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PRESIDENTE. Passiamo ora alle dichiarazioni di voto.
ALFREDO BIONDI. Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, io non vi
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Dalla Chiesa. Ne ha facoltà.
NANDO DALLA CHIESA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi sono convinto che oggi non stiamo discutendo soltanto della questione contingente e drammatica che riguarda la libertà personale
PRESIDENTE. Onorevole Dalla Chiesa, deve concludere.
NANDO DALLA CHIESA. ...che sono scritte. Si dice: «Pertanto la domanda dovrà essere respinta, se verrà riconosciuto che dietro la richiesta vi sarebbero finalità politiche e che l'esercizio della funzione parlamentare potrebbe essere compromesso dalla malignità e dall'accanimento dell'accusa». Non si parla di errori e di fragilità, ma di finalità politiche e di malignità: in questo vi è il fumus persecutionis, che io credo in realtà aleggi in quest'aula nei confronti della magistratura. Non a caso si è continuato a parlare di pool, mentre stiamo valutando un provvedimento richiesto dal GIP (Applausi dei deputati del gruppo misto-verdi-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Piscitello. Ne ha facoltà.
RINO PISCITELLO. Presidente, colleghi, gli interventi di molti deputati dello schieramento del quale fa parte l'onorevole Previti e la stessa sua difesa hanno fatto assumere alla discussione in corso una valenza di scontro politico e di conflitto con la magistratura che poco ha a che fare con i singoli episodi e con l'intreccio criminale che li lega, sulla base dei quali la magistratura chiede l'arresto, e soprattutto che poco ha a che fare con l'argomento principale - o, meglio, l'unico - del quale dovrebbe, ai sensi dell'articolo 68 della Costituzione, occuparsi il Parlamento, ossia l'esistenza o meno del fumus persecutionis nei confronti dell'imputato.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mancuso. Ne ha facoltà.
FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, signori deputati, agli effetti dell'esplicazione del potere della norma novellata del capoverso dell'articolo 68 della Costituzione il Parlamento non è sovraordinato al giudice, né sottordinato e neppure equiordinato; si tratta di un potere fondato sulla Costituzione, il quale non implica né una rivalutazione giudiziale incidentale del materiale del processo né un processo al processo medesimo. Questo potere è niente altro che l'esplicazione di qualcosa che non si riferisce al procedimento cui si collega e tuttavia con quello ha la medesimezza della materia, cioè gli atti processuali che sono dal giudice formati ed elaborati e poi definiti, e dal Parlamento, nel caso di vicende come questa, incidentalmente ma autonomamente valutati per fini tutt'affatto diversi. Se la disposizione è questa - e lo è letteralmente e concettualmente - non bisogna far altro che stabilire quali siano, posta la diversità dell'ambito delle potestà, gli strumenti dei quali deve e non può non avvalersi il Parlamento nel giudicare se vi siano o meno ragioni di tutela della posizione del parlamentare. Gli atti appartengono al giudice per le sue finalità, appartengono al Parlamento restando i medesimi per le finalità del Parlamento.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Sgarbi. Ne ha facoltà.
VITTORIO SGARBI. Onorevoli colleghi, vorrei in questa occasione, che in tante precedenti sedute ha riguardato temi più interni alle funzioni parlamentari, come quello della libertà di espressione, proporre la memoria - per i più giovani o i più tardivi, che non hanno vissuto i tempi del Parlamento del 1992-1993, quando queste richieste, talvolta anche di arresto, arrivavano con frequenza quotidiana -, ricordare i precedenti di richieste di arresto fatte con assoluta leggerezza rispetto alle vicende umane che riguardavano i nostri colleghi di allora. Mi riferisco in particolare a due deputati democristiani. L'onorevole Tabacci è stato perseguitato e cacciato da questo Parlamento, è stato poi processato e totalmente prosciolto; per lui era stato richiesto l'arresto. Mi riferisco poi ad un altro democristiano (nella richiesta dei magistrati vi erano singolari riferimenti al suo aggirarsi nella notte attorno al palazzo della regione in Sicilia), Vincenzino Culicchia, che pateticamente ci chiese pietà e non facemmo arrestare; anch'egli, qualche mese fa, fu totalmente prosciolto. Se il Parlamento avesse affidato alle cure dei magistrati quell'uomo, probabilmente lo avrebbe indotto a gesti disperati.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Crema. Ne ha facoltà.
GIOVANNI CREMA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi noi deputati dobbiamo dare risposta al seguente quesito: è necessario ai fini dell'indagine della magistratura arrestare l'onorevole Cesare Previti prima del processo? Questa risposta va data indipendentemente dall'idea che abbiamo sull'eventuale colpevolezza o meno del parlamentare in oggetto. La nostra decisione deve essere assolutamente neutra nei confronti delle responsabilità dell'inquisito, come è previsto dall'articolo 68 della nostra Carta costituzionale.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giovanardi. Ne ha facoltà.
CARLO GIOVANARDI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, sin dai tempi dell'università sono rimasto particolarmente colpito da queste affermazioni. Il fatto che la carcerazione preventiva sia risolta praticamente in un'anticipazione della pena costituisce uno degli enigmi più sconcertanti del processo penale e della giustizia umana in genere.
PRESIDENTE. Onorevole Giovanardi, lei dispone ancora soltanto di un minuto di tempo: la invito pertanto a concludere.
CARLO GIOVANARDI. Presidente, dispongo di dieci minuti. Ho già parlato nove minuti?
PRESIDENTE. Sono nove minuti della nostra vita.
CARLO GIOVANARDI. Concludo, Presidente.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Diliberto. Ne ha facoltà.
OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, è con grande cautela e senso di responsabilità che il gruppo comunista ha deciso il proprio atteggiamento sul caso che oggi affrontiamo. Non si valutano a cuor leggero mai e per nessuno le condizioni concernenti la libertà personale dei cittadini, di tutti i cittadini. Tanto più esse ci impongono equilibrio e serenità nel caso in cui si debba dare una valutazione su un deputato che appartiene ad un gruppo di opposto orientamento politico, perché nessun errore sarebbe più grave, a nostro giudizio, che atteggiarsi, in temi siffatti, sulla base di giudizi o talvolta di pregiudizi di natura politica che sarebbero di parte.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Comino. Ne ha facoltà.
DOMENICO COMINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi in quest'aula non siamo chiamati a pronunciarci sull'innocenza o sulla colpevolezza di un parlamentare in carica. Dobbiamo decidere, invece, se non esista nei suoi confronti una sorta di complotto, cioè di una persecuzione giudiziaria. Dobbiamo, cioè, dirimere il dubbio se la detenzione dell'onorevole Previti sia assolutamente necessaria per consentire alla magistratura il completamento delle indagini senza il rischio di inquinamento delle prove o se, invece, si tratti di un'azione pretestuosa frutto di un particolare accanimento del pool di Milano contro la sua persona.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole La Russa. Ne ha facoltà.
IGNAZIO LA RUSSA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, i pochi minuti - ma più che sufficienti - che mi sono concessi per motivare il voto nei confronti della richiesta di autorizzazione all'arresto dell'onorevole Previti potrebbero essere spesi in maniera fruttuosa - per la verità pochi l'hanno fatto - nell'esame del merito delle carte che tutti i deputati hanno potuto conoscere attraverso i documenti che l'autorità giudiziaria ci ha trasmesso.
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia!
IGNAZIO LA RUSSA. Forse l'intervento del collega della lega ha giustamente sollevato motivi di riflessione.
PRESIDENTE. Non mi sembra che in questo momento ci siano riflessioni in corso.
IGNAZIO LA RUSSA. Credo di poter essere più utile all'Assemblea ed alla formazione del convincimento dei singoli
PRESIDENTE. Onorevole Pittella, la richiamo all'ordine.
IGNAZIO LA RUSSA. Sono stati numerosi i casi di richiesta di arresto nei confronti di deputati nel corso delle varie legislature, circa cinquanta. Di tutti i casi sottoposti alla valutazione della Camera dei deputati, soltanto quattro hanno visto l'accoglimento della richiesta di arresto formulata nei confronti di deputati. In tutti gli altri casi (come dicevo, oltre cinquanta), la richiesta non è stata accolta.
PRESIDENTE. Onorevole De Murtas, per cortesia! Onorevole Veltroni! Onorevole Fassino!
IGNAZIO LA RUSSA. ...la richiesta di arresto di un deputato è stata basata su altre argomentazioni. Non dobbiamo tra l'altro dimenticare che il fumus persecutionis, che nasce soprattutto da una prassi parlamentare nemmeno tanto dottrinaria, ha comunque avuto applicazione nei confronti delle richieste di autorizzazione a procedere che fino al 1983 necessariamente si accompagnavano anche alla richiesta di arresto. Accanto alla richiesta di autorizzazione a procedere, contestualmente giungeva alla Camera, ove si trattasse di casi in cui il mandato di cattura fosse obbligatorio o comunque qualora la magistratura lo ritenesse necessario, la richiesta di poter procedere nel procedimento penale anche con l'arresto. Il fumus persecutionis ha avuto larghissima applicazione in ragione della parte che ci è oggi sottratta dalla riforma del 1983, cioè in relazione alla necessità che il Parlamento concedesse l'autorizzazione affinché l'azione penale potesse proseguire. Per quanto attiene al resto, esaminando i casi ad uno ad uno, ci accorgiamo - come dicevo prima - che tale criterio non è praticamente mai stato utilizzato. Al contrario, le ragioni che hanno indotto la Camera a respingere quasi in tutti i casi (indicherò in quali non è stato così) la richiesta della magistratura hanno trovato quasi sempre il loro fondamento nell'esigenza di salvaguardare l'integrità numerica della Camera stessa. In altri casi (per esempio, in uno in cui era relatore l'onorevole Cicciomessere) si è ritenuto tollerabile un sacrificio dell'interesse di giustizia (interesse, naturalmente, a che il provvedimento venisse autorizzato), sempre a tutela di quello della Camera di non veder venir meno la propria integrità, quanto meno - questa è una tesi accolta dalla Camera circa quindici volte - finché non si fosse celebrato il giudizio di primo grado e non ne fosse conseguita una condanna.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mussi. Ne ha facoltà.
FABIO MUSSI. Sì, il potere più terribile è quello di cui stiamo discutendo: disporre della libertà delle persone, e si esercita nella forma più dolorosa nel caso della custodia cautelare, che precede e non segue il giudizio.
ELIO VITO. Si vota la proposta!
FABIO MUSSI. Perciò invito tutti i colleghi a riflettere. Temo però che la tesi del complotto dei giudici voglia alzare un polverone volto a nascondere la gravità dell'ipotesi di reato formulata dal giudice Rossato. Corrompere i giudici vuol dire alterare gli assetti democratici, comprare e condannare una propria privata costituzione. Non so se sia vero o falso, ma credo che il popolo italiano che qui rappresentiamo abbia diritto alla verità.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pisanu. Ne ha facoltà.
BEPPE PISANU. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'intervento che mi accingo a svolgere non è e non può essere un'usuale dichiarazione di voto sulla vicenda Previti, perché forza Italia ha lasciato liberi i propri deputati di decidere secondo coscienza. Abbiamo ritenuto che su un argomento che tocca alcuni dei nodi fondamentali di un ordinamento democratico non possa esservi alcuna posizione di partito. Così è per quanto riguarda il significato stesso del mandato parlamentare; così è per la posizione della Camera dei deputati nel quadro complessivo degli equilibri istituzionali; e così è per la possibilità che questo quadro venga alterato da decisioni che incidono sul plenum dell'Assemblea. Su tali questioni riteniamo che tutti i deputati debbano riflettere e decidere senza vincoli di appartenenza, compresi i deputati di forza Italia che, pure, sono toccati più direttamente e intensamente, anche sul piano umano, da questa vicenda. Noi non vogliamo compiere valutazioni collettive e prendere decisioni di schieramento. E tanto meno vogliamo che il Parlamento possa dividersi tra innocentisti e colpevolisti, sostituendosi abusivamente alla sede naturale del processo o, peggio ancora, intentando, come da più parti si è detto, un processo al processo.
PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di prendere posto. C'è richiesta di votazione nominale?
ELIO VITO. Chiedo, a nome di forza Italia, la votazione nominale.
PRESIDENTE. Sta bene. Procediamo alla votazione.
Per quanto riguarda lo svolgimento dei nostri lavori, desidero informare l'Assemblea che dopo la votazione sospenderò la seduta per 15 minuti, prima di passare al successivo punto all'ordine del giorno.
Per quanto riguarda i tempi ancora a disposizione, poiché per alcuni gruppi gli ultimi a parlare saranno i presidenti di gruppo e gli ultimi a parlare potrebbero essere pregiudicati nella utilizzazione completa dei dieci minuti che il regolamento consente di utilizzare per le dichiarazioni di voto, stante il rilievo della questione, anche coloro che hanno esaurito il tempo, potranno parlare per dieci minuti; chi, invece, ha tempo in sovrabbondanza, potrà parzialmente utilizzarlo con un minimo di ragionevolezza. Questo consentirà a tutti di poter esprimere le proprie ragioni nel modo più esteso possibile.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Biondi. Ne ha facoltà.
nascondo una certa emozione e preoccupazione nel prendere la parola in sede di dichiarazione di voto.
La dichiarazione di voto è un atto di coscienza, che per me significa consapevolezza, ed anche di volontà: si tratta di esplicitare come la penso. Non so se il voto sarà palese o segreto. Ho chiesto di parlare solo perché fosse palese quello che sento, che provo e che giudico in questa fase (senza però essere un giudice; non intendo arrogarmi il compito di giudicare i giudici, un compito che non ci compete né come singoli né come Assemblea). A noi compete una valutazione forse più difficile di quella giudiziaria: collegare i diritti e le prerogative (non i privilegi, come ha detto Bonito) di un cittadino che è parlamentare con ciò che si deve fare per tutelarne la libertà e per evitare che il pregiudizio vinca sul giudizio e che - come ha detto Orlando parlando dei valori della libertà e dei liberali - la condanna preceda l'accertamento.
Carnelutti diceva che il processo è già una pena. Io non riesco nemmeno ad immaginare la pena che deve esservi per un uomo e per un deputato di fronte alla necessità di difendersi: è un ruolo molto difficile. D'altra parte, non riesco a capire come si possa ritenere che il Parlamento ed (in questo caso) i deputati debbano porsi un problema - come qualcuno ha detto - di sofferenza nella propria coscienza: quando si obbedisce alla propria coscienza non si soffre; si riflette e si esprimono i propri giudizi.
Stimo molto il collega Bonito, tuttavia mi sembra molto grave dire che gli elementi in causa dal punto di vista dell'autorità giudiziaria milanese (inquirente e per le indagini preliminari) siano tranquillizzanti ai fini della privazione della libertà di un cittadino. Mi riferisco sia al tempo dei fatti sia alle indagini compiute sia al rapporto fra tutto ciò e la necessità di privare della libertà il cittadino per esigenze cautelari: elementi che nel loro insieme costituiscono qualcosa che fa a pugni con quella eccezionalità della misura della custodia cautelare che l'articolo 275 prevede come deroga all'habeas corpus, al diritto del cittadino di essere integro nella sua potenzialità di cittadino di fronte all'accusa. La privazione della libertà costituisce un vulnus per chiunque e l'eccezione non può diventare la regola.
Noi non dobbiamo fare il giudizio al giudizio, ma dobbiamo collegare la nostra decisione a due valori generali di libertà e particolari del deputato nel Parlamento.
Ho l'onore di aver presentato nel lontano 1968 la prima proposta (la proposta numero uno!) per la limitazione dell'immunità parlamentare, divenuta impunità (come qualcuno ha ricordato). Sono anche orgoglioso di aver presentato un decreto-legge nel quale i diritti di libertà del cittadino erano anteposti ad una visione pregiudiziale e pregiudizievole del suo status di fronte alle indagini. Non sono di quelli che obbediscono al «popolo dei fax»: posso parlare a voce alta perché su questo valore ho assunto le mie responsabilità istituzionali, oltre che parlamentari. Non riesco a capacitarmi come si possa immaginare, se non si vuole offendere la procura di Milano ed il giudice per le indagini preliminari, che indagini, verifiche, entità di accertamento come queste debbano ancora subire - starei per dire - l'affronto e la possibilità (l'unghiata della possibilità riduttiva del loro valore) rappresentati non dal pericolo di fuga (che per fortuna non è stato prospettato per l'onorevole Previti, nonostante che le sue gambe si muovano bene), ma dalla reiterazione del fatto e dall'inquinamento delle prove.
Sono contraddizioni molto forti; qualcuno ha affermato che non si tratta di contraddizioni che attengono al fumus persecutionis: quante bugie si sono dette in latino! Non si tratta di fumus persecutionis che non è una voluntas persecutionis; altrimenti - mi rivolgo a qualcuno che confonde il dolo con la colpa e non voglio citare l'autore che tra l'altro spesso si cita da solo - si confonde la causa con l'effetto. Il fumo viene anche dopo gli incendi e questi ultimi possono essere dolosi e colposi. Il fumo è una conseguenza,
non è una causa, è un effetto, una realtà che sopravviene in relazione ad una serie di comportamenti descritti dal relatore Carrara in maniera completa, ma che sono stati richiamati anche da altri colleghi, che hanno indicato - con una volontà che in questo caso sì sarebbe stata persecutoria verso i giudici - non un antagonismo tra il Parlamento e la magistratura, ma la rivendicazione per il Parlamento del proprio ruolo di tutela, richiamato autorevolmente da qualcuno che siede in alto in questa Camera, nel momento in cui ha ricordato a ciascuno di noi, e credo anche a se stesso, che in questo caso la cautela è la migliore garanzia.
Come si fa a ritenere che una indeterminatezza dell'accusa, che un'indicazione di elementi discussi e discutibili e comunque considerati validi, nonché l'aver confuso l'indizio - che deve essere grave - con il sospetto che - esso sì - può essere fumoso, non costituisca di per sé un'impostazione unilaterale così forte da determinare l'effetto di persecuzione nel senso di effetto depistante rispetto alle esigenze di custodia cautelare?
Come si può valutare quanto previsto dall'articolo 274, novellato nell'agosto del 1995, in modo tale che il comportamento dell'indagato o dell'imputato, che si avvale di ciò che la sua difesa gli consente, compreso il silenzio, debba essere quasi considerato - come fanno i poliziotti di Scotland Yard - aprioristicamente come accusa contro di lui?
Come si fa a ritenere tutto ciò ed a dimenticare che nella richiesta di concessione degli arresti nei confronti dell'onorevole Previti si pretenderebbe addirittura che potrebbe esservi un suo comportamento gravemente depistante e vanificatore della prova acquisita, e poi affermare - sempre da pare dell'accusa - che ciò possa dipendere solo dal fatto che lui non si è prestato, o per silenzio o per aver dato diverse indicazioni, a sottomettersi al gioco che l'accusa vorrebbe dovesse essere imposto a chiunque si presenti di fronte a lei?
Come si può ritenere che ciò non costituisca, nella realtà individuale e complessiva degli elementi indicati, un qualcosa che, in tale impostazione, Piero Calamandrei definiva «istinto venatorio», quello di chi accusa e vuole che, a fronte di un bersaglio, vi sia una preda ferma, che si prostri di fronte al rischio della cattura, se è con il vischio o con la rete, o dell'uccisione, se è con il fucile?
Mi chiedo se tali elementi non stimolino chi invoca la propria coscienza, al di là dei vincoli di parte, ad un esame alto dei valori dei quali siamo portatori; valori che non ci appartengono, che ci sono stati conferiti dalla sovranità popolare, di cui siamo un frammento, di cui portiamo le ansie e di cui forse non siamo in grado - purtroppo - di interpretare fino in fondo l'altezza ed il valore della realtà fiduciaria.
Al parlamentare - concludo, Presidente - non si richiede di essere il giudice dei giudici. Non si può nemmeno ritenere, però, che il Parlamento sia frustrato e castrato nella propria possibilità decisionale su un argomento che attiene all'integrità dell'Assemblea, alla dignità di uno dei suoi membri, alla libertà, che deve essere data a ciascuno, di difendersi davanti al proprio giudice naturale, precostituito per legge, al giudice giusto, che per noi non è detto non sia quello di Milano, ma che forse sarebbe più giusto fosse quello del luogo dove si assume che i reati sarebbero stati commessi.
Ecco perché dico «sì» alla relazione e «no» alla carcerazione del cittadino, non del deputato, Previti (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia, di alleanza nazionale, del CCD e misto-CDU - Congratulazioni).
dell'onorevole Previti, ma ci stiamo confrontando anche su due questioni meno contingenti e drammatiche, ma più di fondo: quali sono le protezioni che spettano ad un parlamentare e quali sono, rispetto a ciò, le funzioni della Giunta e di questa Assemblea.
Parlare delle protezioni significa parlare del rapporto tra Parlamento e cittadino. Qui si colloca la questione del plenum che è stata più volte invocata. Il plenum è principio sacro di fronte alla necessità di tutelare i gruppi ed i singoli parlamentari da persecuzioni politiche; è principio sacro per tutelare la libertà dei comportamenti, dell'organizzazione politica e delle ideologie che competono tra di loro.
Dal quadro che abbiamo avuto di fronte a noi la politica è fuori. Abbiamo un problema di magistrati, di avvocati, di affari che riguardano, tra l'altro, l'attività dell'onorevole Previti prima che diventasse membro di questo Parlamento.
Si pone allora un problema di fondo che va molto oltre la questione che stiamo trattando, molto al di là della discussione sull'onorevole Previti. Che cosa succederebbe nel paese se affermassimo la sacralità del principio del plenum al di là della necessità di tutelare le attività ed i comportamenti politici? Accadrebbe semplicemente che chiunque sarebbe autorizzato in futuro, al di là del caso in esame, a vedere il Parlamento come un rifugio intangibile e sarebbe indotto a ritenere indebitamente la politica come la salvezza che la legge non è in grado di riconoscere a certi comportamenti.
Mi chiedo allora se, nel momento in cui, per ragioni non politiche, il parlamentare si vede riconosciuta una tutela superiore, la democrazia sia davvero, come si dice qui, più forte o non sia invece più ingiusta, se il prestigio del Parlamento si fondi sull'immunità dei suoi membri, ovvero sulla capacità di rappresentare, in pieno e fino in fondo, i principi basilari di una democrazia, tra i quali vi è l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Si dice giustamente che i parlamentari hanno diritto a garanzie superiori. È vero. Il parlamentare, infatti, di fronte ad eventuali persecuzioni giudiziarie, non viene trattato come un consigliere comunale, come un giornalista, un sindacalista, un intellettuale scomodo, ma ha una protezione in più, quella che gli deve essere riconosciuta. Aggiungo io che troppo spesso da questi dibattiti manca la nozione che il parlamentare abbia anche dei doveri in più, non soltanto delle tutele e delle prerogative ulteriori da rivendicare.
Ebbene, contro l'idea di questi doveri superiori milita la concezione della Giunta - vengo al secondo punto - come tribunale speciale, organo superiore di salvaguardia, quasi di casta, che secondo alcuni - lo si è detto ieri ed anche oggi - dovrebbe addirittura legiferare sulla carcerazione preventiva, a partire dalla vicenda di un parlamentare, attraverso le sue deliberazioni e le sue scelte.
Io credo che un Parlamento serio subisce la legge anche quando colpisce i suoi membri ingiustamente e la cambia a partire dal primo cittadino comune che viene dopo.
Il problema, però, non è tanto questo. La questione è concepire - lo abbiamo visto in questi giorni - questo tribunale come luogo speciale dove avvocati e magistrati insieme, in una lunga ed incontrastata cavalcata, smontano, con lo spirito del difensore o del collega più dotto, il lavoro del magistrato che ha prodotto la richiesta.
Io credo che non possiamo accettare - lo dicevo ieri - l'accanimento del difensore. In questo senso vorrei rilevare come il relatore abbia, mutuando gran parte della difesa dell'onorevole Previti, nella sua relazione trasfigurato la funzione della Giunta, la quale non è più organo giurisdizionale ma, assorbendo quel legittimo accanimento di parte dell'avvocato difensore, è diventata parte in lotta contro la magistratura.
A chi dice che non è vero che c'è la teoria della persecuzione politica ricordo soltanto le parole...
Solo quest'ultimo aspetto dovrebbe infatti assumere rilevanza ai fini del dibattito e del successivo voto di oggi. A noi non compete decidere se il cittadino italiano Cesare Previti sia colpevole o innocente dei reati a lui ascritti, né tanto meno se ricorra il pericolo di fuga o di inquinamento delle prove. Questa Camera ha il dovere soltanto di esprimere una posizione, suffragandola con un voto, relativamente all'esistenza o meno di fumus persecutionis nel provvedimento con il quale la magistratura ci chiede di autorizzare l'arresto del deputato Cesare Previti. Su questo la posizione dei parlamentari della rete è chiarissima: non vi è alcun fumus persecutionis e quindi è giusto autorizzare l'arresto.
Non vi è fumus persecutionis perché le carte inviate dal GIP sono assolutamente circostanziate e si riferiscono a fatti concretissimi e ad episodi criminali di enorme gravità; perché i tentativi di occultare le prove di questi reati sono stati costanti ed assolutamente evidenti; ed infine perché la storia stessa del pool di Milano ed il ruolo da esso svolto in quelle inchieste che hanno poi assunto la denominazione popolare di Mani pulite testimoniano l'assenza di persecuzione e la presenza, invece, di un vasto tessuto criminale, ancora in larga parte impunito, che ha fatto dell'intreccio tra affari, politica e corruzione la regola e non l'eccezione.
Invero un po' di fumus persecutionis esiste ed è quello contro la magistratura di una parte del ceto politico che non ha mai digerito le inchieste e le condanne e sogna il ritorno dell'impunità. Da qui vengono - e parte del dibattito di questi giorni ne è testimonianza - i sogni di delegittimazione del pool di Mani pulite e di quei magistrati che coraggiosamente in questi anni hanno disvelato corruzioni ed intrighi.
È un fumus persecutionis contro la magistratura e contro la stagione di Mani pulite; è il tentativo di rivincita di una tangentopoli che è stata ferita ma che non è certo stata sconfitta.
I deputati della rete, però, non vogliono farsi coinvolgere neppure da questo aspetto, che assumerà rilevanza solo dopo il voto. Voteremo «no» alla proposta della Giunta e quindi «sì» all'arresto solo ed esclusivamente sulla base del fatto che riteniamo che i magistrati che hanno chiesto l'autorizzazione all'arresto non sono orientati da pregiudizi, bensì dall'accertamento di episodi criminali ben definiti. Votiamo per l'arresto, quindi, non per un empito giustizialista, che non ci
appartiene, ma nel quadro di una valutazione serena ed approfondita delle carte inviate dalla magistratura e nella consapevolezza che anche nel nostro paese quella maggioranza di cittadini che voterebbe allo stesso modo condivide in gran parte le nostre ragioni (Applausi dei deputati del gruppo misto rete-l'Ulivo).
Talvolta accade che le espressioni descrittive possano superare e compromettere le ragioni stesse di un ragionamento e di una soluzione; tale è il caso del cosiddetto fumus persecutionis, espressione tralaticia e ormai in definitiva inutile, quando non siano preventivamente stabilite quali situazioni possano rientrare nel cosiddetto fumus persecutionis e quali invece altre situazioni ancora innominate possano produrre gli effetti medesimi.
È conosciuto nella dottrina giuridica quel fenomeno per il quale l'atto giuridico, in questo caso il processo, che tale resta nell'ambito del medesimo, divenga invece un fatto giuridico, che prescinde cioè dalla sua - per così dire - anima intenzionale e resta un fatto storico, naturale o dipendente dall'uomo. A questo punto si colloca - se mi è consentito, signor Presidente - l'esigenza di definire quali siano le qualificazioni dei poteri nell'ambito di questo giudizio del Parlamento; se il giudice esamina e conclude sull'atto del processo noi dobbiamo esaminare e concludere sul fatto di quel processo, senza vulnerare affatto, senza intrigarci affatto di quell'attività che il giudice consuma insindacabilmente e nell'ambito delle proprie gerarchie decisionali. Ecco perché fumus persecutionis indica il caso limite, e quindi non tutti i casi in cui debba scattare la tutela del parlamentare. Quando si riconosca, sempre per caso limite (che nella mia lunga militanza in quell'ambito non ho mai incontrato), un'intenzionale o politica ovvero personale persecuzione, là certo, ictu oculi, scatta il fumus persecutionis e quindi scatta l'evidente ragione di applicarne le conseguenze. Ma siccome la valutazione del Parlamento non è quella di sanzionare il giudice né di rendere inefficaci gli atti da lui eventualmente posti in essere malintenzionatamente, resta pur sempre la possibilità che l'effetto medesimo della persecuzione propriamente detta venga raggiunto attraverso una sequela di errori. Ed è proprio in questo caso, quando l'effetto negativo venga raggiunto non dall'intenzione malevola ma dalla sequela o da un singolo grave errore, che la figura del parlamentare si attenua, scompare e viene esaltata invece quella della funzione parlamentare.
Se la situazione pregiudizievole è l'effetto di una serie di errori avvertibili e doverosamente reperibili dal Parlamento, è questo che diventa l'autore, per così dire, della lesione e lo strumento occasionale,
cioè il singolo parlamentare, in un certo modo passa in seconda linea. Trascuro quindi questo effetto, questo bisogno equivoco di far dipendere tutto dal fumus persecutionis. Qui sono invece presenti situazioni le quali ne hanno prodotto l'effetto identico, cioè che il parlamentare è stato pregiudicato dalla serie di errori che nella relazione sono stati messi bene in evidenza. E il metterli in evidenza non rappresenta una piaggeria verso la difesa, che li ha elencati semplicemente.
Una volta che questo accade, una volta che noi riconosciamo (perché è onestamente impossibile non farlo) che errori nella conduzione processuale vi sono stati, sotto infiniti aspetti (almeno cinque e tutti decisivi; non torno a ripeterli), come è possibile ritornare sulla solfa del fumus persecutionis? Noi non crediamo alla voce della tempesta che giunge da fuori né pensiamo di reagire alle indelicatezze che il Parlamento riceve chiamandolo ora mafioso, ora massone, ora in altro modo. Noi siamo uomini indipendenti e moralmente provveduti anche contro l'aggressione, contro questo tipo di disinganni.
Ma se al giovane, signor Presidente, è consentito cedere alle baudeleriane intermittenze del cuore e lasciarsi trascinare anche nell'errore nel palpito di queste intermittenze, all'uomo maturo, quando la medesima intermittenza colpisce il suo giudizio, la sua sensibilità di uomo o di operatore pubblico, non è consentita, quando v'è la possibilità dell'errore irreparabile, altra via che quella della prudenza, della riflessività, della cautela. Imboccare una strada la quale finisce col consegnarci al rischio di percorrerla con il pentimento nell'animo e nella mente non è proprio dell'uomo maturo (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).
In realtà l'immunità parlamentare, che anche da taluno di noi è stata ritenuta odioso privilegio per i reati comuni, non è nella disponibilità del parlamentare che, anche volendo fare un bel gesto, come si augurava l'amica onorevole Pistone, non può consegnarsi. Non è dato a Previti di consegnarsi neppure per un bel gesto perché egli ha un preservativo - che siamo noi - che lo separa da qualunque manetta; né si può dimettere autonomamente senza che - anche in quel caso - siamo noi a decidere che egli non sia più parlamentare. Mi riferisco all'amica Pistone perché ho letto una sua dichiarazione sui reati normali, qualunque, che porterebbero in galera qualsiasi cittadino e viceversa non portano in galera Previti, il quale dovrebbe avere il pudore di consegnarsi. Ma non mi risulta che né da lei né da alcuno della sinistra sia venuta la richiesta ad un magistrato come il dottor Lo Forte di astenersi dall'essere pubblica accusa essendo accusato degli stessi reati per cui egli è pubblico ministero.
Pudore vuole che chi in tante delicate imprese è chiamato, anche innocente, come credo sia Lo Forte, una volta che due, tre, quattro pentiti o testimoni lo chiamino colluso si astenga. Non lo ha fatto. Dovremmo, noi, pretendere da un nostro collega che vada a consegnarsi non potendolo quando, potendo astenersi, il magistrato non lo fa? Non mi risulta che l'onorevole Pistone abbia chiesto a Lo Forte di astenersi, per rispetto della sua stessa funzione.
Meditando su queste cose voglio solo ricordarvi che siamo di fronte ad un reato, nel merito, assolutamente non definito. Sappiamo che Squillante ha ricevuto denaro e che forse - forse - lo ha ricevuto anche da Previti. Ma ricevere denaro e darlo non è un crimine. Ciò che i magistrati mi devono dimostrare è che cosa ha fatto Squillante, cosa ha fatto Valente, cosa ha fatto Coiro, cosa ha fatto Brancaccio, cioè i magistrati citati dal teste infedele a favore di quelli che lo hanno pagato. Il regalo, in sé, non è reato. È mancanza di buon gusto da parte del magistrato riceverlo, ma io non vedo cosa abbia fatto Squillante per Previti, e poi per Berlusconi; e mi sembra assai singolare che la richiesta per Previti arrivi oggi e non arrivi la richiesta per Berlusconi. Sono stati o no insieme nella corruzione dei magistrati? È allora assai singolare un comportamento come questo. Ma ancora più singolare è quella volontà di decidere i tempi della politica e della storia senza avere lo stesso rispetto del cittadino e del cittadino parlamentare. Mi chiedo infatti come mai i magistrati di Milano non abbiano chiesto l'arresto di Previti quando lo hanno chiesto di Squillante, quando lo hanno chiesto di Pacifico, cioè un anno e mezzo fa. Hanno deciso di giocare al gatto con il topo. I reati di Previti all'arresto di Squillante e Pacifico erano gli stessi. Proprio in quel ritardo, nel chiedere oggi quell'arresto, c'è una volontà di interferenza con il potere politico.
Proprio lì c'è il passaggio - e qui concludo, visto che il tempo è ristretto - che è l'unico atto veramente vile di questa vicenda: arrestare Squillante in clinica per trasportarlo dalla condizione di impotenza di chi sta in ospedale agli arresti ospedalieri. E perché arrestarlo? Per ridurlo da uomo a cosa, come per dire: «siccome sarebbe incongruente arrestare Previti e aver libero Squillante» - palese incongruenza - «arrestiamo quando ci pare anche Squillante». In quel gesto di reificazione di un uomo a cosa, mezzo per uno strumento rigorosamente violento, c'è qualcosa che non si può accettare, non per difesa di Previti, ma per difesa dell'onore dei cittadini anche non parlamentari (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia, di alleanza nazionale e misto-CDU)!
Il nostro ordinamento giuridico prevede che per adottare una misura cautelare così grave è indispensabile che sussista almeno uno dei seguenti casi: che il pericolo di inquinare le prove sia reale e attuale, che sussista il pericolo di fuga o il pericolo di reiterazione dei reati. Orbene, dopo aver ascoltato con grande attenzione le relazioni della Giunta delle autorizzazioni a procedere in giudizio e l'ampio dibattito in Assemblea ci pare emergere con chiarezza che per l'ulteriore requisito del pericolo di reiterazione dei fatti vi è una totale assenza di motivazione da parte del giudice per le indagini preliminari. Quanto al pericolo di fuga, lo stesso giudice ritiene che questo elemento
non sussista. Infine, non sussiste più il requisito del pericolo di inquinamento delle prove, che sono già state acquisite dagli inquirenti, e che va comunque desunto da fatti concreti.
Quindi, al di là di ogni valutazione politica, non sussistono tecnicamente i requisiti espressamente previsti dalla legge.
Qualcuno ha poi sostenuto che non concedere l'arresto salverebbe l'onorevole Previti dalla condanna del tribunale: questa è una bugia bella e buona, perché l'onorevole Previti è sotto inchiesta della magistratura e sarà eventualmente processato ed eventualmente condannato indipendentemente dal voto di quest'aula e senza bisogno di nessuna autorizzazione da parte del Parlamento.
Badate bene, onorevoli colleghi, che l'arresto preventivo di un parlamentare, oltre ad essere un atto molto grave, con il clima che da troppi anni regna sarebbe come una preventiva condanna per l'opinione pubblica; condanna che, come purtroppo abbiamo conosciuto in troppi casi, è rimasta irreversibile anche in presenza di sentenze di assoluzione o di proscioglimento. Qualunque cittadino, parlamentare e non, ha diritto che le eventuali condanne le pronuncino i giudici nelle aule di tribunale e se questo, per un cittadino democraticamente eletto, avvenisse al di fuori delle aule preposte, sarebbe molto grave sul piano istituzionale e sul piano della democrazia.
Per i deputati socialisti si pone anche oggi, come in analoghe situazioni nel passato, il dovere di rispondere solamente alla propria ragione e alla propria coscienza. A me, loro capogruppo, spetta di dichiarare il nostro apprezzamento per il lavoro svolto dalla Giunta delle autorizzazioni a procedere e manifestare solidarietà e simpatia per il lavoro svolto in maniera discreta e competente dal suo presidente pro tempore, onorevole Ceremigna, del quale condividiamo il voto precedentemente espresso, assumendone in toto le motivazioni, che oggi ribadiamo in quest'aula (Applausi).
A ragione ammoniva sant'Agostino che gli uomini torturano per sapere se devono torturare. Non si deve dimenticare infatti - continuo nella citazione - che con la carcerazione preventiva si infligge una sofferenza certa per un delitto eventuale. Non poche volte prima di essere assolto e proprio per essere assolto l'innocente viene sottoposto a carcerazione preventiva e quindi sostanzialmente punito. Sono affermazioni, queste, che ho tratto dal libro di diritto penale del professor Giandomenico Pisapia, del quale tutti abbiamo ammirato, da studenti e da operatori del diritto, l'intelligenza e la finezza giuridica.
Ripeto quanto disse sant'Agostino: gli uomini torturano per sapere se si deve torturare! La carcerazione preventiva si infligge come sofferenza certa per un delitto eventuale. Ecco, sono anni che in questo Parlamento ci poniamo tale problema e tentiamo di ridurre al minimo il ricorso alla carcerazione preventiva, anche con novelle legislative. Tutti abbiamo sempre detto che essa deve essere un evento eccezionale, in casi eccezionali: di pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, di reiterazione del reato.
Onorevoli colleghi, nel caso di Previti, come in tanti altri casi sottoposti al voto del Parlamento (Sgarbi ha ricordato i casi degli onorevoli Tabacci e Culicchia), non esistevano i presupposti; ciò è stato ampiamente dimostrato dal fatto che successivamente questi colleghi sono stati prosciolti dai reati che erano stati loro addebitati.
Nel caso in oggetto mi sembra sia stato dimostrato - concedetemi almeno questo
- che i presupposti per l'arresto sono vacillanti. Ed infatti il GIP parla - attenzione! - di pericolo non di inquinamento delle prove ma di pericolo di inquinamento dell'interpretazione delle prove, introducendo una fattispecie sconosciuta nel codice penale. Credo che tutti possiamo riconoscere che la reiterazione dei reati di cui si parla e degli addebiti mossi all'onorevole Previti oggi sono oggettivamente impossibili.
Ma vedete, il problema che io mi pongo e che pongo a voi è questo: vi è accanimento soltanto contro Previti? Noi oggi discutiamo soltanto del caso Previti? Certamente no, onorevoli colleghi. Oggi noi stiamo discutendo centinaia, forse migliaia di casi dove persone innocenti sono finite con troppa disinvoltura in carcere, per l'uso distorto ed eccessivo delle manette, quelle di cui ha parlato anche il Capo dello Stato nel discorso rivolto al paese, l'ultimo dell'anno. Moltissime volte si è trattato di uomini politici, di ex parlamentari, consigli regionali, sindaci, amministratori, ma moltissime volte si è trattato anche di cittadini finiti in carcere per fatti che non riguardano la politica. Sono stati uomini politici e semplici cittadini poi assolti con formula piena da magistrati che hanno saputo riconoscere l'errore iniziale. Do quindi merito alla magistratura di aver riconosciuto l'errore. Ma l'errore iniziale era costato la carcerazione preventiva, quel terribile trauma di cui parlò sant'Agostino e poi ne ha parlato Pisapia.
Vedete, ciò che personalmente mi angoscia è che in questo caso la responsabilità di incarcerare non è di chi professionalmente e per vocazione ha scelto di fare il giudice. Io non ho scelto di fare il giudice e tuttavia mi trovo nell'imbarazzante situazione di essere io - di essere noi! - a stabilire e a decidere se incarcerare un cittadino che è anche un nostro collega senza presupposti oppure sulla base di presupposti vacillanti. La procura di Milano, infatti, chiede a noi di avallare quell'uso distorto della carcerazione preventiva che tutti abbiamo sempre condannato!
Devo dire che la motivazione addotta da alcuni colleghi schierati per il «sì» è sconcertante perché, a fronte del comune giudizio circa l'eccessivo ricorso alla carcerazione preventiva, alcuni colleghi hanno fatto il seguente ragionamento: Previti deve essere arrestato per non essere diverso dagli altri cittadini che subiscono l'uso distorto e preventivo delle manette contro il quale il Parlamento si è sempre battuto. È proprio questo quello che alcuni hanno detto: Previti deve subire questa situazione proprio come moltissimi cittadini subiscono le conseguenze di simili errori ed eccessi. Il compito del Parlamento, però, sarebbe proprio quello di evitare che simili eccessi abbiano luogo sia ai danni di Previti sia ai danni di comuni cittadini.
Mancano, quindi, dei presupposti chiari e convincenti. Sono un semplice parlamentare, ma ho parlato con tre o quattro procuratori della Repubblica, che fino a qualche mese fa o a qualche anno fa rappresentavano la pubblica accusa, che mi hanno spiegato con autorevolezza non solo dottrinaria, ma anche sulla base della esperienza fatta come operatori sul campo, che i presupposti dell'arresto non esistono. Qualcuno magari ha accentuato anche i toni dell'aspetto persecutorio, qualcuno lo ha fatto semplicemente dicendo che i giudici di Milano sono in perfetta buona fede, ma i presupposti non ci sono. Altri procuratori, magari schierati da un'altra parte politica, hanno invece sostenuto che i presupposti ci sarebbero. Penso vogliate ammettere che ci troviamo di fronte ad un grosso dubbio, perché tutte le volte che il Parlamento ha concesso l'autorizzazione a procedere lo ha sempre fatto a larghissima maggioranza, in quanto i reati contestati erano quelli di strage o di omicidio. La decisione di procedere o no all'arresto non può essere presa con lo scarto di un voto, non può essere adottata in una situazione di grande incertezza.
Anche i procuratori della Repubblica che pro tempore sono parlamentari, insieme a chi procuratore della Repubblica non è stato, sono chiamati a dire...
Questi procuratori della Repubblica sono chiamati a dire «no» ad un arresto che renderebbe la Camera in qualche modo complice di quella che, come ho già spiegato in precedenza, è una condanna.
Ebbene, se si voterà «no» - come io farò, a titolo personale perché il nostro gruppo lascia libertà di coscienza ai singoli parlamentari - all'arresto, si determineranno due conseguenze: se Previti sarà condannato nel corso di un giusto processo, avremo la dimostrazione che la condanna può maturare senza ricorrere all'arresto preventivo, e in questo caso l'onorevole Previti, se verrà condannato, pagherà per le sue colpe; se invece l'onorevole Previti sarà assolto, sarò ben lieto di aver evitato quella sofferenza certa per un delitto eventuale, di cui parlava Pisapia, che per Previti e per ogni cittadino italiano è uno strumento indegno per un paese che vuole essere definito normale e civile (Applausi dei deputati dei gruppi del CCD, di forza Italia e di alleanza nazionale).
Il gruppo comunista voterà, dunque, per l'accoglimento della richiesta di arresto sulla base non già di una valutazione politica, ma di una somma di giudizi individuali di ciascun deputato aderente al gruppo che in piena libertà di coscienza, dopo aver letto la richiesta proveniente dai giudici di Milano, ha liberamente formato il proprio convincimento.
Il mio intervento, pertanto, che fa seguito a quello del relatore di minoranza Meloni, è teso solo a denunciare, anche a nome degli altri colleghi del gruppo, le motivazioni di ordine costituzionale che ci hanno portato a questa comune valutazione.
Il Parlamento repubblicano non è un tribunale, non è per scelta esplicita dei costituenti un organo giudicante né ci troviamo nella condizione di essere costituiti oggi in Alta Corte di giustizia, come pure può essere previsto in casi eccezionali.
La richiesta alla Camera per le istanze di limitazione della libertà personale dei propri membri non fu mai concepita come un privilegio di questi ultimi rispetto agli altri cittadini ma, viceversa, solo come una guarentigia di democrazia, l'esplicita esclusione di limitazioni alla libertà personale per casi di persecuzione politica. Era viceversa, com'è noto, lo Statuto albertino che prevedeva, e per giunta per i soli senatori del Regno, un foro privilegiato e cioè che essi potessero essere giudicati solo dai propri pari, vale a dire dal Senato medesimo: un privilegio di casta e insieme, considerate la provenienza e la fonte di nomina dei membri del Senato del Regno, anche un privilegio di classe.
La Costituzione non prevede nulla di ciò: lo si evince senza possibilità di equivoci
dal testo della Costituzione. E Costantino Mortati, uno tra i più illustri nostri costituzionalisti certamente non di cultura marxista, anzi, cari amici e colleghi del partito popolare, esponente tra i più autorevoli proprio del cattolicesimo democratico, annotava così (cito testualmente) la Costituzione nel punto che ora ci interessa: «Il giudizio della Camera ha per oggetto non già la fondatezza dell'imputazione sollevata a carico di un suo membro ma solo l'accertamento dell'eventuale carattere politico della medesima. L'immunità serve a garantire il regolare adempimento della funzione contro la possibilità di abusi indirizzati ad ostacolarlo». Principio sacrosanto, di grande civiltà, principio cardine della democrazia, ma Mortati continuava pessimisticamente (ed egli non aveva ancora visto le cose scandalose accadute successivamente all'apparizione dei suoi scritti) che vi era - cito ancora testualmente - «una tendenza del nostro Parlamento a trasformare l'immunità in privilegio, in netta violazione del principio di eguaglianza».
Dobbiamo oggi giudicare solo su un punto e la domanda alla quale dobbiamo rispondere, nonostante quello che ho sentito in quest'aula, la detta la Costituzione medesima: esiste una forma, anche solo velata, di intendimento politico persecutorio ai danni dell'onorevole Previti? La lettura delle carte della richiesta di rinvio a giudizio e di quella di arresto, formulate dal GIP, cioè da un magistrato terzo, a noi sembra non giustifichi neppure il più vago sospetto di tale intento persecutorio. Questo è l'unico punto in discussione, questo è l'unico tema che deve appassionarci perché noi non siamo dei giudici ma sarà il tribunale, ed esso solo nei suoi diversi gradi, con il sistema di guarentigie previsto dal codice e dalla Costituzione stessa per ogni cittadino e non solo per i deputati (i quali peraltro, rispetto ai primi, hanno una garanzia in più che è questa di oggi) a decidere se l'onorevole Previti sia o meno colpevole dei reati di cui è accusato.
Per quanto riguarda noi, vige e vigerà la presunzione di innocenza sino a che una sentenza definitiva non avrà eventualmente accertato il contrario, ma tale giudizio - lo ripeto - non spetta a noi.
Noi, cari colleghi, non amiamo le manette né i cappi sventolati in quest'aula a suo tempo da alcuni colleghi, i quali sembra che oggi regolino la propria ansia giustizialista solo sulla base delle contingenti valutazioni politiche. Ci battiamo per una seria e garantista riforma della custodia cautelare, siamo fattivamente solidali con i giudici delle procure in prima fila nel nostro paese nella lotta alla corruzione politica e alla criminalità organizzata e dunque, innanzi tutto, con quelle di Milano e Palermo. Se la Camera negasse oggi l'autorizzazione all'arresto, creeremmo un conflitto devastante tra due poteri autonomi dello Stato, e cioè tra la magistratura e il Parlamento. Siamo però altresì convinti che per un corretto e democratico funzionamento delle istituzioni deve essere sempre affermato che l'indipendenza della magistratura non può spingere quest'ultima in alcuni suoi esponenti a travalicare i compiti ad essa affidati dalla Costituzione, assumendo talvolta connotazioni politiche o non contrastando adeguatamente al suo interno la tentazione ad esasperare l'uso della custodia cautelare.
I magistrati indaghino e giudichino nella piena libertà, ma si attengano ai vincoli che la legge - alla quale sola essi debbono sottostare - ha posto anche all'operato dei giudici medesimi. Si faccia giustizia dunque, non nel senso della sommarietà di essa, ma nel senso che ogni cittadino possa sentirsi tutelato con grande rigore dalle medesime garanzie di libertà. Dobbiamo auspicare con eguale vigore le garanzie per il cittadino Previti quanto per l'extracomunitario ospite del nostro paese, che pure mai avrà accesso alla televisione di Stato, il cui arresto non farà notizia, non potrà pubblicare lunghe ed articolate memorie difensive e sulle cui garanzie - anche le più elementari - non mi è parso di sentire mai una particolare attenzione in certi settori di questa Assemblea. È questo io credo un dovere che abbiamo di fronte a tutti i cittadini; a quei
cittadini il cui mandato abbiamo l'obbligo di onorare non in difesa di nostri privilegi, ma essendo noi per primi a sostenere con coerenza il principio di eguaglianza, che è a fondamento della nostra Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista-progressisti, della sinistra democratica-l'Ulivo e di deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo).
Il voto che ci accingiamo ad esprimere si traduce in un giudizio di merito sulle intenzioni dei procuratori e del GIP di Milano e soprattutto sul loro modo di procedere, ai quali spetterà - solo a loro e non a quest'Assemblea - decidere su una eventuale sentenza di colpevolezza di un collega. Ma è altrettanto vera la fortissima implicazione politica di questo voto, come già lo fu in sede di Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio.
In questi giorni si sono rincorse due tesi contrapposte: quella secondo cui il voto per concedere l'arresto sarebbe in realtà un voto contro il Polo; e quella contraria secondo la quale il voto per negare l'arresto sarebbe in realtà un voto contro la procura di Milano. È quella stessa procura che nel 1992 finse di porre all'attenzione dell'opinione pubblica la questione morale in politica e che si tradusse nell'immenso teatrino di Tangentopoli, grazie al quale oggi il vostro beneamato paese non è più pulito, e non è servito a consentire di assicurare alle patrie galere ladri matricolati ancorché abbigliati da eminenti uomini politici, né ad ottenere la restituzione del maltolto per reinvestirlo magari nel risanamento dei conti pubblici, senza ricorrere ai continui e «democratici» aumenti della pressione fiscale. Ha consentito semplicemente, con la liquidazione politica dei segretari del pentapartito, nessuno dei quali grava oggi sul bilancio dell'amministrazione penitenziaria, la transizione di un sistema di rappresentanza proporzionale ad uno bipolare, per impedire il cambiamento che solo la lega nord poteva imprimere alle istituzioni (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania) e per garantire la continuità di esistenza del centralismo statalista che ha continuamente bisogno di paladini difensori, siano esse le «camicie blu» dei manganellatori di Stato, siano esse le «camicie nere» della magistratura.
Se dessimo retta, signor Presidente, alle numerose e reiterate richieste di giustizia sommaria che ci vengono dai cittadini padani - dettate a mio avviso più dall'emotività che dal raziocinio -, senza dubbio il voto del nostro gruppo sarebbe orientato a consentire l'arresto dell'onorevole Previti. Noi, come loro, siamo profondamente convinti che molti parlamentari che siedono in quest'aula starebbero meglio altrove. Ma se sono qui, la responsabilità morale ricade esclusivamente su quei segretari e su quei presidenti di partito che li hanno candidati e solo marginalmente sui cittadini elettori, che li hanno mandati qui privi di elementi di comprensione e di valutazione, costretti in qualche modo a subire un meccanismo elettivo coatto.
Dobbiamo invece farci guidare dalla razionalità, lasciando da parte istinti ed emozioni assai pericolose per la democrazia in questo delicato momento.
Sbaglio o la procura di Milano è la stessa che recentemente si è scagliata contro ogni sia pur labile proposta di
riforma dell'ordinamento giudiziario, partorita con enorme difficoltà dalla Commissione bicamerale? La chiave di lettura, allora, non deve essere quella dei giustizialisti che invocano a gran voce l'arresto dell'onorevole Previti. Infatti, quando ciò accadesse, non si tradurrebbe in un miglioramento del pessimo funzionamento dell'amministrazione della giustizia; quella giustizia che recentemente ha ammesso il proprio fallimento ed ha invocato la somministrazione legalizzata della droga per coprire la propria incapacità di fornire soluzioni ad un dramma sociale, non subito ma voluto dallo Stato arrogante e connivente con le organizzazioni criminali (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania)!
Questo Stato per essere legittimato ha bisogno di un partito; e l'unico che può svolgere questa funzione, cari colleghi, oggi è il vecchio partito comunista (non ne vedo altri in circolazione), anche se si è riciclato attraverso simboli e nomi nuovi e se reprime il dissenso politico con ogni mezzo a sua disposizione, ivi compreso l'uso strumentale e distorto della magistratura.
La chiave di lettura è semplicemente quella di chi serenamente si interroga intorno ai limiti del potere dell'ordinamento giudiziario, troppo spesso volutamente sovraordinato al potere di una parte della politica con accondiscendenza servente e servile nei confronti di un'altra parte della politica, a cui lei fa riferimento, signor Presidente della Camera, ed alla quale fate riferimento voi, cari amici compagni che avete avuto l'arroganza di definirvi democratici ma che nelle intenzioni e nei fatti tanto democratici non siete (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania e di deputati del gruppo di forza Italia).
Il nostro gruppo è contrario all'arresto di un parlamentare, a qualunque schieramento politico appartenga, signor Presidente. L'onorevole Previti, indipendentemente dal nostro voto, potrà essere arrestato. Ma in quel caso non sarà il primo prigioniero politico, come è stato affermato da un collega. Lo sarà grazie ad un tempestivo e regolare processo che si dovrà tenere fuori da quest'aula. Siamo fermamente convinti che la magistratura non possa opprimere le coscienze condizionando la politica o parte di essa; siamo convinti che debba esistere separazione tra le carriere e, soprattutto, che la magistratura giudicante non debba avere un imprimatur gerarchico, ma debba essere legittimata attraverso un'elezione popolare.
Il nostro, signor Presidente, non è un voto a favore di qualcuno: è un voto contro la magistratura italiana (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania e di deputati del gruppo di forza Italia - Congratulazioni).
Credo tuttavia che in questo momento...
Prego, onorevole La Russa.
deputati se ripercorro, e se riesco a farlo insieme ai colleghi, i precedenti che hanno accompagnato le varie decisioni che la Camera ha assunto nelle diverse legislature.
Poiché il tema prevalente del nostro dibattito ha riguardato l'esistenza e la necessità di un fumus persecutionis per poter giungere al diniego dell'arresto, credo sia mio dovere rassegnare ai colleghi della Camera un convincimento che nasce dall'attenta lettura delle carte. Solo in due o tre casi, rispetto agli oltre cinquanta casi in cui è stata respinta la richiesta di arresto, la motivazione che la Giunta ha portato all'Assemblea e che quest'ultima ha poi accolto, faceva riferimento al fumus persecutionis. Negli altri casi, quindi nella stragrande maggioranza (46 su 50 circa), la ragione addotta dalla Camera per respingere...
Intendo cioè sostenere che la contrapposizione (che un po' è riecheggiata anche nell'ultimo intervento) che vede da un lato il Parlamento e dall'altro la magistratura, un risultato che suona come sconfitta per l'uno o per l'altro, o come delegittimazione della magistratura o del Parlamento, non ha mai trovato accoglimento in quest'aula. I soli casi in cui l'autorizzazione a procedere è stata accolta avevano di particolare (questo è un dato fondamentale che sottopongo alla vostra attenzione) la gravità e l'eccezionalità dei reati contestati al parlamentare: si è sempre trattato di reati che avessero la violenza come motivo di fondo. All'onorevole Moranino, che
pure fu graziato, venivano contestati reati che attenevano sicuramente alla violenza (non voglio ricordarli); all'onorevole Saccucci, il quale apparteneva alla parte politica esattamente opposta, venivano contestati i reati di omicidio e di tentato omicidio. Quelli contestati all'onorevole Negri erano reati che attenevano al terrorismo; l'onorevole Abbatangelo, poi risultato peraltro innocente, veniva accusato di un reato che atteneva addirittura ad una strage. Questi che ho richiamato sono stati gli unici casi in cui la Camera ha ritenuto di far prevalere l'interesse di giustizia - a che cioè il provvedimento del magistrato potesse avere corso - sull'altro interesse, ugualmente costituzionalmente protetto, che è quello del mantenimento del proprio plenum.
Quindi, Presidente, grido forte contro questo tentativo di porre il voto di ciascuno di noi in alternativa all'azione dei magistrati; si può rispettarla e si può essere tranquillamente fiduciosi che i magistrati facciano la loro opera, si può pensare che essi l'abbiano svolta al meglio e contemporaneamente, come è avvenuto 46 volte su 50, tranne in casi gravissimi, negare l'autorizzazione all'arresto. È fonte di confusione - o peggio, volontà di strumentalizzazione - sostenere che il nostro operato debba essere in contrapposizione a qualcuno.
Dobbiamo allora valutare in questa sede - credo che il mio tempo si avvii a conclusione - se gli elementi che i magistrati ci hanno rassegnato al termine o quasi al termine del loro lavoro (per un capo di imputazione addirittura alla conclusione), che io non considero (come la mia parte politica non ha mai considerato) complotto, portino all'attenzione della Camera la sussistenza dei requisiti previsti dall'articolo 274, se ci indichino indizi ed elementi di colpevolezza tali da giustificare assolutamente l'arresto. Questo dobbiamo valutare e contrapporlo all'esigenza che, salvo casi eccezionali, questa Camera deve poter decidere con il numero complessivo che gli elettori hanno stabilito in ossequio alle leggi della Repubblica.
Ritengo, pur rispettando il lavoro del pool di Milano - e non è nuova da parte mia un'indicazione di questo genere -, che nel caso specifico non ci siano stati forniti né indizi né elementi di colpevolezza così evidenti, schiaccianti e chiari - si potrebbe sostenere il contrario, ma non voglio farlo - da far venir meno quell'esigenza di mantenimento del plenum e, ancor di più, ritengo che non sussistano gli elementi indicati nell'articolo 274, soprattutto con riferimento specifico al pericolo di inquinamento delle prove, atteso peraltro che per un capo di imputazione ciò è materialmente impossibile e per l'altro i mesi ancora utili alla magistratura per concludere le indagini sono due, tre o pochi di più.
Senza bisogno di andare ad affrontare (potrei farlo, ma non ne ho il tempo) quanto è alla base di questo processo, e cioè l'analisi dell'attendibilità di un testimone - sulla quale potrei raccontarvi molte, moltissime cose -, credo tranquillamente di poter dire che il caso dell'onorevole Previti è esattamente uguale a quello degli altri cinquanta parlamentari - semmai, è molto meno grave - per i quali questo Parlamento ha rifiutato di concedere l'autorizzazione all'arresto richiesta dalla magistratura, mentre è assai dissimile dai casi di Moranino, di Toni Negri e di Saccucci per i quali, in via del tutto eccezionale, il Parlamento dovette concedere tale autorizzazione (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e misto-CDU).
I dati - 23 mila cittadini in attesa di giudizio - ci dicono che non è qui la particolare anomalia italiana: siamo nella media dei paesi dove vige lo Stato di
diritto. L'anomalia, piuttosto, è nella durata dei processi: la giustizia per i più non arriva mai o tarda moltissimo.
Privare della libertà personale non spetta al Parlamento, che esercita un altro potere, quello di fare la legge. Se la legge attuale - norme sostanziali e procedure - non va bene, abbiamo il potere di riformarla. Esercitiamolo, senza condizionamenti.
È evidente che sulla esasperante lentezza dell'amministrazione della giustizia dobbiamo intervenire ma, cari colleghi, sulla custodia cautelare siamo già intervenuti con una riforma dell'articolo 274 del codice. Credo che nessuno proponga l'abolizione dell'istituto: andrebbe troppo clamorosamente contro il diritto di chi ha subito una violenza, una prepotenza, un'ingiustizia grave e contro l'interesse della società ad impedire che l'imputato reiteri il reato, fugga, inquini le prove.
Ma se si ritiene comunque di dover intervenire ancora, di limitare ulteriormente la possibilità di ricorrere all'arresto, noi siamo pronti a discuterne in quest'aula. Non si può scoprire il problema ogni volta che in ballo ci sono i potenti. Di più: ciò che sarebbe insostenibile di fronte all'opinione pubblica, quella più avvertita e prudente, non solo quella che ama le maniere spicce, è lo speciale salvacondotto per i parlamentari, la possibilità di sottrarsi - essi e solo essi - al rischio tremendo di perdere la libertà personale.
Intervenendo sul caso Cito nella seduta del 14 gennaio, l'onorevole Mancuso ha ricordato: «Il nostro ordinamento e quello internazionale civile conosce posizioni in cui alla situazione individuale della persona viene cumulata la situazione del munus, dovere pubblico». Giustissimo! Munus significa dovere e dono. In nessuna parte del mondo c'è un dovere talmente alto che possa ricevere il dono della salvezza totale di fronte alla legge; alla fine «la legge è uguale per tutti» resta il principio superiore che non ammette deroghe.
È giusto che alcuni, in particolare i parlamentari, godano, come dice l'onorevole Mancuso, di doppia tutela: essi rappresentano il popolo ed è un'esigenza tanto più forte in Italia. Il nostro paese ha conosciuto il dispotismo, in tutta la sua storia moderna è stato percorso da tendenze illiberali, non ha mai visto i poteri dello Stato assestarsi democraticamente in condizione evoluta di equilibrio, di neutralità, di bilanciamento, di reciproca autonomia.
Prudenza, anzi enorme prudenza, come ha detto il Presidente della Camera; l'enorme prudenza fu costituzionalizzata nella Costituzione del 1948, quando all'articolo 68 si previdero le garanzie del parlamentare, compresa l'autorizzazione a procedere: norma grazie alla quale nemmeno i processi si potevano celebrare senza autorizzazione, norma di cui si è lungamente abusato, ragione non ultima dell'ondata antiparlamentare che in anni recenti si è alzata e si è ingrossata nel pase. Lo avvertì questo Parlamento, tanto è vero che nell'ottobre 1993 fu riformato l'articolo 68: non c'è più l'autorizzazione a procedere, i processi comunque si fanno; è bene ribadirlo chiaramente anche ai cittadini, ai quali in questa occasione viene fatto credere il contrario.
Ma vogliamo abrogare di fatto, sempre e comunque, la norma costituzionale che è restata e che contempla, previo voto dell'Assemblea, la possibilità dell'arresto del parlamentare? In nessun altro paese questa possibilità è esclusa in radice, e credo giustamente. C'è l'argomento forte del plenum, dell'integrità della rappresentanza, certamente alto, ma non il valore supremo; la Costituzione lo tutela, tuttavia in maniera non assoluta, ed infatti l'arresto può sempre essere effettuato in flagranza di reato, per esempio, o autorizzato su espressa richiesta del magistrato. La Costituzione ritiene molto semplicemente che esistano superiori ragioni di giustizia che possono intaccarlo. Del resto, la bicamerale con voto unanime ha deliberato di riproporre intatto alle Camere il testo attuale dell'articolo 68: chi vuole si assuma la responsabilità di proporre l'abrogazione della norma, non chieda di aggirarla.
Il divario tra Costituzione formale e materiale non può essere ancora tollerato in futuro. C'è una sola posizione politicamente e culturalmente giusta, e io non ho dubbi: è quella garantista; essa però è molto impegnativa, comporta l'obbligo stringente di una condotta rigorosa. Garantismo non è il punto di vista sempre favorevole agli imputati, comunque avverso ai giudici; questo ne è piuttosto il volto sfigurato, la grottesca caricatura. Garantismo è il principio di legalità che si afferma integralmente, la filosofia del rispetto della norma sostanziale della procedura, e l'impegno costante volto ad umanizzare la giustizia, a renderla rapida ed efficace, a rafforzare la parità tra accusa e difesa, la terzietà del magistrato giudicante. Esattamente così questo gruppo parlamentare si è condotto in questa legislatura, con misura, equilibrio, prudenza e rigore, dai voti sui giudizi di insindacabilità alla riforma dell'articolo 513, per intenderci.
Chi vi parla - consentite questo ricordo -, nella tempesta del 1992, in piena Tangentopoli, quando in quest'aula (l'ha ricordato il collega Diliberto) sventolavano manette e cappi e i giovani del movimento sociale, incitati dai più anziani parlamentari, circondavano in catena umana Montecitorio e il plauso verso i magistrati si faceva corale ed entusiasta, è stato tra coloro che certamente hanno apprezzato l'opera dei magistrati, il loro svelare la verità di una corruzione diffusa, di una decadenza delle classi dirigenti italiane, di una crisi della democrazia, di quella degenerazione nel rapporto tra partiti e Stato chiamata questione morale da un uomo che aveva occhi per vedere, Enrico Berlinguer. Chi vi parla è stato tra coloro - pochissimi, allora - che hanno espresso pubblicamente anche i loro dubbi, però, verso le facili carcerazioni, le sistematiche violazioni del segreto istruttorio, il «tintinnar di manette» e che tentò - senza successo - di sostenere già allora interventi correttivi, come la proposta sulla custodia cautelare dell'onorevole Correnti. Tanto più oggi non penso che i magistrati siano i migliori, i nuovi ottimati, i salvatori della patria, la nuova stirpe degli dei, ma ciò obbliga ad un più alto senso della giustizia, ad un attaccamento estremo alla concretezza delle cose e dei fatti. Non possiamo e non dobbiamo - di questo sono sicuro, tanto più dopo l'intervento dell'onorevole Comino - alimentare la guerra tra politica e giustizia, tra politici e magistrati: sarebbe la rovina.
Infine, una parola sul caso su cui dobbiamo esprimerci. La ricchezza non è un reato, qualche volta è la misura del valore, della qualità di un uomo. Qualche volta. Confesso però di essermi un po' perso nel labirinto di miliardi disegnato dal GIP, e non dai pubblici ministeri di Milano, nell'atto di richiesta di arresto dell'onorevole Previti. Un po' incredulo di fronte a 21 miliardi di parcelle, anzi di pagamenti per collaborazione continuativa, anzi di mandato a pagare persone terze, secondo le successive versioni dell'imputato, mandato non confermato da mandatari e di cui non vi è traccia documentaria, un foglio, un appunto, due righe. Sorpreso di fronte a fiumi di danaro trattato nella nostra era tecnologica in contanti. Scettico di fronte al fatto che si possano ricevere 1.800 milioni e dimenticarli. Ma qui non facciamo i processi.
Le carte del giudice (questo mi pare in coscienza e questo mi basta) non sono inconsistenti; gli elementi testimoniali, probatori, indiziari non sono deboli. Non vedo ragioni fondate per immaginare intenzioni malevole, volontà di persecuzione politica. Condivido le valutazioni dei relatori di minoranza, onorevoli Bonito e Meloni, ed è questo esattamente il punto che dobbiamo valutare.
Non so se il relatore per la maggioranza, onorevole Carrara, si sia reso conto della gravità delle cose che ha detto e scritto. Ho controllato con altri colleghi le parti conformi. Lei, onorevole Carrara, ha copiato testualmente il testo della memoria difensiva di Previti. Due terzi, settecento righe su 1.100, della sua relazione sono identici a quella memoria difensiva (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo, di rifondazione
comunista-progressisti e misto-verdi-l'Ulivo e di deputati dei gruppi dei popolari e democratici-l'Ulivo e di rinnovamento italiano)! Questa è una vergogna!
La richiesta arrivata alla Camera è del GIP, come è noto, ma il documento della maggioranza della Giunta è un atto di accusa totale alla procura di Milano. Vi sarebbe, si dice, l'intenzione di arrecare un danno di immagine, oltre che politico ed economico, agli esponenti di forza Italia. Non basta. Non va trascurato peraltro, nel portare avanti il provvedimento cautelare, scrive ancora l'onorevole Carrara, l'inserimento ad opera dei pubblici ministeri di prospettive economiche di carattere privato nel procedimento in corso, con l'instaurazione di numerosi giudizi civili con richieste miliardarie per risarcimento danni. Che cos'è questa? La notitia criminis? La denuncia pubblica? Criminali sono i giudici, dunque?
Se si vota la relazione, si sottoscrivono anche questi apprezzamenti e il Parlamento verrebbe posto in una posizione insostenibile.
Il giudice argomenta lungamente sulla necessità della carcerazione, dato il pericolo dell'inquinamento delle prove. Certezza naturalmente non c'è, né in questo né in nessun'altro caso, salvo la verifica postuma che le prove sono state effettivamente inquinate. La scelta è grave, tanto più grave per noi in quanto l'onorevole Previti è un parlamentare dell'opposizione. Avvertiamo acutamente il problema, ma siamo di fronte ad una inchiesta legittima, importante e grave, non ad un complotto. E io non me la sento di ostacolare l'accertamento della verità. Spero proprio che il voto sia palese e non segreto. Comunque ho reso qui pubblico il mio: contrario al «no» alle richieste del giudice, favorevole ad accoglierle (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo, di rifondazione comunista-progressisti e misto-verdi-l'Ulivo e di deputati dei gruppi dei popolari e democratici-l'Ulivo e di rinnovamento italiano).
Al collega Mussi ed anche ai colleghi che sembrano considerare decisiva l'entità dei reati contestati al collega Previti voglio semplicemente ricordare che questa valutazione
- lo si voglia o no - è del tutto estranea sia alle circostanze che possono giustificare la custodia cautelare, sia alla natura politico-costituzionale del voto che la Camera deve esprimere. In realtà, onorevole Diliberto, il problema politico costituzionale che abbiamo davanti si può ridurre a questo: stabilire se le ragioni contenute nella richiesta dell'autorità giudiziaria siano prevalenti rispetto alle ragioni dell'immunità parlamentare e dell'integrità del plenum dell'Assemblea. Sul valore dell'immunità mi limito a richiamare il limpido intervento del collega Melograni. Quanto al plenum mi basta qui sottolineare che esso è elemento costitutivo dell'Assemblea, è presupposto per la regolarità delle sue deliberazioni; e aggiungo che la conservazione del plenum salvaguarda il diritto del popolo sovrano a vedersi pienamente e completamente rappresentato.
La Camera si è dimostrata estremamente sensibile a questi valori se è vero - come è vero - che delle numerose richieste di autorizzazione all'arresto presentate nei cinquant'anni di storia repubblicana ne furono accolte - e non senza travagliate discussioni - soltanto quattro (è stato ricordato anche poco fa). Tutte e quattro riguardavano delitti gravissimi contro la persona o di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.
Come rappresentante del maggior gruppo di opposizione avverto una grande preoccupazione quando penso che la Camera sarà chiamata a pronunciarsi nel giro di due giorni su tre richieste di arresto relative a due deputati dell'opposizione. Si tratta di una coincidenza, certo, di un fatto oggettivo che viene ad incidere su un altro fatto oggettivo e precisamente sull'esiguo margine di voti a disposizione della maggioranza in questa Camera. Queste due constatazioni rendono ancor più pungente la decisione che dobbiamo assumere, in relazione alle delicatissime tematiche costituzionali che ho richiamato e che credo debbano essere oggetto di un'ulteriore decisiva riflessione da parte di tutti i colleghi e specialmente dei colleghi della maggioranza.
Questa - lo ha ricordato l'onorevole Mussi e su questo punto voglio svolgere la parte conclusiva del mio intervento - è la prima volta che la Camera è chiamata a pronunciarsi su una richiesta di autorizzazione all'arresto dopo la riforma del 1993. Bene, onorevole Mussi, io sottolineo qui che con quella legge non venne solamente abolito l'istituto dell'autorizzazione a procedere, ma si incise profondamente anche sull'istituto della autorizzazione all'arresto di un parlamentare. Prima della riforma, infatti, esisteva una sola ipotesi di arresto automatico di un parlamentare, che era legata al fatto che egli - cito testualmente - venisse «colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l'ordine di cattura». Oggi, dopo la riforma, a questa ipotesi se ne aggiunge un'altra, che è quella appunto dell'esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna.
In altre parole, onorevoli colleghi, il Parlamento ha notevolmente ridotto la portata delle sue prerogative, rendendo senz'altro eseguibile anche l'arresto nel caso di deputati colpiti da sentenze definitive. Nel 1993, dunque, onorevole Mussi, la politica decise di fare un altro passo indietro e cioè, dopo aver abolito l'autorizzazione a procedere, abolì anche l'autorizzazione all'arresto di un parlamentare già condannato con sentenza irrevocabile. Il senso di quella riforma ci appare chiaro ed è il seguente: se vi sono inchieste giudiziarie e processi a carico di parlamentari non potrà più essere la politica ad ostacolarne il corso. Si tratta di una impostazione lineare, in coerenza con la quale personalmente non posso che ribadire quel che ho sempre sostenuto: si facciano i processi, siano rapidi e si accertino così le responsabilità di ciascuno, dissipando il più rapidamente possibile ogni dubbio.
Questa è la mia opinione anche per quanto riguarda il caso di Cesare Previti, che ha diritto come ogni cittadino ad essere giudicato in tempi brevi e da uomo libero.
Ma proprio perché il nuovo ordinamento costituzionale ha rimosso ogni
ostacolo sul cammino della giustizia e ha reso di immediata e automatica applicazione la sentenza di condanna definitiva che dovesse colpire un parlamentare, proprio per questo mi sembra che la Camera debba valutare con il massimo scrupolo tutte le richieste di arresto relative a vicende processuali in cui non vi sia ancora stata alcuna pronuncia né di primo né di secondo grado e si versi ancora nella fase delle indagini preliminari.
Nel caso Previti la Giunta competente non ha ritenuto di condividere la richiesta del giudice per le indagini preliminari, sulla base di motivazioni che a mio parere resistono. Resistono obiettivamente agli argomenti opposti dalla relazione di minoranza. Ma a parte questo e per le ragioni che ho detto io ritengo che solo circostanze di eccezionale gravità e di lampante evidenza potrebbero indurre oggi un'assemblea politica a ridurre ulteriormente le garanzie costituzionali che consentono a ciascuno dei suoi componenti di adempiere il mandato elettorale. Questo è un punto cruciale della nostra riflessione.
Nel nuovo processo penale - e concludo - si dice che dovrebbe essere realizzata la parità delle posizioni tra accusa e difesa. La custodia cautelare in carcere è lo strumento che più di ogni altro può mettere in crisi questa parità sia che si tratti di un semplice cittadino sia che si tratti di un parlamentare. È una questione di libertà sulla quale non possiamo mai smettere di vigilare. Nel nostro caso è una questione di libertà che interseca una questione di prerogative costituzionali volte a garantire il complessivo equilibrio tra i vari organi e poteri dello Stato. Per alterare questo equilibrio sarebbe assolutamente necessaria una base di certezze che onestamente la Giunta per le autorizzazioni a procedere non ci dà, né ci ha dato il dibattito che si è svolto in quest'aula.
Ecco, onorevoli colleghi, così stando le cose mi sembra lecito attendere da voi un giudizio che sia scrupoloso nei confronti delle istituzioni e rispettoso dei diritti di Cesare Previti.
Proprio per questo e in questo spirito, avendo riscontrato tra i colleghi dei diversi gruppi una grande varietà di posizioni circa le modalità di voto, il gruppo di forza Italia non chiederà lo scrutinio segreto (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).
Colleghi, avverto che dopo il voto la seduta verrà sospesa sino alle 19.
Informo che i deputati membri del Governo sono abilitati anche a votare dalle postazioni dell'emiciclo, sempre che trovino posto perché l'aula è piena.
Per cortesia, un po' di attenzione! Ricordo altresì ai colleghi che sarà posta in votazione non la richiesta di arresto dell'onorevole Previti venuta dal GIP di Milano, ma la proposta della Giunta. Pertanto chi intende condividere la decisione della Giunta vota «sì» mentre chi non la condivide vota «no».
Passiamo alla votazione.


