DIEGO NOVELLI. Ringrazio il sottosegretario Serri. Mi ero domandato, prima di ascoltare la sua risposta, se fosse venuto qui come esperto in cooperazione nei confronti dei paesi e delle persone in difficoltà: non dico sottosviluppate perché Craxi non può certamente essere considerato tale.
Devo invece dire che, a differenza di altre risposte fornite dal ministro Flick in forma scritta, quella del sottosegretario Serri non è un'esauriente risposta burocratica. Ho presentato con altri colleghi questa interpellanza - lo dico pubblicamente -
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non per una vocazione giustizialista, che non rientra nella mia cultura e nel mio modo di pensare, ma per avere un chiarimento dal Governo dopo alcune dichiarazioni che erano apparse in un'intervista pubblicata 15 giorni fa da uno dei quotidiani nazionali a un personaggio politico non di secondo piano, che fa parte del Senato (mi riferisco al senatore Di Pietro, per essere chiari), il quale aveva lasciato intendere tra le righe, con il linguaggio che ormai siamo abituati ad ascoltare, che il nostro Governo non aveva fatto molto per ottenere questo provvedimento.
In una fase politica come quella che stiamo vivendo, molto travagliata, con un rapporto sempre più difficile tra l'opinione pubblica e la cosiddetta politica, il palazzo, tra il paese reale e il paese legale, cose come questa non possono non nuocere e dare la sensazione di un «pappa e ciccia», per cui non solo quel voltar pagina tante volte auspicato non è avvenuto ma addirittura si è assistito anche a certi fatti abbastanza clamorosi avvenuti in questa città, alla ricomparsa di certi fantasmi, a certi congressi organizzati con l'apparizione sul palcoscenico di personaggi che pensavamo avessero ormai chiuso definitivamente con la politica.
Tutto questo non può che suscitare non solo perplessità e amarezza ma anche qualcosa di più. Ecco perché ho voluto presentare quest'interpellanza. Il fatto assume una rilevanza non secondaria. Lei ha la possibilità di parlare in tempi più stretti e in circostanze più pressanti con chi governa questo paese: certi fatti, certi episodi sconcertano, come quello per cui la televisione di Stato dedica un'intera serata ad intervistare un latitante, che non viene presentato come tale ma come Silvio Pellico nel primo Risorgimento, costretto all'esilio.
Che cosa può trasmettere tutto ciò ad un giovane di 15 o 20 anni? Quale immagine si può dare di un paese? Si tratta di un normale grassatore, perché tale va definito un signore che ha intascato miliardi: basterebbe citare la sentenza relativa al Banco ambrosiano.
Tale sentenza dice che, attraverso il famoso conto «protezione», durante una passeggiata con l'architetto Larini, il giovane Martelli riceve, su indicazione di Larini e su richiesta di Craxi, il numero del conto «protezione» e che il giorno successivo sempre il giovane Martelli si reca all'hotel Excelsior e consegna tale numero al venerabile Licio Gelli, il quale a sua volta lo trasmette al presidente di quella banca che qualche mese dopo si farà «suicidare» sotto un ponte del Tamigi. Tutta l'operazione consentì il trasferimento di sette miliardi di lire dal Banco ambrosiano alle casse di Bettino Craxi e dei suoi amici.
Tutto ciò è scritto in una sentenza. Si può parlare di persecuzione politica? Si può parlare di esilio? Si tratta di un cittadino italiano che si è sottratto alla giustizia!
Anche gli interventi continui che questo cittadino italiano latitante fa dal seggio che ha eletto ad Hammamet indicano come continui ad incidere sulla vita politica del nostro paese. Addirittura, come ho già ricordato, i suoi amici hanno organizzato una specie di raduno dei «tagliaborse» nazionali i quali si sono incontrati in un albergo di Roma e al grido di «Bettino, Bettino, ritorna!», hanno parlato non solo di un'amnistia - a cui accennerò subito dopo - ma anche della necessità di approvare una legge straordinaria, di una revisione del processo, così come si chiede per altri casi giudiziari, come quello di Adriano Sofri. Si è parlato di una revisione di tutti i processi per poter far tornare in patria l'esiliato politico.
Sottosegretario Serri, l'opinione pubblica deve essere certa che non vi sono incertezze, ammiccamenti o ambiguità. Lo dice uno che non è un giacobino da strapazzo ma che proprio stamattina, insieme al collega Nando Dalla Chiesa, ha presentato una proposta di legge di amnistia per i reati collegati a Tangentopoli. Affermare di non volere l'amnistia, mentre essa è in atto, è una grande ipocrisia italiana; infatti decine di processi stanno cadendo in prescrizione poiché la giustizia
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in Italia non è in grado di funzionare. Allora è molto meglio avere il coraggio di fare un'amnistia (questo avrei voluto dire al ministro Flick quando l'ho chiamato in causa in occasione del dibattito sulla fiducia tenutosi la scorsa settimana), se non vogliamo nascondere la testa sotto la sabbia. Certo, un'amnistia pone delle condizioni, le quali non possono essere inferiori a tre: in primo luogo, l'interdizione dai pubblici uffici di questi grassatori; in secondo luogo, la restituzione di una parte del malpreso (non capisco perché si dica «maltolto», in realtà sarebbe più corretto dire «malpreso»); infine, in caso di scoperta di reati non denunciati successivamente all'emanazione del provvedimento di amnistia, l'aggravamento della pena.
Sentiamo parlare di depenalizzazione del reato di finanziamento pubblico dei partiti ma vogliamo dire, una volta per tutte, visto che ci dichiariamo tutti a favore della trasparenza, che esso non può più essere considerato un reato, purché risulti nei bilanci di chi dona e di chi riceve? Se poi - certo! - nel bilancio si nascondono queste cifre per altre ragioni, non solo questo reato non deve essere depenalizzato, ma deve anzi essere appesantito! Invece, noi sentiamo parlare di provvedimenti di depenalizzazione di questo reato; mentre non deve più essere considerato un reato il finanziamento dei partiti, purché avvenga alla luce del sole e purché compaia nei rispettivi bilanci degli interessati.
Vorrei ora richiamare l'attenzione del Governo, proprio partendo da queste brevi considerazioni che ho svolto su tale vicenda e non riferendomi soltanto ad essa, sul fatto che si ha l'impressione - nella risposta del sottosegretario Serri non ho ravvisato questo atteggiamento, ma è abbastanza diffuso e generalizzato negli atti - che, pur vivendo nel Palazzo (ma, grazie a Dio, avendo ancora un certo tipo di rapporto con la realtà!), nella politica italiana in generale - e quindi riguarda tutti, indipendentemente dal ruolo, dal seggio che si occupa e dallo schieramento a cui ognuno di noi appartiene - si siano o guastati o addirittura rotti i cosiddetti relais che consentono un collegamento tra la politica ufficiale e la realtà del paese!
Signori miei, ci poniamo il problema che a Milano - sia pure in elezioni suppletive per un collegio di questa Camera - sia andato a votare il 38 per cento dei cittadini aventi diritto? Ce lo poniamo questo problema, se non siamo totalmente degli irresponsabili e se non siamo - come dicono in Toscana - dei grulli? Ribadisco che a Milano è andato a votare il 38 per cento degli aventi diritto!
Negli ultimi quattro anni si è registrato un tale calo dell'indice di partecipazione alle elezioni che avrebbe dovuto far riflettere qualsiasi forza politica responsabile e qualsiasi cittadino responsabile o persona dotata di una intelligenza media che abbia la passione della politica, l'interesse per la politica intesa non come attività personale, ma come ricerca, curiosità, tensione, passione, solidarietà e cultura (questa dovrebbe essere la politica!). Ebbene, noi viviamo tranquillamente come se nulla fosse accaduto, come se in un collegio di una delle principali città italiane - dove si riscontrano un tasso di cultura certo superiore alla media nazionale, un tasso del reddito sicuramente superiore al reddito nazionale e dove si svolge una vita civile e culturale sicuramente superiore a quella nazionale - non si registri una caduta verticale di questo tipo! Allora, credo che tutto ciò faccia parte (scusatemi, non vi è alcun tentativo di strumentalizzazione o di voler mettere assieme cose che apparentemente non stanno assieme, ma che invece sono strettamente collegate) di quel processo in atto prima di impoverimento e, successivamente, di degrado della vita politica italiana.
La domanda che vorrei porre è la seguente: come si pensa di ovviare a questi problemi? Credo che le difficoltà che molto spesso incontra il Governo nell'affrontare questioni magari secolari oppure dei problemi che non dipendono soltanto dalla volontà di questo esecutivo, che ha solo due anni di vita (lo dico non per scaricare sul passato determinate responsabilità; anche se due anni di vita
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sono due anni e non due mesi), potevano e dovevamo essere affrontati con maggiore speditezza, con maggiore coraggio e non pensando di rinviare e di esaurire il tutto nella grande conquista dell'euro. Mi domando allora se abbiamo coscienza di queste cose.
Credo, inoltre, che molte delle difficoltà che voi, che operate direttamente a livello di responsabilità governativa, incontrate, ve le trovate di fronte perché emergono questa disaffezione, questa disillusione e questa amarezza che può essere anche sollecitata da certi atteggiamenti nei confronti di problemi come quelli che mi sono permesso di sollevare. Mi riferisco alla trasmissione di quindici giorni fa, con quell'incredibile intervista di un'ora e poi la sera dopo per rimediare - come dicono in Veneto, el tacon più gros del buso - vi è stata una replica per rispondere, che poi in realtà non è stata una replica. Tra l'altro è grottesco anche dal punto di vista giornalistico rispondere il giovedì ad una intervista del mercoledì; la risposta è efficace se avviene in contemporanea, perché il giorno dopo, chi ha avuto ha avuto ...! Ebbene vi è stata poi una serata dedicata alla trattazione di tutt'altra questione, relativa all'inchiesta su Tangentopoli.
Queste sono mazzate alla credibilità del paese, come sarebbe una terribile mazzata se passasse nell'opinione pubblica la convinzione che questo Governo non ha fatto niente e non intende far niente per considerare il cittadino Bettino Craxi, latitante in quel di Hammamet, un cittadino come tutti gli altri.
PRESIDENTE. Sospendo brevemente la seduta.