei suoi cento punti di programma poneva fin d'allora il passaggio dall'esercito di leva a quello dei professionisti. Abbiamo dovuto attendere sette anni perché tale indirizzo politico venisse recepito dalle sinistre ed imposto a stati maggiori restii ed anchilosati nel loro attaccamento alla coscrizione obbligatoria, o al massimo propensi ad una struttura mista, né carne né pesce, e, quindi, foriera solo di ambiguità e di scarsa efficienza operativa.
vedremo subito dopo, il numero dei giovani in divisa dovrebbe attestarsi intorno ai 140 mila uomini nel 2000; poiché, però, 50 mila fra i giovani chiamati a svolgere il servizio militare vengono arruolati in corpi di polizia oppure prestano servizio come ufficiale di complemento volontario, la disponibilità reale di truppa per la leva obbligatoria va decurtata.
delle famiglie italiane per i 140 mila giovani attualmente in servizio è di circa mille miliardi di lire l'anno.
regime, ma solo la quantificazione delle esigenze iniziali e così proseguì con il suo programma.
mamma e dei figli di nessuno. Con quali criteri dovranno essere gestiti i giovani che nei sette anni di attuazione della legge saranno sottoposti al servizio di leva? Se immaginiamo un'immensa caserma che deve contenere 90 mila uomini, con due palazzi, uno in cui sono i volontari e l'altro dove sono i soldati di leva, man mano che entrano i volontari debbono diminuire i soldati di leva: vogliamo dire, allora, chi sarà colui che farà il servizio di leva? Con quale criterio sceglieremo chi non lo dovrà fare? Un criterio la legge istitutiva dell'esercito professionale lo deve fissare, oppure si rimanda al decreto legislativo che il Governo dovrà presentare fra un anno?
a ferma prolungata) e al loro posto compaiono i VFB (volontari a ferma breve, vale a dire tre anni) e i VFP (volontari in servizio permanente), fino a 56 anni. Ma con i soliti paletti masochistici, che vanificano l'aumento tanto desiderato dai volontari, le procedure burocratiche prevedono tutta una serie di passaggi per cui da un massimo di 23 mila volontari a ferma breve per tre anni, si passa ad un quarto anno di servizio per coloro che sono prescelti per passare in servizio permanente che, però, si riducono a 16 mila volontari in servizio permanente. Ne perdiamo 7 mila, di colpo, e li buttiamo in mezzo alla strada; così andiamo avanti con coloro che rimangono in servizio permanente fino a 56 anni. Se facciamo l'ipotesi di un giovane che si arruola a 17 anni, a 20 anni può tentare il passaggio in servizio permanente e, se gli va bene, inizia la nuova attività a 21 anni e per 15 anni si arrampica sulla sua scala gerarchica, fino ad arrivare a 36 anni ai galloni di caporalmaggiore capo scelto. Dopo di che, se non fa carriera da sottufficiale, o da ufficiale, ristagna per 20 anni in quel grado fino alla pensione a 56 anni.
riferisco ai carabinieri perché la Guardia di finanza e la Polizia di Stato ne accettano solo il 35 per cento - e previ accertamenti selettivi che, nell'ultimo concorso, hanno portato all'accettazione di soli 125 elementi. Lascio perciò alla vostra immaginazione il compito di pensare cosa succederà nei nostri reparti con questo guazzabuglio di militari a ferma differenziata e cosa avverrà in questi sette anni di transizione, in cui militari di leva e volontari dovranno convivere nelle stesse caserme e nelle stesse unità.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Spini. Ne ha facoltà.
VALDO SPINI. Signor Presidente, signor sottosegretario Rivera, onorevoli colleghi, questa discussione è certamente d'importanza storica.
contributo all'unificazione del paese e - prima dell'avvento della televisione - ha contribuito all'unificazione linguistica, quando i coscritti parlavano i dialetti più che la lingua italiana. Questi motivi, però, si sono progressivamente affievoliti; per quanto riguarda l'unificazione linguistica, i mezzi moderni di comunicazione hanno sorpassato il contributo della leva; inoltre, la mobilità dei giovani è oggi impetuosa; il tempo in cui il servizio di leva era l'unica occasione per uscire da casa e conoscere un'altra regione sembra ormai preistorico. In tal senso, sono venuti meno i motivi di carattere sociale a favore della leva obbligatoria.
una spinta genuina ad intervenire in favore del prossimo, a volte anche in condizioni difficili, disagiate, con compiti di grande delicatezza, come l'assistenza ai tossicodipendenti, ai portatori di handicap, e così via. Tutto ciò non va disperso.
Sono stati sottolineati ovviamente i problemi che potrebbero sorgere da una scelta di questo tipo, in particolare di carattere sociale e morale. Mi riferisco a quelli posti dai rappresentanti dell'associazione alpini, che abbiamo ricevuto più volte per confrontarci sulle modalità da seguire per rispondere ad un problema molto sentito, quale, ad esempio, quello che il servizio militare svolto presso il corpo degli alpini dà luogo ad una forte compattezza che porta ad un'ampia azione sociale di volontariato, una volta terminato il servizio militare.
addizionale di reclutamento di un numero veramente importante di volontari. Più precisamente, per il triennio 2000-2002 si parla di un incremento di 30.506 unità di volontari in ferma prefissata e di 10.450 volontari in servizio permanente effettivo.
PRESIDENTE. Onorevole Spini, la prego di concludere.
VALDO SPINI. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente. Colgo l'occasione per ringraziarla, perché lei, seppure in altra veste, alcuni anni fa ebbe la bontà di invitarmi ad un dibattito su questi temi.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare, e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Romano Carratelli.
La Commissione ha definito il nuovo testo del disegno di legge (A.C. 6433), recante: «Norme per l'istituzione del servizio militare professionale», in ordine al quale occorre svolgere le seguenti osservazioni.
Comincerò con un rapido excursus storico al fine di comprendere il fenomeno quale è oggi. Le origini della leva possono farsi risalire alla rivoluzione francese. Tale origine - pure contestata da alcuni storici - si riferisce solo alla leva di massa, non anche al principio della coscrizione obbligatoria, principio dalle radice ben più antiche, riconducibile alla conjuratio della Roma repubblicana: il dovere per ogni cittadino di rispondere - quando la patria è in pericolo - all'appello del console o del dittatore, rivestendo il mantello militare e recandosi al Campo di Marte per l'arruolamento.
La leva di massa nasce dunque con l'Europa moderna e si connota come uno di quei potenti fattori di semplificazione, socializzazione ed unificazione che accompagnano nel continente il sorgere della società borghese, presupposto degli Stati moderni e dell'idea di nazione come oggi è intesa. Infatti, la leva di massa si contrappone a quel quadro composito e frammentato rappresentato dalle milizie medievali - locali, mercenarie, corporative - in cui si intrecciavano prerogative, privilegi ed antiche consuetudini.
Di questa eredità medievale sopravvive, comunque, proprio nel cuore dell'Europa, il modello svizzero dell' «esercito-milizia»: unità non permanenti basate su un servizio militare a cui i cittadini sono chiamati dai quindici ai sessanta anni; equipaggiamento ed armamento individuale conservato presso il domicilio dei soldati, obbligo del servizio e di addestramento regolati dalla legislazione locale.
Il modello svizzero si è affermato con caratteri suoi propri nel corso di un lungo cammino storico. Le istituzioni civili e militari dei cantoni, le tradizioni stesse di un intero popolo guerriero si sono forgiate, nel medioevo, nella resistenza al dominio degli Asburgo. Federalismo politico e Confederazione di difesa si formarono e si svilupparono insieme, fra il XIII ed il XVII secolo e da questa evoluzione nacque uno degli organismi militari più efficienti della storia moderna, che fece dire a Montesquieu: «La Svizzera è indomabile, perché non v'è uomo in Svizzera che non sia armato e non sappia adoperare le armi». Proprio per questo i Pontefici hanno usato e usano come guardie personali le guardie svizzere.
La leva di massa, al contrario, nel suo cammino storico, ha incontrato fasi alterne di consenso sociale fino ad essere vissuta con disagio e in aperto conflitto da gran parte delle famiglie italiane: di seguito proverò ad indicarne le ragioni, analizzando alcuni profili peculiari degli eserciti basati sul reclutamento obbligatorio.
Passiamo ora ad analizzare il rapporto tra leva di massa e rivoluzione francese. Sin dalle origini sorgono importanti interrogativi sul rapporto tra questa modalità di reclutamento e la democrazia appena conseguita. Nel 1789, infatti, il generale Dubois-Crancé aveva proposto che l'Assemblea istituisse il servizio militare obbligatorio universale, ma tale proposta era stata respinta - e ciò è significativo - perché ritenuta lesiva della libertà dei padri di famiglia. La libertà è, dunque, interpretata quale sfera inviolabile della personalità umana, quale diritto assoluto dell'individuo. Appena quattro anni dopo, il 23 agosto 1793, il Comitato di salute pubblica approva, invece, il solenne proclama con il quale si obbligano tutti i francesi a difendere la Repubblica e la Francia. La difesa della patria è quindi dovere del cittadino. In questa contrapposizione di diritti inviolabili e di sacri doveri si intuiscono i termini del tradizionale confronto proprio delle democrazie continentali tra libertà degli individui e vincoli a tali libertà discendenti dalle esigenze della conservazione e della difesa dello Stato.
Nel 1793, quando - dopo la caduta della monarchia - la rivoluzione imbocca la via della guerra, si impongono le pressanti necessità di disporre di un esercito di massa. È, dunque, in questa particolare occasione che ha origine un nuovo modello di esercito. Il dibattito dottrinario tra una concezione democratica dell'esercito volontario e un'opposta concezione democratica della leva obbligatoria, cede il passo alle esigenze supreme della patria e della rivoluzione in pericolo, anche se ciò che si afferma nel 1793 è solo la visionaria ideologia montagnarda che vuole saldare per sempre esercito e rivoluzione (cosa che avverrà con la legge Jourdan).
Più tardi verrà fissato il principio dell'obbligo universale e personale della difesa della patria. Fu, quindi, su questa base giuridica che poterono essere reclutati gli eserciti napoleonici, strumenti militari dell'affermazione di un nuovo impero in Europa.
Altra esperienza significativa è quella della Prussia. I riformatori dell'esercito prussiano trasformarono il vecchio esercito di origine feudale nel moderno strumento della politica di potenza di Bismarck e di von Moltke. Il progressivo ridimensionamento della milizia nazionale considerata esempio dannoso per la disciplina e la minaccia al principio di apoliticità dell'esercito a causa della sua costituzione corporativa; il potenziamento dell'esercito basato sulla coscrizione obbligatoria (prolungata fino a tre anni); lo scontro con i rappresentanti del liberismo prussiano e con l'intero Parlamento per affermare il principio dell'assolutezza dei diritti militari della Corona e della insuscettibilità di interferenze parlamentari: sono questi gli ingredienti che portarono alla svolta del 1866. Fu, dunque, da uno scontro e da una forzatura della volontà del Parlamento, da quelle che furono definite le «forche caudine» del liberalismo tedesco, che nacque il formidabile strumento militare vincitore a Sadowa e Sedan.
Il militarismo è, pertanto, il risultato di un insieme di fattori politici, sociali, ideologici. Esso lascia una traccia profonda nella storia tedesca, ma anche in gran parte della storia europea e mondiale, che oggi non sarebbe comprensibile senza far riferimento a quel passaggio storico. Il suo atto di nascita fu proprio uno scontro politico sulla riforma dell'esercito, riforma ritenuta necessaria per realizzare quella proiezione offensiva resa ormai matura da
In Italia l'aspetto che caratterizza maggiormente tale dibattito, di cui si ritrova ampia eco nel corso dei lavori dell'Assemblea costituente, è il fatto che il superamento e il rifiuto del modello della «nazione armata» non si accompagna all'ipotesi di un esercito volontario e professionale, che infatti rimane confinata in un ambito estremamente ristretto.
Negli esperti militari, nei rappresentanti degli stati maggiori, così come nei leader dei partiti politici, sembra scorgersi una preoccupazione comune, individuata proprio nell'atavica avversione di massa al servizio di leva, nel suo essere vissuto dagli italiani più come prestazione personale in difesa d'interessi estranei, quindi percepita, sotto il profilo dell'obbligatorietà, quasi come una prepotenza da parte di uno Stato ostile, che come servizio alla comunità nazionale. Nel dibattito sul modello di reclutamento, e conseguentemente sul modello di esercito, è possibile scorgere una prevalenza di simili riflessioni sul ruolo dell'esercito nella società piuttosto che motivazioni di carattere tecnico e militare.
All'esercito di leva si assegna una finalità di educazione nazionale e di contrasto del particolarismo regionalista. In un esercito professionale si intravede un rischio di separatezza dello strumento militare dal popolo.
Le ipotesi di esercito volontario, così come le posizioni più nettamente pacifiste e neutraliste pertanto, in quegli anni, rimasero confinate in un ambito sorprendentemente minoritario.
L'articolo 52 della Costituzione nasce dunque in questo clima e il riferimento al servizio militare «obbligatorio» contenuto nel comma secondo fu voluto proprio dalle forze che più si adoperarono contro l'ipotesi dell'esercito professionale. Un emendamento di significato opposto, volto a costituzionalizzare la non obbligatorietà del servizio militare, fu respinto con una maggioranza larghissima. Tuttavia non è certo la semplice ricostruzione della volontà politica delle forze presenti nell'Assemblea costituente che può - da sola - indicare la strada della corretta interpretazione del dettato costituzionale.
Sicuramente può affermarsi che l'articolo 52 ha costituito il fondamento costituzionale del servizio di leva obbligatorio dal 1948 ad oggi. Il principio, fra l'altro, veniva già definito nell'articolo 75 dello Statuto albertino e i costituenti non fecero che trasporre quella norma nella nuova Carta. Tuttavia non sembra potersi dire che nel primo comma dell'articolo 52 possa rinvenirsi alcun vincolo positivo per il legislatore nel senso della obbligatorietà del servizio di leva. Infatti - come è stato più volte rilevato dalla Corte costituzionale sin dal 1967 - la difesa della patria definita quale «sacro dovere del cittadino» non può essere intesa come mera difesa «militare». Il testo costituzionale deve più correttamente essere inteso quale espressione di un principio politico di carattere generale che investe non tanto lo Stato, quanto piuttosto il cittadino stesso. Il tono generale del primo comma indirizza l'interprete verso un genere di obblighi che appartengono ad una sfera più generale rispetto ai semplici obblighi di leva. La patria che richiede di essere difesa mobilita una molteplicità di doveri del cittadino non definibili a priori ed esige che tali doveri siano assolti, senza deroga alcuna. Essi possono consistere, ad esempio, nella contribuzione alle spese militari, nella soggezione ad espropriazioni e requisizioni, nelle prestazioni lavorative e nella prestazione di una molteplicità di servizi di carattere civile.
Ma lo stesso secondo comma dell'articolo 52 della Costituzione, che si rivolge più limitatamente ad un aspetto circoscritto, cioè al «servizio militare obbligatorio», non pone un obbligo per il legislatore, pur costituendo il fondamento di legittimazione della leva obbligatoria.
Le prime norme che, nel nostro ordinamento, hanno consentito deroghe al servizio militare obbligatorio compaiono in due leggi del 1970 e del 1971 e
Quanto alla legittimità costituzionale del servizio volontario, essa non viene più in alcun modo messa in dubbio ed è prevista da un numero cospicuo di norme riguardanti i ruoli organici di tutte le Forze armate, come meglio si evidenzierà in seguito.
Rimanendo al periodo in considerazione, si rileva che negli anni della Costituente si ponevano le basi di quello che oggi può essere considerato un ciclo ben definito della politica internazionale; di tale ciclo possiamo porre un termine di inizio, la guerra di Corea del 1950, e una simbolica data di chiusura, il 7 dicembre 1988, quando, con la storica dichiarazione di Gorbaciov alle Nazioni Unite, il Presidente dell'Unione Sovietica annunciava la riduzione di 500 mila uomini, oltre che di considerevoli quote di armamenti convenzionali, di quello che era considerato allora il più potente strumento bellico del pianeta.
Durante questi anni, anche in Italia, il dibattito politico sull'istituzione militare e, in particolare, la contestazione - da destra e da sinistra - del servizio di leva obbligatorio, hanno inevitabilmente risentito di questo quadro internazionale; la riflessione sulle Forze armate è stata anche condizionata dalle talvolta tumultuose e drammatiche tensioni politiche e sociali e dalla situazione dell'ordine pubblico nel nostro paese.
Un possibile impiego delle Forze armate, non contro il nemico esterno, ma entro i confini nazionali, come strumento di repressione dei conflitti sociali, è stato un fantasma senza dubbio presente, denunciato da sinistra come un pericolo, agitato da destra come una minaccia più o meno occulta. Tale fantasma, peraltro, ha avuto nella storia patria anche qualche fattezza materiale, come dimostra la vicenda legata al nome di Bava Beccaris o, in anni più recenti, la repressione dei moti seguiti all'attentato a Togliatti.
Tuttavia, al di fuori di tale discussione e delle polemiche politiche che l'hanno alimentata, esistono argomenti che hanno sostenuto una riflessione sulla possibile riforma della leva obbligatoria. Tra questi si ricordano: le ragioni tecniche che portano verso una definitiva obsolescenza del concetto stesso di mobilitazione militare; l'eccessiva incidenza, in termini percentuali, che il servizio obbligatorio esercita sulla forza lavoro e, quindi, sulla produttività dell'intera economia; la necessità di introdurre modelli aziendalistici nell'organizzazione delle Forze armate, anche al fine di un più stretto collegamento con il mondo dell'industria e delle tecnologie.
Nel corso della sesta e della settima legislatura, è stata poi avanzata la proposta di una drastica soppressione del servizio di leva.
La necessità di una riconsiderazione del ruolo delle Forze armate, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino e la riconsiderazione della minaccia proveniente dal blocco orientale nei confronti dei paesi dell'Europa occidentale, è pertanto diretta conseguenza dell'accelerazione dell'evoluzione delle esigenze operative delle Forze armate di questi ultimi paesi. Inoltre, non va dimenticato che si sono progressivamente affievolite le esigenze che giustificavano una logica di impiego delle Forze armate in contrapposizione alla minaccia rappresentata da schieramenti avversari, com'era il Patto di Varsavia. Persino nell'ambito dei confini nazionali, la riconsiderazione del ruolo strategico delle Forze armate italiane, in seguito alla caduta del muro di Berlino, ha indotto ad incrementare la presenza di militari nel sud del paese.
Per rispettare l'invito della Presidenza, procederò ora a rapido volo d'uccello, rimandando per eventuali approfondimenti alla relazione scritta.
Passo ora ad una rapida illustrazione dell'articolato. Il comma 1 dell'articolo 1 costituisce lo svolgimento del terzo comma dell'articolo 52 della Costituzione, che prevede che l'ordinamento delle Forze armate si informi allo spirito democratico della Repubblica. Ne discende che la «militarità» dell'ordinamento delle Forze armate non può contraddire con tale aspetto. Del resto, si ricorda che l'inserimento di tale disposizione costituzionale è dovuta ad una iniziativa di Aldo Moro in chiave di memoria critica verso il trascorso ruolo storico ed il passato assetto istituzionale delle Forze armate.
Il comma 2 dell'articolo 1 chiarisce che l'ordinamento delle Forze armate deve garantire il rispetto dei principi di cui agli articoli 11 e 52 della Costituzione, senza escludere le finalità che la Costituzione assegna ai poteri dello Stato e che questi devono perseguire nelle forme dalla stessa previste.
Si legittimano, pertanto, anche il comma 3 dell'articolo 1, che individua come compito prioritario delle Forze armate la difesa del territorio dello Stato, ed il comma 4 dello stesso articolo 1, che aggiunge a tale compito prioritario quello di concorrere alla realizzazione della pace e della sicurezza secondo le indicazioni delle organizzazioni di cooperazione internazionale alle quali l'Italia partecipa, in armonia, quindi, con le previsioni dell'articolo 11 della Costituzione.
Il comma 5 dell'articolo 1 prevede poi il «concorso» delle Forze armate all'assolvimento di specifici compiti, connessi tanto alla preservazione della libertà delle istituzioni nazionali quanto alle necessità conseguenti a calamità e ad altre circostanze di straordinaria necessità e urgenza, che purtroppo la drammaticità di molte recenti vicende ha consentito di evidenziare, unitamente all'impegno dei nostri militari nel prestare soccorso e trarre in salvo numerose vite umane.
Il comma 6 dell'articolo 1 prevede che le Forze armate siano organizzate su base obbligatoria e su base professionale. Tale disposizione costituisce la logica evoluzione attuativa della previsione di cui all'articolo 52 della Costituzione.
Ancora, il legislatore in questa legislatura ha istituito il servizio militare volontario femminile con la legge n. 380 del 1999. La stessa Commissione difesa ha fornito il proprio contributo a questa interpretazione adeguatrice del testo costituzionale.
Ciò non ha peraltro impedito al legislatore di riconoscere la peculiarità dell'ordinamento militare. In particolare, la Commissione ha approvato in sede legislativa, il 21 luglio 1998, un testo unificato delle proposte di legge n. 2370 ed abbinate, recante «Riforma della rappresentanza militare».
Alla luce di tali riflessioni, si può pertanto ritenere che l'articolo 1 del testo unificato possa fornire la traccia per un'interpretazione dell'articolo 52, secondo comma, della Costituzione adeguata alle nuove esigenze.
L'articolo 2 prevede che l'articolazione delle Forze armate si fondi su personale militare reclutato normalmente su base volontaria in servizio permanente effettivo.
Con l'articolo 3 si delega il Governo ad emanare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della legge, un decreto legislativo per disciplinare la graduale sostituzione, entro sette anni a decorrere dalla data di entrata in vigore di quest'ultimo, del personale militare di leva con militari volontari e personale civile dell'amministrazione della difesa, in modo da perseguire gli obiettivi della riforma.
L'articolo 4 prevede l'istituzione, nell'ambito del Ministero della difesa, di un organismo competente a svolgere attività informativa, di coordinamento e promozionale per agevolare l'inserimento nel mondo del lavoro dei militari volontari al termine della ferma prolungata.
L'articolo 6 conferisce al Governo il potere di emanare regolamenti per semplificare la disciplina vigente in materia di ordinamento dei servizi, amministrazione e contabilità delle Forze armate.
Gli articoli 7 e 8, infine, disciplinano la copertura degli oneri finanziari e l'entrata in vigore della legge.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di terminare questa mia relazione - che forse è stata più lunga di quanto volessi, ma necessaria per l'importanza della materia - ritengo doveroso rivolgere in Assemblea alcuni ringraziamenti.
Voglio dare atto dovuto e convinto dell'impegno politico che sul testo è stato assicurato, nella Commissione difesa, da tutti i gruppi politici e per essi, in particolare, dai colleghi della maggioranza e della minoranza che hanno partecipato ai lavori della Commissione e del Comitato ristretto, che fin dall'inizio della legislatura si sono confrontati con schiettezza, permettendo che il provvedimento di riforma più importante della storia repubblicana per le Forze armate potesse oggi approdare all'esame dell'Assemblea. Alcuni sono presenti in quest'aula e ad essi rivolgo anche un ringraziamento personale.
Devo quindi ringraziare la passione ed il senso di responsabilità del presidente della Commissione difesa, l'amico Valdo Spini, che ha creduto sin dall'inizio della legislatura nella necessità di tale riforma in questo momento storico condizionato dalle responsabilità che l'Italia è chiamata a sostenere in un ambito internazionale, a fronte delle quali è indispensabile predisporre strumenti perfettamente adeguati a mantenere alto il prestigio che il paese in questi anni ha acquisito.
Un ringraziamento va anche alla Presidenza della Camera e alla Conferenza dei presidenti di gruppo, che hanno permesso che di questa riforma si occupasse l'Assemblea immediatamente dopo che il testo era stato licenziato dalla Commissione.
Sento ancora di dover ringraziare i ministri che si sono succeduti al vertice del dicastero della difesa durante l'arco di tempo in cui la riforma è stata esaminata: l'amico Beniamino Andreatta, il ministro Carlo Scognamiglio, per ultimo, l'amico Sergio Mattarella...
Sono quattro anni che questo argomento, in un modo o nell'altro, è all'esame della Commissione, si è trattato di un grande lavoro che ha richiesto impegno e disponibilità costante, per cui sento di dover rivolgere alcune doverose parole di ringraziamento all'amministrazione della Camera, di grande qualità e competenza, pronta e disponibile nell'offrire supporto scientifico e tecnico alla definizione delle soluzioni più efficaci a chiarire le scelte politiche contenute nel progetto di riforma della leva. Al riguardo, posso sostenere con convinzione che, senza tale supporto, forse oggi non saremmo in grado di sostenere questo dibattito e ciò non può che fare onore alla Camera dei deputati e quindi al paese. Voglio ringraziare ancora i funzionari e i dirigenti che ci hanno permesso di raggiungere questo risultato.
Signor Presidente, mi auguro che il dibattito parlamentare sia ricco e proficuo e che permetterà anche a chi parla di esporre altre considerazioni ed altre idee, anche rispondendo ad eventuali domande su questo importantissimo tema (Applausi).
Pur prendendo atto del lavoro collettivo che è stato svolto in questa legislatura, delle osservazioni che lo stesso relatore ha correttamente fatto nella relazione introduttiva della discussione in aula, e del contributo di tutti i gruppi, devo dire però che su questo tema la destra ha sollecitato da decenni una scelta di modernizzazione e di cambiamento che se fosse stata adottata, non dico subito, quando fu presentata la nostra proposta, ma in epoca più adeguata, forse oggi l'Italia sarebbe dotata già da tempo di uno strumento qualificato, efficiente e migliore del pur validissimo strumento militare odierno che, certamente, anche nelle missioni internazionali degli ultimi venti anni ha consentito alla nostra nazione di fare una figura migliore con le strutture militari di quanto non abbia fatto con le strutture politiche.
È stato necessario molto tempo per maturare questo dibattito. Il relatore si è spinto fino a Bava Beccaris nel ricostruire il quadro della vicenda militare e ha fatto anche cenno ai tempi napoleonici. Mi limiterò invece a tempi più recenti.
Quando noi proponevamo queste tesi, venivamo accusati di portare avanti tesi quasi golpiste. Si diceva: vogliono i militari professionisti per la casta, per la monade chiusa, che chissà quali deviazioni può determinare nella democrazia. Non era vero! Comunque, prendiamo atto che abbiamo anticipato una soluzione che vede oggi una forte convergenza nel Parlamento.
L'attuale Governo ha contribuito con un suo disegno di legge, giunto molto dopo le proposte di legge presentate dai singoli parlamentari. Nella sinistra alcuni settori meno retrivi, con sollecitazioni e con la presentazione di disegni di legge, hanno offerto un contributo. Inoltre, voglio dare atto al presidente Spini di aver dato un contributo innovativo in una sinistra storicamente ostile a questa scelta.
Fatta questa rivendicazione, visto che si è partiti dal passato, ma io ho riproposto un passato parlamentare più recente, vorrei dire addirittura contemporaneo, comunque prossimo e non remoto, devo dire che il testo al nostro esame ci trova attenti e sostanzialmente convergenti anche perché per approssimazioni ci siamo avvicinati ad un testo che riassume molte delle sollecitazioni e delle riflessioni fatte in questi anni; non parlo di quelle ventennali, ma mi riferisco a quelle della corrente legislatura. In particolare, voglio dare atto al ministro Mattarella di aver dato un contributo di realismo recependo anche quelle sollecitazioni che l'opposizione, e in particolare il nostro gruppo, aveva fatto.
Il testo che la Commissione stava varando prevedeva, ad esempio, alcune scelte sulla fase di attuazione, essendo necessario un certo arco di tempo (6-8 anni) per passare da un modello basato sulla leva obbligatoria ad un modello misto, per giungere poi ad un modello basato totalmente sulla leva professionale. Questo è evidente, tutti sappiamo che occorre una transizione e che non ci sono riforme che si fanno dall'oggi al domani, ma il testo predisposto precedentemente dalla Commissione ipotizzava la necessità, dopo tre anni, di apportare un ulteriore disegno di legge. Contestammo subito questa impostazione, perché, da qui a tre anni, chi può programmare i tempi ed i contenuti della politica? Quali Governi, quali maggioranze si cimenteranno con questi problemi da qui a tre anni? Quindi, legare ad un ulteriore disegno di
Abbiamo chiesto, quindi, di porre mano ad un provvedimento che preveda sin dall'inizio le tappe, i tempi, i costi (su cui tornerò) della riforma. Gli emendamenti che lo stesso Governo ha presentato, e che sono stati recepiti nel testo giunto all'esame dell'Assemblea, sgombrano il campo da questo equivoco: se si partirà con questa legge, si sa già dove si dovrà arrivare. Poi, naturalmente, come tutti i progetti di legge, il provvedimento potrà essere modificato; Governi, maggioranze, o Parlamenti successivi potrebbero essere di avviso diverso; non ce lo auguriamo, tuttavia sappiamo che, approvata questa legge, si avvia un percorso.
Auspichiamo, dunque, che il cammino della riforma in esame sia rapido. Siamo ormai negli ultimi dodici-quindici mesi della legislatura e una riforma così importante dovrà sicuramente essere oggetto di riflessione; l'altro ramo del Parlamento, ovviamente, avrà tutto il diritto di approfondire la questione, che in questa sede è stata da tempo delibata, esaminata, centellinata. Al Senato, quindi, dovranno fare tutte le necessarie riflessioni, ma ci auguriamo che in questa legislatura si completi questo disegno di riforma che, insieme alla riforma dei vertici, all'introduzione del servizio femminile volontario, ad altre normative, dà sicuramente un contenuto importante alla modernizzazione delle Forze armate. La collaborazione su questi temi è stata peraltro ampia, perché la legge sui vertici, o anche la recente riforma delle forze di polizia, senza il contributo propositivo, responsabile, attivo, mi permetto di dire anche incisivo, delle opposizioni non sarebbero state assolutamente possibili.
Riteniamo, poi, che questa riforma sia necessaria anche per rivalutare la funzione militare. Visto che si è fatto qualche riferimento storico, consentite anche a me di svolgere qualche considerazione di tenore analogo: alcuni pensavano che si sarebbe andati verso un mondo senza esercito, con i fiori nei cannoni, un mondo completamente pacificato e quindi totalmente smilitarizzato. In teoria, sarebbe bellissimo, tutti sogniamo questo Eden perfetto e bello, ma non è così; purtroppo, i conflitti si moltiplicano e addirittura il venire meno della contrapposizione est-ovest, di quella sorta di equilibrio del terrore per la deterrenza nucleare, ha fatto esplodere tutta una serie di crisi regionali che negli anni passati, forse, sarebbero state contenute da quella funzione di polizia planetaria delle superpotenze che, minacciandosi a vicenda, bloccavano sul nascere una serie di crisi. Quindi, anche la fine di quel periodo, per molti versi preoccupante, ha comportato sì aspetti positivi in termini di libertà dei popoli, di riconquista della democrazia in molte parti del mondo, ma anche ricadute - non sembri un paradosso - negative, nel senso che molte crisi regionali di teatro sono scoppiate.
La dissoluzione della Jugoslavia, di quella invenzione, di quella specie di mosaico, per esempio, ha portato altre crisi che si sono riverberate fortemente sul nostro paese; vi sono state, ancora, le tensioni nell'area mediterranea. Voglio allora ricordare rapidamente le missioni internazionali che hanno avuto tra i protagonisti l'Italia e le sue Forze armate, dal 1980 ad oggi: il Libano, l'Africa, tutte le missioni in più fasi nell'area dell'ex Jugoslavia, dell'Albania, del Kosovo, la nostra partecipazione a conflitti nell'area medio-orientale, nel Golfo Persico, al conflitto con l'Iraq. L'Italia ha quindi partecipato a moltissime missioni militari, in taluni casi (la politica corretta non lo consentirebbe, ma dobbiamo dirlo), anche a conflitti militari: quella con l'Iraq, per esempio, era una guerra; quelli sulla Serbia, ahimè, erano bombardamenti. Abbiamo quindi partecipato ad iniziative impegnative, rischiose, qualificate.
Condividiamo la riduzione del numero degli effettivi, ma stiamo attenti al problema dei costi. Il provvedimento prevede alcuni gradi di copertura, tuttavia esiste un problema di fondo: l'Italia destina alla spesa per la difesa poco più dell'1 per cento del prodotto interno lordo, percentuale inferiore rispetto ad altri paesi occidentali. Non voglio fare raffronti con gli Stati Uniti, che si sono «autoattribuiti» una funzione di polizia planetaria e quindi investono molto nel settore difesa per ingerenze umanitarie e anche di altro tipo; tuttavia, ritengo che l'Italia debba incrementare le spese per la difesa per problemi che concernono, non solo il personale e la modernizzazione delle Forze armate, ma anche gli aspetti tecnologici e di riconversione, nonché di attrezzatura a vari livelli. Si pensi, ad esempio, alle necessità della nostra aeronautica, della marina, a tutte le tecnologie che, peraltro, proprio nel campo della ricerca applicata a scopi militari, generalmente favoriscono la modernizzazione anche di altri settori industriali, con i conseguenti importanti effetti sulla convivenza civile e pacifica. Molte innovazioni, infatti, sono state introdotte prima nel campo militare e, poi, in quello civile. Vi sono inoltre le infrastrutture e le stesse strutture, che necessitano di una revisione, anche per quanto riguarda la dislocazione con conseguenti problemi delicati perché vi sono tradizioni e reparti stanziali in alcune zone.
Tuttavia, occorre tenere presente che gli scenari sono cambiati anche dal punto di vista geopolitico; grazie a Dio non sono ipotizzabili invasioni dall'est, ma il contesto Mediterraneo e Adriatico è complesso e turbolento, quindi dobbiamo disporre di una presenza importante. Esiste, infatti, un'interazione attiva: le sole vicende della ex Jugoslavia e dell'Albania, che prima citavo, ci impegnano ormai da dieci anni, con missioni talvolta di pace, interventi militari o di polizia. Si tratta, comunque, di un impegno costante da parte del nostro paese e non di fatti episodici e momentanei. Allora, è necessario investire di più; certo la coperta è corta: servono i soldi per la spesa sociale, per la giustizia, ma servono anche per questo settore. Occorre essere consapevoli, colleghi, che, se si vara riforma per l'abolizione della leva obbligatoria e l'introduzione di Forze armate su base volontaria e professionale, bisognerà compiere scelte sul piano degli investimenti. Tale settore, tra l'altro, è collegato anche
Da questo punto di vista, l'Italia rischia talvolta di essere scavalcata da alcuni assi che si sono formati - ad esempio l'asse franco-tedesco - e da alcune intese; dobbiamo partecipare, quindi, con un modulo effettivo di professionisti alla scelta europea della difesa comune, della possibilità di dar luogo al pilastro europeo della NATO, senza stracciare alleanze storiche e tradizionali - che confermiamo e rivendichiamo - vivendo da protagonisti le suddette alleanze, intervenendo a livello europeo negli scenari che riguardano più da vicino l'Europa. Lo scenario Adriatico-Mediterraneo sicuramente rappresenta un settore di interesse strategico dal punto di vista geopolitico europeo, ma soprattutto - mi permetto di dire - italiano proprio per la nostra posizione geografica naturale. Non intendo certo invocare guerre, ma occorre svolgere una funzione in tale ambito, perché a questi doveri siamo chiamati dalla storia.
Altri paesi stanno adottando o hanno adottato tale strumento: la Francia sta realizzando questa riforma, così come la Spagna, mentre la Gran Bretagna l'ha realizzata già da tempo, per non parlare degli Stati Uniti, che sono i più impegnati nel mondo ed hanno compiuto questa scelta da moltissimo tempo.
Noi riteniamo che vi sia un ritardo, che non possiamo ora vanamente deprecare, anche se vogliamo rivendicare il merito di aver individuato una soluzione moderna, che altri invece ritenevano addirittura pericolosa, con motivazioni che francamente ci sembravano eccessive ed antistoriche allora, figuriamoci adesso! Esse sono state richiamate dal relatore e non ho ben compreso quel passaggio della sua relazione, che mi è sembrato un tributo alla storia e che si sarebbe anche potuto superare, in cui sono stati richiamati spettri da parte delle destre che invocavano chissà che cosa.
Penso, quindi, che questa riforma colmi un ritardo, che essa sia un elemento fondamentale e faccia parte delle riforme istituzionali. Mi auguro pertanto che questo dibattito, nella successiva fase della votazione, coinvolga ed interessi il Parlamento, perché riformare profondamente lo strumento militare non è meno importante che eleggere direttamente i presidenti delle regioni o varare altre importantissime riforme, perché le istituzioni sono un insieme e lo strumento militare è importante.
Mi auguro, inoltre, che questa riforma ci consenta anche di prestare attenzione ai problemi del personale: se si approva una riforma in senso professionale, le retribuzioni devono essere adeguate. Spesso si è detto che coloro che oggi presentano le domande per la ferma prolungata non sempre offrono standard qualitativi adeguati, ma certamente ciò dipende anche dalle prospettive e dai trattamenti economici. È necessario che vi siano prospettive adeguate: questa legge in qualche modo dà degli indirizzi - poi vedremo come verrà attuata la delega - per il riassorbimento nella pubblica amministrazione, con prospettive di una stabile occupazione e trattamenti economici adeguati, in modo che vengano attratte dall'arruolamento volontario anche risorse qualificate del paese.
Ciò non è impossibile: guardate cosa accade oggi nei concorsi per l'arruolamento nella polizia o nei carabinieri, per i quali vengono presentate centinaia di migliaia di domande da parte di ragazzi diplomati e spesso laureati - vi è una disoccupazione intellettuale, ahimè, molto elevata nel nostro paese -, che si presentano anche per svolgere funzioni che non sono esattamente corrispondenti al corso di studi effettuato o al titolo conseguito.
Pertanto, ritengo che la questione di chi andrà a svolgere questo servizio si risolverà nel momento in cui vi sarà una prospettiva di impiego non caduco, non troppo breve, con la possibilità di un riassorbimento nella pubblica amministrazione e di un trattamento economico quanto meno dignitoso, non perché gli stipendi degli appartenenti all'Arma dei carabinieri, alla Polizia di Stato o alla Guardia di finanza siano splendidi, ma essi sono sicuramente migliori di quelli di altre strutture.
Credo, quindi, che la qualità di coloro che si presenteranno sarà anche collegata alla prospettiva che si offre loro. Se si offrono una prospettiva deteriore ed un trattamento economico miserevole, è ovvio che la qualità dell'offerta inevitabilmente scenda e peggiori. Da questo punto di vista sono fiducioso e mi auguro - lo voglio dire, perché vi è una polemica al riguardo - che alcune strutture che hanno una tradizione - penso agli alpini, che sono perplessi nei confronti di questa legge: noi riceviamo, infatti, sollecitazioni e riflessioni al riguardo -, con la possibilità di una ferma volontaria di un anno, che già oggi è prevista, essendo stata inserita impropriamente in alcuni decreti, e che quindi si potrà mantenere, potranno ricorrere a questa forma di arruolamento volontario di durata limitata per mantenere vive tradizioni, presenze e valori che noi non deneghiamo affatto e che sono importanti. Una nazione vive, infatti, non voglio dire soprattutto, ma certamente in maniera fondamentale, anche di queste cose e il mondo militare - ho citato il caso degli alpini, ma si potrebbe dire lo stesso di altre strutture - mantiene valori, identità nazionale, culture, senso dell'onore, della disciplina e della gerarchia, che sono valori e ingredienti essenziali per la vita di una comunità nazionale. Mi auguro, quindi, che gli strumenti individuati in questa legge consentano tutto ciò, nell'ambito di una modernizzazione complessiva.
Alcuni giorni fa ho parlato con ufficiali ed esponenti degli alpini, che richiamavano la nostra attenzione su tale questione: ovviamente non è più importante vigilare con i muli sulle Alpi, poiché vi sono aerei radar e strutture di tutti i tipi e, quindi, anche in quei settori sarà necessaria una modernizzazione nelle possibilità di impiego. Lo abbiamo verificato all'estero, anche in alcune missioni tra quelle che ho citato all'inizio: in Africa, in alcuni casi, gli alpini sono stati preziosi per alcuni contesti di impiego particolare.
Penso, quindi, che anche queste preoccupazioni, che noi abbiamo ben presenti, dovranno essere valutate e dovranno trovare una risposta. Mi auguro, pertanto, che questa legge possa portare ad una rivalutazione della funzione militare e possa far sì che la politica di difesa marci accanto a quella internazionale, alla politica estera, per una presenza italiana, un ruolo dell'Italia nel contesto internazionale ai fini di pace, di polizia internazionale e per quegli scopi che abbiamo perseguito, visto che in tutti questi anni abbiamo partecipato a tante missioni ed a tale proposito vi è stata una convergenza in Parlamento.
Voglio ricordare che, se non vi fosse stato il concorso responsabile dell'opposizione, non solo le leggi sulle forze di polizia, sui vertici militari e questo disegno di legge non sarebbero approdati in aula e non ne sarebbero usciti (mi auguro anche questo disegno di legge) con il voto favorevole dell'Assemblea, ma non vi sarebbe stata nemmeno la missione in Kosovo e la presenza dell'Italia. Certamente, vi sono state anche iniziative con ricadute negative: mi riferisco alla missione Arcobaleno dove forze civili, più che militari, hanno dato pessima prova di sé, a dimostrazione che il mondo militare, quando viene impiegato, riesce ad onorare meglio il concetto di dignità nazionale. Riteniamo, dunque, che si sia perso un po' di tempo.
Vorrei fare un'ulteriore considerazione. Ci siamo attardati a discutere la legge sull'obiezione di coscienza, che non è
Pertanto, venendo meno l'obbligo di leva, verrebbe meno quel gettito forzoso e non spontaneo di falsi obiettori che danno modo a molte associazioni di ricevere soldi dallo Stato, di camparci e mangiarci sopra! Queste sono le ragioni per le quali gli obiettori protestano: non perché cessa l'obbligo di leva, ma perché finisce la «festa» della finta obiezione di coscienza e dell'erogazione di soldi pubblici a strutture e «mangiatoie» varie. Mi auguro, dunque, che i veri obiettori ci incoraggino perché, in fondo, dovrebbero essere contenti dell'abolizione dell'obbligo di leva. Se avessimo anticipato la discussione su questo disegno di legge a quella sulla riforma dell'obiezione di coscienza, avremmo evitato strane soluzioni; addirittura, da alcuni esponenti di sinistra ho sentito proporre il servizio civile obbligatorio. A mio giudizio, chi vuol svolgere attività di volontariato e di assistenza, deve essere aiutato e mi chiedo per quale motivo il Parlamento non approvi leggi moderne per incoraggiare tali iniziative. Per quale motivo si ostacolano le comunità terapeutiche che lottano contro la droga e si incoraggiano i Sert, che danno metadone ai drogati? Qualcuno, addirittura, vorrebbe che i Sert dessero anche eroina! Il volontariato (mi riferisco all'assistenza e all'aiuto al prossimo) va aiutato, ma per altri versi, con altri strumenti e risorse, non offrendo una manovalanza forzosa. Occorre, dunque, sgomberare il campo da molti altri equivoci. Il disegno di legge in esame, qualora fosse approvato, farebbe venir meno quel gettito forzoso di falsi obiettori che vogliono sfuggire all'obbligo di leva.
Ritengo che questo sia un momento importante. Finalmente, dopo ventidue anni, la discussione esce dall'ambito dei convegni, delle biblioteche e delle Commissioni, dove, in qualche modo era echeggiata. Ogni volta che si parlava di obiezione, richiamavamo questa scelta prioritaria. Ora, finalmente, essa approda nell'aula di Montecitorio; dopo la discussione generale, si passerà ai voti sugli emendamenti e sugli articoli e alle decisioni conseguenti. Inizierà (mi auguro con il voto favorevole dell'Assemblea) quel cammino, quella transizione di sette, otto anni con l'emanazione dei decreti delegati. Vi sarà bisogno di conferire deleghe al Governo in una materia così complessa, ma vorremmo leggere, approfondire, verificare e partecipare in maniera attiva alla legislazione delegata, consapevoli di aver avuto un ruolo non secondario nel sensibilizzare le coscienze della nazione.
Poco fa il relatore ha voluto ricordare i funzionari e tutti coloro che hanno contribuito alla stesura del disegno di
Noi diciamo queste cose incontrando qualche difficoltà ed incomprensione anche nelle nostre file, quindi voglio ringraziare il coraggio di una destra che, insistendo su questa strada, oggi la vede percorsa anche da quelli che la ritenevano pericolosa e che invece oggi la percorrono, appunto, insieme a noi, verso un traguardo di modernizzazione e di riqualificazione delle nostre Forze armate, nell'interesse di tutta la comunità nazionale.
Ci troviamo di fronte ad un fatto importante e significativo, che per quanto mi riguarda considero addirittura storico; ma vorrei capire se esso sia così rilevante anche per il resto della Camera e per il paese, che ritengo stiano seguendo questa problematica con grande distrazione e superficialità. Ciò è da addebitare, però, non al paese, bensì alle forze politiche: noi abbiamo un dovere di comunicazione e di collegamento con il territorio e dobbiamo quindi far capire, dopo averlo compreso noi per primi, che questo processo di riforma presenta alcuni aspetti rivoluzionari e significativi che interessano i giovani e le famiglie; quindi fornisce un contributo forte alla fisionomia della società che noi vogliamo costruire in questo secolo, nel quale ci siamo incamminati con grande speranza e fiducia.
Non mi dilungherò con valutazioni puntuali sulla normativa al nostro esame. Certo, le Forze armate dovrebbero avere un ruolo importante e l'esercito professionale ritengo faccia compiere un salto culturale al nostro paese. Si abbandona la leva, ma certamente lo si fa per avere uno strumento più efficace, efficiente, credibile ed affidabile: sono questi i termini che usiamo in questo momento. I compiti fuori area e le missioni in area ritengo siano fatti importanti, che impegnano le nostre Forze armate ed esigono una loro sempre maggiore qualificazione e specializzazione. Non è solo per questo, però, che ritengo importante il provvedimento al nostro esame, ma anche per i riflessi che esso determina nelle famiglie e nella società italiane.
Ma siamo tutti realmente disponibili a che ciò si verifichi? Ricordo a me stesso e ai colleghi qui presenti il dibattito svoltosi nella Costituente negli anni 1946-1947 sulle Forze armate. All'interno del paese vi erano alcune forze politiche che ostacolavano profondamente l'istituzione di un esercito di professionisti volontari. Credo che questa cultura ancora permanga in Italia; forse stiamo sulla strada di un suo superamento, ma, lo ripeto, vi sono ancora alcune riserve. All'epoca vi era la preoccupazione che le Forze armate potessero prendere il potere, determinando una svolta autoritaria nel paese, come nei paesi sudamericani. Questo aspetto è stato ovviamente superato visto e considerato che abbiamo approvato, senza grossi dibattiti, anche se con qualche polemica marginale, il riordino dell'Arma dei carabinieri e delle Forze di polizia. Restano ovviamente da risolvere i problemi dei gradi intermedi e della base di queste due Armi che non sono stati certamente favoriti da questo processo riformatore.
Signor Presidente, mi rivolgo a tutte le forze politiche: ora siamo finalmente d'accordo sul provvedimento al nostro esame, ma fino a qualche anno fa non lo eravamo. Non voglio certamente scomodare i padri costituenti o i legislatori degli anni settanta. L'onorevole Gasparri ha fatto riferimento alla legge sull'obiezione di coscienza...
Stavo dicendo che quando è stato discusso il provvedimento sull'obiezione di coscienza avevamo affermato che esso era inutile. Lo abbiamo approvato proprio perché non si pensava di poter realizzare un esercito di professionisti e non ci si crede ancora oggi.
Vorrei svolgere un'ultima considerazione, Presidente, se me lo consente.
Gli uffici della Camera hanno avanzato alcune riserve sulla relazione tecnica che accompagna il disegno di legge. Si dice che la relazione tecnica non giustifichi a pieno i costi. Gli uffici affermano che forse essa si rifà a questioni passate, quando l'esercito era un esercito basato sulla leva, per cui non si tiene conto dei costi dei vari gradi dell'esercito, dei problemi della formazione o della logistica. Vi è pertanto una forte preoccupazione. Mi chiedo allora se con questo provvedimento si sia voluta fare solo un'enunciazione di principio.
Concludo il mio intervento, preannunciando che nel corso dell'esame degli articoli parleremo anche delle questioni legate al mondo del lavoro, ma questa
Signor Presidente, la ringrazio per la tolleranza.
Chiediamo anzitutto che il processo di riforma della leva, di cui stiamo discutendo, sia considerato nel suo insieme e cioè servizio militare e servizio civile. Riconosciuta anche dalla legge sull'obiezione di coscienza l'eguaglianza tra servizio militare e servizio civile, chiediamo e intendiamo batterci affinché il patrimonio di esperienza accumulato in questi anni dagli obiettori di coscienza non sia disperso. Anzi, intendiamo ampliare la portata e il senso di questo servizio anche alla luce del provvedimento che stiamo discutendo, con il quale si introduce la professionalizzazione integrale delle Forze armate, far venir meno l'obbligatorietà del servizio di leva e dunque la parallela e contemporanea obbligatorietà anche dell'obiezione di coscienza.
Intendiamo farlo proprio a partire dall'articolo 52 della Costituzione, secondo il quale la difesa della patria è sacro dovere del cittadino. Questa operazione vorremmo farla anche dando contemporaneamente un senso, ad altri articoli della Costituzione: ai doveri di solidarietà sociale dei cittadini (articolo 2); al dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (articolo 3); al dovere dei cittadini di svolgere un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (articolo 4). Intendiamo inoltre fare in modo che il servizio civile possa essere svolto anche all'estero e che dunque anche i civili possano dare il loro contributo alla prevenzione e alla risoluzione delle crisi internazionali.
Già nella legge n. 230 sull'obiezione di coscienza vi è una chiara indicazione rispetto alla sperimentazione di forme alternative e non violente di difesa. Si tratta di compiere un salto di qualità e di arrivare alla costituzione di un vero e proprio servizio civile per la pace, che permetta una formazione specifica.
Il disegno di legge presentato dai Verdi, sia alla Camera che al Senato, per l'istituzione del servizio civile mira a coinvolgere 80 mila giovani (uomini e donne) nel servizio civile. Chiediamo che la discussione di questo provvedimento cominci al più presto, al Senato.
Critichiamo il fatto che la riorganizzazione del solo strumento militare comporti ulteriori aumenti di spesa per la difesa, la quale si colloca già, con più di 40 mila miliardi all'anno, entro le medie degli altri paesi europei. Speriamo che ciò non vada a detrimento del servizio civile (oggi in una situazione di forte difficoltà organizzativa e finanziaria, che dovremo affrontare al più presto) e che non vada a detrimento delle risorse ad esso destinate e destinabili in futuro.
Siamo convinti che nei costi della riforma della leva vadano considerati anche i costi del nuovo servizio civile. La riorganizzazione deve avanzare parallelamente e, quando si parla di costi della riforma della leva, bisogna considerare ambedue gli aspetti. È questo il motivo per cui è essenziale che le leggi di riforma del servizio militare e del servizio civile vengano varate contestualmente, anzi contemporaneamente.
Vorrei poi sottolineare la contraddittorietà di quanto viene posto come condizione dalla Commissione affari costituzionali
Perché non prendere, invece, semplicemente atto del fatto che quest'anno le domande per l'obiezione di coscienza hanno raggiunto quota centomila, e precisamente 108.371, secondo gli ultimi dati, peraltro, non definitivi, cercando di convogliare questo interesse o questa disponibilità dei giovani anche verso il servizio civile, un nuovo servizio civile? Ciò senza considerare che ai 190 mila militari ipotizzati - secondo noi troppi - che sarebbero in servizio, tra esercito, marina e aeronautica, devono essere aggiunti ancora 113 mila carabinieri, 66 mila della Guardia di finanza ed altri. Vi è da chiedersi se queste cifre non siano davvero ancora troppo elevate e per noi troppo elevate lo sono.
Vorrei fare qualche riflessione sulle Forze armate, sulla riforma dello strumento militare, ricordando che nella storia e nella cultura italiana due sono state le idee guida sul tema dell'obbligatorietà del servizio militare: la prima connessa alla rivoluzione francese, cioè al passaggio dall'esercito mercenario a quello basato sulla coscrizione obbligatoria come base della rivoluzione borghese e della difesa dello Stato nazionale; la seconda legata alla rivoluzione russa e cioè alla possibilità di trasformare l'esercito di leva in un protagonista di processi di cambiamento sociale. È per questo che nella cultura della sinistra tradizionale si è pensato - e si pensa - che il carattere popolare dell'esercito sia garanzia di contenuti democratici all'interno della struttura separata delle Forze armate. Queste due linee di pensiero si sono, da ultimo, condensate nella convinzione che il mantenimento della coscrizione obbligatoria fosse un modo per contrastare la tendenza ad una riorganizzazione in chiave aggressiva delle Forze armate.
La riorganizzazione indubbiamente c'è, i segnali sono numerosi: vanno dall'aumento delle spese militari al rilancio dell'industria bellica a livello nazionale e internazionale, all'intenzione del Governo di modificare la normativa sull'esportazione degli armamenti per adeguarla ai più bassi standard di controllo di altri paesi dell'Unione europea; tuttavia, pensare di contrastarla attraverso il mantenimento della leva obbligatoria rischia di essere insieme fuorviante ed inefficace. Ecco perché ritengo ora necessario abbandonare ogni difesa ideologica e politica della coscrizione obbligatoria.
Gli eserciti di massa sono stati - specialmente durante le due guerre mondiali - una componente decisiva delle strategie militari, ma già nel 1945 il lancio delle prime bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki ha segnato un capovolgimento a favore della dimensione tecnologica e della sua capacità distruttiva. Il processo tecnologico ha progressivamente investito anche la struttura militare fino a rendere quello della difesa un settore (e un sapere) altamente specialistico e professionale, aumentando la crisi dei meccanismi di controllo. Valga per tutte la vicenda della guerra del Kosovo e le difficoltà del Governo e del Parlamento di dirigere lo strumento militare.
Si tratta di prendere atto che negli Stati a capitalismo avanzato esistono praticamente solo eserciti professionali. In alcuni di questi vi è una componente di leva, ma essa ha funzioni esclusivamente ausiliarie che non incidono sul contenuto
Una riflessione va, peraltro, fatta anche attorno al nodo se mai la leva obbligatoria sia stata momento di democrazia e di trasmissione di valori positivi. È stato giustamente osservato in un giornale non propriamente reazionario come il manifesto «che la leva obbligatoria di massa» - sto citando - «abbia mai contribuito all'evoluzione e alla democratizzazione di una società è un fatto discutibile già ai tempi di Bonaparte imperatore, del tutto improbabile in seguito». Continuo a citare: «Da sempre, più che alla partecipazione e alla responsabilità, la vita militare è servita ad inculcare obbedienza cieca, rispetto delle gerarchie, disciplina funzionale alla fabbrica e alla stabilità dei poteri forti. Questa la pedagogia da sempre impartita nelle caserme. Altro che scuola di democrazia! Né si danno esempi storici di eserciti di leva che abbiano saputo impedire o contrastare efficacemente la mentalità aggressiva e antidemocratica delle gerarchie (...)». Questa - lo ripeto - è una citazione tratta da il manifesto.
La difesa della leva e della coscrizione obbligatoria non è perciò per noi ormai più giustificabile, né dal punto di vista antimilitarista, né da quello non violento - nel senso di diminuire la cultura violenta della società -, né da quello della difesa della democrazia nelle Forze armate.
Altre sono a nostro avviso le tematiche che vanno affrontate: è urgente procedere con il ridimensionamento drastico della struttura delle Forze armate italiane, superando l'attuale modello di difesa, ancora troppo legato alla fase della guerra fredda e perciò inutilmente mastodontico, burocratico, dispendioso e in ultima analisi inefficiente. Riconversione dello strumento militare per adattarlo alle nuove missioni significa non solo meno personale, ma anche rinuncia a costosissimi programmi di acquisto di armamenti che rispondono alle esigenze dell'industria bellica più che a quelli delle Forze armate ed aumento della spesa per soldato, in termini di equipaggiamento ma soprattutto di formazione.
È poi indispensabile garantire la democrazia dentro le Forze armate dove c'è un problema irrisolto di diritti sindacali, soprattutto in vista della loro professionalizzazione. Data la recente sentenza (la n. 449 del dicembre 1999) della Corte costituzionale, che ha dichiarato non illegittimo il divieto per i militari di costituirsi in sindacati o di aderire ad organizzazioni già esistenti, diventa urgente per il Parlamento portare avanti una riforma della rappresentanza militare che possa comunque assicurare forme di salvaguardia dei diritti fondamentali spettanti ai militari come cittadini singolarmente e collettivamente.
Mi avvio alla conclusione, signor Presidente, con un'ultima considerazione. Va evitato che il processo di riorganizzazione delle Forze armate determini scompensi e penalizzazioni nel mercato del lavoro giovanile ed, in particolare, penalizzi l'accesso delle donne nel pubblico impiego e nei corpi di polizia. Le esigenze di lotta alla criminalità e di funzionamento della pubblica amministrazione richiedono una sempre maggior specializzazione dei corpi di polizia e ancor più dei settori civili del pubblico impiego. Non è pertanto ipotizzabile - lo dico in riferimento ad alcune norme contenute nel provvedimento in esame - che l'accesso alla Polizia di Stato, alla Guardia di finanza, alla polizia carceraria, alla guardia forestale, e così via, e ancor più al pubblico impiego perda le caratteristiche della competenza e della professionalità garantendo accessi privilegiati, fortemente privilegiati, ai soggetti - peraltro pressoché solamente maschi - che accettino di svolgere la ferma militare prolungata. Questo è un aspetto che dovremo valutare con attenzione nel corso dell'esame degli articoli del provvedimento, durante il quale interverremo nel dettaglio delle norme. Per ora, mi fermo
Forza Italia applaude, quindi, a tale decisione, ma non può fare a meno di esprimere delusione e sconcerto di fronte ad un simile provvedimento che, lo diciamo subito, assomiglia più ad una campagna pubblicitaria da supermercato (paghi due compri tre) per vendere un prodotto fragilissimo, costruito sulle spalle dei giovani, dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Ci saremmo aspettati un colpo d'ala ed espressioni di più alta concezione operativa: niente di tutto ciò. Il Governo, dopo aver sbandierato il provvedimento in esame come altamente rivoluzionario, si limita ad indicare il solo trapasso e la semplice modifica del sistema di arruolamento, ossia dalla coscrizione obbligatoria al volontariato, con paletti e catenacci frutto di arrampicate sugli specchi o di tripli salti mortali, purtroppo senza rete per la sicurezza e la difesa dell'Italia.
Non si accenna minimamente al trapasso allo strumento necessario a fronteggiare uno stato di guerra, da non augurarsi, è vero, ma ineludibile in uno studio di così elevata importanza; non vi è alcuna indicazione che porti al concetto di Forze armate a larga intelaiatura, sul tipo di quelle previste dal generale von Seeckt, che portò alla formazione, nel giro di poche settimane, di un esercito di un milione di uomini, partendo da una base originaria di soli 100.000 uomini. Peraltro, è noto - il Governo è pregato di effettuare accertamenti - che gli stati maggiori, in particolare quello dell'esercito, con una solerzia degna di miglior causa, stanno provvedendo ad «anemizzare» i reparti, cioè a diminuire la consistenza numerica dei militari, mentre l'apparato legislativo dello Stato, vale a dire noi, il Parlamento, non ha ancora adottato decisioni in merito. Vi è, quindi, non solo mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento, ma anche scarsa considerazione verso le esigenze delle famiglie dei militari, delle città che li ospitano e verso una serie di problemi che ruotano intorno alla struttura difensiva del paese.
L'approccio iniziale a tale disegno di legge, atteso e condiviso nei suoi principi informatori, è perciò foriero di molti dubbi sulla sua attuazione pratica e sull'efficienza del suo prodotto finito. Esso merita, pertanto, un esame analitico ed approfondito, a partire dalle ragioni che lo hanno determinato, fino ad individuarne le falle ed a proporne i rimedi. I motivi della scelta sono fondamentalmente quattro: il calo demografico, l'enorme e crescente numero di obiettori di coscienza, l'iniquità della tassa «servizio militare» ed, infine, gli impegni internazionali.
È noto a tutti, riguardo al calo demografico, che gli italiani fanno sempre meno figli ed è altrettanto noto che nascono più femminucce che maschietti. L'andamento demografico e le proiezioni dimostrano come la disponibilità di maschi arruolabili nel prossimo decennio non permetterebbe di «intrupparne» 140 mila come avviene oggi. Nel 1990, la base degli arruolabili era stimata intorno ai 360 mila giovani, mentre nel 1999 essa si attesta sui 260 mila giovani (100 mila in meno), per calare a 230 mila nel 2005. Dal momento che circa un terzo dei disponibili non è arruolabile per ragioni sanitarie o a vario titolo e che il numero degli obiettori di coscienza è in crescita, come
Passiamo ora al fenomeno degli obiettori di coscienza. Il diritto soggettivo per l'obiezione di coscienza ha fatto crescere il numero degli obiettori in modo esponenziale; secondo gli ultimi dati, nel 1999 dovevano essere impiegate 70 mila unità, rispettando gli attuali tempi di attesa tra domanda ed impiego, previsti in dodici mesi. Si è dimostrata comunque insufficiente l'assegnazione di bilancio di 220 miliardi per l'impiego di 45 mila obiettori; a settembre, con un decreto-legge particolarmente urgente, il Governo ha assegnato altri 51 miliardi, somma che non ha risolto il problema. Conseguentemente, almeno 20 mila obiettori sono rimasti a casa al 31 dicembre scorso, non facendo né il servizio militare, né il servizio di obiezione di coscienza. Dal 1o gennaio 2000, come ha ricordato anche l'onorevole Paissan, le domande per l'obiezione di coscienza sono arrivate al numero di 100 mila e, per effetto del nuovo decreto legislativo sulla leva, che contrae anche per gli obiettori l'attesa per l'impiego da dodici a nove mesi, coloro che non svolgeranno alcun servizio di leva per decorrenza dei termini di impiego saranno molte decine di migliaia.
In alternativa, appare necessario incrementare gli oneri di bilancio per l'obiezione di coscienza, quadruplicando le somme previste per il 1999 fino a circa mille miliardi, oltre a raddoppiare le capacità di impiego degli enti convenzionati e ad immetterne dei nuovi.
Questo tragico quadro di situazione è il risultato di una politica inesistente dell'ufficio centrale per il servizio civile e di decenni di assistenzialismo protetto su scala nazionale. In ogni caso, è impensabile che con la sospensione della leva gli enti civili (circa 7 mila) già convenzionati con il Ministero della difesa possano chiudere i battenti per mancanza di manodopera. Assisteremo pertanto all'assurdo fenomeno di una legge per il servizio civile volontario, che altro non è che il «pizzo» che la difesa, o meglio lo Stato, dovrà pagare alle cosiddette organizzazioni non profit (vedi Caritas, Legambiente, ARCI, eccetera), che utilizzavano manodopera gratuita grazie agli obiettori di coscienza, o di comodo, come preferisco chiamarli io. Si tratterà cioè di un nuovo onere che, pur non rientrando nel bilancio della difesa, costituirà una voce non trascurabile nel bilancio dello Stato e sicuramente influirà negativamente sulle disponibilità finanziarie del processo di ammodernamento dello Stato italiano. Non è da escludere però che il servizio civile, caduto l'obbligo di quello militare e diventato volontario, perda l'attrattiva e quindi perda il riscontro di massa determinato dall'opportunità di svolgere il servizio civile per eludere quello militare, molto più impegnativo e più scomodo.
E vediamo l'iniquità della «tassa servizio militare». La leva obbligatoria comporta costi economici che sono individuabili come costi sociali dati dal reddito non prodotto dai coscritti (fanno il servizio militare e quindi non lavorano, non producono reddito), come tassa non monetaria applicata su basi inique, in quanto colpisce solo la componente maschile, non quella femminile, e solamente quella abile della popolazione, come una vera e propria sovrattassa sulle famiglie dei militari di leva, sotto forma di assegno settimanale (il famoso «vaglia di papà») che viene inviato dalle famiglie per fronteggiare la limitatezza della paga del soldato, che si aggira sulle 5-6 mila lire al giorno. È infatti consuetudine, rilevata dalla contabilità dei reparti, che ogni famiglia faccia pervenire al proprio ragazzo in servizio, per spese personali, viaggi, telefono, vitto, eccetera, in misura media e senza eccessi, dalle 100 alle 200 mila lire a settimana e cioè 400-800 mila lire al mese, pari ad una tassa volontaria familiare di 4-8 milioni per giovane per i dieci mesi di leva. In sintesi, l'apporto al servizio di leva
Ritornando al reddito non prodotto dai 140 mila coscritti, secondo un'ipotesi di media consistenza, la ricchezza prodotta dai giovani in servizio di leva nel 1999 e supponendo un reddito medio di 500 mila lire all'anno poteva essere valutata pari a 700 miliardi, qualora liberi dalla coscrizione obbligatoria.
Pertanto, fra risparmio delle famiglie e reddito medio prodotto dal giovane nell'economia nazionale, il recupero delle risorse ammonterebbe a circa 1.700 miliardi. Né si possono sottacere i riflessi positivi di ordine politico, sociale ed economico che la sospensione della leva e l'avvento integrale del professionismo avranno sull'occupazione giovanile, specie dove questa è stagnante, con valori intorno al 30 per cento (con il volontariato creeremo nuovi posti di lavoro).
Veniamo agli impegni internazionali, che sono la quarta causa che ci porta verso l'esercito di professionisti. Con la caduta del muro di Berlino nel 1989 è venuta a ridursi considerevolmente, se non addirittura ad annullarsi, la conflittualità tra paesi del Patto di Varsavia e la NATO, ma è sotto gli occhi di tutti l'assurda situazione determinata dall'annullamento dei due blocchi contrapposti, per cui la conflittualità è aumentata e dalla guerra fredda si è passati a tanti pericolosi focolai di «guerra guerreggiata» da imporre continuamente l'intervento delle organizzazioni internazionali per il ripristino e il mantenimento della pace. Inizialmente, mi riferisco alla spedizione a Beirut del 1982, siamo intervenuti con militari di leva, che volontariamente chiedevano di prendervi parte. Successivamente, in Somalia, Mozambico e Kurdistan, abbiamo fatto fronte sempre con militari di leva, ma da un po' di tempo a questa parte, vedasi l'operazione Alba, i responsabili politici si sono impegnati a non inviare soldati di leva in scenari operativi al di fuori del paese, limitando il loro contributo alla difesa nazionale e al supporto della sicurezza interna dei cittadini.
Sorge così un ulteriore motivo per realizzare Forze armate di professionisti i quali, a tutt'oggi, raggiungono purtroppo solo il numero totale di 30 mila uomini e l'esercito, in particolare, con tutti gli impegni all'estero, si trova nell'impossibilità materiale di poterli fronteggiare, a meno di non onorare gli impegni che la politica estera di questo Governo assume con troppa leggerezza sulla pelle dei nostri soldati e con l'acquiescenza di stati maggiori preoccupati solo di dire signorsì.
Per quanto riguarda il disegno di legge del Governo, il ministro Scognamiglio, il secondo nel giro di due anni (ed ora siamo già al terzo ministro), si presentò nel febbraio del 1999 in Commissione difesa ed annunciò per grandi linee il suo progetto: le Forze armate saranno formate da professionisti nella misura di 22 mila ufficiali, 70 mila sottufficiali e 120 mila militari di truppa. Le nuove Forze armate saranno formate da professionisti: tempi previsti cinque anni; costi: 350 miliardi per l'avvio del programma.
La notizia fece naturalmente scalpore anche perché fu propalata e diffusa attraverso comunicati stampa e riprese televisive come è solita comportarsi la sinistra da quando è al Governo con un politica fatta di slogan, titoli e promesse cui non corrispondono né contenuti né fatti concreti.
Infatti, il primo intoppo glielo procurai io, facendo notare al ministro che ogni volontario costava dai 30 ai 35 milioni all'anno per cui il suo progetto, una volta a regime, avrebbe richiesto un bilancio di 3.600 miliardi di lire e con i suoi 350 miliardi iniziali avrebbe pagato solo 35 mila volontari per un anno, a fronte dei 120 mila che voleva reclutare.
Naturalmente, il ministro Scognamiglio, dall'alto della sua cattedra di professore di economia della LUISS, mi dette dell'ignorante spiegandomi - bontà sua! - che i nuovi principi di econometria non prevedevano più il calcolo dei preventivi a
A giugno, però, il suo disegno di legge fu bocciato in Consiglio dei ministri dal ministro del tesoro Giuliano Amato. In pratica, i conti non tornavano e le teorie del ministro professore non convincevano il Governo. Peraltro, D'Alema garantì che la legge sarebbe stata approvata alla ripresa dei lavori, dopo le ferie estive, a patto che fosse apportato qualche ritocco sull'entità delle forze. Così, a settembre, il Governo D'Alema partorisce il nuovo disegno di legge Scognamiglio ridotto a 180 mila uomini (20 mila ufficiali, 70 mila sottufficiali e 90 mila uomini di truppa), tutti volontari. In pratica, ad un soldato corrisponde un ufficiale o un sottufficiale, strana proporzione che configura una struttura non più piramidale, ma cilindrica, per non dire quasi filiforme. Ma la confusione di idee della sinistra sull'argomento non è ancora giunta al massimo. Infatti, permane in questo disegno di legge predisposto nel mese di settembre l'idea di un iter sperimentale di 3 anni nel complesso dei 5 previsti per portare a termine la riforma. La riforma della leva è quindi considerata come un palazzo: cominciamo a costruirlo e quando saremo al terzo piano decideremo con una nuova legge se proseguire con le stesse modalità, altrimenti cambieremo. In pratica, se fosse un palazzo e se fossimo convinti di non poter proseguire si potrebbe mettere il tetto e il palazzo sarebbe comunque abitabile sia pure per meno persone. Ma una struttura difensiva che vuol passare dal servizio di leva a quello militare professionista, se dopo 3 anni deve cambiare strada, praticamente fallisce il suo obiettivo e ci lascia in mezzo al guado con un esercito a struttura mista: metà leva e metà professionisti.
Tutto ciò che vi racconto ha naturalmente costituito oggetto di accese discussioni in Commissione difesa e il centrodestra, pur condividendo il principio fondamentale dell'esercito di professionisti, si è opposto fermamente alle modalità previste dalla maggioranza per raggiungere lo scopo. In particolare, ci siamo opposti per la mancanza di fondi; per l'eccesso di quadri rispetto alla truppa; per l'iter sperimentale della legge; per la mancanza di omogeneità tra i diversi tipi di volontari (ferma breve, 3 anni, ferma quinquennale e in servizio permanente). Si giunge così al rimpasto del Governo D'Alema e al posto del ministro Scognamiglio ci troviamo il ministro Mattarella. Il 7 febbraio, a seguito della riunione del Consiglio dei ministri, ci arrivano 18 pagine di emendamenti del Governo: il Governo quindi cambia strada almeno su un punto e abolisce l'iter sperimentale, non più 3 anni di prova, ma decisione netta di passaggio all'esercito di professionisti da realizzare in 7 anni e non più in 5 (tre più due). Per noi dell'opposizione è stata una prima vittoria, ma restano gli altri punti negativi. Vediamo nel particolare che cosa prevede quest'ultima edizione riveduta e corretta del provvedimento.
Innanzitutto, si gioca su un grosso equivoco. Si afferma cioè che il Governo è delegato a emanare, entro un anno dall'entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo per disciplinare la graduale sostituzione entro sette anni dei militari di leva con i volontari di truppa. Quindi, siamo nel 2000, entro un anno, nel 2001, avremo il decreto legislativo, entro sette anni, nel 2008, il passaggio all'esercito professionale. Al comma successivo, però, si afferma che l'obiettivo potrà essere raggiunto ricorrendo al servizio di leva con i nati entro il 1985: quindi, l'ultima classe che farà il servizio obbligatorio sarà quello del 1985. Siccome, però, il giovane di leva parte a diciannove anni, ecco che sommando il 1985 ai diciannove anni si arriva al 2004: dunque, dal 2004 al 2008, limite in cui è prevista l'attuazione del cambiamento, vi sono quattro anni di vuoto e, per colmare questi anni di vuoto, bisognerà chiamare ancora soldati di leva delle classi del 1986, 1987, 1988 e forse anche del 1989.
Allora, all'equivoco citato, si deve aggiungere la mancanza totale di un indirizzo sulla fase transitoria: avremo, quindi, il solito problema dei figli di
Questo modo di legiferare non è accettabile, non si può rinviare a decreti delegati argomenti così importanti; è necessario, anzi indispensabile, che in questa legge detti criteri siano enunciati, allo stesso modo come la Costituzione, legge primaria dello Stato, fissa i principi ai quali si debbono ispirare tutte le leggi dello Stato, anche perché, quando arriveremo agli ultimi anni di quel periodo di transizione fissato nella durata di sette anni, il numero dei soldati di leva sarà sempre più limitato, in quanto ogni anno entrerà un numero di volontari che riempirà man mano i due palazzi di quella immensa caserma. Vi sarà allora il rischio, come si sta verificando in Francia, che non si presenterà nessuno alla chiamata alle armi per la leva obbligatoria ed il rischio, addirittura grottesco e kafkiano, è che i tribunali militari non potranno accusarli del reato di renitenza alla leva, perché la legge, come emerge dall'articolato, prevede che la coscrizione obbligatoria sia sospesa. Manca il reato, non si possono accusare i renitenti alla leva!
Sarebbe stato sufficiente inserire un paio di parametri connessi con l'indice psicofisico del giovane e con l'aumento della retribuzione per le ultime classi chiamate alle armi e già si sarebbe potuto sgombrare il campo da ipotesi, o illazioni, sul modo di gestire la transizione, la quale può diventare fonte di favoritismi, ingiustizie, intrallazzi e traffici vari, già verificatisi con gli ultimi esoneri dall'attuale servizio di leva.
E veniamo al «fritto misto» dei volontari: questo è un altro aspetto negativo, derivante dai vari tipi di volontari che sono e saranno arruolati nell'esercito professionale. Inizialmente, avevamo il volontario a ferma prolungata, figura introdotta con la legge di riforma della leva voluta da Spadolini nel 1986: fu una prima vittoria sui comunisti, che temevano l'esercito dei volontari come un esercito di golpisti. Era una balla enorme perché le Forze armate sono perfettamente democratiche!
Le sinistre, comunque, imposero molti paletti, fissando il numero di questi volontari al 19 per cento del totale degli arruolati e stabilendo due misure di durata: ferma biennale e ferma triennale. Tuttavia, per diventare sergenti in servizio permanente, bisognava superare un concorso difficilissimo, dopo tre anni e sei mesi di servizio. Risultato: a ventuno, o ventitré anni, si veniva buttati in mezzo alla strada, per cui il numero dei volontari a ferma prolungata era bassissimo e non si riusciva mai a raggiungere la percentuale prevista dalla legge istitutiva.
Solo nel 1992, sei anni dopo, si riuscì a varare una successiva legge, che introduceva la ferma quinquennale, per cui il volontario veniva utilizzato ancora per due anni; ma i risultati non cambiarono, perché questi giovani, per la maggior parte, finivano sul lastrico a venticinque anni invece che a ventitré anni. Anche la riserva del 25 per cento dei posti nei bandi di arruolamento dei carabinieri non funzionava, perché l'Arma voleva prenderli «vergini» e non «viziati», come affermavano loro, da tre o cinque anni di vita militare. Si tratta di un comportamento molto discutibile, perché l'Arma, in questo modo, rinunciava ad un'esperienza militare di non poco conto. La situazione, quindi, era stagnante fino al 1995, quando, con la legge sul riordino delle carriere dei sottufficiali, lo status dei volontari viene rivisto e, con un abile gioco di sigle, scompaiono i VFP (volontari
Capite bene con quali motivazioni questo giovane rimane con lo stesso grado da 36 a 56 anni. Allora, da questo nuovo iter di carriera ricaviamo le seguenti considerazioni: non si può fare il volontario a cinque anni (VSP) se prima non si fa il volontario per tre anni più un ulteriore anno; nel passaggio da volontario a ferma breve a volontario in servizio permanente si perdono 7 mila unità; a 21-22 anni sbattiamo in mezzo alla strada 7 mila giovani per cui il volontariato militare non è altro che un precariato! Resta un sogno l'incremento del numero dei volontari perché ogni anno se ne congedano 7 mila e, se va bene, ne entrano 7 mila; nelle caserme teniamo insieme volontari a ferma breve di tre anni, volontari in servizio permanente e soldati di leva, con le conseguenze negative che potete bene immaginare. Alla fine il soldato di leva, farà solamente la ramazza oppure il cuciniere. Inoltre, l'esercito, vale a dire la forza armata di terra, non riesce mai a superare la soglia dei 27 mila volontari, per cui per le missioni all'estero ne abbiamo 9 mila operativi, 9 mila in turni di riposo e 9 mila in fase di addestramento. Pertanto, se aumentano gli impegni della politica estera, non sappiamo come fronteggiarli. Praticamente, siamo alla bancarotta, anche fraudolenta perché non riusciamo ad onorare gli impegni presi dal ministro degli esteri senza il consenso del ministro della difesa. Ma il Presidente del Consiglio, che sta sopra di loro, deve sapere queste cose.
Si giunge così, dopo questa storia travagliata all'attuale disegno di legge nel quale il gioco delle sigle diventa addirittura parossistico. Il volontario a ferma prolungata del 1986 scompare nel 1995 e viene sostituito dal volontario a ferma breve (3 anni) e dal volontario in servizio permanente, che arriva fino a 56 anni. Ma nel 2000, con questo provvedimento, torniamo al VFP, dove la P non significa più «prolungato», ma «prefissato». Si tratta di un vero e proprio gioco dei bussolotti che altro non è che lo specchietto per le allodole perché il VFP è il volontario per un anno, colui che mette la firma per due mesi in più rispetto al servizio di leva e percepisce da 700 mila a 1 milione 200 mila lire al mese, a fronte delle 150 mila lire al mese del militare di leva. Il volontario di un anno, inoltre, può essere impiegato nelle missioni all'estero con soli due mesi di addestramento in più rispetto al soldato di leva. Inoltre, gli diamo la possibilità di concorrere alla rafferma di cinque anni, ma se è ammesso alla stessa, ricomincia l'addestramento da capo, come se non avesse fatto il servizio di un anno; poi gli promettiamo altre due rafferme biennali. Quindi, se a questo giovane va tutto bene, dà 10 anni della sua vita allo Stato ma non è ancora «stabilizzato» perché, per passare volontario in servizio permanente (VSP), fino a 56 anni deve partecipare ad un concorso e, se non lo vince, finisce sul lastrico a 28 anni. Né questo provvedimento prevede il passaggio automatico nelle forze di polizia, le quali ne accettano soltanto il 60 per cento - mi
Quali rimedi allora? Innanzi tutto, è necessario garantire - non agevolare - ai giovani che optano per il servizio militare un posto sicuro, come premio dopo dieci anni di vita militare, oppure la permanenza sicura nella carriera di sottufficiale: abbiamo l'esempio dei carabinieri e della territoriale, che rimangono fino ad oltre cinquant'anni nel grado di brigadiere.
In secondo luogo, occorre evitare ad ogni costo la commistione tra volontari di vario tipo nei reparti e, soprattutto, tra militari volontari e militari in servizio di leva. In linea generale, occorre rivedere la suddivisione tra ufficiali, sottufficiali e truppa - 20 mila ufficiali, 70 mila sottufficiali e 90 mila militari di truppa - per ridurre i primi, garantiti in modo corporativistico, e per aumentare, invece, i militari di truppa. Sappiate che il ministro Mattarella ha ammesso candidamente che la riduzione dei quadri, cioè degli ufficiali e dei sottufficiali, potrà essere attuata solamente entro il 2020, cioè al collocamento a riposo dei quadri esuberanti. Immaginate: vogliamo costruire un esercito di giovani volontari professionisti e, quindi, armati fino ai denti e ben decisi, ma manteniamo una cupola di quadri, ufficiali e sottufficiali, che sarà formata da gente vecchissima che rimarrà fino ai limiti di età, cioè fino a 61 anni, quando va bene, perché oggi un sottotenente, un tenente o un capitano, che, per limiti di età, andava a casa a 48 anni, rimane fino a 61 anni.
Infine - e sarebbe forse la soluzione ottimale per garantire l'afflusso di quegli 11 mila volontari all'anno, che è il presupposto di questa legge -, è necessario considerare le esigenze del personale delle Forze armate e delle forze di polizia ad ordinamento militare e civile come un tutto unico. Sarebbe, quindi, lo Stato ad essere coinvolto - e non più solo il Ministero della difesa - e che dovrebbe considerare tutti insieme sia i militari, sia le forze di polizia ad ordinamento militare, sia le forze di polizia o altri corpi ad ordinamento civile.
Si tratta di un tutt'unico che ammonta a ben 500 mila uomini, che, prima di entrare in una forza armata o in un corpo di polizia, dovrebbero prestare servizio come volontari per tre o cinque anni e la cui selezione dovrebbe effettuata prima ancora della loro partenza, avendo già scelto il corpo in cui prestare servizio. Quindi, i carabinieri, la polizia e la Guardia di finanza selezionerebbero i loro uomini, ma prima questi ultimi dovrebbero prestare servizio per tre o cinque anni nelle Forze armate. In tal modo si potrebbe garantire l'occupazione di quegli 11 mila uomini, in parte nelle tre Forze armate, che ne possono assorbire in servizio permanente 4 mila e 500, mentre i restanti 6 mila e 500 uomini potrebbero essere assorbiti dai carabinieri, dalla Polizia di Stato, dalla Guardia di finanza, dalle guardie carcerarie e dall'amministrazione dello Stato, compresi i vigili urbani.
Si pensi che per il 2002 lo stato maggiore dell'esercito prevede che 9 mila volontari saranno in uscita senza alcuno sbocco occupazionale; 9 mila disoccupati che hanno vissuto per tre o cinque anni, disponendo di un milione e 200 mila lire in tasca, come argent de poche, perché sono «mangiati, vestiti, stirati e alloggiati», come diciamo noi, e di colpo si trovano in mezzo alla strada.
In conclusione: «sì» senz'altro al passaggio alle forze armate professionali, ma garantendo lo sbocco occupazionale ai volontari dopo il periodo di servizio iniziale di tre o cinque anni, riducendo i quadri con leggi promozionali per favorire l'esodo e, soprattutto, assegnando fondi adeguati per questa riforma (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
La prospettiva dell'abolizione della leva e del passaggio a Forze armate professionali e volontarie segna indubbiamente un tornante di grande rilievo, sia nella storia delle Forze armate, sia nella vita delle famiglie italiane.
Indubbiamente l'iter di questa riforma si svolge in un contesto che, con un anglismo, si definisce bipartisan, cioè con una forte convergenza delle più importanti forze della maggioranza e dell'opposizione, ma vorrei ricordare, parlando a nome del gruppo dei Democratici di sinistra, che in questa legislatura è stata prestata una particolare attenzione ai temi delle Forze armate e sono stati sciolti nodi che sembravano irrisolvibili da molti anni. Vorrei ricordare che abbiamo cominciato la legislatura con l'approvazione della legge sui vertici militari, che giaceva ferma sin dai tempi di Spadolini, ovvero, da più di dieci anni; abbiamo potuto, invece, approvarla, il che, per chi non è addetto ai lavori, significa avere Forze armate modernamente organizzate secondo principi di integrazione interforze, come avviene in altri paesi europei e nei paesi più avanzati del mondo; ciò consente di tagliare duplicazioni, evitare sprechi e di riorganizzare le Forze armate secondo una filosofia di intervento che fu sperimentata, per la prima volta, nell'azione per il salvataggio di civili in Albania, a pochi mesi dall'approvazione delle legge stessa.
In questa legislatura abbiamo poi approvato una legge, vista inizialmente con una certa incredulità o quasi con scetticismo: mi riferisco alla legge che permette l'ingresso delle donne nelle Forze armate. I dati che ci arrivano sulla partecipazione delle ragazze ai concorsi delle accademie per ufficiali ci dicono che non si tratta di una legge fatta per poche eccezioni, ma rispondendo ad un bisogno vero e ad una spinta effettiva. In tal senso ci siamo adeguati a tutti gli altri paesi della Nato e alla maggioranza degli altri paesi del mondo mediterraneo. Anche su questo versante l'attuale legislatura ha concluso; le altre legislature non erano riuscite a portare avanti un'azione concludente.
Possiamo parlare di altri provvedimenti quali, ad esempio, la legge sull'Arma dei carabinieri ed i decreti legislativi di attuazione della legge sui vertici militari. Questa XIII legislatura, dunque, ha dato un'impronta di rinnovamento e di intervento nei confronti delle Forze armate che, credo, non teme uguali nelle altre legislature della storia della nostra Repubblica.
Veniamo al provvedimento in esame; molti colleghi hanno illustrato i motivi per cui si passa da un sistema basato sulla coscrizione obbligatoria ad un sistema di Forze armate professionali e volontarie, in un arco temporale di sette anni. Tali motivi sono stati messi bene in evidenza. Da un lato, vi sono motivi di carattere militare, nettamente preminenti nella nostra discussione. Mi riferisco alla necessità, non tanto di avere (come una volta) tanti fantaccini intenti a difendere il territorio nazionale da eventuali invasioni terrestri, quanto di costituire Forze armate di professionisti esperti e preparati per partecipare alle missioni militari di pace all'estero e per potersi proiettare sullo scenario internazionale. Dall'altro lato, vi è l'aspetto sociale: diciamolo francamente, o la leva è universale e coinvolge l'insieme dei giovani del nostro paese o diventa iniqua. Negli ultimi tempi, di fatto, è avvenuto così. Tutte le indagini sociologiche ci hanno dimostrato che progressivamente il contributo delle classi dirigenti o delle aree più progredite del paese dal punto di vista economico (penso al centro-nord) sta diminuendo e che la leva sta diventando un elemento esclusivo delle regioni del centro-sud, in cui vi sono problemi di carattere occupazionale. È chiaro, dunque, che, di fronte ad un'evoluzione del genere, ci si sia interrogati sull'affievolirsi dei valori della leva. È bene ricordarli. La leva ha dato un
È emerso, invece, un motivo di tipo più moderno: mi riferisco ad un fatto politico di grande rilevanza. L'Europa, che ha realizzato un'unione economica e vuole costruire anche un'unione politica, si sta dotando di suoi strumenti di cooperazione, di politica estera e di sicurezza (che, con una sigla, viene chiamata PESC) e di cui è responsabile Javier Solana, il quale viene chiamato, appunto, il signor PESC. Nel Consiglio europeo di Helsinki, proprio alla fine dell'anno scorso, si è deciso di costituire entro il 2003 una forza europea d'intervento rapido, di cui oggi l'Europa non dispone, dandosi l'obiettivo di disporre di 50-60 mila uomini mobilitabili in sessanta giorni e capaci di reggere per almeno un anno, per adempiere ai compiti che nel gergo militare si chiamano di Petersberg, cioè a dire per determinate missioni di carattere umanitario e di pace. Ebbene, poiché tale decisione riguarda un anno, questi 50-60 mila uomini vanno moltiplicati per tre, quindi si raggiungono i 150-180 mila. Non è ancora chiaro quale sarà il contributo dell'Italia, il Governo ce lo comunicherà quando saranno stati effettuati calcoli più approfonditi, però è abbastanza legittimo pensare a circa 6-8 mila uomini, da moltiplicare ovviamente per tre, raggiungendo quindi i 18-24 mila uomini.
Diciamolo francamente, nelle condizioni attuali l'Italia potrebbe sostenere una tantum un simile sforzo, ma non sarebbe in grado di mantenere un impegno di carattere continuativo. Ecco, quindi, che, se vogliamo dare concretezza all'intenzione, politicamente molto rilevante, di dare all'Unione europea la capacità di avere uno strumento di cooperazione nel campo della difesa, il tema della professionalizzazione delle Forze armate è di grande attualità e di grande urgenza.
Vorrei rivendicare a questo proposito l'impegno profuso dalla Commissione difesa, perché, diciamo la verità, sono molto contento di rilevare che oggi, al di là di dissensi tecnici che spero potranno essere superati nell'attuazione concreta del provvedimento, vi è oggettivamente una forte convergenza su questo tema - abbiamo sentito l'onorevole Paissan preannunciare il voto favorevole degli stessi Verdi -, ma quando in questa legislatura abbiamo cominciato ad occuparci della questione, non dico che sembravamo dei visionari, ma non eravamo, diciamo così, molto supportati. L'azione della Commissione difesa credo sia stata utile, perché si è cominciato dall'einaudiano «conoscere per deliberare», infatti, si è svolta un'indagine conoscitiva a largo spettro, a livello sia nazionale sia internazionale, in cui naturalmente ci siamo molto interessati all'esempio francese, per la vicinanza anche culturale con quel paese. Questa indagine, deliberata il 1o agosto 1996 e conclusa il 19 novembre 1997, ha operato positivamente in favore dell'affermarsi della convinzione di passare ad un sistema di Forze armate professionali e volontarie.
Il gruppo dei Democratici di sinistra, dopo la conclusione dell'indagine, presentò un progetto di legge in questo senso - l'atto Camera 5218 - che, da un lato, prevedeva norme per l'istituzione del servizio militare professionale e volontario e, dall'altro, disciplinava l'istituzione del servizio civile volontario. Anche in questo caso, infatti, credo che non dobbiamo buttare via il bambino con l'acqua sporca: naturalmente, a volte viene operata una scelta tra servizio militare e servizio civile da parte di chi si dichiara, per così dire, tecnicamente obiettore, ma spesso vi è
Nel Governo, invece, è prevalsa un'altra impostazione: presentare alla Camera un disegno di legge per l'istituzione di Forze armate volontarie professionali e presentare al Senato un disegno di legge per l'istituzione del servizio civile nazionale, aperto anche alle ragazze. È chiaro, infatti, che, nel momento in cui oggi le ragazze possono essere ammesse nelle Forze armate, diventa del tutto incongruo non ammetterle anche a svolgere un servizio di carattere civile. Mi auguro che questo disegno di legge (l'atto Senato 4408, del 18 gennaio 2000) venga approvato tempestivamente e comunque che intanto ne inizi la discussione.
Da questo punto di vista voglio dire al mondo degli obiettori, al mondo delle associazioni di volontariato ed agli enti locali che usufruiscono del servizio civile che noi siamo estremamente convinti di condurre in porto in tempi ristretti la riforma della leva, con l'istituzione di Forze armate professionali e volontarie. Credo che l'ampia convergenza che si è formata su questo tema tra le principali forze della maggioranza e le principali forze dell'opposizione ci aiuterà a chiudere questa vicenda positivamente e in tempi brevi. Da questo punto di vista chi ha a cuore il mantenimento, attraverso una forma volontaria, del servizio civile, dovrebbe attivarsi affinché la discussione al Senato si svolga in tempi brevi e anche questo strumento legislativo venga predisposto al più presto. È bene sottolinearlo, perché noi Democratici di sinistra riteniamo che questo impegno dei giovani non debba essere disperso, ma addirittura allargato anche alle ragazze per farne uno strumento positivo sia all'interno del nostro paese sia in campo internazionale (pensiamo ai peace corps di kennedyana memoria). Del resto, gli Stati Uniti hanno un servizio civile volontario: anche il loro, quindi, potrebbe essere un esempio da studiare.
Detto questo, siamo fermamente convinti che l'operazione «professionalizzazione e volontari» abbia un problema nel reclutamento dei volontari, che ha dimostrato, in questi anni, lacune, difficoltà e problemi. A questo punto si tratta di affrontare, in termini diversi dal passato, lo sbocco occupazionale successivo di chi presta servizio militare per periodi prefissati, vale a dire per chi si impegna per un determinato numero di anni e non è in servizio permanente effettivo (come del resto fa il testo approvato dalla Commissione).
Il disegno di legge al nostro esame apre nuove possibilità di ingresso nel pubblico, vale a dire nelle forze dell'ordine o nei vigili del fuoco, ma si sforza altresì di dare un altro spunto che non possiamo non sottolineare. Non possiamo oggettivamente pensare che la soluzione sia solo nel pubblico. Guardiamoci intorno: in altre nazioni che hanno un servizio militare professionale - penso agli Stati Uniti o alla Gran Bretagna - il successo è assicurato dal fatto che il mondo produttivo privato guarda con interesse ai prodotti delle Forze armate. Ciò in Italia non è avvenuto, perché, evidentemente, c'erano carenze di formazione professionale, di dotazione di strumenti culturali, delle lingue e - oggi è sicuramente importante - dell'informatica. Questo aspetto viene affrontato dal disegno di legge in questione anche con l'istituzione di un organismo apposito, come del resto ha fatto la Spagna, che si è dotata di un'agenzia. Dobbiamo, quindi, puntare sia sul pubblico, sia sul privato, ma il punto focale per il successo dell'operazione è rappresentato certamente da questo.
In questo senso ci siamo permessi di scrivere al ministro, che ha aderito, chiedendo di anticipare alla fine di quest'anno la creazione di un primo e limitato contingente di ragazze volontarie di truppa, perché, visto il successo del reclutamento delle allieve ufficiali, ci è sembrato inutile attendere troppo tempo per dare la possibilità alle ragazze di far parte di un primo contingente di volontari.
Si è già fissato un punto fermo consistente nel determinare un periodo di leva di dodici mesi volontario, ma con il vantaggio che può essere svolto nel corpo e nella località scelta dal volontario stesso. In altre parole non viene data una disponibilità generica per dodici mesi, ma si dà una disponibilità sulla base di una vocazione personale. Suggerirei al Governo, per la sua attuazione, di guardare all'esperienza inglese del territorial Army, che consiste nell'avere Forze armate professionali piccole e ben addestrate, ma nell'avere altresì la possibilità di attingere ad un bacino più ampio di cittadini che possono essere richiamati, anche in casi di calamità naturali e di protezione civile, e che si addestrano un certo numero di giorni ogni anno. Ritengo, pertanto, che dobbiamo guardare con attenzione a questo tipo di esperienza dati i problemi posti dal gruppo degli alpini.
Alcuni colleghi si sono soffermati su un punto cruciale: cosa avviene nel periodo transitorio?
Come si scelgono coloro che faranno comunque la leva e che decresceranno anno dopo anno, nel senso che il numero dei coscritti diminuirà ogni anno? Quali vantaggi comparativi potranno essere loro attribuiti in maniera tale che l'operazione non sembri iniqua? Credo che in questa direzione si possano indirizzare la futura attività di decretazione legislativa del Governo, ordini del giorno ed altri appositi atti di indirizzo.
Penso che l'esperienza più vicina a noi e interessante in questa direzione sia quella francese. In quel paese, infatti, vengono seguiti criteri particolari, oggettivi, abbastanza fondati per la scelta di coloro che effettueranno il servizio militare e per stabilire coloro che ne saranno esenti; vi sono in ogni caso dei contrappesi positivi per coloro che sono comunque chiamati a espletare il servizio militare. In tale direzione credo che sia possibile compiere un utile confronto.
Naturalmente, il fatto di passare a forze armate professionali e volontarie rende forse più pregnante un problema che è comunque valido ed esistente. Mi riferisco al problema delle condizioni di vita e di lavoro dei militari, condizioni sulle quali oggettivamente si sono registrate, in passato, dei forti ritardi, nel senso che non si è presa sufficientemente in considerazione la peculiarità del servizio militare, e in particolare la peculiarità del numero frequente di trasferimenti e di cambiamenti di località cui sono oggetto gli stessi militari.
A tale problema sono correlati quelli relativi all'alloggio, alle sorti delle mogli e delle famiglie, alla situazione economica degli stessi militari. A tale riguardo desidero sollecitare il Governo a muoversi in questa direzione e a presentare un progetto-alloggio, un progetto-mobilità. Mi consta che in tale senso alcuni provvedimenti sono già allo studio, ma è chiaro che ciò che poteva essere sopportato per pochi mesi da un coscritto, ossia una caserma un po' «sportiva», certamente non può esserlo da chi dà tre, quattro o cinque anni della sua vita e che vuole giustamente farlo in condizioni decorose e decenti di vita personale.
Come si vede, una riforma di questo genere comporta un ripensamento profondo. È chiaro che se noi (chi vi parla e il nostro gruppo) ritenessimo che la leva fosse necessaria, non esiteremmo a difenderla. Ma ci siamo detti: se non è più militarmente necessaria, perché imporre questa «tassa» ai giovani italiani? Da questo punto di vista gli aspetti occupazionali (vorrei da ultimo soffermarmi su questo aspetto) sono di grande rilievo, perché il disegno di legge prefigura nel primo triennio, rispetto ai volontari che già oggi vengono reclutati, una possibilità
Inoltre, viene a cessare quella specie di cuneo che si poneva tra la fine dello studio o dell'affermazione professionale, e l'ingresso sul mercato del lavoro, che è ancora derivante, anche se non lo sarà più, dal servizio militare obbligatorio o anche dallo stesso servizio civile alternativo. Quanti giovani hanno perso, per così dire, un buon treno, cioè un'occasione importante e positiva sul mercato del lavoro per quei 10-12 mesi ed anche per quel periodo di attesa e di incertezza in ordine alla propria assegnazione e destinazione? Credo che si verrà loro incontro.
Chi più di noi è veramente ansioso di farla finita con questa «giungla» di esenzioni, avvicinamenti, tipologie varie e assortite (a cui peraltro si è cercato di mettere un po' d'ordine), di esoneri, di situazioni in qualche modo privilegiate, che fanno parte, diciamo così, di una vicenda di costume italiano che quanto prima verrà a cessare e tanto meglio sarà?
Termino il mio intervento dicendo che una società come quella italiana può permettersi di fare una riforma di questo genere perché è più matura civilmente e democraticamente. Lo può fare perché dopo le missioni militari di pace ha anche un altro concetto delle nostre Forze armate: si è compreso che, se si vuole avere una voce nella politica estera di cooperazione, di pace e di sicurezza a livello europeo e a livello mondiale, bisogna avere anche la capacità di poter partecipare a queste missioni quando la comunità internazionale ce lo richiede.
Anche questo è un grande segno di maturazione e di crescita del popolo italiano, delle nostre istituzioni e della nostra democrazia. Consapevole di partecipare in qualche modo ad un avvenimento di carattere storico, a nome del gruppo dei Democratici di sinistra, rinnovo l'impegno per un'approvazione sollecita del provvedimento; nell'altra mia veste di presidente della Commissione difesa, vorrei ringraziare tutte le forze politiche per il clima costruttivo, per il dialogo intenso ed importante con i quali il Governo - qui rappresentato dall'onorevole ed amico Gianni Rivera - ci ha seguito con molto interesse e con molta efficienza in questi anni. Tale clima ci consente oggi di poter dire che il Parlamento italiano è in grado di varare una riforma di grande significato e di grandi conseguenze che lascerà un'orma profonda nella storia del nostro paese.


