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PRESIDENTE. Proseguiamo nella discussione sulle linee generali del disegno di legge n. 2737.
TEODORO BUONTEMPO. Nei pochi minuti che ho a disposizione vorrei mettere a fuoco la malafede che caratterizza l'impostazione della sinistra, che in tutta questa vicenda pare interessata soltanto ad accusare la destra ed il centro-destra di chissà quale intolleranza.
PRESIDENTE. Onorevole Buontempo, lei ha parlato un «buon tempo» di più
ALBERTO GIORGETTI. Signor Presidente, colleghi, signor ministro, il disegno di legge che stiamo discutendo a salvaguardia degli effetti prodotti dal decreto-legge n. 489 e successivi decreti adottati in materia di politica dell'immigrazione pone problematiche di ampio respiro, che comprendono aspetti sociali, economici e soprattutto, per quanto riguarda alleanza nazionale, di riaffermazione forte del principio della legalità.
PRESIDENTE. Onorevole Alberto Giorgetti, è necessario farlo!
ALBERTO GIORGETTI. Mi avvio alla conclusione, Presidente.
PRESIDENTE. Invito i colleghi a non superare i tempi di intervento prestabiliti.
GIACOMO GARRA. Onorevole Presidente, signor ministro dell'interno, nella valutazione del disegno di legge presentato dal Governo - che oggi ritorna all'esame dell'Assemblea per il seguito della discussione sulle linee generali iniziata il 28 novembre scorso - mi angoscia un dilemma, che si può sintetizzare con le parole bibliche dei due opposti aforismi: «Fui pellegrino e mi hai dato accoglienza»; oppure: «Fui pellegrino, e mi hai cacciato via».
ADRIANO VIGNALI. Non dire balle!
GIACOMO GARRA. Io dico cose che posso documentare e prego la Presidenza di tener conto di questa interruzione ai fini del calcolo del tempo!
PRESIDENTE. La Presidenza non ha una visione fiscale della vita.
ADRIANO VIGNALI. Io c'ero a Torino, non documenti niente!
GIACOMO GARRA. E le valutazioni del procuratore Caselli...
ADRIANO VIGNALI. Non ha parlato Caselli, documentati!
GIACOMO GARRA. Il collega può anche negarlo, ma nella stessa manifestazione di Torino Caselli dichiarò che chi commette reato va perseguito e allontanato. Quindi nessuna meraviglia (Commenti del deputato Vignali)...
PRESIDENTE. Onorevole Vignali, lasci parlare l'onorevole Garra, poi replicherà (Commenti del deputato Vignali)!
GIACOMO GARRA. Quindi nessuna meraviglia, dicevo, che alcuni emendamenti prevedano l'espulsione degli extracomunitari clandestinamente entrati in Italia.
ADRIANO VIGNALI. Non c'eri, hai letto male i giornali!
GIACOMO GARRA. Allora, siccome io non c'ero quando si compivano gli assassini in Unione Sovietica, dovremmo negare quello che disse Gorbaciov, cioè che ci sono stati settanta anni di marce forzate verso il nulla! Certo, io non c'ero, però provate a smentire questa affermazione di Gorbaciov (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia - Commenti del deputato Vignali)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gramazio. Ne ha facoltà.
DOMENICO GRAMAZIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, è assai rilevante la presenza, non usuale, a questo dibattito di un ministro quale quello dell'interno, mentre altri membri del Governo, quando si discutevano in quest'aula provvedimenti di loro competenza, hanno avvertito il diritto-dovere di essere rappresentati da altri esponenti dell'esecutivo o da un sottosegretario. Sicuramente, quindi, la sua presenza in questa sede rende questo dibattito più attento, pur nella volontà politica con cui il dibattito stesso è stato affrontato; una volontà che ha fatto sì che non si potessero discutere in Commissione gli emendamenti di alleanza nazionale e del Polo e che questo dibattito passasse quasi sotto silenzio, mentre riguarda un problema che investe non solo i parlamentari, ma interessa quotidianamente gli enti locali ed i cittadini.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Parenti. Ne ha facoltà. Le ricordo che ha ventidue minuti di tempo a disposizione.
TIZIANA PARENTI. Signor Presidente, ci troviamo a discutere un disegno di legge di sanatoria dei numerosi decreti-legge che si sono succeduti dopo la legge Martelli in materia di extracomunitari, della regolamentazione del loro ingresso e soggiorno nel territorio nazionale, delle loro condizioni di lavoro, di studio, nonché della posizione dei rifugiati che giungono in Italia e qui intendono restare.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Foti, che aveva a disposizione cinque minuti, ma l'utilizzo di una parte del suo tempo ad opera dei suoi colleghi di gruppo, lo riduce purtroppo a tre minuti e venticinque secondi. Mi dispiace, ma questa è l'avarizia del contingentamento.
TOMMASO FOTI. Presidente, se fossi un extracomunitario, probabilmente avrei più tempo (Commenti)!
PRESIDENTE. Le regole valgono per tutti, onorevole Foti: ci mancherebbe altro che lei si sentisse menomato nell'esercizio di un suo diritto.
TOMMASO FOTI. Mi pare si dovrebbe sentire menomato il Parlamento per un dibattito così strozzato, se è vero che si affronta un problema epocale, se è vero che questo è un tema che rischia di spaccare una parte del paese.
DOMENICO MASELLI, Relatore. Eh no!
TOMMASO FOTI. E ciò è ancor più scandaloso (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Serra, che dispone di ventidue minuti. Ne ha facoltà.
ACHILLE SERRA. Ne userò molti di meno, Presidente, perché i colleghi che mi hanno preceduto hanno già abbondantemente esposto la materia.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Franz, che dispone di cinque minuti di tempo. Ne ha facoltà.
DANIELE FRANZ. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge oggi al nostro esame va molto al di là di quelle che sono le tematiche che lo stesso, in maniera abbastanza schematica, ci propone.
PRESIDENTE. Onorevole Franz, mi devo purtroppo correggere e dire che il tempo a disposizione del gruppo di alleanza nazionale è terminato. Tuttavia, avendole già dato la parola, le consentirò di concludere il suo intervento in 3 minuti. Mi dispiace, ma gli altri oratori del suo gruppo, nella loro bravura ed esuberanza, hanno utilizzato più tempo del previsto.
DANIELE FRANZ. La ringrazio, Presidente. Non posso far altro che rammaricarmi della mia proverbiale «fortuna»! Penso, infatti, che se venisse elaborata una statistica, risulterebbe che il 75 per cento dei miei interventi sono stati «accolti» nella stessa maniera.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
DOMENICO MASELLI, Relatore. Sarò molto breve. Mi rallegro che dibattito abbia allargato il campo dell'argomento e sono d'accordo con molte delle cose dette da vari oratori. Sarei tentato di entrare in molte delle tematiche richiamate, ma ritengo che non sia questa l'occasione opportuna.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il ministro dell'interno.
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Signor Presidente, onorevoli deputati, ho seguito con attenzione la discussione
PRESIDENTE. È effettivamente presente.
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Come dicevo, l'onorevole Gasparri, ad esempio, a differenza dell'onorevole Fontan, ha ritenuto che con il decreto Dini fossero stati resi ancor più inattuabili i provvedimenti di espulsione. Credo si debba comunque guardare avanti, ma anche questa discordia di giudizi dimostra quanto la materia sia complicata ed opinabile.
PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di consentire all'onorevole Napolitano, che sta dicendo cose molto interessanti, di proseguire nel suo intervento.
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Parlo di confronto inevitabile e di «apertura indispensabile» perché, se non ci si pone con spirito di apertura e con lungimiranza di fronte alla realtà degli stranieri extracomunitari che vivono sul nostro territorio, entrati legalmente o regolarizzati, si possono soltanto provocare tensioni, che invece dobbiamo fare ogni sforzo per contenere e superare. Apertura e lungimiranza significano una politica di effettiva integrazione e di pieno riconoscimento dei diritti degli stranieri, degli extracomunitari che hanno titolo a rimanere nel nostro paese e che operano validamente anche nell'interesse dell'economia nazionale.
MARIO BORGHEZIO. Pago le tasse in Italia, vorrei che le espulsioni venissero eseguite in Italia!
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Lei ha detto che questa Italia è il solo paese in cui non si riesce ad avere un calcolo preciso dei clandestini o degli irregolari che sono sul nostro territorio. No, dappertutto si possono avere solo stime approssimative, in Italia come in Francia, che pure viene indicata come il paese più efficiente dal punto di vista dei controlli...
MARIO BORGHEZIO. La Francia non delega alla Caritas questi compiti!
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Quando a Napoli si è concluso il vertice italo-francese e il presidente Chirac ha tenuto una conferenza stampa, rispondendo alla domanda di un giornalista a proposito delle frontiere e del trattato di Schengen, egli ha detto che la Francia già più di una volta ha derogato a quell'accordo per richiudere le frontiere con qualche paese dal quale provenivano e arrivavano in Francia troppi immigrati clandestini, sebbene fosse un paese membro del sistema di Schengen.
CARLO GIOVANARDI. Scusi, ma essendo decaduto il decreto, questa norma non c'è più.
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. No, la prego di credere che per ciò che riguarda soltanto questo inasprimento previsto dal decreto di luglio, esso è decaduto con il decreto e tuttavia sono stati fatti salvi gli effetti con la legge che adesso sta per essere approvata, ma rimane in piedi l'articolo 3 della cosiddetta
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, voltare le spalle alla Presidenza e al ministro che sta parlando non è un atteggiamento tanto gentile.
ANTONIO DI BISCEGLIE. Ma Storace ci è abituato!
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Noi stiamo aumentando l'impegno e lo sforzo operativo per controllare gli ingressi nel nostro territorio, anche perché siamo fortemente preoccupati dell'accentuarsi della componente criminale, dello sfruttamento criminale dei flussi migratori.
GIACOMO GARRA. L'onorevole Parenti è qui!
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Mi scuso, allora.
CARLO FRIGERIO. Questo sta a significare che ci sono infiltrazioni!
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Comunque, guardando a tutti questi diversi aspetti dello sfruttamento criminale dei flussi migratori e, anche al di là di essi, alla necessità di contenere la spinta migratoria che potrebbe farsi caotica, incontrollabile e soprattutto non garantibile socialmente e civilmente nel nostro paese, sono indispensabili accordi bilaterali con i paesi di provenienza.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Napolitano, per la sua esposizione così ampia e documentata.
sinistra democratica-l'Ulivo: 20 minuti + 49 minuti = 1 ora e 9 minuti
Comunico che la Commissione bilancio ha espresso, in data odierna, il seguente parere:
PARERE FAVOREVOLE
sul testo del provvedimento.
PARERE CONTRARIO
sugli emendamenti Fontan 1.3, 1.4, 1.9, 1.10, 1.11 e 1.2, Di Luca 1.1, Fontan 1.49, 1.47, 1.48, 1.50, 1.51, 1.52, 1.53, 1.54, 1.55, 1.57, 1.60, 1.62, 1.111, 1.73, 1.77 e 1.78, Cavaliere 1.94 e 1.100, Franz 1.83, sull'articolo aggiuntivo Buontempo 1.012, in quanto suscettibili di recare oneri finanziari non quantificati né coperti, nonché sull'articolo aggiuntivo Alberto Giorgetti 1.013, in quanto recante copertura finanziaria inidonea.
NULLA OSTA
sui restanti emendamenti.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Contento. Ne ha facoltà.
MANLIO CONTENTO. È indubbio che nella replica il ministro dell'interno ha manifestato attenzione anche a quanto dai nostri banchi viene sostenuto circa la necessità di esaminare in maniera più approfondita i concetti di solidarietà possibile e di sicurezza necessaria.
NICOLA PASETTO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NICOLA PASETTO. Signor Presidente, vorrei sapere come si intenda procedere nei lavori dell'Assemblea nella seduta odierna. A noi risulta che i lavori dovrebbero essere interrotti alle ore 19 per riprenderli domani mattina. Vorrei una conferma su tali tempi.
PRESIDENTE. Onorevole Pasetto, purtroppo non mi risulta quanto sta dicendo; anzi per quanto mi consta, i nostri lavori proseguiranno nei tempi previsti in base all'ordine del giorno della seduta odierna, salvo che non sopravvengano diverse valutazioni da parte dei presidenti di gruppo. In tal caso ne saremo informati entrambi; al momento non vi è alcuna necessità né richiesta di una sospensione dei lavori.
ROSARIO OLIVO. Signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione del testo scritto del mio intervento in calce al resoconto stenografico della seduta odierna.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Olivo, anche a nome di altri colleghi. La Presidenza lo consente senz'altro.
ROLANDO FONTAN. Signor Presidente, onorevole ministro, non posso esimermi dall'intervenire, sia pure nell'ambito dei trentasei minuti assegnati al nostro gruppo; a questo punto per noi il tempo è diventato, come si suol dire secondo un detto popolare «rosolio». Voglio comunque controbattere a qualche sua affermazione, signor ministro, che non corrisponde proprio al vero.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Menia. Ne ha facoltà.
ROBERTO MENIA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo sul complesso degli emendamenti presentati sottolineando che ci troviamo di fronte ad un dibattito molto compresso, nel quale è difficile esprimersi per la ristrettezza dei tempi, nonostante si tratti di questioni di notevole importanza, che vanno ben oltre il misero testo dell'articolo 1.
PRESIDENTE. Colleghi, consentite cortesemente all'onorevole Menia di svolgere il suo intervento.
ROBERTO MENIA.... che si è sovrapposta nel corso dei mesi e con cui veniva regolarmente reiterato il primo decreto-legge in materia. Abbiamo cercato di individuare alcuni punti basilari, il primo dei quali (lo ricordava poc'anzi il collega Contento) è l'introduzione nel nostro ordinamento dell'immigrazione clandestina come reato penale. A tale reato si abbinano i due diversi aspetti (lo rilevava poc'anzi anche il ministro dell'interno) del respingimento e dell'espulsione.
PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare sul complesso degli emendamenti ed articoli aggiuntivi presentati, chiedo al relatore di esprimere su di essi il parere della Commissione.
DOMENICO MASELLI, Relatore. Posso anche svolgere una breve introduzione generale sugli emendamenti?
PRESIDENTE. È una sua facoltà, può fare come crede.
DOMENICO MASELLI, Relatore. Se ho contato bene, si tratta di novantatre emendamenti che hanno quattro fonti diverse: sessantotto provengono dal gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania, venti dal gruppo di alleanza nazionale, quattro dal gruppo di forza Italia.
ELIO VITO. Lei deve dare il parere, non fare statistiche!
DOMENICO MASELLI, Relatore. Sto presentando un quadro degli emendamenti. Ho chiesto...
PRESIDENTE. Onorevole Vito, l'ho autorizzato io, se mi consente qualche piccola possibilità di dirigere l'Assemblea!
DOMENICO MASELLI, Relatore. Un solo emendamento è stato presentato dal gruppo del CCD-CDU. Il quadro di questi emendamenti è quindi profondamente diverso. Alcuni dei sessantotto emendamenti del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania hanno un carattere a mio avviso puramente ostruzionistico, mentre altri presuppongono la linea di sviluppo di una legge. Da questo punto di vista gli uni e gli altri presentano a volte qualche difficoltà di comprensione del testo.
PRESIDENTE. Il Governo?
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Signor Presidente, il Governo condivide le efficaci argomentazioni del relatore. Mi permetterò di aggiungere soltanto alcune considerazioni anche perché sia chiaro ai colleghi che non hanno potuto seguire la discussione in aula che è soprattutto la scelta della natura di questo provvedimento, inteso come provvedimento di semplice salvaguardia degli effetti del decreto o dei decreti non convertiti, che ci induce ad escludere la possibilità di modifiche che appunto altererebbero quella natura di cui hanno tenuto conto - bene ha fatto l'onorevole Maselli a dirlo or ora - i deputati dei gruppi di maggioranza.
PRESIDENTE. Quindi, signor ministro, lei invita i presentatori a ritirare l'emendamento Fontan 1.61?
GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. No, io ho detto che esso costituisce una indicazione di cui il Governo terrà conto nella predisposizione del progetto di legge. Comunque, signor Presidente, lei ha perfettamente ragione: può essere anche inteso come invito al ritiro, analogamente a quello rivolto per l'emendamento Fontan 1.57, perché si tratta di problemi che contiamo di affrontare in sede operativa (nel caso del rafforzamento degli uffici stranieri nelle questure) o in sede di formulazione del disegno di legge-quadro.
È iscritto a parlare l'onorevole Buontempo. Ne ha facoltà.
Anche dagli interventi che si sono svolti pare che la sinistra sia interessata, più che alla dignità dell'immigrato e alla soluzione dei complessi e gravi problemi in questo settore, a lanciare un segnale verso l'opinione pubblica per rendere noto che la destra (o il centro-destra) è intollerante. Questo pare interessi la sinistra.
Peraltro si tratta della stessa logica che l'ha indotta negli ultimi quindici anni a fare demagogia su questo tema, nel tentativo di criminalizzare le posizioni della destra. Secondo me, però, il vero razzismo è quello mostrato dalla sinistra. Il lavoro nero, lo sfruttamento in alcune aziende del sud, la prostituzione, il lavoro minorile, il fatto che dieci, venti, trenta persone vivano negli scantinati come avviene in viale Ostiense a fianco dei mercati generali (almeno cento disperati aspettano di trovare un lavoretto per la notte per guadagnare qualche lira), minori lasciati al freddo, in mezzo alla strada o dentro le baraccopoli: questo è razzismo, come è razzismo fregarsene delle condizioni miserevoli nelle quali gli immigrati sono costretti a vivere, sfruttare la loro disperazione e creare una contrapposizione ideologica con chi pone il problema dell'immigrazione.
Non so se farò in tempo a presentare un emendamento al riguardo, ma a me ripugna l'idea che degli esseri umani vengano presi, impacchettati come cose e rispediti nel paese d'origine senza interessarsi del loro destino.
Ho ancora davanti agli occhi le immagini della Cambogia, degli uomini rinchiusi nelle gabbie. Erano uomini con gli occhi sbarrati non solo per il terrore, ma anche per una profonda indignazione. Erano persone che si chiedevano come fosse possibile che altri uomini prendessero i loro simili e li rispedissero al paese d'origine come oggetti, senza chiedersi che fine avrebbero fatto.
In Italia si è già verificato un aberrante episodio del genere con gli albanesi. Ma io parto da un altro presupposto, secondo il quale un uomo che si conquista uno
spazio vitale, mettendo a rischio la propria vita e mettendo tutto in gioco, deve essere rispettato.
Il problema è un altro: come far fronte ad una questione epocale come quella dell'aumento demografico del sud del mondo mentre l'Europa si impoverisce demograficamente? Con quali strutture, in quali condizioni, con quali risorse potremo fare fronte nei prossimi dieci anni ai 5, 6 o 7 milioni di immigrati che entreranno nel nostro paese, o che comunque entreranno in Europa? Il problema si pone a Marsiglia come a Roma, a Milano come a Parigi. Come si potrà far convivere la disperazione dell'uomo della borgata, privo di servizi essenziali e di un minimo di condizioni di vita decenti, con la disperazione di chi giunge nel nostro paese dopo essere giunto al limite della sopportazione umana?
È un problema che non può essere affrontato in termini di contrapposizione ideologica, perché questo è criminale. Dobbiamo ragionare con molta serenità e senza presunzione per vedere quale sia la strada migliore per impedire che migliaia di bambini vengano sfruttati, avviati alla prostituzione e picchiati se la sera non portano i soldi a casa.
Non può essere razzista chi si chiede perché si lasci al semaforo, al freddo, un bambino di cinque anni a domandare l'elemosina. Non si può giudicare razzista chi invita lo Stato ad intervenire, mentre chi fa finta di non vedere quel bambino o gli allunga mille lire se ne va con la coscienza a posto. Non è che quest'ultimo sia bravo, progressista ed abbia un alto senso umanitario. Credo che le cose non stiano così. Ritengo invece necessario discutere la questione intorno ad un tavolo comune.
In questa discussione dobbiamo affermare che chi si è conquistato uno spazio vitale rischiando la sua stessa vita debba essere tutelato. Prima di far entrare nel nostro paese altre persone, dobbiamo sistemare coloro che già vi si trovano. Se si deve regolamentare in termini progressivi l'ingresso nel nostro paese, prima si deve tenere conto di quanti immigrati in sovrappiù e privi dei necessari permessi si trovino oggi in Italia. La premessa ovviamente deve essere rappresentata dalla fedina penale pulita, perché altrimenti si fa il gioco dei mascalzoni. Si deve trattare di persone prive di debiti con la giustizia. Questa è una condizione minima.
Se in Italia ce ne sono dieci, perché riaccompagnarli alla frontiera senza sapere come e dove continuerà la loro vita e nello stesso tempo consentire che ne arrivino altri, dando luogo alle stesse condizioni in cui vivevano quei dieci?
Si parla tanto di numero chiuso, anche perché di fronte alla fame, alla disperazione, alla voglia di futuro non c'è esercito che tenga; si possono però stabilire delle regole. Un paese, in base alle proprie risorse e alle proprie capacità di assorbimento, può stabilire un numero medio di immigrati da inserire nei vari settori lavorativi. Stabilire questo numero in via prioritaria significa offrire a costoro una vita dignitosa, le condizioni minime per poter vivere; si è invece razzisti quando si fa finta di non sapere che al 70 per cento degli immigrati l'Italia non è in grado di offrire altro che disperazione.
Parliamo di essere umani catapultati nella realtà di un paese che già vive una propria emarginazione e una propria sofferenza ed è per questo che occorre affrontare la questione in maniera più organica, in modo che entro i primi mesi del prossimo anno venga approvata una legge che consideri tutto il problema dell'immigrazione. Non dobbiamo dimenticare che, mentre parliamo, duecento bambine di età inferiore ai sedici anni vengono sbarcate nel porto di Ancona per essere avviate alla prostituzione. Non è questo un problema di cui occuparci? Per farlo dobbiamo avere il tempo necessario e ciò deve avvenire attorno ad un tavolo comune e non con divisioni ideologiche, perché in questo secondo caso abbandonando al loro tristissimo destino milioni di esseri umani, saremmo noi i veri criminali.
(due minuti) di quello che le era stato assegnato. Glielo dico perché esso verrà sottratto agli interventi dei suoi colleghi di gruppo. Voglio precisarle che sono costretto a richiamarla non per una visione cronometrica della vita, ma perché siano rispettati i tempi a disposizione di ciascuno e di tutti.
È iscritto a parlare l'onorevole Alberto Giorgetti. Ne ha facoltà.
Abbiamo assistito fino ad oggi all'emanazione di diversi provvedimenti normativi, tra cui il decreto-legge n. 477, che, oltre a non dare vere risposte al problema dell'accesso incontrollato sul territorio nazionale di immigrati extracomunitari, hanno evidenziato condizionamenti ideologici provenienti da precise componenti politiche del nostro Parlamento facenti riferimento al centro-sinistra.
È evidente dunque che coglieremo l'occasione per approfondire, a quasi sette anni dall'introduzione della legge Martelli, quale sia la situazione dell'immigrazione in Italia. Non si tratta di discutere se gli immigrati extracomunitari possano o meno entrare nel territorio nazionale, visto che risulta incontestabile come le emigrazioni mondiali, individuali o di gruppo, rappresentino un fenomeno difficilmente contrastabile e che risente di fattori tra i quali la demografia e lo sviluppo economico. Si tratta piuttosto di discutere se e come incentivare l'immigrazione positiva, quella cioè che crea ricchezza per l'immigrato e per il paese ospitante nel rispetto dell'ordine pubblico, inserendo quelle ampie garanzie affinché questo avvenga secondo flussi controllati che possano essere assorbiti dalla nostra realtà sociale ed economica senza traumi e senza il rischio di innescare quei processi di tensione di cui la nostra popolazione non ha certamente bisogno e soprattutto affinché tutto ciò avvenga nella legalità.
Non vogliamo più assistere a guerre tra poveri alla ricerca spasmodica di un lavoro e di un tetto che nessuno oggi è in grado di garantire. Non vogliamo più vedere uno Stato passivo, che è conosciuto all'estero come la «porta libera» di accesso all'Europa comunitaria, che non è in grado di far rispettare la legalità poiché impossibilitato da normative farraginose ad applicare anche il più semplice ed immediato tra gli strumenti di dissuasione contro l'immigrazione clandestina: mi riferisco all'espulsione.
Ricordo che più volte i paesi aderenti al trattato di Schengen ci hanno richiamato alle nostre pesanti responsabilità a causa del ritardo perenne nell'attuazione di tutti gli strumenti necessari alla prevenzione ed al controllo del fenomeno, soprattutto ai valichi di frontiera, collegandoli con un sistema informatizzato con gli altri paesi aderenti al trattato (come è già stato realizzato dagli stessi). Da noi, a distanza di sei anni, è ancora tutto irrimediabilmente fermo!
Ricordo inoltre che le nostre forze dell'ordine hanno sollecitato più volte l'attenzione sulla loro impotenza relativamente alle questioni di ordine pubblico.
Presidente, è giunto dunque il momento di affrontare la questione con la dovuta serietà, rifiutando di avallare l'impostazione politica e culturale basata su di un falso solidarismo a tutti i costi, frutto di una cultura che non punta a dare una risposta vera ai paesi in via di sviluppo, ma semplicemente ad accaparrarsi - da parte di alcuni soggetti dello schieramento politico tradizionalmente opposto al nostro - nuove fette di realtà sociali che versano in condizioni di povertà latente e che rappresentano per gli stessi - fatto questo ancor più grave - un bacino elettorale da strumentalizzare, come è risultato evidente negli ultimi tempi dal dibattito avviato dal ministro Turco su di
un disegno di legge finalizzato a consentire il voto agli extracomunitari nelle elezioni amministrative. Il «giochino» viene quindi svelato, Presidente: prima si consente a chiunque di entrare nel territorio nazionale; poi, vista la drammaticità della situazione, si provvede alla regolarizzazione con il decreto-legge in vigore e, infine, li si porta tutti a votare!
È questo, dunque, il senso più profondo della solidarietà di cui tanti, indebitamente, anche in quest'aula si riempiono la bocca?
È questa la civiltà che professiamo sulla pelle dei nostri ceti sociali più deboli?
È una falsa solidarietà che non condividiamo e che impone allo Stato di farsi carico di tutto ciò che riguarda la fase dell'accoglienza, clandestina e non, e della pianificazione del loro futuro, a prescindere dalla possibilità o meno di garantire un lavoro.
Denunciamo con forza questa situazione, coscienti del fatto che non tutti si rendono conto del rischio connesso alla sottovalutazione del fenomeno. Ci troviamo di fronte ad una riedizione delle tratte degli schiavi in «versione 2000». Sottolineo il fatto che ogni anno tra i 100 mila e i 300 mila clandestini, provenienti da India, Cina e Pakistan, entrano in Europa illegalmente; ed altrettanti sono in tante città del mondo in attesa di un aereo o di una nave che li porti a destinazione.
Signor Presidente, ormai il traffico di esseri umani è diventato redditizio quanto quello della droga! E proprio per questo che non esiste organizzazione criminale al mondo che non ne sia coinvolta.
Data la fragilità dei nostri controlli sulle coste e sulle frontiere - soprattutto da un anno a questa parte -, il nostro paese è diventato uno dei principali punti di smistamento per i clandestini, con un flusso continuo di incremento dell'ingresso quotidiano, del quale le nostre forze dell'ordine riescono ad intercettare soltanto una minima percentuale.
Tagliando parte del mio intervento...
Su questi argomenti attendiamo una risposta forte. Abbiamo presentato pochi emendamenti qualificati sui quali, naturalmente, auspichiamo che la maggioranza dell'Assemblea possa confrontarsi.
Colleghi, sappiamo che tutti i Governi europei, se vogliamo entrare in Europa, ci chiedono un'azione di responsabilità e la consapevolezza di saper controllare le nostre frontiere e di garantire in modo adeguato anche la sicurezza della nostra comunità nazionale.
Questo è l'impegno che io chiedo a tutti!
È iscritto a parlare l'onorevole Garra, al quale ricordo che dispone di quindici minuti. Ne ha facoltà.
Ancor più angosciante è una quotidiana constatazione: nella terza decade dello scorso novembre si è verificato in Sicilia l'ennesimo fatto di straordinaria ordinarietà. Mi riferisco all'arenarsi, al largo di Marina di Ragusa di due motopescherecci stracarichi di essere umani, di extracomunitari che stavano per sbarcare clandestinamente in Italia. Cari colleghi, si è trattato di 290 cittadini indiani o pakistani che volevano sbarcare in Italia perché ritenuta il «ventre molle dell'Europa».
Non pongo su un piano di principio il fatto che abbia luogo necessariamente, in sede di approvazione del disegno di legge sulla sanatoria degli effetti dei decreti-legge non convertiti in materia di immigrazione, la previsione di norme giuridiche per la restituzione ai paesi di provenienza di lavoratori extracomunitari clandestinamente entrati in Italia. Forse non è il caso di caricare il disegno di legge di emendamenti enciclopedici, ma credo che taluni emendamenti essenziali, come quelli proposti dal collega Serra e da chi vi parla, ben potrebbero trovare ingresso nel testo da approvare.
La normativa per la disciplina dell'afflusso di cittadini extracomunitari è volta a fronteggiare il gravissimo fenomeno dell'immigrazione clandestina ed è di quelle materie suscettibili di spaccare l'opinione pubblica e le forze politiche dei due poli, ma persino di creare dubbi e problemi di coscienza per ciascuno di noi. Lo si è visto nelle giornate immediatamente successive all'emanazione del decreto-legge 18 novembre 1995, n. 489, il primo della serie dei decreti-legge mai pervenuti alla conversione in legge.
Ricordate i fischi e i «basta!» con i quali nelle piazze di Torino venne beffeggiato il segretario generale della CGIL, Cofferati, ad opera di rifondazione comunista e dei comunisti unitari, benché Cofferati avesse dato della normativa approvata dal Governo un giudizio tiepido?
Lei non può pretendere di avere la verità irrivelata o rivelata!
E quale meraviglia se un parroco di una parrocchia di Torino, don Piero Gallo, dopo essersi rivolto a sindaco e questore senza avere alcun riscontro - nella sua parrocchia vivono tremila africani - ha visto aprirsi una grande platea di giornalisti e televisioni solo quando ha invitato i parrocchiani - credo per paradosso - a munirsi di spranghe! Monito, questo, inaccettabile ma eloquente.
Ricordate l'invettiva di Bertinotti contro D'Alema, che non la pensava allo stesso modo di rifondazione comunista? Bertinotti disse a D'Alema: «Sei come Fini!» Ricordate la polemica di Manconi, attuale segretario dei verdi, che accusò Violante di essere un uomo di regime
perché faceva prevalere l'esigenza di legalità su quella della pietà? Per converso, e in contraddizione con le tesi legaliste, il demografo Livi Bacci predisse, in quel novembre 1995, che l'Italia avrebbe presto importato ben quattro milioni di lavoratori extracomunitari. Vi fu anche chi, nell'immediatezza dell'entrata in vigore del decreto-legge n. 489 del 1995, lamentò che in tema di previdenza sociale il trattamento dell'immigrato risultava migliore di quello dei lavoratori italiani.
Così come vi fu un autorevole esperto di contabilità pubblica, mi riferisco al professor Berliri, che denunciò la mancanza di copertura finanziaria del decreto-legge allora entrato in vigore.
Che dire poi delle dichiarazioni di fuoco di alcuni magistrati? Il procuratore aggiunto Cappelli dichiarò, a nome della corporazione, che i magistrati - e vi è chi nega i disegni politici di certa parte della magistratura - avevano deciso di non applicare il decreto-legge n. 489 del 1995. Il magistrato Amendola scoprì che non si possono applicare norme diverse ai cittadini ed agli extracomunitari, emanando, cari colleghi, una sorta di decreto di Caracalla. Per chi non lo ricordasse, Caracalla emanò un decreto con il quale estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti nell'impero. Non mi sembra difficile affermare che quella di Amendola sia stata una cosa veramente mal pensata, perché in contrasto con le norme del diritto internazionale, del diritto comunitario e di quello interno.
Hanno senz'altro ragione le organizzazioni cattoliche quando sostengono che quello dell'immigrazione clandestina non è un problema solo di ordine pubblico. Sarebbe tuttavia fuori di ogni razionalità se si negasse che quello dell'immigrazione clandestina è anche, certo non solo, un problema di ordine pubblico.
Nella seduta del 28 novembre scorso abbiamo ascoltato l'onorevole Mantovani dire ai deputati del centro-destra di essere xenofobi e razzisti. Faccio un apologo: se, in uno slancio filantropico, adottassi cinquanta bambini, sarei giudicato un originale, un buono; se decidessi invece di adottare 5 mila bambini, non sarei più un buono, ma un folle, un irresponsabile. Constato, oltre tutto, che il collega Mantovani continua a fare affermazioni secondo le quali il datore di lavoro è rimasto un pescecane, uno sfruttatore, un venditore di armi, eccetera.
Di certo nell'ordinamento statuale ed in quello internazionale non esiste il principio del diritto di stabilimento, previsto soltanto in base ad accordi comunitari, quindi con i paesi dell'Unione europea, ed eventualmente con qualche altro singolo paese, in base al principio di reciprocità; ripeto, non vi è un generale diritto di stabilimento. Questa è una premessa che occorre tenere presente.
Vi è, invece, di certo nel nostro ordinamento un principio giuridico secondo il quale la violazione di norme giuridiche va sanzionata. Ritengo che, in proposito, ben affermavano i latini essere le norme senza sanzione minus quam perfectae. È chiaro che, se la norma della legge Martelli non è seguita da sanzioni, diventa un flatus vocis. Qual è il corollario che discende dalle premesse che ho fatto, cioè assenza di un diritto di stabilimento e necessità che la norma, per la sua effettività, abbia una sanzione, in forza della potestà di autotutela?
La pubblica amministrazione deve rimandare ai paesi di origine coloro i quali - badate - non siano lavoratori extracomunitari in Italia, bensì extracomunitari che facciano ingresso clandestino nel nostro paese.
Se non si tiene presente il principio secondo il quale non sussiste nell'ordinamento un diritto di stabilimento di chicchessia, venga dall'Africa, dall'Asia o da altro continente; se si riafferma il principio che la norma è un flatus vocis se non è sanzionata, se si parte dalla constatazione che sulla pubblica amministrazione incombe il dovere e l'esercizio della potestà della tutela non si arriva da nessuna parte. Credo invece che ragionando e muovendo da questi principi si possa pervenire ad una legalità che non disconosca i principi della solidarietà, ma
che al tempo stesso non continui a fare dell'Italia il ventre molle dell'Europa.
Onorevole Gramazio, le ricordo che dispone di cinque minuti.
Poiché molto si è parlato di questo tema, voglio ricordare che qualche giorno fa il segretario del SIULP (sindacato unitario di polizia), Alessi, denunciò al capo della polizia, e quindi al ministro dell'interno, ciò che era avvenuto nella notte tra l'11 e il 12 settembre a Roma, all'aeroporto di Fiumicino. Dovevano essere portati a Lagos con un aereo di linea 27 stranieri che erano stati espulsi, tra i quali 22 prostitute nigeriane che avevano il foglio di via dall'Italia e l'accompagno.
Prima di salire sull'aereo queste signore - si fa per dire - si sono denudate ed hanno lanciato tutto ciò che avevano in mano contro le forze dell'ordine, al punto che alcuni agenti che le accompagnavano sono stati feriti. Si è così ritardata di alcune ore la partenza dall'aeroporto di Fiumicino dell'aereo di linea diretto a Lagos. Il costo di questo ritardo per l'erario pubblico è stato di 89 milioni.
Citando questo episodio vogliamo ricordare che qualche giorno fa il capo della polizia, in piena autonomia e nell'esercizio del suo ruolo, diceva che forse bisognerebbe trovare il modo ed i termini per allontanare dall'Italia questi cittadini stranieri che non vogliono lasciare il nostro paese, pur se è già stato notificato loro il foglio di via. Egli chiedeva di avere a disposizione mezzi non straordinari, ma nemmeno ordinari perché è impossibile bloccare un aeroporto come quello di Fiumicino (o qualsiasi altro aeroporto internazionale) per il ritardo di un volo a seguito di incidenti, come è stato denunciato dal sindacato unitario di polizia essere avvenuto la notte tra l'11 e il 12 settembre scorsi a Roma. Il sindacato di polizia (guarda caso, non un sindacato vicino alle posizioni dell'autonomia, tanto meno un sindacato autonomo, o la CISNAL) ha chiesto al ministro ed al capo della polizia di trovare modi e termini per operare, i quali indicavano come proposte, innanzitutto, l'utilizzo di aeroporti militari per non bloccare il transito normale nei grandi aeroporti internazionali; in secondo luogo, il ricorso a voli charter in cui riunire questi cittadini stranieri. Qualche organo di stampa si è scatenato contro il dottor Masone per questa sua presa di posizione.
Invece si sa che ormai è prassi in Europa, esistendo il numero chiuso, che i cittadini ai quali è imposto di lasciare il territorio nazionale siano accompagnati negli aeroporti in modo da non arrecare fastidio alle normali tratte dei voli. Ebbene, questo in Italia non è possibile; basti pensare ai commenti che le dichiarazioni del capo della polizia hanno suscitato sui giornali, come se egli avesse voluto assumere un proprio atteggiamento, in contrapposizione anche a quello tenuto dal ministro (anzi, qualche giorno dopo, si è avuta una presa di posizione ufficiale del ministro stesso).
Pertanto, il problema va risolto, ma non lo si può fare con i «pannicelli caldi», con i quali si cerca di intervenire in questi casi; si tratta sicuramente di questioni solo ed esclusivamente di polizia quando vi è un decreto di espulsione. Chiediamo dunque alle prefetture, alle
questure, ai comandi dei carabinieri il numero dei cittadini extracomunitari che realmente abbandonano il territorio nazionale. Sono pochissimi!
Concludo ricordando a me stesso che i 250 mila che hanno chiesto la sanatoria sono tra coloro che alla fine non pagano - e qui ognuno si assuma le proprie responsabilità - i contributi all'INPS. Sere fa un grande quotidiano ha riportato il numero dei cittadini in regola con i versamenti: ebbene, non vi sono extracomunitari in regola nella prospettiva della futura regolamentazione.
Si tratta di un provvedimento indiscutibilmente importante, dal momento che esso affronta anche problemi relativi alle possibilità di abitazione e di inserimento dei cittadini dei paesi non appartenenti all'Unione europea nella vita civile della nostra società.
È un problema al quale evidentemente non eravamo preparati o del quale ci siamo accorti troppo tardi, che riguarda condizioni di vita civile precarie a volte anche per noi e che lo sono a maggior ragione per i soggetti provenienti da altri paesi, che hanno altri costumi, altre abitudini e soprattutto che hanno un'immagine dell'Italia appresa solo attraverso il mezzo televisivo (come accade per gli albanesi). Ebbene, queste persone non riescono ad integrarsi facilmente anche per le gravi condizioni economiche, sociali e civili dei loro paesi di provenienza; ritengono quindi di poter migliorare in qualche misura le loro condizioni di vita in Italia, ma purtroppo spesso vengono sfruttate o da soggetti della loro stessa nazionalità (che ne fanno una vera e propria tratta) o da soggetti che incontrano nel nostro territorio e che le avviano all'accattonaggio, alla prostituzione o alla delinquenza.
Così è nei casi più eclatanti. Tuttavia, non si può trascurare il fatto che, soprattutto nelle regioni del nord - checché ne dica la lega - si è avuto un processo di integrazione degli extracomunitari nel tessuto sociale, grazie al quale questi sono diventati in molte imprese del nord - come ho potuto constatare essendo stata eletta al nord nella precedente legislatura - lavoratori a pieno titolo come i cittadini italiani: hanno una loro vita sociale, pur mantenendo i loro costumi. Tant'è vero che per molti imprenditori del nord si pone un problema rispetto ai cittadini italiani, nel senso che tra qualche anno difficilmente potranno utilizzare mano d'opera bianca in quanto non ve ne sarà più a disposizione.
La questione deve essere affrontata quindi per i casi, certamente numerosi e dilaganti, di criminalità, di malcostume e di malaffare, che purtroppo accompagnano un certo tipo di immigrazione, vittima a sua volta, come ho detto, di soggetti provenienti dai paesi che dirigono questo traffico, invadendo in qualche modo anche la nostra vita civile.
Quali sono i problemi da porsi senza giungere a scontri eclatanti? Anzitutto, come è già stato notato stamattina, abbiamo assistito ad un succedersi di disposizioni legislative molto contraddittorie tra di loro. Ci troviamo quindi di fronte alla necessità di sanare la situazione esistente, in quanto certi effetti si sono prodotti e attualmente lo Stato vive nella totale illegalità. Il capo della polizia, infatti, non può emanare circolari per prorogare decreti che non esistono più! Questo è un problema che il Ministero dell'interno si deve porre, così come dobbiamo porcelo tutti quanti noi. Non è possibile affrontare sempre la situazione, in qualunque modo si presenti, con provvedimenti di emergenza,
che non li risolvono ma li rinviano o in molti casi li aggravano, con la conseguenza che lo Stato si viene a trovare in una situazione di totale illegalità senza aver risolto i problemi di nessuno, né quelli dei cittadini extracomunitari né quelli dei cittadini italiani.
Oggi dunque si tratta di sanare le posizioni che si sono legittimate attraverso decreti-legge che sono tutti decaduti a causa della contrapposizione di cui ho parlato, che sembra insanabile e fa prevedere ulteriori ondate di contrasti simili a guerre di religione. Al di là di questa sanatoria, dobbiamo porci anche alcuni problemi per il futuro, decidendo come affrontarli e con quali strumenti. Non si dovrà trattare dei soliti strumenti di emergenza, ma di strumenti che disciplinino una volta per tutte attraverso regole generali proprie dell'ordinamento italiano i problemi più gravi. Non vi è certamente alcuna preoccupazione per i cittadini extracomunitari che si siano inseriti in attività lavorative (al nord, come ho detto, sono numerosi) e che quindi si siano integrati nella nostra società. Il problema riguarda tutta la massa di extracomunitari che, ahimè, non si sono integrati, per volontà di altri o per impossibilità loro, i quali gravano quotidianamente sulle nostre frontiere e affollano le carceri italiane. È infatti evidente che chi non riesce ad integrarsi e non trova un lavoro finirà prima o poi nel circuito carcerario e comunque costituisce un problema di ordine pubblico per le forze di polizia ed anche un problema di ordine civile, a causa della difficile convivenza e delle reazioni molto forti da parte dei cittadini italiani nei loro confronti. Ciò determina un clima di allarme reale, talvolta però pretestuoso, perché certe insofferenze verso lo Stato trovano purtroppo come capro espiatorio il cittadino extracomunitario, che diventa il terminale di tutto il malessere della nostra società. Credo che anche questo problema dovrebbe essere in qualche modo risolto quanto prima.
Se tutti siamo consapevoli che un'immigrazione selvaggia - e tale è purtroppo nel nostro paese - non è accettabile sia per i cittadini italiani sia per quelli extracomunitari, appare chiaro che occorre una regolamentazione. La legge (come la legge Martelli e come sarà quella successiva per una totale regolamentazione, che mi auguro il Governo si impegni a predisporre quanto prima) di per sé non risolve i problemi. Oltretutto, se non viene adeguatamente applicata, la legge non diviene operativa.
Un problema per noi insoluto rispetto al trattato di Schengen, del 1985, che purtroppo abbiamo recepito dopo cinque anni, nel 1990, è determinato dal fatto che non siamo dotati di alcun sistema informatico degno di tale nome con riferimento al circuito non solo nazionale, ma soprattutto internazionale. Il trattato di Schengen prevede infatti una comunicazione internazionale in modo che ciascuno Stato possa disporre di informazioni sul cittadino extracomunitario in tempo reale. La questione è fondamentale quando si tratta di espellere cittadini entrati illeggittimamente nel nostro territorio che non si sa neppure chi siano. Esistono organizzazioni criminali che addirittura tolgono a questi poveretti i documenti facendo sì che non siano identificabili con certezza. Per renderli identificabili con certezza, al di là del possesso o meno dei documenti, in modo da poter valutare se possano restare o debbano essere espulsi dal territorio italiano, occorre che venga applicato l'accordo di Schengen. È chiaro che ciò ha un costo, ma sicuramente sarebbe inferiore, in termini economici, ma soprattutto di rapporti civili, all'attuale totale assenza della possibilità di conoscere chi entra e chi esce dal nostro territorio. Si tratta del resto di un principio fondamentale adottato da ogni Stato per la propria tutela. È principio riconosciuto dal diritto internazionale che ogni Stato debba conoscere chi viene dall'estero, per quale motivo lo faccia e di cosa si occupi per poter operare una tutela sul proprio territorio.
Pensiamo a quanto sta avvenendo a Parigi. Le motivazioni non sono certamente chiare, ma si è detto che i gravissimi attentati che sono stati compiuti
provenissero da gruppi islamici. Anche nel nostro paese possono albergare da qualche parte gruppi terroristici (come risulta da recenti indagini giudiziarie) e da un momento all'altro potrebbero esplodere per motivi di ordine politico-internazionale attentati gravi. Chi ci tutela rispetto a ciò? Lo Stato, nella persona di chi lo governa, ha l'obbligo di tutelare i cittadini rispetto a queste persone. Non so se in questo momento, in particolare, il Ministero dell'interno e le forze di polizia siano in grado di sapere se sul territorio nazionale alberghino gruppi integralisti o terroristici. Molto probabilmente no, così come non si ha la possibilità di controllare effettivamente quanti soggetti criminali sfruttino le condizioni di grande inferiorità economica e psicologica di chi viene tradotto nel nostro paese attraverso un vero e proprio commercio. Questo fatto desta in noi impressione, perché con esso dobbiamo convivere, ma ancora maggiore impressione dovrebbe destare perché i governi che si sono succeduti (quindi, anche l'attuale) non hanno alcuna possibilità di conoscere e quindi di esercitare un'azione di repressione verso chi fa commercio di esseri umani.
È questo un dato fondamentale che va al di là della ricerca di perfezione del testo di legge che vogliamo approvare. Dobbiamo immediatamente attuare il controllo operativo richiesto dal trattato di Schengen rispetto al quale siamo in ritardo e perciò malvisti dall'Europa; l'Italia è infatti il paese che maggiormente disattende gli accordi assunti dalla Comunità europea. Attuato tale controllo, disporremmo di una tutela sicuramente più adeguata del nostro territorio.
Si fanno le leggi e poi nella maggior parte dei casi non si applicano. Trovo particolarmente discutibile - lo dicevo questa mattina - che i vigili urbani di Milano o di qualsiasi altra città vadano fotografando cittadini italiani o stranieri, chiunque essi siano, che contrattano rapporti sessuali con prostitute o transessuali. Possiamo censurare, se vogliamo, il fatto dal punto di vista morale, ma ciò non consente il controllo fotografico della persona, alla quale addirittura viene poi inviata la fotografia! Non credo che per combattere situazioni di illegalità si possa ricorrere a metodi che possono portare a estorsioni, determinare drammi personali; non è possibile affrontare questi problemi in modo così incivile, al di là della nostra concezione dei rapporti sessuali e delle censure morali che vogliamo o meno esprimere. Questo non può e non deve essere fatto.
Il ministro dell'interno dispone tuttavia di uno strumento previsto dalla legge Martelli, attualmente in vigore essendo decaduti i decreti-legge: il ministro per motivi di ordine pubblico sua sponte, quindi senza alcun tipo di provvedimento, può rimandare nel paese di origine tutti coloro che si trovano in una situazione confliggente con l'ordine pubblico medesimo. All'inizio questo è stato fatto, poi non più. Credo che rimandare nel proprio paese di origine chi viene sfruttato, onde evitare che permanga nella situazione di sfruttamento in cui si trova, potrebbe essere un buon provvedimento, almeno un'assunzione di responsabilità da parte di Governi - sono stati più di uno - che non lo hanno mai adottato. In questo modo, a mio avviso, si tutelano i cittadini che sono oggetto di commercio da parte di criminali, senza aver paura per questo di essere chiamati razzisti. Poiché non possiamo tutelare uno per uno quanti vengono in qualche modo sfruttati, evitiamo che questa situazione si perpetui; attualmente, infatti, tali persone non hanno nemmeno la possibilità di ritornare nel paese di origine, essendo schiave nel nostro di una situazione che molto volentieri abbandonerebbero e che noi invece in qualche modo - proprio perché non abbiamo il coraggio delle nostre decisioni - imponiamo.
Rispetto a situazioni difficili, a fenomeni di prostituzione minorile, a situazioni di schiavitù - ragazzini che vengono mandati ad «accattare» denaro, a pulire vetri da una parte e dall'altra - quanto meno sarebbe possibile riportarli nel loro paese, dove probabilmente avrebbero una
vita più civile di quella che offriamo loro, visto che noi stessi abbiamo raggiunto un raro livello di inciviltà.
Dopo aver affrontato questo problema, a volte certamente enfatizzato ma comunque reale, dobbiamo considerare che anche la legge migliore, ove non sia supportata da accordi internazionali con i paesi di provenienza di queste persone, non risolve la situazione. Non possiamo intervenire solo sul piano interno, occorre stipulare trattati con i paesi di origine, i quali devono essere incentivati a controllare le loro frontiere, i loro cittadini, garantendo un flusso disciplinato degli stessi nel nostro paese. E pensare che l'Albania manca di consolati, per cui coloro che volessero venire regolarmente nel nostro paese per lavori stagionali, ad esempio in Puglia, che rispetto all'Albania si trova ad un tiro di schioppo, non lo possono fare perché per ottenere il visto debbono affrontare lunghe file di fronte all'ambasciata! E poiché il lavoro è un'esigenza urgente, preferiscono imbarcarsi in modo clandestino e in condizioni che spesso mettono a rischio la propria vita.
Sarebbero necessari trattati di aiuto con i paesi di origine, trattati che esistevano all'inizio ma che poi sono venuti completamente meno, in modo tale che questi paesi accettino dietro scambi commerciali seri e dietro un processo di ricostruzione, che la polizia italiana collabori con le loro polizie a vigilare le proprie frontiere. Diversamente è perfettamente inutile che noi spendiamo miliardi per mantenere i soldati sul nostro litorale perché ciò non sarà comunque un provvedimento sufficiente.
Abbiamo speso tantissimo ma anche malissimo per il problema degli immigrati; siamo arrivati al punto che non abbiamo alcuna possibilità di censire e di identificare coloro che entrano ed escono dal nostro paese. Abbiamo speso miliardi per controllare le coste, sapendo che ciò non era possibile. L'abbiamo fatto anziché impegnare i soldi in trattati internazionali che ci consentissero di allertare e motivare i paesi di provenienza di questi soggetti a controllare il flusso migratorio, consentendo quest'ultimo solo per motivi di studio o di lavoro dipendente o autonomo.
Se non operiamo in questa direzione, che ovviamente va al di là anche del provvedimento di legge in discussione, non risolveremo mai questo problema, che oggi vede coinvolta non solo tutta l'Europa. Con le trasformazioni sociali dobbiamo abituarci a vivere in una società multietnica. Ogni società ha le sue regole e chiunque va a vivere in un paese europeo o non europeo deve rispettare le regole di quel paese. Anche in questo facciamo degli errori! È vero che il circuito carcerario purtroppo è pieno di extracomunitari, ma è altrettanto vero - è una legge di reciprocità riconosciuta dal diritto internazionale - che ogni persona che si reca in un paese estero deve rispettare la legge di quel paese. Sarebbe veramente sbagliato espellere chiunque commetta dei reati prima ancora che abbia scontato la pena, non solo perché questo è un principio sancito dal diritto internazionale, ma soprattutto perché ciò creerebbe non solo un incentivo a venire nel nostro paese a commettere reati, sapendo che tanto ci si può tornare perché non vi è alcun tipo di controllo operativo, ma anche una disparità enorme di trattamento nei confronti dei cittadini italiani, che per molto meno, talvolta, rimangono in carcere tanto tempo e questo mentre per coloro che vengono da fuori c'è una... licenza a commettere reati.
La legge dello Stato in cui si chiede di risiedere momentaneamente o per sempre deve essere rispettata da chiunque: la legge vale per chiunque, come fatto normale e non come fatto di emergenza! Quindi, dopo aver scontato la pena, la persona verrà espulsa. Di ciò occorrerebbe informare il paese di origine, ovviamente vigilando sul fatto che non siano operate nei suoi confronti delle ritorsioni o applicate delle pene non previste nel nostro paese, al fine di evitare il ritorno di tale persona sul territorio nazionale.
Mi auguro che il Governo si impegni, al di là di questa sanatoria, a portare avanti un disegno di legge che dia la possibilità di disciplinare in concreto questo problema, che rischia di diventare un problema di civiltà del nostro paese, e se ne deve assumere la responsabilità. Naturalmente il Governo si deve impegnare dinanzi al Parlamento su quanto vuole investire in questo problema di civiltà.
Se non investiamo, tutto il resto sono chiacchiere, demagogia e - come ormai sembra - rischia di apparire come un'acquisizione di consensi da parte di chi vuole mantenere al minimo vitale gli extracomunitari pur di averne domani il voto.
Mi auguro che questa non sia la scelta del Governo, perché non sarebbe più una questione di civiltà, ma diventerebbe un problema di convivenza civile (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).
Ne ha facoltà.
Chiunque dei colleghi parlamentari rientri nel proprio collegio sa perfettamente come il problema sia avvertito, perché vi è una grossa fascia di immigrazione clandestina che oggi è attigua e contigua a forme di delinquenza comune. Nel momento in cui tutto ciò si verifica e le periferie di certe città, nonché intere zone delle stesse, sono nelle mani di vere e proprie bande cui aderiscono anche persone di colore, vittime di spregiudicati che li utilizzano per i fini più abietti, criminali e criminosi, mi pare di poter dire che i tre minuti e 25 secondi potrebbero essere utilizzati anche all'insegna del silenzio.
Mi voglio invece limitare a due considerazioni. Stiamo facendo una sanatoria che, in realtà, non risolve il problema: cerchiamo di dare un colpo di spugna ad un modo errato di legiferare, ma non ci preoccupiamo di dare un ordine alla materia, così come gli accordi di Schengen ci impongono, né di dare una certezza a coloro i quali, immigrati da diversi anni in Italia, vengono oggi di fatto parificati, né più né meno, a clandestini ordinari.
Voglio ribadire la netta opposizione dei deputati del gruppo di alleanza nazionale nei confronti della procedura adottata a seguito della decadenza del decreto-legge: attraverso circolari del Ministero dell'interno e del Ministero della sanità si è cercato di legiferare laddove non lo si poteva fare, invitando i prefetti a disattendere i loro doveri e le USL a fornire prestazioni alle quali per legge in quel momento non erano tenute.
Allora, Presidente, penso di poter dire che la nostra non è un'opposizione di principio. Essa diventa - bene ha fatto il collega Mantovano a dirlo nella sua pregiudiziale - un'opposizione sul metodo che si segue oggi nel momento in cui si vuole legiferare.
Mi permetto soltanto di rilevare - e concludo - che mai come in questo momento il popolo italiano avrebbe interesse a vedere un legislatore attento ai problemi che vengono definiti epocali. In realtà questa è l'epoca in cui le leggi vengono sfornate in quantità industriale e non si vuole riflettere sui problemi seri. Mi sembra di aver capito che oggi si fissa il termine del 31 gennaio per l'approvazione di una legge-quadro non perché il
problema sia urgente, ma per consentire al PDS e alle sinistre di ammettere tra gli elettori delle prossime elezioni amministrative anche gli immigrati.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, sia dato anche a me di sottolineare come la presenza costante del ministro dell'interno e del sottosegretario con delega per le forze dell'ordine in quest'aula sia motivo confortante di attenzione al fenomeno. Formulo l'augurio che a questa presenza si unisca uno spirito collaborativo anche per quanto attiene alle riflessioni provenienti dall'opposizione.
Quando si afferma che la frattura tra la gente e la politica diviene sempre più profonda, forse si pensa a momenti legislativi come questo, concernente l'attualissimo problema dell'immigrazione. Cresce nel paese, tra i cittadini, un'allarmante e preoccupante insofferenza che scaturisce dall'invasione costante e quotidiana del nostro territorio da parte di stranieri; e si badi bene, quando si parla di stranieri, ci si riferisce sempre a clandestini.
Quando questi problemi vengono anche solo sfiorati, in particolare da una parte politica che così fortemente condiziona Governo e maggioranza, si fa subito riferimento alla parola solidarietà. Come tante altre parole, il termine solidarietà all'improvviso è diventato di moda e serve come strumento - quando non si dispone di altri argomenti - per «bollare» in qualche modo l'avversario politico. Mi chiedo allora se sia solidarietà consentire l'ingresso incontrollato di stranieri nel nostro paese senza concedere loro una dimora e un lavoro. Non è un atto di grave ingiustizia costringerli a rubare per sopravvivere?
Questa sorta di sanatoria prevista dal disegno di legge in esame autorizzerà di fatto la permanenza nel nostro territorio di oltre 250 mila cittadini provenienti da paesi non appartenenti all'Unione europea, per molti dei quali è stata sufficiente la presentazione di un'autocertificazione per l'inizio del procedimento di regolarizzazione. Il ministro dell'interno, in Commissione affari costituzionali, riferiva che, negli ultimi mesi, i respingimenti alla frontiera sono stati 40 mila, quasi volesse sottolineare l'impegno delle forze dell'ordine. Ma, nonostante l'impegno delle forze dell'ordine sia assolutamente straordinario e riconosciuto da tutti, rimane il fatto che entrare nel nostro paese è cosa di estrema facilità. Basta confrontare il dato dei 40 mila respingimenti con quello della popolazione carceraria, oltre la metà della quale è costituita da cittadini stranieri extracomunitari.
Il nostro paese per cultura e forma mentis - e questo fa onore a tutti - è antirazzista. Ciò però non deve in alcun modo consentire di sottovalutare il fermento che sempre più invade la gente ed il rischio che, dopo le prime manifestazioni pacifiche, finalizzate solo a richiamare l'attenzione del Governo sul problema e messe in atto da cittadini comuni scesi in strada e non da bande armate, come è stato volutamente fatto credere, sconsiderati possano lasciarsi andare ad azioni di violenza. Vi è quindi l'evidente timore che una reazione a catena possa porre in serio pericolo il mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica.
Era indispensabile avvertire l'esigenza che, nel contesto di un disegno di legge che prevedeva una generalizzata sanatoria, dovesse essere posta mano a parti fondamentali della legge Martelli. Mi riferisco in modo particolare al problema delle espulsioni. Non è possibile non avvedersi del fatto che la previsione del
l'articolo 7, comma 7, della legge del 1990 è di fatto assolutamente inapplicabile.
L'azione rigorosa di cui si è detto, equilibrata (a volte da equilibrista), quotidiana delle forze dell'ordine è vanificata da una norma inefficace come questa. Ma chi può concretamente pensare che all'intimazione del questore di lasciare il paese entro dieci giorni il clandestino, l'irregolare cioè, possa in qualche modo ottemperare? È certo più ragionevole ritenere che questi tenterà di sottrarsi all'esecuzione del provvedimento rendendosi irreperibile.
Suscita inoltre seri dubbi di costituzionalità, aggravando le difficoltà di garantire l'esecutorietà dei provvedimenti di espulsione, una disposizione quale quella contenuta nell'articolo 5 della legge Martelli. Infatti sulla base di essa si adotta una disciplina della sospensione cautelare di un provvedimento amministrativo nel corso del giudizio dinanzi al TAR più favorevole, rispetto a quella vigente, nei confronti dei cittadini che presentino un ricorso impugnativo anche ove si tratti di provvedimenti che possono risultare gravemente lesivi di posizioni soggettive giuridicamente rilevanti.
Nell'ambito del giudizio amministrativo la presentazione dell'istanza non sospende de iure, quindi è evidente a tutti come vi sia una disparità di trattamento tra il cittadino e lo straniero. Nel caso in esame allo straniero viene riconosciuta una posizione processuale e sostanziale privilegiata rispetto a quella statuita per la generalità dei cittadini italiani, con evidente violazione del principio di eguaglianza.
Si deve altresì tener conto del fatto che dunque si pongono questioni di preoccupante serietà in ordine alla certezza di poter eseguire il provvedimento, una volta che il giudice amministrativo rigetti il ricorso. Ma chi può pensare che, trascorso il termine, trascorso il tempo, rigettato il ricorso, quello straniero possa ancora una volta essere rintracciato, chi lo può pensare seriamente? È improrogabile la necessità di intervenire in una normativa che si rivela assolutamente inefficace, anche ove sia difficoltosa l'identificazione del clandestino.
Occorre prevedere un termine di fermo superiore a quello attuale, perché 24 ore più 24 non sono assolutamente sufficienti per identificare alcun cittadino straniero; bisognerà pensare a 96 ore, bisognerà pensare che, ove lo stesso non sia in qualche modo stato identificato, il giudice possa comunque adottare un provvedimento preventivo.
In questo ambito ancora una volta si osserva l'assoluta inadeguatezza della legge Martelli, che all'articolo 7, commi 11 e 12, detta norme per le quali il questore può chiedere al tribunale la misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, con o senza obbligo di dimora. Ma chi rimarrà nella dimora per farsi rintracciare ed espellere?
Vorrei ora fare un accenno alle modalità con cui vengono rimpatriati questi clandestini, una volta che la materia dell'espulsione sarà rettificata. Dirò subito che sono perfettamente d'accordo con il capo della polizia, che qualche tempo fa suggerì un'ipotesi di lavoro e cioè che con aerei speciali i cittadini espulsi potessero essere rimpatriati. Ne è sorta una conflittualità verbale, i «soliti noti» ancora una volta hanno usato parole improprie come «deportazione» senza rendersi conto di quanto costi allo Stato l'espulsione di un solo cittadino brasiliano dedito alla prostituzione, quanto costi in termini di denaro e di attività lavorativa delle forze dell'ordine.Costui, espulso, viene fatto salire su un aereo di linea - che ovviamente comporta dei costi - per essere riportato in Brasile o in Argentina da dove proviene. Non appena salito sulle scale dell'aereo, comincerà a tagliarsi le vene e a spargere sangue da tutte le parti, fino a che il comandante dell'aereo - unico responsabile per il diritto della navigazione - imporrà agli agenti di riportarlo indietro. Dopo di che, ricomincerà la procedura. Questa volta, però, il cittadino straniero sarà accompagnato da uno o due agenti di polizia. Quanto ci costerà?
È necessario che il Governo prenda atto anche degli aspetti pratici e di come concretamente si possa realizzare poi l'efficacia di una legge.
L'intervento del Governo in questa materia deve, a mio avviso, dimostrare consapevolezza e maturità nella gestione di un'emergenza come quella in esame, al fine di affrontare il problema dell'immigrazione in modo razionale ed omogeneo con gli indirizzi recentemente auspicati dall'Unione europea. A tale riguardo, è opportuno evidenziare come le esperienze legislative dei maggiori paesi dell'Unione europea sottolineino una forte sensibilizzazione nei confronti del problema, con scelte politiche che si orientano in senso anche accentuatamente restrittivo e con una significativa funzionalizzazione delle stesse ad una vigorosa - espressamente richiamata - tutela dell'ordine pubblico.
In conclusione, un danno è stato fatto ed è stato reiterato nel tempo: ora, vi è il rischio che alcuni stranieri, che in qualche modo avevano conseguito il diritto a restare nel nostro paese, possano esserne privati. È necessario però che il Governo si impegni a sottoporre, in un brevissimo tempo, al Parlamento un intervento normativo con il quale affrontare seriamente e concretamente il tema delle espulsioni, in conformità anche con gli orientamenti legislativi dei paesi membri dell'Unione europea ed assumendo la tutela della sicurezza dei cittadini come finalità prioritaria da perseguire.
La prego pertanto di continuare il suo intervento.
Dicevo che quanto ci troviamo oggi a discutere travalica di gran lunga il testo schematico e freddo del disegno di legge n. 2737. Quest'ultimo, infatti, ci pone tragicamente di fronte al problema immigrazione.
Credo che fino ad oggi il legislatore si sia trovato ad affrontare questo importante ed attualissimo problema, essendo combattuto tra due spiriti diametralmente opposti: da una parte, uno spirito che non esito a definire «deamicisiano», caratterizzato da una continua pietas, che ha fatto sì che, anziché affrontare il problema con la dovuta cautela e con argomenti di una certa rilevanza, lo ha posto come se comunque si trattasse di dover essere buoni e comprensivi ad oltranza; dall'altra parte, invece, ci si è posti - forse con eccessiva leggerezza - di fronte al semplice fatto che il problema doveva comunque essere analizzato con la durezza e la precisione che una legge deve necessariamente applicare.
A mio avviso, invece, nell'analizzare tale problema, si sarebbe dovuto adottare un criterio del tutto difforme. Avremmo cioè dovuto innanzitutto valutare e analizzare, non con i sensi di colpa, o con il sia pur doveroso spirito umanitario, ma semplicemente, con equità e tranquillità, tutti i problemi emersi, direi quasi illuminati da questi criteri decisionali. Fino ad oggi questo non è stato possibile, ma dobbiamo necessariamente far sì che il nostro pensiero vada deferente a tutte le
forze dell'ordine che dai decreti o dalle leggi precedenti sono state comunque imbavagliate e poste nella circostanza di non poter mai svolgere appieno il loro dovere, anche perché questo non è mai stato totalmente delineato da norme di legge.
Un caso emblematico si è venuto a verificare a Bologna poco dopo le esternazioni del ministro dell'interno Napolitano, e forse lei, signor Presidente, non lo ignora: alcuni carabinieri, rei di aver effettuato una perquisizione in una casa-alloggio, presumo un ostello, occupato prevalentemente da extracomunitari, sono stati denunciati dalla giunta regionale dell'Emilia Romagna, non si sa ben in virtù di cosa, colpevoli solo di aver applicato, forse con eccessivo zelo ma al riguardo sarebbe stato opportuno ascoltare anche l'Arma, le leggi vigenti, peraltro con ottimi risultati dato che la loro operazione ha comunque portato al sequestro di una discreta partita di sostanze stupefacenti e di gioielli ed altri valori probabilmente oggetto di un furto.
Credo che questo atteggiamento debba essere superato ma non ritengo che il provvedimento del Governo vada e possa essere interpretato in questa direzione. È comunque importante cercare oggi di confrontarci su questo disegno di legge, evitando un ritorno all'antico che significherebbe trasformare la nostra nazione in un colabrodo ancor più di quanto non lo sia.
Ringrazio nuovamente il Presidente per l'opportunità che mi ha offerto; altro non aggiungo per ricambiare la cortesia.
Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Maselli.
Al collega Fontan confermo che questo non è un provvedimento di sanatoria: si limita a garantire alcuni aspetti della minisanatoria connessa al cosiddetto decreto Dini che, pur avendo molti limiti, è riuscito a far uscire dalla clandestinità persone che effettivamente già lavoravano sul nostro territorio.
Sono d'accordo con il tono e le osservazioni di Giovanardi, anche se credo che questo disegno di legge non sia la sede più idonea a risolvere le sue pur comprensibili preoccupazioni.
Faccio mio il parere di molti che hanno chiesto in tempi rapidissimi la presentazione di un disegno di legge organico da parte del Governo e invito i gruppi che ancora non l'abbiano fatto a riflettere, ancora prima dell'intervento del Governo, sulle loro posizioni in materia, nel senso che dovremmo poter comunque cominciare nel mese di febbraio una discussione articolata sulla linea del Governo.
Concordo sull'ampiezza del dibattito e sull'esistenza di punti di vista tanto diversi - anche se è consolante il fatto che esistano elementi di contatto - che rendono a parer mio impossibile alterare il carattere di semplice salvaguardia di effetti del presente disegno di legge.
All'ultimo oratore, Franz, vorrei ricordare che il provvedimento in esame non è un decreto-legge, bensì un semplice disegno di legge di salvaguardia. Pertanto non posso che auspicare che esso venga al più presto approvato e che Parlamento e Governo siano messi nelle condizioni di affrontare davvero tale problema che, anche a mio giudizio, è una delle questioni epocali sulle quali si misura la dignità e la serietà di un popolo (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo e di rifondazione comunista-progressisti).
di oggi, compresi gli interventi sulle questioni pregiudiziali, ed avevo già preso conoscenza, attraverso il resoconto stenografico, della discussione svoltasi giovedì scorso, non avendo potuto allora parteciparvi, perché impegnato in riunioni comunitarie a Bruxelles.
Qualche collega ha gentilmente espresso apprezzamento per la mia presenza, ma ho speso troppi anni in quest'aula, e non sui banchi del Governo, per dimenticare la fondamentale necessità di correttezza e di ascolto nel rapporto con il Parlamento.
Desidero ringraziare innanzitutto il relatore, onorevole Maselli, per l'assai efficace presentazione che ha svolto all'inizio della discussione sul disegno di legge, e tutti gli intervenuti per il contributo che hanno dato, ben al di là dello specifico carattere ed oggetto del disegno di legge n. 2737. Essi in effetti hanno formulato osservazioni, svolto argomenti ed avanzato proposte che toccano questioni generali di indirizzo della politica di immigrazione, e di revisione della normativa che attualmente vi presiede.
Non mi sottrarrò certo al confronto su tali questioni generali di indirizzo; d'altronde un confronto molto ampio ed impegnato si è già sviluppato al Senato e nella I Commissione della Camera. Pertanto, quando verrà il momento, mi pronuncerò sugli emendamenti che sono stati presentati e che verranno votati.
Sono molto lieto del fatto che non si sia dovuto ricorrere, nemmeno per ragioni di urgenza, per una costrizione oggettiva, alla posizione della questione di fiducia. Ho apprezzato - voglio ribadirlo - lo sforzo di contenimento operato dai gruppi di opposizione per quello che riguarda il numero degli emendamenti. Aggiungo che in generale considero - e che avrei considerato, anche in questa occasione - fuorviante il ricorso da parte del Governo alla questione di fiducia, per timore di contrasti all'interno della maggioranza. Al Senato è stata posta la questione di fiducia poiché si era in presenza di un altissimo numero di emendamenti; sarebbe stato pertanto impossibile incanalare il dibattito con quella rapidità che la natura del provvedimento e delle esigenze, dalle quali esso è nato, implicava.
Parto da qualche chiarimento, per poi entrare nel vivo della questione. Mi riferisco innanzitutto alle osservazioni svolte dall'onorevole Fontan. Il decreto-legge dell'ottobre 1996 è stato sempre reiterato; non è mai mancata, alla vigilia della decadenza, la reiterazione. Il provvedimento è stato reiterato con alcune modifiche, una delle quali di indubbio rilievo. Mi riferisco alla soppressione dal decreto, nella versione del mese di luglio, dell'articolo 7, che regolava la materia delle espulsioni, modifica che abbiamo introdotto perché, come mi pare abbia ricordato anche l'onorevole Maselli nella sua relazione, dalla metà del mese di giugno si era dinnanzi ad un'ordinanza della Corte costituzionale, la n. 14, con cui si preannunciava un giudizio sulla questione di illegittimità dello stesso articolo 7 del cosiddetto decreto Dini.
L'onorevole Fontan ha rilevato che, a suo avviso, proprio quella parte del decreto andava in una direzione diversa rispetto alla legge Martelli. Vorrei dire in primo luogo che il decreto Dini, con quelle formulazioni, non ha dato i risultati auspicati: lo documentano le cifre e l'andamento dei decreti di espulsione, soprattutto delle effettive esecuzioni di quei provvedimenti, che non hanno rappresentato un'inversione di tendenza rispetto al periodo precedente.
Voglio aggiungere che il decreto Martelli, su un punto molto significativo - o almeno ritenuto tale da alcuni che oggi in qualche modo ne rimpiangono l'abbandono - non ha potuto dispiegare i suoi effetti. Mi riferisco al punto con il quale si prevedeva un obbligo di dimora per gli stranieri extracomunitari che fossero stati intimati, cioè raggiunti da un decreto di espulsione e che potessero allontanarsi durante le more del ricorso all'autorità giudiziaria. Il decreto non ha potuto dispiegare i propri effetti, perché esso prevedeva che entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge di conversione spettasse al Ministero dell'interno indicare i
luoghi e le strutture in cui rendere effettivo l'obbligo di dimora. Vi è quindi da tenere presente anche questo elemento: un'opposizione, che è stata molto pesante nei confronti del decreto Dini, e che in qualche modo ha vanificato una parte della normativa, ancor prima che per il preannunciato intervento della Corte costituzionale dovessimo abbandonare l'articolo 7.
Peraltro - questa è l'ulteriore considerazione che svolgo - i pareri sono discordi, perché l'onorevole Gasparri, ad esempio, che mi pare sia presente...
Onorevoli deputati, si è imposta come inevitabile ed urgente una legge di salvaguardia degli effetti di tutti i decreti succedutisi a partire da quello del novembre 1995 anche per le parti non riprodotte nelle ultime versioni. Questo provvedimento si è imposto, perché di certo non si poteva risolvere il problema con alcuna circolare. Ho sentito le veementi accuse dell'onorevole Borghezio nei confronti della circolare del ministro dell'interno, e, per lui, del capo della polizia. Secondo il deputato Borghezio ci si sarebbe addirittura sostituiti al Parlamento. Debbo dedurne che egli non ha letto la circolare in questione. Se l'avesse letta, avrebbe constatato che non vi era alcuna aberrante pretesa del genere, ma vi erano soltanto indicazioni per evitare proprio che nell'immediato si potesse vanificare l'intervento che il Parlamento si accingeva a compiere, discutendo ed approvando questo disegno di legge di salvaguardia degli effetti prodotti dal decreto-legge non convertito.
Vi è stato un largo riconoscimento della necessità di questa salvaguardia, anche ed in particolare, ma non solo, per quel che riguarda le procedure di regolarizzazione già definite o in corso di definizione. Si è detto - lo ha ribadito poco fa anche il relatore Maselli - che non vi è stata nessuna nuova sanatoria, non vi è stata alcuna riapertura dei termini. E non è esatto sostenere - desidero sottolinearlo - che le istanze di regolarizzazione si basassero su una semplice autocertificazione da parte degli interessati: basta rileggere quelle norme del decreto-legge non convertito per verificare come fosse stabilita tutta una serie di condizioni impegnative e vincolanti per l'accoglimento delle domande di regolarizzazione.
Mi si permetta poi di dire ancora una volta che aver regolarizzato già circa 210 mila persone - e suppongo che quando si saranno concluse le pratiche saranno poco meno di 250 mila - che ormai hanno radicato la loro presenza non solo nel territorio nazionale ma anche nella vita sociale del nostro paese - è stata una grande operazione di trasparenza e di civiltà, nonché un'operazione corrispondente all'interesse dell'ordine pubblico e della convivenza civile nel nostro paese.
Devo ricordare che l'onorevole Gasparri, già prima che si giungesse a questa discussione e poi nel suo intervento di giovedì scorso, ha ribadito di condividere la necessità di questa salvaguardia. Egli si è espresso esattamente in questi termini, che mi sono sembrati significativi: «Pur non avendo noi - si riferiva al suo gruppo politico - voluto e sollecitato quei decreti, diciamo che l'Italia ha una sua continuità storica, una sua consistenza come Stato che non riguarda chi governa momentaneamente». Sono d'accordo nel considerare così... (Commenti del deputato Gasparri). Stia tranquillo che non dimentico il seguito del suo intervento e non voglio attribuirle posizioni troppo buone rispetto a quelle che lei realmente ha! Sono d'accordo, dicevo, sul fatto che si tratta di un atto dovuto, proprio in chiave di continuità nella vita dello Stato.
Certo, questa affermazione da parte sua non significava e non ha significato nelle settimane scorse consenso per un esame del provvedimento in Commissione in sede deliberante, né preannuncio di voto favorevole sul provvedimento stesso. Del resto, l'onorevole Gasparri aveva posto fin dall'inizio una condizione: l'atteggiamento del suo gruppo avrebbe potuto essere - credo - di larga condivisione di questa salvaguardia, in particolare degli effetti dei procedimenti di regolarizzazione, se con questo stesso provvedimento di legge si fosse stabilita o si stabilisse una norma più certa sulle espulsioni.
Dico subito, onorevoli deputati, che quello della definizione di norme più efficaci - poi si discuterà sul grado di severità che esse devono avere, ma dovremmo concordare sul fatto che esse debbano essere il più possibile efficaci, anche per ragioni di certezza della legge e di dignità dello Stato - è un problema reale.
Il Governo intende affrontarlo, ma nell'ambito della ridefinizione di una serie di aspetti della normativa e della politica per l'immigrazione, non separando questo aspetto dagli altri e non affrontandolo in modo frettoloso e disorganico in questo momento. Mi pare, tra l'altro, che dovremmo essere tutti d'accordo sulla necessità di superare un modo di legiferare - su questioni di tale importanza e delicatezza - per decreti o per novellazioni ricorrenti. Credo che tale esigenza sia stata bene espressa nell'intervento dell'onorevole Parenti, la quale ha sollecitato una disciplina d'insieme di questa materia, che il Governo si accinge ed è deciso ad adottare, senza farsi paralizzare dal timore di contrasti nel suo seno o all'interno della maggioranza che lo sorregge.
Veniamo ora all'ispirazione che dovrebbe caratterizzare un nuovo disegno di legge-quadro. Si è detto che non bisogna discutere questa materia e il nuovo disegno di legge-quadro in un'ottica di contrapposizioni ideologiche. Sono dello stesso avviso e voglio dire che, per quello che riguarda il Governo e me personalmente, non contribuiremo in alcun modo ad uno scambio di accuse e di etichette infamanti. Francamente, assistere qui ad una discussione su chi è più razzista o su chi è veramente razzista non conforta; mettiamo da parte questo tipo di contestazioni e di ritorsioni. Occorre perseguire, si è detto (è una formula alla quale non muovo obiezioni; piuttosto porterò delle integrazioni), «la solidarietà possibile e la sicurezza necessaria». Io aggiungerei: il confronto inevitabile con un fenomeno di straordinaria portata, che nasce dagli squilibri del mondo in cui viviamo, che investe tutta l'Europa comunitaria, l'Europa democratica, l'Europa più sviluppata ed opulenta, anche se sappiamo di quali contraddizioni soffrano le nostre società. Ma si tratta di un confronto inevitabile, di un fenomeno di fronte al quale non possiamo chiudere gli occhi né pensare, velleitariamente, di alzare delle barriere.
Quando dico diritti, intendo diritti e doveri, naturalmente. E se dico diritti, non mi riferisco soltanto ad un eventuale diritto al voto. È materia di cui discuteremo quando presenteremo il disegno di legge-quadro, ma respingo la troppo facile
polemica secondo la quale il Governo o i gruppi di maggioranza sarebbero dominati dal machiavellico calcolo di concedere il diritto di voto agli immigrati per vincere le elezioni amministrative. Onorevoli colleghi, siamo di fronte a qualcosa di ben più rilevante, impegnativo e drammatico: lasciamo da parte le interpretazioni meschine di una politica del Governo e del Parlamento che deve porsi all'altezza di questi problemi del nostro tempo (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo, di rifondazione comunista-progressisti e di rinnovamento italiano).
Quello della limitazione e del controllo dell'ingresso degli stranieri sul nostro territorio è un problema che presenta tre aspetti diversi. È un problema di norme - come ho già detto, da rivedere - è un problema di impegno del Governo e di capacità di intervento delle forze dell'ordine (e più in generale delle forze che presidiano le nostre frontiere), ed è infine un problema di rapporti con i paesi dai quali proviene, in misura prevalente, il flusso migratorio. Nell'affrontare i diversi aspetti di questo problema bisogna però partire da una rappresentazione corretta della situazione attuale e da un'impostazione realistica e concreta.
Vede, onorevole Fontan, non so come possa averle dato l'impressione di essermi stizzito in Commissione; non mi stizzisco affatto, noto soltanto che dire - come lei ha fatto in quest'aula - che bisogna subito, senza aspettare un disegno di legge-quadro, «arrestare in qualche modo le entrate irregolari» oppure «anticipare qualche soluzione per i numerosi ed urgenti problemi sul tappeto» significa solo formulare vaghi auspici rispetto ad una questione che bisogna saper affrontare come questione tra le più complicate e delicate. E dico che bisogna dare una rappresentazione corretta della situazione attuale, perché ascoltando qualcuno degli interventi è sembrato quasi che noi fossimo in una condizione di vuoto normativo o di inerzia del Governo e delle forze dell'ordine. Vorrei anche suggerire una maggiore ponderazione nel ricorso a frasi quali «frontiere colabrodo» o «ventre molle d'Europa» riferite al nostro paese. Non invoco «carità di patria» né voglio nascondere la realtà, ma vi porterò elementi di fatto e considerazioni che spingono ad essere molto prudenti prima di abbandonarsi a definizioni così pesanti.
Onorevoli deputati, in primo luogo bisogna distinguere tra le espulsioni ed i respingimenti. Siamo di fronte a due aspetti diversi della stessa materia, regolati da norme diverse e per i quali si hanno risultati diversi. Il punto più critico è quello che riguarda le espulsioni ed è perfettamente giusto dire che gli attuali meccanismi sono farraginosi. È assolutamente vero che rimane troppo bassa, insostenibilmente bassa, la percentuale di effettive esecuzioni dei provvedimenti di espulsione. Una percentuale che rimane al di sotto del 20 per cento. Era tale nel periodo di vigenza dell'articolo 7 del decreto Dini, lo era prima ed ha continuato ad esserlo successivamente. Perché, onorevoli deputati? Perché l'esecuzione di quei decreti di espulsione è subordinata al rispetto ed alla garanzia di diritti individuali da far valere in sede giurisdizionale. E ciò accade non solo in Italia, ma in tutti i paesi in cui vi sia ordinamento democratico e Stato di diritto. Accade per esempio in Francia (cito il paese più spesso evocato come particolarmente severo ed efficace nella repressione dell'immigrazione clandestina): il 6 novembre di quest'anno - meno di un mese fa - il ministro dell'interno francese ha presentato un nuovo progetto di legge, attualmente in discussione all'assemblea nazionale, che muove proprio dal presupposto per cui la normativa in materia vigente in Francia non è risultata abbastanza efficace; si propongono dei correttivi, ma partendo da considerazioni molto impegnative sulla necessità di rispettare il dettato del Consiglio costituzionale di quel paese e quindi di «preservare» - sono parole della relazione al progetto di legge - «il compromesso sempre auspicato tra la fermezza nel contrasto all'immigrazione clandestina e il rispetto dei diritti individuali».
Trovare questo punto di equilibrio non è facile. D'altra parte, anche quando, onorevole Borghezio, parlando di altri paesi europei lei sostiene che il nostro sarebbe il solo in cui si possono avere soltanto stime approssimative circa il numero dei clandestini e degli irregolari presenti sul nostro territorio, posso dirle di stare tranquillo. Lei è un autorevole parlamentare... qualche volta forse anche attento... Onorevole Borghezio, si rivolga direttamente al ministro dell'interno francese e gli chieda il numero esatto...
Pur non avendo adesso il tempo di soffermarmi su questo problema specifico ed importante, voglio dire soltanto che già nel 1993 con la legge di ratifica dell'accordo di Schengen abbiamo apportato una serie di modifiche alla normativa vigente con la legge Martelli per adeguarci al trattato e che oggi non ci viene contestata alcuna inadempienza in questo senso. Viene invece rilevata la mancata approvazione finale fino a questo momento della legge sulla protezione dei dati.
Passo ora ad affrontare la questione dei respingimenti. Onorevole Giovanardi, lei nel suo intervento ha affermato che per chi sbarca a Lampedusa o in Puglia è assurdo far scattare i tempi previsti per l'esecuzione di un decreto di espulsione (quindici o venti giorni che siano); in realtà, in quei casi non si tratta di espulsione, ma di respingimenti che vengono adottati con semplice provvedimento dell'ufficio di polizia di frontiera: è quello che stabilisce l'articolo 3 della legge del 1990; per quello che riguarda l'attuale Governo, reiterando in luglio il decreto Dini, esso con l'articolo 4 ha ulteriormente esteso la possibile applicazione di questi provvedimenti di respingimento, in quanto ha sancito che possano essere eseguiti anche se l'ingresso dello straniero si verifica attraverso luoghi diversi dai valichi di frontiera controllati. Così, mentre per quel che riguarda le espulsioni abbiamo avuto dall'inizio dell'anno fino al 25 novembre soltanto 4 mila 354 decreti eseguiti a fronte di circa 30 mila decreti emanati, con i provvedimenti di respingimento sono stati invece bloccati e allontanati dal territorio nazionale, nello stesso periodo di tempo, 44 mila 960 stranieri. Non mi pare dunque che si possa parlare di frontiere colabrodo o di ventre molle d'Europa. Naturalmente noi siamo ben consapevoli del fatto che sono risultati limitati...
legge Martelli che ha consentito, anche prima di questo ulteriore inasprimento del decreto Prodi... Comprendo che lei in questo momento si sta innamorando della versione Prodi di quel decreto, però ciò che voglio dire è che anche con la cosiddetta legge Martelli i respingimenti hanno funzionato e tanto più funzionano in quanto ci sono direttive e misure concrete da parte del Governo.
Onorevoli deputati, se mi si consente vorrei rivolgermi in particolare ai settori della sinistra. Su un giornale si è detto che io, affrontando questo tema o ponendo questi problemi, valorizzando i risultati ottenuti o annunciando o comunicando direttive e misure del Governo in materia avrei assunto un atteggiamento difensivo, quasi che fosse meglio non parlarne o che non fosse onorevole per un Governo come quello attuale toccare questo tasto.
Qui si è parlato, a ragione, del fenomeno del traffico degli esseri umani, per usare un'espressione oramai codificata a livello di Unione europea; purtroppo si sta tornando a dover applicare un articolo che sembrava desueto del nostro codice penale, quello della riduzione in schiavitù o in condizione analoga alla schiavitù. Quindi non è per una sorta di cedimento ad ideologie repressive che noi ci muoviamo in questo senso, ma lo facciamo innanzitutto per la tutela dei diritti e della vita degli stranieri extracomunitari che sono oggetto di sfruttamento ancor prima di arrivare sul nostro territorio nazionale e che vi giungono a rischio della loro vita, e vengono spesso coinvolti in attività criminali e ancor più spesso assoggettati a forme terribili di sfruttamento, come quelle della prostituzione e perfino dell'accattonaggio attraverso minori, bambini, e della pedofilia.
Siamo particolarmente preoccupati, in questo momento, per il ruolo che stanno svolgendo e per il peso che stanno assumendo clan criminali albanesi, nei cui confronti abbiamo intensificato i nostri interventi anche con risultati consistenti, se è vero che le recenti operazioni di polizia hanno portato a respingere 182 cittadini albanesi e ad espellerne 125.
All'onorevole Parenti, alla quale voglio rispondere perché ha svolto considerazioni interessanti, anche se non ha potuto essere presente in aula al momento della replica...
All'onorevole Parenti, la quale si è preoccupata di possibili infiltrazioni terroristiche attraverso il flusso migratorio ed è arrivata, forse, ad una conclusione troppo pessimistica sullo Stato che non saprebbe e non sarebbe in grado di intervenire rispetto ad esse, faccio presente - si tratta di un esempio anche molto recente e specifico, utile per dimostrare che così non è - che non più tardi del 12 novembre scorso è stata condotta a termine un'operazione chiamata in codice «La rete», che ha portato all'arresto di 25 stranieri, quasi tutti algerini, indiziati di appartenenza ad organizzazioni o di associazione ad attività terroristiche, operazione per la quale, tra l'altro, abbiamo ricevuto un forte apprezzamento da parte del governo francese.
Lo ha già detto l'onorevole Parenti ed io ho solo da aggiungere che tra pochi giorni conto di recarmi in Albania per partecipare ad un comitato di collaborazione tra i due paesi, verificare l'efficacia di accordi già conclusi ed aprire un discorso che, a mio avviso, non solo verso l'Albania, deve comprendere, da un lato, una componente di disponibilità effettiva del nostro paese per la cooperazione in tutti i campi, per aiutare lo sviluppo economico e sociale lì e, come contropartita, un impegno forte e non equivoco da parte di quei governi, da parte di quelle autorità per controllare in partenza il fenomeno dell'emigrazione clandestina verso l'Italia, o, addirittura, quello del trasporto verso l'Italia di emigranti provenienti dai più lontani e diversi paesi.
Per concludere, vengo molto rapidamente all'aspetto della «sicurezza necessaria», per stare sempre a questa formula. Non possiamo in nessun modo sottovalutare la serietà del problema e mi riferisco, in particolare, alla sicurezza urbana, alla sicurezza nelle città (dell'Italia centrale e settentrionale, non solo meridionale, quindi non solo delle regioni a maggior rischio per la presenza di criminalità organizzata).
Riscontriamo un malessere, abbiamo un'evidente tensione per una criminalità anche soltanto - come si usa dire - ordinaria, comune, diffusa, che però incide pesantemente sulle condizioni della convivenza civile in quei centri urbani.
Sono stato a Torino; ho ritenuto doveroso fare una visita al quartiere di San Salvario. Non m'illudo di aver visto tutta la verità.
Possono essere stati adottati degli accorgimenti per rendere, come lei dice, onorevole Borghezio, meno traumatica ai miei occhi la condizione di quel quartiere, però, dal momento che lei ha fatto cenno a don Gallo, le vorrei precisare che mi sono intrattenuto a lungo nella chiesa di San Salvario proprio con don Gallo, dal quale ho ricevuto tutti gli elementi di informazione e di impulso che lei... (Commenti del deputato Borghezio). È l'onorevole Borghezio che ha giustamente citato questa come una fonte molto significativa di informazione, di conoscenza e di impegno, ma io l'ho già consultata anticipando il suo richiamo.
Ci sono due punti su cui voglio essere assolutamente chiaro: in primo luogo, va respinta come palesemente arbitraria ed infondata la tendenza a identificare criminalità urbana ed immigrazione. Naturalmente c'è una partecipazione di elementi stranieri clandestini, irregolari a quelle attività criminali, ma è puro arbitrio ed è pericoloso arbitrio il postulare un'identificazione tra due fenomeni che rimangono profondamente distinti e diversi (Applausi del deputato Di Bisceglie). Il secondo punto sul quale voglio essere chiaro, onorevoli deputati, è che non si può accettare un'analisi che tenderebbe a presentare le autorità di Governo e le forze dello Stato come lassiste dinanzi alla criminalità e in modo particolare dinanzi alla partecipazione di stranieri extracomunitari ad attività criminali.
Nel 1995 sono stati arrestati in Italia 23 mila stranieri extracomunitari. Solo nei primi otto mesi del 1996 ne sono stati arrestati 15 mila. Non mi pare siano cifre che documentino un atteggiamento lassista.
Solo al 2 settembre del 1996 erano detenuti nelle carceri italiane 9.474 stranieri extracomunitari. L'onorevole Serra mi pare abbia un po' esagerato, parlando di metà della popolazione carceraria, perché sempre alla data del 2 settembre scorso quei 9.474 stranieri detenuti ne rappresentavano esattamente il 18 per cento; non poco, ma un po' meno del 50 per cento. E io ritengo che queste cifre, da un lato, confermino come non si possa accettare l'identificazione tra criminalità
urbana e non urbana ed immigrazione, presenza di immigrati e di stranieri e, dall'altro lato, confermino come non ci sia alcun lassismo, ma vi sia la necessaria severità da parte delle forze dello Stato sulla base delle direttive del Governo.
Onorevoli deputati, da questo dibattito (e anticipo solo di qualche minuto quello che dirò tra breve) e dagli emendamenti che sono stati presentati, si possono ricavare molte utili indicazioni, non per modificare questo disegno di legge, stravolgendone la natura assolutamente speciale ed il carattere urgente, ma in vista dell'elaborazione del disegno di legge-quadro che il Governo si impegna, anche accettando un vincolo del Parlamento, a presentare entro breve tempo. Io voglio dire che condivido pienamente che debba esserci già nella presentazione di questo provvedimento un qualche tavolo comune; bisognerà tenere conto delle elaborazioni parlamentari delle precedenti legislature, bisognerà tenere conto delle proposte nuove di iniziativa parlamentare presentate o in via di presentazione in questa legislatura e bisognerà promuovere - il Governo lo farà - consultazioni dirette non solo con i gruppi di maggioranza ma anche con quelli di opposizione, nell'auspicio di realizzare una larga convergenza su una materia che trascende gli interessi ed i calcoli particolari di ciascuna forza politica e che tocca nel profondo le condizioni di sviluppo e il futuro della nostra comunità nazionale (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo, di rifondazione comunista-progressisti e di rinnovamento italiano).
Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge, nel testo della Commissione, identico a quello approvato dal Senato, e del complesso degli emendamenti ed articoli aggiuntivi ad esso presentati (vedi l'allegato A).
Comunico che, ai sensi del comma 7, dell'articolo 24 del regolamento, in seguito alla riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo del 3 dicembre 1996, il tempo riservato ai gruppi per l'esame degli articoli fino al voto finale, ivi comprese le dichiarazioni di voto anche finali, è così ripartito:
forza Italia: 20 minuti + 35 minuti = 55 minuti
alleanza nazionale: 20 minuti + 26 minuti = 46 minuti
popolari e democratici-l'Ulivo: 20 minuti + 19 minuti = 39 minuti
lega nord per l'indipendenza della Padania: 20 minuti + 16 minuti = 36 minuti
rifondazione comunista-progressisti: 20 minuti + 9 minuti = 29 minuti
CCD-CDU: 20 minuti + 9 minuti = 29 minuti
misto: 20 minuti + 9 minuti = 29 minuti
rinnovamento italiano: 20 minuti + 8 minuti = 28 minuti
Totale: 3 ore + 3 ore = 6 ore.
Forse nel contrasto dialettico fra maggioranza ed opposizione il nostro intervento è più concentrato sui temi della sicurezza necessaria. Tale posizione è determinata da ovvie ragioni: proprio l'intervento del ministro dell'interno ha dimostrato, condividendo le opinioni espresse dall'opposizione, che i sistemi di protezione e in particolare i provvedimenti di espulsione si manifestano palesemente inefficaci e quindi necessitano di un intervento normativo volto a riportarli in un ambito non solo del diritto e del rispetto dei diritti individuali, ma degli scopi per cui gli stessi intervengono, quelli cioè di contribuire a quella sicurezza necessaria a cui abbiamo fatto più volte riferimento.
Signor ministro, mi consentirà di non essere soddisfatto per quella parte della sua replica puntualmente riferita agli emendamenti in discussione. Ella, pur avendo dimostrato l'apprezzamento cui ho fatto cenno, ha immediatamente, forse dal suo punto di vista doverosamente, respinto ogni possibilità di emendare il provvedimento al nostro esame ritenendo che le proposte dell'opposizione possano certamente servire da stimolo o da punto di riferimento per un successivo intervento normativo, ma non certo per mettere in discussione in tutto o in parte, specialmente in parte, il disegno di legge all'esame dell'Assemblea.
Signor ministro, mi consentirà di richiamare l'attenzione dell'Assemblea sui punti qualificanti dei nostri emendamenti che hanno specifica attinenza con quella sicurezza necessaria, alla quale anche lei ha fatto riferimento.
Una delle proposte, contenute nei nostri emendamenti, riguarda l'introduzione di una specifica fattispecie penale in materia di immigrazione clandestina. Si propone, cioè, di inserire nel nostro ordinamento una norma che contempli una sanzione di carattere penale per la violazione delle disposizioni relative al regolare ingresso degli stranieri nel nostro territorio. Si tratta quindi di una proposta volta, con buona probabilità, a risolvere anche quegli aspetti relativi ai diritti individuali che da più parti sono stati richiamati e che trovano, proprio nella mancanza di una previsione di carattere penale in relazione alla fattispecie in esame, la possibilità di essere sindacati financo a livello costituzionale.
Signor ministro dell'interno, sotto questo profilo lei ha sicuramente eluso la risposta; e non poteva essere diversamente, posto che ha deciso di rinviare la trattazione di tali aspetti - anche in relazione alle proposte dell'opposizione - al futuro disegno di legge che verrà presentato in materia. È però certo che il Governo e la maggioranza non potranno sottrarsi al doveroso confronto - al quale siamo stati richiamati anche dai banchi del Governo - su di una proposta che ha un indubbio significato proprio in relazione alla tutela non solo delle frontiere, ma anche di quella sicurezza necessaria alla quale ho fatto riferimento.
Un secondo aspetto sul quale vorremmo richiamare l'attenzione dell'Assemblea - anch'esso delineato nelle proposte di emendamento del gruppo di alleanza nazionale e, credo, dell'intero Polo per le libertà - è quello dei provvedimenti di espulsione e dell'efficacia degli stessi. Signor ministro, lei ha fatto riferimento al provvedimento di respingimento ed ha correttamente riferito all'Assemblea come quest'ultimo abbia funzionato o - se preferisce - come nei confronti dei dati statistici il provvedimento di respingimento alla frontiera sia più efficace. Signor ministro, lei avrebbe forse dovuto soffermarsi maggiormente sulle ragioni - che pure ha affrontato, ma in maniera superficiale - per cui non ha funzionato
il provvedimento di espulsione o - se preferisce - ha funzionato in minor misura.
È vero che vi sono dei diritti individuali che debbono essere riconosciuti, ma nei nostri emendamenti viene sottolineata la possibilità - con una disposizione che, se accolta, avrebbe una durata esclusivamente transitoria - di escludere che al ricorso incidentale, proposto in via amministrativa contro il provvedimento di espulsione, possa in qualche modo conseguire automaticamente la sospensione del provvedimento medesimo.
Signor ministro, lei sa che anche in sede di Commissione affari costituzionali richiamammo - e qualcuno lo ha ricordato in quest'aula proprio a noi di alleanza nazionale - la supposta disparità di trattamento esistente nei confronti di un provvedimento amministrativo come questo rispetto ad altri provvedimenti similari che hanno come destinatari i cittadini italiani, i quali debbono ricorrere al tribunale amministrativo regionale e debbono vedersi riconoscere dall'autorità giudiziaria la sospensione dell'efficacia amministrativa di un atto che - come ella mi insegna - ha in sé le prerogative e le caratteristiche di conformità alla legge.
Credo, signor ministro, che un provvedimento emendato nel senso da noi proposto, che consenta di eliminare questa sospensione automatica solo ed esclusivamente fino all'emanazione della nuova disciplina in materia di ingresso e soggiorno dei cittadini stranieri a cui ella ha fatto riferimento, non costituisca minimamente un vulnus per le garanzie degli individui a cui lei ha fatto cenno, ma costituisca invece un segnale, per quanto modesto, nei confronti di tutti quei cittadini italiani che indubbiamente partecipato dal loro punto di vista al confronto riferito alle vicende oggetto di questo provvedimento, cioè la materia dell'immigrazione. In questo modo da parte del Governo e, perché no, da parte della maggioranza si darebbe anche un segnale nel senso auspicato di una maggior tutela della sicurezza e di una maggiore efficacia dei provvedimenti di espulsione.
Lo stesso vale in relazione ad altri suggerimenti che indubbiamente la maggioranza potrà respingere in questa sede, ma di cui confidiamo che ella, signor ministro, possa fare buon uso per il disegno di legge cui faceva riferimento. Se mi consente, ministro Napolitano, mentre lei, se mal non ho compreso, si accinge ad introdurre in quel provvedimento anche la prerogativa e la prospettiva di un voto amministrativo a favore dei cittadini regolarizzati, io vorrei in qualche modo sottolineare come il nostro paese, senza voler per questo ovviamente confliggere e sottrarmi alla discussione che lei ha suscitato con quel passaggio, debba forse riconoscere e prendere atto che il diritto di voto agli extracomunitari, pur residenti nel nostro paese, arriverebbe molto prima del riconoscimento del voto per i nostri concittadini all'estero.
Se me lo consente, un altro aspetto sottolineato dai nostri emendamenti è in relazione esclusivamente all'applicazione futura della normativa. Lei ha ragione, signor ministro, allorché afferma che non ci si può sottrarre ad un confronto e alla discussione di fronte ad avvenimenti che hanno carattere epocale, come quelli relativi alla presenza, da diverso tempo, di cittadini stranieri nella nostra comunità, nel nostro ordinamento. Tuttavia, con altrettanta lealtà e correttezza, sento il dovere di significarle l'opinione dell'intera, o almeno di gran parte della nostra nazione, la quale vuole che all'attenzione del Governo e del Parlamento sia portata anche la questione relativa a coloro che in questo paese entrano senza il rispetto delle leggi vigenti.
Quindi, se apprezzabile è il richiamo alla necessità di intervenire sotto il profilo normativo nei confronti di coloro che risiedono nella nostra comunità, ai fini di sostenerne un eventuale regolarizzazione, altrettanta dignità, e lo sottolineano i nostri emendamenti, ha il rilievo di coloro che vogliono che le norme dello Stato siano rispettate non soltanto dai cittadini italiani, ma anche da coloro che non fanno parte a pieno titolo della nostra
comunità e che vorrebbero farne parte violando i principi che presiedono al nostro ordinamento.
Non può inoltre non sottolinearsi anche l'importanza di quegli emendamenti che richiamano l'attenzione sulla necessità di avere l'identificazione certa di coloro che entrano clandestinamente nel nostro paese, al fine di evitare situazioni come quelle che le sono state evidenziate in Commissione affari costituzionali e che meritano sicuramente, come ella ha assicurato, l'intervento del Governo, dei pubblici poteri.
Ecco, signor ministro, riteniamo, sia pur sinteticamente, di non esserci sottratti al confronto. Riteniamo peraltro importante che nell'ambito di un dibattito come questo le siano fornite tutte quelle indicazioni di cui ella potrà sicuramente tener conto nel momento in cui il disegno di legge che ha preannunciato verrà predisposto per essere successivamente sottoposto alla nostra attenzione.
Ebbene, credo di poter dire, e concludo, che i nostri emendamenti, anche qualora fossero respinti dal voto della maggioranza, hanno non soltanto il pregio di sottolineare l'esigenza della sicurezza del nostro paese, ma anche, signor ministro dell'interno, di togliere ogni alibi alla proposta di parte governativa. Non si potrà infatti dire che il dibattito deve essere necessariamente ridotto al tema del provvedimento in esame, riferito alla sanatoria degli effetti dei decreti non convertiti. Invece il dibattito, che sarà sicuramente frutto di confronto, consentirà di eliminare ogni giustificazione ed ogni scusa qualora il provvedimento che ella si accinge a nome del Governo a presentare all'esame dell'aula non terrà conto di tutti questi elementi che fanno riferimento ai temi del confronto e alla sicurezza necessaria dei cittadini del nostro paese, che vogliamo in ogni modo tutelare perché fanno parte indubbiamente del patrimonio a cui come parte politica ci ispiriamo e al patrimonio della nostra comunità nazionale (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Olivo. Ne ha facoltà.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Fontan. Ne ha facoltà.
Lei ha affermato che vi è stata un'ampia discussione. Forse vi sarà stata all'interno dell'Ulivo e fuori del Parlamento,
ma sicuramente non vi è stata in Parlamento, visto che in Commissione non si è praticamente affrontata la materia e che in aula il tempo contingentato non consente alle opposizioni di esprimersi; sfido chiunque a discutere su un tema così importante come quello in esame che concerne una sanatoria così rilevante, illustrando i propri emendamenti in soli trentasei minuti.
Lei ha rilevato che non è stata posta la questione di fiducia; ciò non si è verificato perché le opposizioni e soprattutto noi della lega nord per l'indipendenza della Padania abbiamo cercato di verificare se fosse possibile far approvare qualche emendamento, tant'è vero che in Assemblea sono stati presentati pochi emendamenti rispetto a quelli presentati in Commissione. Il nostro, quindi, è stato un comportamento finalizzato a cercare un accordo su qualche proposta di modifica. Tuttavia ciò non si è verificato. Ho addirittura invitato il relatore, non più tardi di ieri mattina, nel corso di una breve riunione del Comitato dei nove, durata una mezz'ora, presentandogli il pacco degli emendamenti e chiedendogli di individuarne quattro o cinque sui quali si potesse trovare un accordo. Ebbene, neanche questo è stato fatto: tale è purtroppo la realtà.
Lei, signor ministro, ha ricordato che vi sono state diverse reiterazioni e che a causa della sentenza della Corte costituzionale purtroppo è stato eliminato l'articolo 7. Tuttavia vorrei ricordare al ministro, che ormai è in carica da parecchi mesi, che il Governo, che si è sforzato di emanare tutta una serie di decreti-legge, con tutti i problemi che ciò ha comportato in questi mesi, avrebbe potuto presentare un decreto volto a superare almeno quei problemi che avevano trovato una parziale soluzione con l'articolo 7 dell'ex decreto-legge Dini; articolo eliminato appunto a seguito della sentenza della Corte costituzionale. Questa è la prova che il Governo non ha avuto una esplicita e ferma volontà di affrontare i problemi di cui stiamo parlando.
Lei ha affermato inoltre che non c'è stata una sanatoria. A questo riguardo, dobbiamo capirci: secondo le voci ufficiali - alle quali peraltro non credo più di tanto - sono 250 mila le persone che verrebbero in sostanza regolarizzate. Voglio inoltre evidenziare che il famoso decreto Dini di un anno fa aveva lo scopo di porre il problema cercando di risolverlo subito, ma dobbiamo ancora arrivare ad una definizione della questione. Non solo, ma ci troviamo adesso a regolarizzare 250 mila persone. Quando si è posto il problema, nessuno avrebbe mai pensato che dopo un anno si sarebbe dovuti arrivare a varare un provvedimento con cui si regolarizzano 250 mila persone. Questa, pertanto, non è una regolarizzazione, ma una vera e propria sanatoria.
Lei, signor ministro, ha parlato anche di solidarietà, invitando i colleghi, ed anche il sottoscritto, a stare attenti a come viene posta la questione, evidenziando che c'è anche un problema di solidarietà. È verissimo che vi è anche un problema di tale natura, ma già in sede di discussione sulle linee generali ho evidenziato che quella che si vuole sostenere, che anche lei, signor ministro, vuole portare avanti, non è una solidarietà responsabile (così, se non ricordo male, l'ha chiamata), ma è una falsa solidarietà, che porta veramente allo schiavismo, al razzismo ed oggi voglio confermare che proprio di questo si tratta. Non si possono infatti far entrare nel nostro paese degli extracomunitari, persone sicuramente deboli, in difficoltà, e che molto spesso vengono maltrattate. È meglio allora non farle entrare o, quanto meno, utilizzare molto più proficuamente le risorse economiche, che molto spesso vengono impiegate male, tramite tutta una serie di organizzazioni operanti anche in Italia, là dove queste persone sfortunate potrebbero vivere meglio.
Un altro aspetto che è emerso dalla replica del ministro e che mi sembra sia il caso di sottolineare, non tanto per quest'aula sorda, ma per coloro che ci stanno ascoltando, ai quali prevalentemente mi rivolgo, è il fatto che il ministro
stesso, autorevolissimo esponente di questo Governo e di questa maggioranza, ha ammesso un'eventuale ipotesi di concessione di voto agli extracomunitari, nel senso che non ha assolutamente negato ciò, ma ha dichiarato che si tratta di un problema che si pone e si porrà e quindi dovrà essere correttamente valutato. La non esclusione di questa ipotesi significa che implicitamente il ministro dell'interno della Repubblica italiana ha per così dire avallato l'idea di poter concedere - non so quando, spero il più tardi possibile - il diritto di voto anche agli extracomunitari. Non voglio fare interessi di bottega, ma è il caso di chiarire questo aspetto.
Il ministro ha giustamente affermato che l'opposizione sostiene che si voglia concedere il voto agli extracomunitari perché una parte di questi voti potrebbero essere «incassati» da chi porta avanti questo discorso. Ebbene, noi ci sentiamo di affermare che sicuramente l'idea di avere qualche o parecchi voti in più non è l'unica ragione che farebbe propendere per la concessione del voto, ma è indubbiamente uno dei motivi. È bene dunque che tutti i cittadini italiani sappiano tutto ciò.
Il ministro, riportando anche le mie stesse parole, ha detto inoltre che, tutto sommato, le nostre proposte, quanto ho detto nel mio intervento, sarebbero auspici più che soluzioni. Ebbene, signor ministro, noi della lega nord per l'indipendenza della Padania abbiamo presentato qualche emendamento, per la verità non molti, che non sono meri auspici, ma vere e proprie soluzioni.
Il ministro ha poi fatto la difesa della sacra patria, che non sarebbe un ventre molle, una frontiera colabrodo: mi pare che su questo punto non debba farsi alcun commento, e non lo diciamo solo noi ma anche altre autorevoli fonti estere.
Lei, signor ministro, ci ha portato dei dati, con i quali comunque non si riesce a provare il collegamento esistente tra gli extracomunitari e la microcriminalità. Non vi è dubbio che molti extracomunitari venuti in Italia siano persone perbene: essi lavorano e sono completamente integrati nella nostra società. Tuttavia, i dati da lei forniti - che quindi prendiamo per ufficiali - sono molto preoccupanti. Infatti, 15 mila arresti in Italia sono uno sproposito e non un'inezia; 9.500 carcerati non sono poca cosa, sono un'enormità!
Questi dati devono far riflettere sulla necessità di trovare soluzioni urgenti e soprattutto dimostrano che una parte degli extracomunitari - e i numeri dicono anche una buona parte - utilizzano, per una serie di ragioni, molte volte neanche per colpa loro, tutti gli strumenti possibili per tirare a campare, come si dice. Questa, signor ministro, è purtroppo l'amara realtà (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).
Desidero iniziare il mio intervento con una considerazione generale, con un ragionamento sul grande fenomeno di questa fine di secolo e che sarà una delle grandi questioni dell'inizio del prossimo millennio: mi riferisco allo spostamento dell'interesse da quel mondo che eravamo abituati a valutare in termini di contrapposizione tra est ed ovest a quel mondo che investe invece il nord e il sud del pianeta. In questo quadro, il nord si presenta fondamentalmente opulento, ma in esso le proiezioni demografiche fanno spavento, fanno quasi inorridire. Basta guardare i trend demografici ed immaginare come sarà l'Europa fra cinquant'anni o fra cent'anni; sì, il continente che ha fatto la storia del mondo invecchia e si trova di fronte ad una inversione demografica, ad un decremento demografico. Nel sud del terzo e quarto mondo, invece,
si verifica una crescita esponenziale ed una ricerca di spazio che va necessariamente a ricadere sul nord del mondo. Così, il flusso migratorio del sud verso il nord diventerà la grande questione con la quale dovremo confrontarci, dovrà confrontarsi soprattutto la nostra Europa.
Io, colleghi, vengo dalla città più «vecchia» d'Italia, Trieste, che precorre quelli che saranno i trend dei prossimi trenta o quarant'anni. A Trieste e nel Friuli Venezia Giulia, che è la regione più «vecchia» d'Italia in termini demografici, si può già verificare quanto ho detto. Allora la riflessione da fare, che non è ideologica ma che ciascuno si pone anche in termini di identità, consiste nel capire quale atteggiamento si debba assumere rispetto a tali dinamiche. Bisogna cioè capire che non sono pensabili discorsi di chiusura, che non sarebbero neppure materialmente realizzabili; ma non è possibile neppure considerare scontato o doveroso che, tra qualche decina d'anni o tra un secolo, chi verrà dopo di noi non riconosca l'Italia e l'Europa così come noi le abbiamo conosciute, la nostra Italia delle città d'arte, della lingua e della cultura e l'Europa delle cattedrali. Che cosa sarà tra un secolo l'Europa? Lo dico veramente in termini di identità, invitando ad una riflessione.
A tutto questo si accompagna la riflessione, che è dell'oggi, intorno alla vicenda dell'immigrazione, rispetto alla quale noi cerchiamo di trovare un giusto punto di equilibrio tra il dovere della solidarietà ed il diritto delle persone all'identità, alla sicurezza, all'ordine pubblico, alla sanità. Questo è lo sforzo che abbiamo compiuto nel predisporre gli emendamenti presentati al disegno di legge in esame, che non è, ripeto, soltanto quel freddo articolo 1, che di fatto rappresenta una sanatoria e che si limita a prendere atto che in qualche modo bisogna salvaguardare gli effetti derivati da una normativa frammentaria...
I nostri emendamenti mirano quindi ad introdurre norme più efficaci e certe e procedure più rapide e rigorose. Si prevedono, per esempio, la non sospensione dei provvedimenti attraverso domande incidentali o dilatorie, misure restrittive nei confronti degli immigrati clandestini, l'introduzione clandestina nel territorio dello Stato come reato penale, il trattenimento, la sottrazione dall'esecuzione delle misure di accompagnamento alle frontiere, la violazione della revoca del permesso. A tutto ciò si ricollega, evidentemente, una riflessione intorno all'ingresso del clandestino, che comporta la previsione di misure come l'arresto e la custodia cautelare per fattispecie ben individuate, che richiedono una identificazione certa. Si pone quindi il problema dei documenti e dei requisiti che dovrebbe avere chi attraversa la frontiera ed entra nel territorio dello Stato. Occorre a questo riguardo una normativa che tenga presente la storia penale di tali soggetti; una verifica delle condizioni igienico-sanitarie, le garanzie sui mezzi di sostentamento. Sono tutti aspetti che cerchiamo di introdurre attraverso emendamenti che ampliano in modo significativo quell'articolo unico che rappresenta nella sostanza solo una sanatoria. Per noi questa diventa un'occasione per innovare e per modificare l'esistente, che ci consegna una situazione obiettivamente paradossale, difficile e non più sostenibile. Ritengo che la polemica sul fatto che siamo o meno il «ventre molle» vada affrontata e valutata con realismo; e il realismo ci impone di considerare le
situazioni di obiettiva difficoltà in cui si trovano molte aree degradate delle nostre città, ma non solo di esse.
Sulla base di queste considerazioni, ma con una visione solidaristica, pensiamo di colpire le multinazionali del crimine, le associazioni finalizzate all'ingresso di clandestini extracomunitari nel nostro paese, anche attraverso misure da adottare contro lo sfruttamento dei lavoratori extracomunitari, colpendo per esempio quei datori di lavoro che li impieghino al di fuori della norma. Il nostro sforzo è quello di ampliare il contenuto del disegno di legge per introdurre una normativa più puntuale della quale abbiamo bisogno di fronte alle nostre coscienze, di fronte all'identità del paese, di fronte alla richiesta di sicurezza proveniente dai cittadini ed anche - e per questo occorre operare con il giusto equilibrio - di fronte alla necessità di solidarietà sociale che tutti proviamo, al di là dei discorsi sulla prevaricazione e sul razzismo.
Questo è l'impegno che ci ha spinto a presentare i nostri emendamenti. Auspico che la maggioranza voglia valutarli secondo coscienza, senza pensare ad una blindatura sic et simpliciter del testo, perché ciò potrebbe consentire di far crescere il livello del dibattito in quest'aula (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Prego i colleghi di consentire al relatore di svolgere la propria attività, peraltro funzionale alle decisioni che dobbiamo assumere, garantendogli un po' di silenzio e di rispetto.
Per quanto riguarda i venti emendamenti del gruppo di alleanza nazionale, mi permetto di dire che essi prefigurano una vera e propria legge organica sulle espulsioni, ma non solo su queste, perché in generale affrontano molti argomenti (per esempio parlano dei flussi). Se quindi venissero accolti, accetteremmo uno stravolgimento del carattere di questo disegno di legge, che diventerebbe già un provvedimento organico; su molti di questi punti posso essere d'accordo, su altri posso non esserlo, ma comunque la discussione riguarderebbe una legge organica sull'immigrazione.
Dei quattro emendamenti presentati dal gruppo di forza Italia, uno mi sembra troppo esteso, nel senso che contiene una vera e propria normativa sulle possibilità
di espulsione, gli altri tre propongono aggiunte specifiche; su questi potremmo discutere, mentre il primo rientra nell'ordine di una veduta organica che mi sembra non sia nella natura di questo provvedimento.
L'unico emendamento presentato dal gruppo del CCD-CDU, in particolare dall'onorevole Giovanardi, è invece strettamente legato al testo in esame, ma anche in questo caso avremmo l'introduzione di un elemento che, mancando di un quadro, rischierebbe di essere allogeno rispetto alla natura generale della legge.
Mi sia consentito dire una parola di più. È evidente che alcuni emendamenti sarebbero necessari per giungere all'approvazione di una legge organica, poiché renderebbero conto di varie mancanze presenti nella nostra normativa di accoglienza di persone che vivono e lavorano nel nostro paese. Vorrei dire al Governo che questi emendamenti non sono stati presentati, perché ci si è resi conto della natura di questo disegno di legge; certamente se si aprisse la porta ad un allargamento, immediatamente ci si porrebbe di fronte al modo in cui sopperire ad una tale mancanza.
Vorrei ricordare, mentre passiamo all'esame dei singoli emendamenti, che se è necessario prendere coscienza della necessità di sicurezza del nostro paese, dobbiamo ricordare che siamo stati emigranti anche noi, come l'antico Israele, in un passato recente: i bisogni di sicurezza ed i bisogni di accoglienza devono essere guardati organicamente.
Per questa ragione, sia pure con tante differenze che ho cercato di indicare, il relatore esprime parere contrario su tutti gli emendamenti (Applausi).
Se ci fosse stata una valutazione da parte del Governo o anche da parte dei gruppi di maggioranza circa la convenienza di «toccare» il carattere, l'impronta di questo provvedimento e di farne una legge contenente norme sostanziali di modifica della legislazione vigente in materia di immigrazione, evidentemente sarebbero stati presentati molti emendamenti anche da altri gruppi sia sulle stesse questioni - sia chiaro! - su cui si sono concentrati gli emendamenti delle opposizioni, sia anche su altri aspetti che nella mia replica ho richiamato come inscindibili da quelli che, ad esempio, concernono i meccanismi di respingimento o di espulsione.
Ciò premesso, desidero comunque svolgere alcune osservazioni anche per dimostrare che ho letto attentamente tutti gli emendamenti.
Gli emendamenti che vanno dal Fontan 1.3 fino al Fontan 1.55 tendono a sancire una serie di limitazioni alla salvaguardia degli effetti dei decreti. Penso che tali limitazioni non possano in alcun modo essere accettate. La serie di decreti successivi, con modifiche, deve essere salvaguardata nella sua interezza per i rapporti giuridici che nel periodo di vigenza di ciascuno di essi sono insorti.
Con gli emendamenti Cavaliere 1.95 e 1.109 si propongono, invece, numerose modifiche con le quali si formulano nuove norme in materia di ingresso di cittadini stranieri extracomunitari e poi, via via, in altre materie.
Debbo dire però che queste nuove norme che si propongono - mi rivolgo a lei, onorevole Fontan, che ha «guidato» gli interventi del suo gruppo - non sono per la verità neppure raccordate con le
norme vigenti in termini di sostituzione o di abrogazione di parte di esse; rappresentano quindi qualcosa di abbastanza singolare e non sono neppure una vera e propria «novellazione» rispetto alle normative vigenti.
Voglio invece dire all'onorevole Cavaliere, se è presente in aula, che il suo emendamento 1.96, con il quale si propone la presentazione di una relazione sull'applicazione più che della presente legge direi dei decreti che si sono succeduti, mi spinge a dire che accetterei un ordine del giorno di impegno per il Governo nel quale tale emendamento fosse trasfuso, io lo accetterei perché credo sia interesse comune fare il punto sugli effetti dei decreti di cui ora «consumiamo» la definitiva decadenza.
Trovo invece che una questione come quella trattata nell'emendamento Fontan 1.57, a proposito del modo con il quale rafforzare o riorganizzare gli uffici stranieri nelle questure, non debba essere affrontata in via legislativa ma in termini di provvedimenti amministrativi, propri dell'esecutivo. Tuttavia mi pare che questo sia un punto su cui è giusto aver richiamato l'attenzione del Governo.
Egualmente l'emendamento Fontan 1.61 costituisce una indicazione di cui il Governo si impegna a tener conto nella predisposizione del progetto di legge-quadro. Parlo cioè del coinvolgimento dei sindaci nel rinnovo dei permessi di soggiorno e, in ogni caso, nelle procedure relative alla regolarizzazione degli immigrati e al loro inserimento nel tessuto della vita sociale e civile.
Con l'emendamento Menia 1.86 iniziano, invece, gli emendamenti presentati da deputati del gruppo di alleanza nazionale. Si tratta di molteplici proposte relative ai criteri e ai meccanismi di espulsione.
Vorrei dire all'onorevole Contento che egli ha ragione: io naturalmente mi sono espresso in modo molto rapido e sommario sulle cause dell'inefficacia dei meccanismi attuali, ma si tratta di questione sulla quale dovremo ancora lavorare e confrontarci.
Per la verità, l'emendamento Franz 1.83 riguarda già altro: non solo i criteri e i meccanismi di espulsione, ma le condizioni per l'ingresso di stranieri extracomunitari nel territorio nazionale. Sento di dover dire al Parlamento che uno degli aspetti oggetto della elaborazione in corso da parte di una commissione interministeriale è precisamente come rivedere le norme della legge Martelli sulla cosiddetta programmazione dei flussi, che si sono dimostrate in parte inattuate e in parte di difficile attuazione. Ciò spinge, naturalmente, ad ipotizzare diversi indirizzi o diversi meccanismi per la regolazione degli ingressi legali nel nostro territorio nazionale.
Tra gli emendamenti del gruppo di alleanza nazionale vi sono poi anche quelli che postulano modifiche del codice penale.
In sostanza, onorevoli deputati, salta agli occhi la complessità del problema e delle stesse proposte. Basti pensare all'assai lungo e sistematico articolo aggiuntivo Selva 1.06. Il relatore, onorevole Maselli, diceva che si tratta davvero di un corpus di norme che, almeno per alcune parti del problema e della normativa, configurerebbero una legge organica e questa non è sicuramente la sede in cui ci si possa cimentare con proposte di tale natura.
Quindi la complessità del problema e delle proposte formulate rende impossibile il puro e semplice inserimento degli emendamenti in coda ad un provvedimento di salvaguardia degli effetti del decreto non convertito. Ciò non toglie che questi emendamenti presentino motivi di interesse e contengano spunti utili per il lavoro che il Governo è impegnato a compiere.
Lo stesso dico per l'articolo aggiuntivo Di Luca 1.01, presentato da deputati del gruppo di forza Italia, che pure si sofferma su questo aspetto senza dubbio cruciale.
Non parlo poi di altri emendamenti che, invece, toccano questioni molto particolari: mi riferisco, per esempio, agli articoli aggiuntivi Foti 1.08 (opere dell'ingegno o prodotti industriali contraffatti), Gramazio 1.010 e 1.09, Franz 1.011 e Buontempo 1.012 (relativi al lavoro stagionale).
In sostanza mi pare di aver spiegato perché da un'attenta lettura si ricavino senza dubbio indicazioni interessanti per l'impegno che abbiamo assunto e, nello stesso tempo, l'impossibilità di procedere in modo frammentario e disorganico ad un mutamento di questo provvedimento in un provvedimento di norme sostanziali.
Vorrei dire con molta schiettezza politica che in effetti considero la presentazione di questi emendamenti da parte di diversi gruppi - presentazione che si è fatta sapendo anche quale fosse l'atteggiamento del Governo - manifestazione di volontà politica, espressione di critica o di riserva nei confronti del Governo, nonché manifestazione di capacità propositiva da parte delle opposizioni, cioè atti che rientrano pienamente nella corretta dialettica parlamentare anche se non forniscono elementi perché il Governo possa pronunciarsi diversamente da una reiezione di tutte queste proposte emendative.


