Seduta n. 365 del 2/6/1998

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Seguito della discussione del progetto di legge costituzionale: Revisione della parte seconda della Costituzione (3931) (ore 15,05).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del progetto di legge costituzionale: Revisione della parte seconda della Costituzione.
Ricordo che nella seduta del 20 maggio si è svolta la discussione sull'articolo 70 del testo costituzionale e sui relativi emendamenti.
Ricordo inoltre che, al termine del dibattito svoltosi in Assemblea nella seduta del 27 maggio, la Conferenza dei presidenti di gruppo ha stabilito che il seguito dell'esame del progetto di legge costituzionale sarebbe stato ripreso nella seduta odierna.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Marini ne ha facoltà.

FRANCO MARINI. Signor Presidente, colleghi, non è che io sia un grande esperto di procedure, ma vorrei fare, sulla materia di cui stiamo discutendo, una proposta, spero precisa, che ovviamente non è la richiesta di rinvio del testo della riforma in Commissione, né di una sospensione formale dei lavori, che non mi pare siano possibili rispetto al dettato della legge istitutiva della bicamerale.
Chiedo alla Camera di verificare la possibilità di un rinvio della discussione prevista per oggi; di quanto tempo lo deciderà la Conferenza dei capigruppo se questa mia richiesta dovesse passare, con l'idea che ci sia una formale verifica, o nel Comitato dei diciannove, o nella Commissione bicamerale plenaria, delle ragioni di questa difficoltà. Credo che il presidente abbia la facoltà di convocarlo.
Una sola considerazione per spiegare la logica e la ragione di questa mia richiesta: chissà, forse pecco di ingenuità - può capitare a tutti, anche se è un po' grave per una persona della mia età - ma debbo parlare innanzitutto per il rilievo delle questioni in gioco, delle cose che stiamo discutendo.
Leggo anch'io in questi giorni dichiarazioni di colleghi, di esponenti di forze politiche che dicono: «il paese pensa ad altro». Capisco che i problemi del lavoro, dell'occupazione, della riforma dello stato sociale, della condizione di vita delle


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famiglie siano cose di cui parlano i nostri cittadini. Ma credo che, anche per il nostro lavoro, per l'impegno del Parlamento, la questione della stabilità delle nostre istituzioni, del diritto del cittadino di sapere per quale coalizione vota, per quale prospettiva sia qualcosa ormai divenuta di interesse generale del nostro paese. Del resto, non ho mai sentito qui dentro, in aula, né nel dibattito pubblico, neanche dai maggiori critici (maggiori nel senso che ne parlano di più) del lavoro che abbiamo compiuto, sostenere la tesi della inutilità di un lavoro per la riforma della nostra Costituzione. Ci fu qualcuno che disse, a conclusione della fase dei lavori della bicamerale, che chi c'era sarebbe passato alla storia. Questo non lo so, ma certamente non ho ascoltato in questo dibattito, anche aspro e così continuo, nessuno tra gli esponenti politici o parlamentari che abbia detto: «questo lavoro non serve in sé, non ce n'è bisogno». Io credo che ce ne sia bisogno. È un problema di grande rilievo, che merita la pazienza dell'approfondimento fino in fondo.
Debbo dire che è rilevante anche questo anno di lavoro che abbiamo svolto tutti quanti assieme. Mi chiedo ancora: c'è un problema di credibilità delle istituzioni e della politica nei confronti dei nostri cittadini? Credo che questo problema sia ancora aperto, malgrado i passi avanti che, anche con l'impegno di questo Parlamento, abbiamo compiuto; c'è il problema della ricostruzione di un rapporto di fiducia che è venuto meno nelle vicende di questi anni. Credo che ai nostri cittadini debba essere chiaro il motivo per cui un anno di lavoro ed un impegno che ha visto coinvolte tutte le forze politiche presenti in Parlamento si ferma e prende atto del proprio fallimento.
Aggiungo, rispetto a chi sostiene che ci possano essere altre strade, altre vie per affrontare questi problemi, che io resto convinto - come lo ero fin dall'inizio - che in materia di riforma costituzionale la ricerca del consenso largo delle forze politiche e parlamentari sia non una opzione dettata da senso di responsabilità, ma un passaggio obbligato, altrimenti questa via sarebbe di fatto sbarrata. Per questo motivo credo sia utile compiere ogni sforzo possibile.
Debbo dire che in queste mie parole non c'è nessuna velleità di una mediazione fuori dalle possibilità. Del resto, se qualcuno fosse interessato, per esperienza personale, potrei fare qualche lezione su come si possa mediare: ho imparato che bisogna avere grande forza in mano. Noi del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo siamo coscienti del nostro ruolo, però non siamo così presuntuosi e tanto meno siamo tentati da questo vizio della politica di coprire comunque la scena. Non è questo il punto, ma è la ragione della rilevanza della materia e dell'impegno che abbiamo preso con il paese che mi fa avanzare la proposta che ora vi ho rappresentata.
Vorrei fare, con questa distinzione con cui sto parlando, un'ultima riflessione rivolta all'onorevole Berlusconi, il leader del Polo. Il senso della proposta naturalmente esclude che io possa mettermi a fare polemica; su questo punto sono abbastanza accorto. Vorrei però dire che l'unica affermazione che in questo dibattito non mi convince è il riferimento al «cambiare le teste». Non so se in altri campi dell'attività umana (economia, spettacolo, sport o chissà quali altri settori) vi sia la possibilità di cambiare le teste. In politica, quando la politica è vissuta con la dignità necessaria, la strada è solo quella del confronto e della convinzione, quando è necessario dello scontro. Ma escludo che in politica si possano cambiare le teste.
Il senso della mia proposta, quindi, è tornare per un attimo - di fronte ad una materia di tale rilevanza - ad un confronto non su questo o quell'aspetto (sarebbe la via di una votazione su emendamenti particolari oggi), ma per dare la possibilità di un momento di verifica generale, per il rilievo di quanto stiamo discutendo e per il rispetto del paese e di noi stessi.
Se poi si deve prendere atto che non c'è nulla da fare, ognuno si assumerà le

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proprie responsabilità (Applausi dei deputati dei gruppi dei popolari e democratici-l'Ulivo, dei democratici di sinistra-l'Ulivo, di rinnovamento italiano, misto-socialisti democratici italiani e misto-verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Colleghi, su questa proposta darò la parola ad un deputato per ciascun gruppo che ne faccia richiesta.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Pisanu. Ne ha facoltà.

BEPPE PISANU. Signor Presidente, onorevoli colleghi, apprezziamo il gesto di buona volontà or ora compiuto dall'onorevole Marini; lo dico con sincerità. Non riusciamo tuttavia a comprenderne l'utilità politica.
Voglio rassicurare l'onorevole Marini che anch'io svolgerò una pacata riflessione, appartenendo (come il presidente Berlusconi) non ad una tribù di tagliatori di teste ma ad un partito politico che - in questa come in tutte le altre vicende politiche che ha vissuto - ha sempre agito con senso di responsabilità e seguendo pacate riflessioni.
Se il rinvio servisse per mettere a punto risposte risolutive alle proposte che noi abbiamo avanzato nitidamente anche mercoledì scorso attraverso il presidente Berlusconi, non esiteremmo a dire di sì alla proposta. Ma dubitiamo fortemente che ciò possa accadere. E spiegherò succintamente il perché.
Già nella seduta della Commissione bicamerale del 30 giugno 1997, quando il testo fu licenziato per l'aula, noi sostenemmo che esso sarebbe stato solo un punto di partenza e che per nessuna ragione avrebbe potuto essere considerato come un testo finale. Di più: il presidente Berlusconi parlò ripetutamente di «bozza» di intesa, peraltro incompleta. In particolare, riferendosi alla questione - ancora oggi cruciale - dei poteri del Presidente eletto direttamente dal popolo, egli disse testualmente: «Sui poteri di questa nuova e rilevantissima figura costituzionale ci sarà ancora molto da discutere e da precisare nel corso del futuro lavoro parlamentare». Sei mesi dopo - nella seduta del 28 gennaio di quest'anno - sempre per bocca dell'onorevole Berlusconi noi indicammo con precisione le questioni fondamentali sulle quali, a nostro giudizio, occorrevano soluzioni decisive per una riforma costituzionale che corrispondesse non soltanto alle nostre legittime aspettative, ma soprattutto alle esigenze generali del paese.
Abbiamo atteso inutilmente risposte adeguate. Da allora ad oggi - e sono trascorsi sei mesi - le nostre proposte sono state ribadite e illustrate ampiamente con decine di interventi in Commissione bicamerale, nel Comitato dei diciannove, in quest'aula; ma risposte positive ne abbiamo avute ben poche, anzi quasi nessuna, mentre molte e decisive sono state le risposte contrarie e i rinvii. Mercoledì scorso, di fronte alla ormai evidente, inarrestabile caduta di qualità del progetto riformatore, noi abbiamo rivolto alla maggioranza un ennesimo appello, nella forma più chiara e lineare, nella sede più autorevole, quest'aula, con un discorso molto impegnativo del nostro presidente. Mercoledì scorso, per l'ennesima volta, vi abbiamo indicato i punti chiari, netti, irrinunziabili, sui quali attendiamo ancora oggi risposta: il federalismo, la libertà di iniziativa in campo economico e sociale, un sistema di garanzie dei diritti dei cittadini in linea con i principi della convenzione di Strasburgo e con gli ordinamenti dei più progrediti paesi del nostro continente, un presidenzialismo che dia al Presidente eletto poteri adeguati e in tutto degni della investitura popolare.
Oggi, in risposta a queste domande che sono le nostre domande di sempre - dal programma elettorale del Polo delle libertà al voto pressoché unanime dell'assemblea di tutti i parlamentari del Polo, via via nel tempo fino all'ultimo congresso nazionale di forza Italia e al discorso che ho appena citato del presidente Berlusconi - ci rispondete (non se ne abbia a male l'onorevole Marini) con una proposta di rinvio.
Ma siete davvero convinti di poter dare risposta nel giro di una settimana o non


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so quanto a domande cui non avete potuto o voluto rispondere nel giro di un anno? Non c'è il rischio che questo rinvio serva soltanto ad alimentare illusioni o, peggio ancora, basse congetture come quelle che stanno circolando anche sulla stampa di oggi, di baratti, di commerci sottobanco, cose che non solo recherebbero disonore alle istituzioni (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia) ma alle quali - ne sono certo - nessuno di noi in quest'aula è disponibile?
Se sui nodi principali, primo fra tutti il presidenzialismo, risultano distanze incolmabili perché prolungare il confronto? Perché correre il rischio di accendere ulteriori, inutili contrasti (Commenti del deputato Di Capua)? Meglio, onestamente, prendere atto che le distanze sono divenute incolmabili. Guardando più lontano, meglio prendere atto che, dopo il fallimento di una terza Commissione parlamentare per le riforme, forse è giunto il momento di prendere atto, forse è giunto il momento di riconoscere che c'è la prova provata che un potere costituito non può erigersi in potere costituente, che il Parlamento non è in grado di riformare serenamente se stesso (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e della lega nord per l'indipendenza della Padania).
Preoccupiamoci piuttosto - questo è, signor Presidente, onorevoli colleghi, il punto che più ci sta a cuore - di evitare interruzioni troppo lunghe al processo riformatore perché le riforme sono necessarie al paese, perché il paese ha bisogno di essere riformato, non soltanto nella sua economia, non soltanto nella sua organizzazione sociale ma anche nelle sue istituzioni, per metterci al passo con l'Europa ed essere in grado di cogliere appieno le opportunità che insieme a tanti rischi l'Europa ci offre.
Riprendiamo allora il cammino delle riforme per quella che abbiamo sempre chiamato la via maestra delle riforme: la costituente (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e della lega nord per l'indipendenza della Padania - Commenti).
I tempi ci sono! Se questo Parlamento decidesse rapidamente l'istituzione di una Costituente, noi potremmo arrivare alla conclusione della legislatura con il referendum popolare pronto alla messa in opera.
Noi siamo certi che laddove il Parlamento non è per tre volte riuscito, riuscirà il popolo sovrano, solo che - come si diceva una volta - si restituisca al sovrano lo scettro perduto, solo che si offra al popolo la facoltà di eleggere un'Assemblea costituente per riformare la Costituzione.

LUIGI OLIVIERI. Tre anni!

BEPPE PISANU. Per questo noi - ed ho concluso, onorevoli colleghi - proporremo alla prossima Conferenza dei presidenti di gruppo di iscrivere nello spazio del calendario riservato alle opposizioni, o alla opposizione, le proposte di legge istitutive dell'Assemblea costituente. Ce ne è una di forza Italia, ce ne sono altre di alleanza nazionale, del CCD, del CDU e della lega.
Mercoledì scorso, onorevoli colleghi, il presidente Berlusconi vi ha chiesto di riflettere sui quattro punti cruciali della riforma. Oggi, nonostante la richiesta di rinvio, tutto ci induce a pensare che l'esito negativo di quella riflessione è scontato. Ed allora prendiamo atto da subito di questo esito negativo e alziamo lo sguardo verso una prospettiva più democratica e più certa di riforma della Costituzione: la Costituente. Su questo oggi vi chiediamo di riflettere (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia, della lega nord per l'indipendenza della Padania e per l'UDR-CDU/CDR).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Comino. Ne ha facoltà.

DOMENICO COMINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, è usuale dalle mie parti indicare il comportamento di certe persone poco trasparente, dubbioso e via dicendo, con un'espressione tipica che suona pressappoco così: «A l'ha fait na figura da ciuculate», che tradotto in italiano significa: «Ha fatto una figura da cioccolataio». Lo dico con tutto il rispetto


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per la nobile professione dei cioccolatai; oltre tutto non saprei dire per quale motivo essi siano additati in questo modo, cioè ad esempio di negativo comportamento sociale.

PRESIDENTE. Perché giravano per le strade.

DOMENICO COMINO. Debbo ricordare, signor Presidente, che c'è una norma costituzionale che verrebbe disattesa dalle proposte che ho ascoltato. Mi riferisco al comma 3 dell'articolo 3 della legge istitutiva della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali che afferma: «Non sono ammesse questioni pregiudiziali, sospensive, di non passaggio agli articoli, di rinvio in Commissione».
La discussione è terminata, onorevole Marini! Non possiamo appigliarci ad escamotage regolamentari, come è sempre stato fatto qui dentro, disattendendo ciò che voi stessi avete approvato o comunque contribuito ad approvare.
Non so se questi nobili padri neo-costituenti passeranno alla storia; sicuramente aspireranno alla candidatura al Nobel per la chimica, visto che sono continuamente alla ricerca di nuove formule di collanti e di adesivi, che non hanno lo scopo di rimettere insieme qualche maggioranza, ma nel nome del superiore interesse dello Stato cercano tutti gli accordi possibili in spregio al vero detentore della sovranità, che non si trova in questa Camera o nell'altra, ma che risiede nella volontà popolare (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).
Voi, in realtà, non volete ammettere che non si tratta di cercare un collante fra destra e sinistra, perché voi state cercando un collante per un paese che sta assieme con i cerotti e che non ci può più stare. Finché non prenderete coscienza di ciò e non vi assumerete la vostra responsabilità rispetto a questo stato di cose, non andrete da alcuna parte.
Dubito anche che un progetto puro e semplice di costituente, ancorché supportato da diversi gruppi parlamentari, possa risolvere il problema. Se non entrate nell'ordine di idee di consentire una cessione di sovranità a favore della Padania, da una parte, e del sud, dall'altra, non si andrà da alcuna parte (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).
Dico questo nel momento in cui siete tutti compiaciuti di aver ceduto la massima sovranità dello Stato, qual è quella di battere moneta, ad un organismo sovranazionale. Ancora un po' e cederemo la sovranità di armare l'esercito, visto che la NATO andrà in quella direzione. Quindi, la risposta che intendete dare al legittimo desiderio di libertà dei popoli non consiste in una cessione di sovranità verso l'alto, bensì in una cessione di sovranità verso il basso (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).
Pertanto, signor Presidente, il nostro gruppo è decisamente contrario alle «pastette» dei rinvii. Onorevole D'Alema, abbia il coraggio di assumere l'iniziativa che le compete come presidente della Commissione: faccia votare gli emendamenti riferiti agli articoli in discussione e se questo meccanismo fallirà, si ridia, come ho già detto, la parola al corpo elettorale (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bertinotti. Ne ha facoltà.

FAUSTO BERTINOTTI. Colleghe e colleghi, non mancano le nostre perplessità per questa richiesta avanzata dall'onorevole Marini di un rinvio, perplessità riguardanti la coerenza con i dettati di legge, e qualche preoccupazione politica, quella secondo la quale un rinvio potrebbe essere inteso da una parte dell'opinione democratica del paese come una ulteriore ricerca di mediazione.
Tuttavia a noi sembra che, se il nostro compito è quello di registrare oggi che il progetto politico che ha originato la bicamerale è giunto alla fine, per il rialzo di aspettative e di rivendicazioni operate da


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destra, dobbiamo concorrere a non ostacolare e a favorire una conclusione ordinata e comprensibile di questa vicenda.
Questo passaggio tuttavia è assai impegnativo. Non ingannano le forme qui trattenute e composte del confronto; in realtà siamo di fronte ad un passaggio impegnativo e rilevante. L'idea di una soluzione sostanzialmente presidenzialista da dare al dibattito in corso sull'ordinamento democratico del paese prende un colpo rilevante e cade, almeno per ora; noi speriamo per sempre, almeno per i tempi politicamente prevedibili.
Ma non siamo interessati alle macerie che si costruiscano su questa caduta per noi indispensabile, e perciò ordiniamo il nostro comportamento in questa discussione al fine di poter riprendere un confronto ed un dialogo con tutte le forze democratiche e progressiste sull'ordinamento della democrazia del paese e sullo stato del paese reale.
Non cade, infatti, con la conclusione della bicamerale un tema reale, che è di fronte a noi, seppure è stato così rilevantemente enfatizzato, e cioè come va organizzato lo Stato repubblicano in questo prossimo futuro che abbiamo di fronte.
Ma per poter fare questa discussione senza ripercorrere gli errori che hanno portato al fallimento della bicamerale credo sia necessario fissare due premesse: la prima riguarda la maggioranza che sostiene questo Governo e la considerazione secondo la quale le destre, queste destre, alfine si sono rilevate contrastanti sul terreno della costruzione delle riforme costituzionali non solo con noi, la cui avversione era manifesta ed esplicita in partenza, ma con tutto il centro-sinistra, almeno nel suo epilogo. E questo perché queste destre hanno lavorato attorno ad un'idea a loro congeniale di democrazia delegata e di personalizzazione della politica, di ricerca di una forma di governo sostanzialmente sovraparlamentare, in modo da poterla metterla al riparo essenzialmente dal conflitto e dalla conflittualità sociale. Su questa base hanno prodotto l'affondo di questi ultimi giorni, il quale però non era incoerente con le premesse di partenza.
Il secondo elemento riguarda la crisi strisciante dell'attuale forma di bipolarismo in cui è organizzata la vita del paese; crisi strisciante, naturalmente, e tuttavia significativa. Penso infatti che forza Italia, che l'onorevole Berlusconi, abbiano portato quest'attacco alla possibile conclusione della bicamerale nei termini con cui era stata licenziata la sua conclusione non in nome di un'estremistica offensiva di destra, di uno scavalcamento di alleanza nazionale, ma in nome del far strada ad un progetto di ricostruzione di un nuovo centro. Insomma, credo che forza Italia abbia, come diceva il navigatore, cercato di buscare il levante prua al ponente, portando cioè un attacco da destra per aprire uno spazio al centro.
E allora la fine di questa bicamerale non solo non deve essere la fine di un discorso sulla democrazia futura del paese, ma deve anche essere, per le forze progressiste, un discorso di come si fronteggiano questo pericolo e queste nuove minacce. Vorrei dire ai compagni ed amici del centro-sinistra che forse va indagata, nel fallimento della bicamerale, anche quella sorta di «pensiero unico» che la presidiava secondo il quale l'«uovo» era comunque bene. Vorrei dire all'onorevole Marini che non si tratta tuttavia del fallimento di questo Parlamento e di tutti i parlamentari, ma invece di una precisa ispirazione politica.
In ogni caso, a me questo non sembra il momento di recriminare ma quello di guardare al paese reale, ad un paese in cui frana la campagna e nelle ferrovie possono accadere disastri, un paese dove la disoccupazione spinge a fenomeni di disaffezione e di disincanto dalla politica. Per questa ragione non gioiamo e proponiamo, invece, alle forze del centro-sinistra di riprendere le fila di un ragionamento comune che affronti anche il problema di come si organizza il corpo della democrazia rappresentativa, corpo ora liberato dall'ingombro presidenzialista e dal condizionamento pesante delle destre.

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La strada maestra non risulta essere l'assemblea costituente, perché sarebbe davvero un esito paradossale: in una condizione in cui non si sa saltare un ostacolo posto a 50 centimetri d'altezza, mettere l'asticella a 100 centimetri non mi sembra un buon modo di procedere. Lo spirito costituente non si è visto all'opera e non potrebbe essere resuscitato da nessun evento istituzionale. In realtà la via maestra esiste, ed è quella che prevede la Costituzione, quella dell'articolo 138, sulla base del quale operare attraverso un confronto rinnovato tra le forze della maggioranza, un confronto che consenta ai temi della giustizia di essere depositati sui binari della legislatura ordinaria, e che affronti non i problemi immaturi per questa maggioranza, bensì quelli maturi e necessari. Mi riferisco alla forma di Stato, ad un sistema che, essendo anchilosato dall'esistenza di due Camere parallele, necessita di un superamento del suo attuale assetto; mi riferisco all'individuazione dei poteri delle regioni per poter governare tormentati e complessi processi economici e sociali fuori dall'orizzonte di un federalismo liberale che invece li aggraverebbe.
Noi proponiamo alle forze di maggioranza la ripresa di un discorso su una nuova fase politica che riguardi il «dopo bicamerale» e l'azione del Governo dopo l'euro, un confronto tra sinistre, tra progressisti per riaprire un discorso sulla democrazia in Italia e per ricollegarsi al paese, per incontrare le ragioni di quel malessere e di quel disagio che il nostro popolo prova e che possono essere affrontate in un nuovo confronto tra le forze progressiste (Applausi dei deputati dei gruppi di rifondazione comunista-progressisti, dei democratici di sinistra-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole D'Amico. Ne ha facoltà.

NATALE D'AMICO. Signor Presidente, la scorsa settimana, in questa stessa sede, proponemmo una pausa di riflessione convinti della necessità del processo di riforma della nostra Costituzione e del fatto che, per giungere a questa riforma, fosse necessario un consenso ampio, non su ciascuno dei punti della proposta, ma sul suo complesso e sul percorso che avrebbe portato alla riforma stessa.
La posizione espressa la scorsa settimana da forza Italia faceva venir meno il secondo requisito - il consenso ampio - ma non faceva venir meno la necessità della riforma. Per questo proponemmo una strada per individuare le eventuali condizioni di consenso ampio per la prosecuzione del processo riformatore. Continuiamo a sperare che ciò sia possibile ed è per questo che giudichiamo ragionevole la proposta dell'onorevole Marini, segretario del partito popolare, perché rappresenta un segnale di disponibilità a riaprire il confronto, a ricercare tutte le strade per non far perdere al paese un'opportunità.
Questo è il motivo per cui esprimiamo il nostro parere favorevole a quella proposta che peraltro non ci sembra, presidente Comino, in contrasto con la legge istituzionale n. 1 del 1997 che ha istituito la Commissione bicamerale. Non c'è dubbio sul fatto che questa Assemblea possa decidere rispetto alla calendarizzazione dei provvedimenti al suo esame e non c'è dubbio sul fatto che la Commissione bicamerale possa essere riconvocata.
Se la richiesta di un'ulteriore pausa di riflessione non venisse accolta, se non si giungesse ad alcun risultato, dovremmo tornare a ragionare non già sulla necessità della riforma istituzionale ma sui motivi che ci inducono a ritenere quella riforma necessaria. Abbiamo sostenuto la necessità delle riforme per molti motivi, fra cui ve n'è uno essenziale: recuperare la stabilità politica nel nostro paese, convinti come siamo che esso abbia compiuto grandi passi in avanti allorché ha recuperato la dimensione della stabilità nella conduzione della finanza e che ne possa compiere altri quando recupererà una condizione di stabilità anche nella politica e nel Governo.
Sappiamo che quella stabilità è il frutto di regole ed anche di un processo politico. Nel momento in cui ci rendessimo


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conto che, purtroppo, non è possibile produrre regole per la stabilità, sarebbe irresponsabile ed incomprensibile per i cittadini «buttare a mare» quel poco di stabilità che siamo riusciti a recuperare attraverso il percorso della politica.
È inoltre certo che vi è delusione, perché può darsi che un anno di lavoro venga in larga misura perduto; un anno di lavoro che ha visto impegnati numerosi parlamentari della maggioranza e dell'opposizione, di questo e dell'altro ramo del Parlamento, nella ricerca di una soluzione che facesse fare passi in avanti alle istituzioni nel nostro paese.
Voglio ricordare che vi è molto da fare in questo Parlamento ed in questa legislatura sul terreno delle riforme, che non comportano necessariamente la modifica della Costituzione, sui grandi temi del lavoro, della scuola e della giustizia (per accelerare i processi e per rendere più giusta la giustizia), nonché della lotta alla criminalità, del federalismo a Costituzione invariata, dell'amministrazione pubblica che recuperi efficienza al servizio dei cittadini. Su tutti questi terreni è possibile un percorso riformatore.
Credo allora che sia necessario ritornare al punto di partenza politico: la base di consenso di questa maggioranza e del suo Governo si sta allargando nel paese! La responsabilità primaria della maggioranza, che quest'ultima si è assunta nelle elezioni di due anni fa, è quella di assicurare un Governo al paese; il che non vuol dire un Governo per l'ordinaria amministrazione, ma un esecutivo che faccia fare passi in avanti al paese nel processo di grande modernizzazione di cui esso ha bisogno. Su questo tema credo che la maggioranza non abbia alcuna intenzione di abdicare di fronte alla propria responsabilità, di fronte ai grandi processi di riforma che possono essere posti in atto anche a Costituzione invariata.
E poi - perché no? - ricordiamo che vi è la strada prevista dall'articolo 138 della Costituzione anche per apportare modifiche alla Costituzione; si tratterebbe, di certo, di modifiche che non siano una revisione organica, ma che possano far cambiare singoli aspetti delle regole istituzionali che non vanno bene.
Quanto alla proposta di una Assemblea costituente, è certo che quest'ultima richiederebbe ancor più spirito costituente di quello necessario per la strada che avevamo intrapreso e che oggi vediamo seriamente messa in discussione ed in pericolo. A noi non pare che oggi il «no» che viene da forza Italia su di una proposta di riflessione ed sulla dichiarazione di disponibilità della maggioranza riguardo all'opportunità di riavviare il discorso sulle riforme, sia un «no» che testimoni l'esistenza di uno spirito costituente! Non crediamo, allora, che esistano le condizioni per avviare un'opera ancora più radicale di riforma della Costituzione, che richiederebbe uno spirito diverso da quello che si sta manifestando oggi in quest'aula (Applausi dei deputati del gruppo di rinnovamento italiano).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Paissan. Ne ha facoltà.

MAURO PAISSAN. Il collega Berlusconi ed il gruppo di forza Italia si sono assunti una responsabilità non lieve: la responsabilità di stroncare, chissà per quanto, il processo di riforma costituzionale; la speranza di avere in tempi storici, e non biblici, una Carta costituzionale innovativa. A nostro avviso, si tratta di una responsabilità da irresponsabili! Una responsabilità gravata dal carattere a nostro avviso non trasparente e non lineare della scelta, il quale viene rivelato anche, ad esempio, dalla contraddizione tra i proclami sul rafforzamento del presidenzialismo e del carattere maggioritario del nostro sistema politico ed una realtà fatta di ammiccamenti e di dichiarazioni che vanno in tutt'altra direzione: vanno verso impianti istituzionali di sostegno ad un'ipotesi centrista e di attacco al bipolarismo!
Tra i colleghi deputati circola un paragone che trovo più scherzoso che offensivo; è forse irriverente, ma non offensivo: è quello tra Cossiga e Berlusconi, da


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una parte, e Boncompagni ed Ambra dall'altra. In cabina di regia stava Gianni Boncompagni, in scena stava Ambra con una sorta di radiocomando. Vorrei togliere ogni parvenza offensiva a questo paragone, ma certo che il presidenzialismo tratteggiato dal testo aperto della bicamerale, quel sistema semipresidenzialista non erano certo funzionali al nuovo progetto centrista portato avanti, con coerenza, con determinazione, con intelligenza, dal Presidente Cossiga.
Come trovo contraddittorio e anche poco trasparente negare a parole la centralità della questione giustizia e, in realtà, finalizzare buona parte della propria iniziativa politica a questo tema, se non a questa fissazione. Ma su questo argomento devo dire qui...

PRESIDENTE. Chiedo scusa, onorevole Paissan. Colleghi, per cortesia. Onorevole Galletti, per piacere.

MAURO PAISSAN. ... che non ho trovato né positivo, né felice il fatto che da esponenti della stessa maggioranza di Governo e anche da titolari di alte cariche istituzionali siano uscite, dopo la fuga di Gelli e Cuntrera, proposte, riflessioni e indicazioni che rimettevano in discussione garanzie previste addirittura dalla prima parte della Costituzione. Si è trattato di una risposta emotiva, poco meditata, poco fondata e, secondo noi, non condivisibile.
Da parte di forza Italia sono giunte poi accuse infondate, strumentali, alla maggioranza di avere proceduto con una sorta di autosufficienza. Ripetiamo qui quello che abbiamo, purtroppo, dovuto dire in altre occasioni di dibattito sui lavori della bicamerale: noi abbiamo spesso subito una maggioranza altrui su questi temi, su temi anche decisivi come quello della forma di governo. Noi non eravamo per quell'ipotesi; abbiamo preso atto della formazione di una maggioranza diversa dalla nostra.
E da questo punto di vista ho trovato bizzarra la pretesa postuma, espressa qui, poco fa, dal collega Pisanu, di pretendere di giungere a una riforma della Costituzione su un più volte citato programma della coalizione che ha perso le elezioni! Mi pare una pretesa un po' eccessiva. Comunque, così ha deciso forza Italia: parlo di forza Italia perché è evidente, dalle dichiarazioni e anche dai comportamenti politici, che i gruppi di alleanza nazionale e del CCD risultano più vittime che protagonisti di una scelta politica.
A pagare le spese di tutto ciò sarà il paese, che dovrà attendere altro tempo, e forse altri tempi, per raggiungere i parametri di una democrazia più vera, di diritti e garanzie più forti, di uno Stato più efficiente e più giusto. E un danno verrà anche alla politica: riprenderanno potere e forza - e già si individuano i sintomi - i poteri reali, i poteri di fatto; riprenderà forza una certa magistratura non disponibile all'azione della politica; riprenderanno forza i poteri economici; riprenderanno vigore demagoghi e populisti vari che già girano, circolano per le strade del paese; riprenderanno ruolo politico - insisto: ruolo politico - certi settori della Chiesa; si ridefinirà il controllo dei mezzi di comunicazione e di informazione, come stiamo leggendo proprio in questi giorni sui giornali.
Oggi è difficile dire se, e in quale misura e in quale modo, il lavoro fatto finora di riforma della Costituzione sia recuperabile. Noi confidiamo, contro ogni speranza, in un rinsavimento. Noi siamo per verificare le eventuali, residue possibilità di recupero, anche se, all'apparenza, oggi non esistono.
Anzi, in questi giorni, perfino in queste ore, abbiamo dato dimostrazione di volerci e saperci impegnare in questa direzione, offrendo anche ipotesi di soluzioni concrete...

PRESIDENTE. Colleghi, per piacere! Onorevole Guarino, vuole prendere posto?
Prosegua, onorevole Paissan.

MAURO PAISSAN. ... sia sulla parte delle garanzie sia su quella dei poteri del Presidente eletto dal popolo, indicazioni offerte senza venir meno ai nostri principi, ai nostri valori di fondo.


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L'esito di cui dobbiamo prendere atto (lo dico in particolare ai gruppi, alle forze politiche della maggioranza) pone la questione dell'orizzonte da dare alla seconda parte della legislatura. Questa legislatura può e deve vivere, sì, di speranza di riforma costituzionale, a partire da quella parte di riforma dello Stato sulla quale abbiamo già lavorato e che non può essere dispersa, ma soprattutto può e deve vivere di rilancio forte dell'iniziativa, dell'azione, dell'immagine del Governo, intervenendo forse anche sulla sua composizione, ma soprattutto rilanciando la spinta innovatrice e riformatrice della maggioranza di centro-sinistra in campo sociale, in campo ambientale, nel campo dei diritti.
Il collega Marini poco fa ha avanzato una proposta di rinvio di questa discussione: se è praticabile, noi la condividiamo, ma non per protrarre un'agonia; questa mi pare non fosse l'intenzione del collega Marini nell'avanzarla. Si verifichi quel che c'è da verificare e poi, però, si dedichino energie, intelligenze ed impegno nell'offrire le risposte possibili ai bisogni del paese (Applausi dei deputati del gruppo misto-verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Buttiglione. Ne ha facoltà.

ROCCO BUTTIGLIONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la saggezza popolare dice che quando si imbocca un vicolo cieco è saggezza tornare indietro e l'unico modo per andare avanti è avere la lealtà di tornare indietro (Commenti). A me sembra ormai accertato che quello della bicamerale si è rivelato un vicolo cieco, come i sentieri che i boscaioli tracciano nel bosco tagliando un albero, poi un altro, poi un altro, poi un altro, e il viaggiatore inesperto che si avvia su uno di questi sentieri ad un certo punto vede che questo è finito e se si ostina a voler continuare finisce in un burrone. La saggezza ci consiglia di prendere atto del fatto che questo sentiero è un sentiero interrotto. Lo dico non senza amarezza, perché anch'io ho sperato che questo fosse il sentiero capace di portarci alle riforme.
Ma proviamo a confrontare le ambizioni originarie con le quali siamo entrati in questo sentiero con i risultati che abbiamo ottenuto. Volevamo un nuovo patto di solidarietà territoriale fra le diverse regioni, fra il nord e il sud del paese, anche fra l'est, che assume sempre più una sua autonoma e specifica fisionomia, e l'ovest. Ci viene proposto un federalismo pasticciato, in cui gran parte delle norme concrete contraddice principi pur solennemente enunciati. Abbiamo un compromesso di federalismo e di centralismo che certamente non garantisce che il nuovo federalismo possa effettivamente decollare. Abbiamo il rischio gravissimo di duplicare le catene di comando, una che va dagli elettori alle autorità elette nelle regioni, l'altra che continua ad andare dal Governo verso le medesime regioni, con il risultato di intralciarsi a vicenda e di rendere difficile, ancor più di quanto non lo sia oggi, una corretta amministrazione del paese. Dirò, adesso, qualcosa che forse scandalizzerà gli amici della lega: la Francia è un paese non federalista, ma centralista; però, almeno, ha un centralismo coerente che funziona ed è un paese amministrato passabilmente bene. Una classe dirigente all'altezza delle domande del paese può anche dire lealmente di essere contro il federalismo e di volere un sistema centralista; allora, lo dica e ci dia una Costituzione centralista che funzioni: non è possibile offrire un compromesso incapace di funzionare.
Sia chiaro: io sono per una soluzione federalista, ma è meglio un centralismo francese che funziona di un federalismo italiano pasticciato, fatto per non funzionare.
Avevamo la speranza di un nuovo patto di solidarietà e di libertà tra i gruppi sociali e tra le generazioni: abbiamo un principio di sussidiarietà così stravolto che non tutela né la società civile, né il mercato, né la famiglia, né l'impresa contro le prepotenze dello statalismo. Il principio di sussidiarietà non si applica soltanto al rapporto tra diversi enti pubblici, non si applica soltanto al rapporto tra lo Stato, la regione, la


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provincia, il comune: si applica anche e prima di tutto al rapporto tra la persona e la famiglia, tra la famiglia e la comunità locale; tutela il diritto di iniziativa, il diritto di costruire, il diritto di avere uno Stato che non interferisce con la libertà degli individui, salvo quando sia in gioco una finalità che non può essere affidata a questa libertà. Noi abbiamo un principio di sussidiarietà monco e limitato semplicemente all'ambito del rapporto tra gli enti pubblici.
Volevamo un nuovo patto di giustizia tra lo Stato e gli individui, per garantire la legalità e la libertà: ci si offre un sistema che è per metà inquisitorio e per metà accusatorio e che genera, alla fine, arbitrio ed incertezza del diritto.
Volevamo un esecutivo eletto direttamente dal popolo ed una distinzione chiara tra il legislativo e l'esecutivo: ci si offre un sistema che è, insieme, presidenziale e parlamentare.
Su ognuno di questi punti il gruppo parlamentare per l'UDR-CDU/CDR ha le sue posizioni, che difende accanitamente. Io però vorrei oggi parlare anche in difesa dei principi elementari di una logica istituzionale. Siamo disposti a perdere davanti a chi affermi con nettezza un sistema, mettiamo, inquisitorio: torniamo al codice Rocco, che dava, in fondo, maggiori garanzie agli imputati di quello in cui siamo adesso incastrati ed anche di quello che si minaccia o si minacciava di realizzare attraverso la bicamerale.
Realizziamo uno Stato centralista che funzioni: siamo più disposti a perdere davanti a questo che non davanti ad una caricatura di federalismo.
In Commissione si sono enunciati giusti principi, ma si sono inseriti anche gli antidoti che impediscono ai principi di funzionare: per questo il nostro consenso, via via più esitante nella discussione delle diverse parti, è diventato dissenso quando abbiamo avuto una visione d'insieme e quando abbiamo constatato che su questa visione d'insieme non si era disposti ad intervenire con modifiche significative. Ma perché è fallita la bicamerale? Credo perché la si è sovraccaricata della preoccupazione, tutta partitica e politica di breve respiro, di garantire per il presente e per il futuro equilibri politici fragili e dannosi per il paese. Non è possibile tornare in Commissione, per ragioni di fatto e di diritto: il testo della legge istitutiva della bicamerale non lo consente e non esistono le prospettive perché il rinvio generi un accordo; significa ostinarsi dentro un vicolo cieco, invece di fare rapidamente quella marcia indietro che consente di disegnare un nuovo cammino.
Non regge ed offende il Parlamento la minaccia, che ogni tanto fa capolino, di elezioni anticipate. Come ha detto giustamente il Presidente della Repubblica, prima di scrivere una nuova Costituzione, bisogna leggere quella che c'è; ed in quella che c'è non è scritto che si fanno le elezioni anticipate quando conviene ad una parte politica, fosse anche la parte politica di maggioranza. Questo avviene, semmai, nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del nord; in Italia si fanno le elezioni anticipate quando il Parlamento non è capace di esprimere una maggioranza di Governo. È disposto l'Ulivo a riconoscere di non essere capace di esprimere una maggioranza di Governo e con quale formula politica intende andare alle elezioni in tal caso? Se non esiste questa confessione di incapacità a governare, non è possibile parlare di elezioni anticipate.
Quando si discusse la legge istitutiva della bicamerale, l'onorevole D'Alema disse in quest'aula che il suo fallimento sarebbe stato il fallimento di un'intera classe politica. Io credo che bisogna prendere atto della gravità di quello che è accaduto: una classe politica, almeno parzialmente, ha fallito. Dissi allora che, se la bicamerale avesse fatto fallimento, sarebbe stato inevitabile restituire la parola al popolo sovrano, convocando un'Assemblea per la riforma della Costituzione. Signor Presidente, noi oggi crediamo che questo sia il cammino che si può imboccare dopo essere usciti dal vicolo cieco: noi chiediamo un'Assemblea per la riforma della Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo per l'UDR-CDU/CDR).

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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Follini. Ne ha facoltà.

MARCO FOLLINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il centro cristiano democratico aveva indicato, all'inizio di questo percorso, una strada diversa, quella dell'Assemblea costituente: è noto, e lo ripeto perché è un tema che tornerà di qualche attualità. Abbiamo tuttavia seguito, con convinzione e con un ragionevole grado di fiducia, una strada che non era la nostra: non so se sia un vicolo cieco, somiglia piuttosto, per il punto a cui siamo, ad un labirinto.
Ricordo che, lungo quel percorso, i parlamentari del centro cristiano democratico hanno dato un contributo rilevante: lo hanno fatto in particolare il senatore D'Onofrio, relatore sul federalismo, forse la parte migliore dei lavori di questi mesi, e la senatrice Dentamaro, relatore sul bicameralismo. Sono state poste a più riprese nei giorni scorsi dall'onorevole Berlusconi alcune fondamentali questioni che riguardano l'impianto delle riforme; a tali questioni è stata data una risposta di metodo e di procedura, ma non era questione di procedura: era ed è questione di contenuto. Noi apprezziamo che siano venuti meno i toni ultimativi che avevamo ascoltato nei giorni scorsi, l'illusione che la maggioranza anche in questo campo potesse fare da sola. Credo che le difficoltà nelle quali oggi ci troviamo siano anche figlie di questa illusione, figlie dell'idea che questa maggioranza potesse fare da sé o almeno potesse fare solo alle sue condizioni e a garanzia della propria tenuta.
Ci viene formulata una proposta dall'onorevole Marini, di cui crediamo di capire e apprezziamo lo spirito, e tuttavia quella proposta non ci sembra risolutiva. Non dirò che una sospensione, come avrebbe detto il presidente D'Alema, è come il sigaro di Churchill, che non si nega a nessuno; dico che la apprezzo e che però non risolve.
Noi siamo chiamati a diradare alcuni equivoci: senza far questo, rischia di imboccare un vicolo cieco non soltanto la riforma delle istituzioni, ma il dialogo politico. Abbiamo sentito, intorno alle posizioni del Polo, tanta dietrologia e qualche volta una dietrologia molto contrastante. C'è una interpretazione che descrive una opposizione radicalizzata e «barricadera» e c'è, dalla parte opposta, un'interpretazione, una dietrologia che ci vede in cammino verso un grande centro. Noi che del centro coltiviamo il valore non abbiamo esitazione a dire che questa rappresentazione è del tutto fantasiosa. Credo che un osservatore sereno non possa non cogliere in queste due dietrologie contrapposte un dato di inesorabile contraddizione. E tuttavia riescono entrambe a non essere vere e ci sforzeremo di dimostrarlo nel cammino politico e istituzionale che abbiamo davanti a noi.
Voglio dire all'onorevole Paissan che noi non siamo vittime. Noi siamo, per la nostra parte, che è piccola ma non irrilevante, protagonisti, se non altro per l'apporto che abbiamo dato, per la convinzione con cui abbiamo affrontato questo passaggio. Se lo spirito costituente, da cui la bicamerale avrebbe dovuto trarre il suo alimento e che per qualche tempo all'inizio è sembrato aleggiare, si è poi perso, questo appartiene alle logiche, alle chiusure, all'azione di autodifesa della maggioranza, non all'opposizione.
A questo punto, un atto di chiarezza, anche dolorosa, serve a non spezzare del tutto un filo di dialogo esile, di cui il nostro paese più ancora della nostra politica tornerà ad avere bisogno (Applausi dei deputati del gruppo misto-CCD).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Crema. Ne ha facoltà.

GIOVANNI CREMA. Signor Presidente, i deputati socialisti intendono assecondare la proposta dell'onorevole Marini, come abbiamo sempre favorito in passato il progetto riformatore della Costituzione, per dare all'Europa un paese più moderno, più efficiente e più democratico. In un primo tempo, lo abbiamo ricercato con il nostro progetto di legge di riforma della seconda parte della Costituzione; poi, in


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Commissione bicamerale, con le proposte di emendamento del testo formulato, prima nei Comitati e poi in sede plenaria; infine, qui in aula, nel dibattito e nel voto.
Anche noi siamo tra coloro che si aspettavano e si aspettano un'azione riformatrice più coraggiosa e coerente, non solo nella forma di governo, ma anche nel campo delle garanzie individuali e collettive, perché anche la giustizia italiana divenga più europea.
Abbiamo sempre sostenuto che il Governo andava tenuto fuori dalle scelte e dalle conseguenze politiche della riforma costituzionale. Fino ad ora è stato così e così deve continuare ad essere, per proseguire nell'opera di risanamento e per iniziare finalmente la fase due dello sviluppo, al fine di non rendere vani gli enormi sacrifici dei nostri concittadini. Se ciò avvenisse, questo sì, non ci sarebbe mai perdonato.
Abbiamo sostenuto che la maggioranza di Governo non doveva coincidere con la maggioranza delle riforme e continuiamo a sostenerlo. Sosteniamo - con l'onorevole Bertinotti - che anche noi non siamo interessati alle macerie. Sentiamo quindi forte la necessità di uscire da questa fase di scontro e di prefallimento. Ma questo sforzo si può compiere solo se esiste un grande spirito riformatore, che vale sia per il lavoro di riforma da svolgere eventualmente in quest'aula sia nell'ipotesi della strada maestra, che per noi era e rimane ancora l'Assemblea costituente.
È questo spirito costituente - che non c'è e che è tanto necessario - che va recuperato. Ecco perché noi asseconderemo la proposta dell'onorevole Marini (Applausi dei deputati dei gruppi misto-socialisti democratici italiani e misto-verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Malavenda. Ne ha facoltà.

MARA MALAVENDA. Presidente, colleghi, questi ultimi giorni sono stati - possiamo definirli così - il trionfo dell'«inciucio», anche se in questa situazione l'inciucio ha prodotto ben poco, per una ragione ben precisa: anche se è una parola che non vi è mai piaciuta, dovete ammettere che in quest'aula la parola «ricatto» ha pesato, pesa ed impera tutt'ora. Lo dimostrano i fatti. Cos'è, se non il ricatto, che porta alla situazione di oggi?
In questi mesi avete tentato di realizzare - e stava prendendo forma giorno dopo giorno, passo dopo passo - un progetto che somigliava sempre di più e ricordava sempre di più il sinistro piano di rinascita democratica del famoso Gelli, che oggi se ne va tranquillo e si può consentire di scappare dalla galera e di farla franca, indisturbato.
Avevate disegnato lo scenario di una vera e propria barbarie (il cui filo conduttore era costituito dallo smantellamento e dalle privatizzazioni), che ignorava i diritti fondamentali degli uomini, per approdare ad una società sorda ai bisogni dei deboli, sensibile unicamente alle leggi del mercato e del profitto.
Si diceva che non è vero, che non ci sono la massoneria e le logge. Ma chi, se non le lobby e le logge, pretende e vuole a tutti i costi la protezione, la copertura ed il totale dominio del capitale? Il presidenzialismo, quello forte o quello «soft»: ne abbiamo sentite tante di proposte, tutte in una sola direzione, tutte arrivavano semplicemente e soltanto allo smantellamento progressivo delle garanzie e delle tutele dei lavoratori, dei disoccupati, della povera gente.
Tutti sono stati impegnati a disegnare un sistema che va unicamente a vantaggio di chi lo può praticare. Si capisce bene, allora, l'accanimento di forza Italia; l'accanimento e l'impegno dell'onorevole Berlusconi, che già assaporava l'azzeramento dei suoi conti con la giustizia. Quanto impegno, quanto fervore! Ma chi sono questi, se non lobby, potere nascosto, potere occulto? Ecco i massoni, sono tra di noi, sono stati qui in aula ed hanno preteso questo. Ed oggi siamo arrivati a questo: al disegno sinistro dello smantellamento dello Stato sociale, privatizzato e spezzettato. Nessuna garanzia: lo sanno bene i lavoratori ed i disoccupati, che


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hanno pagato in termini di sicurezza, di sanità, di salute, di tutela del territorio; tutti temi che vengono riproposti sistematicamente con calore, ma poi - guarda caso - di fronte agli interessi cadono miseramente nel dimenticatoio. Allora manganello per i disoccupati: succede sempre più spesso. Ma perché non vi date da fare sulle questioni del lavoro invece di litigare? È nella prima parte della Costituzione (è il primo dei diritti fondamentali), che nessuno di voi vuole modificare. Lo avete detto tutti, mi pare che su questo siate tutti d'accordo: la prima parte non va toccata, non va cambiata. Bene: il primo diritto fondamentale è il lavoro.
Si risponde con il manganello, con la galera, e conoscete tutti bene gli ultimi fatti di Napoli (ormai è diventata routine vedere i disoccupati in galera e i manganelli della polizia). Basta l'esempio della FIAT, un padrone forte, certo, quello che fa scuola in Italia, alza il telefono e chiama i suoi celerini: trecento contro un picchetto di cinquanta lavoratori. Lo può fare (io stessa sono finita in ospedale) perché questa è la legge dei forti, la legge che divide. Dividendo si impera e si continua a comandare. Lo sanno bene quelli che cercano casa. La casa è diventata ormai un diritto per pochi, per quelli che già ce l'hanno, per quelli che hanno i soldi per comprarla. Ma cosa rispondiamo ai senzatetto? Gliele vendiamo le case, anche quelle costruite con il denaro dei lavoratori? Cosa gli diciamo, che o hanno i soldi per comprarle oppure si venderanno ai privati, alle banche, alle immobiliari? Un pensionato, può mai avere i soldi per acquistare una casa al prezzo di mercato? O un disoccupato, un cassintegrato, un lavoratore socialmente utile? Altra piaga, quest'ultima: lavoro nero. Questo avete fatto negli ultimi mesi, questa è la Costituzione che volevate disegnare, giorno dopo giorno. La cornice finale per un percorso di questo tipo, che sancisce lavoro nero per i disoccupati, che sancisce che i giovani si devono accontentare di 500-700 mila lire al mese e stare zitti, chinando la testa prima ancora di avere il lavoro, che altrimenti non avranno mai. Un lavoro che non avranno se non chinano la testa, se non bussano alla porta giusta del vostro sottogoverno, del sottogoverno di questo potere. Questo non ci piace. Tutto questo ha prodotto solamente divisioni, indebolimento, separazione tra i lavoratori. Quando i lavoratori sono deboli non hanno voce per parlare, per pesare, per esprimersi. Questo è successo nei luoghi di lavoro e in questo Parlamento. Cosa, se non questo, è un presidenzialismo forte, di chi si vuole accaparrare il potere per decidere sulla testa di tutti gli altri? Cittadini di serie A e di serie B, allora, così come lavoratori di serie A e di serie B. O sei nelle regole del gioco o chini la testa; o dici di sì o sei contro, da escludere, da mettere da parte.
Proprio in questi giorni si discute del processo di Torino a Mattioli, al potere FIAT, a Romiti. Quello che sta venendo fuori è su tutti i giornali. Conoscete tutti i dettagli. Si rovistava nei cassetti dei lavoratori, li si sorvegliava...

PRESIDENTE. Onorevole Malavenda, ha ancora due minuti a disposizione.

MARA MALAVENDA. Mi avvio alla conclusione.
Si spiavano i lavoratori, eppure a pagare sono sempre loro, i lavoratori. Vengono licenziati, ma quelli rimangono lì e chi ha ricevuto soldi, mazzette, ha testimoniato in tribunale contro questi lavoratori e ancora comanda, non dice. Un potere che sa chi ha preso i soldi, le mazzette, chi ha organizzato tutto questo e sta zitto, non dice i nomi dei mandanti, dei responsabili! Per poi scandalizzarsi demagogicamente al momento più opportuno. Non ci stiamo! Federalismo vuol dire Stato assente, scaricabarile, uno Stato che fa morire la gente sotto le frane e che lì la lascia. Questo è il federalismo che volete! Un lavarsi le mani, uno scaricabarile. Non ci stiamo! Non c'eravamo prima, non ci siamo oggi, non ci saremo mai. Questa bicamerale porta addosso tutto questo, è sotto ricatto. Sono i poteri forti, è la massoneria che conduce il gioco. Non ci stiamo! Quello che avete prodotto


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in questi mesi è una carogna. Avete distrutto la democrazia, avete privatizzato tutto quello che c'era da privatizzare. Questa carogna puzza. È meglio metterla sotto terra subito, oggi, non domani. Ci dispiace solo - dispiace a me, al Cobas - vedere ancora una sinistra impegnata al capezzale: per salvare che cosa? Per schierarsi con chi? Con i padroni, con i forti, contro la povera gente, contro i disoccupati. Ancora una volta persistete in questa logica. La carogna va seppellita subito, domani sarebbe tardi.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Piscitello. Ne ha facoltà.

RINO PISCITELLO. Presidente, colleghi, la battuta d'arresto in qualche modo prevedibile del percorso della Commissione bicamerale, prevedibile per le premesse che erano state poste, dimostra a me che, in questi giorni e in queste settimane, come tanti altri colleghi, mi sto dedicando alla raccolta delle firme per il referendum per l'abrogazione nella legge elettorale della quota proporzionale, la grande utilità di tale referendum in questo momento, di un referendum che oggettivamente si avvia, dopo questa battuta d'arresto, a diventare sul piano simbolico, se non anche sul piano pratico il nuovo apripista delle riforme necessarie in questo paese.
Il processo riformatore si è oggi arenato, in realtà, nell'illusione del «patto della crostata», di un patto extraparlamentare che non poteva funzionare perché si basava soprattutto su due cose: il rispetto dei patti da parte di tutti gli interlocutori e soprattutto una legge elettorale in cui aumentava la percentuale della quota proporzionale.
Certo, colleghi, il processo riformatore è un processo complesso e necessita di mediazioni, su questo non vi è dubbio. Ma il processo riformatore non si può basare su compromessi snaturanti, su questioni centrali come la giustizia e le leggi elettorali.
Si apre oggi, di fatto, una pausa del processo riformatore (quanto lunga non saprei dire). Non possiamo che prenderne atto. Crediamo che le 500 mila firme referendarie, firme raccolte sui banchetti di tutta Italia, che in questo momento si stanno raccogliendo o che si raccoglieranno fino a metà luglio, entrando prepotentemente nel dibattito politico riapriranno - ne siamo certi - il percorso riformatore su basi senz'altro più chiare (Applausi dei deputati del gruppo misto-rete-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bicocchi. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE BICOCCHI. Come componente del gruppo misto-per l'UDR-patto Segni-liberali voteremo contro - se si dovrà votare - e comunque esprimiamo un'opinione contraria al rinvio. Riteniamo che il Parlamento debba prendere atto che la bicamerale è finita e che, come è stato autorevolmente detto, insistere è ormai «accanimento terapeutico».
Senza nessuna iattanza e senza provocare, credo che ci sia consentito di esprimere soddisfazione per questo esito da parte di quei pochissimi deputati che a suo tempo votarono contro l'istituzione della bicamerale e votarono contro quando la retorica sulle sorti «rivoluzionarie» della bicamerale aveva coinvolto un po' tutto il Parlamento, aveva coinvolto una serie di settori che oggi hanno fatto positivamente marcia indietro.
Ma la nostra soddisfazione è ancora maggiore non solo per l'aspetto negativo, ma anche perché, come era logico, il venir meno della bicamerale sta rilanciando l'Assemblea costituente. Questo - lo abbiamo sentito oggi in particolare dal presidente Pisanu per forza Italia e poi dagli altri gruppi - ci sembra un punto importante; in particolare ci fa piacere che tutta l'UDR sia su questa posizione, e non poteva essere diversamente, visto l'impegno che il Presidente Cossiga insieme a Segni e a Scognamiglio hanno profuso in questi anni verso tale direzione, anche quando sono - siamo - rimasti soli di fronte all'offensiva unificante fatta dal presidente D'Alema.


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Ebbene, rispetto a ciò noi crediamo che, da oggi, non si possa che semplicemente prendere atto da parte del presidente D'Alema che il lavoro è concluso, «traendone» conseguentemente e coerentemente le dimissioni e chiudendo l'esperienza della bicamerale affinché si discuta delle altre possibilità. Qualcuno, come rifondazione, ha già proposto di avvalersi dell'articolo 138 della Costituzione, il che è del tutto legittimo, mentre molti altri hanno proposto l'istituzione dell'assemblea costituente, alla quale noi teniamo in maniera particolare.
Concludo rilevando che, mentre fino a pochi giorni fa o fino a pochi mesi fa eravamo in pochi deputati a parlare di assemblea costituente, oggi, a quanto ho sentito, almeno la metà di questa Assemblea si è sostanzialmente pronunciata a favore di tale ipotesi. Mi sembra un fatto di grande significato ed importanza.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, in dissenso dal proprio gruppo, l'onorevole Orlando. Ne ha facoltà.

FEDERICO ORLANDO. Onorevole Presidente, se potessi leggere la mia lapide in una nuova antologia di Spoon river, probabilmente leggerei di me che il vaso di coccio osò mettersi tra i vasi di ferro, veri o presunti, intendendo con ciò i veri o presunti leader di partito che abbiamo ascoltato finora. Ma parlo ugualmente ed intervengo in dissenso regolamentare dal mio gruppo e in dissenso sostanziale dalla proposta dell'onorevole Marini di rinviare le nostre decisioni.
Prendo atto con rammarico, onorevole D'Alema - e la ringrazio per quello che lei ha fatto in questi mesi per il nostro paese insieme ad altri italiani di buona volontà -, della fine della bicamerale, dal momento che avevo votato a favore della istituzione della bicamerale in contrapposizione alla costituente, perché ho sempre pensato che il popolo sia sovrano non solo quando elegge le assemblee costituenti, ma anche quando elegge i Parlamenti ordinari, e che noi siamo i rappresentanti della sovranità popolare anche se non ci fregiamo dell'aggettivo di costituenti (Applausi del deputato Lombardi).
Tuttavia, per quella che i filosofi chiamano con orribile ridondanza l'eterogenesi dei fini, il Polo, affossando la bicamerale, ci restituisce oggi la dignità di essere l'Ulivo. Perciò rivolgo a tutti i colleghi deputati dell'Ulivo un appello affettuoso ed accorato: smettiamola di «pitoccare» intese, visto che si vogliono cambiare le teste, anziché dialogare con le teste che pensano in modo diverso, come farebbe ogni liberale. Basta «pitoccare» intese impossibili e cerchiamo di essere finalmente noi stessi! Torniamo al nostro programma, quello che abbiamo illustrato agli elettori e sul quale abbiamo avuto il loro voto!
C'è una strada maestra per la revisione della Costituzione, quella dell'articolo 138. Proviamo a seguirla ed a percorrerla! Riproponiamo innanzitutto la forma di Stato, il federalismo, magari migliorandolo dopo che è già stato votato in quest'aula, il governo stabile, non importa molto se del premier, del cancelliere o del semipresidente francese. L'importante è una legge elettorale equamente maggioritaria per garantire la democrazia dell'alternanza.
Anch'io sono uno di quei deputati che sta raccogliendo firme per il referendum, ma dico ai colleghi dell'Ulivo: anticipiamo il risultato referendario in quest'aula, in Parlamento. Daremo al paese un'immagine chiara di noi stessi.
I nostri frastornati concittadini ci ritroveranno e noi ritroveremo lo spirito del 21 aprile, il nostro popolo dell'Ulivo, con il quale avevamo coltivato la speranza e la volontà di realizzare una politica non più strumentalizzata da interessi, ma strumento di valori (Applausi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mussi. Ne ha facoltà.

FABIO MUSSI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo il discorso tenuto in quest'aula mercoledì scorso dall'onorevole Berlusconi e dopo la pausa di riflessione, la sospensione dei lavori chiesta dall'onorevole


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Fini, purtroppo i margini di un confronto proficuo e di un nuovo accordo, invece di allargarsi si sono ristretti e forse consumati. Probabilmente siamo all'epilogo, dopo molti mesi di lavoro. Peccato, perché non è stato un lavoro infecondo. In quest'aula parlamentare è stata portata una proposta organica, certo non priva di contraddizioni, di zone d'ombra. La materia che abbiamo affrontato è straordinariamente vasta: tutta la seconda parte della Costituzione. Tuttavia è stata una proposta organica molto innovativa.
Temo che ci sarà rammarico e rimpianto per l'occasione perduta anche tra molti di quelli che sono stati più critici verso il prodotto del lavoro della bicamerale. Questo tentativo, che credo sia stato dai più perseguito con assoluta onestà e convinzione, si ispirava anche ad un progetto politico coraggioso, quello di una larga convergenza, dell'apertura di una nuova stagione della democrazia italiana che legittimasse pienamente tutte le parti in causa e le legittimasse prima di tutto come parti che avevano collaborato alla stesura della nuova Costituzione, come firmatari, come protagonisti.
Questo era un effetto non secondario di una riforma istituzionale sul sistema politico e sulla sua rinnovata autorevolezza in una nuova stagione.
Voglio ricordare, per chi se ne fosse dimenticato, che la legge istitutiva della bicamerale fu firmata da quasi tutti i presidenti di gruppo in quest'aula; quindi nacque da un progetto comune. Anche il presidente della bicamerale venne nominato da una larghissima maggioranza dei membri della stessa.
Oggi la sorte vuole che esattamente il 2 giugno, anniversario della Costituzione del 1948, siamo qui amaramente a prendere atto della possibilità di un fallimento (Commenti del deputato Giancarlo Giorgetti) ... Scusatemi, l'anniversario della Repubblica.
Noi siamo orgogliosi di essere eredi di quel lavoro e di quel momento storico; siamo anche tra quelli che via via hanno visto le difficoltà crescenti, l'invecchiamento della parte ordinamentale e che hanno avvertito - lo abbiamo già detto tante volte in questa sede - e avvertono acutamente l'esigenza che la stessa scelta europea, che finora ha voluto dire moneta e che domani vorrà dire politiche economiche e del lavoro comuni, comporti per l'Italia, più che per altri paesi, un rinnovamento, un ammodernamento, una riforma del sistema politico e delle istituzioni.
Abbiamo pensato e pensiamo che la ricerca di un'unità larga intorno ad un progetto siffatto sia alla fine il modo più solido e duraturo di riscrivere un patto costituzionale. Su questo punto c'è una divergenza rispetto alle cose dette dal collega Bertinotti al quale voglio dire - avendo egli accennato, nel contesto del suo discorso, all'esigenza di non rinunciare ad un impianto riformatore della Costituzione - che gli stessi problemi della società, dell'economia italiana e del lavoro vanno visti e ripensati entro un sistema istituzionale che dia più forza alla democrazia e più capacità di rappresentanza e decisione al sistema democratico...

DANIELE ROSCIA. O al regime!

FABIO MUSSI. ... altrimenti anche molte delle esigenze sollevate rimangono incompiute, perché non c'è un sistema istituzionale che ci consenta rapidamente di dare una risposta ai problemi sociali che egli ha giustamente sottolineato.
Eravamo quasi ad un passo dalla meta e forse la manchiamo! Tuttavia, aderiamo all'estrema richiesta dell'onorevole Marini, intanto perché è una prova di buona volontà, che in questi casi è sempre un'eccellente virtù, e poi perché è volta a verificare se sia rimasta qualche possibilità. Non credo che noi dobbiamo gettare la spugna prima di fare l'estremo tentativo su margini che oggi ci appaiono così ristretti, se non consumati. Quindi aderiamo alla richiesta di Marini e voteremo a favore di una sospensione dei lavori. Certo, ci vorrebbe un miracolo! A volte i miracoli avvengono, e non so se questa sarà una di quelle occasioni.


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GIOVANNI FILOCAMO. Ma tu non ci credi!

FABIO MUSSI. Dopo aver votato favorevolmente, lo scorso anno, sul testo della bicamerale, l'onorevole Berlusconi è venuto qui, più che con una batteria di emendamenti, con una batteria di ultimatum! Quando si presenta un emendamento e si dice «o così o niente», più che una proposta politica, questo schiocca come un ultimatum; quando si afferma, come ha fatto Pisanu, «questi sono i nostri quattro punti e sono tutti irrinunciabili», quindi non trattabili, significa che si cerca una rottura e non un accordo. È evidente, collega Pisanu, che il programma di forza Italia è importante, così come sono importanti i programmi dell'Ulivo e di alleanza nazionale, ma nessuna Costituzione può essere l'identica copia del programma di un singolo partito o di una singola parte. Perché lo sia, occorrerebbe in primo luogo vincere le elezioni con largo margine (questa è la precondizione essenziale); in secondo luogo, se si cerca un'intesa più larga, alla fine si trova un punto di convergenza e di compromesso.
Collega Pisanu, quando tu dici che questa è la terza Commissione bicamerale che fallisce e ciò sta a significare che questo strumento non va bene, è una classica figura retorica, è una classica profezia che si autoavvera perché tu la determini nel momento in cui la prevedi. Forse, a questo terzo tentativo, sarebbe stato necessario compiere uno sforzo in più affinché fosse proficuo e positivo.
Prendiamo qualche giorno per un ultimo chiarimento nella forma che deciderà il presidente della Commissione bicamerale. Certo è che, se la Commissione bicamerale si ferma e fallisce, in primo luogo non viene abrogato il bisogno di riforme; in secondo luogo, se questa strada sarà chiusa, ne cercheremo delle altre. Tra queste ultime non comprendiamo l'assemblea costituente, che sarebbe la prova generale di un neoproporzionalismo (Applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo e di rinnovamento italiano).
Ci sono altre strade: quella dell'articolo 138 della Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo). Se l'intesa non è larga, questa strada comporta che ci si avvii...

DANIELE ROSCIA. Alle elezioni!

FABIO MUSSI. ... stringendo più saldamente le fila dell'Ulivo, del centro-sinistra e della maggioranza che sostiene il Governo (Applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo, di rifondazione comunista-progressisti, di rinnovamento italiano e misto-verdi-l'Ulivo)!
Colleghi, se fallisce la bicamerale, questa è la strada! D'altronde, la legislatura è giovane; restano tre anni ed in tre anni si possono fare molte leggi ordinarie e costituzionali (Vivi, prolungati applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo, di rifondazione comunista-progressisti, di rinnovamento italiano, misto-verdi-l'Ulivo e misto-socialisti democratici italiani - Commenti del deputato Roscia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Tatarella. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE TATARELLA. Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato subito la parola...

PRESIDENTE. Onorevole Tatarella, attenda un attimo.
Colleghi, per piacere. Capisco le ragioni dell'entusiasmo, ma vi prego, ora sentiamo il collega Tatarella.
Prego, onorevole Tatarella.

GIUSEPPE TATARELLA. Presidente, ricomincio: la ringrazio per avermi dato subito la parola e per avermi immesso nel «ciclo» degli applausi, ma io ho voluto volontariamente attendere qualche attimo per dimostrare a questa Assemblea - e soprattutto a coloro i quali leggeranno i verbali del terzo fallimento della bicamerale -


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che l'applauso più lungo non è stato per la bicamerale, ma per la «maggioranza eterna» di questo Governo (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e per l'UDR/CDU-CDR - Applausi polemici dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).
Fatta questa premessa, credo che in questo applauso lungo al Governo minoritario, che diventa maggioritario nel paese grazie a Bertinotti, noi possiamo trovare una risposta serena (adesso andiamo nella serenità). In nome della serenità, l'atteggiamento della mia parte politica è stato quello che da sempre è della destra (e non delle destre, onorevole Bertinotti) in ogni parte del mondo: il realismo della destra! Il realismo si è sempre sposato, in materia di concezioni politiche, con la destra; l'utopia, con la sinistra, da sempre (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e per l'UDR/CDU-CDR). E, come destra, siamo stati realisti; come alleanza nazionale - che è qualcosa in più della destra - abbiamo unito alla destra il concetto della speranza: la speranza nelle riforme! Ci siamo quindi mossi in nome del realismo e della speranza.
Ed in nome del realismo, e non più della speranza, dobbiamo ringraziare l'onorevole Marini, il quale è stato il parlamentare che si è alzato oggi in quest'aula per dare la possibilità a tutto il Parlamento di registrare i motivi e la fine di questo esperimento. La pausa di riflessione richiesta dall'onorevole Marini, e come parlamentare ed a nome del suo partito, non è nella continuazione della proposta dell'onorevole Fini della pausa di riflessione. Sottolineo che abbiamo riflettuto il primo giorno e dopo per altri due giorni; successivamente, su nostra proposta, siamo arrivati a cinque giorni di riflessione! L'onorevole Marini, con la sua nobile proposta, ha raggiunto il fine non dichiarato: che non è quello della riflessione, ma di dare la possibilità a questo Parlamento di chiudere questa fase registrando i vari pareri e le varie possibilità che nascono dopo il fallimento della bicamerale; o, meglio, dopo la «chiusura» di questa terza Commissione bicamerale!
Questo è l'obiettivo che raggiunge l'onorevole Marini.
Cosa dobbiamo fare da oggi in poi? Questo è l'argomento del dibattito. Ma per discutere e per vedere ciò che dobbiamo fare da oggi in poi, poiché negli atti questa verrà storicamente consacrata come l'ultima seduta della bicamerale, è bene che ognuno porti il suo contributo storico di ricostruzione dell'apporto della sua parte politica alla bicamerale. Ed è quello che noi faremo, con onestà intellettuale, con realismo e con speranza futura; lo faremo registrando che la bicamerale, più di quello che aveva raggiunto nella prima fase, non poteva raggiungerle. La nostra speranza era di andare oltre il risultato raggiunto. Ma l'ostacolo maggiore o, meglio, uno degli ostacoli - mi correggo ancora, volendo essere corretto nella ricostruzione degli eventi - è stato la decisione, l'orientamento comunicato lealmente dai non presidenzialisti del partito popolare italiano, che hanno portato a dire: oltre questo presidenzialismo noi non andiamo; se si va oltre si va verso la fine dell'intesa. Dichiarazioni fatte in sede di Commissione e, successivamente, nelle interviste stampa e nei colloqui con il presidente della Commissione bicamerale. È questo il motivo che, dall'altra parte, ha costituito un ostacolo ad andare oltre il compromesso raggiunto nella bicamerale.
Questo il motivo che riguarda quella parte. Vi sono motivi che riguardano la nostra parte, e lo diciamo con grande lealtà, facendo la ricostruzione dell'apporto che hanno dato AN in genere e il suo presidente Fini in particolare. Ricordatevi, amici dell'Ulivo, ricordiamoci, amici del Polo, amici di forza Italia, che all'inizio del dibattito sulla bicamerale nel nostro ambiente, nel nostro animo, nella nostra cultura albergavano due scuole di pensiero, una per la costituente, l'altra per la bicamerale. Fini ha portato il partito, tutto il partito alla bicamerale, con una decisione pubblica, con la presenza della stampa e un dibattito aperto, d'intesa con

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gli amici del Polo. Abbiamo superato la scuola di pensiero della costituente e abbiamo imboccato la strada della bicamerale. Siamo entrati in bicamerale. La via del realismo non ci portava a sabotare la bicamerale. La via della speranza non ci portava a sabotarla. Come primo atto, allora, non volevamo votare un presidente di una parte politica, espressione di una parte politica e della maggioranza della vita politica parlamentare e governativa. Ci convinsero che era meglio votarlo. Noi ci astenemmo. Perché lo facemmo, onorevole D'Alema? Non avendo un asse con lei, perché dovevamo votarla, onorevole D'Alema (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale)?
Poi, successivamente, abbiamo superato la fase, suggerita dal Presidente Cossiga, del non raggiungimento del quorum dei due terzi, per tornare alla tesi della costituente. Molti neocossighiani di oggi ci convinsero che era meglio non seguire Cossiga ed imboccare la bicamerale. E noi, amici del Polo, amici neocossighiani - vi parla uno che è un vecchio cossighiano - l'abbiamo fatto.
Terzo punto: abbiamo condotto tutta la nostra azione attraverso il «teorema del viottolo». Vi ricordate, amici dell'Ulivo e amici del Polo, quando Fini, entrando nella bicamerale, fu accusato del «teorema del viottolo», di scetticismo? Fini disse: «È un viottolo, occorre allargarlo». E noi proponevamo di allargarlo di intesa con tutti coloro che avevano firmato la proposta per istituire la bicamerale. L'abbiamo fatto d'intesa con gli amici del Polo, amici di forza Italia; abbiamo avuto sempre un atteggiamento di grande coerenza con tutti gli impegni che questa parte politica, su tutto il pacchetto della bicamerale - sottolineo «su tutto» - aveva preso in Commissione e nell'aula parlamentare. Quindi, il nostro, onorevole Bertinotti, è un atto di testimonianza, di coerenza che oggi ci porta a risponderle.
Lei, giustamente dal punto di vista teorico, ha rimproverato o ha notato che forza Italia utilizza un attacco da destra per aprire al centro. Ebbene, questa è una teoria, è un fatto teorico, perché in pratica noi sosteniamo che occorrono due centri in Italia: un centro moderato all'interno dell'Ulivo, un centro moderato all'interno del Polo. Questa è la nostra impostazione, in modo che la destra possa collaborare con un centro nel Polo e la sinistra possa collaborare con un altro centro, secondo la sua tradizione, all'interno dell'Ulivo. Questa è la nostra chiara impostazione; non vogliamo fusioni neocentriste che portano al tripolarismo. Ma lei non può usare questo argomento, che sa che è teorico, per sostenere un'altra tesi: le destre all'attacco, le destre che vogliono la democrazia guidata. Onorevole Bertinotti, noi non vogliamo la democrazia guidata; noi vogliamo la democrazia partecipata. Lei utilizza lo stesso teorema addebitandoci una cosa che non vogliamo perché teme una sola cosa, una cosa che non le dà ruolo in Italia: la democrazia diretta. Con la democrazia diretta rifondazione comunista è ultraminoritaria nel paese (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale e di deputati del gruppo di forza Italia). Ecco perché vuole il regime parlamentare con il proporzionale o con le leggi che danno peso legittimo alla sua parte, che è minoritaria. Dobbiamo abituarci a democrazie maggioritarie, in cui i minoritari facciano i minoritari e i maggioritari facciano i maggioritari, con la rappresentanza di tutte le espressioni della vita democratica, civile, culturale e rappresentativa del paese. Quindi non utilizzate questi argomenti, secondo cui il presidenzialismo è un argomento di destra. Ve l'ha già detto Malgieri l'altra volta: il presidenzialismo in alcune parti nasce da destra, in Francia non nasce da destra; il presidenzialismo è uno degli strumenti di democrazia diretta. Noi vogliamo la democrazia diretta. Questo è il punto.
In questo giorno di chiusura della bicamerale annunciamo che da domani in poi (ecco perché la proposta Marini ci dà la possibilità di colloquiare ancora, la riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo ci darà la prima possibilità) il nostro teorema sarà il seguente: «bicamerale addio, riforme arrivederci». E le

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riforme le possiamo attuare con tutti i modi. Noi presenteremo subito molte proposte di legge riformiste, a cominciare da quella raggiunta in sede di bicamerale. Noi abbiamo una coerenza di proposta e di ruolo (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale), che rivendichiamo nel colloquio con tutte le forze politiche. E allora, lo ripeto, bicamerale addio, riforme avanti, con un grande ruolo di alleanza nazionale nel grande ruolo alternativo fra voi dell'Ulivo e noi del Polo (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale e di deputati dei gruppi di forza Italia e per l'UDR-CDU/CDR).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali, onorevole D'Alema. Ne ha facoltà.

DANIELE ROSCIA. De profundis!

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzi tutto voglio ringraziare l'onorevole Franco Marini per la proposta che egli ha avanzato. Al di là del contenuto della proposta che, come mi sforzerò di dimostrare, purtroppo probabilmente sposta ben poco rispetto all'esito ormai dichiarato di questa sessione costituente del Parlamento, tuttavia di questa proposta io apprezzo il significato, il tono, lo spirito, il tentativo animato da un'autentica volontà riformatrice ed anche da una volontà di porsi al servizio del dialogo, della ricomposizione dei contrasti, di non spezzare il filo del confronto e della ricerca unitaria tra le forze politiche e parlamentari.
È particolarmente apprezzabile che questa posizione venga da parte del leader politico di un partito, il partito popolare, che ha fieramente avversato non un aspetto secondario, ma un punto centrale della proposta oggi all'esame del Parlamento; cioè non un emendamento aggiuntivo, ma un punto centrale della proposta oggi all'esame del Parlamento. Il partito popolare, dunque, non si appella al suo programma elettorale lamentando che il Parlamento non vi si sia attenuto, ma cerca di rilanciare un dialogo tra le forze politiche per salvare un processo di riforma all'interno del quale sono contenute proposte che i popolari hanno avversato e alle quali guardano con preoccupazione. Credo, quindi, che questo significato dell'iniziativa di Marini la renda particolarmente apprezzabile nel momento in cui, invece, ognuno pensa che sia saggio levare la propria bandiera in una contrapposizione che, io credo, non darà al paese alcuna riforma.
Noi abbiamo perseguito la via del confronto e della collaborazione tra tutte le forze politiche, allo scopo di riformare la seconda parte della Costituzione senza intaccarne i principi, i valori fondamentali, ma con la volontà di promuovere coraggiosamente una revisione delle istituzioni, degli strumenti della nostra vita democratica.
Sono convinto che siamo arrivati ad una piattaforma certamente apprezzabile e fortemente innovativa. Non si tratta, naturalmente, di un testo intoccabile, tant'è vero che lo abbiamo già corretto assai profondamente, accogliendo buona parte delle proposte che sono state suggerite al Parlamento dai sindaci e dai presidenti delle regioni ed accogliendo una delle richieste fondamentali di forza Italia, cioè quella tendente all'istituzione di un'Assemblea federale, di un Senato o di una Camera federale, proposta d'altro canto sostenuta da diversi ambienti e da varie forze. Nessuno ha contestato la legittimità, ad esempio, di emendamenti, come quelli sottoposti al nostro esame, che rafforzano i poteri del Presidente, così come legittimi sono gli emendamenti che, invece, ne prevedono un ridimensionamento. Avere una base comune di discussione lascia poi libero il Parlamento di correggere in un senso o nell'altro il testo, attraverso il libero formarsi di maggioranze, in un confronto nel quale non soltanto i singoli gruppi, ma, vorrei dire, i singoli parlamentari hanno il diritto di esprimersi in coscienza.


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Non fu fatta così, d'altro canto, la Costituzione del 1948? Forse vi fu un accordo su tutti i punti? No, su questioni assai rilevanti vi fu un confronto, un voto, una contrapposizione anche aspra, che divise, ma in uno spirito costituente, che andava al di là delle singole scelte e consentiva di riconoscersi nella necessità di scrivere la Carta fondamentale di una nuova democrazia: poi, il prevalere, sull'articolo 7, di un'ispirazione o dell'altra non mise in discussione il fatto che i padri costituenti si riconobbero tutti in un testo, che era il frutto di una battaglia, di un confronto.
Qui è intervenuto un fatto molto diverso: una cosa è battersi (come aveva detto Berlusconi il 30 giugno) per discutere e precisare la materia dei poteri presidenziali ... «Discutere» e «precisare» è cosa diversa dal considerare un disegno pericoloso per la democrazia e per il paese: sinceramente, per quanti artifici verbali si possano utilizzare per dare continuità a queste due posizioni, non sfugge a nessuno che c'è un salto di qualità, un'accelerazione, non nella natura delle questioni che si pongono, ma nel fatto di far dipendere in modo ultimativo dall'accoglimento di questo o di quell'emendamento il giudizio complessivo, spezzando il filo di un dialogo sostenibile e, direi, persino ponendo il Parlamento nell'impossibilità di procedere. Con quale animo, infatti, si può votare su singoli emendamenti se si è sotto il ricatto che, se non si vota secondo le richieste, non si farà più nulla? Sinceramente, l'atto contiene in sé la sua risposta. È un atto che muove dalla decisione di interrompere, di spezzare il processo riformatore. Non voglio parlare del dopo, ma di ora, perché, dopo, ognuno ha le sue responsabilità e se le assumerà.
Si tratta di un grave errore, di un errore che a mio giudizio coinvolge tutte le forze politiche fondamentali del paese: lo dico con rammarico. Non riesco a vedere quale vantaggio possano trarne i promotori, o quanti ne sono colpiti: nessuno; allo stato delle cose vedo soltanto un vantaggio per chi giochi allo sfascio (non so se ve ne siano, se qualcuno abbia questo obiettivo), o per chi pensi che tutto sommato si possa tornare indietro rispetto alla faticosa costruzione di una democrazia bipolare che, secondo me, con tutti i suoi difetti, ha reso migliore il nostro sistema politico democratico. L'Italia sta meglio oggi rispetto a come stava nel 1990, nel 1991 eccetera; stiamo meglio oggi...

ELENA CIAPUSCI. Vedremo nel 1999!

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Riportarla indietro è un obiettivo sbagliato, controproducente, destinato a travolgere i protagonisti di oggi che se ne facessero promotori, perché, per fare le cose che si facevano prima, ci sono persone che sono molto più attrezzate, tecnicamente e professionalmente, a farle (Applausi dei deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo).
Si dice: adesso faremo l'Assemblea costituente, che sarà la soluzione di tutti i problemi. Mi permetto di osservare che, quand'anche l'Assemblea costituente fosse una via percorribile (ci vogliono una legge costituzionale, un'ampia intesa, certi tempi), vi sarebbero molti e legittimi dubbi che una tale Assemblea possa limitare l'impegno costituente alla sola revisione necessaria della seconda parte e non rischiare di travolgere i principi della prima parte, aprendo così uno scontro che non preparerebbe certo riforme o intese.
Capisco il fascino dell'espressione: è una bella bandiera, si fanno i comizi, tutti facciamo i comizi! Ma perché, forse in un'Assemblea costituente il nodo dei poteri del Presidente eletto dai cittadini verrebbe risolto? O non ci troveremmo esattamente di fronte alle stesse questioni, agli stessi contrasti? Naturalmente sono questioni che si può pensare di risolvere a colpi di maggioranza, oppure sulle quali si può pensare di costruire un equilibrio ed un'intesa. Questa scelta, di scrivere le regole a colpi di maggioranza o attraverso la ricerca di un equilibrio e di un'intesa, resterebbe esattamente di fronte ai costituenti, qualsiasi fosse il tipo di Assemblea in cui essi si


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riunissero: non c'è il minimo dubbio. Questo è un problema squisitamente politico ed io credo che, per gettare le basi di una nuova stagione democratica, è saggio procedere attraverso la ricerca di un'intesa.
Noi abbiamo scelto questa strada, eppure avevamo momentaneamente vinto le elezioni e forse eravamo nelle condizioni più vantaggiose per cercare una via diversa, quella di trovare un minimo comune multiplo, un punto di contatto all'interno della maggioranza di Governo, muovendo su questo, e non oltre. Vi è chi lo ha legittimamente rivendicato e richiesto, ma abbiamo scelto una strada diversa e molto più esposta: quella di un confronto libero, persino svincolato da discipline di partito, di una ricerca che si è fatta via, via carico dei risultati acquisiti. Non abbiamo detto: se votate per il presidenzialismo, andiamo via; ed eravamo la maggioranza parlamentare! È accaduto: ci siamo fatti carico di quel voto, liberamente espresso.
Non abbiamo posto delle condizioni. Non abbiamo detto, pur avendo vinto le elezioni, «qui bisogna seguire il nostro programma». Mi rendo conto: sono osservazioni forse troppo elementari, ma le ricordo solo per memoria.
In realtà, anche l'enfasi nel respingere la proposta dell'onorevole Marini mi sembra ai limiti del cattivo gusto. Marini non ha proposto di avviare chissà quali oscure trattative. Ha proposto, come dire, un modo civile di chiudere la questione: convocare l'ufficio di presidenza, prendere atto, se così è, che non esiste margine di intesa, chiedere alla Conferenza dei presidenti di gruppo...

DOMENICO COMINO. Hai paura del popolo!

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Silenzio, Comino! Chiedere alla Conferenza dei presidenti di gruppo di togliere dall'ordine del giorno le riforme costituzionali.

DANIELE ROSCIA. Vai in barca!

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Sinceramente, non credo...

DANIELE ROSCIA. Hai scuffiato (Si ride)!

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Quello poi lo vedremo, quando ci sarà...

DANIELE ROSCIA. Attaccati ai remi!

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Ragazzi, io vi ho visto...

PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia!

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. No, non c'è problema. Ci potrà essere qualche rivincita. Per ora, fino a questo momento, anche grazie alla vostra collaborazione, noi eravamo lì (Indicando i banchi della sinistra) e siamo finiti lì (Indicando i banchi del Governo)! Grazie comunque, grazie, grazie (Vivi applausi)! Grazie per la collaborazione. Si compianga, onorevole!

DANIELE ROSCIA. Ci starai per poco!

PRESIDENTE. Onorevole Roscia!

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Lei ne risponderà al popolo.

FABIO CALZAVARA. È il nostro vanto! Noi siamo stati onesti.

MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. E io ringrazio vivamente, però vi prego (Commenti del deputato Bossi)...

PRESIDENTE. Onorevole Bossi, siamo lieti di averla tra noi, però non esageri ora, stia tranquillo!


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MASSIMO D'ALEMA, Presidente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Vorrei rassicurare tutti che, se la proposta dell'onorevole Marini fosse accolta, ci si limiterebbe ad una riunione, ad una discussione e, qualora in questa discussione non emergessero novità politiche, sarebbe mia cura trasmettere all'Assemblea, al Presidente, la conclusione che l'esame della riforma non può continuare. D'altro canto, se non si procede così, noi dovremmo, a norma di regolamento, procedere nel voto confuso degli emendamenti e credo che sarebbe un finale assai più convulso. In fondo, attraverso la procedura che propone Marini, potrebbe esservi una presa d'atto politica, evitando convulsioni d'aula, che forse ci si potrebbe risparmiare, perché - ripeto - continuo a pensare che nessuno ne tragga un vantaggio.
Detto questo - non mi pare quindi che la proposta di Marini introduca dei pericoli circa la chiarezza del confronto politico -, ritengo che ci sarà, evidentemente, un confronto di posizioni, di proposte e ognuno avanzerà le sue. Mi ha fatto piacere che l'onorevole Tatarella abbia detto che le proposte che avanzerà alleanza nazionale si ispireranno al lavoro della Commissione bicamerale, così che non sarà stato lavoro inutile. È un po' curioso, diciamo, perché quel lavoro è qui e se ad esso ci si deve ispirare, si potrebbe semplicemente proseguire ...! Ma comunque capisco che a volte la politica deve seguire dei cammini più tortuosi di quelli che sarebbero naturali. Ed anche questo è la conferma che in questo momento noi stiamo compiendo ... perché mi chiedo anch'io cosa forse si sarebbe potuto fare per evitare questo esito, anche da parte di chi parla; che cosa si sarebbe potuto fare per evitare che si allentasse un dialogo, un rapporto di fiducia, che si sedimentassero sospetti, peraltro infondati, perché la migliore risposta ai sostenitori di patti occulti sta nello scontro che si è manifestato (Commenti del deputato Giancarlo Giorgetti), che è la dimostrazione più clamorosa che nulla di occulto, di predefinito vi era in questo processo.
È evidente che, nel momento in cui matura una sconfitta del sistema politico, è giusto che tutti si interroghino - ciascuno - su cosa non si è fatto o si è fatto di sbagliato per condurre a questo esito. Ma vorrei che di ciò vi fosse coscienza e che non si alzasse la voce per nascondere questa verità. In questo momento il Parlamento non apre il glorioso cammino dell'assemblea costituente: registra una sconfitta di cui non sono neppure chiari fino in fondo il senso e la prospettiva politica.
È legittimo che in un momento come questo, nel quale ciascuno si riprende le sue responsabilità, la maggioranza - che è tale per volontà dei cittadini - si riprometta di manifestare la sua funzione e l'opposizione si riprometta di fare l'opposizione in modo più aspro: tutto questo è legittimo, ma non è risolutivo. Ed io sono convinto che le vere riforme, le più profonde ed incisive riforme di cui il paese ha bisogno si faranno soltanto quando si ricreerà lo spirito costituente che si era creato in un certo momento della vita di questo Parlamento e che poi gli errori compiuti dalla classe dirigente del paese (quest'ultimo, il più grave) hanno cancellato. Senza quello spirito non si faranno riforme; non dipenderà da come si chiamerà l'assemblea nella quale ci riuniremo: perché le nuove regole comportano comprensione ed intesa. Altrimenti è propaganda: legittima, ma la propaganda non scrive Costituzioni (Applausi dei deputati dei gruppi dei democratici di sinistra-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo, di rinnovamento italiano, misto-verdi-l'Ulivo, misto-socialisti democratici italiani, misto-minoranze linguistiche e misto-rete-l'Ulivo).

DANIELE ROSCIA. Vai a casa!

PRESIDENTE. Avverto che la Conferenza dei presidenti di gruppo è immediatamente convocata. Sospendo pertanto la seduta.

La seduta, sospesa alle 17,10, è ripresa alle 17,45.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, avverto che il seguito del dibattito sul


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progetto di riforma della parte seconda della Costituzione avrà luogo, come già previsto dal calendario, mercoledì 10 giugno alle ore 19.

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