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PRESIDENTE. Procediamo, secondo quanto comunicato in apertura della seduta, allo svolgimento di una informativa urgente del Governo sulla crisi irachena.
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente della Camera, signori deputati, questa notte, a commento dell'avvio dell'azione militare massiccia lanciata da forze aeree e navali britanniche ed americane contro il territorio dell'Iraq, il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «È un giorno triste - egli ha detto - per le Nazioni Unite; e un giorno triste per me personalmente. I miei pensieri sono ora con la gente dell'Iraq, con i trecentosette membri delle organizzazioni umanitarie delle Nazioni Unite che rimangono in quel paese e con tutti gli altri, la cui vita è in pericolo. Purtroppo, quanto è accaduto, non si potrà ora disfare».
RAMON MANTOVANI. E con la condanna del partito comunista italiano!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Sì: tuttavia con il consenso e l'attiva partecipazione di una larga comunità internazionale.
della politica verso l'Iraq, una revisione che consenta un sistema permanente più efficace di monitoraggio delle attività militari ma anche, dall'altra parte, lo sviluppo economico di quel paese, rivedendo una strategia di sanzioni che si è rivelata dolorosa ed inefficace.
PRESIDENTE. Onorevole Buontempo, lei potrà intervenire successivamente.
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Io non pretendo di convincere: pretendo di esprimere la mia posizione.
IGNAZIO LA RUSSA. Dini!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. ...perché questo obiettivo possa essere raggiunto.
GENNARO MALGIERI. Ma i morti già ci sono.
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. ...e sui cui sviluppi è assai difficile fare una previsione...
GENNARO MALGIERI. Ci sono migliaia di morti!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho capito. Dico però che non si può fare un bilancio.
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Credo che questa vicenda nel momento stesso in cui l'Italia ...(Commenti dei deputati dei gruppi di forza Italia, di alleanza nazionale e della lega nord per l'indipendenza della Padania). Capisco, cari amici deputati, che questa vicenda susciti profonde emozioni, ma che se ne possa fare oggetto strumentale per attaccare il Governo italiano che in queste ore ha fatto il suo dovere...
ALFREDO BIONDI. È inaccettabile!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. ...seguendo lo sviluppo di una crisi che non abbiamo determinato e prendendo tutti i contatti necessari per sollecitare la cessazione di un conflitto preoccupante, al fine di rimettere in movimento un'azione di pace... (Commenti dei deputati Giordano e Mantovani). Se avete idee più brillanti, è giusto che le esponiate ma non capisco questa aggressività...
MIRKO TREMAGLIA. Ma quale aggressività!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. ...verso chi ha fatto il suo dovere ed ha avvertito l'esigenza di riferire in questa sede (Vivi, prolungati applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo, di rinnovamento italiano, dell'UDR, comunista, misto verdi-l'Ulivo e misto-socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia! Onorevole La Russa, stia tranquillo.
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Vorrei, se mi è consentito, concludere con alcune considerazioni di carattere più generale che, senza alcun dubbio, sono sollecitate da questa vicenda e sulle quali credo che opportunamente il Parlamento e il Governo dovranno riprendere un confronto.
RAMON MANTOVANI. Lo si vede oggi!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. ...e come quella della legittimazione dell'uso della forza e dell'identità europea di difesa... (Commenti dei deputati dei gruppi di forza Italia, di alleanza nazionale e della lega nord per l'indipendenza della Padania).
PRESIDENTE. Colleghi! Onorevole Bova, la prego. Onorevole La Russa, la smetta!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Ritengo che queste grandi questioni, che impegneranno il nostro paese accanto ai nostri alleati, richiedano un approfondimento alla luce dei fatti di cui oggi siamo spettatori.
GIOVANNI MARONGIU. Bravo, Presidente!
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Si tratta di grandi questioni che meritano di essere affrontate con serietà, con un ampio confronto e con una possibile convergenza delle grandi forze politiche del nostro paese, affinché esso possa dare il suo contributo per affrontare questi problemi in modo nuovo e per gettare le basi di una pacifica convivenza e di un ordine mondiale più solido e pacifico.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Crema. Ne ha facoltà.
GIOVANNI CREMA. Signor Presidente, i socialisti manifestano il loro apprezzamento per l'intervento del Presidente del Consiglio D'Alema. Non ci nascondiamo che la situazione è ancora molto delicata; abbiamo seguito anche con molta attenzione la comunicazione del ministro degli esteri resa questa mattina al Senato ed apprezziamo l'equilibrio e la prudenza che in questa occasione sono dovuti, sottolineando la fermezza con la quale il Governo ha dato un giudizio agli avvenimenti gravi della notte scorsa.
PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Crema. Colleghi, vi invito ad uscire senza disturbare il collega che sta parlando.
GIOVANNI CREMA. L'intervento degli Stati Uniti e della Gran Bretagna della notte scorsa, che trova la solidarietà di alcuni paesi, come il Giappone e la Spagna, non ci porta a discutere oggi sulla responsabilità o meno di Saddam Hussein; la condanna di questo despota e del suo regime è ampia e va rinnovata, come ha fatto il Presidente del Consiglio in quest'aula. È eventualmente una valutazione politica del comportamento del governo degli Stati Uniti nei confronti del nostro paese e degli altri alleati dell'Unione europea che lascia l'amaro in bocca e non fa presagire per il futuro un atteggiamento adeguato all'importanza non solo degli eventi ma anche del nostro paese e degli altri alleati.
PRESIDENTE. Per cortesia, ai banchi del Governo!
GIOVANNI CREMA. Io rappresento da parte dei socialisti la preoccupazione che il nostro Governo, peraltro, abbia a rafforzare anche l'iniziativa nei confronti dell'amministrazione degli Stati Uniti d'America, perché siano consapevoli che questa partita non si risolve esclusivamente con i raid di carattere militare, ma si potrà risolvere con una forte solidarietà dei paesi democratici e dell'ONU.
PRESIDENTE. Onorevole Crema, deve concludere.
GIOVANNI CREMA. Questo, lo ripeto, è ciò che preoccupa maggiormente (Applausi
dei deputati del gruppo misto-socialisti democratici italiani e misto-verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Casini. Ne ha facoltà.
PIER FERDINANDO CASINI. Signor Presidente, un'azione militare, una guerra, anche giusta, è sempre un dramma, è foriera di dolori e di rovine; lo è tanto più per chi è animato da un'ispirazione cristiana e vede cadere vittime civili innocenti. Pur tuttavia, l'azione angloamericana avviene all'interno dei binari tracciati dalla risoluzione dell'ONU, rientra in un principio di consenso e di diritto internazionale. Nel nuovo ordine mondiale dovremmo costruire le condizioni del rispetto di una legalità internazionale che Saddam ha ripetutamente violato.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bertinotti. Ne ha facoltà.
FAUSTO BERTINOTTI. Signori Presidenti, signore e signori deputati, sento drammaticamente l'inadeguatezza di questo nostro dibattito rispetto alla vicenda che sta attraversando il mondo. Penso che prima ancora che sul terreno politico questo dibattito parlamentare mostri una grave carenza etico-morale. La guerra ritorna a far sentire il suo rumore soverchiante qui, alle porte di casa, in questo Mediterraneo su cui si affaccia un'Europa impotente. A portarlo è una potenza lontana, gli Stati Uniti d'America, però così terribilmente sovrastante sui Governi europei e su tanta parte di essi.
contro questa barbarie portatrice di morte, come ha detto autorevolmente Kofi Annan, che produce un danno irrimediabile. Un popolo già colpito dall'embargo, che non capisce Saddam Hussein ed il suo regime, che non da ora noi critichiamo, viene colpito ancora. Vorrei che qualcuno sentisse almeno su di sé il peso di una simulazione: cosa penserebbe se suo figlio morisse per mancanza di medicinali a causa di un embargo? Nessuno lo pensa per un bambino iracheno. Al contrario gli USA decidono di bombardare Bagdad, decidono senza il mandato dell'ONU, decidono senza consultare i partner della NATO, che si riconferma, così, il luogo dei sudditi degli Stati Uniti d'America (Applausi dei deputati del gruppo misto-rifondazione comunista-progressisti). Non c'è nessuna giustificazione per questo atto!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Scalia. Ne ha facoltà.
MASSIMO SCALIA. Signor Presidente, colleghi, i verdi apprezzano le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, ma vogliono evidenziare alcuni aspetti di grande rilevanza nella drammatica vicenda irachena...
UGO BOGHETTA. Così in Iraq l'ambiente viene salvaguardato!
PRESIDENTE. Onorevole Boghetta, per cortesia, si accomodi.
MASSIMO SCALIA. È esagitato, il collega.
generale Kofi Annan. Ieri notte è stata avviata un'azione di guerra anglo-americana che prescinde da una decisione delle Nazioni Unite e che è, pertanto, gravemente illegittima.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Grimaldi. Ne ha facoltà.
TULLIO GRIMALDI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: così recita l'articolo 11 di quella Costituzione sulla quale il Governo ha giurato.
qualcosa di più: la condanna o almeno il ripudio, come è scritto nella Costituzione. Ella ha dichiarato giustamente che l'informativa del Presidente Clinton ha fatto riferimento al proseguimento dell'azione del novembre scorso; noi ricordiamo che allora i bombardieri, già in volo, vennero fatti rientrare e il Governo americano, con malcelato disappunto, ammise che quell'azione era solo interrotta e che sarebbe stata ripresa alla prima occasione. L'occasione è stata cercata: mancata cooperazione degli ispettori, signor Presidente del Consiglio. Quale doveva essere tale cooperazione? A Bagdad vi è un nugolo di ispettori dell'ONU che ha scandagliato dappertutto, così ci risulta. Tali ispettori hanno perquisito persino la sede del partito Baath e, in risposta al rifiuto degli iracheni, hanno affermato che in quel sito potevano esservi armi chimiche. Certamente, la sede di un partito non poteva essere così vasta da contenere armamenti o fabbriche di trasformazione di armi chimiche.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Sbarbati. Ne ha facoltà.
LUCIANA SBARBATI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, quanto è accaduto ieri sera, l'operazione Desert fox, portata avanti dalle forze americane e britanniche nei confronti dell'Iraq con un attacco improvviso ma determinato, ci ha riportato alla memoria i tristi episodi del non lontano 1991, quando la CNN diffondeva nel mondo immagini di una guerra tecnologica sferrata con determinazione, molto amara e tremendamente feroce.
dovuto rispondere, come Governo italiano, con iniziative per la pace e per la risoluzione diplomatica; dovremo, però, ancora affrontare come Unione europea il problema vero, che è sotto gli occhi del mondo: la sicurezza per tutti, civili o militari, per tutti i popoli, che deve essere un impegno costante di politica estera da perseguire per noi italiani, per l'Europa, per l'ONU, per la NATO e per il mondo (Applausi dei deputati del gruppo di rinnovamento italiano).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.
MARIO TASSONE. Signor Presidente, prendo atto delle dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio dei ministri e gli do ancora atto della franchezza con cui egli ha affrontato questo tema, questo grande problema che abbiamo dinanzi a noi.
RAMON MANTOVANI. Ma quando abbiamo detto questo? Sono gli Stati Uniti che hanno venduto le armi chimiche a Saddam Hussein! Sono i vostri amici!
PRESIDENTE. Onorevole Mantovani, ha già parlato l'onorevole Bertinotti.
MARIA CELESTE NARDINI. Non mentite almeno, per piacere!
PRESIDENTE. Prego, onorevole Tassone.
MARIO TASSONE. L'onorevole Bertinotti aveva usato per Saddam Hussein la parola «contestabile»: non credo che la sua politica sia contestabile. Il Presidente del Consiglio ha usato la parola «inumana»: credo che ciò corrisponda alla verità e che si sia in una proiezione più concreta. Non volevo suscitare la reazione, a mio avviso sproporzionata, degli amici e dei colleghi di rifondazione comunista.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bossi. Ne ha facoltà.
UMBERTO BOSSI. Onorevole Presidente, l'attacco americano all'Iraq fa aleggiare dei timori e, addirittura, un po' di paura nella società occidentale.
avremo una situazione drammatica: guerre interne dei popoli che chiedono più libertà, superamento del centralismo e contrapposizione esterna all'occidente.
PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Bossi.
UMBERTO BOSSI. La nostra posizione rispetto alle scelte del Governo è ferma contro l'ulteriore uso della forza e verso la democrazia, che è una conquista quotidiana e che rappresenta il riconoscimento del diritto e della libertà di tutti i popoli, anche nell'occidente. Altrimenti, la soluzione non verrà trovata (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Soro. Ne ha facoltà.
ANTONELLO SORO. Signor Presidente, la ringrazio di averci offerto questa occasione per esprimere sentimenti e fare considerazioni su talune vicende che in questo momento hanno suscitato e suscitano grande interesse e partecipazione nei cittadini che noi rappresentiamo. Dobbiamo però evitare di rifugiarci in un generico pacifismo, pur apprezzabile sul piano delle ragioni etiche, perché non potremmo «mettere in pace» la nostra coscienza; così come credo che tutti noi pensiamo che sia illusoria la congettura secondo la quale la complessità dei problemi economici, culturali, demografici, religiosi e di diritto, relativi alla questione da anni aperta del Golfo Persico, possa essere risolta e sciolta con uno sbrigativo atto di forza. Come ricorda spesso il Pontefice, la guerra non può che aggravare i problemi, con un carico insopportabile di devastazioni e di sangue.
pianeta. Noi non ignoriamo che il governo di Bagdad abbia assunto una posizione ostruzionistica impedendo la verifica dell'avvenuto disarmo, così come è stato pattuito con la organizzazione delle Nazioni Unite, né sottovalutiamo - ne siamo invece consapevoli e in qualche modo impauriti - il fatto che il regime iracheno abbia disatteso le prescrizioni delle Nazioni Unite e che molto ragionevolmente siano ancora attive le armi chimiche, nucleari e battereologiche...
RAMON MANTOVANI. Gliele hanno vendute gli Stati Uniti!
ANTONELLO SORO. ... in possesso di quel regime. Nessuno di questi elementi di consapevolezza può impedirci però di esprimere un giudizio severo sul comportamento del governo americano, sulla sua non condivisibile interpretazione della Carta dell'ONU, secondo la quale per un'azione militare di questa dimensione sia sufficiente la coerenza implicita con le determinazioni precedenti e non una precisa decisione del Consiglio di sicurezza.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Tremaglia. Ne ha facoltà.
MIRKO TREMAGLIA. Signor Presidente del Consiglio, certamente questo è un giorno triste e di dolore per la comunità internazionale. Abbiamo ascoltato con grande interesse il suo intervento nel quale lei ha parlato più volte della sfida di Saddam al mondo intero. È un riferimento a quanto è stato determinato dalle Nazioni Unite negli anni e a questo regime, dichiarato quasi da tutti un regime sanguinario che opprime il popolo e che, inoltre, scatena le guerre, come quella del 1991.
diplomatica, ma anche lei ha dovuto prendere atto che questa azione diplomatica è fallita.
MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Lo so, ma è difficile quello che lei chiede...
MIRKO TREMAGLIA. Dobbiamo porre anche questo tipo di condizionamento, nel rispetto delle popolazioni dell'Iraq. Quanta ipocrisia nel mondo di fronte a tutte le guerre e a tutti gli eccidi!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Martino. Ne ha facoltà.
ANTONIO MARTINO. Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, onorevole Presidente del Consiglio, signori del Governo, mi scuso se, avendo solo cinque minuti di tempo e volendo essere sintetico, correrò il rischio di essere dogmatico.
una puntuale conferma di un problema che avevo avuto l'onore di sollevare alla Camera due settimane orsono. Questa maggioranza è totalmente divisa sulle linee della politica estera (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).
quando viene commesso. Oggi gli Stati Uniti e la Gran Bretagna difendono con la loro iniziativa, la sicurezza del mondo, anche la nostra sicurezza (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale)!
PRESIDENTE. Onorevole Martino, deve concludere.
ANTONIO MARTINO. Concludo immediatamente, signor Presidente.
MAURA COSSUTTA. Siete sudditi!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Zani. Ne ha facoltà.
MAURO ZANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel prendere atto in termini positivi delle dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio, esprimo a nome dei deputati democratici di sinistra una gravissima preoccupazione per ciò che sta avvenendo in queste ore.
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia! Onorevole Malgieri!
MAURO ZANI. Ferme restando le responsabilità chiarissime del regime iracheno nell'inosservanza delle risoluzioni dell'ONU in materia di armi e di distruzione di massa, responsabilità ben evidenziate da altri colleghi intervenuti prima di me e sottolineate con forza dal Presidente del Consiglio in questa sede, ritengo tuttavia che si debba manifestare preoccupazione in ordine alla scelta effettuata dagli Stati Uniti d'America e dalla Gran Bretagna.
militare assunta in questo modo possono rapidamente tradursi in gravi svantaggi: temo che le bombe che stanno cadendo su Bagdad servano fondamentalmente, purtroppo, a rinsaldare le crepe del regime iracheno invece che ad aprire ulteriori contraddizioni e successivamente possibilità di risolvere la questione per via politica e diplomatica. Dubbi di questo genere sono stati espressi anche da altri paesi perché l'iniziativa statunitense si inserisce in un contesto internazionale.
PRESIDENTE. Onorevole Zani, deve concludere.
MAURO ZANI. Concludo dicendo che in questo modo, al di là della propaganda che possiamo farci reciprocamente, e solo in questo modo, si potrà faticosamente assicurare una soluzione ad un conflitto ormai lunghissimo e che miete vittime - non dimentichiamolo mai - soprattutto tra la popolazione irachena, cui non si possono far pagare ancora a lungo i crimini e gli errori di Saddam Hussein.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, a titolo personale, l'onorevole Simeone. Ne ha facoltà.
ALBERTO SIMEONE. Signor Presidente, ieri sera tra le 21 e le 24 ero all'auditorium Santa Cecilia di Roma per un concerto di Gino Paoli di sensibilizzazione sul problema dei bambini cardiopatici che muoiono ogni anno a decine di migliaia in Iraq.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, a titolo personale, l'onorevole Buontempo. Ne ha facoltà.
TEODORO BUONTEMPO. Signor Presidente, l'affermazione che questo intervento era necessario, secondo me, deve essere condannata. Finora abbiamo sentito parlare di morti virtuali causate da Saddam Hussein, mentre ci sono i morti veri dell'Iraq vittime delle bombe americane. Tutto ciò è accaduto perché è stato calpestato il diritto internazionale e i paesi dell'Europa sono stati visti come cugini di secondo grado, ai quali si può comunicare, a cose fatte, decisioni di tale drammaticità senza alcun rispetto.
ENZO SAVARESE. Non è possibile!
TEODORO BUONTEMPO. È possibile, collega Savarese! È possibile, anche se non ti piace.
ENZO SAVARESE. No, non mi piace! Vai dall'altra parte, vai a rifondazione!
TEODORO BUONTEMPO. Il fatto che oggi l'onorevole Massimo D'Alema sia Presidente del Consiglio...
PRESIDENTE. Onorevole Buontempo, la prego di concludere.
TEODORO BUONTEMPO. Ma non avevo due minuti?
PRESIDENTE. Sì, ma sono passati. Comunque, può concludere.
TEODORO BUONTEMPO. Dicevo che, per il fatto che oggi è Presidente del Consiglio Massimo D'Alema ci saremmo aspettati una posizione più dignitosa e più rispettosa dei diritti umani. Forse si sarebbe potuta percorrere una terza via
oltre quella dell'inerzia e quella delle bombe sugli innocenti e sui civili: non si tratta, infatti, di una guerra tra due eserciti, bensì dell'uccisione di persone inermi. Non c'è nulla al mondo che possa giustificare l'uccisione di persone che non possono difendersi (Applausi di deputati del gruppo di alleanza nazionale e dei deputati Di Capua e Maura Cossutta).
PRESIDENTE. Si è così concluso il dibattito sulle comunicazioni urgenti del Governo sulla crisi irachena. Ringrazio il Presidente del Consiglio e i colleghi che sono intervenuti.
Dopo l'informativa del Presidente del Consiglio dei ministri, potrà intervenire un deputato per gruppo, per non più di cinque minuti ciascuno, nonché i deputati del gruppo misto per un tempo complessivo di 15 minuti.
L'informativa e gli interventi dei gruppi saranno oggetto di ripresa televisiva diretta.
Ha facoltà di parlare il Presidente del Consiglio dei ministri.
Io credo che questa dichiarazione di Kofi Annan esprima, almeno per quanto mi riguarda, un sentimento che non appartiene soltanto al Segretario generale delle Nazioni Unite, ma che appartiene in questo momento a tutti gli uomini di pace.
Considero questo un giorno triste anche per l'Italia, che ha non solo appoggiato, ma promosso in modo attivo gli sforzi di questi ultimi mesi per evitare un'azione militare; sforzi volti, innanzitutto, ad indurre Saddam Hussein ed il suo regime a cooperare lealmente con le Nazioni Unite.
Abbiamo fortemente lavorato per una soluzione pacifica guidata dalle Nazioni Unite e consideriamo con viva preoccupazione gli sviluppi di una situazione che possono arrecare danni e sofferenze ad una popolazione civile che già da molti anni soffre della oppressione di un regime inumano.
Io ritengo che non possa esservi dubbio nella indicazione delle responsabilità di Saddam Hussein e del suo regime in ciò che oggi accade, nella determinazione di ciò che oggi accade. Per anni il regime iracheno ha cercato di eludere i dettami delle risoluzioni dell'ONU in un rischioso e tragico tiro alla fune, condotto anche sulla pelle del popolo iracheno. Questa considerazione, che muove da un elementare spirito e senso di verità e che non può essere in alcun modo omessa (pena un giudizio gravemente unilaterale e miope su ciò che accade), non elimina tuttavia la nostra preoccupazione per lo sviluppo militare della crisi.
Vorrei ricordare che, nella sua lettera al presidente del Consiglio di sicurezza del 15 dicembre scorso, Kofi Annan, inviando al Consiglio i due rapporti del direttore dell'AIEA (Agenzia internazionale dell'energia nucleare) e del direttore esecutivo dell'UNSCOM, indicava tre possibili opzioni per una posizione del Consiglio di sicurezza.
La prima: che l'esperienza compiuta nel periodo trascorso dal 17 novembre 1998, data in cui vi fu una soluzione in extremis della crisi precedente, non fosse giudicata una base sufficiente per muoversi verso una revisione complessiva dell'impostazione della politica delle Nazione Unite verso l'Iraq.
La seconda: che si valutasse che l'Iraq non ha offerto una piena cooperazione, ma che convenisse concedergli altro tempo per dimostrare il suo impegno a conseguire tale risultato.
La terza: che il Consiglio potrebbe decidere di procedere alla revisione globale sulla base della premessa che sia comunque già sufficientemente importante conoscere con precisione i risultati ottenuti nel settore del disarmo nell'intero periodo dal 1991.
Come si vede, è indubbio che l'Iraq - come è scritto nel rapporto Butler ed anche secondo Kofi Annan - non avesse offerto una piena cooperazione; sappiamo anche che questo dato sarebbe stato sicuramente giudicato dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, alla luce del tipo di accordo raggiunto il 17 novembre scorso, una base sufficiente per l'azione militare.
In queste ore, in un messaggio personale che mi ha fatto pervenire il Presidente Clinton, egli richiama proprio tale circostanza: il fatto, cioè, che l'azione militare ora in corso sarebbe il proseguimento di quella che fu interrotta il 17 novembre scorso; proseguimento considerato dagli Stati Uniti inevitabile ed automatico, sulla base dei risultati non positivi della esperienza compiuta dagli ispettori delle Nazioni Unite nelle settimane che ci separano dalla data del 17 novembre.
Dal punto di vista del Segretario generale delle Nazioni Unite, peraltro, le opzioni possibili erano assai più articolate e, nella sua lettera già citata, egli le teneva chiaramente aperte. Questa posizione, quella di Kofi Annan, è sempre stata anche la nostra posizione e quella alla quale l'Italia ha dato il suo attivo sostegno.
I precedenti di questa ennesima crisi, i cui drammatici sviluppi sono ancora non pienamente prevedibili, sono noti e mi limito a ripercorrerli rapidamente. Il regime di Saddam Hussein, e la sua azione aggressiva, fu all'origine dell'incendio della guerra del Golfo. Sempre da quel regime sono venute poi crescenti minacce in termini di proliferazione di armi di distruzione di massa, sia attraverso il tentativo di dotare l'Iraq di armi nucleari, sia nella versione, per certi aspetti ancor più inquietante e pericolosa, delle armi chimiche e batteriologiche.
La comunità internazionale ha premuto per arrestare questi processi di armamento, per ostacolarli, per impedirli e per imporre all'Iraq, conformemente alle risoluzioni delle Nazioni Unite, l'eliminazione di questi mezzi di distruzione di massa. Nello stesso tempo, la comunità internazionale non ha mai escluso che un atteggiamento di cooperazione da parte dell'Iraq comportasse la revisione globale delle sanzioni che erano state imposte a quel paese, proprio in ragione del suo comportamento e dei rischi che da tale comportamento derivavano per la stabilità della regione e per la pace globale. Né - si deve sottolineare - la comunità internazionale è stata insensibile all'imperativo morale, prima ancora che politico, di limitare al massimo l'impatto delle sanzioni sulle fasce più deboli della popolazione irachena, e - anche se questa decisione è intervenuta a nostro giudizio in modo abbastanza tardivo - i meccanismi delle risoluzioni «oil for food» intendevano rispondere proprio a questa esigenza umanitaria. Vorrei sottolineare che l'Italia è tra i paesi che si sono impegnati in tal senso per evitare che le sanzioni economiche contro l'Iraq producessero, come pure hanno prodotto, gravi sofferenze per le popolazioni civili.
Le sanzioni non sono uno strumento risolutivo. Esse possono, anzi, provocare nelle opinioni pubbliche dei paesi che ne sono colpiti reazioni di nazionalismo (nella storia italiana c'è una memoria di questo) che finiscono per avere l'effetto opposto a quello ricercato, traducendosi talora nel rafforzamento di regimi di cui ci si propone invece di colpire comportamenti inaccettabili.
Ecco perché abbiamo sempre insistito affinché il ricorso ad esse si inquadrasse in un contesto di permanente dialogo politico e diplomatico e perché fosse chiaro il tragitto della loro possibile abolizione.
Ancora, il 13 novembre di quest'anno, di fronte all'improvviso riaccendersi delle tensioni provocate dalla persistente non collaborazione dell'Iraq con l'UNSCOM, il Segretario generale delle Nazioni Unite, di cui avevamo fortemente favorito l'assunzione di un'iniziativa politica - voi ricorderete in questo senso l'iniziativa intrapresa dal Governo Prodi - con una lettera al Presidente iracheno ribadiva il suo impegno a favorire una revisione una volta che Bagdad avesse ripresa la collaborazione con l'UNSCOM. Fu su questa base che si riuscì a risolvere politicamente la crisi che anche allora fu scongiurata senza il ricorso alla violenza.
Ho richiamato questi fatti perché la valutazione sulla situazione odierna deve essere compiuta alla luce di questa ricostruzione.
L'azione militare appena intrapresa è un'azione condotta autonomamente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che hanno deciso di promuoverla senza consultare i paesi alleati, salvo preavviso dato ad alcuni paesi considerati in un'area di rischio per possibili ritorsioni irachene, cioè a paesi dell'area mediorientale.
Non si tratta di un'azione della NATO, né di un'azione militare che avvenga sotto leadership.
Le reazioni internazionali appaiono assai contrastanti. Alcuni paesi (si tratta di posizioni più tradizionali) come la Russia e la Cina hanno espresso una posizione apertamente contraria. Più articolatamente critiche, o comunque non partecipi e non di sostegno, appaiono le posizioni degli altri principali paesi europei. L'azione è stata invece appoggiata da Canada, Giappone e Spagna.
Per quanto riguarda il mondo arabo (questione che credo debba essere considerata con particolare attenzione) la dissociazione è ampia ed è probabile che essa venga anche da parte di paesi moderati, tradizionalmente legati all'occidente.
Credo che ci troviamo in una situazione internazionale (penso che questo debba essere motivo di riflessione anche per gli amici americani) assai diversa da quella che caratterizzò l'azione militare contro l'Iraq in esecuzione di una risoluzione delle Nazioni Unite allorquando l'Iraq invase il Kuwait, quando quell'azione militare avvenne con il consenso e l'attiva partecipazione di una larga comunità internazionale.
C'è da chiedersi quale sia lo spazio per un'iniziativa politica in una situazione che è divenuta certamente più difficile. Noi intendiamo esplorare tutti gli spazi per un'iniziativa politica, in stretto contatto con i nostri partner, con i paesi che sono più vicini alle posizioni che siamo venuti esprimendo sin da questa notte, con la dichiarazione del ministro degli esteri e nella sede delle Nazioni Unite.
L'obiettivo che ci proponiamo è quello di riportare le Nazioni Unite ed il suo Segretario generale a quel ruolo centrale che essi hanno saputo svolgere nei mesi scorsi. Solo in questo modo sarà possibile perseguire quell'obiettivo di una cessazione dell'azione militare e di una ripresa dell'iniziativa politica, obiettivo che l'Italia si propone non di raggiungere da sola, ma di contribuire a realizzare.
Riteniamo che ciò comporti anche una riflessione su una possibile revisione complessiva
Oggi non è stato dato alla diplomazia il tempo per un'estrema mediazione: ne siamo fortemente preoccupati. Abbiamo espresso la nostra preoccupazione ai Governi amici. Abbiamo chiesto al Presidente di turno dell'Unione europea, impegnato domani in un delicato vertice Stati Uniti-Unione europea, di farsi interprete delle preoccupazioni che in tanti paesi europei si sono manifestate in queste ore.
La posizione italiana, dunque, è riassumibile nei punti che ho ricordato. Noi deploriamo le responsabilità gravi di un regime che ha sfidato le Nazioni Unite e la comunità internazionale, ma esprimiamo preoccupazione per un'azione militare che può causare gravi danni alla popolazione civile e non essere risolutiva rispetto a quegli obiettivi di sicurezza e di stabilità che si propongono (Commenti del deputato Buontempo).
Noi auspichiamo che l'azione militare cessi e che si restituisca all'iniziativa politica e alle Nazioni Unite la centralità che esse debbono avere. Noi intendiamo agire in tutte le sedi internazionali...
Vorrei aggiungere alcune considerazioni. Credo che siamo all'inizio di una crisi di cui non conosciamo gli sviluppi; è in corso un conflitto e abbiamo ritenuto di rispondere all'appello del Parlamento perché vi fosse immediatamente un'informazione. È molto difficile pretendere che si possa fare un bilancio di un conflitto militare che è iniziato e sulle cui finalità ultime...
Vorrei, quindi, da ultimo, se mi è consentito (Commenti del deputato Tremaglia) ...Sto leggendo un testo; se mi si interrompe in continuazione...
Sulle linee della politica estera italiana, anche in vista della prossima riunione a Washington della NATO, nella quale si discuteranno rilevantissime questioni come quella del nuovo concetto strategico ...
È evidente che ciò che accade colpisce il ruolo delle Nazioni Unite e la loro potestà legittimatrice attraverso le deliberazioni dei suoi organismi; è evidente che la comunità internazionale non ha ancora trovato i meccanismi necessari per sottrarsi al dilemma, che ancora una volta si conferma di assai difficile conciliazione, fra il cedimento alla sopraffazione di qualcuno o il ricorso alla violenza, con tutte le sofferenze che questo inevitabilmente provoca anche a persone innocenti (Commenti del deputato Nardini).
È evidente che questa crisi drammatica che stiamo vivendo ripropone ancora una volta in modo acuto l'assenza di una politica estera comune europea ed una difficoltà dell'Europa ad inserirsi come soggetto unitario nelle principali controversie internazionali.
Penso che queste siano le sfide che la crisi attuale ci propone ed è per questo che, oltre a proseguire in queste ore l'impegno su tutti i terreni possibili per assicurare una conclusione del conflitto e la ripresa di un'azione pacifica, mi sembra giusto che, a partire dal rapido confronto di oggi, si lavori sui grandi temi che la crisi ci propone, per rafforzare l'impegno comune della democrazia italiana e per dare ad essi una soluzione (Applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo, di rinnovamento italiano, dell'UDR, misto-verdi-l'Ulivo e misto-socialisti democratici italiani).
È giusto sottolineare che questo intervento militare americano...
Questo va evidenziato con forza, soprattutto in riferimento alla mancanza di rispetto nei confronti dei partner europei. Ugualmente dobbiamo manifestare la nostra delusione per l'assenza di coesione in politica estera e in materia di sicurezza nell'ambito dell'Unione europea. Questo è l'aspetto che, in qualità di cittadino d'Europa, sento di sottolineare maggiormente.
Concordiamo, signor Presidente del Consiglio, con la sua proposta che i paesi dell'Europa ed i paesi occidentali abbiano a supportare l'azione dell'ONU per far cessare al più presto le operazioni belliche (questo spiace di più per le prime vittime civili) nei confronti del popolo iracheno. Per fare questo, però, bisogna rafforzare, a nostro avviso, l'iniziativa diplomatica che ha segnato il passo in questi anni, che non è stata compresa appieno da parte di alcuni paesi come la Russia e la Cina e che va portata avanti con maggiore fermezza nei prossimi giorni nei confronti del regime iracheno.
Noi siamo perché si ritorni all'iniziativa diplomatica, perché i paesi che danno vita al concerto delle nazioni democratiche debbano prendere appieno l'iniziativa.
Credo anche che un rapporto più corretto tra l'iniziativa diplomatica e di rappresentanza dei paesi dell'Unione europea nei confronti degli Stati Uniti avrebbe probabilmente evitato un rapporto così deficiente nei confronti non solo dell'informazione preventiva - che lei giustamente ha criticato - ma di collaborazione sul campo della difesa e della sicurezza. Questo ci preoccupa perché anche i recenti problemi che abbiamo avuto con la presenza di Ocalan hanno dimostrato che una strategia ed un comportamento comune dei paesi europei non ci sono.
Io credo che si meritino il premio Nobel dell'ipocrisia certi europei che fanno finta di non vedere il pericolo costituito dal regime iracheno, gli espedienti dilatori posti in atto per impedire i controlli internazionali sugli arsenali nucleari e terroristici. Proprio per questo noi esprimiamo il nostro sofferto, ma forte e convinto consenso all'azione congiunta angloamericana.
Chiediamo al Governo di esprimere un'opinione raccordata con gli altri partner europei e di definire una linea comune che ci sembra più che mai necessaria.
Prendiamo atto con soddisfazione delle parole di questa mattina del Presidente D'Alema sul regime iracheno. Mi compiaccio e le condivido senza riserve.
Tutte le culture politiche del nostro paese non possono che ribadire l'impegno a favore della pace, ma su come concretizzare questo impegno, su come presidiare la pace, anche attraverso inevitabili azioni di forza, è evidente che esistono opinioni diverse nell'esecutivo e, ancora di più, tra noi e l'esecutivo.
In queste settimane abbiamo visto nel suo Governo, Presidente D'Alema, un ministro degli esteri, Lamberto Dini, che per fortuna dialoga con il mondo americano; un partito della maggioranza che per sfortuna dialoga un po' troppo con il comunista russo Zuganov; un leader della maggioranza che, dopo aver incontrato nella sua vita molti presidenti americani, ha aperto un dialogo con i baschi e con Gheddafi (non si sa in che maniera, ma certo con un po' troppa improvvisazione). Per fortuna nessuno, salvo forse il ministro Folloni, dialoga con Saddam Hussein. Ma la nostra posizione internazionale non può risentire di questa radicale diversità di opinioni internazionali.
La conseguenza di queste divisioni è un imbarazzato balbettio su temi che richiederebbero, invece, grande linearità. Del resto, è lo stesso balbettio e lo stesso zigzagare che abbiamo visto sul caso Ocalan. È evidente che questa contraddizione, per la sua ampiezza, lacera la politica del Governo e, più ancora, lede l'immagine internazionale del nostro paese.
Ci auguriamo che da questa crisi e in questa crisi emerga una posizione chiara, compatta e lineare del Governo che si raccordi con una linea di solidarietà atlantica mai venuta meno (Applausi dei deputati del gruppo misto-centro cristiano democratico).
Ci sarebbe il bisogno di un organismo sovrano di un paese, che ne rappresenti anche la coscienza profonda, di una indignazione
Non c'è la giustificazione di un regime, pur contestabile come quello di Saddam Hussein, tanto è vero che Kofi Annan aveva interpretato ben altra linea di azione con la sua missione di pace. In realtà sono gli USA che strappano riproponendosi come gendarmi del mondo, come monopolio della forza, che decidono di usare a proprio arbitrio. Pesa persino l'ombra indicata da molti politici americani che questo atto di guerra - non so se questa cosa non vi sconvolge, onorevoli colleghi - possa essere stato intrapreso per difendere una vacillante presidenza degli Stati Uniti d'America.
Devo dire con rammarico che ho avuto qualche elemento critico in più di analisi sull'iniziativa degli Stati Uniti d'America dal giornalista Fabrizio Del Noce che dal Presidente del Consiglio della Repubblica italiana. È grave il suo atteggiamento, signor Presidente del Consiglio. Consenta che lo si dica. Lei sembra non vedere che questo atto degli Stati Uniti è un atto anche di prepotenza ed arroganza nei confronti dell'Europa: non ci si può lamentare del carattere evanescente dell'Europa se in fondo si accetta il primato, l'arroganza e la primazia della potenza americana, se non si denuncia la rottura, prodotta dal Governo britannico, con questa adesione subalterna all'atto di guerra dagli americani, un atto di guerra che questa volta, diversamente dalla guerra del Golfo, non trova neppure il consenso dei paesi arabi più moderati. Il Governo italiano ed il suo Presidente, invece, non trovano le parole adeguate. So di dover concludere, Presidente, voglio dire semplicemente (lamentando anche una modalità di dibattito che io credo faccia torto al Parlamento, di fronte alla guerra) che questo atteggiamento «cerchiobottista» del Governo mi sembra del tutto inaccettabile.
Noi chiediamo, signor Presidente del Consiglio, un atto di condanna esplicita della guerra scatenata dagli Stati Uniti d'America. Chiediamo che venga richiesto l'immediato arresto delle azioni militari degli Stati Uniti d'America, chiediamo che lei dica solennemente che, in ogni caso, le basi italiane non saranno messe a disposizione di questo strumento di guerra. Insomma, signor Presidente del Consiglio, faccia sentire, per una volta, ora, una parola di pace: e l'unica parola di pace possibile è la condanna dell'intervento americano e la richiesta della sua fine (Applausi dei deputati del gruppo misto-rifondazione comunista-progressisti).
Quella di ieri non è stata soltanto una giornata triste per le Nazioni Unite, come ha avuto modo di dire il Segretario
La gravità di questa azione è sottolineata già dal tragico corollario delle prime morti di incolpevoli civili. I bombardamenti vanno a colpire una popolazione stremata e alla fame ed è assai dubbio che possano conseguire il dichiarato obiettivo di far cadere il feroce regime del dittatore Saddam Hussein. Vogliamo però anche affermare che il reiterato mancato rispetto delle disposizioni per le ispezioni dell'UNSCOM da parte del dittatore iracheno non costituisce motivo sufficiente per un'azione di guerra (non è certo, quello della punizione diretta da parte di alcuni degli antagonisti, un principio sancito dalla Carta delle Nazioni Unite), né mette a riparo, proprio nell'ultima e scatenante circostanza, dal sospetto di un atteggiamento di parte del capo degli ispettori, influenzato da un'adesione letterale e minuta alle richieste degli Stati Uniti.
Chiediamo pertanto, signor Presidente del Consiglio, al Governo italiano che in tutte le sedi deputate faccia valere anche la richiesta di una maggiore rispondenza delle ispezioni ONU, pur nel dovuto rispetto delle decisioni, al loro carattere promanante, appunto, dalle Nazioni Unite, piuttosto che alle pressioni politiche di qualcuno degli antagonisti.
Oggi, però, il punto fondamentale è che cessino subito le azioni di guerra ed i bombardamenti. La farsa dei missili intelligenti, delle azioni mirate soltanto su obiettivi militari, con precisione chirurgica, per risparmiare le vite umane - farsa che ebbe tanta propaganda e tanto successo durante la guerra del Golfo - oggi non è più utilizzabile, né si cerca più riparo dietro di essa. Le immagini che i servizi televisivi ci inviano, oggi come allora, sono vuote. Dietro quello schermo, di un verde gelatinoso e luminoso, che nulla ci dice, si odono rumori di guerra e c'è la sola certezza delle morti incolpevoli.
L'impegno del nostro Governo affinché cessino i bombardamenti e l'azione militare deve essere allora massimo e può trovare forza ed ascolto non, purtroppo, in un atteggiamento coeso dell'Unione europea, ma nelle perplessità pure espresse dalla Francia e da altri paesi dell'Unione, nell'atteggiamento dei paesi arabi, nel duro parere negativo di alcuni paesi presenti nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, nelle perplessità di settori politici e d'opinione degli stessi Stati Uniti, che denunciano - in certi casi non disinteressatamente - un'azione di guerra i cui tempi e modalità risentono evidentemente di problemi di politica interna. Neanche questo è rilevante, cioè che, in un paese dove la logica bipartisan è tradizione, essa venga meno proprio in tale circostanza.
Signor Presidente del Consiglio, noi chiediamo il massimo impegno del suo Governo, che appoggiamo, affinché cessi l'azione di guerra e la crisi venga ricondotta nell'ambito delle Nazioni Unite. Da tempo è possibile dare respiro ad una opposizione interna in Iraq per far crollare un regime spietato e un dittatore feroce. Occorre, però, far vivere quel popolo; l'abolizione delle sanzioni, che chiediamo da molto tempo per motivi umanitari, diventa quindi anche la condizione per una lotta politica interna contro Saddam, la caduta del quale auspichiamo vivamente, ma certamente non nei modi illegittimi, carichi di tragiche conseguenze e al tempo stesso inefficaci, scelti dai Governi statunitense ed inglese (Applausi dei deputati del gruppo misto-verdi-l'Ulivo).
Signor Presidente del Consiglio, è poca cosa esprimere preoccupazione, ci vuole
Ci troviamo quindi di fronte alla ricerca continua di un pretesto da parte del Governo americano, come è già avvenuto in altre occasioni; basti ricordare le sanzioni che colpiscono la Libia, il Sudan, l'Iran fino a poco fa, ed altri paesi. La pressione americana su tali paesi continua per mantenere una presenza, talvolta militare, nell'area del Golfo e comunque una influenza in quello scacchiere.
Colpire Saddam o colpire il popolo iracheno? Gli americani non si sono posti tale problema; si era calcolato che nell'azione precedente sarebbero potute morire anche 10 mila persone. Si tratta di un inaudito cinismo da parte di un popolo che pretende di ispirarsi a criteri di civiltà.
Ebbene, certamente Saddam sarà un dittatore - abbiamo condannato il suo come altri regimi analoghi - ma non credo siano gli americani a poter sostenere di essere i difensori della democrazia e della partecipazione popolare nel momento in cui sostengono regimi ancora peggiori, regimi feudali, come quelli dell'Arabia Saudita o degli Emirati. C'è allora qualcos'altro che probabilmente muove gli americani in quella zona, non quindi colpire Saddam che potrebbe anche essere un avversario di comodo. È indifferente colpire il popolo iracheno con i bambini che muoiono negli ospedali, come chiunque sia andato a Bagdad ha visto con i propri occhi.
È importante che in quello scacchiere vi sia una presenza e che si possano chiudere i rubinetti del petrolio, perché il prezzo del greggio, signor Presidente del Consiglio, è sceso al di sotto di dieci dollari al barile: quindi, se si riaprissero i rubinetti dell'Iraq, della Libia o di altri paesi produttori, probabilmente si metterebbe in crisi tutto lo sfruttamento degli americani in quelle zone, in particolare nei paesi degli Emirati e nell'Arabia Saudita. Questo, soprattutto, è lo scopo americano: non credo che vi sia una connessione tra le vicende personali di Clinton (che forse pure hanno potuto influire in questo momento) e l'attacco all'Iraq, senza alcun preavviso, senza autorizzazione delle Nazioni Unite. Probabilmente, siamo ancora una volta di fronte alla volontà dell'America di affermare la propria supremazia ed influenza in quella zona: un'America che, come è stato ricordato, è lontana.
Ebbene, signor Presidente, vi è stata una dissociazione quasi unanime rispetto a questa azione: una dissociazione che è venuta dalle forze politiche e dagli altri paesi, tranne l'Inghilterra che ha appoggiato l'azione militare. Chiediamo, quindi, che il Governo italiano esprima qualcosa di più della preoccupazione e che svolga un'azione presso tutti gli altri Governi europei, affinché l'Europa assuma il ruolo che deve avere in questa zona per promuovere iniziative di pace e perché immediatamente si ponga fine a questa azione di guerra, inaudita, che non ha altra ragione che quella di affermare, ancora una volta, il ruolo che l'America si è arrogata di gendarme del mondo (Applausi dei deputati del gruppo comunista).
Non avremmo voluto assistere ancora una volta a questo spettacolo, ma oggi consideriamo che questo sia, purtroppo, il triste epilogo di una situazione che si è protratta a lungo, con una determinata ed efferata convinzione, da parte del dittatore Saddam Hussein, di non rispondere in alcun modo alle risoluzioni che le Nazioni Unite hanno più volte adottato nei confronti dello smantellamento del potenziale atomico, militare, batteriologico e chimico di cui questo dittatore ha continuato a dotarsi. Lo smantellamento non è avvenuto e il 5 agosto di quest'anno Saddam Hussein ha reciso ogni contatto con gli ispettori dell'ONU, tant'è vero che il rapporto dell'ispettore Butler, scienzato di indubbia responsabilità, ha dimostrato, con correttezza, che Saddam Hussein non rispettava gli impegni presi e che le armi continuavano ad aumentare, a dispetto della crescita della fame del suo popolo.
A questo punto, ritengo che dobbiamo porci molti interrogativi. In primo luogo, l'Italia e l'Europa devono perseguire una politica di pace, per cui dobbiamo porci l'interrogativo se sia giusto affidare all'azione punitiva di un solo Stato, ancorché il più potente del mondo, un intervento che, comunque, va a colpire popolazioni inermi ed indifese. Dobbiamo altresì porci l'interrogativo di come salvaguardare la sicurezza internazionale di popolazioni inermi, indifese, dei popoli. L'enorme potenziale bellico di armi micidiali, definite a sterminio di massa, che Saddam ha accumulato, costituisce un pericolo vero, reale per la comunità internazionale. Saddam andava fermato e l'ONU ne stava discutendo.
Probabilmente gli Stati Uniti hanno commesso un errore, non consultando prioritariamente le Nazioni Unite e tutti gli alleati: su questo si può discutere, così come si possono fare ulteriori, e soprattutto inutili, illazioni sulla vicenda.
Il dato di fatto su cui dobbiamo ragionare, invece, è che l'Europa, quell'Europa monetaria che abbiamo costruito, quell'Europa politica che vorremmo, di fatto, non esiste. Il comportamento dei vari Stati europei così divaricante, le loro affermazioni sono oggi la dimostrazione della triste realtà che l'Europa, pur essendo un gigante economico, è comunque un nano politico, che non ha - e non ha avuto - l'intelligenza e la responsabilità di dotarsi di una politica estera efficiente, di una politica per la sicurezza altrettanto efficiente, di un sistema di responsabilità individuale e collettiva nei confronti della politica di sicurezza del mondo e nei confronti dell'ONU.
Questa immagine di un'Europa divisa e divaricante è oggi sotto i nostri occhi e credo che possa, e debba, ottenere tutta l'attenzione del nostro Governo - che ha fatto di tutto per entrarvi -, perché essa possa riscattarsi da questa immagine e assumere la consapevolezza di un ruolo dignitoso a livello internazionale, un ruolo che le compete, anche perché l'Europa è oggi una grande potenza economica, e tale deve restare anche sotto il profilo politico, e non può esporsi a simili figure.
Credo che il nostro Governo abbia fatto l'indispensabile e forse anche molto di più - anche se in quest'aula non è stato riconosciuto - nel perseguire una politica di pace e, soprattutto, una politica di diplomazia per riportare la pace nei paesi martoriati del Golfo e nella questione mediorientale, questione complicata e difficile, che vede ancora notevoli problemi irrisolti, dalla questione palestinese a quella dell'Iraq.
Oggi, tuttavia, abbiamo di fronte una violazione sistematica di norme, che sono state dettate nell'interesse della pace e della sicurezza di tutti i popoli, da parte dei Saddam Hussein. A questa abbiamo
Ritengo che la discussione dovrà continuare, anche per le indicazioni che lei, signor Presidente del Consiglio dei ministri, ha reso. Non vorrei, però, che da queste prime battute di una discussione che dovrà svilupparsi, la realtà venisse alterata o fosse rappresentata in termini diversi. Saddam Hussein, onorevole Bertinotti, non è un compagno che sbaglia.
Non può venire meno la solidarietà atlantica e fra i paesi alleati, anche se questa vicenda - come lei ha detto, signor Presidente del Consiglio dei ministri - è diversa da quanto si verificò nel 1991 ed offre alcune indicazioni drammatiche.
Intanto ci troviamo di fronte ad una forte spallata nei confronti del ruolo dell'ONU. Qualche mese fa Kofi Annan aveva tentato di rabberciare la situazione e sarebbe quindi stato giusto tornare all'ONU per un raccordo da stabilire all'interno delle Nazioni Unite. Ma qui mi sembra si stia affermando già un clima da Società per le Nazioni: l'ONU sta accumulando continui insuccessi e sta dimostrando sia grandi lacune sia l'insufficienza del suo ruolo. Senza dubbio questa operazione anglo-americana lascia perplessi perché nasce al di fuori delle deliberazioni dell'ONU, come lei ha detto signor Presidente del Consiglio dei ministri.
Una seconda indicazione che viene offerta da questa vicenda è che manca l'Europa, che oggi è divisa e disarticolata: la Gran Bretagna è allineata con gli Stati Uniti, la Francia è sull'altro versante; al di là della Spagna, infine, non sappiamo quali siano gli atteggiamenti delle nazioni europee. Presidente D'Alema, l'abbiamo detto più volte anche in quest'aula, forse quando qualcuno di noi faceva parte della minoranza; ma i problemi sono gli stessi: non cambiano passando dalla maggioranza all'opposizione o viceversa (Commenti del deputato Biondi). Sì, Presidente Biondi, è così: le idee non cambiano se sono agganciate ai grandi principi ed ai grandi valori, che noi riaffermiamo. Allora l'Europa non può essere l'unione dei banchieri e dei mercanti, perché ciò non è sufficiente: è necessaria un'Europa politica, della sicurezza e della difesa (Applausi dei deputati del gruppo dell'UDR e del deputato Palma).
In proposito, signor Presidente del Consiglio, mi consenta di dire che c'è bisogno di una politica molto più dinamica. Non bastano le preoccupazioni e le perplessità: c'è bisogno di maggiore dinamismo, di una maggiore iniziativa, visto e considerato che non sono mai venute meno la nostra lealtà e la nostra solidarietà nei confronti dell'alleanza.
Ho un'altra preoccupazione, signor Presidente del Consiglio. Lei ha detto - con una franchezza di cui le ho dato atto - che non si conoscono gli sviluppi di questa operazione. Intanto noi dobbiamo dire che le operazioni di guerra devono finire. Ci sono dei danni «collaterali» - come si dice eufemisticamente - nei confronti delle popolazioni inermi e dei bambini. Giustamente è stato detto che questa operazione è inutile, così come sono stati inutili gli embarghi e le sanzioni da parte dell'ONU. Allora questa non conoscenza e non prevedibilità degli sviluppi della vicenda sono senza dubbio il fatto più drammatico. Per esempio, non sappiamo se ad oggi esistano progetti relativamente ad operazioni di terra né abbiamo certezze sulla possibile escalation. È drammatico; su questo dobbiamo riflettere.
Non è sufficiente a tal fine la convocazione delle Commissioni difesa ed esteri di Camera e Senato per monitorare la situazione. C'è bisogno di un'azione più forte da parte del Governo italiano che prenda atto dello stato delle cose ed assuma grandi iniziative.
Infine, signor Presidente della Camera, occorre riaprire finalmente un forte ed intenso dibattito sulla politica estera perché forse in passato è mancato un grande confronto sulla politica estera del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo dell'UDR - Congratulazioni).
Dopo la grande crisi della finanza di carta, ora vi è quella delle guerre periodiche in Iraq che, pur volendo sembrare uno sfoggio di potenza, hanno più che altro il sapore della debolezza dell'occidente.
Una sensazione di smarrimento si avverte sottilmente, ma diffusamente, tra i cittadini; penso, tuttavia, che non dobbiamo spaventarci, ma dobbiamo cercare di capire, guardando in faccia la realtà e ricordando che le guerre giungono, inevitabilmente, quando la politica non è in grado di scongiurarle.
Dobbiamo prendere atto che si pongono oggi, a livello globale, gli stessi problemi - da una parte, di integrità sociale, dall'altra, di gestione politica - che, nelle prime fasi dello sviluppo capitalistico, si posero a livello nazionale.
Se l'occidente scegliesse la via del centralismo politico, ripercorreremmo la stessa strada che un tempo ci portò alle conseguenze del centralismo: fascismo, nazismo, comunismo; giungeremmo ad una ideologia ancora più grave: l'ideologia mondialistica, ancora più temibile delle ideologie nazionaliste - che ci portarono, appunto, al fascismo e al nazismo - e di quella internazionalista, che ci portò al comunismo.
Se l'occidente, in altre parole, punterà solo sulla forza militare, passeremo da una guerra all'altra, da una punizione all'altra, finché i blocchi contrapposti all'occidente - che si stanno riformando - saranno, a loro volta, in grado di contropunire.
Non ho dubbi che la forza vera, su cui l'occidente deve puntare, non è tanto quella militare, quanto quella della persuasione, dell'esempio di democrazia e di libertà ordinata. Solo un occidente che riesca ad essere una vetrina di democrazia e di libertà può sopravvivere e aiutare il mondo a sopravvivere. Viceversa, il rischio è che si passi, come in una spirale, da una guerra all'altra, in situazioni sempre più difficili.
Se il centralismo e il mondialismo porranno condizioni sempre più difficili da accettare da parte dei popoli occidentali,
Siamo in un momento storico particolare: sono fallite le grandi narrazioni di un tempo, i metaracconti illuministi, idealisti, marxisti, che orientavano quasi automaticamente le scelte degli uomini. Oggi, neppure più le scienze si prospettano come sapere complessivo.
Ebbene, in un momento simile, io penso che l'occidente, ed in particolare il nostro paese, debba riuscire a trovare, proprio in occidente, un filo conduttore nel labirinto contemporaneo.
La domanda cui occorre rispondere è, semmai, se ci possa essere un nuovo metaracconto, quello dei valori della libertà dei popoli; non i valori delle strutture centrali, ma il valore della dissoluzione delle grandi ideologie autoritarie (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).
Tutte le volte, signor Presidente, che diciamo «no», anche in quest'aula, alla libertà dei popoli, diciamo implicitamente un sì alla logica degli opposti imperialismi che oggi cozzano in Iraq.
È una situazione che dimostra oggi che anche l'ONU, come un tempo la Società delle Nazioni, non è sufficiente quale organismo di pace finché non sosterrà con maggior fermezza e apertura anche la causa del diritto naturale e dell'autodeterminazione dei popoli. Queste sono le uniche scelte in grado di smussare gli artigli degli imperialismi da qualunque parte vengano!
Sottolineo però che non è il timore - che pure esiste e non va taciuto né irriso e che è in qualche modo contiguo al riflusso opportunistico della nostra modernità - che può guidare le nostre riflessioni; la salvezza della pace secondo giustizia sollecita piuttosto un paragone esigente con la tutela del diritto internazionale.
In queste ore tutti noi ci siamo chiesti se possa esistere un diritto internazionale che sia di per sé persuasivo in assenza di un deterrente militare. Sono così consolidate le nostre scelte, le nostre alleanze e la nostra volontà di mantenerle e svilupparle che questa fermezza non può essere un freno per un giudizio serio e responsabile su quanto avviene in queste ore in Iraq.
Signor Presidente del Consiglio, oggi non sono in discussione il comportamento di Saddam Hussein, del suo sanguinario regime e la sua primaria responsabilità nella crisi interminabile in quell'area del
Noi esprimiamo il nostro dissenso di fronte ad un intervento che, come qualsiasi altro intervento militare, comporta un prezzo altissimo in termini di vite umane, ma che in questo caso produce un'altra vittima, per certi versi non meno importante: mi riferisco alla concertazione internazionale e al ruolo delle Nazioni Unite, a cui la decisione angloamericana ha inferto un colpo durissimo.
In qualche modo, è come se in questa notte quella decisione avesse bombardato l'ONU. Appartiene ai sogni della nostra generazione la prospettiva di un ordinamento più alto e civile, capace di tutelare la pace e la sicurezza dei popoli in maniera efficace. Un governo del mondo e della sicurezza del mondo che non sapesse far rispettare le regole della legalità, dopo averle più volte e con pressoché universale consenso riaffermate, sancirebbe praticamente il proprio dissolvimento e lascerebbe il campo alla regola del più forte. Ma in questa situazione, questo potere e questa autorità non può essere assunta in via sostitutiva dal Governo degli Stati Uniti d'America. Questo dilemma e questa contraddizione tra l'esigenza di pace e la necessità di far rispettare i principi della convivenza ha scandito, ormai da anni, la vita dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Noi siamo consapevoli come la vicenda di questi giorni riproponga con forza la necessità di una riforma di questa organizzazione.
In questo quadro non possono tacersi il ritardo, i limiti e l'impotenza dell'Unione europea. L'Europa in queste occasioni segna una battuta d'arresto. Essa segna il passo, come spesso accade, quando si tratta di passare dalle dichiarazioni di intenti ai comportamenti concreti. Noi non vorremmo rassegnarci a questa tendenza.
Per queste ragioni, per queste convinzioni, con questa speranza, come popolari e democratici ci ritroviamo nella posizione del Governo e nelle sue due direttrici di azione. La richiesta agli Stati Uniti di porre fine all'azione militare e la determinazione, la ricerca della soluzione della crisi irachena nell'ambito delle Nazioni Unite, affinché questo giorno triste possa essere seguito, grazie anche al nostro contributo, da un giorno di vera pace (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo).
Non si può dire che non vi siano stati tentativi continui, sul piano dell'azione
Siamo molto preoccupati a motivo del rapporto Butler - qui citato più volte - che riferisce delle armi di sterminio di Saddam. E noi cosa facciamo? Continuiamo a deplorare come abbiamo fatto in questi anni? Noi abbiamo proceduto nei confronti di Saddam con intimidazioni e minacce di intervento armato otto, cinque, due e un mese fa ma purtroppo dobbiamo convenire che l'azione politico-diplomatica non produceva alcun risultato e non dava più alcuna soddisfazione. Da qui l'azione e l'operazione militare.
Noi riteniamo che questa operazione militare sia stata inevitabile ma a questa noi poniamo delle condizioni molto precise. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non possono fare da soli. Noi possiamo guardare agli Stati Uniti come alleati ma mai con sudditanza.
Quindi, di fronte al gravissimo pericolo per la pace causato da Saddam, gli ispettori dell'ONU se ne sono dovuti andare. Ripeto però che quest'azione militare deve essere breve, anzi brevissima, e deve avere obiettivi esclusivamente militari Non faccia così con la mano, Presidente D'Alema!
Lei ha dato questa mattina un'intervista su La Stampa che definirei un po' insidiosa. Se non sbaglio, lei ha dichiarato di essere contro le guerre, quelle passate e quelle a venire, della NATO, facendo venir meno anche sotto questo aspetto una posizione di rispetto, di coordinamento, di collaborazione e di condizionamento delle alleanze. Questo è il dato importante al quale dobbiamo riferirci.
Che cosa deve fare il Governo? Deve avere una posizione unitaria e dire agli Stati Uniti che l'azione militare non può continuare in modo indeterminato: i tempi devono essere brevissimi, direi a giorni. Dopodiché l'Italia deve fare il suo dovere, cioè deve essere credibile.
Lei ha letto quanto ha detto il ministro degli esteri al Senato? A parte il fatto che, diversamente da lei, ha detto di essere stato informato dal Segretario di Stato americano e dal ministro degli esteri il ministro Dini ha affermato: «L'impiego della forza che la comunità internazionale ed in primo luogo le Nazioni Unite hanno cercato di impedire fino all'ultimo nasce innanzitutto dalla condotta del Governo di Bagdad. Le autorità irachene debbono convincersi che l'intera comunità internazionale è determinata ad ottenere l'eliminazione degli strumenti di morte ancora in loro possesso». Come? Ce lo dovete dire. Non potete fare il doppio gioco, perché significherebbe la caduta della credibilità italiana in politica estera. In conclusione, signor Presidente, il nostro pensiero di vera solidarietà va a quelli che soffrono, a quelli che non possono certamente più essere colpiti da sanzioni; la nostra sincera e profonda solidarietà va al rispetto dei diritti umani ovunque nel mondo, anche nei paesi comunisti (spesso ci si dimentica di questo). È la solidarietà alle popolazioni dell'Iraq: solo così si potrà tenere un vertice europeo dal quale deve essere determinata la condotta dell'Europa, ancora una volta, come troppo spesso accade, assente. Allora potremo riprendere, dopo l'azione militare, l'iniziativa politica per salvare la pace e per ottenere rapporti internazionali civili, umani e politicamente validi (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Nel discorso del Presidente del Consiglio relativo a questa vicenda ho riscontrato
È una maggioranza che - senza offesa, signor Presidente del Consiglio - definirei «arlecchino» perché ha messo insieme pezze di colori contrastanti, nel tentativo di mantenere in vita un Governo. Prendiamo per esempio la NATO. Fanno parte della maggioranza colleghi che considerano la NATO il braccio armato dell'imperialismo americano; fanno parte della stessa maggioranza colleghi che considerano la NATO un pilastro irrinunciabile dell'architettura di sicurezza del mondo.
Non mi sembra che queste due posizioni possano coesistere nella stessa maggioranza e, in questa luce, non posso, onorevole Presidente del Consiglio, non esprimere la mia sincera ammirazione per quel piccolo miracolo di equilibrismo dialettico che è stato il suo discorso. Con esso lei ha tentato di conciliare l'inconciliabile, di accontentare quelli che vedono nella NATO un nemico da combattere e quelli che vedono in essa, viceversa, un pilastro di sicurezza (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).
Lei ha accennato alle linee di politica estera di questo Governo. Mi piacerebbe poter dire che la linea di politica estera di questo Governo è come la linea euclidea che, avendo posizione ma non avendo spessore, non può essere vista da nessuno. Anche la politica estera di questo Governo non può essere vista da nessuno!
Onorevole Presidente del Consiglio, esiste una terza via nell'atteggiamento da assumere nei confronti di questo intervento militare? È possibile trovare qualcosa di diverso, che non sia una condanna, per quello che si reputa essere un atto inutile di ostilità nei confronti di un paese pacifico o, viceversa, un'approvazione dell'intervento militare, considerato utile e necessario proprio ai fini della sicurezza del mondo? Lei e alcuni esponenti del Governo, per cavarvi d'impaccio, avete ritenuto di proporre la tesi che le cose sarebbero andate diversamente, se l'iniziativa fosse stata subordinata all'approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Avrei voluto, onorevole Presidente del Consiglio, che lei avesse ascoltato, su questo punto, quanto ha detto l'onorevole Berlusconi, capo dell'opposizione. Egli ha affermato che una NATO che, nelle decisioni necessariamente tempestive ed urgenti, dovesse subordinare il suo operato all'assenso delle Nazioni Unite, sarebbe paralizzata ed incapace di operare.
Alcuni esponenti di questa maggioranza hanno lamentato la mancata consultazione del nostro Governo da parte degli Stati Uniti e dell'Inghilterra. La cosa non mi stupisce, onorevole D'Alema. Credo che sia una conferma chiarissima del fatto che abbiamo dilapidato la credibilità internazionale dell'Italia. Il suo Governo ha dilapidato quella credibilità internazionale (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale)! Non siamo più un alleato affidabile!
Lei ha detto, onorevole D'Alema, che il Governo ha fatto il proprio dovere. Vorrei permettermi di ricordarle che governare è prevedere e che da mesi era previsto che ci sarebbe stato un intervento. Che cosa ha fatto il suo Governo in tutto questo tempo? Ha cercato, in qualche modo, di dissuadere gli alleati dall'intervento o ha manifestato la sua approvazione? Saddam Hussein ha sfidato ripetutamente la comunità internazionale, ha violato le risoluzioni delle Nazioni Unite, è in possesso di armi micidiali, ha dimostrato di avere ambizioni di conquista territoriale, dispone all'interno del suo paese di un potere assoluto ed incontrollato. Non ha limiti interni che consentano di moderarne il potere, sono quindi necessari vincoli esterni.
Vorrei ricordarle, onorevole Presidente del Consiglio, la vecchia massima: «chi non condanna il male, comanda che si faccia». Se questo Governo non è in grado di condannare il male, non può lamentarsi
Non c'è contraddizione, onorevole D'Alema, tra intervento militare e iniziativa politica, anche la storia recente dimostra che l'intervento militare agevola la possibilità dell'iniziativa politica, ma non ci può essere iniziativa politica nei confronti di chi non ha il coraggio di assumere le decisioni.
L'intervento militare - sono d'accordo - suscita sempre preoccupazioni. Nessuno è contento ...
Nessuno è contento quando queste decisioni vengono assunte, ma i guai cominciano quando ignoriamo le lezioni dell'esperienza, e la storia di questo secolo ci insegna che è pericoloso non prendere sul serio dittatori armati e dotati di mire espansionistiche. Lo spirito di Monaco permea il suo Governo, onorevole D'Alema (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale - Congratulazioni)!
Non sono tra coloro i quali pensano che la deterrenza militare, in primo luogo, e l'opzione militare, in secondo luogo, possano essere escluse del tutto a priori in presenza di gravissimi conflitti; tuttavia tale opzione deve essere sempre considerata l'estrema risorsa finalizzata al raggiungimento di un chiaro e specifico obiettivo circoscritto e non può, invece, essere adottata come una generica azione preventiva o ritorsiva. Da questo punto di vista dobbiamo dubitare circa il raggiungimento dell'obiettivo proclamato da questa operazione, curiosamente e forse anche in modo abbastanza inappropriato (lo dico perché ho ascoltato un accenno dell'onorevole Martino rivolto addirittura a Monaco) denominata «volpe del deserto», quasi a tracciare una continuità con il nemico della seconda guerra mondiale, a meno che non si trattasse di rendere omaggio postumo alle qualità militari di un uomo che, peraltro, non era neppure un nazista (ma non credo si tratti di questo).
Siamo di fronte ad un copione che si sta ripetendo da diverso tempo. Non credo che risolveremo in questo modo il lunghissimo conflitto che si trascina ormai dal 1991, perché un'opzione di questo genere deve sempre essere inserita all'interno di una prospettiva politica vitale e in essere, entro un ruolo effettivo delle istituzioni sovranazionali, a partire dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
È giusto rilevare in questa sede, nel Parlamento della Repubblica, che, per esempio, gli alleati della NATO non sono stati preventivamente informati dell'attacco. D'altro canto, i vantaggi di un'opzione
Non posso dilungarmi sull'argomento, ma vorrei dire all'onorevole Martino che l'azione americana si inserisce in un contesto internazionale assai difficile, precario, complesso. Quel nuovo ordine mondiale, di cui si parlava durante la guerra del 1991, autorizzata dall'ONU, è molto di là da venire. Non ripeto le considerazioni che da questo punto di vista ha fatto in questa sede l'onorevole Soro, che condivido pienamente. D'altro canto, le reazioni internazionali di grandi paesi, di grandi nazioni come la Russia e la Cina, evidenziano già in queste ore il rischio di un inasprimento, di un'involuzione che può divenire progressivamente destabilizzante e quindi pericolosa. Per questo, secondo noi, è urgente a questo punto la ripresa di quella diplomazia risanatrice di cui parla oggi Kofi Annan.
Su questo terreno si colloca anche la risposta ad una domanda che ci fa, a nome dell'amministrazione degli Stati Uniti, Madeleine Albright, questa mattina: «Dite voi: Saddam Hussein non ha risposto a nessuna delle nostre sollecitazioni» - ha ragione, lo sappiamo bene - «dunque, rimane l'opzione militare. E se non è l'opzione militare, dite voi europei: che facciamo?». Come dire che non c'è più margine.
Ebbene, ecco cosa deve fare il Governo italiano, il Governo di un grande paese come l'Italia: cercare di rispondere a questa domanda anche quando essa contiene, evidentemente, una qualche venatura polemica. Rispondiamo seriamente alla domanda nell'unico modo possibile, chiedendo che l'Europa assuma un ruolo subito, adesso, chiedendo un vertice europeo per stabilire una posizione comune. Nel copione che si sta ripetendo, infatti, cosa c'è in realtà? C'è questa situazione di difficile transizione nel mondo e c'è un'assenza: un'assenza di organismi internazionali credibili ed anche dell'Europa politica. Dunque, la nostra prima richiesta è che si agisca in questa direzione per una posizione comune che riempia in qualche modo un vuoto.
L'obiettivo non può che essere a questo punto - credo che tutti i colleghi intervenuti siano d'accordo al riguardo - la cessazione immediata dell'azione militare in corso come condizione per la ripresa di un'efficace iniziativa politica anche da parte dell'ONU, oltre che da parte dell'Europa.
Onorevole Simeone, lei ha due minuti di tempo.
Mentre le musiche del noto cantautore si levavano fin sotto le volte dell'auditorium, il cielo di Bagdad veniva sinistramente illuminato da quel diluvio di missili che si è abbattuto sulla capitale irachena.
Ho letto con grande dolore le dichiarazioni di Kofi Annan, il quale ha parlato di giorno di dolore non solo per l'Europa e per il mondo intero, ma anche per l'ONU, un'organizzazione che ritengo sia stata del tutto vanificata da questo attacco angloamericano nei confronti di un popolo inerme.
L'attacco è venuto quasi invisibile dal cielo su quella popolazione, contravvenendo certamente a quelli che erano stati i precetti dell'ONU e, soprattutto, alle sue disposizioni; un'organizzazione di così grande prestigio, che dovrebbe operare sempre e comunque per la pace e che deve purtroppo subire la mortificazione di un comportamento veramente irresponsabile, quale quello del capo dell'UNSCOM, l'ispettore dell'ONU Richard Butler che ritira, senza alcuna consultazione con il segretario generale dell'ONU, gli ispettori dell'ONU stessa, è veramente cosa assai grave. È veramente mortificante per una organizzazione mondiale che dovrebbe operare, non solo per la difesa di ogni cittadino, ma anche per l'integrità fisica dei cittadini di ogni angolo del mondo, veder vanificare i suoi grandissimi ideali a causa di un'azione irresponsabile.
Questa è una giornata di dolore, ma è altresì una giornata di lutto per tutta la diplomazia internazionale, assolutamente incapace di contrastare un attacco che, in ogni caso e comunque, non doveva verificarsi nei confronti di un popolo assolutamente inerme (Applausi di deputati del gruppo di alleanza nazionale e dei deputati del gruppo comunista).
Ricordo la visita in Iraq del presidente del mio partito, l'onorevole Gianfranco Fini, ai tempi della guerra del Golfo. In quell'occasione l'Iraq aveva invaso il paese vicino; in questa occasione, invece, non c'è stata alcuna invasione: ci sono state solamente le dichiarazioni dei membri americani di alcune commissioni che ancora una volta hanno fatto di parole e di sospetti la motivazione in base alla quale gli Stati Uniti d'America riescono ad assicurarsi l'egemonia in quella zona del mondo. Agli americani, infatti, fa comodo che si crei incertezza: solo in questo modo possono tenere sotto ricatto tutti i paesi confinanti in nome del dio petrolio, in nome dei guadagni sporchi e di una sporca politica internazionale.
Sospendo la seduta fino alle ore 15.


