Seduta n. 376 del 22/6/1998

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TESTO AGGIORNATO AL 23 GIUGNO 1998


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(Discussione congiunta sulle linee generali - A.C. 3290-4883)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione congiunta sulle linee generali.
Informo che i presidenti dei gruppi parlamentari di forza Italia e di alleanza nazionale ne hanno chiesto l'ampliamento senza limitazione nelle iscrizioni a parlare, ai sensi del comma 2 dell'articolo 83 del regolamento.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Pezzoni, relatore sul disegno di legge n. 3290.

MARCO PEZZONI, Relatore sul disegno di legge n. 3290. Signor Presidente, colleghi, signor ministro degli affari esteri, questo provvedimento riguarda una questione molto specifica, cioè l'approvazione da parte dell'Italia del nuovo statuto che equipara tutti i paesi aderenti alla partnership


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for peace ad un accordo quadro precedente, cioè lo status delle forze armate (SOFA), originariamente sottoscritto a Londra nel 1951 soltanto tra i paesi membri della NATO.
Con questo provvedimento noi equipariamo le forze militari di tutti i paesi aderenti alla partnership for peace applicando loro le stesse prerogative che dal 1951 riconosciamo alle forze armate della NATO. Si tratta dunque di mettere su un piede di parità forze militari che già da anni stanno collaborando all'interno della partnership for peace e renderci conto che in questi anni si sono verificate grandi novità strategiche. Una di queste è l'idea, poi realizzata nel 1994, della partnership for peace lanciata nel mese di gennaio a Bruxelles dai sedici Capi di Stato e di Governo della NATO e aperta all'adesione di tutti i paesi dell'Unione europea, del centro-est dell'Europa e anche a quei paesi dell'ex Unione Sovietica al punto che il partenariato per la pace oggi può contare, oltre che sui paesi della NATO, su ben 27 paesi, a dimostrazione di come la NATO si trovi in una situazione di straordinaria evoluzione. Infatti, nel dibattito sull'allargamento della NATO, a ulteriori tre paesi non potremo prescindere dai quadri più complessivi all'interno dei quali si colloca lo stesso allargamento ai tre paesi del centro Europa. Negli ultimi anni si è succeduta una serie di novità quale motore politico di una nuova architettura della sicurezza paneuropea, anzi si può affermare che con il partenariato per la pace prefiguriamo già non solo una nuova architettura di sicurezza paneuropea, ma anche forme di sicurezza euroasiatica, se è vero, com'è vero, che alcuni dei paesi aderenti al partenariato per la pace fanno parte di quell'area centro-asiatica che, pur mantenendo inalterato il legame storico e geopolitico con l'Asia centrale, sicuramente è politicamente, culturalmente ed economicamente influenzata dall'Europa.
La grande novità del partenariato per la pace non è solo questa. Concepito inizialmente quasi come una sorta di anticamera, di passaggio ponte per l'allargamento della NATO, in realtà il partenariato per la pace si è trasformato in qualcosa di più profondo e di più ampio: è, come ha affermato il segretario generale della NATO, Solana, la più grande e positiva esperienza di cooperazione e di pace a livello internazionale. Nell'adesione al partenariato per la pace si sono qualificati paesi che non fanno parte della NATO, per esempio paesi neutrali come la Svezia, l'Austria o la Finlandia. Pur aderendo al partenariato per la pace questi paesi hanno già dichiarato di non avere alcuna intenzione, per il futuro, di entrare a far parte della NATO.
Come è evidente, negli ultimi anni è avvenuto qualcosa di nuovo e di più profondo: purtroppo il dibattito troppo ideologico (il teatrino a cui molto spesso assistiamo leggendo i giornali) non coglie le trasformazioni profonde e innovative che stanno avvenendo. Mi riferisco al fatto che alcuni paesi neutrali - Svezia, Austria e Finlandia - vogliano rimanere tali pur volendo rafforzare la propria presenza europea sulle tematiche della politica comune di sicurezza e di difesa aderendo alla partnership for peace. Dunque, la grande tradizione delle socialdemocrazie scandinave, di Olof Palme, non è in contrapposizione e in contraddizione con la partnership for peace.
Direi ancora di più: un paese isolato ed un po' isolazionista come la Svizzera ha deciso di far parte della partnership for peace. Dico questo per sottolineare che la natura profonda del trattato istitutivo del partenariato per la pace ha come orizzonte e come finalità quelli di consolidare la democrazia, soprattutto in quest'area, di rispettare i diritti umani, di valorizzare sempre più la cooperazione comune tra paesi perché appunto, la stabilità e la sicurezza, sono innanzitutto operazioni di cooperazione politica, culturale ed economica; la sicurezza è quindi sempre più un fattore multidimensionale!
Il partenariato per la pace è appunto questa pagina nuova che stabilisce finalità innovative, il dialogo politico innanzitutto, e che fissa anche finalità nuove che

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rendono possibile pure che la partnership for peace, prevedendo forze multinazionali per operazioni umanitarie, di peace keeping, di mantenimento e di ripristino della pace al servizio del Consiglio di sicurezza dell'ONU (anzi, dell'intera ONU), sia diventata una esperienza di straordinaria capacità e di nuova realizzazione di dialogo e di una stabilità fondata sul rispetto dei diritti umani. Molti non sanno - ed è giusto in quest'aula ricordarlo - che l'esperienza più positiva che abbiamo vissuto in questi anni e, cioè, quella della presenza dell'Ifor prima e dello Sfor oggi in Bosnia, è stata resa possibile non solo dall'esistenza di una precisa risoluzione dell'ONU ma anche dal fatto che il mandato sia stato dato non solo alla NATO ma proprio alla partnership for peace; ciò ha reso possibile la collaborazione non solo con la Federazione russa - collaborazione e partecipazione indispensabili - ma anche con una serie di paesi sia dell'area del centro-est europeo sia - addirittura - del mondo arabo! Ciò è stato reso possibile grazie al nuovo quadro politico e strategico della partnership for peace.
È inoltre giusto sottolineare che, grazie alla partnership for peace, la NATO, in collaborazione con le forze militari dell'Albania e della Macedonia, ha potuto nei giorni scorsi fare esercitazioni militari congiunte nel quadro della partnership for peace, ma rigorosamente all'interno dei confini, tra Macedonia, Albania e Kosovo. Non solo, ma il partenariato per la pace - lo dice nelle sue finalità in modo chiarissimo l'accordo quadro fondativo - prevede nel rispetto delle singole nazioni, dei confini e dunque di tutte le sovranità nazionali, una delle questioni da rispettare! Dunque, una operazione militare in Kosovo non sarebbe possibile all'interno della partnership for peace; sarebbe necessario un mandato ONU, una precisa risoluzione, e comunque noi sappiamo che in Bosnia il modello che abbiamo preso come riferimento, su risoluzione dell'ONU, è stato realizzato attraverso il consenso di tutte le parti territoriali in causa: si è ottenuto infatti il consenso dei musulmani bosniaci, dei croati e dei serbi!
Questo è dunque il partenariato per la pace, la partnership for peace: una cooperazione politica e militare che rende possibile alla NATO essere sempre più un elemento di garanzia e di rispetto delle democrazie di tutti i paesi dell'Europa e persino di rispetto delle loro tradizioni e delle loro volontà future: quelle di un neutralismo attivo di grandi paesi come la Svezia, la Svizzera e l'Austria. Tanto è vero che altri paesi, che non fanno parte della NATO, hanno intenzione di aderire alla partnership for peace (mi riferisco all'Irlanda, alla Croazia e alla stessa Bosnia).
Credo, allora, che sia giusto, in questo giorno in cui cominciamo ad affrontare le questioni di un'architettura di sicurezza comune europea, riconoscere che accanto alla questione dell'allargamento della NATO sono in corso grandi novità: una di queste è, appunto, la partnership for peace, che renderà sempre più possibile, nel rispetto dei diritti umani e delle singole sovranità, una cooperazione che possa garantire stabilità e sicurezza.
Proprio per questo viene giustamente ripreso e successivamente ricordato quanto previsto da un altro grande pilastro realizzato, proprio in questi mesi, precisamente l'anno scorso: nel cosiddetto trattato fondatore tra NATO e Federazione russa, tra gli impegni assunti da quest'ultima si prevede proprio quello di partecipare, ancora e sempre di più, alla partnership for peace nel rispetto dei valori umani e democratici e della volontà dei popoli. Non solo: nel Trattato fondativo tra Russia e NATO è previsto di realizzare un consiglio congiunto permanente NATO-Russia, nonché la partecipazione della Russia, negli impegni assunti da quest'ultima, al consiglio di partenariato euroatlantico e al programma di partenariato per la pace.
Dunque siamo di fronte, con la partnership for peace, con l'accordo fondatore NATO-Russia - sottoscritto nel maggio 1997 con un altro trattato importante tra NATO e Ucraina sottoscritto in luglio - a ciò che nella dichiarazione di Madrid dell'8 luglio 1997 era uno dei punti chiave

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di questo nuovo ripensamento della strategia della NATO: dare forma alla nuova NATO, cioè un'architettura di sicurezza europea aperta a tutti.
Quindi, noi stiamo parlando proprio di questa nuova sfida, che certo vede ancora alcuni punti deboli: lo dico al signor ministro e ai colleghi perché proprio il nostro Governo - il ministro Dini innanzitutto - in questi mesi è stato all'avanguardia nel sottolineare che le nuove linee di evoluzione, sempre più positive, sempre più democratiche, sempre più attente ai diritti dei popoli, ai diritti di tutti, vedono però che uno dei punti deboli è proprio il Mediterraneo. Giustamente è stata avanzata l'idea di una carta di sicurezza per il Mediterraneo, l'idea, appunto, di accentuare una cooperazione, nello spirito della conferenza di Barcellona, verso tutti i paesi delle sponde sud ed est del Mediterraneo, affinché il partenariato per la pace debba poi in qualche modo incrociarsi con le questioni della sicurezza poste in moto dalla conferenza di Barcellona con il partenariato euromediterraneo.
Come non vedere che sarebbe sbagliato far sì che si affermi l'idea per cui, non essendoci più alcun pericolo all'est, il nuovo pericolo è il fianco sud della NATO. Non è così. Soprattutto noi, paesi mediterranei dell'Europa, in questi anni stiamo insistendo, non nello spirito di Barcellona, nello sviluppare forme che prevedano che la partnership for peace possa essere allargata, coinvolta, gestita su un piede di parità con nuovi paesi. Del resto, l'Italia, già nel vertice di Bruxelles del 1994, aveva individuato sei Stati del dialogo, sei Stati mediorientali, cinque dei quali potevano già partecipare al dialogo sulla sicurezza comune: l'Egitto, la Giordania, il Marocco, Israele, la Tunisia e la Mauritania. E proprio perché purtroppo la lega araba, l'unione araba maghrebina hanno un peso istituzionale e politico ancora debole, noi dobbiamo sapere che la nuova frontiera della sicurezza nel Mediterraneo sarà quella di costruire istituzioni comuni, politiche e di cooperazione militare per la sicurezza. Queste cose il ministro Dini le ha dette in questi mesi; e credo che proprio la nuova cultura che viene fuori dalla partnership for peace ci dica che facciamo bene e che sempre di più dobbiamo intensificare il nostro impegno in questa direzione.
Infatti, sempre di più vediamo che ci sono due archi di crisi in quest'area geo-politica. I due archi di crisi sono quello dei Balcani, che va fino alla Georgia attraverso il Caucaso, e quello che parte dal nord Africa, dai paesi maghrebini, dall'Algeria fino al Medio Oriente, Israele e Palestina per finire nel Golfo.
Come pensiamo di poter affrontare questi due archi di crisi se non appunto potenziando questa cooperazione economica, culturale e soprattutto politica? E come non capire che anche la questione militare ha una sua parte importante nel governare questi processi come processi che devono essere volti al disarmo, alla coesistenza? Il partenariato per la pace, che prevede la possibilità per le truppe di paesi aderenti alla partnership for peace non solo di fare esercitazioni comuni con le forze militari della NATO, ma anche di partecipare a forze multinazionali di pace, ci dice che siamo entrati in una fase storica nuova. Davvero siamo ad un passaggio storico.
Allora, c'è chi può essere critico perché vuole un di più di pace, perché vuole un di più di disarmo e quindi sta fuori da questo processo, e c'è chi come noi, invece, vuole stare all'interno di questo processo, non tanto perché pensiamo alla NATO di 20 o 30 anni fa, ma perché partiamo da quel grande sforzo di Moro, che aveva individuato per esempio nella Carta di Helsinki l'inizio di un'architettura di sicurezza comune, perché era indispensabile con la Carta di Helsinki coinvolgere l'allora Unione Sovietica. Oggi, senza l'est, senza la Russia, non ci può essere sicurezza; noi lo sappiamo bene.
Per questo si dà inizio anche a questo processo di allargamento graduale della NATO, ma inserito in queste altre architravi, che sono la partnership for peace, che sono il trattato fondatore con la Russia, che sono aprire una cooperazione

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nuova con i paesi del Mediterraneo, che sono avviare ed accelerare le trattative per il disarmo: intanto il disarmo convenzionale di tutte le truppe dislocate nell'Europa. Dunque, la sicurezza comune si fa con misure di fiducia e con misure politiche.
Con questo provvedimento ci inseriamo quindi nello sforzo di costruire una sicurezza pan-europea, un nuovo concetto strategico dell'alleanza, e diamo anche risposta a tante espressioni di dissenso che ancora si possono manifestare all'interno di tanti paesi. Penso per esempio al Senato americano, penso per esempio alle posizioni di Trent Lott, che è Presidente del Senato americano, il quale ritiene che l'allargamento sia un annacquamento della NATO e dunque che aumenti l'insicurezza, penso alla destra americana, che è contraria a rispettare il trattato fondatore NATO-Russia, quando Helms sostiene che una parte di questo trattato fondatore NATO-Russia non debba essere realizzato. Non è così. Credo che l'Italia abbia il dovere di dare pienezza a questa nuova strategia multidimensionale, ed è per questo che oggi giustamente stiamo discutendo in modo congiunto di questo nuovo impulso che diamo alla partnership for peace, nel rispetto dell'ONU e soprattutto, nella nostra area regionale, dell'OSCE, perché siamo consapevoli che soprattutto sotto l'egida dell'ONU e dell'OSCE è in atto un processo politico i cui strumenti militari devono obbedire a grandi finalità e strategie innanzitutto politiche, di difesa dei diritti umani, della democrazia, di crescita nella sicurezza e nel rispetto reciproco.
Siamo convinti che le turbolenze del futuro comportino la necessità di prevedere operazioni multinazionali e la partnership for peace è l'esperienza più grande e più positiva che abbiamo avuto in Europa: attuata in questi anni in Bosnia, è davvero un modello anche per il futuro, un modello che può essere realizzato solo con il consenso delle parti e rigorosamente solo dietro mandato dell'ONU.
È questo, dunque, il quadro che abbiamo di fronte e per questo, cari colleghi, credo sia opportuno un voto favorevole, perché il nostro compito è quello di spingere verso un'evoluzione, una trasformazione di tutti gli strumenti militari in direzione del disarmo, della sicurezza e della comprensione dei popoli e dei paesi. Il partenariato per la pace non è solo una scommessa, ma è già un processo in corso, soprattutto nella nostra Europa (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Leoni, relatore sul disegno di legge n. 4883.

CARLO LEONI, Relatore sul disegno di legge n. 4883. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'attenzione che nelle ultime giornate è venuta crescendo attorno alla discussione odierna e al voto che l'Assemblea esprimerà domani è dovuta, più che al merito dei temi che siamo chiamati a valutare, alle conseguenze dell'esito di questo confronto sulla situazione politica italiana.
Il compito del relatore è quello di illustrare i contenuti del disegno di legge e davvero non vorrei andare oltre questa funzione istituzionale, giacché intervengo in questa sede a nome della Commissione e non di una parte politica.
Vorrei tuttavia svolgere in premessa una serie di sintetiche considerazioni, che derivano più che altro dall'esperienza di numerosi dibattiti parlamentari su provvedimenti riguardanti la politica estera.
In primo luogo, è non soltanto un fatto consueto e normale, ma anche giusto ed utile che sui temi della politica estera ci sia una convergenza tra i voti della maggioranza e quelli dell'opposizione, che le scelte di politica estera siano, cioè, sottratte il più possibile alla logica esclusiva della dialettica interna. Quasi sempre ci si comporta così, non solo in questo Parlamento, ma in tutti i paesi democratici...

GIUSEPPE CALDERISI. Ma se la maggioranza è maggioranza, non se è una «non maggioranza»!


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CARLO LEONI, Relatore sul disegno di legge n. 4883. ...ed è esattamente quanto sta avvenendo nei paesi che hanno già ratificato l'allargamento della NATO.
Ciò non vuol dire - è questa la seconda considerazione che intendo svolgere - che come parlamentare della maggioranza io non consideri un problema politico serio il fatto che su di un tema così importante, che allude alla collocazione internazionale dell'Italia, la coalizione che governa il paese si presenti divisa, rendendo di fatto il voto delle opposizioni non più solo auspicabile, ma necessario e determinante, come fu già per la missione in Albania.
In terzo luogo, davvero non si può dire, perché i fatti parlano da soli, che le differenze nella maggioranza su alcuni importanti temi di politica estera stiano impedendo all'Italia di svolgere un ruolo attivo sulla scena internazionale: i fatti, sin troppo noti a tutti i colleghi, ci dicono, appunto, che non solo l'Italia sta svolgendo questo ruolo, ma che proprio nel corso degli ultimi anni ha recuperato una funzione da protagonista che precedentemente aveva smarrito. Anche nel processo decisionale per l'allargamento della NATO l'iniziativa del nostro paese ha mostrato una fisionomia autonoma ed attiva, come proverò a spiegare nel corso della mia relazione.
Credo, in tutta sincerità, che queste brevi considerazioni derivino non da valutazioni di parte, ma da una comune esperienza parlamentare e politica.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi siamo chiamati ad esaminare un importante disegno di legge, quello relativo alla ratifica ed esecuzione dei protocolli al Trattato nord Atlantico sull'accesso della Repubblica di Polonia, della Repubblica ceca e della Repubblica di Ungheria, firmati a Bruxelles il 16 dicembre 1997. È appunto il tema più noto come processo di allargamento della NATO, un processo la cui fase decisionale è stata innescata con il vertice di Madrid dell'8 luglio 1997, in cui i Capi di Stato e di Governo dei paesi NATO hanno invitato Polonia, Ungheria e Repubblica ceca ad avviare le trattative di adesione all'Alleanza atlantica. Successivamente, nel corso della riunione ministeriale del Consiglio atlantico del 16 dicembre 1997 a Bruxelles, sono stati firmati tre protocolli di accessione oggetto del disegno di legge ora al nostro esame. L'intenzione comune è quella di concludere le procedure di ratifica prima delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del Trattato di Washington che istituì la NATO e cioè prima dell'aprile 1999.
Il processo di allargamento interviene in un momento in cui si sta discutendo ovunque in modo aperto sulla nuova missione della NATO nel mondo non più bipolare e sulle istituzioni della sicurezza e della difesa europea. Un'occasione ancora più ampia di riflessione generale sulla NATO e sulla sua nuova strategia ci verrà offerta senz'altro il prossimo anno, in occasione appunto del cinquantesimo anniversario del Trattato di Washington.
Se si esamina a fondo la situazione internazionale non si può non vedere che dopo la fine dei regimi comunisti e lo scioglimento del Patto di Varsavia la NATO è posta di fronte alla necessità inderogabile di cambiare i suoi scopi e la sua funzione: non più lo strumento difensivo di una parte dell'Europa contro l'altra, ma alleanza in grado di costruire uno spazio di sicurezza comune dentro una partnership europea rafforzata. La NATO come uno degli attori della costruzione di una pace stabile: qual è se non questo il senso di ciò che hanno fatto 60 mila uomini della NATO in Bosnia, una missione per garantire sicurezza e pace in una zona europea che aveva conosciuto la tragedia di una guerra nella quale persero la vita 80 mila persone? La prima innovazione strategica della NATO riguarda dunque la sua stessa funzione.
Il secondo elemento di novità riguarda il fatto che non è e non sarà solo la NATO a disegnare la nuova architettura di sicurezza atlantica ed europea. Ci sono innanzitutto le Nazioni Unite e tutti sanno che l'Italia, in particolare, si batte perché l'ONU abbia quei poteri e quegli strumenti di peace keeping che ancora le mancano.


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C'è l'Unione europea che secondo diversi paesi, tra cui, davvero non ultimo, il nostro, deve compiere un salto deciso verso quella politica estera e di sicurezza comune che è ancora fin troppo sulla carta.
C'è l'Unione dell'Europa occidentale, della quale l'Italia ha assunto la Presidenza, che - cito le parole del sottosegretario Fassino al Consiglio di Rodi - «deve essere la struttura intorno a cui costruire l'identità di sicurezza europea», per cui bisogna accelerare il processo di integrazione della UEO nell'Unione europea.
C'è l'OSCE che va indubbiamente rafforzata e ci sono le sedi e gli strumenti del partenariato per la pace.
C'è infine - ma non ultimo - tutto il capitolo del dialogo euro-mediterraneo, senza il quale il nuovo scenario politico-militare europeo viene colto come ostile dai paesi mediorientali e nord africani. Va detto purtroppo che il programma di Barcellona non procede con la speditezza che tutti ci si aspettava. È dunque in questo contesto che è chiamata ad agire quella che il segretario generale Solana ha chiamato la nuova NATO per un nuovo ordine europeo, un'alleanza in grado di costruire un'area di sicurezza comune e di svolgere interventi a sostegno della pace su mandato delle Nazioni Unite e dell'OSCE. Inoltre, come ha ricordato il ministro Dini, la NATO accentua fortemente la propria vocazione politica, che le ha già permesso di stemperare il conflitto tra Grecia e Turchia e che con la semplice prospettiva dell'allargamento già riverbera benefici effetti sui rapporti tra paesi potenzialmente conflittuali, come l'Ungheria e la Romania, ovvero la Romania e l'Ucraina.
A questo scopo, nello stesso Consiglio di Madrid la NATO ha stipulato uno statuto per un rapporto specifico di partenariato con l'Ucraina, una vera e propria carta di cooperazione militare bilaterale. Nella stessa occasione è stato firmato un comunicato congiunto tra Grecia e Turchia che contiene un impegno reciproco al rispetto dei trattati internazionali esistenti ed al rifiuto dell'uso della forza.
È stato inoltre rafforzato il programma di partenariato per la pace, che già coinvolge 27 paesi, con la costituzione del Consiglio di partenariato euroatlantico ed è stata decisa un'intensificazione del dialogo mediterraneo già avviato con sei paesi della sponda sud. Su quest'ultimo tema, vorrei ricordare che l'Italia si è impegnata a proporre, alla prossima riunione dei paesi della Conferenza di Barcellona, una Carta comune del Mediterraneo, anche allo scopo di superare quelle incomprensioni già sorte con i paesi della sponda sud, ad esempio, sulle funzioni di Eurofor e Euromarfor.
Ho letto e ascoltato un'osservazione critica secondo la quale non solo l'allargamento, ma ormai l'esistenza stessa della NATO sarebbe di ostacolo alla realizzazione dell'obiettivo del rafforzamento dell'ONU e della identità di sicurezza dell'Unione europea. Mi sembra un'obiezione non fondata. Lo sarebbe se agissimo ancora nel vecchio contesto bipolare, ma non oggi, in una situazione nella quale - come, appunto, per la Bosnia - la NATO può essere uno strumento prezioso per le Nazioni Unite. E poi, l'ingresso nella NATO di nuovi paesi europei fa crescere, non diminuire, l'istanza di una politica di sicurezza comune e di una maggiore identità della politica europea.
Dobbiamo purtroppo riconoscere che la difficoltà a far decollare la PESC non è imputabile tanto a condizionamenti esterni, quanto - e se volete la cosa non è meno preoccupante - a divisioni interne alla stessa Unione europea. Tra l'altro, e la cosa non è né casuale né di poco conto, non bisogna dimenticare che marciano in parallelo due processi di allargamento, quello della NATO e quello dell'Unione europea.
Mi risulta davvero difficile, in uno scenario di questo tipo, condividere la tesi, ormai davvero datata, dell'allargamento della NATO come strumento espansionistico degli interessi statunitensi, testimonianza di un mondo che ormai sarebbe unipolare. Questa tesi è smentita non

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soltanto dal fatto che con l'allargamento cresce la presenza europea nell'Alleanza e l'Europa diventa sempre più la zona di interesse nevralgico, ma anche dagli ormai numerosi episodi - tra i più recenti, l'ultima crisi con l'Iraq - che dimostrano il carattere sempre più multipolare degli equilibri politici mondiali. E poi, se l'allargamento rispondesse prevalentemente ad una logica di potenza degli Stati Uniti, non sarebbe stato tanto lungo e travagliato il dibattito su questi temi nel Senato americano. Infatti, quel che ha reso così difficile la discussione nel Senato di Washington non è stato, come si è detto, soltanto il tema dei costi materiali dell'allargamento e neanche soltanto la preoccupazione, presente anche nel dibattito europeo, sul rischio che l'ampliamento giochi a scapito dell'efficienza strutturale e operativa della NATO, quanto piuttosto il riemergere talora di una tentazione neoisolazionista, che riaffiora periodicamente in settori dell'estabilishment statunitense. Ma alla fine, dopo tre settimane di dibattito, il consenso parlamentare negli Stati Uniti è stato molto ampio. Vale tuttavia la pena ricordare che i consensi, così come i dubbi e le contrarietà, hanno percorso entrambi gli schieramenti, quello democratico e quello repubblicano, e la vasta maggioranza a favore dell'allargamento è stata alla fine - diremmo noi italiani - trasversale.
A proposito dei costi, vorrei ricordare che il Consiglio atlantico di dicembre ha fissato la spesa per l'allargamento in quasi 1,5 miliardi di dollari per un periodo di dieci anni. L'Italia si è impegnata a coprire una quota pari a 106 milioni di dollari in dieci anni, ma ciò potrebbe anche non comportare - ci dice il Governo - oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato, in quanto vi potrebbe essere una riallocazione delle spese per la difesa.
Il nostro paese è intervenuto attivamente per la prospettiva dell'ampliamento della NATO, giocando un ruolo peculiare attorno ad alcuni passaggi di grande importanza. Siamo stati innanzitutto tra i paesi che più hanno preso sul serio e se ne sono fatti carico le preoccupazioni della Russia. Molti segnali ci indicavano la portata e la profondità di queste preoccupazioni, presenti in pressoché tutte le forze politiche russe. Ricordiamo la netta opposizione di un uomo che non è certo un nazionalista radicale, l'ex Presidente Mikhail Gorbaciov, durante la sua visita in Italia; ricordiamo le cose ascoltate anche da una delegazione della Commissione esteri a Mosca; ricordiamo, soprattutto, i contenuti ed i toni del comunicato russo-cinese del 23 aprile 1997, che senza dubbio ha rappresentato il punto di massima tensione tra NATO e Russia.
Non si poteva non vedere la ragione di questa preoccupazione tanto forte, fin nei suoi elementi psicologici e storici: l'alleanza militare che negli ultimi cinquant'anni ha vissuto proprio in opposizione ed in funzione di contenimento delle politiche del regime di Mosca portava i suoi confini a coincidere con quelli russi. Queste preoccupazioni, insieme con la ricerca - ancora infruttuosa - di un compromesso, furono oggetto del dialogo diretto tra Bill Clinton e Boris Eltsin nel vertice di Helsinki del marzo 1997. Da lì è partita una trattativa riservata poi sfociata nell'incontro del 27 maggio dello scorso anno a Parigi, dove i 16 leader dei paesi membri dell'alleanza ed il Presidente russo hanno sottoscritto l'accordo denominato «Atto fondante delle relazioni Russia-NATO». L'Atto istituisce un consiglio NATO-Russia a presidenza congiunta, che si riunirà almeno due volte all'anno a livello di ministri degli esteri e della difesa. A Bruxelles, presso la NATO, una missione permanente guidata da un ambasciatore permetterà alla Russia di partecipare all'attività esterna della NATO. Non si può non cogliere la grande portata anche, ma non soltanto, simbolica dell'evento rappresentato dalla presenza permanente di ufficiali russi di stanza presso il quartier generale della NATO.
La NATO si è impegnata a non installare armi nucleari sul territorio dei futuri nuovi membri dell'alleanza; la Russia si è

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impegnata a disinnescare immediatamente le testate nucleari ancora rivolte contro i paesi NATO.
Queste ed altre misure sancite con l'accordo stipulato a Parigi si inseriscono in un quadro che vede sul fronte delle relazioni economiche e finanziarie l'ingresso della Russia in quello che ormai è il G8 e l'impegno dei sette paesi più industrializzati a favorire l'ingresso della Russia nel WTO entro il 1998.
È stato giustamente notato che dall'acuta crisi nei rapporti NATO-Russia sul tema dell'allargamento è scaturito - come effetto concreto - un quadro di cooperazione senza precedenti fra la Russia e i paesi occidentali. L'Italia si è battuta affinché si arrivasse a questo risultato.
Altro punto di distinzione dell'Italia - insieme con altri paesi, come la Francia - è stato relativo ad un più consistente ampliamento dell'alleanza, con l'accesso della Slovenia e della Romania oltre a quello di Polonia, Ungheria e Repubblica ceca. Il Governo italiano ha assunto questa posizione per una ragione evidente: la NATO deve prestare la massima attenzione verso le aree da cui provengono i maggiori problemi per la stabilità e la sicurezza collettiva, in particolare verso i Balcani ed i il sud-est europeo. Slovenia e Romania rappresentano due paesi chiave in quell'area. Inoltre, non volevamo si desse l'impressione che il percorso di allargamento, invece di sciogliere antiche diffidenze, finisse con l'erigere nuove linee divisorie tra i paesi che vengono accolti e quelli - peraltro parimenti affidabili - la cui richiesta viene respinta. Per questo è da considerarsi senza dubbio importante il fatto che, sebbene non si sia riusciti a realizzare subito un allargamento a cinque, nel comunicato finale del vertice di Madrid i Capi di Stato e di Governo abbiano riconosciuto i positivi sviluppi verso la democrazia e lo Stato di diritto in vari paesi dell'Europa sudorientale, specialmente per quanto riguarda la Romania e la Slovenia, e che il processo di allargamento verrà considerato nel 1999, al nuovo summit della NATO che si terrà a Washington in occasione del cinquantesimo anniversario dell'alleanza, intendendo che la NATO rimane aperta a nuovi membri, come previsto dall'articolo 10 del Trattato.
Restano alcuni problemi ancora aperti davanti a noi ed alla stessa Alleanza atlantica. Mi limiterò solo a citarli, per ragioni di brevità. Il primo attiene alla riforma strutturale della NATO: se con l'allargamento la NATO si europeizza, questo fatto deve trovare un riscontro anche negli assetti della gerarchia e nella distribuzione delle responsabilità di comando. Secondo problema: occorre rilanciare i negoziati per la riduzione degli armamenti nucleari. Terzo: come recita uno degli ordini del giorno accolti dal Governo al Senato, la NATO presti maggiore attenzione alla coerenza dei propri membri con i valori di democrazia e di libertà che costituiscono le basi ideali dell'alleanza.
C'è un altro argomento non direttamente legato al tema dell'allargamento che ha impegnato tuttavia i colleghi senatori e che sicuramente ritroveremo anche nella nostra discussione, quello dello status delle basi americane in Italia ed in alcuni altri paesi europei.
Detto che la presenza di queste basi di per sé non configura un'accezione di sovranità, essendo il risultato di un reciproco consenso tra le parti, si pone un problema di aggiornamento, di trasparenza e pubblicizzazione, almeno di fronte alle sedi parlamentari, degli accordi internazionali relativi a queste basi per superare uno status ormai da diversi punti di vista anacronistico.
È assolutamente indispensabile che anche in queste istallazioni militari presenti sul territorio italiano venga rispettata la legge per la messa al bando delle mine antipersona, alla quale il Parlamento italiano ha lavorato con tanto impegno e determinazione ed i cui contenuti sono stati riconosciuti nell'ultima conferenza ad Ottawa come i più avanzati e coerenti.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, come avete potuto constatare, io per primo ho affrontato, spero in modo chiaro, temi e valutazioni che vanno ben

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oltre la semplice decisione di accogliere la richiesta fatta da alcuni paesi di nuova democrazia di far parte della NATO. È inevitabile che sia così, che la discussione vada ben oltre.
Tuttavia, in conclusione, vorrei ricordare che con il presente atto di ratifica il Parlamento italiano è chiamato esattamente a rispondere a questa domanda: se vogliamo che Polonia, Ungheria e Repubblica ceca siano membri dell'Alleanza atlantica oppure, al contrario, se desideriamo che la NATO rimanga quella che è stata fino ad oggi, perché l'allargamento è, senza dubbio, un'opportunità per il rinnovamento della stessa alleanza.
Deve contare per noi, innanzitutto, la libera volontà di questi paesi e di tutte le forze politiche che li amano. Non c'è dubbio che loro, più di chiunque altro, sanno giudicare il modo per tutelare i propri interessi. Si tratta di paesi con sistemi democratici ormai consolidati, che vogliono integrarsi non solo nella NATO, ma nelle istituzioni comunitarie europee; paesi - pensiamo alla Polonia - che nel corso dei secoli sono stati ripetutamente aggrediti ed invasi da est e da ovest e che vedono in questo processo di integrazione una garanzia per la sicurezza dei propri confini e delle proprie libere istituzioni.
Si è andata ormai diffondendo una nuova e più compiuta lettura del concetto di sicurezza comune, il quale oltre ai problemi di difesa comprende ormai i temi della lotta alla criminalità, della tutela ambientale dalle catastrofi naturali, degli stessi standard di sicurezza sociale. Ma è del tutto evidente che senza prevedere lo strumento militare a fini di pace si produce un'idea della sicurezza quanto meno velleitaria.
Polonia, Ungheria e Repubblica ceca si uniscono, dunque, alla NATO in nome di un'esigenza di sicurezza e di stabilità democratica. Non fanno, tuttavia, questa scelta con spirito egoistico, ma sapendo di assumere una responsabilità generale. Lo ha detto chiaramente il Presidente Vaclav Havel: per noi l'offerta dell'appartenenza alla NATO rappresenta non soltanto la possibilità di soddisfare le nostre esigenze di sicurezza, ma soprattutto quella di condividere lo sviluppo pacifico e democratico del nostro continente e del mondo nel suo insieme, svolgendovi la nostra parte con i nostri partner europei ed americani.
Queste, onorevoli colleghi, signor Presidente, sono le ragioni per le quali, a nome della Commissione, chiedo all'Assemblea di esprimere un voto favorevole (Applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo e di rinnovamento italiano).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il ministro degli affari esteri.

LAMBERTO DINI, Ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli parlamentari, l'allargamento dell'Alleanza atlantica a Polonia, Repubblica ceca ed Ungheria si inscrive nella ricerca di assetti più stabili e duraturi dopo la parentesi della guerra fredda, una guerra che, pur se combattuta nel silenzio delle armi, non è stata meno divisiva di altre per lunghezza e per asprezza delle contrapposizioni nel cuore dell'Europa.
In passato i paesi europei avevano messo definitivamente alle spalle i loro conflitti attraverso trattati di pace, trattati a volte lungimiranti, in altri casi portatori di ulteriori tragedie. Questa volta le divisioni di ieri si superano modificando le istituzioni internazionali, in primo luogo le due maggiori sul nostro continente: l'Unione europea e l'Alleanza atlantica.
Il ministro degli esteri polacco, Bronislaw Jeremek, nel sottoscrivere a Bruxelles, il 16 dicembre 1997, il protocollo di adesione alla NATO, aveva osservato: «Per oltre duecento anni la firma ad opera di governanti stranieri di documenti concernenti la Polonia era stata più spesso il presagio di sicuri disastri». Qui sta quindi il primo significato dell'allargamento, un processo iniziato a Bruxelles quattro anni fa, un processo inteso a restituire sicurezza ai paesi più vulnerabili della storia europea, paesi più spesso vittime delle aspirazioni egemoniche di altri ed anche


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per questo alla ricerca in passato di veri o falsi protettori, non più pedine mosse sulla scacchiera del potere, bensì artefici uguali e sovrani.
L'alleanza è stata concepita sin dall'inizio come estensibile ad ogni paese democratico europeo, capace di apportare un proprio contributo alla sicurezza comune; semmai, può essere impressionante il parallelismo tra questa potenzialità e quella analoga inserita nei Trattati di Roma. La novità sta piuttosto nel fatto che là per la prima volta la NATO oltrepassa la linea che era stata chiamata a difendere, la linea che così arbitrariamente ed ingiustamente divideva l'Europa.
Chi si ostina ad interpretare tutto questo in termini di una possibile minaccia non sa cogliere i radicali mutamenti di questi anni e fa mostra di indulgere nelle contrapposizioni speculari, negli equilibri di ieri: una logica vecchia, un'evidente cecità dinanzi a tante mutazioni, una pigrizia mentale, un radicato pregiudizio ideologico. Come potremmo rifiutare l'accesso all'alleanza a paesi che da tale prospettiva attingono le energie necessarie per trasformazioni non certo indolori della loro politica, della loro economia, della loro società, che considerano l'ancoraggio alla NATO come un ulteriore pegno dell'irreversibilità di tali processi, che giudicano l'ingresso nell'Unione europea come complementare e non certo sostitutivo di un'alleanza per la sicurezza, che sono pronti ad accettare, non solo nei fatti, l'adeguamento delle loro strutture militari, in modo da essere essi stessi portatori di sicurezza, che sull'opportunità dell'adesione hanno condotto un lungo e libero confronto al loro interno, accompagnato anche da consultazioni popolari? Chi potrebbe assumersi la responsabilità morale, ancor prima che politica, di respingere questi paesi, di ricacciarli in condizioni di permanente precarietà, di negare loro un traguardo così faticosamente perseguito dopo una storia così travagliata? Il nostro rifiuto suonerebbe come un voto di sfiducia.
In vista dell'adesione all'alleanza essi hanno infatti rafforzato le istituzioni democratiche, migliorato il rispetto per i diritti delle minoranze, consolidato il controllo del potere civile su quello militare, risolto i conflitti territoriali ed etnici con i loro vicini. Non che quei paesi si sentano oggi assediati da una minaccia incombente: la loro richiesta di adesione non è dettata dalla paura, è dettata invece dal desiderio di condividere valori e strumenti di un sistema di sicurezza collettiva che solo può garantire una stabilità permanente.
La partecipazione all'alleanza non comporterà per la Repubblica ceca, la Polonia e l'Ungheria oneri insostenibili, suscettibili di compromettere economie ancora fragili e protese ad accorciare le distanze con l'Unione europea. Il costo complessivo per vecchi e nuovi membri sarà estremamente contenuto, come ha ricordato l'onorevole Leoni; lo sarà ancor più per i paesi di nuova adesione, poiché preverrà fra di essi la tentazione di rinazionalizzare le proprie politiche di sicurezza, di ricreare quelle coalizioni che tra le due guerre, proprio in quell'area, precipitarono verso la peggiore delle sue catastrofi. Potrebbe succedere di nuovo, venuto meno il vecchio ordine, nel quale gli Stati Uniti e l'Unione europea si affrontavano distribuendo anche ad altri garanzie ed assicurazioni, imponendo - sulla base del loro primato - un'irripetibile disciplina di schieramento.
Nella strategia dell'ampliamento, d'altra parte, il Governo italiano ha sempre sostenuto il principio della porta aperta. Esso è codificato nel Trattato di Washington, nello spirito di ricomposizione dell'unità europea ad evitare che in essa si consolidino diversi gradi di sicurezza.
Ciò significa che l'allargamento non può avere limiti geografici prestabiliti, che deve fondarsi sulla reale capacità di ogni nuovo membro di assumere, in un quadro rigorosamente democratico, obblighi e responsabilità per la sicurezza comune che non deve creare nuovi squilibri.
La posta in gioco è correttamente percepita fra i paesi già membri dell'alleanza, nessuno dei quali - aggiungo per inciso -, inclusi quelli retti da governi di

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centro-sinistra, ha ritenuto di obiettare allo spostamento in avanti dei confini della sicurezza multilaterale. L'iter parlamentare si è già concluso favorevolmente negli Stati Uniti, in Canada, in Germania, in Grecia, in Norvegia, in Danimarca, nel Lussemburgo ed in Islanda. L'intero processo dovrà essere completato in vista del vertice dei cinquantenario previsto a Washington nel prossimo aprile.
L'allargamento dell'alleanza avviene dunque, in primo luogo, in risposta ad una esigenza di sicurezza dei paesi coinvolti, esigenza che è anche la nostra, in risposta ad una precisa volontà politica da loro democraticamente espressa. Diversa l'obiezione di chi accampa una pretesa di maggiore insicurezza della Russia per l'estensione della NATO a ridosso dei suoi confini o di chi asserisce che in tal modo verrebbero a crearsi nuove linee divisorie in Europa semplicemente spostando le attuali più ad est o più a sud. Al contrario, proprio l'irricevibilità delle domande di adesione creerebbe nuovi muri e nuove cortine. La stessa Russia, pur con la sua dimensione bicontinentale, con il suo carico nucleare ad alto rischio, non può che temere l'insicurezza ai propri limiti occidentali, l'insicurezza in quelle regioni nel cuore dell'Europa, dalle quali era sempre venuta in passato una minaccia per la sua sopravvivenza.
In realtà - e questo è stato il secondo punto della politica estera italiana oltre a quello della porta aperta - abbiamo sempre visto l'accesso di nuovi membri nell'alleanza come contestuale ad una crescente concertazione e collaborazione di questa con la Russia. Abbiamo sempre avuto chiaro il significato del confronto in corso tra gruppi ed interessi diversi intorno alla fisionomia, al carattere, al destino della Russia.
Abbiamo sempre ritenuto che occorresse sostenere con vigore e dall'esterno i russi che intendono traghettare il paese verso l'occidente contro quelli che, invece, vorrebbero impedirne l'approdo definitivo alla modernità. Per questo siamo stati tra i primi, ed il Presidente Eltsin ce ne ha dato atto nel corso della sua ultima visita a Roma, ad adoperarci per l'ingresso di quel paese nelle grandi istituzioni politiche ed economiche internazionali, dal G7 alla Organizzazione mondiale per il commercio.
Abbiamo così insistito perché tra l'alleanza e la Russia venissero stabiliti legami organici, perché il Consiglio permanente, nel quale la Russia siede insieme ad altri membri dell'alleanza, divenisse uno strumento di dialogo, di consultazione e di azione congiunta, tanto più necessario in quanto l'apporto della Russia si è rivelato prezioso per le azioni della NATO in aree di crisi anche a ridosso del nostro paese come i Balcani.
Inoltre, la reciproca quotidiana frequentazione anche sul terreno tra le forze della NATO e quelle russe servirà a disperdere percezioni ostili ancora presenti, sarebbe improprio negarlo, nella politica e nella società di quel paese grande ed amico.
Ma non potremo costruire la nostra amicizia con la Russia sulla base della esclusione dal cerchio della sicurezza atlantica dei paesi ad essa contigui. Sarebbe un patto viziato in termini morali oltre che politici e riproporrebbe inquietanti analogie; analogie di altri tempi nei quali la sicurezza degli uni fu ricercata nella insicurezza degli altri. Varsavia, Budapest, Praga, non sono solo nomi di città; sono tessere di una memoria storica esaltante e più spesso tragica, dal tradimento di Monaco alla spartizione di Yalta.
Saldiamo quindi finalmente un debito storico, ma lo facciamo costruendo questa volta una sicurezza inclusiva, che non antagonizzi nessuno dei paesi grandi e piccoli dell'Europa ad oriente della NATO. Guardiamo all'allargamento anche da un'altra prospettiva. È in corso la ridefinizione dello stesso concetto strategico dell'alleanza, delle sue missioni, non solo quelle tradizionali di difesa in funzione dell'articolo 5, ma anche quelle di ricerca e di imposizione della pace.
La ridefinizione dei compiti dell'alleanza rende necessario un più organico inserimento in essa di quei paesi, rende ineludibile una crescita della componente

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europea rispetto a quella d'oltreatlantico. Nell'Europa di oggi la dissuasione, cardine della sicurezza di ieri, resta sempre più sullo sfondo, mentre invece emerge una nuova architettura basata sulla prevenzione e la gestione delle crisi.
L'Europa sarà chiamata sempre più a farsi carico di nuovi conflitti che impongono una crescita del polo europeo in seno all'alleanza. Polonia, Repubblica ceca, Ungheria hanno mostrato di volere e di saper contribuire all'azione di pace nei Balcani; tanto meno potremmo oggi rigettarne la richiesta di adesione. Coloro che invocano una più chiara identità europea di sicurezza e di difesa non possono ignorare che essa si costruisce parallelamente in ambito atlantico ed in ambito comunitario. Passa anche attraverso l'aumento nella NATO del contributo e del profilo dei paesi da questo lato dell'Atlantico.
Quanto maggiore sarà il numero di paesi dell'Unione europea nell'Alleanza atlantica, tanto migliori saranno le prospettive di creazione di una difesa europea, secondo un principio di stretta complementarietà tra dimensione europea e dimensione atlantica della sicurezza.
Vengo infine all'ultima considerazione, dopo quelle attinenti ai paesi candidati, alla Russia, ai compiti dell'Europa. Essa riguarda le relazioni transatlantiche. Negli Stati Uniti è da tempo aperto un dibattito sul ruolo dell'unica grande potenza, sul suo impegno in spiagge che possono sembrare sempre più lontane, scomparso il nemico mortale di ieri.
La tentazione è duplice. Da un lato, di ritirarsi al riparo degli oceani, non vedere la propria sicurezza come indissolubilmente legata a quella degli alleati tradizionali; dall'altro, la tentazione di fare da sé, un nuovo unilateralismo sorretto dall'illusione dell'onnipotenza. La politica degli Stati Uniti, grazie anche ad una leadership illuminata, si è sinora sottratta a questa duplice tentazione. Il Senato ha approvato a stragrande maggioranza e senza condizioni l'allargamento dell'alleanza. Ecco che allora questo diviene un passaggio obbligato per mantenere gli Stati Uniti ancorati al multilateralismo, alle loro responsabilità in Europa.
A questo impegno abbiamo affidato la nostra sicurezza nella seconda metà del secolo e vorremmo continuare ad affidarla anche in quello successivo. L'allargamento - ricorda Henry Kissinger - riunifica l'Europa della guerra fredda con l'Europa che ne è stata vittima e le riconduce ambedue all'alleanza con gli Stati Uniti.
Signor Presidente, onorevoli deputati, abbiamo avuto in Parlamento qualche volta visioni non coincidenti sulla politica del paese, non coincidenti tra gli stessi membri della maggioranza. Questo non ci ha impedito, credo, di condurre un'azione esterna forte, credibile e coerente, ispirata a quelli che abbiamo ritenuto essere gli interessi prioritari dell'Italia, interessi espressi e difesi anche in presenza di voci dissenzienti tra gli stessi partiti che sostengono il Governo.
Anche questa volta il Governo ha individuato e difeso quelle che ritiene nostre priorità irrinunciabili e le sottopone al Parlamento. Ho cercato anche di indicare quale sia la posta in gioco e quali le conseguenze delle nostre decisioni.
Voglio solo auspicare che solo in ragione di questa posta in gioco emerga in quest'aula una larga convergenza a conferma di una delle grandi scelte strategiche nella collocazione internazionale del nostro paese. Esse sono state sempre in passato ampiamente condivise. Di questo attendiamo un'ennesima conferma. Grazie (Applausi dei deputati dei gruppi di rinnovamento italiano, dei democratici di sinistra-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Colleghi, in tribuna sono presenti gli ambasciatori di Polonia, della Repubblica ceca e di Ungheria, che ringrazio per l'interesse che manifestano per i nostri lavori (Applausi).
Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Cerulli Irelli, al quale ricordo che dispone di otto minuti di tempo. Mi dispiace che siano così pochi, ma questi sono i tempi. Ne ha facoltà.


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VINCENZO CERULLI IRELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, il processo di allargamento dell'alleanza nord-atlantica ai paesi dell'est europeo costituisce uno dei più importanti atti di politica internazionale che contrassegnano il nuovo assetto delle relazioni tra Stati europei seguito alla fine della contrapposizione tra i sistemi di sicurezza dell'est e dell'ovest, al crollo dei regimi comunisti e dell'alleanza del Patto di Varsavia. È una delle risposte che diamo, forse la principale, alla richiesta forte che viene dai paesi dell'est europeo di riannodare i loro rapporti con l'occidente, di ritrovare la loro matrice europea una volta spezzato l'artificiale steccato costruito dalla contrapposizione tra i due blocchi di potenze. È una richiesta ampiamente diffusa in questi paesi, nelle loro classi politiche, nei loro sentimenti sociali, e va di pari passo con quella di entrare nell'Unione europea.
L'ingresso nella NATO costituisce per questi paesi non solo un'esigenza di carattere tecnico intesa a modernizzare i loro apparati di difesa militare, ad inserirli in un contesto strategico anche sul piano informativo e dell'innovazione di dimensione intercontinentale: è soprattutto un'esigenza di carattere politico, vorrei dire storico-politico, quella di rientrare nell'alveo dell'occidente, sentirsi protetti dall'alleanza nella quale i paesi occidentali sono tutti compresi, paesi accomunati da istituzioni democratiche e rappresentative nelle quali i paesi dell'est europeo vogliono ormai pienamente riconoscersi.
La NATO, nella quale i paesi dell'est europeo ambiscono ad entrare e nella quale noi siamo, non è più quella delle origini, l'alleanza militare strategica concepita per far fronte ai pericoli della minaccia militare sovietica, pericoli che non sussistono più, una volta modificata la configurazione di quel grande paese, le sue istituzioni, il suo ruolo internazionale; è la NATO come alleanza tra paesi accomunati da istituzioni similari che intendono, attraverso un'organizzazione comune di difesa, garantire la pace nel continente prestando il loro aiuto tecnicamente avanzato e politicamente consapevole al ristabilimento della pace nelle situazioni di crisi che, purtroppo, si verificano con crescente intensità in alcune aree territoriali del continente stesso. È la NATO del partenariato per la pace, organizzazione a cui aderiscono ventisette paesi, tra cui i tre che ora sono chiamati ad entrare a pieno titolo nell'alleanza, l'organizzazione che, sulla base di una forte attività di consultazione e di cooperazione tra i paesi, intende conseguire la migliore capacità di svolgere missioni di mantenimento della pace, di azioni umanitarie, di ricerca in ogni situazione di crisi delle ragioni del dialogo tra i contendenti. È la NATO della missione di pace nei Balcani che ha dato un contributo decisivo alla soluzione della crisi difficilissima, soprattutto in Bosnia, e che oggi è tuttora chiamata a garantire la stabilità della regione.
Siamo ben consapevoli dei problemi di carattere politico ed internazionale che l'allargamento della NATO pone soprattutto nei rapporti con la Russia e su questo punto dobbiamo essere chiari: noi consideriamo il rapporto di collaborazione con la Russia come la garanzia principale della stabilità del continente, e riteniamo che debbano essere evitate tutte quelle operazioni che possano in qualche modo rendere difficile questo rapporto o che possano mettere in pericolo la stabilità interna del sistema politico-democratico non ancora del tutto consolidato di questo grande paese amico del quale l'Italia, tra l'altro, costituisce uno dei principali partner commerciali.
La Russia - come si è chiarito anche in un recente incontro interparlamentare che abbiamo avuto con i colleghi della Duma - guarda con sospetto all'allargamento della NATO; si sente in qualche modo accerchiata, soprattutto sul piano politico, anche per il forte risentimento che nei suoi confronti manifestano a volte i paesi dell'est europeo, nelle loro dichiarazioni intese ad auspicare l'ingresso nella NATO. La Russia deve essere garantita nella maniera più assoluta nella sua sicurezza,


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ma deve anche recepire con piena consapevolezza politica che la NATO allargata è proprio essa condizione di maggiore stabilità del continente e garantisce perciò la stessa sicurezza della Russia. Attraverso il cosiddetto atto fondatore, del maggio 1997, sono stati istituiti organismi di consultazione e di cooperazione fra i due partner, la NATO e la Russia, anche a livello interparlamentare. La partecipazione della Russia è stata garantita non solo all'apparato conoscitivo-informativo dell'Alleanza atlantica, ma anche a significativi livelli decisionali e alla collaborazione stretta tra i partner per la partecipazione congiunta alle missioni di pace.
L'atto fondatore del Trattato bisognerà «vederlo in azione» e occorrerà un po' di tempo perché da parte russa possa essere accettato con piena consapevolezza il nuovo assetto delle relazioni reciproche.
Per questa ragione, mentre manifestiamo il nostro pieno appoggio al Trattato che consente l'allargamento dell'alleanza alla Polonia, alla Repubblica ceca e alla Repubblica di Ungheria, riteniamo che debba usarsi cautela, anche attraverso la fissazione di tempi congrui e non eccessivamente ravvicinati, nelle operazioni di successivo allargamento, che pure sono auspicate, e che saranno sicuramente da noi appoggiate nel futuro. Mi riferisco sia al prossimo allargamento già programmato alla Slovenia e alla Romania sia agli allargamenti successivi auspicati da alcuni dei paesi dell'est europeo. Da parte russa, in molte occasioni e anche nell'ambito dell'incontro interparlamentare, si è posto come limite, dichiaratamente invalicabile almeno allo stato, quello dei confini dell'ex Unione Sovietica. Ciò, in pratica, significa l'esclusione dal processo di allargamento dei paesi baltici. Su questo punto dobbiamo usare molta cautela, per le ragioni che prima dicevo, anche se non possiamo ignorare le aspirazioni profonde di questi paesi ad integrarsi a pieno nella comunità occidentale, anche attraverso la NATO. Per ora, occorrerà dare ad essi risposte diverse, anche se forti, sul versante della cooperazione economica, nell'ambito delle istituzioni europee (Applausi dei deputati dei gruppi dei popolari e democratici-l'Ulivo, dei democratici di sinistra-l'Ulivo e di rinnovamento italiano).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Niccolini. Ne ha facoltà.

GUALBERTO NICCOLINI. Signor Presidente, la necessità di rafforzare un'identità di sicurezza europea ha bisogno di tener presente sempre più la necessità di rafforzare il rapporto tra Europa e Stati Uniti. Tutti sappiamo che nel Congresso americano non mancano forze che auspicano un neoisolazionismo americano e sollecitano l'America ad allentare i rapporti con l'Europa. Credo che dobbiamo guardare questa eventualità come un enorme rischio; l'Europa non sarebbe più sicura da sola. Queste sono le testuali parole del sottosegretario di Stato per gli affari esteri Piero Fassino, ex PCI, oggi democristiano, volevo dire democratico di sinistra, al Senato, il 13 maggio scorso. Sono parole importanti che in un recente passato venivano pronunciate dagli esponenti democristiani...

GUSTAVO SELVA. È quasi un democristiano!

GUALBERTO NICCOLINI. ...e vivacemente contestate dal vertice e dalla base comunista. Sono parole sicuramente condivisibili da questa parte politica, ma che non possono non provocare un po' di orticaria in chi del comunismo continua a fare una bandiera, una fede, un modello di vita, anche se ormai è rigettato in tutto il mondo.
È legittima, seppur incomprensibile, la posizione di chi, nonostante la storia, nonostante i morti, nonostante il risveglio delle libertà in quasi tutti i paesi del mondo, continua imperterrito a riconoscersi in un ideale filosofico e politico che ha provocato sangue e miseria, odio e morte, schiavitù e ingiustizia più di qualsiasi altra tragedia dell'umanità.
È incomprensibile, ma legittimo, questo fondamentalismo neocomunista che nulla


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di buono può offrire alla società. È forse utile che ci sia. Forse, colleghi di rifondazione, è importante che siate presenti sul territorio e in quest'aula, se non altro quale monito a tutti gli amanti della libertà, quale testimonianza del pericolo, sempre incombente, di un'antistorica restaurazione. Siete lì a ricordarci che anche i vostri vicini di banco da quella cultura provengono e a quelle finalità potrebbero sempre tornare solo che gli si offrisse l'occasione.
Se è incomprensibile, seppur legittima, la vostra posizione, è ancor più incomprensible, e non so più quanto legittima, la vostra partecipazione alla maggioranza di questo Governo, un Governo sicuramente zoppo e sicuramente anche un po' bugiardo. Al Presidente del Consiglio forse si potranno perdonare le bugie che dice agli italiani - saranno poi gli italiani a rinnovargli o a toglierli la fiducia - ma non si possono invece perdonare le bugie che dice all'estero: non può continuare a promettere ad europei e ad americani impegni, che poi non sono condivisi dalla sua maggioranza, magari aggiungendo che diventa un problema dell'opposizione. Vuole i comunisti nella coalizione? Bene, se li tenga, ma li rispetti nelle loro incomprensibili ma legittime posizioni!
Davvero pensavate, signori del Governo, che rifondazione avrebbe potuto accettare che paesi reduci da quella tremenda esperienza del socialismo reale, quei paesi dai comunisti nostrani tanto invidiati fino a qualche anno fa, oggi rinneghino tutto firmando, addirittura, una polizza di assicurazione con il «demonio» euroatlantico, chiedendo protezione, per oggi e per il domani, all'odiato moloc statunitense? Sapete, signori del Governo, che rifondazione vorrebbe addirittura l'Italia fuori della NATO? E oggi, invece, sono costretti ad ingoiare l'abbraccio che ungheresi, polacchi e cechi cercano con gli Stati Uniti!
Tutto ciò sarà nell'interesse degli Stati Uniti e anche nell'interesse europeo, tutto ciò rientra nella strategia politica dell'Italia, tutto ciò ci viene richiesto proprio dai paesi interessati, che sono ancora in grave difficoltà dopo quel mezzo secolo di regime. Tutto ciò, quindi, appare più che doveroso. Ma come può essere accettato dai comunisti nostrani che sono insensibili non solo agli interessi dell'Italia ma addirittura alla richiesta dei loro fratelli magiari, polacchi e cechi, che oggi vengono considerati dei traditori?
Inutile nascondersi dietro un caffè al Quirinale: il Presidente del Consiglio governa con questi alleati. Se poi loro sono così incoerenti, nei confronti anche della loro coscienza, che urlano «no» alle grandi strategie di politica estera, ma restano aggrappati al gioco del potere e continuano, nonostante tutto, a barattare la loro fiducia in questo Governo con i premi antieuropei che a questo Governo fanno pagare, ebbene, di fronte alla loro incoerenza il Presidente del Consiglio - non per la sua persona, ma per la sua coerenza, in nome e per conto del paese che rappresenta e che nel diktat comunista non vuole riconoscersi - è costretto ad ammettere l'inesistenza di una vera, seria, credibile maggioranza. E da questo bisogna trarne le conseguenze.
Non è che con il voto di domani si chiuda il capitolo NATO: intanto perché altri paesi bussano all'Alleanza atlantica, per cui altre ratifiche saremo presto chiamati ad esaminare e a votare, poi perché da questa ratifica deriveranno altri impegni. Come si comporterà la maggioranza quando arriveremo al capitolo delle spese? Voi sapete che dall'odierna ratifica deriveranno variazioni di bilancio nelle spese militari. Anche allora verrete a dirci che si tratta di problemi dell'opposizione? E voi, colleghi di rifondazione, continuerete a dire di no pur mantenendo la fiducia al Governo?
Dietro all'angolo ci sono la Slovenia e la Romania, poi i paesi baltici, ai quali seguiranno anche gli altri paesi balcanici, in un contagio di bisogni di sicurezza, di coperture internazionali. E ogni volta che si dovrà partecipare alle missioni di pace si ripeterà la farsa di una maggioranza inesistente e di un Governo salvato dall'opposizione, una farsa sulla quale grava poi l'impegno di salvare la faccia del

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paese, visto che il Governo non è, non è stato e non sarà in grado di farlo? Europa, OSCE, UEO, NATO, sono tutti banchi internazionali di prova di grande serietà. E questo Governo è solo in grado di farci fare le peggiori figure, ma sopravvive nella fiducia del senso nazionale finora dimostrato dall'opposizione.
È ben singolare il destino del nostro paese: ora che sembrava svanito il pericolo comunista dall'esterno, ora che le frontiere d'Europa si trovano di fronte ad altre emergenze, ora che i nemici più pericolosi possono essere quelli del fondamentalismo islamico, e quindi tutte le strategie vanno riviste, ebbene, nel nostro paese si è innestata una retromarcia. Non è una retromarcia che dica che ha paura di un ritorno della democrazia cristiana, ma la retromarcia sono i freni, i condizionamenti e i ricatti dei comunisti. Non è che la loro presenza sia qualcosa di strano; in fondo l'Italia è un paese di reperti storici. Ma quello che non va è la loro partecipazione interessata, seppur saltuaria, alla maggioranza di questo Governo. Credo che su questo fatto, prima o poi, un vero Presidente del Consiglio avrà di che riflettere (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di deputati del gruppo di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Brunetti. Ne ha facoltà.

MARIO BRUNETTI. I provvedimenti in esame sono fortemente intrecciati, perché il programma sulla partnership for peace (PfP) gioca un ruolo nel processo di allargamento della NATO, in sintonia con l'articolo 10 del Trattato dell'Atlantico del nord. Dunque, di questo si tratta. E non si può dire davvero, signor Presidente e colleghi, che la decisione di rifondazione comunista di non dare il suo assenso a questo e al successivo provvedimento di ratifica dell'allargamento NATO sia un fulmine a ciel sereno. Consideriamo rozza ed incolta la paranoica campagna di stampa, ma anche le divertite dichiarazioni degli uomini di centro-destra, sulle presunte bizzarrie dei comunisti che vogliono mettere zeppe al Governo. Questi personaggi non sentono, non vedono, non capiscono.
Non è per noi in discussione il Governo di centro-sinistra, che anzi va rilanciato soprattutto su un crinale emergente ed allarmante quale è il Mezzogiorno e il lavoro. La NATO è, invece, per noi un punto strategico di valutazione, posto come elemento di autonoma valutazione anche dentro l'accordo di desistenza nella campagna elettorale che ha visto vittorioso l'Ulivo, con l'apporto determinante di rifondazione comunista. Chi fa finta di scandalizzarsi oggi, bluffa, perché i problemi della politica estera, della pace e della guerra, attengono a materie che portano ad una diversa lettura del mondo, su cui le forze politiche costruiscono la loro identità e, dunque, da evidenziare con coerenza.
Oggi, nel momento in cui, peraltro, le vicende del mondo ci danno ragione, al di là del nostro appoggio al Governo, fuori discussione, riaffermiamo sulla NATO, in una sede parlamentare, coerentemente la nostra contrarietà all'allargamento, non in termini ideologici, che in verità vediamo, invece, nel rigurgito di fondamentalismo atlantico di questi giorni, che rievoca una cultura nostalgica del passato, ma spiegando, con un ragionamento di grande attualità, le ragioni che stanno alla base del nostro rifiuto alla riproposizione di steccati e cortine dopo il crollo del mondo bipolare.
Tento di esaminare due di questi argomenti, sperando di trovare orecchie disposte ad ascoltare per non fare un dibattito tra sordi; rischio che mi è parso di cogliere anche in questa prima fase della discussione. Il primo è persino banale nella sua semplice constatazione: non esiste più il contesto internazionale entro cui lo strumento militare della NATO era sorto. Dunque, la sua riproposizione e l'allargamento ad est non solo ne cambiano la natura, diventando il braccio armato dell'occidente ricco contro i poveri del mondo, ma entrano anche in aperto conflitto con le prerogative delle Nazioni Unite, che rappresentano l'istituzione pacifica


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e rappresentativa di tutti gli Stati del mondo. Non a caso, gli USA portano avanti una sistematica azione per delegittimare e svuotare l'ONU nelle sue missioni di pace, perché emerga chiaro che il ruolo da gendarme della terra per le sue mire di dominio è affidato ai Phantom della NATO. Alcune affermazioni preoccupanti e significative fatte da Kofi Annan nell'audizione presso la Commissione esteri della Camera sul ruolo passato e le prospettive dell'ONU dovrebbero far riflettere tutti. Ma non è su questo, però, che voglio soffermarmi. Dico, invece, che la NATO ed il suo allargamento tendono a ergere nuovi steccati. Proprio in vista della discussione di questo provvedimento siamo stati in missione in Russia, come delegazione della Commissione esteri: ebbene, le forze politiche, i governanti, i rappresentanti istituzionali, i leader di governo e di opposizione ci sono sembrati, nei diversi incontri, in disaccordo su tutto, salvo a rinsaldarsi in un unico giudizio sulla NATO, perché il processo di allargamento viene visto, in quel paese, come mira degli Stati Uniti di rilanciare la contrapposizione est-ovest e di alimentare la corsa al riarmo. In tutto ciò, la posizione dell'Europa viene considerata del tutto marginale, mentre essa dovrebbe avere un ruolo centrale nella rivendicazione della cessazione di qualsiasi compito della NATO come pretesa di difesa militare contro un nemico che si continua a vedere all'est. Questo loro giudizio ha trovato conferma in queste settimane nell'allarmante proliferazione nucleare in Asia come risposta ai tentativi di uccidere l'ONU e di potenziare uno strumento militare di parte quale la NATO, da cui i poveri tendono a difendersi. Esso trova anche un'altra puntuale risposta, in queste ore, se è vero che di fronte alle esercitazioni NATO per la crisi del Kossovo, considerate come una arroganza americana nel silenzio dell'ONU, uno dei massimi esponenti dell'esercito russo, Leonid Ivasciov, è stato indotto a mandare a Washington ed all'Europa un messaggio senza precedenti, che appare ancora più impegnativo perché giunge proprio nel momento in cui la Russia ha bisogno dell'ossigeno del Fondo monetario internazionale. «C'è qualcuno», egli dice, «che spinge nella direzione del ritorno alla guerra fredda», facendo peraltro capire, con pesanti accenti contro la NATO in rapporto agli accordi di Dayton, che l'idillio Clinton-Eltsin dei mesi passati pare giunto al capolinea, esplicitando le scelte antiamericane e le ricadute negative dell'allargamento della NATO, vissuto come sfida e provocazione dai dirigenti e dal comune sentire del popolo russo.
Vi è poi un secondo elemento di valutazione negativa da parte nostra che io vorrei argomentare brevemente e che lega il discorso sulla NATO ai processi di mondializzazione, in un concetto di unificazione europea basata sulla centralizzazione del potere nelle strutture esecutive, negli apparati tecnocratici, a fronte di un Parlamento europeo con funzioni a dir poco decorative, con un assetto dell'economia che ha al suo vertice un ristretto gruppo di istituzioni finanziarie totalmente globalizzate. La Germania, all'interno di questo quadro, tenta di piegare sempre più il sistema europeo ad un suo disegno egemonico, accentrando su se stessa le scelte e proiettando il suo potenziale economico in direzione delle sue convenienze, con l'obiettivo di riuscire a fare oggi con la forza economica dell'Unione europea, da essa egemonizzata, ciò che Hitler non riuscì a fare con i carri armati. Ma ciò ha gravi contraccolpi nell'area del Mediterraneo, massacra le economie più deboli dell'Unione, genera conflitti e apre grandi incognite in una Russia che si sente assediata dalla NATO. In questa visione dell'Europa, i problemi della cosiddetta sicurezza europea vengono appaltati alla NATO. L'Europa non ha un'iniziativa, una linea di politica estera, una sua identità. La Bundesbank dirige l'economia, mentre la sicurezza contro i conflitti viene demandata ad una struttura militare di parte, la NATO, che trova nell'UEO l'elemento di raccordo e ne diventa espressione, garantendo basi logistiche ed intervenendo in quelle crisi che si ritiene possano mettere a repentaglio

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le convenienze economiche e geopolitiche del cosiddetto occidente civilizzato: è questo il senso anche della PfP. Così, anziché intervenire nei gravi conflitti che si aprono nel mondo con criteri imparziali e con obiettivi di interposizione sulla base delle ispirazioni pacifiste dell'ONU, si danno risposte di parte a seconda delle esigenze del grande capitale finanziario e delle mire imperialiste degli Stati Uniti, perciò stesso destinate ad incancrenire i conflitti, approfondire i contrasti, a segnare sempre più chiaramente il ruolo repressivo verso i dannati della terra. I conflitti nella ex Jugoslavia ne sono un esempio, ma ora sono a rischio tutti i Balcani, su cui si aggirano i falchi in rapporto alla crisi del Kossovo e che sull'intervento NATO appaiono emergere le stesse perplessità di Ibrahim Rugova, che pure vede quotidianamente massacrato il suo popolo e che rivendica una forte iniziativa internazionale per una soluzione pacifica e concordata del problema che difenda i diritti degli albanesi e garantisca la loro autodeterminazione.
Certo, c'è il problema di un sistema di sicurezza europeo che veda al suo interno tutti i paesi, compresa la Russia, la cui struttura può essere l'OSCE, che superi la UEO e la NATO ed opera in un contesto europeo diverso; cioè in un sistema di sicurezza che guarda ad una Europa che modifica la posizione verso il cosiddetto terzo mondo ed attiva un rapporto di cooperazione nel Mediterraneo; un'Europa, cioè, che non si chiude in se stessa come fortezza assediata, affidando alla NATO la sua difesa all'esterno ed affrontando i problemi dell'immigrazione all'interno con la logica degli accordi di Schengen come questione di polizia. In sostanza, diciamo noi, un'Europa dei popoli multietnica, pluriculturale, pacifica e tollerante, imposta, peraltro, anche dal venir meno della contrapposizione tra i due blocchi. Lo scioglimento del Patto di Varsavia più che potenziare la NATO, agevola certamente il problema di un autonomo sistema di sicurezza europea.
Dire questo, signor Presidente, non è essere retrogradi. Credo anzi che l'ideologia della NATO che ripropone la guerra fredda sia un segno del passato.

PRESIDENTE. Onorevole Brunetti, il tempo è tiranno!

MARIO BRUNETTI. Dunque, anche se alcuni aspetti andrebbero approfonditi, ritengo che, davvero, ad essere con la testa all'indientro non siamo noi ma chi non vede che l'Europa - e l'Italia al suo interno - non possono avere futuro autonomo se affidano la loro difesa a strumenti militari come la NATO, essi sì davvero fuori tempo in una fase storica che ha visto sconvolto in pochi anni lo scenario del mondo.
Non siamo dunque per la crisi di Governo, ma con il nostro «no» alla ratifica del trattato di allargamento della NATO vogliamo sottolineare nella sede naturale, che è il Parlamento, un altro punto di vista, che ha alla base un'idea più attuale della costruzione dell'Europa e che, rivendicando al suo interno la difesa della sovranità del nostro paese, esalta l'identità e la dignità del popolo italiano.

PRESIDENTE. Onorevole Brunetti, so bene che su temi come quelli che stiamo affrontando è difficile contenere i propri interventi entro rigidi ambiti temporali, ma pregherei i colleghi di prepararsi psicologicamente ad un breve suono di campanello, anche se a me piace ascoltare, non interrompere.
È iscritto a parlare l'onorevole Selva. Ne ha facoltà.
Le ricordo che lei dispone di venti minuti di tempo.

GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, signor ministro - mi rivolgo al Presidente del Consiglio perché avrei desiderato, come avrebbe fatto sicuramente De Gasperi, fosse presente e non perché sottovaluti il suo ruolo, ministro Dini - con la ratifica parlamentare per l'ingresso della Polonia, della Repubblica ceca e dell'Ungheria nella NATO lei non si trova ad


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affrontare un espediente di tecnica parlamentare (ossia il modo con il quale far uscire indenne l'esecutivo), ma ad assumere una posizione inequivocabile di chiarimento all'interno della maggioranza del suo Governo su un tema che per l'Italia rappresenta un momento alto per definire il ruolo e le linee strategiche della nuova architettura di sicurezza europea.
Lei, ministro Dini, è stato rossiniano nei confronti di una componente essenziale del suo Governo, addirittura non l'ha nominata; forse, lo farò io, senza alcuna intenzione di speculazione di politica interna, ma appoggiandomi ad atti della politica europea ed atlantica. È venuto il momento - più importante ancora di quello vissuto ai tempi della missione in Albania - di dire se sia compatibile la permanenza in Italia di un Governo che ha una componente, rifondazione comunista, che su temi fondamentali di politica internazionale segue una linea diametralmente opposta. Ed ha perfettamente ragione l'onorevole Brunetti a dire che non c'era assolutamente da meravigliarsi nei confronti di rifondazione comunista, che, coerentemente, ha sempre mantenuto questa posizione.
Anche se, per senso di responsabilità nazionale dell'opposizione - certo, con quella formula che il Presidente Cossiga ha ricordato: che il Presidente del Consiglio Prodi venga qui e lo chieda nominativamente ad ogni singola forza dell'opposizione, non facendo un discorso di carattere generale -, la ratifica dovesse essere approvata, resta il fatto, come cercherò di dimostrarle, che l'esecuzione dei protocolli del Trattato nord-Atlantico sull'accesso dei tre paesi candidati sarà contrastato da rifondazione comunista (e mi pare di averne già sentito un preambolo), il cui obiettivo, quando non è quello dell'uscita dell'Italia dall'Alleanza atlantica - ripeto: uscita dell'Italia dall'Alleanza atlantica -, è quello di trasformare questa alleanza in una specie di grande «Esercito della salvezza» o di Croce rossa internazionale, in cui l'essenziale profilo militare finirebbe per perdere la sua determinante importanza.
Non c'è osservatore, come ha notato un acuto critico, che non abbia dovuto convenire sul fatto che il suo Governo ormai oggi galleggia; credo quindi che abbia ragione Gianni Baget Bozzo quando scrive che la cosa peggiore dell'Ulivo è questo Governo, perché le sue anime politiche sono Bertinotti e la Bindi (nella quale - lasciate ricordarlo a me, persona di una certa età - si ritrovano gli echi dell'isolato dissenso dossettiano nei confronti dell'atlantismo degasperiano). Bertinotti e la Bindi rappresentano due filoni di estrema sinistra, la vetereocomunista e la cattolica cosiddetta progressista; sinistra extraparlamentare, di una cultura, per alcuni, sessantottina, che ha la capacità di rimanere come una religione, anche quando non è più possibile come politica reale.
Ed è sul tema generale della politica estera che il Presidente del Consiglio deve venire qui, perché quando anche incassasse una maggioranza su questi trattati, non può sottrarsi, essendo necessarie le sue dimissioni per un chiarimento di fondo su un punto fondamentale della politica internazionale. In un sistema politico bipolare la politica estera può certo diventare anche politica bipartisan, ma soltanto a condizione che tutta la maggioranza condivida il disegno globale della politica internazionale e che l'opposizione desideri o ritenga di aggiungere i suoi voti, mai però sostituendone quelli di un'intera componente.
Ma veniamo a parlare di quale significato assume l'allargamento della NATO. Fino a pochi anni fa, un dibattito sulla NATO sarebbe stato limitato alla sicurezza occidentale. L'oriente europeo aveva il Patto di Varsavia, con una sua organizzazione militare. La dissoluzione di un assetto geopolitico e strategico durato oltre quarant'anni ha liberato - soprattutto in forza dell'azione dissuasiva della NATO e delle organizzazioni dell'Unione europea - una nuova dimensione dell'Europa, che viene a definirsi come una comunità di valori, di destini, di interessi comuni di quei paesi che si sono liberati dal comunismo: un percorso storico fatto

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di sofferenze, di sistematica violazione dei diritti dell'uomo, di arbitri, di soppressioni di sovranità nazionali.
Da questo percorso rifondazione comunista, partito della maggioranza di Governo, in forza del suo stesso nome non ha ancora preso il necessario distacco sul piano politico e nemmeno sul piano storico.
I paesi dell'est ex-comunista oggi vogliono fondare il loro avvenire sul principio dei diritti civili, della libertà, della democrazia, dei valori del libero mercato, del valore della persona dell'uomo. L'allargamento dell'alleanza (o, come sarebbe meglio dire, una più accentuata europeizzazione della NATO) con l'ingresso della Polonia, dell'Ungheria e della Repubblica ceca, va visto anche insieme con la sigla, a Parigi, nel maggio 1997, di un atto fondatore sulle reciproche relazioni di cooperazione e di sicurezza tra la NATO e la Federazione russa, nonché con gli analoghi accordi conclusi con l'Ucraina: un complesso di 44 paesi facenti parte di un Consiglio per il partenariato euro-atlantico. Ciò dovrebbe rassicurare anche l'onorevole Brunetti circa quelle sensazioni negative che egli avrebbe riscontrato (a meno che, andando a Mosca, egli non abbia ascoltato soltanto Zhirinovskij, che davvero non credo sia un testimone molto autorevole in questa direzione). Si può veramente dire che così vengono liquidati i residui ricordi della guerra fredda e viene dato il via ad una nuova stagione di rapporti euro-atlantici.
Questa così estesa dimensione politica e militare viene avversata da rifondazione comunista, che mette il Governo Prodi in una condizione di debolezza nei confronti dei nostri partner. Rifondazione comunista non capisce neppure che questo disegno di unità e di allargamento evita proprio che la grande concezione politica euro-atlantica - voluta da De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet - si infranga sugli spigoli delle casseforti di un autorevole banchiere, acquisendo invece quelle profonde motivazioni ideali che difendono anche e soprattutto l'identità europea. Infatti, attraverso l'Unione europea occidentale, l'Europa è chiamata a svolgere una politica estera comune secondo criteri di complementarietà con la NATO, il che esige una concertazione più stretta degli alleati europei (se si vuole davvero il rafforzamento del pilastro del nostro continente che oggi sta per assumere la dimensione preconizzata da De Gaulle, dall'Atlantico agli Urali).
La NATO è l'unica organizzazione internazionale in grado di fornire risposte concrete ai nuovi e più ampi compiti di gestione delle crisi e di proiezione di stabilità verso le regioni dell'Europa centrale ed orientale. Per questi nuovi compiti la NATO dispone di strumenti e vantaggi senza eguali: unisce l'Europa e l'America del nord, cioè i due più importanti centri di democrazia e di economia di mercato. È inutile che l'onorevole Brunetti si affanni a dividere il mondo fra i relitti dell'umanità e quelli che godono di tutti i vantaggi: il mondo è molto più articolato, non è più così bipolare: sicuramente, se vi sono sviluppi, essi provengono da quelle libertà totali che noi vogliamo. Appare pertanto anacronistico che in Italia tali valutazioni siano disconosciute da rifondazione comunista e perfino da certi democratici di sinistra (la principale forza politica dell'attuale Governo), che fino a non molto tempo fa hanno ritenuto che la caduta del muro di Berlino comportasse l'eclissi totale dei rischi e delle minacce e quindi rendesse superflua l'esistenza della NATO.
Oggi all'Alleanza atlantica è data un'opportunità storica per elaborare un nuovo sistema di sicurezza che accomuni nella stabilità i paesi dell'Europa centrale ed occidentale e la stessa Federazione russa. È una domanda di sicurezza e di stabilità che viene formulata dalle nuove democrazie dell'Europa centrale ed orientale, in cui l'Ungheria, la Repubblica ceca e la Polonia assumono il ruolo di coraggiosa avanguardia nel compiere questa scelta di civiltà (una non dimenticata definizione dell'Alleanza atlantica data da Giuseppe Saragat). Noi italiani ci dobbiamo ora preparare perché il vertice di Washington nel 1999 (cinquantesimo anniversario

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della NATO) dia risposte positive ad altre richieste di adesione, come quelle già depositate dalla Romania e dalla Slovenia e quelle che verranno sicuramente dalla Bulgaria e da altri paesi.
Nessuno può nascondersi che questa trasformazione passerà attraverso l'aggiornamento dei compiti e delle strutture della NATO, aggiornamento del resto già iniziato per fronteggiare l'insorgere delle crisi regionali e la diffusione di armi nucleari di distruzione di massa in grandi paesi come l'India e l'Indonesia.
Di fronte alle sfide europee manifestatesi nel nostro continente, l'Alleanza atlantica mantiene ferma la sua natura difensiva, ma deve essere pronta anche a svolgere missioni militari di pace su mandati dell'ONU e dell'OSCE, agendo sulla base dell'articolo 4 del Trattato dell'Atlantico del nord.
Ma fino a che lei, Presidente Prodi, avrà nella sua maggioranza rifondazione comunista, anche interventi militari nell'Europa centrale, nel sud, in oriente e nella regione mediterranea, quando fossero necessari, cozzeranno contro la più netta e radicale opposizione della componente comunista del suo Governo.
Io voglio ridare atto della lealtà con cui queste cose - lo dico in modo particolare agli amici popolari - vengono dette apertamente da rifondazione comunista.

FRANCO MARINI. Non dare troppi riconoscimenti!

GUSTAVO SELVA. L'Alleanza atlantica dovrà darsi una ristrutturazione degli assetti militari e dei comandi regionali della NATO. In questo quadro dei tre paesi che a Washington entreranno a pieno titolo nell'alleanza, l'Ungheria è auspicabile sia considerata un'allied for south, in modo da contribuire ad una maggiore stabilità nella regione sud. È questo un tema completamente assente nei dibattiti e anche nelle relazioni parlamentari, sebbene questo nuovo concetto strategico comporti la definizione di responsabilità accresciute per il Governo e per il Parlamento dell'Italia.
Oggi un italiano è presidente del comitato militare della NATO e gli investimenti che la NATO conta di effettuare presso il comando del sud Europa di Napoli determinano una crescente attenzione dell'alleanza verso la regione mediterranea.
Come la metterà con Bertinotti e Cossutta il suo Governo, il Governo dell'onorevole Prodi, quando questa accresciuta responsabilità, anche militare, dell'Italia, verrà in discussione in Parlamento?
Rischi e minacce che provengono dal Mediterraneo riguardano direttamente la nostra politica estera e di difesa. È questa una regione nella quale l'Italia si proietta con 8 mila chilometri di coste, che rappresenta - è vero - appena lo 0,67 per cento delle acque del globo, ma che è interessata ad un traffico annuo di 600 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi, pari ad un terzo del traffico mondiale.
Conosciamo l'instabilità politica di diversi paesi di quest'area, spesso alimentata da movimenti estremistici e fondamentalistici. Conosciamo lo sviluppo demografico che caratterizza le popolazioni di quest'area. Conosciamo la proliferazione di armamenti di distruzione di massa e le pressioni che gravano sul processo di pace in Medio Oriente, fattori che rappresentano rischi per la sicurezza dell'Europa per certi aspetti più immediati della stessa instabilità dell'area balcanica, per i quali occorrono interventi oltre che umanitari, sociali ed europei, anche di carattere militare, se necessario.
Pure per questo capitolo l'onorevole Prodi pensa di trovare il consenso di rifondazione comunista? La NATO ha le sue basi militari dislocate nel nord e nel sud d'Italia. Fra le basi militari presenti in Italia è verosimile, anzi a mio giudizio utile, ritenere che anche quella di Brindisi, attualmente gestita dall'ONU, assuma in prospettiva un ruolo accresciuto per le operazioni di mantenimento della pace, se pensiamo cosa si trova di fronte a Brindisi.
Crede l'onorevole Prodi che possa nascere un contenzioso con rifondazione


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comunista, ma in parte persino con qualche democratico di sinistra, quando si tratterà di passare dalle parole ai fatti, dalle proclamazioni di principio per cui tutti siamo per la pace alle direttive date ai comandi, se, come è noto, la sinistra ha tendenza a ridurre ed anche a modernizzare e a rafforzare, se necessario, le basi militari che ospitiamo in Italia? Il ruolo dell'Italia nella NATO è cresciuto negli ultimi cinque anni per l'importante intervento in Bosnia e per la successiva partecipazione alla missione che abbiamo effettuato in Albania. È cresciuta anche per il dialogo con i paesi del Mediterraneo, quali l'Egitto, il Marocco, la Tunisia, Israele, la Mauritania, la Giordania.
A Madrid, come sapete, per questi paesi la NATO ha costituito, nel luglio del 1997, uno specifico gruppo di cooperazione.
La ratifica dell'allargamento della NATO non può essere ridotta - come mi sembra che il Governo e, in modo particolare, il suo Presidente del Consiglio, vogliano fare, con una concezione che definirò, per non usare un altro aggettivo, ilare - ad una specie di atto di routine, di atto normale, come se si trattasse di far passare un qualsiasi decreto-legge, come mera sottoscrizione di semplici protocolli di adesione. Sarà la loro esecuzione, onorevole ministro Dini, a creare continue difficoltà e contraddizioni nel Governo Prodi, al momento di fondamentali assunzioni di responsabilità; lo sa bene anche il ministro della difesa che la modernizzazione della NATO esige una rapida attuazione del nuovo modello di difesa nazionale e l'allocazione di risorse certe per l'adeguamento dello strumento militare nazionale ai nuovi impegni. Vogliamo tenere sempre l'esercito come una cosa della quale vergognarci, da tenere nascosta, o vogliamo invece dirci chiaramente quali sono le nostre responsabilità anche in questo campo?
Le operazioni di mantenimento della pace, come le crisi nel Kosovo e in Albania ci dimostrano, interesseranno quelle regioni d'Europa centro-sud-orientali e del Mediterraneo che rivestono - lo ripeto ancora una volta - una particolare specifica rilevanza dell'Italia. Tutto ciò comporta naturalmente anche impegni di spesa: questo non va nascosto agli italiani. Nell'ambito della NATO l'Italia si colloca, per spesa pro capite, al nono posto, addirittura dietro la Danimarca e la Norvegia.
Ho cercato, onorevole ministro Dini, di disegnare un quadro realistico e completo, naturalmente nei limiti di tempo assegnati, e soprattutto concreto, delle conseguenze derivanti dal nuovo concetto strategico determinato dall'allargamento e dai compiti della NATO, in cui l'ingresso della Polonia, dell'Ungheria e della Repubblica ceca è il primo passo.
Noi chiediamo le dimissioni di questo Governo, perché riteniamo che il Polo non possa accontentarsi di una ripetizione della beffa dell'Albania, quando il Presidente del Consiglio è andato dal Presidente della Repubblica Scalfaro, che lo ha mandato alla Camera con una mozione che impegnava Bertinotti sull'universo mondo, dimenticando per caso la politica estera e di difesa. No. Anzitutto, toccherà al Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, non favorire la ripetizione della beffa albanese; se il Presidente Prodi vuole restare Capo del Governo, che dirige e coordina, come dice la Costituzione, tutta la politica interna, economica ed estera, tocca al Presidente del Consiglio - non all'opposizione - indicare con quali forze intende governare per un programma di politica della NATO che impegna il Governo e che ne sottoscrive i relativi protocolli. Se questo programma, se questo impegno il Presidente del Consiglio non può assumerlo, la responsabilità spetterà al Presidente della Repubblica e al Parlamento; se ciò non avverrà, toccherà al popolo italiano - quando sarà chiamato alle urne - dare il suo giudizio su questo Governo e anche sull'architettura fondamentale della politica estera per la sicurezza dell'Italia, che nella riaffermazione dei valori di libertà e di democrazia trova i suoi piloni fondamentali nell'unione politica dell'Europa e nella nuova Alleanza atlantica.

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PRESIDENTE. Onorevole Selva, deve concludere.

GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, mi lasci concludere ricordando che in questi giorni sono andato a rileggere l'acceso dibattito che avvenne l'11 maggio 1949, quando tra De Gasperi e Sforza, rispettivamente Presidente del Consiglio e ministro degli affari esteri, e alcuni oppositori, in primo luogo Palmiro Togliatti, ci furono accesi battibecchi e contrapposizioni. De Gasperi affermò che i fini del Patto atlantico si possono riassumere così: predisporre la mutua assistenza fra tutti i suoi membri; predisporre la consultazione fra di loro, ove uno degli associati fosse vittima di un'aggressione o di un'evidente minaccia di aggressione; predisporre che, in caso di aggressione armata contro uno dei membri, gli altri prendano individualmente e collettivamente le misure necessarie per mantenere la pace. Con l'icastica ed asciutta oratoria, che era nello stile del grande statista trentino, De Gasperi affermò con chiarezza: «È un patto di sicurezza, una garanzia di pace, una misura preventiva per la guerra».
Palmiro Togliatti affermò: «Voi non potete dimenticare, voi non potete chiudere gli occhi di fronte al fatto che vi è una parte dell'umanità, la quale comprende alcune centinaia di milioni di uomini, la quale ritiene che questo patto sia un patto che prepara un'aggressione». Palmiro Togliatti si riferiva evidentemente all'Unione Sovietica, che non c'è più, quando parlava di patto aggressivo per concludere così: «L'ingresso nella NATO è un passo avventuroso» - sono le parole testuali di Togliatti - «che può portare e porterà inevitabilmente il nostro paese sulla via di quelle avventure che già una volta ci hanno spinto verso l'abisso». La storia cinquantennale ci dice chi ha avuto ragione.
L'unica speranza che resta all'onorevole Prodi...

PRESIDENTE. La ringrazio. L'ultima speranza è quella che non muore mai, però il suo discorso dovrebbe terminare.

GUSTAVO SELVA. L'unica speranza che resta all'onorevole Prodi è quella che, a proposito della nuova Alleanza atlantica, Bertinotti e Cossutta facciano le stesse errate previsioni di Palmiro Togliatti. Ma quel che è certo è che, affidando la sopravvivenza del suo Governo, mettendo fra parentesi la politica estera e di difesa, ai voti di rifondazione comunista, il Presidente del Consiglio mette in dubbio l'affidabilità dell'Italia sulla nostra politica atlantica, e di tutto hanno bisogno il Governo italiano e l'Italia salvo che di lasciar planare un simile dubbio sulla scelta di civiltà che fecero i promotori dell'adesione all'Alleanza atlantica ed i fondatori della Comunità europea...

PRESIDENTE. La prego di concludere. Abbiamo capito il concetto.

GUSTAVO SELVA. ...che trovarono nella destra nazionale, ancora prima del PCI, il pieno e convinto appoggio (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale e di forza Italia - Congratulazioni).

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Selva. Colleghi, ho l'abitudine di rispettare chi parla perché spesso - non volentieri per gli altri, ma spesso - parlo anch'io. Mi piace quindi che i colleghi, quando ricevono un richiamo dalla Presidenza, trasformino la loro eloquenza in una felice sintesi.
È iscritto a parlare l'onorevole Cento, al quale dico che dispone di dieci minuti di tempo. Non sarò severissimo nemmeno con lei però, se mi aiuta, mi fa una cortesia. Ne ha facoltà.

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, cercherò di parlare per un tempo ancora più breve anche perché intervengo a titolo personale.
A fronte di un dibattito spesso astratto ed ideologico, l'intervento del collega Selva e le citazioni dei discorsi fatti nel 1949 da importanti leader politici di allora dimostrano che l'accusa di valorizzazione puramente ideologica della NATO e del suo allargamento, più che essere rivolta verso


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chi ha avanzato critiche e formulato perplessità sull'allargamento della NATO, andrebbe rivolta proprio a chi, con tanto vigore, l'ha sostenuta nell'intervento precedente. Mi chiedo, infatti, quale posizione avrebbe oggi, a distanza ormai di cinquant'anni, la Camera se dovesse votare a favore dell'allargamento della NATO e se dovesse confermare oggi un giudizio complessivo su questa alleanza militare sulla base di quelle ragioni. Ritengo che non solo chi oggi ha espresso forti contrarietà e perplessità (Commenti del deputato Selva) ma anche tutti gli altri colleghi dovrebbero riflettere su tale scelta alla luce della tradizione del movimento pacifista di questo paese negli anni ottanta e della tradizione del movimento ecologista ed ambientalista. Questi hanno svolto importanti riflessioni critiche, tutt'altro che ideologiche, ma incentrate sui problemi nella loro concretezza, sulle reali questioni che investono l'Alleanza atlantica. Soprattutto ci si è chiesti se questa alleanza corrisponda ancora oggi alla necessità ed all'obbligo, che ci deve guidare, di garantire una pace duratura nel nostro sistema-mondo e di garantire che questa alleanza, anziché essere elemento di squilibrio, sia tale da rafforzare le politiche di equilibrio.
Ho ascoltato con attenzione la relazione del collega Leoni, che indicava in modo apprezzabile, per molti aspetti, i limiti della proposta di allargamento della NATO ed i problemi politici che pone anche nei rapporti con altri Stati, nonché l'intervento del ministro Dini. Permangono in me alcune forti perplessità che voglio qui rappresentare perché credo siano patrimonio non solo di chi ha già legittimamente espresso una sua contrarietà di fondo all'allargamento della NATO, ma anche di vasti settori del mondo ecologista ed ambientalista italiano e dell'Ulivo, di chi cioè guarda con responsabilità all'espressione di questo voto, ma che certamente non può nascondere elementi di contraddizione che vanno sottolineati e che credo siano stati sacrificati dalla drammatizzazione politica e politicistica degli effetti di questo voto rispetto a problemi che meritavano e meritano una discussione approfondita.
La prima questione deriva dal fatto che l'allargamento della NATO come proposto oggi pone un problema di squilibrio nei confronti della Russia. Questo è sotto gli occhi di tutti e veniva ricordato anche dal relatore: la ferma e politicamente importante reazione della Russia e della Cina all'allargamento della NATO verso est non va certo nella direzione di garantire nuovi equilibri di pace; dà anzi la sensazione, anche nell'ipotesi di nuovi allargamenti, di un sistema che rischia di riproporre in termini inediti vecchi conflitti che, a differenza del passato, non hanno più una base ideologica ma si fondano sul primato del controllo economico delle aree emergenti del mondo. È un aspetto su cui tutti dobbiamo riflettere con grande attenzione.
Un secondo elemento è quello dell'emergere di nuovi paesi che hanno fatto della politica del riarmo nucleare (la vicenda degli esperimenti di India e Pakistan ne è solo un esempio) una sorta di reazione espressa dai paesi di secondo ordine al sistema mondo, che si va uniformando e globalizzando, anche dal punto di vista militare, sotto quella che rimane l'egemonia degli Stati Uniti.
Questi due aspetti di pura politica internazionale e di relazione diplomatica non rafforzano certamente la ricerca di nuovi equilibri di pace e di un nuovo ordine internazionale fondato su un intervento più deciso e rinnovato - come giustamente l'Italia ha richiesto - dell'ONU, ma anzi indeboliscono proprio il ruolo delle Nazioni Unite a scapito di quello prioritario dell'alleanza militare della NATO e delle ricerca di un equilibrio consensuale tra i diversi paesi.
Credo occorra sottolineare che l'allargamento dell'alleanza atlantica non corrisponde ad un mutamento delle gerarchie decisionali e militari all'interno della stessa NATO, come ben diceva il relatore, certo fonte insospettabile nella sua relazione illustrativa di questa proposta di ratifica. Se si dovrà individuare nella NATO una sorta di organismo sovranazionale

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non più legato alla vecchia visione bipolare del mondo, mi chiedo quando verrà il momento di affrontare con forza la discussione e la decisione sul cambiamento delle gerarchie militari e decisionali della NATO. Mi chiedo se non sia questo il momento giusto, proprio quando si sostiene - a mio avviso sbagliando - che l'allargamento ad altri paesi rappresenta già di per sé una condizione per il superamento della NATO così come l'abbiamo conosciuta negli anni passati.
Credo poi che occorra riflettere sul rapporto tra la NATO e l'Italia. Certamente la discussione di oggi non riguarda la presenza dell'Italia nell'alleanza: non è questo all'ordine del giorno.
In alcune importanti mozioni presentate al Senato e anche qui alla Camera si fa riferimento a questi problemi. Ritengo che il Governo e la maggioranza che lo sostiene debbano compiere il massimo sforzo per dare una risposta nuova, che non sia la semplice continuità con la politica internazionale del passato, ma sia il recupero di una sovranità dell'Italia rispetto alle basi militari presenti sul territorio nazionale, l'affermazione di un ruolo nuovo nel rivendicare il rispetto dei diritti umani e civili nei paesi membri dell'Alleanza atlantica. Mi riferisco alla necessità di costruire, sempre nell'ambito dell'alleanza, una politica del nostro paese non in linea con quella seguita dai Governi precedenti; mi riferisco ad una nuova politica che sia di stimolo alla collaborazione europea non solo in termini monetari ma in senso generale, compreso il modello di sicurezza del proprio territorio.
Si tratta di una serie di questioni che mi hanno spinto nei giorni scorsi ad esprimere con grande convinzione, consapevole dell'importanza di questo passaggio politico, la mia contrarietà all'ipotesi di allargamento della NATO nei termini con cui ci è stata sottoposta. Certo, non mi sfugge la politicizzazione di un dibattito che, ancora una volta, dovrebbe essere di merito, non mi sfugge il tentativo di un'offensiva che viene posta in campo per mettere in difficoltà il Governo e la maggioranza che lo sostiene, né mi sfugge che sia dovere di un parlamentare verde, eletto nelle liste dell'Ulivo, di individuare il modo e la forma di rappresentare la critica e la diversità di valutazione circa l'allargamento della NATO ed il ruolo che quest'ultima assume nel mondo e contemporaneamente la necessità di respingere un'offensiva moderata contro il Governo e contro la maggioranza parlamentare. È il motivo per cui ieri mi sono permesso di fare appello all'opportunità di procedere ad una verifica politica di una contrarietà di merito che ritengo sacrosanta e doverosa per valutare fino in fondo le conseguenze politiche e strumentali che un voto contrario può assumere in questa vicenda. Ritengo che il voto di astensione sia lo strumento tecnico capace di mantenere viva questa diversità e questa contraddizione e nello stesso tempo di respingere l'offensiva nei confronti del Governo.
Su tutto questo sarà necessario riflettere, su tutto questo ognuno dovrà assumere le proprie responsabilità; ma bisognerà riportare il dibattito al suo merito, allontanandolo dal teatrino della politica spesso incomprensibile ai più.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Martino. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori del Governo, l'assenza, l'inqualificabile assenza del Presidente del Consiglio da questo dibattito mi ha fatto venire alla mente una breve poesiola inglese che, con il suo permesso, Presidente, sottoporrei all'attenzione dei colleghi: Last night upon the stair I saw a man who wasn't there, he wasn't there again today, how I wish he goes away (La notte scorsa sulle scale ho visto un uomo che non c'era, anche oggi non c'era: quanto vorrei che se ne andasse).
Credo che questo riassuma molto bene il nostro stato d'animo nei confronti del Capo di un Governo che non sente il dovere di essere presente in Parlamento per una questione di questa importanza (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).


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ANTONIO BOCCIA. Chi di speranza vive disperato muore!

ANTONIO MARTINO. L'Alleanza atlantica è nata come garanzia di sicurezza e presidio di libertà del mondo libero contro la minaccia dell'imperialismo sovietico. Ignominiosamente crollato quest'ultimo, la NATO, lungi dal vedere esaurita la ragione della sua esistenza, sta conoscendo una popolarità senza precedenti e si trova a dover affrontare problemi di crescita connessi al suo allargamento ad altri paesi.
Il fenomeno presenta motivi di preoccupazione anche in chi, come chi vi parla, lo vede con estremo favore. Anzitutto, infatti, l'allargamento comporterà la necessità di cambiamenti operativi ed istituzionali della NATO per garantirne la funzionalità; i cambiamenti di cui si parla - che sono stati adombrati dai relatori - non sono stati però effettuati e nemmeno chiaramente individuati! L'avere messo il «carro dell'allargamento» avanti ai «buoi dell'adeguamento», genera il timore che la NATO, dopo l'allargamento ed a motivo di esso, sarà meno idonea ad assolvere ai suoi compiti istituzionali. Né appare condivisibile l'opinione, che credo sia condivisa dal ministro degli affari esteri, di quanti sostengono la necessità dell'allargamento nella convinzione che l'espansione della NATO avrebbe la conseguenza di porre termine alla divisione dell'Europa. La tesi è dubbia; la NATO non sostituirà l'ONU, non può essere una organizzazione universale; non è una organizzazione inclusiva, è un'organizzazione esclusiva: il suo scopo è quello di proteggere i paesi che ne fanno parte (in) da quelli che non ne fanno parte (out), di difendere le differenze e non di eliminarle! Se l'obiettivo dell'allargamento fosse quello di eliminare le divisioni, lo strumento non sarebbe adatto allo scopo.
L'allargamento della NATO alla Repubblica ceca, all'Ungheria ed alla Polonia, inoltre, dovrebbe, a giudizio di molti - e questa opinione è stata espressa anche in questa occasione -, essere il preludio di una ulteriore espansione alla Romania, alla Slovenia ed ai paesi baltici. Si tratta di una impostazione non scevra di motivi di perplessità. L'allargamento della NATO se esteso ai paesi baltici, infatti, determinerebbe una situazione rischiosa non solo perché separerebbe l'enclave di Kaliningrad dal resto della Russia, ma soprattutto per ragioni di politica interna alla Federazione russa. Esso infatti potrebbe creare in Russia l'impressione di un accerchiamento ad opera di un'alleanza ostile; un contraccolpo prevedibile, il rafforzamento e la crescita di popolarità di movimenti nazionalisti, potrebbe determinare conseguenze preoccupanti che difficilmente l'esistenza di ulteriori accordi NATO-Russia potrebbero neutralizzare.
Sventolare un drappo sotto il muso di un toro non appare il metodo più appropriato per mettersi al riparo dalle sue corna (Commenti del deputato Mantovani)!
Questo ed altri motivi di perplessità meritano di essere presi in seria considerazione. La loro importanza, tuttavia, sbiadisce fino a scomparire al confronto di quella che a me appare come la considerazione fondamentale, che fu del resto fin dall'inizio alla base della scelta atlantica. Mi sia consentito il richiamo di un'opinione di quasi mezzo secolo fa favorevole a quella scelta. Cito: «il contrasto di fondo è fra democrazia ed antidemocrazia, fra i regimi che io chiamo democratici, cioè aperti a tutti gli sviluppi possibili, e quelli che non ammettono possibilità interne di sviluppo». Con queste parole, pronunziate al Senato il 14 novembre 1950, Ferruccio Parri motivava il suo sostegno alla mozione favorevole alla comunità atlantica.
Con un ritardo certamente non a loro imputabile - è imputabile alla storia: una storia davvero matrigna! - i paesi dell'Europa ex comunista vogliono compiere oggi quella scelta che allora fu a loro preclusa: vogliono aderire alla NATO per sottolineare in modo inequivoco il ripudio del loro passato comunista, la loro inclusione nell'ambito delle democrazie liberali dell'occidente! È per questa ragione che quanti credono nella libertà e ricordano


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gli orrori del comunismo guardano con entusiasmo all'allargamento della NATO!
I paesi dell'Europa, che hanno dovuto subire la più brutale forma di tirannia che la storia abbia inflitto all'umanità, vogliono sottolineare a chiare lettere che fra comunismo e libertà hanno scelto senza esitazione la libertà; è questo il senso della loro richiesta di adesione alla NATO. Siano benvenuti nel novero dei nostri paesi, che sono rimasti liberi anche grazie alla protezione della NATO.
E noi? Noi siamo governati da una maggioranza che non è in grado di effettuare quella scelta: caso unico, credo, nel mondo civile, abbiamo un Governo in bilico, sostenuto da forze che dicono di credere ancora nel comunismo e da forze che dicono di credere nella libertà! Non credo che sia necessario ricordare alla Camera che una maggioranza degna di questo nome dovrebbe condividere se non i dettagli almeno le linee fondamentali, i principi della politica del Governo. Non è maggioranza la somma di due minoranze. E in questo caso di principi fondamentali si tratta.
Nessuno di noi, colleghi, ha il diritto di mettere in dubbio la buona fede dei colleghi di rifondazione comunista. È nostro dovere riconoscere che quando sostengono che la NATO rappresenta un pericolo per la pace, il braccio armato dell'imperialismo americano, essi ne sono convinti. Ma è anche nostro dovere ritenere che altri esponenti della maggioranza, che si dicono convinti che la NATO è stata in passato e continua ad essere oggi un baluardo delle nostre libertà ed una garanzia di pace per i nostri paesi, credano anch'essi in quello che dicono. Ma se sono entrambi convinti di quanto dicono, come fanno a stare assieme? Come fanno i colleghi di rifondazione comunista a sostenere un Governo che approva la crescita di un'organizzazione che, secondo loro, attenta alla pace e rafforza l'imperialismo americano? Vale tanto poco l'attaccamento ai loro principi da far apparire accettabile il sostegno a ciò che essi hanno sempre fieramente avversato? E che dire degli altri, di quelli che asseriscono di pensarla in modo diametralmente opposto?
Queste sono questioni gravi, e io mi chiedo come faccia il Presidente del Consiglio a non essere presente in aula e a trovarsi in Tunisia. Domani dovremo ascoltare la sua replica, ma come farà a replicare ad argomentazioni che non ha ascoltato! Sono sicuro che qualche collaboratore gliene fornirà una sintesi, ma non è rispettosa del Parlamento questa assenza.
Il nostro Presidente del Consiglio ci ha quasi abituati al suo deplorevole uso di espressioni caratterizzate da goliardica lepidezza. Come non ricordare il suo improponibile intento di «far vedere sorci verdi alla Francia», o il suo bellicoso proponimento di «battere la Germania ai tempi supplementari»; per non parlare dell'idea, altrettanto implausibile, di restare «mano nella mano con il Presidente José Maria Aznar fuori dalla prima fase dell'Europa monetaria». Egli, tuttavia, ha superato se stesso quando ha dichiarato, con incomprensibile ed irresponsabile superficialità, che il voto sull'allargamento della NATO è un problema dell'opposizione.
No, Presidente del Consiglio assente, no: si tratta di un problema della maggioranza, ma molto più si tratta di un problema dell'Italia, di quell'Italia che non merita di essere governata da una maggioranza in cui coesistono due linee contrapposte di politica estera. La politica estera non è uno dei compiti dello Stato: la politica estera è lo Stato (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia), il suo modo di essere come soggetto di relazioni internazionali. Come ha acutamente osservato un noto commentatore politico, un Governo che non abbia una visione forte e chiara della politica estera è un Governo che porta acqua al mulino di quanti sostengono che l'Italia non esiste.
Con tutto il rispetto vorrei chiedere ai colleghi e, in particolare, al ministro degli affari esteri di fare un esperimento mentale: cosa sarebbe accaduto, all'epoca del Governo Berlusconi, se su questioni fondamentali

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di politica estera il Governo diviso avesse dovuto chiedere il voto di coloro i quali oggi sono in maggioranza? Io sono certo che il ministro degli esteri di allora avrebbe sentito il bisogno, per pudore, di rinunziare al suo incarico.
Con gratuito ed impudente settarismo esponenti di questo Governo, di questa maggioranza hanno accusato l'opposizione di non avere credibilità internazionale, lasciandosi andare a puerili affermazioni di autoesaltazione. Oggi il quadro è chiaro. Che credibilità internazionale può avere un Governo che non ha una politica estera? Di quale credito spera di godere chi non è in grado di scegliere nemmeno quando è chiaramente in gioco l'interesse nazionale, quando sono in ballo i principi fondamentali dell'azione politica?
Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, mai nell'intera storia della Repubblica, mai in nessun paese civile, mai si era dato il caso di un Governo incapace di essere unito e di interpretare l'interesse nazionale dello Stato come soggetto di politica internazionale. L'esistenza di questa maggioranza, divisa su tutto, come è riconosciuto anche da autorevoli esponenti della maggioranza medesima (lo ha riconosciuto, per esempio, il presidente Armando Cossutta in un'intervista sul Corriere della Sera), costituisce, più che un danno, un insulto all'Italia. Se il Presidente del Consiglio fosse una persona seria, si dimetterebbe. È significativo che egli non senta il dovere di farlo e che non senta nemmeno il dovere di essere presente qui con noi oggi (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ranieri. Ne ha facoltà.

UMBERTO RANIERI. Spero sia ancora possibile una discussione nel merito della decisione da assumere, non condizionata da calcoli di schieramento e da eccessi ideologici; una discussione vera. L'obiezione di fondo che viene rivolta alla ratifica dell'allargamento della NATO mi sembra la seguente: perché non la sciogliete? Se non c'è il vecchio nemico, non ha forse la NATO perduto la sua ragione d'essere? La verità è che non c'è bisogno di un nuovo nemico globale per legittimare la NATO. Sarebbe questa una visione primitiva, grossolana dei compiti di un'alleanza che cerca di adattarsi ai nuovi scenari della sicurezza in Europa.
Nel mondo successivo al bipolarismo si delineano nuove sfide, proliferazioni di armi di distruzione di massa, crisi regionali, lentezze nel raggiungere efficaci intese di disarmo generalizzato. Se la minaccia che la NATO doveva contrastare in passato non esiste più, la gamma delle possibili situazioni a cui far fronte - gli interventi umanitari, il mantenimento e l'imposizione della pace - è notevolmente ampia.
Non solo. La verità è che il suo scioglimento non avrebbe avuto come conseguenza, in questa concreta fase storica, un sistema di sicurezza basato solo su istituzioni europee. Non è così. L'effetto più probabile sarebbe stato una rinazionalizzazione delle politiche di difesa e di sicurezza. Una follia. Una strada costosa e pericolosa, gravida di rischi.
Conclusa la guerra fredda, la verità è che la scelta più convincente è stata quella dell'avvio di un processo di riforma e di riorientamento delle funzioni della NATO. Un'impresa complessa: il passare da una organizzazione di garanzia americana nei confronti degli europei occidentali, da struttura di difesa di una parte dell'Europa contro un'altra, a struttura per la sicurezza collettiva del continente, lungo un percorso che dalla vecchia NATO degli equilibri di potenza, dei blocchi contrapposti, conduce alla nuova NATO della partnership paneuropea. Questa è l'impresa. Di questo discutiamo.
E l'allargamento (vorrei invitare a considerare questo dato) è la condizione di una tale trasformazione. L'allargamento non è l'espansione di un'alleanza militare vittoriosa. Esso è la chiave di volta di una concezione in cui il bene-sicurezza viene prodotto attraverso l'inserimento di nuovi partecipanti in meccanismi multilaterali istituzionalizzati per la gestione delle controversie


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relative alle crisi; ma l'allargamento - e questo è un passaggio decisivo - raccoglie una domanda di sicurezza e di identità che viene dalle nuove democrazie dell'est. Tali paesi individuano nell'alleanza la pietra angolare della loro sicurezza; sono paesi dell'Europa centrale, di quell'«occidente sequestrato» di cui scrive Kundera. Io parlo con commozione di questi paesi. Se la geografia, come è stato scritto, è stata sempre, per ogni paese, un destino, per l'Europa centrale si è trattato di un destino di tragedia. La storia le ha riservato spartizioni, occupazioni, invasioni, ingerenze; per secoli quella parte d'Europa è stata campo di battaglia, terra di conquista delle potenze vicine, che se la contendevano.
La regione centrale d'Europa è stata vivaio di ambizioni e rivalità, oltre che fonte dei due ultimi conflitti mondiali.
La pace di Versailles ne fece una fascia di paesi cuscinetto, l'ordine di Yalta pretese di garantire la sicurezza di quell'area affidandola alla sfera di influenza russa: sappiamo come sono andate le cose. È ben piccola cosa, quindi, chiedere a questi paesi di lasciar perdere questa storia della sicurezza, magari di preoccuparsi di problemi più urgenti: non funziona, non è così, onorevole Cossutta. La memoria storica delle passate tragedie ritorna nelle opinioni pubbliche del centro Europa, spiega l'ansia con cui i governi di questi paesi (di sinistra, di destra, di centro) e soprattutto i cittadini (più dell'80 per cento in Ungheria, nove cittadini su dieci e tutti i partiti politici in Polonia) vogliono ottenere la garanzia di sicurezza dalla nuova NATO: chi si assume la responsabilità di negarla ancora una volta, alla fine di un secolo che è stato sordo nei confronti dell'ansia di libertà dei polacchi, degli ungheresi? Siamo seri, è evidente che...

GUSTAVO SELVA. Ma dove stavano i vostri predecessori?

UMBERTO RANIERI. D'accordo: su questo, Selva, più che dire che su tante questioni relative agli orrori ed agli errori del comunismo abbiamo riflettuto e discusso... Su tali questioni non è il caso di tornare, altrimenti tu fai il paio con chi parla della NATO come se fossimo nel 1949...

GUSTAVO SELVA. Sono conti da fare sempre!

PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Anche lì, allora, bisogna farli sempre!

UMBERTO RANIERI. Quella mi pare una strada che non porta da nessuna parte.
Questa è la situazione, e l'ingresso di questa parte d'Europa, di questi paesi nella NATO costituisce un fattore di stabilizzazione di quest'area, fornisce un potente incentivo a risolvere pacificamente residue vertenze territoriali ed etniche. È questa la situazione.
Attenzione, con l'allargamento la NATO diventerà sempre più un'organizzazione con tratti politici, diciamo così, e meno un'alleanza strettamente militare. Di ciò si discute, con tutte le ripercussioni che questo mutamento potrà avere sul suo assetto e sul suo funzionamento. Non è un caso che coloro che si oppongono all'allargamento della NATO lo fanno, in genere, da posizioni conservatrici: vogliono difendere e tutelare la vecchia idea dell'alleanza come organizzazione di difesa euroamericana. Il loro timore è chiaro: temono che l'allargamento diluisca l'efficacia, la funzionalità della vecchia alleanza, non vogliono l'allargamento, preferiscono la NATO del 1949. Certo, l'allargamento non dovrà limitarsi a questi tre nuovi membri, la trasformazione della NATO in una struttura continentale per la sicurezza comporta nuove tappe: prima di tutto l'estensione a Slovenia e Romania, per fare dell'allargamento un processo geograficamente equilibrato, che non tenga conto solo del fianco nord dell'alleanza. La stessa Russia dovrà essere considerata, una volta che soddisferà i criteri per l'adesione, come membro potenziale, non come il vecchio nemico.


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Sia chiaro che l'ampliamento non è guidato da un intendimento antirusso. La questione russa domina il panorama di questa fine secolo. Noi auspichiamo che in Russia possa affermarsi sempre più la prospettiva storico-politica democratica e filoeuropea e che possa ridursi quella nazionale-imperiale autoritaria.
Oggi - incredibile a dirsi - nel palazzo della NATO a Bruxelles si lavora già con la Russia sulla sicurezza, si cercano intese per ridurre il nucleare. Lo scorso maggio, a Parigi, è stato sottoscritto un accordo di aiuto, cooperazione, sicurezza reciproca tra la Russia ed i 16 Capi di Stato della NATO e prima di decidere l'allargamento si è dato vita al Consiglio di partenariato euroatlantico che coinvolge la Russia, i paesi candidati, i paesi neutrali, gli ex membri dell'URSS. Prende così corpo un nuovo equilibrio in cui Europa e Stati Uniti lavorano per rendere operativa la loro cooperazione.
La strada è quella della collaborazione tra Europa e Stati Uniti, perché, pur nel quadro dei mutamenti epocali avvenuti, resta essenziale e sarebbe un drammatico errore se prevalessero forme di isolazionismo o idee di autosufficienza dell'Europa.
Certo, noi pensiamo che nella nuova Alleanza atlantica possa e debba crescere il ruolo dell'Europa, ma non può sfuggire, a chi è interessato a quel ruolo, che all'interno della nuova NATO sta crescendo quella che viene definita un'identità di difesa e sicurezza comune dell'Europa e che l'Alleanza atlantica ha deciso di mettere proprie risorse e competenze a disposizione dell'Unione europea occidentale, che costituisce il pilastro della politica di difesa. L'allargamento non è un grande piano americano segretamente architettato a spese di alleati ingenui, indecisi, impotenti; non è così. L'allargamento è parte di un disegno più vasto che comprende l'allargamento dell'Unione europea, il rafforzamento dell'OSCE, la partecipazione paritaria della Russia alla gestione dell'economia su scala globale. La prospettiva non è quella di accrescere la sicurezza di una parte contro un'altra, di creare nuovi steccati, ma tutto il contrario.
Ad allargarsi, allora, non è la NATO del 1949, ma quella che si è evoluta dal 1989 in poi in un organismo capace di gestire, sotto il mandato delle Nazioni Unite, i nuovi problemi di sicurezza che esistono in Europa. La tragedia bosniaca è lì ad ammonirci. Quanti altri morti avremmo avuto senza l'intervento, su mandato delle Nazioni Unite, della NATO in Bosnia, un intervento cui partecipano anche forze russe? Questo è il quadro.
A questo punto, alla vigilia del voto, mi permetto di rivolgermi ancora a rifondazione comunista. Non è possibile - mi chiedo - un atteggiamento meno chiuso, più aperto alle ragioni degli altri? Perché una linea di condotta estrema? Attenzione, voi sottovalutate i danni del vostro comportamento verso il Governo di centro-sinistra. Vi prego inoltre di non dire «tanto ci pensano gli altri a votare la ratifica», prima di tutto perché come ci pensano gli altri lo avete ascoltato in quest'aula; inoltre, se ragionate così, viene da chiedersi quale sia la concezione della politica che vi ispira. Attenzione poi all'abbaglio ideologico, a ripetere l'errore dello scorso anno, quando avete scambiato una missione di pace in Albania per un'avventura militare e coloniale. Lungo questa strada non si va da nessuna parte.
Una parola al centro-destra: le circostanze vogliono che il vostro voto sia ancora una volta essenziale. Intendiamoci, il voto positivo dei partiti di centro-destra sarebbe stato in ogni caso importante, da auspicare ed apprezzare. Oggi è un voto decisivo e non può non essere esplicitamente dichiarato. Non sminuite allora la sua portata accompagnandolo a condizioni e richieste perentorie di dimissioni; non fatelo e per tante ragioni, perché non sono in ballo né l'Ulivo né il Polo, ma il ruolo internazionale dell'Italia e quando si giunge a questi momenti non si fanno tanti calcoli. Che il voto sulla NATO segnali problemi politici del centro-sinistra, è evidente; occorrerà discuterne alla

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luce del sole. Ma, attenzione, non illudetevi, colleghi dell'opposizione, che tirando la corda otterrete chissà cosa.

UMBERTO GIOVINE. Che si rompa!

UMBERTO RANIERI. La crisi? Ma sulle grandi scelte di politica estera non si va oltre i confini di maggioranza e opposizione? La crisi? E qual è l'alternativa? No, il vostro voto, accompagnandosi alla richiesta di crisi, si caricherà di strumentalismi, finirete con lo sminuire il valore politico della vostra decisione di votare «sì» alla ratifica e non farete un solo passo politico avanti. Vi prego: riflettete. Fatelo, sapendo che il centro-sinistra non potrà ignorare, né ha intenzione di farlo, i problemi che si pongono su questioni delicate all'interno della maggioranza che lo sorregge. Ma lo farà, permettetemi, consapevole che, nonostante questi problemi, esso costituisce un Governo che ha lavorato bene per l'Italia e intende proseguire a farlo, nel dialogo e nel confronto con l'opposizione. E non è vero, onorevole Martino, non è vero che questo Governo non abbia avuto un indirizzo di politica estera.

ANTONIO MARTINO. Ne ha due!

UMBERTO RANIERI. Questo Governo, mi permetto di osservare, per la prima volta dopo un po' di tempo, dopo diversi anni, ha ridato un ruolo significativo e incisivo al nostro paese sulla scena internazionale. Se si riflette, sgomberi da animosità e condizionamenti ideologici di parte opposta, non lo si potrà non riconoscere. Ed è anche in nome di questo che il Governo Prodi valuterà i problemi politici che questo voto comporta: non li ignorerà, ma è consapevole di poter proseguire ed assolvere alla propria funzione negli interessi dell'Italia (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Calzavara. Ne ha facoltà.

FABIO CALZAVARA. Qualsiasi alleanza politico-militare mira a proteggere i paesi membri da minacce esterne e, come sistema integrato di sicurezza collettiva, funge da collante interno all'alleanza stessa. Inoltre, forme di aggregazioni fungono anche da tavoli di dialogo: se due o più soggetti si incontrano ed hanno la possibilità di discutere, è forse più difficile che nascano contrasti. Luoghi istituzionali possono talvolta essere utili solamente perché esistono come luoghi di incontro, indipendentemente dai risultati pratici raggiunti.
Per quanto riguarda il continente europeo, le aree in cui si sviluppa o si tenta di instaurare migliori relazioni per scongiurare momenti di crisi sono i paesi ex socialisti (l'Europa centro-orientale, ex Unione sovietica e l'area balcanica) e il bacino del Mediterraneo. Entrambe queste zone hanno dei punti in comune: la necessità di migliorare la loro economia, gli scontri sociali, la democrazia in fieri o in evoluzione per lo standard occidentale, scontri interetnici, migrazioni di parte delle loro popolazioni verso aree più ricche, forte impegno di spesa militare. La possibilità che nel continente europeo la pace non subisca una crisi è soggetta alla possibilità di contare anche sulla riforma, sulla prosperità socio-economica, sulla stabilità politica in senso democratico della Russia e degli altri paesi centro-orientali e inoltre sulla risoluzione o sul contenimento delle rivalità interetniche, nonché su un più proficuo dialogo con i paesi musulmani.
Se l'occidente continua a riconoscere alla Russia un ruolo geopolitico globale, allora non è possibile prevedere decisioni a cui questo paese non sia favorevole, specialmente se riguardano un'area come quella individuata dal progetto di allargamento della NATO (che fino a poco tempo fa era di sua competenza). Infatti, data l'importanza geopolitica dei paesi del sud est, la Russia conserva un interesse in quelli che un tempo erano i suoi alleati; per essa i paesi europei che facevano parte del Patto di Varsavia rappresentano oggi il near abroad («estero vicino»). Con


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questo punto di inizio e di fine parte del Governo e del Parlamento russo rilanciano continuamente la volontà politica di ristabilire un'influenza privilegiata in quell'area. Il fatto che la Russia faccia parte del gioco degli equilibri e della sicurezza è testimoniato dai nutriti aiuti finanziari concessi dall'Occidente, nonché dalla frequenza e dalla natura delle consultazioni politiche.
Il cammino verso una stabilità politica, economica e democratica della Russia è ancora in atto. Ecco perché anche le questioni di sovranità, indipendenza e democratizzazione dei paesi già appartenenti all'Unione sovietica hanno un ruolo di prim'ordine nei programmi dell'Unione europea e della NATO e non possono essere messi a rischio. A questo proposito, è singolare che la parte più consistente della sinistra - quella sinistra sino ad ieri connessa ed integrata con il sistema politico e militare di Mosca - ora sostenga con vigore il rafforzamento atlantico, appoggiando anche una veloce cooptazione nella NATO della Romania e della Slovenia. La possibilità che l'affermarsi di una Russia nuovamente autoritaria eserciti forti pressioni sulla struttura politica, economica e sociale di questi paesi ha fatto riflettere la stessa alleanza, che ha dato vita ad una serie di iniziative.
Il primo compromesso NATO-Russia è del dicembre 1991 con il già accennato North Atlantic Cooperation Council ed è stato voluto come risposta alla preoccupazione occidentale nei confronti dei paesi dell'Europa centrale e dell'est in generale. Il secondo compromesso, attuato in parte come risposta alle pressioni dei paesi dell'Europa centrale e dell'est, è stata l'introduzione nel 1994 - da parte dell'alleanza - di un nuovo patto per la sicurezza allargato: partnership for peace. Il progetto - lanciato dal Presidente Clinton - si colloca come strumento di dialogo e di cooperazione, in un'associazione di Stati per l'affermazione di una pace internazionale, uniti attraverso un volutamente vago sistema di sicurezza collettiva; segue il principio della politica estera americana, cioè l'obiettivo di garantire una sicurezza internazionale attraverso la collaborazione con i partner. È un'associazione aperta a tutti gli Stati e si prefigge obiettivi comuni, come la trasparenza dei bilanci della difesa ed il controllo democratico degli impianti difensivi. I programmi del PFP coinvolgono i ministri della difesa dei paesi partecipanti e rappresentano al contempo un mezzo per dialogare e per verificare la situazione nei paesi in termini militari.

PRESIDENTE. Il tempo vola. Anzi, è già volato. Se vuole avviarsi verso la conclusione...

FABIO CALZAVARA. Cercherò di sintetizzare la conclusione, Presidente.
La formula partnership for peace rappresenta un valido strumento politico e militare autonomo dell'alleanza, che permette di far lavorare insieme - in un clima di proficuo scambio di esperienze - paesi diversi, anche quelli che sono contrari ad entrare nell'alleanza. Per usare le parole di Henry Kissinger, la partnership for peace non è una fermata nella NATO (come spesso viene erroneamente asserito) ma è un'alternativa a questa. Il partenariato può dunque risultare anche un valido strumento di dialogo con i paesi del bacino del Mediterraneo, per portare ad una maggiore stabilità dell'area attraverso incontri sempre più frequenti.
La lega nord per l'indipendenza della Padania ritiene doveroso sottolineare tre punti. Primo: per avere una connotazione di ricerca della sicurezza e della pace internazionale la partnership for peace deve essere inserita in un circuito globale e deve necessariamente coinvolgere (oltre a Stati Uniti, Europa, Russia, Cina, Giappone, India) una molteplicità di paesi di media o piccola grandezza, altrimenti sembrerà una specie di club per molti ma non per tutti, e questo non gioverebbe sul piano internazionale, oppure sarà poco a poco percepita come un progetto di secondaria importanza.
Secondo: è necessario che partnership for peace non venga intesa come la NATO, ma come un progetto che va oltre...


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PRESIDENTE. Onorevole Calzavara, bisognerebbe che lei concludesse, perché è andato oltre il tempo a sua disposizione, a meno che non utilizzi il tempo di un altro collega di gruppo.

FABIO CALZAVARA. Le chiedo ancora una manciata di secondi.
Come dicevo, è necessario che PfP non venga intesa come la NATO, ma come progetto super partes.
Terzo: è necessario che questa convenzione si rapporti con le Nazioni Unite per avere un'etichetta di entità veramente neutra nel campo della sicurezza internazionale.
A questo proposito diciamo che un tavolo simile alla partnership for peace già esiste, ed è l'europeo OSCE, cioè l'organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea, alla quale dovrebbero essere affidati nuovi compiti, rafforzandone il ruolo e l'incisività in un contesto dell'Europa dei popoli e quindi di un'Europa più autonoma, democratica ed all'altezza degli equilibri e delle sfide che sempre più il mondo d'oggi richiede.
Presidente, le chiederei, a questo punto, di autorizzare la pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna delle considerazioni integrative del mio intervento.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza senz'altro.
È iscritto a parlare l'onorevole Saraca. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO SARACA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, tre sono gli obiettivi che siamo oggi chiamati a perseguire: un'Alleanza atlantica più ampia e più adatta a svolgere nuove funzioni; una visibilità progressivamente sempre più alta dell'Europa, anche nel settore della sicurezza e della difesa; un rapporto nuovo con la Russia, basato su una concreta e fattiva collaborazione.
L'allargamento dell'alleanza corrisponde ad un disegno di stabilizzazione e non certo a nuovi equilibri di forze o alla creazione di nuovi steccati in luogo di quelli appena rimossi. Al di là dei motivi legati a tattica politica, pur legittimi, anche se non sempre comprensibili nei loro fini ultimi, l'opposizione all'allargamento della NATO denota non soltanto un pregiudizio ideologico, ma anche un'impostazione ormai fuori dai tempi, che sembra non tener conto delle profonde trasformazioni avvenute nell'Europa e del perseguimento della sua sicurezza dopo la fine della guerra fredda.
Spiace constatare, poi, che questa opposizione viene spesso motivata da affermazioni ispirate alla più vecchia demagogia, a luoghi comuni, ad argomenti che abbiamo sentito in Commissione e che non abbiamo sentito esporre a suo tempo forse neppure dai membri del politburo dell'Unione Sovietica; argomenti che sono ben lontani dall'appartenere oggi perfino ai non pochi leader provenienti dai partiti ex comunisti, ora al potere in alcuni paesi dell'Europa orientale, oggi fautori accesi dell'ingresso di questi stessi paesi nell'Alleanza atlantica.
L'allargamento dell'alleanza tocca la regione più nevralgica per gli equilibri europei di questo secolo: i paesi dell'Europa centrale hanno sempre oscillato tra la dipendenza da uno dei grandi Stati vicini e la loro frantumazione a vantaggio di questi ultimi. Ora la loro protezione, se ancora si può usare questo termine, sarà assicurata dall'Unione europea e dall'Alleanza atlantica.
Chissà se un'Europa già unita, forte e consapevole avrebbe potuto evitare la spaccatura dei paesi confinanti ad est, visti come terra di conquista di posizioni dominanti per gruppi etnici e religiosi interni con forte sospetto, allora, di presenza di interessi politici ed economici esteri, particolari e nazionalistici, con mire forse di espansione.
Accogliendo i nuovi paesi nell'Alleanza atlantica, si conseguirà il risultato di una precisa volontà, espressa dai Governi dei paesi interessati, sorretta anche, come nel caso dell'Ungheria, da consultazioni popolari. L'appartenenza all'alleanza è stata già oggetto in quei paesi di aperto ed intenso dibattito: respingerli significherebbe


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condannarli ad una situazione di permanente minorità, ricacciarli nell'incertezza.
In concreto, c'è un solo paese dell'alleanza atlantica dove il dibattito politico in relazione all'allargamento ad est della NATO ha assunto i caratteri di una crisi, e questo già di per se stesso induce ad una meditazione sulla consapevolezza dei nostri impegni internazionali.
Non è pensabile che l'Italia non ratifichi le procedure in base alle quali la Polonia, la Repubblica ceca e l'Ungheria entreranno a far parte dell'Alleanza; un voto contrario sarebbe un assurdo ed un solitario paradosso sulla scena europea. Nessuna ragionevole argomentazione può essere invocata per il voto contrario; che la guerra fredda sia finita ma che la NATO rimanga è nella logica delle cose. È stato il comunismo che si è sciolto nell'est, trascinandosi dietro l'Unione sovietica, il Patto di Varsavia e tutta l'impalcatura ideologica ed egemonica che li sosteneva. L'Alleanza atlantica avrebbe forse dovuto - e per quale motivazione? - sciogliersi? Più realisticamente invece ha imboccato la strada dell'adeguamento alle nuove realtà ed alle minacce di segno diverso da quello esistente all'epoca della contrapposizione est-ovest. Da sistema di alleanza politico-militare, diretta a garantire l'occidente dalla minaccia sovietica, la NATO si va trasformando in un sistema di sicurezza collettiva, impegnato a mantenere la pace nell'ambito dello spazio geopolitico di sua pertinenza. L'intervento in Bosnia va proprio in questo senso. Che la NATO non minacci nessuno, e che vada quindi adeguandosi alle esigenze del nuovo ordine internazionale in via di edificazione, è una realtà della quale prende atto lo stesso ex nemico; la Russia infatti, pur avanzando comprensibili riserve ad un allargamento ad est della NATO, accetta una realtà alla cui base c'è la volontà dei popoli dei paesi facenti un tempo parte del Patto di Varsavia di rafforzare il loro legame con l'occidente.
L'atto fondatore tra la NATO e la Russia, firmato a Parigi nel maggio 1997, costituisce nel senso sopra richiamato un patto di portata storica, e con esso è stata avviata un'epoca di confronto e una fase di dialogo e cooperazione. È poi pura utopia pensare che, nella situazione attuale, sia l'ONU ad assolvere, sul piano strettamente operativo, a questi stessi compiti. Del resto, chi, arroccandosi su una concezione arcaica della politica internazionale, sostiene che l'allargamento ad est della NATO rafforza ancora di più la cosiddetta egemonia americana sul nostro continente non può non sapere che gli americani rappresentano il cardine portante dell'ONU; e senza l'apporto militare della prima potenza del mondo, la comunità internazionale non è oggi in grado, in senso ampio, né di imporre la pace, né di preservarla e, tanto meno, di punire chi la minaccia.
Questa discussione sull'allargamento ad est dell'Alleanza atlantica apre così un'esercitazione bizantina all'italiana; non votare per l'allargamento significa in definitiva, al di là di ogni considerazione storica, opporsi alle linee di tendenza del processo di unificazione europea, alla quale anche con il suo ampliamento la NATO contribuisce.
Che rifondazione comunista compia una fuga dalla realtà e si trinceri su posizioni veteropolitiche è sorprendente sul piano stesso della logica politica. È pensabile, infatti, che questo Parlamento, unico tra i paesi dell'alleanza, si pronunci negativamente per l'ampliamento della NATO? Evidentemente no. Ed allora, la strada imboccata da rifondazione porta soltanto a rilanciare una crisi interna, nella quale la NATO forse c'entra poco. Ma tutto ciò non va certo a favore della salvaguardia della nostra credibilità internazionale, sulla quale l'Italia sta investendo risorse e spendendo energie notevoli con grandi sacrifici.
Per queste ragioni, occorre quindi procedere alla ratifica dei protocolli sottoposti all'esame della Camera, in linea con quanto stanno facendo i nostri alleati e con le attese dei paesi nuovi. L'allargamento dell'alleanza può costituire l'occasione per guardare con occhi diversi all'intera struttura della sicurezza europea,

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per ritrovare ragioni vecchie e nuove di quella scelta che ha ora quasi cinquant'anni, allora così controversa nella nostra società civile e nella quale invece oggi, ritengo, tutte le forze politiche possono ritrovarsi con coscienza tranquilla. La politica estera infatti necessita, come da più parti è stato ricordato, di un consenso di ampia partecipazione bipartitica o, meglio, bipolare; deve essere patrimonio comune di un ampio schieramento di forze politiche di maggioranza e di opposizione.
Anche negli Stati Uniti e nelle maggiori democrazie europee - si dice - è così; certo, ma per conseguire tale obiettivo occorre appunto una maggioranza coesa e un'opposizione che condivida gli stessi valori. Se la maggioranza viene meno, come qui sembra il caso, il consenso non è più bipolare ed ampio, ma si trasforma in un soccorso al Governo, non contribuendo certo né alla coerenza della linea di politica estera, che rifondazione dice di volere, né al rafforzamento dell'azione dell'esecutivo, che afferma di voler assicurare. Vorrei che i colleghi di rifondazione comunista lo avessero ben presente oggi, così come lo avranno ben presente le coscienze dei singoli parlamentari dell'opposizione.
Abbiamo saputo riconoscere gli alti scopi umanitari della missione NATO in Bosnia, missione che ha permesso di fermare genocidi e pulizie etniche e che sta cercando di garantire condizioni ordinarie di quotidiana convivenza civile, in modo tale da permettere il sanarsi di ferite aperte ed il superamento di odi profondi.
Su questi temi - sicurezza, difesa, scopi umanitari, come pure su giustizia e libertà - non dovrebbero esistere posizioni di partito, di opportunismo politico, di maggioranza e di opposizione, ma sommatorie di chiare e leali espressioni delle coscienze dei singoli parlamentari. Per questo ci aspettiamo ora sull'allargamento della NATO a Polonia, Repubblica Ceca ed Ungheria il più ampio consenso politico (Applausi dei deputati del gruppo di rinnovamento italiano).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Follini. Ne ha facoltà.

MARCO FOLLINI. Signor Presidente, siamo favorevoli all'allargamento dell'Alleanza atlantica. Ci sembra il completamento della rivoluzione del 1989, il ritorno di paesi dell'Europa centro-orientale nella casa comune, una casa comune europea ed atlantica.
Noi abbiamo imparato che gli interessi nazionali ed internazionali sono sopra la mischia politica ed il nostro voto sarà conseguente a questo principio. Ci aspettiamo - lo dico all'onorevole Ranieri per le cose che ha detto poco fa - che anche il comportamento del Governo si ispiri allo stesso principio e non a quello che sentiamo aleggiare da qualche parte e che con le parole della saggezza popolare suonerebbe più o meno così: passata la festa, gabbato lo santo.
C'è una divisione profonda nella maggioranza su questi temi. Ieri la divisione riguardava la missione di pace in Albania, oggi riguarda l'allargamento dell'Alleanza atlantica, domani - chissà? - potrebbe riguardare le responsabilità che la comunità internazionale dovrà assumere nella crisi del Kossovo.
Ricordo che, nella prima Repubblica, le maggioranze si fondavano su una coesione internazionale fortissima, che non era solo la conseguenza di una comune visione ideologica. Ora noi, al contrario, rischiamo di tornare alla «Italietta» di cento e passa anni fa, al paese dei giri di valzer, ballerino, inaffidabile e giudicato un paese di serie B dai suoi alleati internazionali e dai suoi avversari, anche perché alleati ed avversari cambiavano con una straordinaria disinvoltura. Certo, si può accampare la scusa di un bipolarismo malformato, dove c'è una parte che vorrebbe essere tutto, che guarda come riferimenti internazionali contemporaneamente a Kohl, a Blair e magari anche a Fidel Castro.
Può essere considerato anomalo che il voto sull'allargamento e sul rafforzamento dell'Alleanza atlantica venga affidato agli eredi di culture politiche che hanno continuato


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a guardare a questa alleanza con diffidenza anche quando ammettevano, negli anni della guerra fredda, di sentirsi più al sicuro al riparo dello scudo dell'Alleanza atlantica stessa. Quando dico queste cose, non mi riferisco alle manifestazioni giovanili dell'onorevole D'Alema contro la guerra nel Vietnam, ma ad episodi di cronaca molto più recenti; mi ricollego, ad esempio, alle grandi manifestazioni di protesta contro l'intervento nell'Iraq.
La nostra posizione, per dirla con uno slogan, ma purtroppo tutto si traduce facilmente in uno slogan, è quella di dire «sì» alla NATO e «no» al Governo, di esprimere un voto atlantico e di non offrire una forma di soccorso bianco. L'onorevole Ranieri ci ha detto poco fa che il Governo e la maggioranza terranno conto, e vorrei ben vedere che non lo facessero, di un apporto che comunque ai fini dell'approvazione della legge risulterebbe decisivo, ma probabilmente questo non è sufficiente.
È materia di discussione in questi giorni ed in queste ore come articolare tecnicamente questa posizione, come esprimere contemporaneamente il nostro sostegno e la nostra approvazione a questo disegno di legge ed il nostro dissenso rispetto alla politica complessiva del Governo. In questo quadro vorrei dire che mi sembra stridente l'atteggiamento di sfida del Presidente del Consiglio. Egli, un po' spavaldo, ha formulato una richiesta nelle ore appena passate, quando ha detto «ditemi che cosa avverrà dopo e che cosa avete in mente che avvenga»; la nostra parte, che è di opposizione, lo ha indicato chiaramente. Ma al Presidente del Consiglio vorremmo dire sommessamente che egli non è il re di Francia che può invocare dopo di sé il diluvio. Il Presidente Prodi si comporta come se il Governo e la maggioranza fossero a prova di bomba; credo che non siano neppure a prova di questo voto che esprimeremo domani mattina. Per quanto ci riguarda voteremo «sì» alla NATO, ma diciamo al Presidente del Consiglio che le sue dimissioni ed il successivo chiarimento politico sono parte essenziale di questo nostro voto (Applausi del deputato Tassone).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro degli affari esteri, siamo giunti alla conclusione di un dibattito e di un confronto che non è iniziato oggi pomeriggio. Le questioni della natura e dell'allargamento della NATO sono state al centro del dibattito politico degli anni scorsi, di quello elettorale del 1994 e di quello del 1996.
Oggi ci troviamo a confronto per rispondere a quesiti fondamentali ma soprattutto per capire qual è il passaggio politico e storico che viviamo e qual è il nostro atteggiamento ed il nostro impegno. Questo disegno di legge sull'allargamento della NATO è semplicemente un provvedimento legislativo o è qualcosa di più? Che cosa significa essere o meno per l'allargamento della NATO? Che cosa significa in questo momento essere a favore o contro la NATO?
Certo, questo dibattito è distante da quello che si svolse in quest'aula nel 1949, quando l'Italia si trovò a compiere una scelta storica di fondo, quella per la NATO. Allora ci fu un dibattito vivace, forte, per alcuni versi violento: si ricordano gli scontri e le colluttazioni anche fisiche tra parlamentari, oltre alle manifestazioni di piazza. Certo, come allora oggi ci troviamo di fronte ad una scelta storica di fondo. Debbo dare atto al ministro degli affari esteri che non ha nascosto l'importanza ed il significato della conclusione cui dobbiamo pur giungere in questo confronto.
Certamente non sarebbe stato accettabile un ridimensionamento della portata del dibattito. Signor Presidente, onorevole ministro, come dicevo poc'anzi ci troviamo di fronte ad una continuità di scelte sul piano politico, della civiltà, della cultura, del progresso e dello sviluppo civile del nostro paese. Non è vero che il 1949 è distante: oggi dobbiamo verificare la


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conclusione di un processo che iniziò allora, quando da alcuni banchi si diceva che la NATO era portatrice di violenza e rappresentava una minaccia per la stabilità e la pace del nostro paese. Un dibattito come quello che stiamo facendo in questo momento non si può esimere dal giudicare la NATO, quel periodo storico, la lunga stagione di stabilità e di pace che abbiamo vissuto in Italia.
Oggi ci troviamo tutti assieme a raccogliere il successo di una scelta politica adottata senza la solidarietà o la disponibilità di alcune forze politiche. La NATO ha contribuito non soltanto a stabilizzare gli equilibri internazionali ma anche a creare spazi di libertà, di democrazia e di pace all'interno dei singoli paesi; essa ha anche contribuito a determinare un fatto nuovo e sconvolgente che passerà alla storia: la richiesta, da parte di alcuni paesi aderenti all'ex Patto di Varsavia, di entrare a far parte della NATO.
Ricordo una visita fatta a Budapest, alla fine degli anni ottanta, dalla Commissione difesa allora presieduta dall'onorevole Zanone: era quella l'epoca in cui iniziava in quel paese il processo democratico ed era quella l'epoca in cui ci veniva chiesto aiuto per entrare a far parte della NATO, cioè nel novero dei paesi liberi e democratici.
Il fatto più sconvolgente, in senso positivo, che oggi dobbiamo affrontare è la richiesta di questi paesi di entrare a far parte della NATO per raggiungere stabilità e democrazia.
Occorre però fare un'ulteriore considerazione: l'Europa ha vissuto secoli di tensioni e di violenze che hanno provocato sconvolgimenti profondi, quali le due guerre mondiali, che hanno annientato interi paesi e ridimensionato la dignità delle persone. Il processo storico che stiamo vivendo ci spinge a impegnarci maggiormente per l'unità politica dell'Europa che, a mio parere, è ancora molto distante, anche se è stata raggiunta l'unità della moneta. La vera unità politica si potrà raggiungere attraverso strutture e istituzioni comuni sul piano della difesa, della politica estera e della sicurezza. L'allargamento dell'alleanza atlantica può garantire stabilità ed equilibrio, soprattutto attraverso il coinvolgimento dei paesi dell'est. È importante che in questo processo venga coinvolta anche la Russia. Forse qualche forza politica sperava che quest'ultimo paese mantenesse un atteggiamento di contrarietà all'allargamento della NATO; invece il 27 maggio dello scorso anno, attraverso l'atto fondante della relazione tra Russia e NATO, è stato avviato un nuovo tipo di rapporti. Ci sono rapporti diversi anche con altri paesi, quali la Croazia, così come si registrano grandi attese da parte di altri paesi dell'est europeo, come la Romania e la Slovenia; all'interno dei paesi europei si manifesta la volontà di assicurare ai singoli popoli prospettive di pace, di sicurezza e di stabilità.
Non siamo più di fronte allo schema del 1949, non ci sono più blocchi contrapposti, non c'è più l'Unione Sovietica né il suo impero in opposizione al mondo occidentale; ci sono altri problemi ed altre tensioni, ci sono altre minacce alla pace, all'equilibrio e alla convivenza civile dei popoli. Non vi è dubbio, signor Presidente e signor ministro degli affari esteri, che a questo dobbiamo guardare con molta attenzione ricordando che la NATO, nel momento in cui veniva a cadere il muro di Berlino, pose in essere la propria trasformazione.
Ricordo, inoltre, che nel 1989 si chiedeva da più parti se la NATO avesse ancora una sua giustificazione. Questo stesso interrogativo l'ho sentito echeggiare in quest'aula, con la seguente considerazione: la NATO si è trasformata perché il suo compito fondamentale è quello di essere certamente una struttura militare, ma soprattutto una struttura politica che salvaguarda nell'Europa i valori della civiltà, della democrazia e delle libertà attraverso il dialogo, la cooperazione, la solidarietà ed un impegno sempre più forte sul piano civile e culturale; si tratta quindi della acquisizione di valori comuni e del riportarsi ad una storia comune di

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civiltà, per pervenire alla realizzazione di una identità dell'Europa, che nel passato non abbiamo avuto.
Ritengo che si debba partire da questo punto per comprendere che cosa sia la NATO e che cosa vogliamo farne. Ciò dovrà avvenire certamente anche attraverso un chiarimento dei rapporti con l'OSCE e con altri organismi internazionali. Riguardo all'OSCE, sarebbe necessario che esso chiarisse fino in fondo quale sia la sua identità e il suo ruolo; oppure, sarebbe bene andare oltre di esso! Vi sono quindi degli interrogativi che dobbiamo porci in questo particolare momento.
Signor Presidente, signor ministro degli affari esteri, queste sono le ragioni che ci spingono a sostenere che non è giusto pensare che i dibattiti svoltisi nel 1994 e nel 1996 non abbiano alcun significato in questo particolare momento, perché nel corso di essi l'onorevole Bertinotti mise in discussione la nostra presenza nella NATO! Non vi era ancora in quel momento il problema della sua estensione; quella che viene oggi messa in discussione è la NATO, anche nelle sue trasformazioni e nelle sue modificazioni in senso politico! Questo è il dato vero della questione: oggi non vi è una opposizione rispetto ad un processo e ad un trattato che innova, ma semplicemente un ritorno ad una opposizione acritica nei confronti delle scelte di civiltà! Non è dunque - è opportuno precisarlo - una opposizione ad una organizzazione militare; non è una opposizione ad una organizzazione internazionale: si tratta in fondo di una opposizione che continua nel tempo nei confronti delle grandi scelte che il nostro paese ha compiuto in tutti questi anni!
Queste sono le ragioni per le quali non riusciamo a capire con estrema chiarezza perché qualche collega del partito di maggioranza relativa cerchi di mettere ancora sotto accusa esponenti e storia di quella stagione politica! Non è concepibile che alcuni esponenti del partito di maggioranza relativa vogliano ancora prendere le distanze da quella stagione politica: non è accettabile e non è pensabile tutto ciò nella misura in cui ci ritroviamo oggi di fronte a questo processo (e ci dobbiamo trovare insieme), con grande chiarezza e con grande trasparenza!
Non so se chiedere ancora le dimissioni del Governo, come hanno fatto alcuni colleghi. Signor ministro degli affari esteri, vi è però un dato che intendo sottolineare, con il seguente interrogativo: che cos'è questo nostro dibattito sul disegno di legge di ratifica di quel trattato? È routine? È una pratica che bisogna chiudere? Non credo che sia una pratica che bisogna chiudere e che vada chiusa comunque! Bisogna, allora, non porsi il problema della contrapposizione nei confronti di una forza politica che non accetta la NATO e che coerentemente porta avanti un suo progetto, ma capire il Governo dove si trovi e se voglia avere una maggiore dignità ed una maggiore autorevolezza a livello internazionale ed europeo! Questa non è dunque una pratica che si chiude o un fascicolo che si può chiudere comunque; è una scelta che si rinnova nel senso di una storia che certamente non si è sopita e che non va criminalizzata.
Vi è chi in questa sede, invece, criminalizza questa storia, soprattutto alterando la verità e la realtà. Anche nei giorni scorsi, infatti, abbiamo sentito nelle varie Commissioni permanenti delle .definizioni non sostenibili nei confronti della NATO! A quest'ultima sono state imputate anche azioni di stragismo ed ogni male possibile, come se essa fosse il centro occulto e manifesto di tutte le disavventure di questo nostro pianeta.
Ritengo che così non è, per cui bisogna che il Governo, più che capire se sia in maggioranza o meno, si assuma la responsabilità sul piano delle grandi scelte politiche. Non è infatti possibile, ministro Dini, attuare una differenza fra le scelte di politica interna, di politica economica e di politica internazionale. Si tratta di momenti inscindibili, non divisibili. Non si può far politica stratificando il dato dell'economia con quelli della politica interna, della sicurezza, e delle scelte internazionali, perché i dati delle scelte e dello

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sviluppo sono interdipendenti. Non vi è un momento che vive solo un periodo: tutti i momenti sono collegati e raccordati, altrimenti non faremmo politica, altrimenti questo non sarebbe il Governo di un paese che aspira a processi di sviluppo civile, di maggiore dignità, forza e incisività nello scacchiere internazionale.
Ritengo, signor Presidente e ministro degli affari esteri, che in questo particolare momento si debbano cogliere tante cose e parlare anche delle basi NATO. Abbiamo trasfuso il contenuto della nostra mozione in un ordine del giorno sulle basi NATO, e già le anticipo, signor ministro, che desideriamo che il Governo lo valuti attentamente. Delle basi NATO si è discusso molto perché vi sono forze politiche, presenti non soltanto in Parlamento, che il giorno dopo la ratifica di questo trattato chiederanno lo smantellamento, la rivisitazione delle installazioni militari, logistiche e tecniche nel nostro paese.
Bisogna essere chiari nelle scelte, perché nella politica vi sono fatti che possono essere mediati, che possono essere oggetto di compromesso e di trattative. Come dicevo poc'anzi, le grandi scelte di civiltà del nostro paese non sono mediabili, altrimenti si annullerebbero la dignità e il prestigio del nostro paese.
Non è un problema che riguarda solo il Governo, e voi lo sapevate, ministro degli affari esteri: nel momento in cui nel 1996 dichiaravate di aver vinto, che la sinistra aveva vinto, noi sostenevamo che non era vero perché vi era una divisione sulla politica internazionale. Avete resistito anche a questo chiarimento. Oggi vi è questo impatto, ma se non vi fosse stato l'allargamento della NATO, vi sarebbe stato questo chiarimento all'interno della compagine di Governo? Se non vi fosse stata questa occasione, questa opportunità, vi sarebbe stato questo chiarimento? Le scelte di politica economica non sono consequenziali anche a queste scelte, a questi atteggiamenti, a questi modi di essere, di vedere e di concepire non solo i rapporti all'interno ma anche quelli fra i popoli e le nazioni libere?
Ritengo che c'è e debba esservi un impegno molto forte per avere il coraggio di affrontare anche i problemi dello scacchiere internazionale, i problemi dei Balcani, dove l'Europa non si è presentata unita, ministro degli affari esteri: nelle vicende della ex Jugoslavia, fin dall'inizio abbiamo avuto delle divisioni tra i paesi europei. Ma è tutto il problema del Mediterraneo a restare in piedi. Dunque, il dato della sicurezza dell'Europa è molto importante e significativo.
Non ci nascondiamo i problemi e i temi dell'ONU, ma è concepibile sostenere la tesi secondo cui l'ONU dovrebbe avere una struttura militare autonoma? È immaturo questo processo oppure vi sono ancora problemi per il seggio del Consiglio di sicurezza, nonché problemi con alcuni paesi europei, per esempio con la Germania? È immaginabile ipotizzare questo processo, questo percorso? Io ritengo di no. Dunque, bisogna affrontare questi temi con pacatezza, recuperando il dato della politica e, soprattutto, facendo della NATO uno strumento politico, uno strumento di aggregazione e di solidarietà. Ritengo che con la Federazione russa si sia realizzato il dato importante di aggregazione del paese ai consessi internazionali, tant'è che il G7 è diventato il G8.
Credo allora che ci siano traguardi ed obiettivi che sono stati portati avanti.
Signor Presidente, onorevole ministro, questa vigilia del dibattito è stata un po' enfatizzata da più parti; però non ritengo che il Governo abbia colto l'essenzialità del passaggio e di questo confronto politico. Cos'è in gioco oggi? La credibilità di un Governo o la credibilità di un paese? Si vuole un apporto da parte dell'opposizione? Si dica chiaramente. Ma si dica chiaramente che ci sono due regimi, c'è un Governo che ha una sua maggioranza per alcune cose e c'è un Governo che non ha la maggioranza ma si affida al Parlamento. Questo è il dato. E al Parlamento vanno chiesti i voti e consensi; e vanno chiesti uno per uno, sul piano politico, perché la scelta è politica, perché il coinvolgimento è politico. Altrimenti, se non si fa questo, significa che qualcuno,

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all'interno del Governo, pensa che la vicenda della NATO sia una pratica da chiudere subito, frettolosamente, come è avvenuto per l'Albania. Così non deve essere; non è interesse del Governo, non è interesse del Presidente del Consiglio, non è interesse del ministro degli affari esteri, non è concepibile, non è accettabile, come se i momenti fossero scissi, come dicevo poc'anzi, mentre invece sono collegati ed interdipendenti.
Ritengo che a tali quesiti si debba rispondere. Do atto al ministro degli esteri di aver espresso giudizi molto aspri, molto forti nei confronti di coloro che non sono su posizioni che confortano le scelte del Governo. Questo l'avevamo già visto, signor ministro: quando lei è venuto in quest'aula con le sue comunicazioni, un esponente di rifondazione comunista con coerenza si è alzato dicendo che non era d'accordo non soltanto sulla NATO, ma nemmeno sulle grandi scelte dell'Europa, perché il problema è che non si è d'accordo nemmeno sulle scelte dell'Europa.
Questo è il dato su cui dobbiamo puntare la nostra attenzione; non è soltanto una vicenda che riguarda un'alleanza militare o politica, è un problema concernente tutta la strategia della politica estera e, se mi consente, signor ministro, tutta la strategia della politica economica, dei rapporti economici fra i paesi, del nostro ruolo nell'ambito del Mediterraneo. Questi sono i grandi interrogativi su cui dobbiamo soffermare la nostra attenzione.
Così come non sono accettabili - me lo consenta - la posizione e l'atteggiamento del suo collega, il ministro della difesa; non è accettabile che il ministro della difesa cerchi di far passare una tesi insostenibile, secondo cui in politica internazionale ci può essere una maggioranza di Governo o una maggioranza parlamentare, come se tutto fosse interscambiabile. Questo è il dato della coerenza e della trasparenza? Questa è la fase nuova della Repubblica, questa è la grande seconda Repubblica? Mentre parliamo di NATO, di stabilità, di chiarezza, di trasparenza, questi non sono dati e valori che vanno verso la stabilità e la trasparenza.
Diciamo allora che al Congresso degli Stati Uniti ci sono stati 19 senatori che hanno votato contro, perché ci sono spinte isolazioniste negli Stati Uniti d'America. Sono stati affrontati i problemi dei costi, il problema del potenziale nucleare della Russia, perché in fondo la Russia rimane ancora con il suo potenziale missilistico, anche se ci dice che i missili non sono puntati sull'Europa; ma non sappiamo dove siano puntati. Esiste il problema, signor ministro degli affari esteri, della riduzione degli armamenti: questa grande stagione, che è finita, della riduzione delle armi nucleari. Ritengo che bisogna rilanciare questo dato e questo aspetto con grande forza e con grande determinazione.
Ho voluto fornire questo contributo non improntato ad alcun preconcetto, ma improntato soltanto ad una sollecitazione e ad un invito che, lo ripeto, non riguarda solo questa parte del Parlamento; ritengo che, per far chiarezza, a ciò avrebbero tutto l'interesse il Governo, il ministro degli affari esteri, il Presidente del Consiglio dei ministri. Con la supponenza, signor ministro degli affari esteri, non si va infatti da nessuna parte: bisogna essere umili, capire e cogliere i fermenti che esistono all'interno del paese, ma bisogna cogliere anche le linearità dei comportamenti coerenti che esistono all'interno del Parlamento, da parte di chi vuol dare un aiuto forte affinché il nostro paese non perda di dignità e di decoro.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Romano Carratelli. Ne ha facoltà.

DOMENICO ROMANO CARRATELLI. Signor Presidente, signor ministro, colleghi, due avvenimenti hanno segnato nel recente passato la realtà politica dell'Europa ed i rapporti tra gli Stati europei modificando - ed in tal modo testimoniando la modifica - scelte che per decenni hanno indicato la linea di demarcazione


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tra opposti schieramenti, a testimonianza di un sistema bipolare. Nel luglio del 1997, a Madrid, si è compiuto l'ultimo passo per mettere fine all'Europa di Yalta, con l'invito rivolto alla Polonia, alla Repubblica ceca ed all'Ungheria ad entrare nella NATO. Due mesi prima, a Parigi, era stato firmato l'accordo tra NATO e Russia dal Presidente Eltsin e dal segretario generale Solana, alla presenza dei Capi di Stato e di Governo dell'alleanza. L'ingresso nella NATO dei tre paesi un tempo appartenenti al Patto di Varsavia è un fatto di grande rilevanza politica, e lo è per l'Europa e per il mondo intero. I paesi nuovi membri beneficeranno della sicurezza collettiva dell'alleanza e trarranno sicuramente altri benefici dal forte potenziale di stabilizzazione, anche psicologico, derivante dalla loro appartenenza a pieno titolo alla comunità degli Stati euroatlantici, rafforzando inoltre i legami con la cultura, la civiltà, la visione del mondo dell'occidente. Si tratta di un risultato sul quale, un decennio fa, nessuno avrebbe mai scommesso e che oggi, invece, sta per realizzarsi e che servirà a sancire il consolidamento della democrazia nei paesi dell'Europa centrale ed orientale e la fine di un vecchio ordine.
L'accordo di Parigi tra la NATO e la Russia sancisce il principio fondamentale che ad est la NATO non ha più un avversario con cui confrontarsi, bensì un partner politicamente responsabile di una nuova architettura europea di sicurezza, di cui il processo di allargamento è parte. Si tratta di un processo perseguito non in contrapposizione con la Russia, ma per accrescere la stabilità e la sicurezza e garantire la pace in Europa.
Quando le intenzioni contenute nell'atto fondatore si concretizzeranno, il lavoro di questi anni darà i suoi frutti e si potrà dire che è stata realizzata una vera rivoluzione nel quadro della sicurezza europea: questi due fatti sono elementi da leggere non in conflitto, quindi, tra di loro, ma come momenti sinergici di una grande e significativa realtà che si afferma, di un grande avvenimento che va sostenuto e realizzato. L'Italia a questo fine sta facendo la sua parte, dimostrando concreto e sincero spirito di apertura e coalizione con la Russia e svolgendo una contemporanea azione in sede NATO perché i contenuti dell'atto fondatore possano concretizzarsi in tempi brevi.
Il futuro dell'Europa dipenderà molto da ciò che accadrà nei prossimi anni nell'Europa centrale e sudorientale, a cui sta per allargarsi anche l'Unione europea, prefigurando così una nuova identità del continente. Il voto che diamo non è un voto che fotografa ed aderisce alla NATO per come è stata realizzata e vissuta nella storia. Si tratta di un voto che allarga la NATO verso oriente e rappresenta il superamento di una NATO come espressione e scelta di un mondo bipolare, nonché l'avvio di un nuovo grande processo che vede tale organizzazione come fattore di sicurezza europea e mondiale: una NATO che diventa strumento di sicurezza collettiva e non mezzo di difesa o di offesa di una parte. È lì che si gioca la sfida di una nuova architettura di sicurezza, capace di allontanare l'Europa da tragedie come quella dell'ex Jugoslavia, da instabilità quale quella albanese o quelle potenziali presenti in aree come il Kossovo, così turbolente e di drammatica attualità. È necessario, vitale, che si evidenzi una scelta e si realizzi un organismo a cui fare riferimento come elemento sovranazionale, per impedire che ai conflitti tra Stati si sostituiscano i conflitti etnici e regionali, che comunque potrebbero incendiare il mondo. È dunque essenziale per garantire stabilità e prosperità all'intero continente assicurare stabilità economica e politica all'Europa centrale e sud orientale. Tutto ciò vale, a maggior ragione, per il nostro paese, non soltanto perché queste zone ci sono così vicine, ma anche perché si è sviluppata in questi anni una fitta rete di rapporti politici, economici e culturali che hanno fatto dell'Italia uno dei principali partner dell'intera regione. Ne è un esempio tipico il caso Albania, dove una soluzione politica

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della crisi era certamente di primario interesse nazionale ma, al tempo stesso, di diffuso interesse per tutta l'Europa.
L'intervento italiano ha funzionato da catalizzatore per far emergere e convogliare l'interesse collettivo europeo verso una gestione internazionale della crisi.
Possiamo quindi affermare che l'approccio del nostro paese verso l'Europa centrale e sud orientale deve essere per la ricerca costante di una visione equilibrata e globale. Non vogliamo cioè rapporti privilegiati con nessun paese. Privilegiamo invece un approccio integrato sia nella collaborazione regionale, sia nei rapporti bilaterali.
L'ampliamento dell'alleanza è quindi di assoluta necessità, perché esso è una parte fondamentale di una cornice più ampia, nella quale si inseriscono anche le trasformazioni di tutte le principali istituzioni europee di sicurezza, in particolare l'Unione europea e l'OCSE, chiamate come la NATO a fornire un contributo indispensabile all'integrazione progressiva del teatro europeo in assetti di sicurezza e di cooperazione solidi e stabili.
Sono progetti di portata storica che l'Europa sta per realizzare e l'Italia non può e non deve sottrarsi ai suoi impegni e doveri; anzi, questo deve costituire un incentivo per sviluppare una visione europea globale ed una politica di sicurezza adeguata, in cui il rapporto transatlantico ed il partenariato strategico con la Russia occupano un posto di primo piano.
Votare contro l'allargamento dell'alleanza significherebbe in questo momento storico non solo dire «no» al perseguimento di un'architettura di sicurezza europea più stabile e pacifica, ma anche sganciare il vagone Italia dal convoglio europeo ed atlantico. Per un paese da sempre impegnato nella costruzione di una unità politica europea e nel rafforzamento del legame transatlantico sarebbe un controsenso ed un errore politico di portata storica (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rivolta. Ne ha facoltà.
Onorevole Rivolta, le ricordo che ha 9 minuti di tempo.

DARIO RIVOLTA. Anche nei periodi in cui la divisione politica dell'Europa era la più ferma e la più ferrea non ho mai dubitato, così come tutti i cittadini italiani, nel percepire le Repubbliche ceca (allora Cecoslovacchia), polacca ed ungherese come paesi a tutti gli effetti facenti parte di una cultura e di una storia europee; solo per un gioco baro del destino in quel momento erano altro da noi, ma la percezione di ognuno era che fossero, a tutti gli effetti, con noi in Europa.
Ciò non toglie che, nel momento in cui oggi discutiamo dell'allargamento della NATO a questi paesi, quindi dell'ampliamento di una struttura che per noi rappresentava il mondo occidentale e un modo di essere Europa, andiamo a toccare e suscitare alcune problematiche che forse nel dibattito di oggi non sono state ancora sviluppate fino in fondo.
Il collega Ranieri ha parlato prima del fatto che questi tre paesi aspettano, entrando nella NATO, di risolvere due loro problemi, quello dell'identità e quello della sicurezza. Io sono convinto che il problema dell'identità non si pone né mai si è posto nemmeno per essi, mentre capisco come per questi paesi vi sia quello della sicurezza. Essi guardano non tanto all'attuale politica estera della Repubblica federata russa, quanto a futuri pericoli che potrebbero arrivare loro dalla Russia attraverso eventuali cambiamenti nella politica interna. È questa una scelta che quei paesi fanno per cautelarsi davanti ad avvenimenti che nel futuro non vorrebbero - come noi non vogliamo - dovessero ripetersi come nel recente passato.
Però, se l'aspetto della sicurezza è l'unico o, se non l'unico, quello determinante di questa scelta, allora, con coraggio, non dobbiamo essere né ipocriti né schizofrenici. Non possiamo dire che questo allargamento della NATO non è ostile alla Russia: l'allargamento della NATO è un atto di difesa dalla Russia. È un atto attraverso il quale questi tre paesi - e


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bisogna avere il coraggio di dirlo - vogliono mettersi al riparo da eventuali sconvolgimenti o coinvolgimenti di una futura politica estera russa, che potrebbe - ci auguriamo tutti di no - anche essere aggressiva. Quindi, abbiamo il coraggio di dirlo, a tutti e a noi stessi. Non possiamo stupirci se in Russia qualcuno agisce o reagisce in maniera negativa; non possiamo stupirci se esistono perplessità, che vanno ben al di là dell'accordo sottoscritto a Parigi nel maggio recente. Vanno al di là perché - bene ha fatto il collega Cerulli Irelli a sottolinearlo - in Russia non si teme, dal loro punto di vista, soltanto l'aspetto ostile, sia pure in funzione difensiva, di questo allargamento, ma si teme quello che potrebbe essere il futuro allargamento, quindi l'aggravamento di questa situazione.
Ma questo è un aspetto di cui forse tutti i colleghi sono già a conoscenza. Quello che il dibattito fino adesso ha mancato, per vis polemica e politica, di mettere in evidenza è che noi andiamo a ratificare un trattato che rappresenta un impegno anche per il futuro. Quando si ratifica un accordo, nel momento in cui si pone la firma, non si chiude una pagina, ma se ne apre una: da quel momento, bisogna dare seguito ed eseguire l'impegno. Allora, mi sembra che della schizofrenia o, se volete, dell'ipocrisia - mi rivolgo ai colleghi di rifondazione comunista, in questo momento rappresentati da un solo loro componente, ma attraverso gli atti il ragionamento è destinato anche agli altri componenti ora assenti - ci sia anche quando rifondazione comunista dice: «Noi siamo contro questo allargamento della NATO, ma non mettiamo in discussione né il Governo né la maggioranza». Come potete non mettere in discussione Governo e maggioranza nel momento in cui il Governo e la maggioranza si impegnano su qualche cosa che voi avete giudicato poco fa, e sicuramente giudicherete anche nel futuro, come gravemente pericoloso e, coerentemente dal vostro punto di vista, gravemente negativo? Voi mantenete un Governo, contribuite a dare la maggioranza a un Governo, non in questo momento ma da domani pomeriggio in poi, che si è messo su una strada che lo obbliga a realizzare determinati impegni, che sono esattamente il contrario, almeno in apparenza, di quello che voi dite ai vostri elettori di voler difendere. Cosa direte ai vostri elettori? Che ogni volta che si tratterà di decidere uno stanziamento in conseguenza di questo accordo, e quindi detraendolo nel nostro bilancio da altre voci, non lo voterete? In quel momento ancora non ci sarà la maggioranza? Cosa direte ogni volta che si tratterà di organizzare missioni militari congiunte, anche con i nuovi paesi? Che anche in quel momento voi non sarete nella maggioranza? Cosa direte ai vostri elettori quando si tratterà di mettere ulteriormente a disposizione le nostre basi? Direte che anche in quel momento ancora non sarete nella maggioranza? Nel momento in cui questo trattato sarà ratificato e l'allargamento sarà effettuato, rappresenterà un atto che avrà delle conseguenze, davanti alle quali voi potrete anche scegliere, come sembra stiate facendo, di essere Arlecchino, un po' dentro e un po' fuori la maggioranza, facendo magari dei salti, delle capriole, più simili a quelle di Brighella che a quelle di Arlecchino, ma anche questo è un atteggiamento, un aspetto che forse va lasciato alle coscienze dei colleghi di rifondazione comunista.
C'è un altro punto, sul quale chiuderò il mio intervento, che non è stato toccato, un punto importante. Si è parlato, e anch'io ne ho fatto cenno, delle ripercussioni sulla politica interna russa a seguito di questa decisione, ma soprattutto davanti ad un futuro eventuale allargamento ulteriore, ma non si è fatto cenno, almeno a me non è sembrato, alle conseguenze geostrategiche di questo atto della NATO. Si dice da tempo - forse da troppo tempo - che la NATO sta cambiando la propria vocazione: è stato sottolineato con tonalità diverse da membri sia dell'opposizione sia della maggioranza. Il futuro della NATO sarebbe dunque diverso dalla sua ispirazione originaria. Sono sicuramente d'accordo. Ma se la trasformazione porterà la

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NATO ad essere una organizzazione più finalizzata alle attività di peace keeping e peace enforcing che a quelle di difesa (anche se proprio in senso difensivo viene ancora oggi concepita dai paesi che si apprestano ad entrarvi), verrebbe da domandare perché non sia già arrivato il momento di concordare un ingresso della Russia - in data da definirsi - nell'alleanza.
Si è detto che sottoscrivendo il Trattato di Parigi la Russia abbia dimostrato di aver accettato questo primo allargamento o di essere concorde almeno in via di fatto. Al di là della Realpolitik della Russia non credo ciò significhi che la NATO e la Russia siano la stessa cosa. Tutt'altro: proprio la sottoscrizione di questo accordo dimostra che nel nord del mondo si andrà a ricreare (anzi di fatto si è già ricreato) il bipolarismo, cioè uno scenario che qualcuno aveva pensato come scomparso o comunque in via di superamento. In realtà, nel momento in cui la NATO sottoscrive un accordo con la Russia, riconosce implicitamente che la Russia è «altro». Dobbiamo accettare e dare per scontato, ma nello stesso tempo dichiarare esplicitamente con coraggio, che la Russia è altro da noi, anche se coopereremo con la Russia.
Come abbiamo visto nella recentissima crisi del Kosovo, è bastata una decisione della NATO (di cui la Russia era stata informata in precedenza) e subito la Russia si è dissociata, richiamando il proprio rappresentante permanente presso la NATO. È bastato un volo dimostrativo di aerei della NATO per segnalare la dicotomia esistente tra la NATO e la Russia.

PRESIDENTE. Il tempo, onorevole Rivolta.

DARIO RIVOLTA. Mi avvio a concludere, Presidente.
Credo tutti siano convinti che, nel futuro della nostra storia, il nuovo bipolarismo che ci troveremo ad affrontare sarà quello tra nord e sud. Abbiamo già avuto alcuni segnali. Qualcuno ha interpretato la guerra del Kuwait come il primo dei possibili confronti tra nord e sud. Non lo dico per motivi accademici, ma perché sia oggetto di riflessione. Infatti il rafforzamento del bipolarismo tra nord e sud avrà come conseguenza che una delle due parti del bipolarismo del nord del mondo sarà chiamata o si sentirà tentata di sposare il versante opposto a quello del nord: e certamente non saremo noi della NATO ad essere invocati o ad offrirci come partner. Ecco perché procedere restando convinti che sia stato sufficiente l'accordo di Parigi con la Russia potrebbe essere gravido di conseguenze pericolose; mi auguro che l'epoca in cui questo potrà essere verificato non arrivi mai, ma potrebbe non essere così lontana.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Leccese. Ne ha facoltà. Ha a disposizione 10 minuti, onorevole Leccese.

VITO LECCESE. Presidente, signor ministro Dini, colleghe e colleghi, come ha ricordato il relatore Leoni, nelle ultime ore questo dibattito si è caricato di significati politici che esulano dal merito dei provvedimenti sottoposti alla nostra attenzione. Forse è opportuno ricordare che ci troviamo a discutere su due proposte precise, due ratifiche che non riguardano il giudizio e la valutazione sul sistema dell'Alleanza atlantica, ma il suo allargamento ad est e lo statuto del partenariato.
L'allargamento ad est è stato richiesto con forza e con vigore da alcuni paesi dell'Europa centro-orientale, non soltanto da chi governa ma soprattutto dalle popolazioni.
Infatti laddove i cittadini di quei paesi sono stati chiamati ad esprimere la loro opinione nelle consultazioni referendarie, ovunque in modo fortemente maggioritario hanno chiesto l'ingresso nella NATO. Addirittura il referendum organizzato dal partito socialista ungherese, all'epoca al potere, ha fatto registrare un consenso superiore all'85 per cento.
Certo, mi rendo conto come la discussione qui a Roma assuma connotati e


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valenze politiche differenti dalla discussione effettuata a Varsavia, a Budapest o a Praga. La percezione diversa che ognuno di noi ha del tema della sicurezza è legata alla storia di ciascun paese e di ciascun popolo. Per esempio, discutere cosa significhi la NATO in un paese come la Polonia ha un senso diverso proprio per la peculiare storia di quel paese. Lo ha ricordato il collega Leoni nella sua relazione: la sovranità di quel popolo sul proprio territorio negli ultimi cento anni è stata ripetutamente violata e violentata sia da est sia da ovest.
Credo che noi tutti dobbiamo essere molto attenti alle ragioni politiche, culturali ed ideali che in questi paesi muove l'aspirazione ad integrazioni nell'Unione europea e nell'Alleanza atlantica. Pur tuttavia questa considerazione non deve portarci ad una adesione acritica alle ratifiche di quest'oggi.
Io credo non sfugga a nessuno come per noi verdi quello di oggi sia un dibattito difficile ed impegnativo, un dibattito che chiama una forza politica come la nostra, con un codice genetico fortemente caratterizzato in senso pacifista e nonviolento, ad una valutazione serena e responsabile sugli strumenti politici della global governance. Una valutazione serena che deve portarci agli strumenti più efficaci per arrivare al definitivo superamento della vecchia ed anacronistica Alleanza atlantica.
Noi non ci appassioniamo né parteciperemo al dibattito troppo schematico, fastidiosamente banale di chi in modo manicheo vede solo due posizioni: da una parte, chi dichiara fedeltà eterna e subalterna ad un vecchio sistema di alleanze e, dall'altra, chi fa propria la posizione ideologica, un po' «vetera», di chi immagina il vecchio mondo diviso ancora tra est ed ovest.
Un vecchio slogan pacifista all'epoca della guerra fredda recitava: la logica dei blocchi blocca la logica. E se oggi i blocchi si sono dissolti, la logica invece appare ancora bloccata da discussioni un po' anacronistiche, quasi ideologiche.
Noi verdi abbiamo scelto di legare li nostro contributo, il nostro comportamento di voto nella discussione su questi trattati all'individuazione di un percorso politico sul quale impegnare il nostro Governo a portare avanti iniziative atte a superare la vecchia concezione della NATO stessa.
Credo che da questo punto di vista si tratti di rafforzare tendenze già presenti nell'ambito del nostro Governo e di rafforzare sensibilità e attenzioni su questi temi presenti in modo diffuso nella maggioranza che sostiene il Governo. In tal senso i verdi si candidano per le loro concezioni e per la loro idealità ad essere un elemento di stimolo all'interno della coalizione di maggioranza.
A nessuno deve sfuggire l'importanza strategica dell'intero programma Partnership for peace, che già coinvolge 27 paesi e che è stato rafforzato, da ultimo, con la costituzione del Consiglio di partenariato euro-atlantico.
Questi accordi sono il segno più evidente dell'evoluzione tutt'altro che minacciosa o aggressiva dell'alleanza stessa ed è per questo che noi verdi abbiamo chiesto ed ottenuto che la discussione di quest'oggi fosse congiunta tra i provvedimenti alla nostra attenzione, la ratifica dello statuto del partenariato e la ratifica dei protocolli di allargamento, perché è profondamente vero quello che ha detto il relatore Pezzoni, quando ha sostenuto che il teatrino della politica interna ci impedisce di cogliere il segno delle trasformazioni vere ed importanti che stanno avvenendo.
Siamo di fronte, con il partenariato per la pace e con il trattato fondativo NATO-Russia e NATO-Ucraina, al preludio di un'architettura di sicurezza paneuropea. A nessuno deve sfuggire come il grande e prioritario compito del partenariato sarà quello di cooperare e sviluppare nell'ambito delle missioni ONU o OSCE le relazioni con la NATO per realizzare le attività addestrative comuni in materia di peace keeping, peace building e peace enforcing e di operazioni umanitarie, cioè proprio quelle iniziative che negli ultimi

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tempi l'ONU non riesce più, per questioni economiche ed operative, a realizzare con mezzi e con strumenti propri.
Certo, la strada è ancora lunga per arrivare al completo superamento della vecchia NATO, così come credo siano vere le considerazioni che ha fatto il mio collega di gruppo Paolo Cento sulle gerarchie e non siano del tutto infondate le perplessità che avanzava quest'oggi nel suo intervento. Ma appassionarsi al tema «allargamento sì-allargamento no» credo sia fuorviante e pericoloso, se si pensa che l'opposizione qui in Italia all'allargamento ad est della NATO si salda - certo, con motivazioni assai diverse - alle posizioni di chi, oltre Atlantico, nel Senato americano, punta con forza e vigore ad un neoisolazionismo americano in una prospettiva di forte antagonismo fra Stati Uniti ed Europa.
Dicevo che il percorso è ancora lungo e difficile, ed è per questo che noi chiediamo al Governo, che noi sosteniamo, un impegno forte, determinato e deciso nella direzione della realizzazione di quanto affermato nel paragrafo 7 del documento di Roma del 1991, nel quale gli alleati atlantici puntano su quattro assi interdipendenti fra loro: il dialogo, la cooperazione, il mantenimento di una capacità di difesa collettiva e la gestione delle crisi e la prevenzione dei conflitti. Per questo noi chiediamo che al nuovo concetto strategico corrisponda realmente un impegno serio e concreto, anche spostando gli investimenti dai sistemi d'arma offensivi verso quelli difensivi, anche diversificando le priorità, includendo elementi di difesa non militare e rafforzando l'impegno NATO nei settori non militari, quali l'ambiente, la protezione civile e l'educazione.
In tale contesto, approfittando di questo dibattito, signor ministro degli affari esteri, noi ribadiamo la necessità di un impegno forte, continuo e pressante per la riforma del sistema delle Nazioni Unite. Noi vi chiediamo di continuare a sostenere il nostro progetto di riforma del Consiglio di sicurezza: lo sottolineo perché so qual è la sua attenzione e quale è stato il suo pressing nell'ultima Assemblea generale che si è svolta nel settembre scorso in seno alle Nazioni Unite.
Vi è la necessità di un impegno sempre maggiore di questa organizzazione nella gestione internazionale dei conflitti, armati e non; noi ci auguriamo che l'ONU divenga sempre più il fulcro di una politica reale di coordinamento e di direzione negli interventi di ingerenza umanitaria, che molto spesso contengono aspetti militari.
Vi sono, poi, i temi particolarmente cari a noi verdi: il disarmo nucleare. L'Europa senza nucleare dal Portogallo agli Urali è stata una grande utopia che ha animato i movimenti pacifisti degli anni ottanta. Credo che oggi il disarmo nucleare sia una strada praticabile e percorribile, uno dei modi reali per dimostrare l'uscita definitiva dalla guerra fredda. In un momento in cui, nel contesto internazionale, sembra riaffacciarsi pericolosamente lo spettro della ripresa dei test nucleari, noi chiediamo al Governo di essere parte attiva in questo percorso, che avrà certamente un carattere multilaterale; credo che la disponibilità immediata del nostro Governo a rinunciare agli armamenti nucleari possa essere un elemento portante e significativo.
Inoltre, la recente tragedia del Cermis ha nuovamente richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica e di tutti noi sulle basi militari presenti nel nostro paese; un'attenzione che non si è mai spenta in alcune zone, come ad esempio al Sardegna, dove si sommano le paure ai rischi di una base nucleare come quella de La Maddalena. Dare garanzie alle popolazioni sull'impatto ambientale e sulla sicurezza delle basi è oggi un compito non più dilazionabile; esiste un problema di convivenza e di sicurezza che va affrontato e risolto. Noi chiediamo un'estensione della normativa, delle sicurezze e delle garanzie ambientali all'interno delle basi per coloro che vivono lì e per le popolazioni circostanti; una condizione ineludibile per questa

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sicurezza è la conoscenza delle norme che regolano le basi, dei limiti di sovranità esistenti e del rischio.
Il Governo decida, ma decida presto, le forme di pubblicità di questi trattati; la nostra Costituzione prevede la possibilità di darne comunicazione al Parlamento. Chiediamo una parlamentarizzazione effettiva dei trattati (è necessario avviarsi su questa strada importante per ciò che significa riesaminare il problema delle basi all'interno di una logica di normalità, superando effettivamente la situazione e le condizioni della guerra fredda), così come chiediamo la revisione degli accordi sulla giurisdizione legati alla convenzione di Londra del 1951. Sono questi i punti centrali, signor ministro degli affari esteri, che portiamo all'attenzione del nostro Governo e sui quali chiediamo all'esecutivo di essere parte attiva e promotore di iniziative. Crediamo che muoversi su questo terreno - ed ho concluso, signor Presidente - possa contribuire a processi di pace e di normalità e significhi abbandonare definitivamente le tensioni della guerra fredda e migliorare le prospettive di sicurezza comune in Europa e nel nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo e di rinnovamento italiano).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Morselli. Ne ha facoltà.

STEFANO MORSELLI. Signor Presidente, ministro Dini, sottosegretario onorevole Fassino, colleghi, anche da parte mia e da parte nostra vi è il dispiacere di non avere con noi il Presidente del Consiglio Prodi. Un momento importante, delicato e di grande impegno per tutti avrebbe dovuto registrare, al di là dell'autorevole presenza dei rappresentanti del Ministero degli esteri, la partecipazione del Presidente del Consiglio che in tutti questi giorni si è assunto in toto la responsabilità del discorso politico che si andava via via dipanando sulla questione NATO e che con responsabilità o con irresponsabilità - a seconda di come la si intende - si è lasciato andare ad affermazioni che noi giudichiamo del tutto assurde, se non gratuite, come quella secondo la quale il problema NATO sarebbe un problema dell'opposizione.
Signori del Governo, colleghi, con l'allargamento ad est la NATO vuole stabilizzare di fatto i cambiamenti geopolitici avvenuti nell'Europa del dopo-muro e l'allargamento porta all'affermazione più rapida dell'orientamento democratico dei paesi interessati. A questo proposito desidero rivolgere un saluto agli ambasciatori presenti alla nostra discussione (Applausi del deputato Tremaglia), che probabilmente a quest'ora si sono assentati, ma che è giusto salutare perché hanno dimostrato forse maggiore sensibilità di quanta ne abbiano dimostrata i nostri colleghi, vista la desolazione di quest'aula in un momento così importante.
Si tratta di dare vita ad una grande architettura di sicurezza generale e particolare di ogni singolo paese. La sicurezza europea è strettamente legata a quella mediterranea - lo abbiamo spesso ripetuto - e il dialogo nato con gli altri paesi del Mediterraneo, quali l'Egitto, la Giordania, Israele, il Marocco, la Mauritania e la Tunisia, è di fondamentale importanza. Se si riesce a creare e ad instaurare una nuova reciproca fiducia, si può pensare ad una cooperazione tra le due rive del Mediterraneo.
La nuova NATO non si limiterà ad assicurare una difesa collettiva ai propri membri, ma sarà o dovrà necessariamente essere in prima linea nella edificazione di un'Europa più sicura. Sarà poi fondamentale, onorevole ministro, una consultazione permanente con l'OSCE creando una sinergia importante per affrontare il contesto strategico, la prosperità economica, le fondamenta civili e democratiche. Il processo di allargamento deve considerarsi aperto per superare divisioni che, a nostro avviso, potrebbero essere pericolose.
La NATO deve essere considerata come comunità civile di valori. Dalla fondazione del Patto atlantico però il Governo non ha più una maggioranza fedele alla NATO. Si ricompone una divisione che per mezzo


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secolo ha tenuto lontani dall'Europa paesi che ne fanno parte geograficamente, storicamente, culturalmente e che possono concretamente collaborare per una seria e stabile politica di sicurezza europea, avendo la NATO dimostrato di essere valido strumento anche di peace keeping.
La Polonia, l'Ungheria, la Repubblica ceca, aderendo alla NATO, entrano a vele spiegate a far parte delle democrazie occidentali e domani toccherà a Romania, a Slovenia e ad altri paesi fratelli europei.
Si è iniziato un processo europeo senza più contrapposizioni, superando antiche logiche e divisioni, per giungere ad un'Europa democratica ed unica. Queste sono scelte importanti, cruciali, determinanti, che riguardano lo sviluppo di tutto il nostro continente. Autorevoli esponenti di rifondazione comunista, come il senatore Russo Spena, fanno certe affermazioni: egli, come risulta dai resoconti stenografici del Senato, rimarca l'abissale distanza dalla concezione, espressa dal ministro Dini, di una NATO come struttura eterna in quanto depositaria dei valori della democrazia e della cultura occidentale, quando afferma che «è il senso stesso della parola "democrazia" - dice il senatore Russo Spena - che evidentemente ci rende distanti».
Il collega Brunetti in quest'aula ha continuato la sua trita e ritrita sottolineatura sul grande capitale, sull'egemonia imperialista americana: tutte farneticazioni. L'allargamento della NATO aumenta il peso politico dell'Europa nei confronti degli Stati Uniti e i momenti di rischio e di guerra presenti nel nostro vecchio continente fanno sì che sia opportuno e giusto che i paesi europei pesino all'interno di quell'alleanza. Dire che l'allargamento della NATO ai paesi orientali sia un regalo agli Stati Uniti d'America è un'affermazione che di logica sinceramente ne ha poca.
Ma siamo di fronte ad un Governo senza maggioranza, alle corde, in piena crisi: ad un Governo che per avere un minimo di credibilità internazionale deve sperare nel senso di responsabilità del Polo. Ma, onorevoli colleghi, riteniamo che non si possa esagerare. Non si può pretendere che il richiamo alla responsabilità valga all'infinito. Ognuno deve essere posto di fronte alle proprie responsabilità: se il Governo ha bisogno e vuole i voti di alleanza nazionale, deve dirlo chiaramente; deve chiedere all'opposizione i voti nell'interesse superiore della nazione, contro la posizione antistorica di rifondazione comunista, che di fatto - abbiamo già avuto modo di sottolinearlo - fa sprofondare il Governo Prodi in una grande «vergogna rossa» in quanto, ministro Dini, non solo rifondazione è contraria all'allargamento della NATO, ma auspicherebbe addirittura che l'Italia ne uscisse.
Si pone così in secondo piano il fatto che la richiesta avanzata dagli Stati europei è stata suggellata - come per esempio in Ungheria - da un referendum popolare; quindi si pretenderebbe che lo Stato e il Parlamento italiani ponessero il proprio veto contro il popolo, in questo caso ungherese, che si è liberamente espresso in un libero referendum.
Ma vogliamo ricordare anche che se oggi l'onorevole Ranieri, per il suo importante gruppo, può fare certe affermazioni, se oggi voi, colleghi di sinistra, potete fare una certa politica, ciò avviene perché la politica della destra in questo mezzo secolo è stata sempre volta a difendere l'interesse nazionale. Non abbiamo bisogno di richiami al senso di responsabilità, quindi, perché se oggi potete fare questi discorsi dovete ringraziare la nostra cinquantennale responsabilità dimostrata da sempre su questi banchi, dal movimento sociale italiano prima e da alleanza nazionale oggi.
È bene ricordare queste cose. Dove finisce il comune impegno a costruire un'Europa stabile, pacifica, senza divisioni, libera da influenze che limitano la sovranità di questo Stato? Questo Governo, che non si vergogna di essere sostenuto per tutto, tranne che per la politica estera, dai mammut rifondatori, come pensa di affrontare le sfide del terzo millennio? Con quali strumenti di diplomazia preventiva? Come pensa, senza

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l'apporto fondamentale del Polo - in questo caso - di far fronte alla proliferazione delle armi nucleari, delle armi batteriologiche e chimiche, al terrorismo, alle guerre civili e alle controversie internazionali che si presentano sull'uscio di casa?
La presenza di rifondazione comunista nella maggioranza pregiudica la possibilità del nostro paese di affrontare tutte le sfide con serietà, con determinazione, nel contesto di un'alleanza occidentale che si riconosca nei grandi valori di libertà, di democrazia, di sicurezza e di solidarietà: è per questo che il Governo deve andarsene, è per questo che un Governo non può essere autonomo e autosufficiente solo quando deve imporre tasse e gabelle, financo la tassa sui buoni pasto, il riccometro o il sanitometro, quando deve solo occupare poltrone, sedie e strapuntini! È un Governo impresentabile che fa impazzire tutte le categorie produttive, che sostiene di aver portato l'Italia in Europa, mentre sono i cittadini lavoratori italiani con i loro sacrifici ad avercela portata! Per restarci, lo sappiamo tutti, occorre intraprendere azioni di sviluppo che oggi il Governo Prodi non è in grado di assumere. Voi, signori del Governo, che non riuscite nemmeno a portare un treno da Roma a Grosseto, ritenete di aver portato l'Italia in Europa e di farcela restare? Noi pensiamo che quello presieduto dall'onorevole Prodi sia un Governo pericoloso per l'Italia e per il suo futuro in Europa, un Governo pericoloso per l'Italia onesta che lavora e che aveva anche sperato in voi ma che non ne può più. Ormai a sostenervi sono rimasti solamente gli approfittatori di regime, quelli che hanno tratto qualche vantaggio, gli opportunisti o i parassiti; non potete continuare a togliere alla gente il diritto di votare e di sperare in un futuro migliore per essere protagonisti e interpreti di quel futuro che voi non riuscite ad assicurare!
È per questo che il Governo Prodi, in un atto di responsabilità, deve chiedere i voti ad alleanza nazionale e al Polo delle libertà per l'allargamento della NATO e poi trarre le conseguenti valutazioni del caso: presentarsi dimissionario al Presidente della Repubblica e creare un nuovo corso che possa dare un futuro migliore all'Italia che lavora e produce (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale - Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Nardini, alla quale ricordo che ha 8 minuti di tempo. Ne ha facoltà.

MARIA CELESTE NARDINI. Una premessa: noi, donne e uomini di rifondazione comunista, non è che non abbiamo capito - scusateci, ma non siamo deficienti - abbiamo capito, abbiamo capito anche che la NATO va cambiando e, nonostante ciò, non ci piace. Comunque, non credo che quello in atto sia un dibattito all'altezza della situazione, che richiede un approfondimento nel merito.
Quanto alle brighellate o alle arlecchinate, consentitemi di dirvi: pensate alle vostre pulcinellate perché, per quello che ci riguarda, ai nostri elettori potremo dire una cosa, di aver cioè sostenuto e di continuare a sostenere questo Governo con grandissima coerenza e con enorme fatica ma di non poterlo fare su alcuni punti sui quali comunque ci eravamo già distinti nel corso della campagna elettorale.
Credo quindi che, con estrema lealtà e fermezza, noi potremmo tornare al nostro elettorato, con grande serenità e ponderatezza!
Oggi non è possibile considerare i problemi della sicurezza e della stabilità in Europa da un punto di vista puramente militare; a causa del mutato scenario internazionale, infatti, una importanza maggiore rivestono le decisioni relative alla natura politica delle istituzioni, militari e non, preposte al mantenimento della pace. La minaccia militare, così apocalittica (perché tale era), che planava sul continente, ha ceduto il posto ad una moltitudine di rischi nuovi a dominante non militare, ma economica, ecologica, sociale, umanitaria ed interstatale; nonché a tensioni etniche, a guerre civili e via dicendo. Inoltre, l'adesione formale di


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tutti i paesi europei a valori formali comuni (lo Stato di diritto ed il pluralismo), ha avuto effetti assai limitati. Le misure unilaterali o concertate di disarmo non hanno portato sufficienti dividendi di pace; l'Europa ha perso cammin facendo stabilità politica e controllo dei nazionalismi. La fine dell'Unione Sovietica ha completamente modificato il panorama, ma non si sono create le condizioni per dar vita ad un sistema di sicurezza basato su un comune sistema di valori - democrazia, pluralismo, diritti umani e rispetto del governo e delle leggi - che hanno trovato espressioni, per esempio, nei documenti delle conferenze dell'OSCE di Parigi del 1990 e di Helsinki del 1992.
I problemi incontrati sono stati molteplici; infatti, le strutture della sicurezza europea, per quanto numerose, non sono più adeguate alla necessità della nuova fase, in quanto create e pensate per rispondere ai problemi di un'epoca differente. Rispetto alla grave crisi economica dei paesi europei-orientali, ai conflitti e alle tensioni etniche o nazionalistiche, appare del tutto inadeguato, anzi sbagliato e non condivisibile per noi, l'allargamento della NATO, perché esso pone più problemi di quanti ne possa risolvere. I grandi quesiti di fondo ci chiamano a dare risposte politiche ed economiche. È del tutto evidente, colleghi, che l'Ungheria, la Repubblica ceca e la Polonia abbiano chiesto di entrare nella NATO (sì, lo hanno fatto anche attraverso lo strumento del referendum), ma hanno forse avuto altre ipotesi? Gli si è proposta la possibilità dell'entrata in Europa senza passare attraverso la NATO? Non è questo il tempo, allora, di porsi il problema di una nuova sicurezza? E se non ora, quando?
Ci appare inadeguato l'allargamento della NATO alle nuove sfide e necessità, perché ha alla base la stessa concezione di una NATO che rassomiglia ad una grande potenza.
Inoltre, riteniamo che la nozione di un occidente politico sia stata attraente per l'Europa solo quando alcuni, o tutti, i paesi versavano in uno stato di grave pericolo; anzi, questo concetto di occidente è associato ad una buona dose di umiliazione, dato che esso è sempre stato dominato dagli USA.
Avevamo il timore della grande e pericolosa Germania e dell'URSS; oggi, quali di questi pericolo esistono? L'allargamento della NATO non può spingere la Russia, isolata e ai cui confini esplodono e possono ancora più esplodere conflitti, ad una militarizzazione della propria politica estera?
Sono dei quesiti che poniamo.
Inoltre, gli USA sono stati piuttosto ambigui. Per esempio, perché si sono svolte le discussioni sul pilastro europeo della NATO? Perché essi sentono che vi è una perdita di potere!
Cosa si dice di tutto questo? Diventa sempre più evidente che strumenti efficaci per il controllo della instabilità politica dei paesi dell'Europa centrale ed orientale non possono che essere principalmente economici e politici, e sempre meno militari! Invece di tentare di tenere in vita la NATO, inventando per essa dei ruoli ad hoc di volta in volta, sarebbe forse meglio ripensare di cominciare da capo, ripensare ad una organizzazione che possa succederle.
L'allargamento della NATO non è una soluzione. Per quarantacinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale la minaccia è stata rappresentata da una guerra totale fra le due superpotenze; sebbene questo rischio sia ora praticamente scomparso, l'era attuale si è rivelata tutt'altro che esente da conflitti armati, come è dimostrato da quelli che ancora interessano vaste aree del globo. Inoltre, l'attuale diffusione delle armi di distruzione di massa rende realistica, in un senso profondamente diverso da quello della fase precedente, l'eventualità delle armi chimiche e nucleari. Prevenire, controllare e risolvere questi conflitti e impedire la diffusione di armi sofisticate è divenuto il compito principale per preservare la pace e la sicurezza nel mondo, in Europa in particolare.
Per uscire dai dilemmi della sicurezza posti dall'uso di organizzazioni puramente militari, la vera sfida consiste nell'essere

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capaci di trovare compiti comuni che rinforzino l'abitudine alla cooperazione: ambiente, non proliferazione delle armi, lotta alla criminalità organizzata, alle malattie, al terrorismo e alla disoccupazione. Se impostiamo il lavoro su questi settori diventerà chiaro e verrà naturale capire e individuare quali nuove istituzioni anche di difesa saranno necessarie per esprimere le relazioni fra Stati. Non può essere il contrario, colleghi: non può essere che dagli strumenti passiamo agli obiettivi e alla politica, perché è dalla politica che dobbiamo individuare gli obiettivi e trovare gli strumenti. Potrà diventare chiaro e potremo approfondire il ruolo dell'Europa. Capiremo se quest'Europa ha bisogno ancora e sempre della tutela americana per esprimere la sua capacità democratica.
Ci si dice: non si può uscire dalla NATO. Bene, facciamo almeno come la Francia, che partecipa all'Alleanza atlantica, ma almeno usciamo dal comando unificato, o seguiamo l'esempio francese estremista. Chiudiamo almeno le basi americane in Italia, non essendo comprensibile perché oggi i soldati statunitensi siano nel nostro paese in numero crescente rispetto al periodo della guerra fredda. Almeno potremo finalmente far rispettare quel trattato di non proliferazione nucleare che il nostro paese ha sottoscritto e che è costretto a violare per consentire lo stoccaggio delle armi atomiche sul nostro territorio da parte degli USA. Oppure, più semplicemente, potremmo attuare il trattato di Ottawa, per il bando completo delle mine antipersone, notoriamente non sottoscritto dagli USA, i cui depositi in Italia sono stracolmi.
È estremismo anche questo? È schieramento ideologico ricordare i valori per i quali venne abbattuto il muro di Berlino? Noi ci ostiniamo a pensare che l'Europa non sarà mai unita finché esisteranno nel nostro continente paesi alleati militarmente e paesi esclusi. Dall'Atlantico agli Urali è possibile costruire un continente libero dai patti militari? Voglio infatti ricordare ai colleghi che stiamo discutendo di un patto militare...

PRESIDENTE. Onorevole Nardini, il tempo a sua disposizione...

MARIA CELESTE NARDINI. Signor Presidente, è stato così disponibile con gli altri colleghi! Lo sia anche con me. Mi accingo a concludere.

PRESIDENTE. Lo sono stato ancora di più con lei, perché ha parlato per tre minuti in più.

MARIA CELESTE NARDINI. Un continente libero dai patti militari, solidale, civile e democratico che sia un ponte con i popoli del sud del mondo. Estendendo la NATO si divide l'Europa e si allontana la sua costruzione.
Non ci convincono i toni apocalittici di questa discussione e le lacerazioni che si vogliono produrre.
Quanto alla popolarità della NATO, così decantata dal collega Martino, devo dire che sarei molto preoccupato, perché la NATO prende fiato ogni volta che c'è una guerra. Dunque, che ricordo abbiamo, che menzione facciamo, che definizione diamo di una comunità civile di valori, come voi l'avete definita, se siamo ancora in presenza del genocidio della Turchia nei confronti del popolo curdo? E che dire di Cipro?

PRESIDENTE. Onorevole Nardini, lei ha oltrepassato il tempo a sua disposizione di cinque minuti. Siccome sono per la par condicio farò parlare cinque minuti di più anche gli altri.

MARIA CELESTE NARDINI. Voglio concludere perché vi è una nota molto...

PRESIDENTE. Immagino che si tratti di una cosa essenziale, ma proprio per questo forse andava detta prima.

MARIA CELESTE NARDINI. Come quella degli altri colleghi, Presidente, per cui concludo su una questione: la tragedia bosniaca portata in questa Camera. È venuta da più parti la sottolineatura che la NATO ha risolto il problema. Abbiamo


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capito anche questo; dopo di che, però, qualche volta apriamo questo capitolo e verifichiamo quali sono state le cause e chi ha armato e ha continuato ad armare quel popolo. Per cortesia, facciamolo qualche volta (Applausi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista-progressisti).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pivetti. Ne ha facoltà.
L'onorevole Pivetti dispone di 10 minuti di tempo, con il beneficio condizionale di qualche minuto in più, se è necessario, perché nessuno rispetta i tempi ed io sono troppo garantista per togliere la parola. Prego, onorevole Pivetti.

IRENE PIVETTI. Signor Presidente, signor ministro, colleghi, la Camera si appresta, al termine di questa discussione, a procedere ad una votazione dall'esito largamente scontato. Sappiamo infatti che domani, su entrambi i disegni di legge del Governo, convergeranno i voti di tutte le forze politiche e probabilmente anche di tutti i deputati indipendenti presenti in quest'aula. L'eccezione di rifondazione comunista, che ha deciso di esprimersi in modo contrario, non è che una conferma della stabilità, della irrevocabilità di una scelta che l'Italia compì cinquant'anni fa, con il paese in condizioni materiali drammatiche, e tuttavia alla luce del chiaro discernimento di quale avrebbe dovuto essere, allora ed in seguito, la collocazione del nostro Stato nello scenario mondiale. Da allora, da quell'illuminato atto di volontà di Alcide De Gasperi e, dopo di lui, del Governo e del Parlamento italiano, nessun Governo ha mai pensato né voluto né potuto mettere in discussione quella scelta. Come tutti i suoi predecessori, anche il Governo attuale, di sinistra-centro-sinistra, non ha potuto che riconfermare una linea decisionale coerente.
Perciò, altro che polemiche! Altro che voto a rischio! Altro che debolezza della maggioranza! I battibecchi a mezzo stampa di questi giorni non sono altro che schermaglie retoriche allestite da partiti diversi per giustificare di fronte ai propri elettori una inevitabile unanimità. La stessa eccezione di rifondazione comunista non è che la scelta strumentale più utile per quel partito, per guadagnarsi una fetta di visibilità e riconfermarsi il consenso del proprio elettorato, come sempre senza rischio alcuno.
Allo stesso modo e viceversa, dal 1949 nessuna opposizione ha mai avuto alcun reale margine di manovra per mettere seriamente in discussione la politica di alcun Governo, a partire da discussioni sulla politica estera. In tale condizione si trova anche l'opposizione attuale, a cui resta, sì, la facoltà di alzare la voce sui giornali, ma che non ha affatto possibilità di scelta al momento decisivo, quello del voto. Come potrebbe infatti mai giustificare il centro-destra un voto che suonasse contrario o comunque di ostacolo al patto atlantico?
Si configura perciò oggi la seguente paradossale situazione: la maggioranza di Governo, irriducibilmente divisa al proprio interno sul merito della questione in discussione, si trova in condizioni di massima debolezza politica e tuttavia, proprio grazie alla questione stessa, la NATO, storicamente irreversibile, è storicamente nella massima condizione di forza. Per la medesima ragione, la compattezza politica dell'opposizione, che dovrebbe rappresentare la sua forza attorno al voto favorevole all'Alleanza atlantica, è totalmente inutilizzabile sul piano del confronto con la maggioranza. Su questo tema dunque, anche se politicamente forte, l'opposizione è storicamente debolissima.
Dunque, dicevo in apertura, esito largamente scontato nel voto di domani: la maggioranza non può che prendere e l'opposizione lasciare. Smettiamola, allora, di trarre in inganno i cittadini con false questioni. Affrontiamo piuttosto, appena concluso questo dibattito, la verifica della maggioranza su temi che altrettanto la dividono, ma che ben più della politica estera possono metterne in discussione la sopravvivenza, ad incominciare dall'insanabile divergenza fra la politica economica statalista di comunisti e relativi


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epigoni da un lato ed il sano liberismo, moderato di sensibilità sociale, di cui rinnovamento italiano e i partiti ad esso federati, come Italia federale, sono portatori. Ma questa, dicevamo, è materia per una prossima discussione. Se, tuttavia, dal punto di vista del confronto tra schieramenti, la discussione politica di oggi è paradossale, assai maggiore significato essa acquista dal punto di vista della pronuncia, di nuovo corale, del Parlamento italiano a favore di una scelta ormai cinquantennale della nostra politica estera. Certo, lo scenario è cambiato...
Signor Presidente, chiedo scusa, posso proseguire l'intervento stando seduta, poiché non mi sento molto bene?

PRESIDENTE. Certo, onorevole Pivetti, anzi mi scusi se non gliel'ho suggerito io stesso.

IRENE PIVETTI. Grazie.
Nei decenni passati, si confrontavano con forte contrapposizione due blocchi geopolitici di diversa concezione, prefigurando anche momenti di belligeranza e di guerra fredda: la NATO aveva allora il carattere di strumento difensivo, oggi essa si è trasformata sempre più in strumento di sicurezza collettiva, definita perfino come uno dei più importanti strumenti di politica regionale delle Nazioni Unite. Non è un caso che, come sta succedendo nei Balcani, si chieda l'intervento dell'organizzazione militare dell'alleanza atlantica per dirimere o prevenire i conflitti locali: la NATO, dunque, come orientamento di fondo, per lo meno, è uno strumento di pace.
Il nostro voto sull'allargamento dell'Alleanza atlantica ha perciò obiettivamente un significato ben più ampio di quello della sicurezza di paesi che nei secoli passati hanno sofferto di incertezza e debolezza dei confini e lo stesso si può dire della prospettiva di un allargamento della NATO anche alla Russia ed agli altri paesi dell'ex Unione Sovietica. È rilevante, specie a questo riguardo, l'atto costitutivo del partenariato tra la NATO e la Russia, atto di portata storica, che chiude il duro confronto di un'epoca ed apre invece lo scenario del dialogo e della cooperazione.
Il significato del voto che stiamo per esprimere, dunque, sta anche nel riconfermare la fedeltà piena dell'Italia ad una politica estera di pace e ad uno strumento che ha ben funzionato in questa direzione.
Alla luce di queste considerazioni, a maggior ragione è importante che il nostro Parlamento sia chiamato a ribadire la scelta atlantica, nel momento in cui lo Stato italiano si distingue tra i protagonisti della costruzione dell'Unione europea; costruzione complessa e faticosa, costosa in termini di sacrifici economici ed anche istituzionali, per la riduzione non indolore della nostra sovranità nazionale; costruzione gravata spesso da contraddizioni tra i fini perseguiti ed i mezzi adottati e non priva di menzogne nei confronti della popolazione, alla quale si chiede di pagare i massimi costi dell'operazione: e tuttavia, con i suoi limiti, una scelta giusta, non solo per i passi decisivi che sono stati compiuti verso l'integrazione economica e monetaria, ma anche per l'allargamento che si prospetta dell'Unione europea ai paesi dell'Europa centrale ed orientale. Nella sostanza, alle soglie del terzo millennio si sta ridisegnando tutta l'identità del continente europeo, con due elementi portanti: l'integrazione economica e la sicurezza militare. Altre considerazioni, relative ad interessi specifici, come ad esempio gli interessi degli scambi economici, ci possono indurre ad affermare come queste scelte di allargamento siano di importanza strategica per il nostro sviluppo; ma il vero interesse italiano, il vero contributo del nostro paese alla pace mondiale sta nella percezione del salto epocale che viene compiuto con queste misure di allargamento delle istituzioni euroatlantiche. Certo, si tratta di un processo complesso, nel quale i momenti diversi di integrazione dovranno essere perseguiti con intelligenza e realismo, ma questa è la strada obbligata da percorrere.
Ora, di aver saputo condurre a buon fine una operazione - quella concernente


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la NATO - e di accompagnare nel suo corso con saggezza la seconda - la costruzione dell'Europa - va riconosciuto il merito al ministro degli affari esteri Lamberto Dini, uomo di non comune equilibrio ed intelligenza, la cui statura personale e politica raccoglie il plauso e la stima degli interlocutori, contribuendo così a mantenere alta la considerazione e la credibilità del nostro paese nel consesso internazionale: a lui, in questo momento, il nostro personale ringraziamento.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fontanini. Ne ha facoltà.
Le ricordo, onorevole Fontanini, che ha a sua disposizione 18 minuti.

PIETRO FONTANINI. Signor Presidente, signor ministro, colleghi, le finalità principali della NATO sono quelle di garantire la sicurezza degli Stati firmatari del Trattato e di promuovere la stabilità mondiale. L'alleanza, quindi, mira a prevenire un'aggressione contro i paesi che ne fanno parte o a respingerla nel caso in cui avesse luogo. La Russia sta mostrando grande sensibilità ed attenzione per due aree del suo ex impero, quella dell'Ucraina e quella dei paesi baltici, le quali in un certo senso potrebbero rappresentare motivo di irritazione e contrapposizione da parte della stessa Russia in tema di allargamento della NATO. Vale la pena di ricordare che questa alleanza è solamente uno dei tavoli di lavoro-incontro in cui si discute di allargamento ad est. Vi sono numerosi tavoli di dialogo politici costituiti dagli stessi paesi che fanno parte dell'Alleanza atlantica, con in più la Russia ed altri paesi dell'est; tavoli di lavoro che rappresentano, come nel caso dell'OSCE, con la presenza di moltissimi partner, la possibilità di una cooperazione europea su una proposta che non sia quella militare.
L'OSCE raggruppa 54 paesi - quelli dell'Alleanza più i paesi dell'est, le repubbliche dell'ex Unione Sovietica - un luogo istituzionale atto ad aumentare e migliorare le relazioni est-ovest senza che si inneschino attriti o preoccupazioni che inevitabilmente possono instaurarsi quan do si argomenta di eserciti. La Polonia, la Repubblica ceca e l'Ungheria potrebbero invece rappresentare la ricostituzione di quella esperienza storica che passa sotto il nome di Mitteleuropa.
L'organizzazione politico-militare basata sulla partnership USA-Europa ebbe sì una funzione di coesione e di difesa, ma anche di sfida e di provocazione. La NATO tra il 1947 ed il 1949 rappresentò l'argine all'espansione dell'Unione Sovietica. Oggi questi problemi per fortuna non esistono più, in quanto l'impero sovietico al momento si è disgregato. Lo scopo attuale dell'allargamento, quindi, è inglobare nell'Alleanza NATO quei paesi di recente democrazia dell'est, che hanno dimostrato di ristrutturare le proprie istituzioni politiche ed economiche in senso liberale, farle in pratica procedere in sintonia con le democrazie occidentali, creando un effetto imitativo negli altri paesi europei, ma è anche un'influenza politica ed economica degli Stati Uniti in questi paesi.
È indiscutibile che la divisione est-ovest prodotta dalla guerra fredda causò una divisione artificiale che ha segnato molti popoli per diverse generazioni. Il superamento di questa barriera politica ed il raggiungimento di un sistema di governo democratico ha dato a molti popoli centro-europei la speranza di ritornare ad essere soggetti attivi, propositivi ed autonomi a livello internazionale, pur con i problemi economici e sociali che i loro Stati devono ancora purtroppo risolvere. Conseguentemente, il protagonismo della Polonia, della Repubblica ceca e dell'Ungheria è visto da molti osservatori come atto di ricostruzione della Mitteleuropa, di un'area socio-culturale e geopolitica molto importante che per vocazione e per le sue caratteristiche appartiene alla storia dell'occidente europeo e che fu fatta staccare a forza da questa realtà per inserirla nell'area di influenza sovietica. Una Mitteleuropa nuova, che all'interno di un mondo che sotto l'aspetto economico è ormai globalizzato possa recuperare quella cultura politica che faceva perno


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sulle identità nazionali. Anche noi, testimoni delle nazionalità del nord che si riconoscono nella Padania, rivolgiamo un appello a questi popoli dell'Europa dell'est affinché riflettano sul loro passato ed esaminino con grande lucidità i rischi che corrono nell'entrare in una organizzazione militare in cui dovranno recitare un ruolo subalterno rispetto alla leadership americana o tedesca. Va infatti ricordato che, con la fine della guerra fredda, la trasformazione dell'Unione Sovietica e del suo sistema satellitare, la NATO si è trovata in un certo senso priva della sua funzione storica, come si andò definendo dal 1949. Era il contrappeso alla coalizione dell'est comunista, del Cominform e del Patto di Varsavia.
L'amministrazione Clinton ha delegato alla NATO l'opera di sfondamento ad est.
Quest'azione, se riuscirà, porterà alla riduzione della sfera di influenza della Russia nell'Europa orientale. Le incertezze sul futuro politico di questo grande Stato, la sua democrazia, il rischio di un governo illiberale hanno consigliato la NATO ad aprire le porte a paesi che potrebbero essere reinglobati dalla Russia.
Non si deve comunque dimenticare l'atteggiamento, tra il preoccupato e l'infastidito, della Russia in tema di allargamento della NATO. La Russia, dal periodo di Gorbaciov alla caduta del muro di Berlino, ha voluto iniziare una trasformazione radicale del suo sistema-paese. I problemi che si sono susseguiti - situazioni che qualsiasi Stato avrebbe dovuto affrontare per realizzare una veloce trasformazione economica ed inserirsi tra i paesi più industrializzati del mondo in un mercato di libero scambio - hanno creato inevitabilmente, come fase iniziale, squilibri socio-economici molto marcati. Infatti, vi è stato un aumento della disoccupazione, una crescita della criminalità organizzata, una crisi di valori dovuta al dover prendere atto che il sistema economico-sociale comunista non ha tenuto, una classe militare e politica ancorata in parte al passato e all'idea di una grande potenza il cui nemico è ancora l'occidente ed il capitalismo. Tanto è vero che la Russia è fortemente tentata dal ricreare un'alleanza militare in chiave anti-NATO con alcune delle sue ex Repubbliche, a partire dalla Bielorussia, con cui ha già reintegrato il sistema di difesa aerea. È bene infatti tenere a mente che la Russia, pur in una situazione di momentanea debolezza economica, condivide con gli Stati Uniti la titolarità della potenza nucleare mondiale.
Per l'allargamento della NATO sarebbe necessario calcolare anche i costi militari diretti derivanti per gli attuali partner. Questo tema è particolarmente delicato a livello politico. Infatti, l'alleanza si è ben guardata dal fornire proprie stime, anche su specifica richiesta degli Stati Uniti. All'ultimo vertice dei ministri della difesa della NATO sono state presentate con poca pubblicità cifre così basse da risultare imbarazzanti anche per chi difende a spada tratta questo allargamento. È ovvio che la partita delle ratifiche parlamentari si baserà innanzitutto sull'aspetto economico. I parlamentari sovente si lasciano prendere da facili entusiasmi nell'accogliere nuovi membri nell'alleanza, entusiasmi che poi si dissolvono quando si comincia a parlare di aprire i cordoni della borsa. Sarebbe stato opportuno che il Parlamento italiano avesse sviluppato da tempo un dibattito su questo argomento di non secondaria importanza, al fine di addivenire ad una linea di politica estera seria, decisa e soprattutto critica, anziché ad un completo disinteresse in materia, con paurose oscillazioni da parte della maggioranza che sostiene questo esecutivo. Certo è che il suddetto allargamento creerà non pochi problemi economici ai bilanci dei paesi partner e quindi anche all'Italia. Infatti, già si sta discutendo sulla ripartizione dei costi tra nuovi e vecchi membri, tra Stati Uniti ed europei. Da Washington c'è già chi strepita, sostenendo che gli Stati Uniti non devono pagare i costi della difesa europea, ma costoro dimenticano che sono propri gli Stati Uniti e pochi paesi europei a volere questo allargamento. Al momento, sappiamo che sette su diciasette Stati hanno detto «sì» a questo allargamento.

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Signor Presidente, la nostra contrarietà ad un allargamento dell'Alleanza NATO non si riferisce alle legittime aspirazioni dei popoli che hanno ritrovato la loro indipendenza dopo la caduta del muro di Berlino e che credono che l'Alleanza atlantica possa essere una garanzia per la propria sicurezza e libertà e solido ancoraggio ai valori occidentali della democrazia e del libero mercato, ma agli effetti politici che l'allargamento della NATO provocherà sugli attuali equilibri europei ed in particolare alle ripercussioni che esso avrà per quanto riguarda la Russia. Come precedentemente accennato, il fattore di rischio principale dal quale gli aspiranti membri della NATO intendono potersi tutelare è un possibile rilancio della politica di espansione russa. Se l'allargamento assumerà una connotazione antirussa, questo avverrà a dispetto dello spirito dell'accordo sulle reciproche relazioni, cooperazione e sicurezza tra NATO e Federazione russa, firmato il 27 maggio a Parigi.
Nel 1991 la politica di difesa ed offesa della NATO è cambiata: l'Alleanza considera che l'Occidente non ha più un nemico da combattere ad oriente, bensì un possibile partner. In questi termini l'allargamento di oggi rischia di proporre l'Alleanza atlantica in chiave di organo militare, principalmente destinato ad estendere verso est la propria sfera di influenza. Noi della lega nord per l'indipendenza della Padania riteniamo che la funzione storica della NATO debba essere ridiscussa prima di procedere ad ulteriori ampliamenti territoriali, che potrebbero dare garanzie di stabilità solo apparentemente e costituire in qualche caso forme di penetrazione o di coinvolgimento tali da contenere in sé pericoli di tensioni future.
L'interesse della Padania e dei popoli di tutta Europa non può essere pregiudicato ed imbrigliato da istituzioni pericolose nella loro essenza quanto l'Europa dei governi nazionali. Per questo la lega nord e la Padania dicono di no all'allargamento della NATO. Il nostro obiettivo è quello di lanciare un ponte verso gli Stati ed i popoli che ritengono che altre forme di aggregazione potrebbero meglio garantire equilibrio e pacifiche relazioni sullo scenario europeo (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Spini. Ne ha facoltà. Ha a disposizione 15 minuti, collega Spini.

VALDO SPINI. Signor Presidente, signor ministro degli esteri, onorevoli colleghi, i temi della pace, della guerra, della sicurezza, degli armamenti più terribili, come il nucleare, hanno sempre appassionato l'opinione pubblica ed il Parlamento. C'è quindi da chiedersi, innanzitutto, perché il dibattito odierno non sia appassionante per l'opinione pubblica e per il Parlamento. Credo che non lo sia a giusta ragione: il terreno scelto dal gruppo politico di rifondazione ed anche dalla lega nord, che analogamente ha preannunciato un voto contrario, per una sorta di drammatizzazione di questo tema è un terreno sbagliato. Oggi se vogliamo preoccuparci (e dobbiamo farlo) di temi come la sicurezza, la pace, la guerra, le armi nucleari - temi che hanno appassionato le coscienze di credenti e non credenti - dobbiamo spingere lo sguardo altrove (ed è un'indicazione che vorrei rivolgere anche al nostro Governo). Potremmo, per esempio, preoccuparci della ripresa della proliferazione nucleare nei paesi dell'Oriente, cioè della sequenza di esperimenti nucleari avvenuti prima in India e poi in Pakistan. Potremmo preoccuparci della proliferazione di armi batteriologiche e chimiche o della possibilità che taluni Stati siano presi in mano - in tutto o in parte - dalla criminalità organizzata. Ma tentare oggi di ripristinare su questo tema una tensione da anni cinquanta, tra destra e sinistra, tra sinistre o tra un partito di sinistra ed i partiti del centro-sinistra, credo sia effettivamente fuori luogo. Ecco perché questa tensione non c'è stata.
Credo che invece potrebbe essere importante, utile e positivo rilanciare il tema


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della pace in un'altra direzione: l'Italia insieme con altri paesi approssimativamente della stessa dimensione e non nucleari potrebbe, per esempio, formare un gruppo di pressione, un gruppo politico di mediazione per svolgere un'attività in positivo sul tema della non proliferazione nucleare. Infatti le prediche dei paesi nucleari nei confronti dei paesi che vogliono diventare nucleari evidentemente hanno un limite intrinseco, mentre un gruppo di paesi non nucleari (come il Canada e l'Italia, per esempio) potrebbero portare avanti un discorso importante in questo senso, così come in altre direzioni.
Giustamente l'opinione pubblica italiana non avverte il pericolo che oggi in Europa l'allargamento della NATO possa provocare addirittura una dislocazione diversa dei gruppi di maggioranza, a causa di una situazione di tensione.
Vi è poi un secondo elemento: ponendo così il dibattito, non viene in luce la novità dell'azione italiana di questi anni. Non voglio, certo, fare un quadro molto dettagliato, perché mi manca il tempo, nonostante la tolleranza di un Presidente garantista - glielo riconosco - per lo meno nei tempi. Credo tuttavia che l'Italia abbia in questi anni segnato dei passi importanti.
Giustamente si parla della necessità di sviluppare una difesa europea. Mi domando quale sia l'unico esempio per ora esistente nel dopoguerra di una tensione in Europa che sia stata affrontata senza dover chiedere l'intervento diretto di truppe americane. È per l'appunto, l'Albania: la forza multinazionale di pace in quel paese è stata guidata dall'Italia e, peraltro, mi risulta che essa non abbia avuto, almeno nella prima fase, il voto favorevole di rifondazione comunista.
In Bosnia siamo di fronte alla seconda fase dello Sfor, che a sua volta ha preso il posto dell'Ifor: una fase in cui si segnala un minore utilizzo delle forze armate ed un maggiore contributo a quel paese nel riorganizzare l'ordine pubblico, gestendolo internamente. Si sta andando verso la costituzione di un'unità militare specializzata che, siccome tutte le sigle sono in inglese, si chiama MSU.
Anche qui c'è un motivo di soddisfazione: la guiderà un colonnello dei carabinieri italiano e metà del contingente sarà costituito da carabinieri italiani. Tutte le altre forze presenti hanno cioè inteso dare all'Italia questo riconoscimento di autorevolezza, di prestigio e di imparzialità.
Se continueremo a porre i problemi così come sono stati posti in quest'aula, ci sfuggirà un secondo momento, che è anche abbastanza felice ed interessante, della politica estera e della difesa italiana, con una conseguente ripresa del prestigio delle nostre Forze armate. Infatti non era mai avvenuto che un italiano fosse designato, così come è avvenuto per l'ammiraglio Venturoni, presidente del Comitato militare della NATO. Si tratta di segnali che ci chiariscono che, se vogliamo esercitare un ruolo, possiamo esercitarlo.
Certo, sarebbe sbagliato affrontare questo dibattito nei termini del «no» e del «sì», come avveniva in precedenza. Credo che non si possa risuscitare un dibattito anni cinquanta, anche se dobbiamo parlare di quella fase. L'onorevole Martino ha riportato la posizione favorevole alla NATO che fu di Ferruccio Parri, una grande coscienza, un grande uomo di sinistra. Però all'inizio le sinistre, socialisti e comunisti, votarono contro la NATO. Vorrei tuttavia ricordare come, all'indomani di Budapest, Pietro Nenni cambiò atteggiamento e fu, sia pur brevemente, un ministro degli esteri che portò un contributo importante ad un consiglio ministeriale della NATO nel senso della distensione e dell'iniziativa di pace.
Vorrei inoltre ricordare cosa disse Berlinguer sul Corriere della Sera. L'intervistatore Giampaolo Pansa gli formulava questa domanda: «Insomma, il Patto atlantico può essere anche uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà?». Enrico Berlinguer rispondeva: «Io voglio che l'Italia non esca dal Patto atlantico

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anche per questo e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l'equilibrio internazionale».
Sembra francamente impensabile che si torni indietro su queste cose, però oggi si potrebbe dire che, in realtà, siccome è caduta la contrapposizione est-ovest, queste affermazioni sono in qualche modo obsolete. Parliamo della situazione attuale.
Oggi c'è un'evoluzione del ruolo della NATO da ruolo di difesa collettiva a ruolo di sicurezza collettiva. Non è un'evoluzione portata a termine, ma certamente si intravede una trasformazione verso un nuovo ruolo di organizzazione regionale al servizio delle Nazioni Unite e dell'OSCE. Purtroppo, come è noto, nel mondo non ci sono altri esempi così efficienti ed importanti, altrimenti potremmo avere un assetto nel mondo, in cui alle Nazioni Unite fanno capo una serie di organizzazioni regionali - leggi: continentali - in grado di poter rappresentare un ruolo di risoluzione dei conflitti e di pace.
A questo punto vorrei leggere alcune frasi del discorso pronunciato da Kofi Annan a palazzo Giustiniani, al Senato della Repubblica non più tardi di lunedì scorso 15 giugno. Verteva sull'applicazione degli accordi di Dayton ed è stato pronunciato alla presenza del segretario della NATO Solana. Tra le altre cose, Kofi Annan ha dichiarato: «Ho sempre apprezzato immensamente i legami tra le nostre due organizzazioni. Sono determinato a veder crescere questi legami in modo ancora più forte. La missione comune NATO-Nazioni Unite di peace keeping e peace building in Bosnia rappresenta un modello di credibilità e di legittimazione in operazioni di peace keeping su larga scala».
Venendo poi a parlare del Kosovo, Kofi Annan ha soggiunto: «Sono stato lieto di apprendere le determinazioni dei Governi della NATO di prevenire un'ulteriore escalation della lotta ed incoraggiare tutti i passi che possono disincentivare l'ulteriore uso di violenza di carattere etnico nel Kosovo». Naturalmente, questo dovrebbe far riflettere, trattandosi di frasi del Segretario della Nazioni Unite, un segretario largamente apprezzato, che certamente nella vicenda irachena ha scritto una pagina di trattative e di pace molto importante, contribuendo ad evitare - si è trattato di un contributo molto autorevole - una nuova guerra del Golfo. Come si può allora pensare di non puntare su un'evoluzione della NATO come organizzazione regionale al servizio delle Nazioni Unite, sull'OSCE, e addirittura pensare che si debba ripartire da zero - ho ascoltato con l'attenzione che meritava l'intervento dell'onorevole Nardini - con una nuova organizzazione, quando mi sembra che la linea politica, per chi ama la pace, debba essere quella di puntare sull'evoluzione della NATO in questo ambito?
Non si possono chiudere gli occhi di fronte a quanto è avvenuto. Oggi la pace - e speriamo anche domani; manca il tempo per farlo, ma sarebbe interessante parlare del ritorno dei rifugiati in Bosnia - è assicurata da 30 mila soldati di circa 30 paesi, ben 12 dei quali sono non NATO, fra cui la Russia. Come si può pensare, anche qui, che siamo di fronte ad un dibattito nei vecchi termini «NATO sì-NATO no»? Già altri hanno parlato della missione militare russa a Bruxelles e così via. Ma diciamo anche un'altra cosa: i requisiti per l'ammissione alla NATO sono tali - non avere controversie territoriali con i vicini - che di fatto hanno agevolato e stimolato alcuni di questi paesi a stipulare accordi con i vicini per risolvere vecchie pendenze. Un paese che aspira ad entrare nella NATO, la Romania, ha realizzato un accordo con l'Ungheria sulla tutela della minoranza ungherese che svelenisce un conflitto latente, un elemento di tensione di cui chi si occupa di questi dati conosce evidentemente molto bene.
Su ogni cosa si può parlare pro e contro, su ogni vicenda certamente è possibile prendere una posizione o un'altra, purché però la si prenda partendo dai dati di fatto, e i dati di fatto sono questi. Certo, vi sarebbe un motivo per essere critici verso l'allargamento, e non a caso

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è il motivo che ha portato il Governo italiano a svolgere una particolare azione diplomatica. Si potrebbe dire che nutriamo molta simpatia per la Repubblica ceca, per la Polonia e per l'Ungheria, ma che se l'allargamento provoca una nuova tensione con la Russia potrebbe essere un elemento di incertezza e comunque di dubbio da affrontare.
Non è un caso che, insieme agli altri, il Governo italiano abbia dato un particolare contributo; ricordo il viaggio a Mosca del ministro degli affari esteri, onorevole Lamberto Dini. Paradossalmente, se non ci fosse stato l'allargamento, il tema della collaborazione NATO-Russia nei termini attuali non si sarebbe posto. Se non ci fosse stata la tematica dell'allargamento, pensate veramente che si sarebbe fatto un Consiglio comune fra NATO e Russia, che si è già riunito tre volte? Pensate che si starebbero progettando manovre militari comuni? Probabilmente no. Ecco allora che si tratta non di prendere una posizione acritica pro o contro, ma di vedere come si gestisce, verso quali fini, verso quali evoluzioni. In tal senso - lo dico da questa tribuna - credo non si debba porre un diniego di prospettiva anche all'eventualità che un giorno la stessa Russia possa partecipare a questa organizzazione; non è certamente cosa da valutare oggi o a tempi brevi, ma sarebbe sbagliato porre una specie di sbarramento in senso oggettivo.
Noi sappiamo che nel Senato americano vi sono stati dei dubbi: intanto, è un po' paradossale vedere saldare una contrarietà di rifondazione ad una contrarietà di taluni - peraltro rispettabilissimi - esponenti conservatori americani, i quali pensano che non sia più necessario che gli Stati Uniti portino un contributo alla stabilizzazione in Europa. Anche qui, non è che io non veda la prospettiva - e ne parlerò - della difesa europea, ma non v'è chi non veda che oggi la Russia non sarebbe contenta di un disimpegno americano, perché la presenza statunitense è un elemento di stabilizzazione oggettiva in Europa. Dobbiamo naturalmente lavorare in prospettiva perché invece la difesa europea possa prendere via via il suo posto, ma occorre essere oggettivi: oggi la presenza americana non è sgradita alla Russia; al contrario, credo che sarebbe assai più foriero di tensioni e di difficoltà un fronteggiamento diretto tra Russia e forze armate europee. Questo per motivi, che non devo qui dimostrare, di collaborazione internazionale e di visione generale, che sono di fronte a noi. Semmai, si tratta di poter ulteriormente stimolare questo dato e di muoversi in tale direzione, tenendo naturalmente conto del panorama dell'Europa centrale e meridionale. Se io - ma come è noto la storia non si fa con i se - dovessi muovere un rilievo al Governo, chiederei se si sia davvero premuto fino in fondo sul tema della Slovenia, perché in tal modo si sarebbe completata una frontiera. Lo dico francamente: temo che l'anno prossimo l'allargamento alla Slovenia e alla Romania non avrà luogo. Bisognerà operare con forza perché avvenga, ma mentirei a me stesso se dicessi di ritenerlo possibile, perché nel frattempo il quadro si è complicato; infatti, vi è la questione della Bulgaria che ha raggiunto certe caratteristiche che prima non aveva. Soprattutto, mi è sembrato di capire che presso il Senato americano il Presidente ha ottenuto l'autorizzazione alla ratifica facendo capire che per un po' di tempo si sarebbe digerito questo allargamento. Invece, per quanto riguarda la Slovenia sarebbe estremamente importante dare un esempio di stabilità all'ex Iugoslavia e completare la frontiera, dopo l'ingresso dell'Ungheria. Tra l'altro, in questo modo, l'Italia avrebbe frontiere solo con paesi appartenenti all'Unione europea ed alla NATO, fatta eccezione per la Svizzera, che può essere minacciosa da un punto di vista economico, ma da quello militare non lo è affatto. Quindi, anche per le nostre frontiere terrestri sarebbe stato di grandissimo rilievo.
Vorrei spendere anch'io, come hanno fatto altri colleghi, qualche parola di benvenuto per la Repubblica ceca, per la Polonia e per l'Ungheria. Si tratta di

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nazioni che sono state le vittime principali della guerra fredda. Il loro ingresso nella NATO rappresenta, quindi, in qualche modo anche un elemento di riabilitazione rispetto ad un certo passato. Se volessimo divertirci parlando dei rapporti tra il nostro paese e queste nazioni, potremmo andare in là nel tempo e riportare alla memoria ricordi piacevoli. Per la libertà della Polonia è morto Francesco Nullo, il garibaldino, per la libertà dell'Ungheria Alessandro Monti, che non a caso è stato poi seppellito davanti al museo nazionale. Quanto a Praga, che all'epoca apparteneva alla Cecoslovacchia, mentre oggi fa parte soltanto della Repubblica ceca, viene da commentare se sia proprio convenuta agli slovacchi questa separazione e se non sarebbe stato meglio anche per loro - lo dico anche a qualche fine interno, italiano - presentarsi insieme a questo appuntamento. Ad ogni modo, rammentiamoci che Praga - è bene ricordarlo - è addirittura più centrale della stessa Austria. Quindi, il fatto di racchiudere la Repubblica ceca è estremamente importante.
È certamente importante che cresca la sensibilità nei confronti di una difesa europea. Bisogna un po' agire sulle soluzioni che sono state adottate. L'Italia fa parte dell'Eurofor, dell'Euromarfor, che sono i primi incunaboli di difesa europea; ma l'Italia in questo periodo ha anche realizzato una brigata mista italo-ungherese-slovena, che è di particolare interesse perché ha visto insieme un paese NATO, un paese che prossimamente entrerà nella NATO ed un paese che non fa parte della NATO...

PRESIDENTE. La prego di concludere.

VALDO SPINI. Anch'io ho bisogno di un po' di tolleranza, perché, Presidente, se lei fosse stato meno garantista...

PRESIDENTE. È un termine ambiguo.

VALDO SPINI. ...io avrei parlato venti minuti buoni prima. Ce lo possiamo dire fra toscani!

PRESIDENTE. Credo bisogna tener conto della reciprocità. È un problema di reciprocità.

VALDO SPINI. Sto arrivando al termine del mio intervento.
In conclusione, non posso non spendere due parole sulla politica rispetto al voto che si sta delineando. Alle forze politiche del Polo si deve dire che a votare quello che si ritiene giusto senza contorsioni tattiche o richieste di particolari riverenze ci si guadagna sempre. Certo, ci guadagna l'Italia, ci guadagna il nostro paese, ma è anche nel loro interesse. Quindi, penso che faranno questo.
Quanto a rifondazione comunista, sarebbe fare torto alla indubbia intelligenza dei suoi dirigenti pensare che questo voto contrario sia un voto contrario ai cechi, ai polacchi o agli ungheresi. Questo voto contrario è legato ad una concezione dell'Italia nella NATO alla quale quel partito è contrario. Quindi, il dissenso di rifondazione è di ampia portata, riguarda la collocazione dell'Italia nella NATO. D'altro canto rifondazione non pone un problema di Governo, ma rivendica di contrapporre il proprio voto a quello della maggioranza, chiedendo però al Governo da questa espresso di andare comunque avanti. Se ciò è legittimo - e qui sta il punto politico -, sarà anche legittimo che il Governo e il Presidente del Consiglio cui spetta tale compito chiedano, nelle forme che si riterranno opportune, successivamente la riaffermazione della fiducia nel Governo, di una formale espressione della fiducia.
Ritengo altresì legittimo che le forze politiche di maggioranza, e quella che rappresento in particolare, chiedano un chiarimento politico e programmatico a tutto tondo, che valga a rafforzare sostanzialmente il Governo dopo l'oggettivo indebolimento che dovrà subire.
Per essere breve uso un motto latino: ex malo bonum. Affrontiamo i temi aperti e cerchiamo di non ripiegare indietro ed invece di rilanciare l'azione del Governo e quella della maggioranza. Sarà, credo, il miglior modo di reagire a questa divisione


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che non avremmo desiderato e sulla quale ritengo invece che una controffensiva politica in positivo possa essere compiuta sulle aree ancora in definizione della politica della maggioranza come quella economica, sociale, territoriale e così via. Penso che in questa sede, e non rinviandolo ad un altro momento, il chiarimento politico e programmatico dovrà avvenire (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare, a titolo personale, l'onorevole Giovine. Ne ha facoltà.

UMBERTO GIOVINE. Presidente, alla franchezza toscana del collega Spini si deve di aver detto questa sera qui per primo e unico quale è stato il reale fallimento del Governo che la sua parte politica appoggia nella questione dell'allargamento dell'Alleanza atlantica, e cioè il fallimento, probabilmente inesorabile, del passaggio in questa fase dell'allargamento anche alla Repubblica di Slovenia ed alla Repubblica di Romania.
Collego infatti l'affermazione dell'onorevole Spini, il quale si chiede - in una forma moderata - se proprio si sia premuto fino in fondo per l'allargamento a quelle nazioni e conclude che questo allargamento - non illudiamoci - non ci sarà, a quanto invece affermato dal sottosegretario Fassino al Senato non molto tempo fa, in toni che invece fanno prevedere che quell'allargamento ci sarà, che la dichiarazione circa la Slovenia e la Romania non resterà un fatto formale, ma che vi sarà un seguito.
Certo, l'intervento di Fassino era precedente al voto degli Stati Uniti; un voto che è stato contrattato perché per un bel po' di tempo non si parli più di Slovenia e di Romania. Ma questo non giustifica un Governo che si era impegnato e che avrebbe dovuto portare ad un allargamento non limitato alle importati Repubbliche di Polonia, ceca e dell'Ungheria, ma esteso anche alla Slovenia e alla Romania per impedire che in Italia vi sia una città - Gorizia - il cui centro si trova nella NATO e la periferia fuori, per non parlare degli interessi storici, culturali, affettivi direi, che ci legano da sempre alla Repubblica di Romania.
Questa è un'affermazione importante, secondo me; in effetti questo allargamento (condivido quanto detto da Spini) non ci sarà...

PIERO FASSINO, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Chi lo dice? Lo dice Spini!

UMBERTO GIOVINE. ...o peggio verrà collegato surrettiziamente ad un allargamento (di qui il titolo personale per cui parlo: non volevo coinvolgere in ciò la mia parte politica) al quale sono contrario, che è quello relativo alle Repubbliche baltiche; una contrarietà del resto già sottolineata dal collega Martino, con altra autorevolezza, in quanto rappresentante di forza Italia.
Il collegamento dell'allargamento a Slovenia e Romania con quello alle Repubbliche baltiche è di fatto l'affossamento di questo allargamento: Slovenia e Romania collegate ad Estonia, Lettonia e Lituania non entreranno nella NATO. Questa è la verità; questo è il fallimento del Governo.
Quando andiamo a vedere le diverse posizioni, la situazione non è poi così tranquilla. Qui si parla di Russia e di NATO; si dimentica, per esempio, che l'aspetto forse più importante dell'adesione della Polonia all'Alleanza atlantica consiste nel fatto che essa confina con un paese denominato la Corea del nord dell'Europa, cioè la Bielorussia, che ha appena cacciato i diplomatici. Una provocazione sulla linea storica, dove fu firmata la pace di Brest-Litovsk, da parte dei bielorussi è del tutto possibile.
Pochi hanno ricordato che non esiste automatismo nell'Alleanza atlantica: non è vero che se viene attaccato un paese gli altri automaticamente intervengono; non è affatto così. Quindi l'Europa dell'Alleanza atlantica può benissimo trovarsi, anche in tempi brevi, di fronte ad una crisi di tipo militare, con un paese ad alta pericolosità


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come è la Bielorussia, per difendere - si capisce - un importante membro europeo appena entrato, cioè la Polonia, che noi salutiamo. Certo: «Sto lat! Niech zye Polska»; dobbiamo però essere ben coscienti della solidarietà europea nella quale era necessario che vi fossero altri paesi: la Slovenia, la Romania e - perché no? - la Bulgaria. Il ministro degli esteri Nadezhda Mihailova ha dichiarato solennemente che il suo paese non ha controversie territoriali, etiche o religiose, cioè rispetta tutti i criteri. E allora perché non anche la Bulgaria? Ecco il fallimento europeo: è stato fatto un allargamento solamente in base a criteri geopolitici ai quali l'Italia è fondamentalmente estranea, in base a criteri difesi da altri paesi, compresi alcuni europei.
Non si tratta di una questione fra America ed Europa, ma di questione all'interno dell'Europa. Il peso dell'Italia nelle questioni atlantiche, nonostante i successi ottenuti grazie al voto di questa Camera sulla missione in Albania (guidata per la prima volta dal nostro paese), si è ridotto. La mancata adesione di Slovenia e Romania in questa fase di allargamento dell'alleanza ne è la dimostrazione. A tutti coloro che, parlando di rifondazione comunista e di questa incredibile controversia tra un partito che sostiene il Governo a corrente alternata, ne hanno riconosciuto la coerenza voglio dire che io non riconosco alcuna coerenza. Con questo non è mia intenzione favorire il Governo, dal quale tutto mi divide, ma se rifondazione comunista fosse coerente con la posizione di ostilità alla NATO avrebbe dovuto esigere dal Governo, che sostiene ogni giorno, la revisione degli statuti delle basi americane NATO in Italia. Non basta infatti sfilare ad Aviano con le bandiere rosse, bisogna fare sul serio!
Se rifondazione comunista vuole saperne di più sulla situazione di queste basi, può chiederlo ad un ex Presidente del Consiglio, ora senatore a vita, il quale ebbe a dichiarare in Russia - allora Unione Sovietica - che gli americani avevano installato materiale nucleare in una certa base senza che lui lo sapesse, mentre era appunto Presidente del Consiglio. Lo vadano a chiedere a loro, sia ai membri del Governo sia al partito di rifondazione comunista, che questo Governo non appoggia. È una furbizia che mi ricorda una vicenda di fiducia prima negata e poi data al Governo presieduto dall'attuale ministro degli esteri. Anche quello fu un balletto inverecondo che ci fa affermare, con tutta la simpatia umana che possiamo sentire per i singoli rappresentanti del partito di rifondazione comunista, che esso è politicamente un cane da pagliaio o, se si vuole una citazione maoista, una tigre di carta, anzi un gatto di carta, perché le tigri si cavalcano, al contrario dei gatti. Questo è il partito di rifondazione comunista di fronte alla cui furbizia abbiamo un'altra carovana di furbizia, quella del Governo e del suo capo Prodi. Se rifondazione comunista fosse un partito serio, dovrebbe dichiarare se davvero sostiene queste tesi sulla NATO, alle quali però sul piano pratico non dà alcun seguito. Se non lo sostiene, dovrebbe dire «via il Governo Prodi»; se quest'ultimo fosse un Governo serio, dovrebbe dire «via rifondazione comunista». Nessuno dei due, però, dirà questo perché è una lotta tra furbi, una lotta di quelle a cui in Italia purtroppo nei momenti di maggiore crisi siamo abituati e noi non possiamo farci coinvolgere in questo miserabile gioco di furbizie vere o presunte.
Non è nel nostro stile chiedere che i nostri voti ci vengano domandati, ministro Dini, in ginocchio, ma che ci vengano domandati, sì. Niente si fa in ginocchio né si chiede agli altri di mettersi in ginocchio per concedere qualcosa; ridurre però il dibattito sulla NATO a questo miserabile gioco dei bussolotti è un delitto che di per sé fa calare in modo decisivo la credibilità dell'Italia in quell'ambito internazionale che si vorrebbe con l'allargamento della NATO sostenere.
Si potrebbe parlare ancora a lungo, ma chiuderò prima il mio intervento. Poiché questa sera ho apprezzato la franchezza toscana del collega Spini, annuncio agli altri toscani che per la prima volta siamo

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in maggioranza relativa in questa sede. È la prima volta, Presidente, e forse non capiterà mai più.
Concluderò quindi dicendo che sul Governo - come dicono in Toscana - una parola è poca e due son troppe!
Nell'annunciare naturalmente la nostra fedeltà, non alla NATO come concetto generale, ma alla coerenza delle scelte politiche dell'Italia, manifestiamo la nostra esecrazione per il modo in cui domani dovremo dare questo voto (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rebuffa, al quale ricordo che dispone di 6 minuti di tempo. Ne ha facoltà.

GIORGIO REBUFFA. Presidente, ho ascoltato con estrema attenzione e con qualche volontà e - spero - capacità di apprendimento l'intervento dell'onorevole Dini e quello del collega Ranieri. Dal loro ascolto ho tratto la convinzione che fossero degli interventi pensati, pacati e con molte parti che potevano essere condivise; solo che nessuno di questi due colleghi intervenuti mi ha detto nulla sul problema che abbiamo di fronte questa sera, che non è quello dell'allargamento della NATO (che pure merita certamente tutta l'attenzione necessaria), ma quello di un Governo che su una questione di politica estera non ha alcuna maggioranza!
Si è detto per molti mesi - lo abbiamo detto anche noi - che questo Governo aveva la maggioranza in Parlamento, ma che non l'aveva nel paese. Io non condividevo questo ragionamento per motivi di tecnica elettorale; devo tuttavia constatare che il Governo Prodi questa sera e domani non ha nemmeno la maggioranza in Parlamento!
Si sono dette molte cose (alcune le ha dette lei, onorevole Fassino; altre, le hanno dette i suoi colleghi) sulla logica di una politica bipartisan. La logica di una politica bipartisan è una cosa molto seria, che riguarda quei Governi democratici dell'occidente - come per esempio quello degli Stati Uniti d'America - in cui il meccanismo di formazione della volontà parlamentare e di quella dell'esecutivo sulla politica estera non può, nemmeno lontanamente, essere paragonato a quello che abbiamo noi. Noi infatti abbiamo un meccanismo diverso; ed è da questo meccanismo che dobbiamo partire perché, altrimenti, potremmo seguire la tecnica parlamentare della «messa fra parentesi» per cui, quando si debbono affrontare questioni spinose, qualche partito si «mette fra parentesi» nel senso che, per una ragione o per l'altra, fa una sospensione della propria posizione costituzionale e parlamentare; e poi tutto si riprende! È qualcosa di simile a quello che fece, per altre ragioni, il re del Belgio quando doveva firmare un decreto che andava contro la sua coscienza. Questo era possibile in quella situazione perché si trattava di un problema di coscienza; non lo è, invece, in questa situazione perché riguarda un problema politico.
Su questo problema politico - lo ribadisco - nessuno ha detto niente. Onorevole Dini, lei lo conosce sicuramente in maniera assai superiore al sottoscritto e a tanti di noi, il problema politico è il seguente: consiste in un rapporto di credibilità nei confronti dei nostri partner! Ho sentito utilizzare molte espressioni retoriche; le ho trovate anche nel discorso, peraltro apprezzabile, del collega Ranieri: mi riferisco agli appelli e agli inviti fatti in questi giorni (mi pare che oggi o ieri lo abbia fatto anche il sottosegretario Brutti). Devo dire, però, che il problema non consiste in quegli inviti e in quegli appelli alla modernità nel riflettere, se su una questione di politica estera di oggi, e soprattutto su quelle di domani, esiste una maggioranza rispetto alla quale i nostri partner possono essere in grado di dare garanzie di affidabilità. Nelle normali democrazie, questo è il punto; altrimenti, ci trasformiamo in una piccola «Disneyland Europa». A meno che non vogliamo, onorevole Fassino, cristallizzare una situazione costituzionalmente illecita! I colleghi francesi usano l'espressione gouvernement de combat; questa è esattamente la situazione: un Governo che si presenta


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alla Camera e raccatta i voti! Benissimo, la situazione italiana nella politica estera è questa: vale a dire quella di cercare i voti, di implorarli e di richiederli? Credo che questo sia un atteggiamento irresponsabile; irresponsabile non soltanto da parte della maggioranza, ma anche da parte dell'opposizione, se non mettesse in chiarissima luce questa situazione. È una situazione di gravissimo malfunzionamento del sistema parlamentare nel nostro paese.
Qui vi sono responsabilità, ma siccome siamo tutti avviliti o felici dopo una lunga giornata, non occorre richiamarle. Certo è, però, che le responsabilità sono, prima di tutto, di chi ha costruito, fin dall'inizio, una maggioranza che sapeva non essere tale. Le colpe di questa situazione certamente ricadono sul Presidente del Consiglio, a proposito del quale già altri hanno chiesto dov'è. Sappiamo che è in Tunisia, mentre dovrebbe essere qui. Evidentemente il Presidente del Consiglio confida nella sua buona stella!
Le colpe ricadono anche su chi ha costruito questa maggioranza. Sarebbe irrituale chiedere le dimissioni del segretario del partito di maggioranza relativa, ma, in una situazione parlamentarmente corretta, forse non solo il Presidente del Consiglio ma anche il segretario del partito di maggioranza relativa dovrebbe avere l'accortezza di dimettersi per avere commesso uno degli errori più grandi: una finta maggioranza su questioni di politica estera.
Nei prossimi mesi avremo altre occasioni come quella di oggi. Cosa intendete fare? Chiedere altra «pietà»? Credo che la situazione migliore sia quella di lasciare il campo a chi forse ha una compattezza nella maggioranza superiore alla vostra (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare, e pertanto dichiaro chiusa la discussione congiunta sulle linee generali.
Il seguito del dibattito e le repliche dei relatori e del Governo è rinviato ad altra seduta.

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