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PRESIDENTE. Prendo atto che i relatori Di Rosa e Niedda rinunciano alla replica.
GIORGIO MACCIOTTA, Sottosegretario di Stato per il tesoro, il bilancio e la programmazione economica. Signor Presidente, riprenderò alcuni elementi che ho già avuto modo di ricordare in Commissione, poi, se lei consente, alcuni dei dati che citerò li fornirò assieme ad alcune tabelle da allegare al mio intervento.
con ogni probabilità, noi chiuderemo con un disavanzo inferiore ai 50 mila miliardi.
4,66 per cento del PIL al 3,51 per cento del PIL; era dello 0,36 per cento superiore alla media dei paesi europei nel 1995 ed era dello 0,09 per cento inferiore, sempre in rapporto al PIL, alla media dei paesi europei nel 1997. Raggiunto quell'obiettivo la spesa per investimenti ha ricominciato a crescere ed è prevedibile che crescerà ancora nel corso del 1999. Allo stesso modo è iniziata la riduzione della pressione fiscale, senza annunci miracolistici, senza promesse non mantenibili, se non a prezzo del dissesto della finanza pubblica, ma è difficile contestare il fatto che nel 1997, nel pieno dell'aumento della pressione fiscale, l'Italia avesse una pressione pari a 48,51 di punti di PIL, contro una media europea di 49,70. L'anno successivo, nel 1998, la pressione fiscale italiana - abbiamo ormai i dati del rendiconto che ci sono certificati dalla Banca centrale europea e dalle istituzioni statistiche europee - era calata al 47,03 per cento contro il 49,10 della media europea.
una misura pari al triplo del PIL ed è per tale motivo che si passa dai 20 mila 700 miliardi previsti nei documenti iniziali del Governo agli oltre 22 mila che si possono ottenere proiettando i dati di agosto.
Unione europea. È evidente che il debito di cui dobbiamo far conto non è quello verso la Banca d'Italia che è in attivo, e che ci comporta qualche vantaggio in termini di interessi, bensì quello che abbiamo verso il mercato interno ed internazionale. Quel debito non è pari al 118,7 ma al 116,4 per cento del prodotto interno lordo a fine 1998. Nel 1999 in questa versione del debito, tenendo conto dei risultati delle privatizzazioni, è prevedibile che arriveremo al di sotto del 113 per cento, che è il valore attualmente definito.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente.
Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo.
Vorrei partire da una considerazione che francamente trovo incomprensibile. In qualche modo, si tratta di elementi che l'onorevole Proietti ha ripreso nel suo intervento.
Intervenendo in Commissione, ho dato atto che il processo di risanamento straordinario della finanza pubblica italiana non è merito solo del Governo. Certo, il Governo ha indicato una strada, se ne assume consapevolmente le responsabilità e, se è consentito, visti i risultati, anche il merito, ma non ha mai nascosto che questo processo di risanamento è stato reso possibile da un contributo corale del paese, in primo luogo, e, in rappresentanza del paese, delle istituzioni nazionali.
Il Governo ha ricordato altresì che molte di queste istituzioni che hanno contribuito al miglioramento delle performance nazionali di utilizzazione dei fondi europei sono state giunte regionali che avevano una composizione diversa da quella del Governo: non si tratta di un dato marginale.
Dopo i primi due anni e mezzo di attuazione del quadro comunitario di sostegno 1994-1999, l'Italia (al giugno del 1996) aveva utilizzato quelle risorse in una misura di poco inferiore all'8 per cento. Nel 1998, dopo due anni e mezzo di attività del Governo, quella percentuale di utilizzazione era salita al 55 per cento. A questo risultato avevano contribuito - lo ripeto - tante giunte regionali con una maggioranza politica diversa da quella che sostiene il Governo.
Se vogliamo sintetizzare questo processo in un solo indicatore aggregato, possiamo sintetizzarlo (e questa è la prima tabella che vorrei allegare al mio intervento) nella previsione di disavanzo 1999, che è la prima previsione formulata dal Governo Prodi al momento del suo insediamento, quando presentò il primo documento di programmazione economico-finanziaria relativo all'arco di tempo 1997-1999. Nel giugno 1996, il disavanzo previsto per il 1999 era di 115.800 miliardi. Quella previsione fu mutata in peggio nel settembre 1996 in occasione della relazione previsionale e programmatica in 120.800 miliardi. Fu ulteriormente mutata, ma questa volta in meglio, nel maggio 1997, in 98 mila miliardi; ancora in meglio, nel maggio 1998, in 67.710 miliardi. Oggi, abbiamo un preconsuntivo previsto di 53.800 miliardi, ma, come ho avuto modo di dire in Commissione, è del tutto prevedibile che, alla fine dell'anno, il preconsuntivo si rivelerà pessimista perché,
Dunque, per quale motivo non dovremmo riconoscerci reciprocamente questo straordinario risultato? Si badi bene che questo risultato non è neutrale rispetto agli andamenti dell'economia perché questo risultato di risanamento dei conti pubblici, incorporato in qualche modo, progressivamente, come consapevolezza, da parte di tanti operatori sul mercato, ha consentito altri risultati non meno importanti: il calo dell'inflazione; la proiezione verso l'esterno (se è vero, come è vero che l'Italia garantisce da sola quasi il 50 per cento delle esportazioni dell'intera Unione europea fuori dall'area dell'Unione europea) ha consentito a tanti operatori di fare previsioni di mercato con una prospettiva che, in altro tempo, solo i grandi operatori erano in condizione di fare.
Questo dato comincia a riflettersi sull'occupazione. Certo, in particolare su questo tema, non voglio fare trionfalismi: nessuno più di me è consapevole che se, anziché concentrarsi, come si fa talvolta con, vorrei dire, ottimismo inconsapevole, sui dati della disoccupazione, rispetto ai quali l'Italia ha risultati non molto dissimili da quelli europei, ci si concentrasse sui dati dell'occupazione, si riscontrerebbe che, su questo terreno, siamo largamente al di sotto della media europea. L'Italia, infatti, ha un indice di disoccupazione superiore di soli due punti rispetto alla media dei paesi europei, mentre ha un indice di occupazione di circa dieci punti inferiore rispetto a quello dei paesi europei. Per intenderci, dovremmo creare un milione di posti di lavoro per raggiungere l'indice di disoccupazione degli altri paesi europei, mentre dovemmo creare dai 3 ai 4 milioni di posti di lavoro per raggiungere il loro indice di occupazione: è il dato che mi sembra più significativo!
Non voglio nascondermi, quindi, dietro un dito e ho piena consapevolezza del cammino da fare, ma anche su questo terreno non si può sfuggire ai dati: nel luglio 1997, gli occupati erano 20 milioni 308 mila; nel luglio 1998, erano 20 milioni 425 mila; nel luglio 1999, erano 20 milioni 893 mila, quindi 585 mila in più rispetto all'inizio del periodo di inversione della tendenza al declino dell'occupazione, che era iniziata all'inizio degli anni novanta. È, ripeto, una goccia rispetto ai 4 milioni di posti di lavoro che sarebbero necessari per raggiungere l'indice di occupazione della media europea, ma è pur sempre una significativa inversione di tendenza.
Tale risultato è stato ottenuto proprio perché, in questi anni, il Governo ha tenuto la rotta del risanamento della finanza pubblica. I dati del risanamento strutturale sono stati ricordati dai relatori in modo molto analitico, per cui non mi soffermerò ulteriormente su di essi: risparmio pubblico positivo, miglioramento strutturale dei dati del disavanzo, miglioramento ed inversione di tendenza, dopo il processo per il raggiungimento dei parametri di Maastricht, di alcuni fondamentali valori, in particolare gli investimenti e la pressione fiscale. È evidente che, nel momento in cui si deve passare da un valore del disavanzo annuo pari al 7 per cento del PIL ad un valore inferiore al 3 per cento del PIL, le strade sono quasi obbligate, se è vero come è vero che la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi, all'inizio del processo, era inferiore di oltre sei punti alla media dei paesi europei. Sfatiamo una leggenda metropolitana, che non ha alcun riscontro nei numeri, per la quale l'Italia ha una spesa pubblica sociale, per personale, per acquisto di beni e servizi di gran lunga superiore a quella degli altri paesi europei: nel 1995, la spesa pubblica italiana al netto degli interessi era pari al 37,76 per cento del PIL, mentre la spesa pubblica media europea era pari al 44 per cento del PIL (quindi, 6,24 punti in più).
È del tutto evidente che, quando si apre un processo di risanamento, essendo scontato che, in un mercato finanziario aperto, non si può incidere per legge sulla spesa per interessi, non si può che lavorare sulla spesa per investimenti e sulla pressione fiscale. La spesa per investimenti, nel periodo 1995-1997, è calata dal
Si tratta di dati che possono essere discussi, ma non possono essere negati; non si può sostenere che l'Italia sia di gran lunga il paese europeo con la più alta pressione fiscale. È una bugia pura e semplice che, una volta per tutte, abbiamo interesse a cancellare.
Mi consenta di dire, collega Armani, che è una tesi un po' stravagante quella secondo la quale non si dovrebbe fare la lotta all'evasione perché, facendo emergere reddito, aumenterebbe la pressione fiscale. È una tesi sorprendente perché è del tutto evidente che, una volta definito che in base alle aliquote formali la pressione fiscale si riduce, è interesse comune far crescere la pressione fiscale nel corso dell'anno in termini reali perché ciò fa emergere evasione. Questo è il processo che consente, nel corso dell'anno successivo, di ridurre ulteriormente la pressione formale; mi augurerei che l'anno prossimo, riducendo la pressione formale - come annunciato ieri dal ministro delle finanze - di circa 0,5 punti di PIL, quella reale continui a crescere. Ciò significherebbe un aumento della lotta all'evasione e una riduzione del prelievo fiscale nell'anno successivo.
Collega Armani, mi consenta ancora di dire che per discutere è necessario andare a fondo, ma bisogna anche, se possibile, ascoltare gli altri. Il collega Armani, in Commissione, ha espresso la sua opinione sull'IRAP che, come è noto, è indeducibile e tale fenomeno porta il Governo a prevedere, nell'assestamento che dobbiamo approvare, che l'IRPEG ed il relativo prelievo cresceranno da 45.800 miliardi a 61 mila miliardi, proprio perché l'IRAP è indeducibile dall'IRPEG, a differenza dell'ILOR. Non voglio citare i numeri, ma i 61 mila miliardi sono una cifra largamente inferiore a quello che probabilmente sarà il risultato finale. Tuttavia, come è stato fatto notare all'onorevole Armani in Commissione - desidero ripeterlo in questa sede -, le previsioni del Governo circa i risultati della lotta all'evasione non hanno nulla a che vedere con l'IRAP, l'IRPEG e l'indeducibilità dell'IRAP. Essi si fondano su alcuni dati, sui quali l'IRAP non c'entra assolutamente niente. Per comodità di ragionamento desidero ripeterli.
All'inizio dell'anno il Governo aveva previsto, in relazione al consuntivo del 1998, che era di entrate IRPEF, trattenute sul lavoro dipendente, di 111.690 miliardi, per il 1999 un incremento del PIL e l'elasticità del tributo nell'ordine di 1,5. La previsione era di 120 mila miliardi e poco più. Ad oggi, con i dati di agosto, che sono un preconsuntivo del tutto attendibile, non è ottimismo esagerato prevedere entrate da questa voce dell'IRPEF - che non c'entra nulla con l'IRAP, lo ripeto - superiori ai 130 mila miliardi. È questo che fa dire che vi è stata emersione del sommerso, ovvero risultati nella lotta all'evasione.
Voglio continuare: l'anno scorso vi è stato un incremento delle trattenute sul lavoro autonomo - che, essendo in percentuale, dovrebbero crescere quanto il prodotto interno lordo - pari a cinque volte la crescita nominale del PIL. Quest'anno tale valore continua a crescere in
Inoltre, l'IVA dovrebbe crescere quanto il PIL. Nel 1998, a consuntivo, essa ha fatto registrare entrate per 117 mila 295 miliardi; le previsioni del Governo di un aumento del 3 per cento la portavano a poco meno di 121 mila miliardi, mentre, proiettando i dati di agosto, si arriva ad oltre 130 mila miliardi. Queste sono le voci che fanno parlare di lotta all'evasione; non c'entrano nulla il lotto, l'IRPEG, né una serie di altre voci, sulle quali la valutazione può essere diversa. Non c'entra nulla nemmeno il fatto che le altre voci servano ovviamente per recuperare i buchi che i dati positivi talvolta determinano: è del tutto evidente che, se calano gli interessi, crolla drammaticamente l'entrata derivante dall'imposta sostitutiva sugli interessi e sui titoli del debito pubblico.
Signor Presidente, concludo rapidamente. L'onorevole Possa ha riproposto in aula due questioni, che naturalmente meritano una risposta. In particolare, si tratta delle questioni relative alla politica del debito e all'eccessivo costo che la politica del debito seguita dal Governo avrebbe determinato.
Come ho già avuto modo di ricordare, mentre per quanto riguarda il debito consolidato il costo è calcolato sull'intero stock, che è composto dalle emissioni effettuate nel corso dell'anno, ma anche da quelle ereditate dal passato - nel debito consolidato rientrano emissioni dell'inizio degli anni '90, che sono al 12, al 13 e in qualche caso al 14 per cento -, il debito fluttuante, cioè i BOT, per definizione è costituito soltanto da flussi, perché si rinnova totalmente nell'anno. È del tutto ovvio, quindi, che il costo del debito fluttuante sia più basso di quello del debito consolidato. Se l'onorevole Possa misurasse il costo del debito consolidato emesso nell'anno, lo troverebbe del tutto coerente con il costo del debito fluttuante.
La politica di allungamento del debito ha consentito però al Governo di affrontare le aste con un po' più di tranquillità. Credo che l'onorevole Possa condividerà il fatto che una cosa è presentarsi ad un'asta ogni mese con 200 mila miliardi di debito da rinnovare, un'altra è presentarsi con 20-25 mila miliardi di debito da rinnovare. Vi è una «piccola» differenza nella gestione e nella possibilità di spuntare, come ancora succede, tassi bassi.
Vi è infine la questione del rapporto tra il debito e il PIL, a proposito del quale l'onorevole Possa ha detto che il Governo deve scegliere una sola classificazione. La classificazione che il Governo sceglie non può che essere quella dell'Unione europea, che è quella che ormai abbiamo convenuto di adottare, anche perché non possiamo adottare soltanto i parametri dell'Unione europea che ci fanno comodo e non quelli che non funzionano.
Secondo la classificazione dell'Unione europea, quindi, a fine 1998 il debito italiano era pari a poco più del 118 per cento del prodotto interno lordo. Ma all'interno di questo debito, come calcolato dall'Unione europea, vi è un aspetto paradossale che il Governo sottolinea, fornendo un'altra serie.
Dopo la fine del rapporto eccessivamente stretto tra Tesoro e Banca d'Italia, quando con la piena attuazione del «divorzio» il Tesoro non ha avuto più la totale disponibilità del conto corrente di tesoreria per pagare una parte del debito, il conto corrente di tesoreria è andato progressivamente trasformandosi da un conto in deficit (che faceva sì che il Tesoro scaricasse sulla Banca d'Italia l'onere di pagare una parte del disavanzo) ad un altro conto largamente in attivo.
Secondo l'ultima relazione della Banca d'Italia in questa materia, si passa da un attivo di poco meno di mille miliardi alla fine del 1990 ad un attivo di 43.168 miliardi alla fine del 1998. Questi ultimi corrispondono esattamente a due punti di PIL, il che porta esattamente ai due punti di differenza del debito nella versione nazionale che proprio in questo si differenzia con quella concordata in sede di
Signor Presidente, a conclusione della mia replica chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna di alcune tabelle che completano il mio intervento.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.


