Seduta n. 171 del 20/3/1997

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Discussione del disegno di legge: S. 1034 - Misure urgenti per lo snellimento dell'attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di controllo (approvato dal Senato) (2564) (ore 15,17).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Misure urgenti per lo snellimento dell'attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di controllo.
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Informo che il presidente del gruppo parlamentare di forza Italia ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazione nelle iscrizioni a parlare, ai sensi del comma 2 dell'articolo 83 del regolamento. Si è di conseguenza provveduto al contingentamento del relativo tempo, a norma dell'articolo 24, comma 6, del regolamento.
Sulla base di tale contingentamento, il tempo a disposizione dei gruppi è così ripartito:
sinistra democratica-l'Ulivo: 1 ora e 43 minuti;
forza Italia: 1 ora e 21 minuti;
alleanza nazionale: 1 ora e 9 minuti;
popolari e democratici-l'Ulivo: 59 minuti;
lega nord per l'indipendenza della Padania: 54 minuti;
misto: 49 minuti;
rifondazione comunista-progressisti: 45 minuti;
CCD: 40 minuti;
rinnovamento italiano: 40 minuti.

Il relatore per la maggioranza, onorevole Novelli, ha facoltà di svolgere la relazione.

DIEGO NOVELLI, Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, colleghi, dalla lettura degli articoli di questo disegno di legge balza evidente il ritardo con cui in questi ultimi cinquant'anni Governo e Parlamento si sono accinti a cambiare le regole, le disposizioni, le procedure introdotte nel tempo...

PRESIDENTE. Onorevole Sbarbati, per cortesia! Onorevole Targetti! Onorevole Zagatti!

DIEGO NOVELLI, Relatore per la maggioranza. ...relative ai rapporti tra lo Stato e le sue istanze periferiche, tra i poteri centrali e quelli locali, ma riguardanti soprattutto i rapporti tra la pubblica amministrazione, nella sua globalità e i cittadini, vale a dire tra i dispensatori dei servizi e gli utenti dei medesimi.
Se per un attimo solo mi venisse richiesto, come vecchio giornalista, di definire sinteticamente in una parola questo provvedimento, non esiterei ad usare il termine «rivoluzionario». Preciso subito: non tanto per la quantità delle cose che modifica, appunto «rivoluziona», ma per i principi che intende introdurre, a 135 anni dalla proclamazione dell'unità del Regno d'Italia, 1861, ed a 50 anni dalla proclamazione della nostra Repubblica, 1946.
Per evitare che qualche collega consideri la mia un'enfatizzazione, prima di addentrarmi nell'illustrazione del provvedimento, voglio richiamare l'attenzione dei colleghi, a titolo esemplificativo, su due articoli che dettano disposizioni in materia di alienazione di immobili di proprietà degli enti locali, per le quali, prima di questo disegno di legge - che mi auguro diventi presto legge dello Stato - si poteva procedere anche in deroga alle norme di cui alla legge 24 dicembre 1908, n. 783 e successive modificazioni, ed al regolamento approvato con regio decreto del 17 giugno 1909, n. 454, nonché alla norma


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sulla contabilità generale degli enti locali, fermi restando i principi generali dell'ordinamento giuridico contabile.
Vi è un altro articolo che si muove in direzione della semplificazione dei provvedimenti amministrativi, sopprimendo, attraverso l'abrogazione della legge 21 giugno 1896, n. 218, la competenza dei prefetti a rilasciare a comuni e province l'autorizzazione ad accettare lasciti e donazioni e ad acquistare beni stabili.
Si concede dunque la deroga a norme del 1908 e del 1909, e si decide di abrogarne altre del 1896.
Voglio precisare subito che non considero la vetustà delle norme un fatto di per sé negativo: non amo il modernismo quando ha il significato di moda, figuriamoci poi in materie giuridiche le cui fondamenta risiedono nel diritto romano. Nel nostro caso colpisce il contenuto delle norme sopravvissute negli anni, malgrado le dichiarazioni di volontà politica elargite a piene mani nell'arco degli ultimi quarant'anni in materia di decentramento dello Stato e di autonomie dei poteri locali. Ed ora, Presidente, ai termini «decentramento» ed «autonomia» si dovrebbe aggiungere la parola magica «federalismo»; anzi, per essere più precisi, si usa dire in un'ottica o, se si preferisce, in una prospettiva federalista.
Non sono quindi io a rammaricarmi di queste folgorazioni; non posso però, in quanto relatore, non sottolineare in termini positivi queste scelte del Governo ed apprezzare la tenacia e la coerenza dimostrate dal ministro Bassanini nel portare avanti questa battaglia. Vedete, colleghi - spero di non annoiarvi e di non disturbare le vostre conversazioni -, la storia italiana da questo punto di vista è piuttosto singolare sin dai tempi dello Stato sabaudo. Abbiamo visto uomini politici impegnati sul fronte del decentramento con clamorose battaglie mutare improvvisamente atteggiamento nel momento in cui assumevano una responsabilità di Governo, o meglio posti di potere a livello centrale. Voglio qui citare il classico esempio di un mio illustre concittadino, Camillo Cavour, il quale dai banchi del consiglio comunale di Torino aveva tuonato contro l'accentrato ed autoritario Stato sabaudo per poi dimenticarsene nel momento in cui Vittorio Emanuele II lo investiva della responsabilità di Presidente del Consiglio. Per chi non conosce Torino, in linea d'area, tra il palazzo dove ha sede il municipio e lo storico palazzo Carignano, in cui si riuniva il Parlamento subalpino ed aveva il suo ufficio il Primo ministro Cavour, vi sono meno di mille metri di distanza. Ebbene, il solo fatto di sedersi su un'altra poltrona, nel caso della maggior parte degli uomini politici nostrani, produce singolari effetti, fa cambiare opinione; si ragiona, ma soprattutto si pensa e si teorizza, secondo la poltrona sulla quale si è seduti; il che è molto preoccupante. Così è stato per Minghetti, per Crispi, per Giolitti il «nonno», il quale quando era amministratore della provincia di Cuneo parlava di «discentramento dello Stato» e poi, quando fu primo ministro, sappiamo come usasse i prefetti del Regno.
Per carità generazionale non faccio esempi di contemporanei. Però, di questo atteggiamento, non si può fare colpa al ministro Bassanini, il quale è riuscito finora - gli auguro di continuare su questa linea - a parlare lo stesso linguaggio sia nelle sedi decentrate, come al consiglio comunale di Milano, sia a Roma, tanto dai banchi dell'opposizione, quanto da quelli del Governo.
Veniamo però rapidamente al disegno di legge, che cercherò di illustrare con estrema sintesi. Con tale disegno di legge vengono apportate delle profonde modifiche alle procedure riguardanti tutta una serie di documenti di cui, di regola, ogni cittadino necessita. Questo insieme di misure potrebbe avere come occhiello o come titolo quello di «provvedimenti per non avvelenarci troppo la vita». Quelle disposizioni, infatti, riguardano norme sull'ordinamento dello Stato civile, diciamo dal momento della nascita, dagli atti che debbono essere conseguenti al modo di presentare le denunce di nascita

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(ad esempio, penso alla possibilità di usare la direzione sanitaria degli ospedali nei quali avviene il parto).
Con i commi 3 e 4 dell'articolo 2 viene data inoltre validità illimitata ai certificati attestanti stati o fatti non soggetti a modificazioni e più lunga validità temporale ad altre certificazioni. Abbiamo tutta una serie di articoli che varrà la pena di leggere con attenzione, ma ritengo che oggi non sia il caso di dilungarci, perché avremo modo nel corso del dibattito di approfondire anche e soprattutto l'ampio e dettagliato lavoro svolto in queste settimane dalla I Commissione, procedendo ad una attenta e minuziosa rilettura del testo che ci è pervenuto dal Senato.
Voglio ricordare che sono stati presentati circa 1.500 emendamenti, molti dei quali avevano un sapore ostruzionistico; tuttavia va riconosciuto all'opposizione, anche se ciò non spetta a me, che non vi è stata di fatto un'azione ostruzionistica nei confronti di questo provvedimento. Proprio gli emendamenti che avevano questo carattere, cioè che modificavano un aggettivo, invertivano la composizione di una frase o che cambiavano la punteggiatura, pur non essendo stati ritirati, sono stati di fatto abbandonati. La discussione invece è stata molto vivace e profonda nei punti cardine di questo disegno di legge, e cioè negli articoli che avevo stralciato nella mia relazione, ponendoli alla fine del documento: mi riferisco all'articolo 4, relativo ai comitati regionali di controllo, all'articolo 6, concernente, tra l'altro, l'introduzione di una nuova figura nelle nostre amministrazioni locali, quella cioè del direttore generale, ed all'articolo 7, che ha riservato sino all'ultimo delle sorprese, ma sul quale mi auguro che in sede di Comitato dei nove si possa trovare una soluzione unitaria. Esso infatti non riguarda solo una parte di questo Parlamento, ma gli 8.000 comuni italiani, cioè la figura, il ruolo e le funzioni del segretario comunale.
Una critica va pur mossa a questo documento che, in quanto relatore di maggioranza, non ritengo imbarazzante: è infatti opinione largamente condivisa da tutti i membri della Commissione che il disegno di legge al nostro esame abbia suscitato nel Governo la tentazione di agganciarvi altri elementi. Per la verità vi sono alcune questioni che mal si conciliano con le misure urgenti per lo snellimento dell'attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di controllo e che avrebbero potuto benissimo essere inserite in altri disegni di legge. Ricordo infatti che al Senato è in corso l'esame di un importante disegno di legge presentato dal ministro dell'interno relativo alla revisione della legge n. 142, nel quale sarebbe stato più ordinato e razionale raccogliere tutte le modifiche da apportare a tale legge, al fine di evitare un'eccessiva polverizzazione.
Fatta questa critica, che ritengo fondata, cercherò ora di pormi dall'altra parte del tavolo, avendo fatto l'esperienza, sia pure in situazioni molto più modeste, di rivestire il ruolo di chi ha la responsabilità diretta del governo della cosa pubblica. Molti studiosi della scienza della politica ci dicono che l'Italia sta attraversando una fase molto difficile e delicata, ma molto interessante; una fase di trasformazione e di cambiamenti radicali, al punto che qualcuno, anzi i più (io non uso questa espressione) affermano che siamo passati dalla prima alla seconda Repubblica. Di regola, questi salti nella storia avvengono attraverso atti, attraverso momenti che cambiano la vita di una comunità, a volte anche cruenti. Per fortuna, questo non avviene nel nostro paese, nella nostra democrazia; ma è facile cadere in contraddizione nel momento in cui si devono inserire delle riforme, delle leggi che modificano lo Stato attuale ed occorre evitare di essere in contraddizione con la necessità della continuità. Per usare un'espressione abusata, è come quando si dice «bisogna cambiare la ruota mentre il treno è in corsa».
Abbiamo quindi ritenuto di intervenire, sia pure avanzando critiche all'inserimento di alcune norme che non avevano molto a che fare con l'oggetto specifico del provvedimento in esame, proprio per lo

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stato di necessità, per dare risposte immediate ad esigenze che ci vengono poste quotidianamente.
Anziché illustrare il disegno di legge nel suo complesso, vorrei richiamare alla vostra attenzione, colleghi, alcune modifiche, non per sottolineare la validità del lavoro svolto dalla nostra Commissione, quindi non per entrare in competizione con l'altro ramo del Parlamento. Me ne guardo bene, anche perché so che la permalosità è abbastanza diffusa in entrambe le Camere; quindi mi pongo all'esterno.
Voglio semplicemente dire che la nostra Commissione ha avuto modo di servirsi (siamo quindi grati ai colleghi del Senato) di tutto il lavoro svolto nell'altro ramo del Parlamento, dove ha avuto luogo un esame piuttosto approfondito. Chi infatti è al corrente di tutta la documentazione ed ha letto il dibattito avvenuto al Senato ha avuto modo di rilevare che prima la Commissione affari costituzionali e poi l'Assemblea avevano apportato modifiche interessanti e importanti, avevano introdotto nuovi commi al testo presentato dal Governo, ma, ahimè, avevano anche eliminato qualche comma che la nostra Commissione ha invece ritenuto di dover ripristinare, anche alla luce delle riflessioni che sono state possibili in questi mesi. Mi limiterò quindi a richiamare all'attenzione dei colleghi quelle che a mio avviso sono modifiche significative, che hanno un valore simbolico, che peraltro va al di là della semplice affermazione di principio. Si tratta di modifiche che indicano una volontà unanime di tutte le forze politiche presenti nella I Commissione di perseguire un certo indirizzo, di marciare verso una precisa direzione.
Credo che non sia del tutto sottovalutabile, anche se ho personalmente criticato una certa strumentalizzazione che da qualche parte si è voluta fare anche in modo non sempre correttissimo, perché sapendo che in Commissione si stava discutendo un emendamento al riguardo non è che qualcuno potesse vantare una primazia e andarla a sbandierare in qualche piazza del nord per affermare che avrebbe poi imposto al Parlamento una certa modifica o che avrebbe addirittura minacciato di indicare ad alcuni sindaci appartenenti ad un determinato...

PRESIDENTE. Onorevole Novelli, dovrebbe concludere.

DIEGO NOVELLI, Relatore per la maggioranza. Concludo, Presidente.
Direte che il giuramento ed il distintivo del sindaco rappresentano un fatto molto banale, ma non è così. Non è banale che quando entrerà in vigore questa legge i sindaci giureranno di fronte al consiglio comunale fedeltà alla Repubblica e non dovranno più recarsi in prefettura; pur con tutto il rispetto che ho nei confronti dei prefetti e del difficile e delicato lavoro che svolgono nelle province di tutta la Repubblica, ritengo che questo sia un dato significativo. Il distintivo del comune sarà invece inserito nella fascia. Vi è poi la cessione agli enti locali di beni immobili dello Stato, sia pure attraverso una norma che tiene conto di tante esigenze che i ministri della difesa e delle finanze avevano avanzato.
Desidero ringraziare i colleghi della Commissione bilancio ed il presidente della Commissione, Solaroli, per il contributo fornito per la definizione di questa norma. Rivolgo infine un ringraziamento alla presidente della nostra Commissione ed ai colleghi che in queste settimane con tanta passione hanno seguito i lavori e dato il loro fattivo contributo all'elaborazione del testo (Applausi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, onorevole Frattini.

FRANCO FRATTINI, Relatore di minoranza. Presidente, colleghi, la relazione dell'onorevole Novelli ha individuato alcuni punti su cui sia la maggioranza sia l'opposizione sono state d'accordo, quali le norme sulla semplificazione, alcuni snellimenti che riguardano le certificazioni amministrative, aspetti sui quali si è giustamente soffermata l'attenzione e che hanno cancellato norme ormai superate e


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desuete e tuttavia fino ad oggi ancora in vigore. Altri aspetti, sui quali, pure, il relatore per la maggioranza si è soffermato hanno registrato un atteggiamento delle opposizioni mai ostruzionistico ma sempre portatore di istanze alternative ma fortemente critiche. È chiaro che quando si discute di una modifica della legge n. 142, quando si toccano problemi importanti che riguardano il futuro della normativa organica sulle autonomie locali, la voce delle opposizioni è quella di chi ha proposto non l'abbandono o la cancellazione delle proposte, ma la loro riconduzione in un quadro organico. Quadro che già esiste, come è stato ricordato dall'onorevole Novelli, trattandosi di un provvedimento in dirittura di arrivo al Senato; un provvedimento che tocca da molti punti di vista la riforma della legge n. 142, un provvedimento al quale proponiamo di ricondurre tutte le modifiche che riguardano tale legge che, in modo da polverizzarne l'esame, sono state introdotte anche in questo testo, indubbiamente appesantendolo.
Che dire poi di altre norme sulle quali - immagino per brevità - la relazione non si è soffermata. Con questo provvedimento si ridisegna quasi del tutto l'ordinamento delle università. Ammesso che vi fosse per quanto concerne la legge n. 142, in questo caso non sussiste neppure quello stato di necessità che è stato richiamato dal relatore. Dov'è lo stato di necessità di riordinare funditus la disciplina del sistema universitario agganciandovi per di più - i colleghi se ne accorgeranno - una norma che riordina il concorso per l'accesso alla magistratura? Francamente, non mi sembra opportuno nascondere fra le pieghe di un provvedimento con finalità nobili qual è quello della semplificazione della vita dei cittadini nei rapporti con la pubblica amministrazione norme su cui ben altro approfondimento e ben altro esame occorrerebbero. Ma che questo sia stato avvertito anche dalla maggioranza lo dimostra - per esempio, per quanto riguarda i segretari comunali - la difficoltà, anche all'interno della maggioranza, di raggiungere l'accordo su un testo; quindi, ciò vuol dire che la materia avrebbe meritato e meriterebbe ben più ampio approfondimento.
Mi soffermo soltanto su quattro aspetti di merito che riguardano il provvedimento, per sollevare sin d'ora quelle perplessità che poi si tradurranno in alcuni emendamenti che sottoporremo all'Assemblea.
Il primo è quello che riguarda la riforma dei controlli sugli enti locali. Ebbene, in proposito l'opposizione ha espresso un orientamento molto chiaro, molto lineare: noi vogliamo coniugare l'esigenza dello snellimento con le esigenze della legalità, della prevenzione e della garanzia delle minoranze; sono tre esigenze tutte importanti, a mio avviso. Vengo al punto. Al di là dei pochissimi atti che resteranno soggetti al controllo - e sono d'accordo sullo snellimento dell'ambito degli atti sempre soggetti al controllo -, mi pare davvero difficile, contrario ad una logica e ad un principio di libertà e di democrazia, che alle minoranze qualificate sia impedito di chiedere un controllo facoltativo su un'altra o su altre categorie di atti. Penso soltanto ai contratti di più ampio, di più grande valore, atti rispetto ai quali sostanzialmente le minoranze si vedrebbero precluse ogni possibilità di interlocuzione e di controllo. In questo modo, da un lato affermiamo il giusto principio maggioritario di investitura diretta dei sindaci e, dall'altro, sottraiamo il sindaco a ogni controllo anche di chi rappresenta una consistente parte degli elettori e cioè le minoranze. Ebbene, queste minoranze qualificate domani avranno forse, come unico strumento per ottenere tutela, quello di rivolgersi direttamente al magistrato penale ed è questo un modo, che noi non condividiamo, di introdurre un controllo surrettizio della magistratura penale, che invece si potrebbe evitare o prevenire con un controllo di legalità facoltativo, in casi limitati, predeterminati e ben definiti.
Passo ad un altro punto qualificante della nostra proposta, sul merito del

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provvedimento. Noi, colleghi, vogliamo che vi sia la garanzia di aprire spazi di tutela, seppure eventuale, di fronte al potere, ad ogni forma di potere. Allora, abbiamo proposto una rivalutazione dei poteri dei difensori civici. La proposta è quella di far scattare da subito alcune competenze - anche se tali competenze saranno per ora solamente sollecitatorie e di impulso verso le amministrazioni periferiche dello Stato - da parte del difensore civico regionale, ove esistente. La risposta che ci è stata data, respingendo gli emendamenti, è che il difensore civico regionale non dovrebbe avere neanche il potere di impulso o di sollecitazione, in via transitoria, beninteso, fino alla riforma, alla istituzione del difensore nazionale, che noi auspichiamo: nel frattempo tutto resti com'è. Capisco che vi sia la preoccupazione da parte di un ufficio ministeriale dislocato sul territorio, che non risponde alle domande dei cittadini, che tace per mesi e mesi, di sentirsi investito da una domanda del difensore civico; non da un potere sostitutivo, ma da una domanda di notizie sull'iter di un procedimento. È certamente un fastidio per quell'ufficio. Ma noi riteniamo, sia pure con una formulazione transitoria, che quei poteri ai difensori civici da subito debbano essere attribuiti.
C'è un ulteriore aspetto, quello che probabilmente più ci preoccupa. Continuare infatti a vedere la funzione di garanzia pre giudiziale, pre giustiziale come una ingerenza pericolosa nell'esercizio del potere, ci preoccupa molto perché in questa battaglia noi siamo portatori di un'esigenza di libertà e di garanzia democratica che non vale per le maggioranze di questo o quel colore, ma per tutte le maggioranze che avranno il dovere di governare gli enti locali, e quindi vale per tutti, dovrebbe interessare tutti e non soltanto l'attuale opposizione in Parlamento!
Vorrei anche richiamare un altro tema in ordine al merito di questo provvedimento, quello concernente i segretari comunali. Al riguardo, non è ancora emersa, nemmeno nella maggioranza, una soluzione univoca; ed anche questa è la testimonianza di una grave difficoltà. Noi diciamo solo questo: se il segretario comunale nella sua fisionomia dovrà cambiare rispetto a come è adesso, allora è bene che cambi con una nuova figura che sia in grado di dire di «no» al sindaco, che sia una figura garante della legalità all'interno dell'amministrazione comunale, che non sia una figura politicamente lottizzabile o asservibile.
Infine un ultimo aspetto. Vi è una norma, introdotta dal Governo, concernente gli enti previdenziali. Ho chiesto ed ottenuto dalla disponibilità del ministro Bassanini lo stralcio di due commi che ci sembravano francamente il modo più sbagliato di reintrodurre organismi di derivazione sindacale nella gestione degli enti previdenziali. È rimasto un primo comma in cui si attribuisce ai consigli di indirizzo e di vigilanza, che sono di derivazione sindacale, il potere di dare direttive sulla gestione e persino di nominare direttamente i controllori, cioè gli organi del controllo interno.
Riteniamo che la riforma del 1994, che aveva allontanato organismi di derivazione sindacale, o di nomina sindacale, dalla gestione degli enti previdenziali sia una riforma giusta che in quegli aspetti vada salvaguardata. Crediamo allora che non si possa surrettiziamente far rientrare questo sistema, che non è solo di concertazione ma che rischia di essere anche di cogestione di enti previdenziali; ciò sarebbe sbagliato e comunque è, a mio avviso, un punto che merita una profonda modifica.
Per queste ragioni, Presidente, colleghi, noi faremo la nostra parte in aula, riproponendo quegli emendamenti senza ostruzionismo ma con la fermezza della convinzione che quegli emendamenti vanno nella giusta direzione di una riforma migliore della pubblica amministrazione (Applausi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, onorevole Nuccio Carrara.

NUCCIO CARRARA, Relatore di minoranza. Signor Presidente, onorevoli colleghi,


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signor ministro, vorrei iniziare il mio intervento con alcune osservazioni sul metodo con cui è stata presentata questa normativa.
A quanti lo avessero dimenticato ricordo che siamo di fronte ad un provvedimento collegato alla finanziaria, e ciò è quanto meno strano che avvenga nel mese di marzo, in questo periodo dell'anno. A nostro avviso esso avrebbe dovuto essere discusso entro e non oltre la sessione di bilancio. Tra l'altro, in questa normativa c'è pochissimo che possa essere ricondotto alla finanziaria! Forse qualche aspetto c'è ma negativo. Al riguardo intendo riferirmi, per esempio, all'articolo 9, che introduce - guarda caso - nuove tasse e consente ai comuni di aumentare le tasse e i tributi sino al 15 per cento, andando inevitabilmente a tassare ulteriormente la casa, con riflessi negativi in particolare sull'ICI, che è stimabile possa arrivare, nel massimo, all'8,5 per cento, mentre la legge prevede tassativamente che non possa superare il 7 per cento.
Si colpisce un settore già abbondantemente tartassato, se è vero, come è vero, che la pressione fiscale nel campo dell'edilizia è aumentata, negli ultimi 15 anni, dell'871 per cento. Questo è stato fatto rilevare al Governo, ma senza alcun risultato.
Desidero poi fare un'altra osservazione sul metodo. Questo è un provvedimento pieno zeppo di deleghe e qualche volta, anzi molto spesso, esse non sono secondarie. A nostro avviso alcune vanno contro il dettato costituzionale perché non è previsto alcun criterio per l'esercizio delle stesse. Mi riferisco, per esempio, alla delega ad emanare uno o più decreti legislativi per modificare la disciplina del concorso per l'accesso alla magistratura ordinaria, prevista dal comma 19 dell'articolo 14. Si tratta, praticamente, di una delega quasi in bianco e ciò non è possibile, né costituzionale.
Altre deleghe vengono date al Governo, senza alcuna indicazione riguardo ai criteri, nell'articolo 8 ed in altri articoli che riguardano l'assunzione di personale fuori ruolo. Ma sull'argomento potremo tornare quando si esamineranno i singoli articoli.
Vi è poi una evidente sovrapposizione di procedimenti normativi, perché alcuni argomenti affrontati da questo provvedimento sono già all'esame del Senato o della stessa Camera. Mi riferisco, per esempio, al fatto che gli articoli 5 e 9 prevedono una sostanziale riforma della legge n. 142 del 1990, che riguarda l'autonomia e l'ordinamento degli enti locali. Sarebbe stato più logico ed opportuno rinviare a quella sede la riforma della legge n. 142.
L'articolo 18 prevede poi norme che si sovrappongono all'atto del Senato n. 2118 e che riguardano l'istituzione del servizio civile nazionale. Se si vuole procedere alla riforma del servizio militare, introducendo quello civile, sarebbe più opportuno riferirsi al lavoro che in questo momento sta svolgendo il Senato.
In materia di riscossione a favore delle regioni e degli enti locali in un altro atto della Camera vi è una delega: mi riferisco esattamente al progetto di legge n. 2372. Non si vede dunque perché questo argomento, nonostante le raccomandazioni della Commissione finanze, debba essere inserito nel provvedimento che stiamo esaminando.
Per quanto riguarda poi l'articolo 34, che concerne la cessione agli enti locali di beni immobili dello Stato, bisogna rilevare che è all'attenzione della Commissione finanze in sede referente una serie di provvedimenti che riguardano, appunto, l'alienazione di beni immobili. Questa norma, dunque, più che semplificare le procedure amministrative potrebbe complicarle, sovrapponendosi a quelle alle quali ci riferiamo, ed anzi potrebbe addirittura creare discriminazione nelle modalità di compravendita tra cittadini della Repubblica italiana, perché alcuni compreranno a titolo oneroso ed altri potrebbero anche non poter comprare, perché questo provvedimento prevede un blocco ventennale per i beni immobili dello Stato ceduti agli enti locali.
Vi sono poi argomenti che - diciamolo francamente - anticipano le decisioni

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della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali. Ad uno abbiamo già fatto cenno ed è contenuto nell'articolo 14, che riguarda la riforma universitaria. Vi è poi un'altra norma, quella dell'articolo 32, che introduce surrettiziamente una sorta di riforma del Consiglio di Stato, che è materia di esclusiva competenza della Commissione bicamerale. Sarebbe più logico ed opportuno che si aspettassero prima le determinazioni della bicamerale.
Nel merito, onorevoli colleghi, vorrei dire che, al di là di facili trionfalismi che riguardano norme del tutto secondarie, forse in qualche caso utili, come nell'ipotesi della certificazione, dell'autocertificazione, della possibilità di pagare con la carta di credito le imposte o le tasse comunali, norme buone e giuste per certi versi, ma marginali e secondarie rispetto alla struttura di questo provvedimento, esso è una vera e propria miscellanea. Infatti, contiene «di tutto di più» e spazia su competenze che vanno dalla pubblica istruzione alla difesa e via dicendo, toccando quasi tutto lo scibile umano.
Quello che ci preoccupa, onorevoli colleghi, è che in nome di uno pseudofederalismo, in nome dell'accelerazione delle procedure, si corre il rischio di abolire tout court un sistema che è sicuramente vecchio, obsoleto e da riformare, ma che è comunque il sistema delle garanzie. E quando parlo di garanzie mi riferisco in particolar modo al controllo sugli atti amministrativi e al visto di legittimità, alla vecchia funzione dei segretari comunali. A tale proposito è bene fare una premessa. Non vogliamo condurre una battaglia di retroguardia, anche perché abbiamo promosso il referendum sui segretari comunali, ma è bene fare subito chiarezza.
Il referendum non è stato promosso per cassare tout court i segretari comunali in quanto controllori dell'ente locale, quasi che gli amministratori desiderassero non essere controllati in alcun modo, ma, come giustamente rileva la stessa Corte costituzionale, «i proponenti» - leggo testualmente - «mirano a sopprimere l'organo statale per consentire alla disciplina successiva di identificare un diverso modulo organizzativo di svolgimento delle funzioni ora ad esso affidate». Quindi, non si intende cassare le funzioni di controllo, ma le si vogliono rimodulare e sottrarre ad un organo statale. Ciò mi pare sia in coerenza con il processo verso il federalismo perché il segretario comunale dipendente dal Ministero dell'interno aveva senso in un sistema gerarchizzato nel quale lo Stato controllava gli organismi subordinati, quindi i comuni; ma questo non vuol dire che deve cessare una forma di garanzia per i cittadini - soprattutto per i cittadini - e per le opposizioni. Questo non significa neanche dovere o volere introdurre controlli su tutti gli atti indiscriminatamente per rallentare il processo decisionale degli enti locali.
Bisogna - noi ribadiamo la nostra tesi - prevedere un nuovo sistema non più piramidale ma organizzato a rete sul territorio, con poteri autonomi dagli organismi di garanzia - chiamateli come volete - che siano terzi fra comune e Stato, che siano terzi anche tra comune e cittadino; insomma, degli organismi che su istanza svolgano il controllo di merito sugli atti della pubblica amministrazione. Altrimenti avremo uno sbilanciamento dei poteri e il cittadino resterà indifeso nei confronti della pubblica amministrazione, perché non ci sarà più neanche il segretario comunale che apporrà il visto di legittimità, ossia lo strumento che storicamente ha impedito il dilagare di Tangentopoli. Non ci sarà più neanche un comitato regionale di controllo, che abbiamo sempre detto essere lottizzato e non all'altezza della situazione.
Quindi non bisogna azzerare il sistema delle garanzie, ma rivederlo: questo è il punto.
Sui segretari comunali si è fatto di tutto e di più; si è cercato - e non è montato l'allarme, peraltro legittimo, dei segretari comunali - di fare una campagna d'immagine tendente a scaricare sulle opposizioni responsabilità che non hanno, quasi che si volesse cancellare questa

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categoria che, nonostante tutto, è senza colpe proprie, ha servito dignitosamente lo Stato ed ha garantito uno straccio di legittimità, soprattutto in quelle parti del territorio in cui l'illegittimità a volte è la norma.
È stata addirittura approvata una modifica peggiorativa dell'emendamento Novelli, che elimina non solo le garanzie per i cittadini, ma anche un minimo di garanzie per i segretari comunali, che oggi dovrebbero scoprirsi improvvisamente come liberi professionisti, buttati fuori dal mercato del lavoro se non graditi al sindaco che li dovrà scegliere.
Credo che questi siano motivi più che sufficienti per allarmarci. Il Governo, con questo provvedimento, ha toccato un aspetto delicatissimo della vita politica e della vita consociata di gente civile di un paese civile: il sistema delle garanzie. Il gruppo di di alleanza nazionale ribadisce perciò la necessità che in questa sede venga delineato - purtroppo sarebbe stato più logico che ciò avvenisse nell'ambito di un provvedimento più organico - un sistema in grado di garantire il cittadino dagli abusi della pubblica amministrazione (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale e di forza Italia).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

FRANCO BASSANINI, Ministro per la funzione pubblica e gli affari regionali. Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto credo sia doveroso esprimere un forte e sentito ringraziamento alla Commissione affari costituzionali, al suo presidente ed ai relatori di maggioranza e di opposizione, che hanno lavorato su questo testo con molto impegno e avvalendosi del notevole contributo di idee e di proposte di modifica e di integrazione. Il relatore di minoranza Frattini forse ha ragione quando dice che il provvedimento ne è risultato appesantito, ma devo dire che ciò è accaduto anche perché alcuni emendamenti presentati dal collega Frattini stesso sono stati ritenuti utili, interessanti e perciò accolti dalla maggioranza. Del resto, egli ha proposto in questa sede altre integrazioni, ad esempio sui poteri dei difensori civici, che se approvate appesantirebbero ulteriormente il provvedimento, ma che Governo e maggioranza valuteranno con quello spirito aperto e costruttivo che hanno sempre dimostrato durante il lavoro svolto in Commissione.
Credo che il metodo seguito, anche se faticoso, sia stato utile, perché finalmente abbiamo davanti a noi, come il relatore ha messo in evidenza con chiarezza e passione civile, uno strumento per effettuare un'operazione che - ha ragione il relatore Novelli - doveva essere fatta molti anni fa. Mi riferisco all'opera di sburocratizzazione e di semplificazione della vita quotidiana dei cittadini, delle amministrazioni e degli amministratori, liberandoli da una serie di macchinosi e spesso inutili (perché nell'obsolescenza si è perso qualunque significato) adempimenti e complicazioni procedurali, da una serie di perversioni burocratiche, in alcuni casi, che rendono tuttora difficile e pesante la vita e l'attività dei cittadini, delle imprese e delle amministrazioni locali, regionali e statali. Si tratta di eliminare ciò che rende difficile per gli amministratori e i funzionari pubblici fare gli interessi della collettività, rispondere alla domanda dei cittadini, non per loro colpa, ma proprio per effetto di regole, procedure, controlli macchinosi e, alcune volte, del tutto opprimenti. Si tratta di un provvedimento disorganico? È vero, si tratta di un provvedimento disorganico: è un insieme di misure urgenti di sburocratizzazione, di semplificazione e di snellimento dei controlli e delle procedure.
Lo abbiamo costruito (vedo in aula l'onorevole Covre) questa estate, confrontandoci con i sindaci e con gli amministratori provinciali e regionali. Lo abbiamo costruito assieme! Ho affermato più volte che la paternità del Governo, del ministro Bassanini, è su pochissime di queste disposizioni; su molte altre noi abbiamo raccolto ciò che ci veniva da chi è in prima linea sul territorio a rispondere alle domande e ai bisogni dei cittadini


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e si trova molte volte le leggi, le regole e le procedure che non lo aiutano; anzi, gli rendono la vita quasi impossibile! Nel momento nel quale abbiamo dato una svolta al nostro sistema istituzionale locale, con le leggi nn. 81 e 142, non possiamo non porci questo problema, perché un sindaco, eletto dai cittadini per risolvere i problemi della città, ha una forte legittimazione diretta, risponde ai cittadini e poi si trova con le mani e i piedi legati da alcune pastoie burocratiche, di molte delle quali si è perso completamente il senso.
Il relatore per la maggioranza, Novelli, ricordava la legge del 1896, che prescriveva centinaia di migliaia di autorizzazioni prefettizie o governative all'anno nei confronti di comuni, provincie, regioni, comunità montane, associazioni, fondazioni, persone giuridiche, per questioni che in tutto il mondo non richiedono quel tipo di autorizzazione. Si verifica, ad esempio, che se un cittadino vuole lasciare la sua biblioteca al comune o al quartiere, il comune non può accettare questa donazione di un membro della sua comunità se non ha l'autorizzazione del prefetto.
Quando nei mesi estivi (perché è vero, collega Carrara, il provvedimento è collegato alla finanziaria e sarebbe stato bene - come il Governo avrebbe voluto - riuscire ad approvarlo entro la fine dell'anno: ma questo non toglie nulla alla sua urgenza e alla sua importanza per far funzionare bene le amministrazioni pubbliche e non imporre ai cittadini una serie di oneri e di pastoie burocratici assolutamente inutili e vessatori) ci capitava di illustrare queste prime proposte - poi arricchite dal lavoro di tanti e, in seguito, dalle Commissioni parlamentari - proprio su questa legge del 1896, relativa alle autorizzazioni prefettizie o governative ad accettare lasciti e donazioni e per acquistare immobili e beni stabili, mi sono sentito rivolgere le seguenti obiezioni da un'autorevole funzionario dello Stato: caro ministro, lei dovrebbe sapere che ormai queste autorizzazioni noi le rilasciamo sempre! Ed io gli ho risposto: vede, questa è proprio la prova di quanto queste norme siano obsolete e vessatorie. Se le autorizzazioni vengono rilasciate sempre, vuol dire che questa procedura non esprime più alcuna funzione e alcuna utilità. Essa fa perdere solo molto tempo alle amministrazioni e ai cittadini; non solo, ma costringe alcune amministrazioni ad istruire delle domande di autorizzazione, ed altre amministrazioni ad istruire il rilascio delle medesime. Ed intanto trascorrono dei mesi. Qualche giorno fa sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto ministeriale, emanato ai sensi della legge n. 241 che fissa i termini del procedimento, e per questa autorizzazione il termine del procedimento è fissato in 330 giorni. In sostanza, autorizzazioni che ormai si rilasciano sempre hanno un termine di 330 giorni, che sono undici mesi!
È questo, allora, il senso complessivo di un disegno di legge che, ripeto, il Governo ha elaborato raccogliendo proposte, suggerimenti degli amministratori locali, di coloro che abbiamo incontrato nelle assemblee. Nel nord-est, per esempio, il sindaco e collega Covre fece un brillante e vigoroso intervento (credo che anche l'onorevole Nuccio Carrara sia sindaco).
Ebbene, in tutti questi incontri, al nord come al sud, tre cose specifiche innanzitutto ci chiesero: una forte riduzione dei controlli preventivi di legittimità del CORECO, uno strumento superato ed obsoleto, che esprime l'opposto del principio costituzionale del rispetto delle autonomie locali; la possibilità per i sindaci ed i presidenti della provincia di scegliere il loro primo collaboratore, che è il segretario comunale, perché in nessun paese democratico al mondo il sindaco eletto dai cittadini si vede imposto da altri il primo collaboratore, il capo dell'amministrazione comunale; infine, una semplificazione delle procedure di decisione e di controllo, di cui un punto fondamentale - che per fortuna siamo riusciti a realizzare prima ancora di questo provvedimento - era l'eliminazione di quell'istituto, anch'esso assolutamente arcaico, della responsabilità contabile per colpa lieve.

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Potremmo poi discutere ancora in quest'aula del lavoro svolto; può darsi che ci siano alcuni appesantimenti, alcune cose da eliminare ed altre da introdurre nel testo; il Governo non ha mai blindato questo disegno di legge nel corso dell'iter al Senato. Alla Camera non l'ha blindato in Commissione, per questo è stato così duro e faticoso il nostro lavoro, e non lo farà in aula. Molte delle questioni sottolineate anche dai relatori di minoranza verranno considerate, approfondite e valutate per quello che valgono. Dico sommessamente che se i gruppi e i parlamentari concentreranno i loro emendamenti sui punti sostanziali, sarà più facile avere un confronto libero e aperto, senza vedere disperse le proposte di modifica sostanziali insieme ad una grande massa di emendamenti puramente formali, quelli che il relatore Novelli chiama «ginnico-sportivi».
Ritengo di dover ricordare in questa sede quale sia il senso di fondo del lavoro che abbiamo cominciato e che dobbiamo concludere assieme. Credo dunque che la ragione di fondo sia questa: oggi, che viviamo nell'epoca della globalizzazione, della competizione globale, non possiamo non renderci conto che l'efficienza, la rapidità, la snellezza dell'amministrazione, la relativa leggerezza degli adempimenti burocratici che l'ordinamento e le istituzioni impongono ai cittadini, costituiscono un fattore importante per la competitività di un paese. Può rappresentare un gravissimo handicap avere, come noi abbiamo, un ordinamento che impone adempimenti, procedure burocratiche molto più complesse di quelle degli altri grandi paesi europei; avere amministrazioni che sono spesso paralizzate da procedure di decisione e di controllo bizantine. Ebbene, tutto questo - come dicevo - rappresenta un handicap per i cittadini italiani, per le imprese, per l'economia del nostro paese nella competizione internazionale, a fronte di paesi che hanno invece ordinamenti più flessibili, più leggeri, che consentono maggiore efficienza e che impongono minori adempimenti inutili e macchinosi ai cittadini.
Sono stato recentemente a Londra per ventiquattro ore e mi sono sentito dire da importanti operatori finanziari che il primo problema per il nostro paese non è il costo del lavoro né la pressione fiscale sulle imprese (che pure è un problema), bensì il costo della pubblica amministrazione, le regole e gli adempimenti macchinosi ed i tempi incerti di qualunque procedura amministrativa.
Alla Camera ed al Senato abbiamo approvato una legge di delega al Governo che darà gli strumenti per intervenire in modo organico in direzione della semplificazione e dello snellimento delle procedure. La legge di delega ha i suoi tempi ed il Senato, anche opportunamente, ha richiesto che i tempi fossero ulteriormente allungati, in modo da raccordarsi con gli indirizzi della Commissione bicamerale.
Nel provvedimento in discussione, invece, sono contenute alcune misure urgenti che possono essere mandate in esecuzione subito, che possono dare un primo sollievo, un primo riconoscimento di autonomia ai cittadini; vorrei che ci confrontassimo sul merito. Su altro poi possiamo discutere.
Collega Carrara, nell'articolo 9, ora articolo 12, proprio perché sono previste numerose norme volte a ridurre i controlli sui comuni, sulle provincie e sulle istituzioni locali, vengono introdotte misure più severe di prevenzione del dissesto finanziario dei comuni. Infatti l'autonomia che viene più largamente concessa non deve essere usata per scaricare oneri sulle spalle di tutti i contribuenti italiani. Se vi è il timore che ciò possa aggravare il carico fiscale sui cittadini, giacché questo non è il nostro intento, qualora da parte del suo gruppo si proporranno alternative che consentano di far valere ugualmente strumenti di prevenzione nei confronti del dissesto, il Governo e la maggioranza le esamineranno con spirito aperto. Non vi è alcuna intenzione né è negli scopi di questo provvedimento aggravare il carico fiscale. Nell'ambito dell'articolo citato si prevedono esclusivamente misure intese ad evitare che la maggior autonomia dei comuni produca situazioni di dissesto che

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poi vengono pagate da tutti i cittadini italiani. Possiamo però trovare altre soluzioni.
Collega Carrara, in questo provvedimento non vi è una riforma del Consiglio di Stato, ci mancherebbe altro! Sono semplicemente previste norme, essenzialmente una, tese a stabilire un termine per i pareri del Consiglio di Stato ed in generale per gli organi consultivi. Infatti il tempo non può più essere considerato una variabile indipendente o indifferente oggi, mentre ci avviciniamo al 2000. Il tempo è un elemento importante nella vita delle donne, degli uomini e delle imprese; non possiamo più accettare che cittadini ed imprese debbano aspettare i tempi infiniti di un'amministrazione bizantina. Questo è il punto. Allora valutiamo le norme per quelle che sono: viene previsto un termine per l'espressione dei pareri del Consiglio di Stato e degli altri organi consultivi. Credo che questa previsione sia giusta e difendibile, tale da non incidere per nulla sulla riforma che è affidata alla Commissione bicamerale.
Colleghi, penso anche alle due grandi questioni che ci preoccupano: l'Europa e la disoccupazione. Ebbene, in Europa bisogna non solo entrarci, ma anche restarci e non vorremmo, dopo aver affrontato grandi sacrifici per entrarvi, trovarci poi respinti ai margini della costruzione europea, perché continuiamo ad avere ordinamenti amministrativi, regole e procedure barocchi, che impongono costi molto alti ai cittadini ed alle imprese e che non ci consentono di sostenere la competizione con i grandi paesi europei.
Quanto alla disoccupazione, questa grande questione del nostro tempo e dell'Europa di oggi, in questi giorni è cominciato ad emergere che essa è anche un problema di procedure e di funzionamento delle amministrazioni. Ciò non solo - vorrei fosse chiaro - per creare direttamente posti di lavoro attraverso l'accelerazione della progettazione, dell'appalto e dell'esecuzione di opere pubbliche, neanche solo per migliorare in tempi un po' più rapidi la dotazione infrastrutturale del paese, che pure è aspetto importante, ma anche perché la semplificazione, lo snellimento, la sburocratizzazione determinano condizioni per lo sviluppo e per gli investimenti anche privati e, quindi, perché le imprese si sviluppino e creino posti di lavoro.
Credo allora - e mi auguro - che si possano affrontare questi temi per quello che sono, come grandi questioni che interessano tutti i cittadini, che non appartengono ad una parte politica e neanche al Governo come tale. L'esecutivo dichiara e confessa di avere fatto nella prima fase soltanto un lavoro di raccolta di proposte e di suggerimenti che ci venivano da molte parti e quando dico che provenivano dai sindaci, mi riferisco ai sindaci delle più diverse parti politiche, i quali hanno chiesto reiteratamente una rapida approvazione del disegno di legge, con le correzioni che i colleghi vorranno apportarvi, indipendentemente dal loro colore politico.
Se è così, penso che abbiamo di fronte a noi qualche giorno di lavoro altrettanto duro di quello che abbiamo svolto in Commissione, ma se lo affronteremo con questo spirito credo che si tratterà di un lavoro utile per i nostri concittadini. In fondo - lo dico con un'espressione un po' rozza - ciò per cui veniamo pagati e siamo stati eletti è il varo di leggi utili alla vita dei nostri concittadini (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

ROSA JERVOLINO RUSSO, Presidente della I Commissione. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROSA JERVOLINO RUSSO, Presidente della I Commissione. Signor Presidente, dall'intervento del relatore per la maggioranza Novelli ed anche da quelli dei relatori di minoranza Frattini e Carrara, nonché da quanto ci ha detto poc'anzi il ministro, emerge con chiarezza che ci troviamo di fronte ad un provvedimento importante ma complesso. Sarebbe dun


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que molto importante che i colleghi potessero avere il tempo di leggere le tre relazioni e l'intervento del ministro. Credo che ciò faciliterebbe anche il raggiungimento di un obiettivo che sta a cuore non soltanto al ministro, ma anche al presidente della Commissione, ossia la rapida approvazione del disegno di legge in esame.
Quindi, Presidente, proprio per permettere un esame delle relazioni, le chiedo di sospendere i nostri lavori e di rinviare il seguito della discussione sulle linee generali alla prima seduta dell'Assemblea immediatamente successiva alla pausa, che sta per iniziare, per le festività pasquali.

PRESIDENTE. Onorevole Jervolino, la sua richiesta ha alla base una argomentazione senz'altro plausibile, che però entra in chiara contraddizione con quanto è stato stabilito dalla Conferenza dei presidenti di gruppo e conseguentemente annunciato dal Presidente all'Assemblea. Se accedessimo alla sua richiesta, verrebbe stravolto il calendario che è stato predisposto ed in pratica verrebbe invalidato lo strumento della programmazione, che è fondamentale per il corretto andamento dei lavori della nostra Assemblea.
Non posso pertanto accogliere la sua richiesta perché non vi sono ragioni che ci impediscano in questo momento di proseguire nella discussione sulle linee generali, così come era stato stabilito.

ELIO VITO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ELIO VITO. Signor Presidente, mi associo alla proposta dell'onorevole presidente della I Commissione e, prima di giungere alle conclusioni, peraltro formalmente corrette, da lei prospettate, la invito a verificare se non vi sia il consenso di tutti i gruppi sull'accoglimento di tale proposta.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Vito, ma ho già premesso che non ritengo di dover porre in votazione la proposta dell'onorevole Jervolino ...

ELIO VITO. Ma se vi è il consenso di tutti? L'Assemblea è sovrana!

PRESIDENTE. Sì, l'Assemblea è sovrana nella programmazione dei lavori; tuttavia, una volta programmati questi ultimi, se stabilissimo che qualunque intervento è possibile, vanificheremmo ogni tipo di programmazione.

MARETTA SCOCA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARETTA SCOCA. Signor Presidente, chiedo formalmente che venga posta in votazione la proposta della presidente Jervolino.

MAURO GUERRA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAURO GUERRA. Signor Presidente, comprendo le ragioni che ha sottolineato e le questioni che ha posto; mi pare tuttavia che, dati gli interventi che si sono susseguiti dopo la proposta del presidente Jervolino, alla quale mi associo, vi sia una convergenza da parte delle rappresentanze di tutti i gruppi nel senso di accedere a tale richiesta. Ritengo dunque vi siano le condizioni quantomeno per verificare con un voto la possibilità di sospendere i nostri lavori in base alle argomentazioni già esposte.
Data l'unanimità di intenti all'interno sia del Comitato dei nove sia dell'Assemblea, non credo si rischi di ledere il principio da lei affermato in ordine alla programmazione dei lavori: il calendario deliberato rimane stabilito, la discussione sulle linee generali è iniziata, ma, dopo aver svolto le relazioni ed ascoltato l'intervento del ministro, ora è sopraggiunta una valutazione di opportunità, nel senso di rinviare il seguito della discussione ad altra seduta. La prego dunque di valutare questa possibilità.


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PIETRO MITOLO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PIETRO MITOLO. Mi associo alla proposta avanzata dalla presidente della Commissione affari costituzionali ed aggiungo il mio consenso alle valutazioni espresse da tutti i gruppi presenti in aula. Ritengo sia effettivamente opportuno dare corso a questo rinvio, anche per consentire successivamente un più rapido iter parlamentare che porti all'approvazione del disegno di legge Bassanini.

GIACOMO STUCCHI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIACOMO STUCCHI. Mi associo alla richiesta avanzata dalla presidente della Commissione affari costituzionali, sottolineando come la proposta formulata consentirebbe all'Assemblea un migliore lavoro sia per la Commissione sia per le persone che saranno chiamate ad intervenire nella discussione sulle linee generali. Si tratta sostanzialmente di avere più tempo per approfondire i contenuti di alcuni emendamenti che sono stati approvati poche ore fa, dando quindi a tutti noi la possibilità di lavorare meglio.
Ritengo dunque si tratti di una proposta sensata, alla quale pertanto ci associamo.

TULLIO GRIMALDI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TULLIO GRIMALDI. Anch'io, Presidente, a nome del gruppo di rifondazione comunista-progressisti, mi associo alla proposta testé avanzata. Ritengo che, poiché tutti i gruppi si sono espressi in questo senso, probabilmente non vi è nemmeno bisogno di porla in votazione.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, questa mattina, alle ore 10,35, il Presidente ha comunicato all'Assemblea che nella Conferenza dei presidenti di gruppo si era convenuto che nella seduta odierna, dopo lo svolgimento degli atti di sindacato ispettivo - leggo dal resoconto stenografico - si sarebbe passati «alla discussione dei documenti in materia di insindacabilità iscritti all'ordine del giorno, nonché alla discussione del disegno di legge di ratifica n. 2490; si proseguirà dunque con il seguito della discussione del disegno di legge n. 2941 relativo alle opere post-terremoto sino alle ore 13 circa. Alla ripresa, alle ore 14,30, inizierà la discussione sulle linee generali del disegno di legge collegato n. 2564 per concludersi in serata».
Questa programmazione dei lavori è stata discussa all'interno della Conferenza dei presidenti di gruppo ed accolta dai gruppi medesimi con la stessa unanimità con cui ora si chiede di contravvenire ad essa. Tale richiesta però, di fatto, rende impossibile la programmazione dei nostri lavori.
Ho consultato il Presidente in ordine alla vostra richiesta e l'invito fermo è quello a rimanere aderenti a quanto stabilito nella Conferenza dei presidenti di gruppo e comunicato all'Assemblea, affinché lo strumento della programmazione dei lavori rimanga valido e capace di definire i termini dei nostri lavori.

DIEGO NOVELLI, Relatore per la maggioranza. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DIEGO NOVELLI, Relatore per la maggioranza. Ci sono delle cose, in questo palazzo, che ogni tanto trovo difficoltà a capire, Presidente. Anche nel regolamento delle Ferrovie dello Stato è scritto, come raccomandazione ai ferrovieri che devono applicarlo, che esso deve essere applicato possibilmente con intelligenza. Constatato che oggi non ci sono le condizioni per proseguire la discussione; considerato che la comunicazione del Presidente è già stata disattesa, in quanto ci ha comunicato che avremmo dovuto iniziare la discussione alle 14,30 mentre, ahimè, ab


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biamo violato tale disposizione iniziando alle 15,15; visto che abbiamo già violato questa disposizione tassativa e che tutti sono d'accordo (semmai, faremo economia sul tempo che avremo a disposizione a partire dal 1 aprile), siamo di fronte ad una ragione di buon senso e basta.
Mi appello a lei, Presidente, che è il responsabile di turno dell'Assemblea. Dobbiamo alzarci e uscire tutti dall'aula? Perché dobbiamo fare questo sgarbo alla Presidenza? Se ci alziamo ed usciamo, vorrà dire che rimarrà lei con i commessi e gli stenografi! Però avremo rispettato le disposizioni della Presidenza (Applausi)! Questo non lo capisco! Chiedo scusa, non vorrei essere stato irriguardoso.

MARCO TARADASH. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARCO TARADASH. Presidente, vorrei che i colleghi mi consentissero di porre una questione che riguarda anche la programmazione.
In questa legislatura ormai è invalsa l'abitudine per la quale il luogo della programmazione è la Conferenza dei presidenti di gruppo, anche a prescindere dal regolamento. In diversi casi infatti il regolamento è stato tranquillamente eluso, per non dire calpestato, sulla base di una decisione consensuale dei capigruppo della maggioranza. Lei invece sostiene che quando l'Assemblea, nella sua sovranità, decide di modificare un iter programmatorio che è stato ponderato dalla Conferenza dei presidenti di gruppo in relazione - immagino - alle esigenze dell'Assemblea, dei gruppi e dei singoli parlamentari, quindi quando la stessa Assemblea, i gruppi e i singoli parlamentari si rendono conto che la situazione è diventata diversa, allora non si possa mettere in discussione la sentenza inappellabile della Conferenza dei presidenti di gruppo. Francamente trovo questo sbagliato e irrispettoso nei confronti del lavoro dei parlamentari. Per questo, al di là del giusto richiamo al buon senso che doverosamente rappresenta la stella polare che deve sempre guidare i lavori della Presidenza, vorrei porre una questione di fondo relativa ai poteri della Conferenza dei presidenti di gruppo in relazione all'ordinato svolgimento dei nostri lavori e al regolamento. Credo infatti che in questa legislatura sia stata presa una brutta piega.

PIETRO MITOLO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PIETRO MITOLO. Voglio rilevare che quanto è stato stabilito questa mattina riguardava una situazione che è mutata. Non è possibile che dobbiamo mantenere il nostro programma se si verificano condizioni che determinano un cambiamento di opinione in tutta l'Assemblea. Siamo certamente obbligati a rispettare la programmazione dei lavori fino a quando sussistono certe situazioni, ma quando le posizioni per lo svolgimento del programma si modificano - e tale è la situazione che si è oggi determinata in quest'aula - per espresso desiderio, in particolare, della presidente della Commissione affari costituzionali, credo che anche il Presidente non possa sentirsi offeso o non tenuto nel debito conto per il fatto di assumere una posizione diversa a distanza di poche ore. Mi consenta di ricordarle, Presidente - lo dico con tutto il rispetto - che abbiamo terminato ieri sera alle 19,40 la discussione in Commissione affari costituzionali dopo aver svolto per un lungo periodo di tempo un lavoro che è stato concordemente riconosciuto - persino dal ministro, e di ciò lo ringraziamo - assai gravoso, difficile e approfondito. Ritengo quindi che sussistano oggi le condizioni per assumere certe posizioni anche al di fuori di una decisione della Conferenza dei presidenti di gruppo, che comunque potrà anche essere convocata e decidere diversamente sulla base di quanto è emerso da questo dibattito.
La prego dunque, signor Presidente, di tenere conto di queste considerazioni che non vogliono essere nel modo più assoluto irrispettose delle decisioni assunte, ma che vengono sostenute per ragioni obiettive


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che attengono alla serietà ed all'approfondimento del dibattito su una legge fondamentale in questo periodo storico per lo sviluppo della nostra società e della nostra nazione.

MAURO GUERRA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAURO GUERRA. A tutti noi, Presidente, stanno a cuore i tempi della programmazione. Tanto più a noi stanno a cuore i tempi di approvazione di questo importante provvedimento. Sicuramente è stata questa la preoccupazione sulla base della quale questa mattina la Conferenza dei presidenti di gruppo all'unanimità ha valutato di dover così ordinare i nostri lavori. Oggi in aula si sono esauriti importanti punti all'ordine del giorno e si è proficuamente avviata questa discussione. Vi sono tuttavia momenti nei quali è richiesta ai gruppi parlamentari - e ciò avviene in aula, sulla base della discussione a seconda del procedere degli eventi - anche una valutazione politica circa l'evoluzione della discussione, proprio per cercare di trovare le condizioni, le modalità di lavoro, del nostro operare, che vadano nella direzione di agevolare e di facilitare l'iter di un provvedimento ritenuto da tutti importante. Sono convinto, Presidente - vi è in proposito la disponibilità del nostro gruppo e, ritengo, anche di altri gruppi - che i tempi che non utilizzeremo oggi non contribuiranno ad allungare ulteriormente i tempi dei nostri lavori. Noi saremo molto parchi nell'utilizzare i tempi del contingentamento, proprio perché ci sta a cuore mantenere i tempi e i termini che ci siamo dati e che sono stati fissati e definiti con la programmazione. Vorrei solo che evitassimo - per mantenere un punto formale, pure importante, ma che oggi può incontrare un altro punto formale altrettanto importante e condiviso nel ragionamento che stiamo facendo in aula - di ottenere un risultato opposto a quello che sta a cuore alla Presidenza e che sicuramente sta a cuore a tutti coloro che stanno discutendo in quest'aula in questo momento, e cioè il risultato di rendere invece più difficoltoso, nei tempi e nei modi politici in cui lo si affronta, l'esame di questo provvedimento.
Pur comprendendo assolutamente l'intenzione, l'orientamento e la valutazione della Presidenza e anche il punto di tenuta rispetto al principio della programmazione dei lavori, ma proprio appellandomi alla possibilità di garantire il termine finale della programmazione dei lavori stessi - che si costruisce con gli orari e anche con la politica, con le intese, con i rapporti che vanno avanti e che maturano tra le diverse forze che si confrontano in Parlamento, anche in quest'aula - mi permetto di rivolgere ancora alla Presidenza un invito a tenere conto di questo insieme di considerazioni. Probabilmente, se oggi assumeremo la decisione tranquilla e piana che è stata esposta, otterremo un vantaggio nei tempi e nei modi di esame e di approvazione di questo provvedimento.

ROSA JERVOLINO RUSSO, Presidente della I Commissione. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROSA JERVOLINO RUSSO, Presidente della I Commissione. Signor Presidente, prima il relatore ha rilevato una circostanza che credo la lettura degli atti parlamentari di queste settimane possa tranquillamente confermare. Ha rilevato cioè che in Commissione affari costituzionali si è svolto un dibattito intenso, un lavoro molto positivo; indubbiamente si è registrata una forte dialettica, però all'interno di un clima costruttivo che ha coinvolto tutta la Commissione, la maggioranza e l'opposizione.
Non vorrei, come diceva prima il presidente Guerra, che, con una interpretazione indubbiamente puntuale e però un pochino troppo rigida della decisione della Conferenza dei presidenti di gruppo e quindi del nostro calendario dei lavori, si compromettesse questo clima di forte collaborazione e questa possibilità di lavoro convergente, che - mi creda, signor Presidente - è invece


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assolutamente necessario conservare in quest'aula se vogliamo giungere ad un risultato positivo, cioè a quello di un'approvazione non soltanto rapida, ma direi anche seria, ragionata, di una legge importante per il nostro paese.
Signor Presidente, non sono una presidente di Commissione che usa intervenire spesso in quest'aula; credo che mi si debba dare atto di un lavoro intenso, ma anche di una capacità di farlo in punta di piedi per quanto riguarda lo «spettacolo» in aula. Se le avanzo questa richiesta è proprio perché sono consapevole che una rigidità formale oggi possa essere negativa più che positiva. È per questo, con grande garbo, ma anche con grande fermezza e con grande convinzione, che le rinnovo la richiesta e, a dirle la verità, trovo anche strano che di fronte all'unanimità dei gruppi politici (Applausi) ci sia una tale resistenza da parte della Presidenza della Camera.

PRESIDENTE. Ringrazio tutti i colleghi per il garbo e anche la fermezza con cui hanno espresso le loro posizioni. Penso di aver sempre esercitato l'arte del buon senso, onorevole Novelli, e spero di riuscirci anche in questa circostanza. Però, invito i colleghi a considerare che l'atteggiamento della Presidenza non deriva da una rigidità formale. Noi ci troviamo effettivamente di fronte ad un problema sostanziale nella gestione dei nostri lavori. La calendarizzazione dei lavori e il contingentamento dei tempi rappresentano uno strumento di rilevante importanza per garantire la produttività della nostra Assemblea. Purtroppo questa calendarizzazione è già stata mutata in corso d'opera una prima volta. Questa ulteriore ed estemporanea mutazione in pratica è tale da invalidare qualsiasi certezza relativamente all'uso dello strumento. Ci troviamo quindi di fronte ad un problema che non è obiettivamente di secondaria importanza... (Commenti). A questo punto riterrei però conclusa la discussione!

NUCCIO CARRARA, Relatore di minoranza. Qualche elemento di novità, Presidente!

PRESIDENTE. Con riferimento all'onorevole Mitolo, che mi faceva osservare molto garbatamente che sono cambiate le condizioni, rilevo che ciò che l'Assemblea si trova a dover decidere è sostanzialmente la possibilità o meno di continuare i lavori in base alla programmazione predefinita, e obiettivamente questa possibilità c'è.
Ora l'Assemblea chiede di poter fare questa valutazione; la Presidenza ritiene, sempre usando il buon senso, di poter valutare che c'è la possibilità di continuare i lavori.
La Presidenza peraltro non può non rilevare che da parte di tutti i gruppi parlamentari è pervenuta una richiesta univoca ed unanime; pertanto, invitando tutti voi a considerare anche quelle che sono fondate motivazioni da parte della Presidenza, ritengo di porre ai voti la richiesta di ultimazione dei nostri lavori, valutando però attentamente, colleghi, se effettivamente vi siano le condizioni per non poter proseguire i nostri lavori, per l'ulteriore tempo a nostra disposizione in questa seduta, sulla discussione sulle linee generali del provvedimento in esame (Commenti - Numerosi deputati, rivolgendosi alla Presidenza, esclamano: «al voto, al voto!»).

PAOLO ARMAROLI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PAOLO ARMAROLI. Signor Presidente, nessuna obiezione al voto. Vorrei semplicemente dire che in tutti i liberi Parlamenti - mi rivolgo anche al signor ministro per la funzione pubblica, che è un autorevole costituzionalista - esiste un principio: quello della sovranità dell'Assemblea, la quale è padrona del proprio ordine del giorno.
Ella, con grande tatto e con grande sensibilità, signor Presidente, ha rilevato per primo che esiste in quest'aula quasi una sorta di momento magico per cui la maggioranza, l'opposizione ed anche il Governo (con l'autorevole «sigillo» del presidente della Commissione affari costituzionali:


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posso essere buon testimone dell'impegno, della sensibilità e del garbo con cui l'onorevole Jervolino Russo presiede i nostri lavori) avevano raggiunto all'unanimità un'intesa preventiva (l'accordo era fra tutti i gruppi) sul fatto che dopo la relazione per la maggioranza e quelle di minoranza si rinviasse la discussione del provvedimento al martedì successivo alla Pasqua.
Le do atto della sua correttezza, ci mancherebbe altro! Se lei ci sollecita una votazione, noi la faremo. La ringrazio, signor Presidente.

PRESIDENTE. Veramente siete voi che me l'avete sollecitata.
Ad ogni buon conto, invito ancora l'Assemblea a considerare se vi siano le condizioni per dover interrompere i nostri lavori a questo punto.
Pongo in votazione la proposta di rinviare il seguito della discussione ad altra seduta.
(È approvata).

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