XIII COMMISSIONE
AGRICOLTURA

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di mercoledì 20 dicembre 2000


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La seduta comincia alle 15.5.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ricordo che il 12 dicembre scorso, in sede di ufficio di presidenza, si è svolto un incontro con i rappresentanti del modo agricolo della Colombia. La delegazione colombiana era composta da Andrés Gil e Luis Carlos Ariza, dell'associazione contadina colombiana della Valle del fiume Cimitarra, e da Luis Alberto Mata Aldana, sociologo rurale. L'audizione ha avuto come oggetto i problemi relativi all'agricoltura e allo sviluppo rurale della Colombia.
Auspico maggiore collaborazione a livello internazionale e la possibilità che la Camera e la Commissione assumano impegni nei confronti della Colombia. Luis Alberto Mata Aldana ha affrontato subito la questione dei diritti umani e del «Piano Colombia». In Colombia si assiste a continui massacri perpetrati soprattutto a danno delle popolazioni rurali e con la partecipazione dello Stato. Gli USA hanno aumentato gli aiuti militari a favore della Colombia, ponendola nei primi tre posti nella lista dei paesi assistiti. Il potere in Colombia è strettamente legato alla struttura feudale della proprietà terriera ed il «Piano Colombia» è incapace di dare una risposta positiva alle aspirazioni dei contadini, nei confronti dei quali è aumentata la violenza. Di questo passo si rischia la guerra civile. I contadini costituiscono circa il 30 per cento della popolazione complessiva (12 milioni di persone) e sono stati ridotti in uno stato di vera e propria povertà dal processo di «apertura economica» in atto nel paese.
Attualmente la Colombia importa 7 milioni e mezzo di tonnellate di generi alimentari e il latifondo ha conosciuto una nuova espansione (45 milioni di ettari sono destinati all'allevamento e sono stati sottratti ulteriori 10 milioni di ettari a vocazione agricola). Alla coltivazione della coca e della mapola (papavero) sono destinati circa 145 mila ettari e il giro di affari coinvolge almeno un milione di colombiani. Il problema della coltivazione di sostanze stupefacenti è strettamente connesso alla riforma agraria.
La Camera dei deputati italiana deve prendere coscienza della gravità della situazione. Luis Carlos Ariza ha rilevato che la Valle del fiume Cimitarra è una regione che conta circa 700 mila abitanti (di cui 150 mila contadini) ed è caratterizzata dalla mancanza di investimenti e scossa dalla violenza. Nel 1998 il presidente Pastrana si era impegnato a perseguire un programma di sviluppo economico, ma niente è stato portato a termine, anzi le condizioni dei contadini sono ulteriormente peggiorate. Attualmente il governo colombiano ha agevolato le colture transgeniche nell'avicoltura e nella piscicoltura. Il programma per cui si era impegnato il governo prevedeva il potenziamento delle colture di riso, soia e canna e l'allevamento di bufali, ma i finanziamenti a sostegno del progetto vengono solo dalla comunità internazionale. Ha pertanto invitato la XIII Commissione in Colombia per valutare le condizioni di vita dei contadini e i loro metodi di lotta.
All'incontro erano presenti i deputati Malentacchi, Rubino, Prestamburgo ed Aloi. Infine, Luis Alberto Mata Aldana ha sostenuto che l'economia agraria colombiana ha la possibilità di autosostenersi e che è necessario combattere gli alimenti


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transgenici. L'1,5 per cento dei proprietari terrieri possiede l'80 per cento della terra, ovvero 114 milioni di ettari. Di questi solo 52 sono dissodati e, tra la terra dissodata, 4 milioni di ettari sono coltivati male ed un milione di ettari è coltivato in maniera industriale (palma). Le colture legali non rendono niente, in quanto non ci sono infrastrutture. I contadini si sostengono con la coltivazione della coca, che permette loro di comprare quei prodotti, come il riso cinese, che potrebbero benissimo coltivare loro stessi. Non dispongono di mezzi per educare i loro figli. Ha inoltre rilevato che vi sono stati tentativi in passato, ma non hanno portato a nulla. La classe politica sottovaluta il settore primario.

GIORGIO MALENTACCHI. Intervenendo sull'ordine dei lavori, presidente, voglio anzitutto ringraziarla per quanto ci ha riferito in merito all'incontro con i rappresentanti dell'associazione contadina colombiana della Valle del fiume Cimitarra e con il sociologo rurale Luis Alberto Mata Aldana.
Tale incontro ha posto all'attenzione della Commissione e dell'intero Parlamento la drammatica situazione che si sta vivendo in Colombia, non da oggi ma da moltissimi anni, a causa dei conflitti armati che contrappongono i governi che si sono succeduti ad una parte della popolazione. Ritengo che per la difesa della democrazia e della libertà, non solo di quella individuale ma anche di quella collettiva, soprattutto nelle realtà rurali del paese, sia opportuno che di questo incontro rimanga una testimonianza e che quanto il presidente ha detto con riferimento ai futuri impegni abbia un seguito. Da parte nostra, vorremmo che ciò avvenga anche attraverso la presentazione di un atto di sindacato ispettivo.
Credo che ciò sia importante per l'agricoltura rurale di quella realtà, costituita da un popolo di contadini bistrattato e vessato, sottoposto a ricatti continui e costretto a ricorrere per sopravvivere alla coltivazione della coca e del papavero. Ricordo che per il mercato dell'oppio e degli stupefacenti illegali la Colombia è uno dei punti di riferimento rilevanti nello scenario mondiale, insieme all'Afghanistan e ad altri paesi. Sono stati ricordati gli accordi stipulati nel 1998 dal governo presieduto dal presidente Pastrana e dalle associazioni dei contadini con l'intento di ridare un ruolo importante all'agricoltura, in modo da permettere in futuro un lavoro tranquillo per i contadini colombiani ed uno sviluppo civile, sociale e culturale di queste popolazioni. Per conseguire questo obiettivo occorre una riconversione delle coltivazioni di coca e papavero in colture tradizionali.
I rappresentanti del mondo agricolo intervenuti in questa sede hanno espresso in modo adeguato la realtà quotidiana esistente in Colombia ed hanno anche individuato una via democratica per la soluzione dei problemi del mondo rurale e dell'agricoltura colombiana.

Relazione sulla missione svolta in Lombardia da una delegazione della Commissione nei giorni 26 e 27 ottobre 2000.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'Agenda 2000 e sul Millennium Round, la trattazione della relazione sulla missione svolta in Lombardia da una delegazione della Commissione nei giorni 26 e 27 ottobre 2000.
Una delegazione della Commissione agricoltura ha svolto, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'attuazione di Agenda 2000 e sulla preparazione del Millennium Round, una missione in Lombardia nei giorni 26 e 27 ottobre 2000. La delegazione, guidata dal sottoscritto, era composta dagli onorevoli Malentacchi, Sedioli e Trabattoni.
La giornata di venerdì 27 ottobre 2000 è stata dedicata alla visita della ditta «Medeghini» di Mazzano, del mercato del bestiame di Montichiari, del consorzio Grana Padano, del consorzio irriguo di medio Chiene, della cooperativa Serenissima, dell'azienda zootecnica di Nuvolento


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e della cantina Berlucchi in Franciacorta. Sabato 28 ottobre la delegazione ha visitato la fiera internazionale di Cremona sulla zootecnica, il consorzio agrario mangimistico di Cremona e la centrale del latte ad alta qualità di Peschiera Borromeo. Domenica 29 ottobre la delegazione ha visitato la cantina Comincioli a Pugnano del Garda, dove ha avuto un incontro con il presidente della provincia di Brescia.
La missione ha avuto l'obiettivo di approfondire la conoscenza di quelle realtà produttive che hanno basato la loro crescita commerciale puntando ad una produzione di qualità e di valorizzazione dei prodotti locali.
La tutela delle produzioni tipiche e di qualità rappresenta uno degli obiettivi prioritari della politica agricola nazionale. In un mondo che sta conoscendo cambiamenti radicali repentini delle forme di produzione e di scambio, la salvaguardia dei prodotti tipici italiani può costituire non solo un patrimonio da tutelare ma anche una risorsa da sviluppare. Le nuove tecnologie stanno infatti modificando alla radice i sistemi di produzione del mondo agricolo e probabilmente porteranno nel prossimo futuro ad un cambiamento delle abitudini alimentari dei consumatori. In questo contesto sta crescendo ed intensificandosi una domanda per un mangiare sano e di qualità, che il nostro paese, più di ogni altro, può soddisfare, data l'alta percentuale di produzioni tipiche esistenti sul territorio.
È apparso, allora, estremamente urgente verificare sul territorio il livello di produzione raggiunto, le tecniche utilizzate, le caratteristiche del sistema di produzione e distribuzione di tali prodotti e le difficoltà che tali aziende incontrano per affrontare una crescita della produttività. Al riguardo sono emerse le seguenti questioni.
Al fine di incrementare la produzione di qualità occorre un'integrazione tra la fase della produzione e la fase della distribuzione. Infatti, accade spesso che sulla prima si scarichino i maggiori sacrifici economici e che alcune iniziative imprenditoriali, magari di piccole dimensioni, non riescano a competere con le grandi multinazionali, sia in termini di costi sia in termini di conoscibilità da parte del consumatore. A tal fine molte delle aziende visitate hanno avviato una forma di sviluppo imprenditoriale integrato, occupandosi, oltre che della produzione, anche della trasformazione e della distribuzione. Questo ha permesso loro di poter garantire con maggiore certezza la qualità e la salubrità del prodotto immesso nel mercato, garantendo al consumatore il controllo di tutte le fasi della filiera alimentare.
Occorre sviluppare una strategia comune del comparto produttivo che valorizzi le produzioni nazionali di qualità attraverso una politica comune che punti in primo luogo ad informare il consumatore sui vantaggi di tali prodotti. Esiste ancora una frammentazione eccessiva delle singole realtà produttive che non permette la loro espansione sui mercati nazionali ed esteri, a dispetto del grande vantaggio economico che ne potrebbe conseguire. Occorre fornire un supporto che non deve essere concepito come sostegno o sussidio al singolo imprenditore, ma come definizione di una strategia commerciale di ampio respiro che fornisca alle singole aziende nuovi contatti con l'estero, una nuova organizzazione integrata dell'offerta ed una tutela dei marchi di qualità. In tal senso è risultato estremamente carente il ruolo svolto fino ad oggi dall'Istituto per il commercio estero. A differenza dell'esperienza di altri paesi, quali, per esempio, la Francia, l'Italia non è ancora riuscita, a dispetto delle grandi risorse di cui gode, ad apprestare un sistema di tutela e di promozione delle aziende italiane impegnate nelle produzioni di qualità tipiche.
È inoltre importante svolgere un'azione di denuncia nei confronti di ogni tentativo di contraffazione del marchio registrato. L'importanza assunta da alcune produzioni tipiche, quali, per esempio, il Grana Padano, sta comportando che molte aziende straniere ed italiane cercano di vendere il loro prodotto utilizzando denominazioni


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simili a quelle dei marchi registrati. Questi tentativi di concorrenza sleale e di violazione della normativa comunitaria, destinati a crescere nel prossimo futuro dato l'aumento della domanda nei confronti dei prodotti italiani tipici, devono essere assolutamente denunciati e perseguiti; occorre, anzi, studiare nuove forme di tutela del marchio a livello internazionale, al fine di evitare il proliferare di aziende che producono un bene con caratteristiche organolettiche differenti da quello imitato ma che si avvalgano della notorietà raggiunta da questo per aprirsi nuovi spazi di mercato, quasi sempre a prezzi più bassi.
Risulta necessario, al fine di garantire la qualità e la sicurezza alimentare, che le imprese sviluppino contatti diretti e costanti con i centri di ricerca scientifica e con le università, in modo da poter essere costantemente informati sui risultati della scienza e presentarsi sul mercato con sistemi di produzione competitivi e, al tempo stesso, rispettosi dell'ambiente in cui si inseriscono. In tale contesto risulta estremamente delicato ed importante il lavoro svolto dai consorzi di bonifica, che permettono di gestire e valorizzare quella risorsa fondamentale per l'agricoltura che è rappresentata dall'acqua pulita; questa rappresenta, infatti, la base per una produzione agroalimentare di alta qualità e permette anche lo sviluppo di nuove forme di trasporto, sfruttandone le potenzialità di navigazione e trasporto della merce.
Sempre, infine, con riferimento alle produzioni di qualità, è stato rilevato come la produzione del latte risenta di alcuni problemi legati alla concorrenza di produzioni straniere. In particolare, sarebbe molto importante valorizzare la produzione del latte italiano trattato con metodo UHT, che sembrerebbe godere di caratteristiche organolettiche più elevate rispetto ai prodotti europei in quanto soggetto ad un solo processo di trattamento. Inoltre, le aziende del settore ritengono che debba essere uniformata a livello europeo la normativa riguardante il termine di scadenza del latte fresco; infatti, la previsione nazionale, secondo la quale il latte fresco non può avere una scadenza superiore a cinque giorni, se pur apprezzabile e condivisibile, rischia di penalizzare, se il limite non sarà esteso a tutti i paesi comunitari, le aziende italiane produttrici di latte, le quali non riescono a competere con la concorrenza delle altre imprese europee. Occorre, quindi, stabilire a livello comunitario che solo il latte pastorizzato può avere una durata di otto o nove giorni e limitare, corrispondentemente, la produzione di latte fresco a quei soli prodotti che abbiano una scadenza di cinque giorni.
In conclusione, gli incontri che abbiamo avuto hanno dato luogo ad un dibattito molto acceso, in cui sono emersi numerosi argomenti. In particolare, con riferimento al Grana Padano, voglio sottolineare come sia significativo che la regione Piemonte abbia varato una legge per la tutela di questo prodotto, che è già tutelato da una denominazione di origine protetta. Ricordo inoltre che anche sul latte trattato con metodo UHT si registra uno scontro frontale a livello europeo.
Do ora la parola ai deputati che desiderino intervenire.

GIORGIO MALENTACCHI. Signor presidente, la relazione che lei ha svolto riporta fedelmente i risultati della missione svolta in Lombardia da una delegazione della Commissione nei giorni 26 e 27 ottobre di quest'anno. Tale relazione contiene elementi interessanti, su cui concordo, ed altri su cui, invece, devo esprimere alcune perplessità.
Quanto ai primi, giudico molto interessante la visita effettuata al consorzio agrario e a quello idraulico. In quella sede la Commissione ha toccato con mano una buona gestione dei compiti che il consorzio agrario è chiamato a svolgere ed anche quello idraulico, con una particolare attenzione per l'attività di prevenzione del sistema idraulico del comprensorio in cui opera, che ha permesso di risolvere i problemi legati a cause di forza maggiore quali le grandi precipitazioni.
Negli allevamenti che la Commissione ha visitato è risultato evidente che l'alimentazione


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degli animali ha un'innegabile importanza per la produzione del latte. La vicenda della «mucca pazza» assume un'enorme rilevanza perché si inserisce in un contesto culturale e scientifico che riguarda il rapporto tra l'uomo e gli animali ed altre considerazioni che ho sviluppato nel dibattito di ieri e in altre occasioni. Per il consorzio agrario l'alimentazione del bestiame rappresenta un dato importante ed è possibile produrre mangimi in modo sano.
Ho voluto richiamare solo questi due temi, ma ve ne sono altri che riguardano la sicurezza alimentare, che è uno degli obiettivi di questa Commissione. Questa missione è importante anche perché ci ha consentito di toccare con mano come nella realtà italiana esistano vari tipi di agricoltura, che a mio avviso possono essere integrati. Il perseguimento degli obiettivi economici e legati al profitto non può prescindere da valutazioni che interessano la collettività nel suo complesso.

MARIO PRESTAMBURGO. Signor presidente, non parlerò della missione in Lombardia perché, purtroppo, non vi ho potuto partecipare.
Sono preoccupato (e spero che lei possa farsi portavoce di questa mia preoccupazione) per l'eccessiva politicizzazione dei problemi che riguardano il settore agricolo. Ho seguito il dibattito che si svolto ieri in Assemblea sulla vicenda della BSE e devo dire che, paradossalmente, il Parlamento ha contribuito molto a far calare i consumi di carne. Nel paese vi è una forte sensibilità salutistica: alimentare sospetti senza avere certezze, a mio modo di vedere, non può che generare paura, e quindi la ricerca di consumi diversi. Ciò che si può fare dipende molto dal Governo, il quale ha la responsabilità di far procedere la ricerca scientifica su questi argomenti. Una cosa è certa: abbiamo conoscenze molto limitate sia sul modo in cui questa malattia si diffonde (e quindi su come debellarla), sia sui mangimi, certamente innaturali, che sono stati utilizzati nel tempo.
Il paradosso che si è verificato nel dibattito di ieri è che il Parlamento ha contribuito a far peggiorare la situazione. Avrei preferito che si generasse meno allarmismo e che non si cercasse di ottenere visibilità diffondendo la paura tra la gente al fine di avere un consenso personale più che di coalizione e creando solo incertezza. Tutto questo non giova all'agricoltura. I ministri della sanità e delle politiche agricole e forestali avrebbero fatto meglio ad operare con grande riserbo. Alla fine, hanno ottenuto un risultato che era scontato, quello di determinare una caduta verticale dei consumi, di far entrare in crisi la filiera carne e di non dare tranquillità ai consumatori. È raro riuscire a provocare un disastro simile: ci siamo riusciti!

FLAVIO TATTARINI. Non avendo partecipato a questa missione, anch'io prendo atto della relazione svolta dal presidente e, soprattutto, dei risultati positivi conseguiti e dell'orientamento scaturito, volto ad intensificare la nostra iniziativa per rafforzare la scelta della qualità e della sicurezza.
Condivido in larghissima misura le considerazioni svolte dal collega Prestamburgo. Rispetto la legittimità degli interventi e le scelte politiche di ognuno, nonché il modo in cui vengono espresse. Tuttavia, condivido le valutazioni sul dibattito che si è svolto sul decreto adottato in merito alla vicenda della «mucca pazza». Per correttezza ed onestà intellettuale devo anche dire che, accanto al realismo a cui il collega Prestamburgo ha richiamato l'attività dell'Assemblea e del Governo (non sono intervenuto nel dibattito di ieri per sottrarmi ad una situazione che mi pesava personalmente e politicamente, non nei termini in cui qualcuno ha voluto farla pesare ma in quelli espressi poc'anzi dal collega Prestamburgo), forse sarebbe stato necessario uno «scatto» di coraggio da parte del Governo su un punto.
L'articolo 2 del decreto esaminato dall'Assemblea nella seduta di ieri pone le condizioni per una riorganizzazione dell'Ispettorato repressione frodi. Se in quell'articolo il Governo avesse proposto l'istituzione


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dell'Agenzia per la sicurezza alimentare, in correlazione con il riordino e con la necessaria autonomia ed indipendenza dell'Istituto repressione frodi (e quindi della stessa Agenzia per la sicurezza alimentare), nonché con una nuova veste dell'ex Istituto per la nutrizione, avremmo inserito nel dibattito di ieri un obiettivo di valenza strategica per le nostre prospettive in materia di qualità e sicurezza alimentare. In tal modo avremmo dato un contributo al rafforzamento della scelta che si sta compiendo a livello europeo attraverso la pubblicazione della proposta di regolamento per l'istituzione dell'Agenzia sopra richiamata. Se nell'articolo 2 di quel decreto fosse stato scritto che si delegava il Governo ad operare per una definizione in tempi rapidi di questo istituto che passasse attraverso una ristrutturazione dell'Ispettorato repressione frodi, credo che si sarebbe svolto un dibattito di tipo diverso. Ma questo non è avvenuto.
Dal momento che il provvedimento di cui si parla conferisce un mandato che lascia impregiudicato questo obiettivo e che l'istituzione dell'Agenzia per la sicurezza alimentare come agenzia indipendente ed autonoma a livello europeo riaprirà la discussione, mi auguro che, quando ciò avverrà, si possa anche ridiscutere il ruolo dell'Ispettorato repressione frodi e quello del nuovo Istituto per la nutrizione. Sarebbe una iattura se l'Agenzia si affiancasse ad un Ispettorato repressione frodi autonomo e ad un Istituto per la nutrizione anch'esso autonomo: sarebbe un'agenzia all'italiana, che deve confrontarsi e scontrarsi con commissari ed istituti preesistenti senza avere una struttura fortemente innovativa. Credo che, quando il problema sarà affrontato, si dovrà porre una questione di alto profilo, per scardinare strutture vecchie ed introdurre elementi fortemente innovativi in un campo che sarà determinante per il futuro agroalimentare non solo del nostro paese.

PRESIDENTE. Concordo con le osservazioni svolte dai colleghi Tattarini e Prestamburgo. Anch'io sarei voluto intervenire nel dibattito che si è svolto ieri in Assemblea; non l'ho fatto perché credo che il problema debba essere affrontato in modo diverso.
Il sistema zootecnico italiano è di altissima qualità e dal 1994 nel nostro paese non vengono più utilizzate farine animali per la produzione dei mangimi. Affrontare il problema in questo modo significa mettere in crisi il sistema zootecnico e l'intera economia del nostro paese.
Occorre inoltre considerare che siamo di fronte ad una malattia che non è infettiva ma trae origine da un'alimentazione realizzata con prodotti non di qualità. Non ci sono gli strumenti necessari per effettuare l'enorme numero di prove previste a partire dal gennaio del prossimo; gli istituti zooprofilattici possono fare circa 200 prove al giorno, non migliaia. Il problema poteva essere affrontato in modo diverso, anche perché gli stessi produttori sono interessati alla salute dei consumatori.
Abbiamo dibattuto a lungo ma non è stato colto il problema reale e non sono state date sufficienti garanzie. L'Ispettorato repressione frodi effettua controlli da anni. Nel 1994 la legge italiana ha vietato l'uso di farine animali per l'alimentazione dei bovini. Questa legge deve essere rispettata: quando in uno Stato democratico non si rispettano le leggi, siamo veramente fuori da ogni logica! Ecco perché credo che il problema della BSE sia stato affrontato male. Se i ministri interessati avessero parlato meno, avrebbero fatto meno danni. Ricordo la vicenda del pollo alla diossina: mentre nel nostro paese se ne parlava, in Belgio non si sapeva nulla! Questo significa che noi siamo capaci di autodistruggerci. Prima di fare certe sceneggiate, quindi, bisogna informarsi. In Italia vi sono istituti di alto livello che possono fornire indicazioni utili in tal senso.

GIACOMO de GHISLANZONI CARDOLI. Presidente, credo anch'io che, al riparo dei riflettori dell'aula, sia il caso di


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fare una riflessione molto più seria di quella che è stata fatta ieri in Assemblea.
Nel dibattito di ieri ho rilevato una notevole confusione da parte sia dei deputati intervenuti sia del Governo su un tema che, come lei ha giustamente sottolineato al termine del suo intervento, sarebbe meglio che salisse meno sul proscenio dello spettacolo e dei mass media. Sicuramente in questo momento dobbiamo tranquillizzare i consumatori; ben vengano, quindi, quei provvedimenti che hanno lo scopo di tutelare e garantire la sicurezza di chi acquista il bestiame. Dobbiamo anche dire, però, che il mondo agricolo si è fatto un gran male con le sue stesse mani. Il blocco dei camion alle frontiere si può anche considerare una protesta legittima, ma ha posto il problema all'ordine del giorno della stampa e della televisione, con il risultato di far precipitare il consumo di carne.
In questo momento ci troviamo di fronte ad una situazione paradossale. Come sappiamo, in Italia da otto anni i ruminanti non vengono più alimentati con farine di origine animale. Nel nostro paese non si sono verificati casi di encefalopatia spongiforme bovina, salvo due eccezioni riguardanti capi importati. Il nostro tessuto di allevamenti, quindi, è sano e protetto. Abbiamo un servizio veterinario di altissima professionalità e qualità, che per noi è motivo di vanto e di onore. In Italia questo servizio dispone di 5 mila veterinari, mentre la Francia ne ha 800, pur avendo una densità di popolazione bovina nettamente superiore alla nostra ed una estensione territoriale doppia. Nel nostro paese, quindi, vi sono tutti gli strumenti per garantire la sicurezza degli alimenti.
Voglio ricordare (lo ha ricordato anche il presidente con riferimento alla vicenda dei polli alla diossina) che in Italia si è intervenuti tempestivamente e non si è riscontrato nessun caso. Mi dispiace che da parte del Governo vi sia stata un po' di confusione e che si sia affermato in maniera impropria che si potrebbe ricorrere alla cassa integrazione anche nel settore agricolo. Vorrei sommessamente ricordare che la cassa integrazione comporta o la riduzione del movimento delle macchine o l'arresto delle stesse. I bovini mangiano tutti i giorni, due volte al giorno: non si può assolutamente pensare di dare forme di integrazione salariale ai dipendenti agricoli se le stalle sono piene di bovini che non possono essere venduti. Vi sono 120 mila capi pronti per la macellazione, che costituiscono un aggravio di costi per gli allevamenti zootecnici e che non possono essere collocati sul mercato perché vi è stato il crollo del consumo di carne bovina.
A me sta bene che il provvedimento approvato stamattina rafforzi la sicurezza alimentare e incentivi i controlli. Ma dobbiamo pensare anche all'altra faccia della medaglia: da una parte, infatti, vi sono la sicurezza alimentare e la garanzia per il consumatore, dall'altra vi è il ristoro dei danni agli allevatori, che hanno le stalle strapiene di bestiame che non può essere collocato sul mercato. Dobbiamo ragionare anche in prospettiva, perché è stata interrotta la filiera dell'allevamento; il blocco dell'importazione di bovini da ristallo provenienti dalla Francia ci impedirà sicuramente nei prossimi mesi e nei prossimi anni di sostituire i capi. Intendo dire che questi capi, che prima o poi saranno svenduti e macellati (perché quando raggiungono certe dimensioni devono essere necessariamente venduti), non avranno la sostituzione in stalla. Alcune stalle, quindi, abbandoneranno l'allevamento ed avremo ancora una volta un deficit alimentare superiore a quello attuale. Vi ricordo che oggi riusciamo a soddisfare, a fatica, metà del fabbisogno di carne bovina del nostro paese. Le importazioni, quindi, sono necessarie e devono avvenire con adeguate garanzie per i consumatori. In questo modo, invece, si è arrecato un danno secondo me irreversibile ad un settore che era già in crisi in quanto non aveva una remunerazione equa e giusta rispetto ai sacrifici. Nel nostro paese, infatti, l'allevamento di bestiame è un grosso sacrificio.
Dobbiamo inoltre sfatare un luogo comune. Si è sempre detto che gli allevamenti


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estensivi sono preferibili rispetto a quelli intensivi. In Francia vi sono gli allevamenti estensivi e in Italia quelli intensivi: ebbene, in Francia c'è il morbo della «mucca pazza», mentre in Italia non si registrano casi di encefalopatia spongiforme bovina.
La riflessione che dobbiamo fare, quindi, è la seguente. Abbiamo approvato una parte di una legge che deve essere necessariamente integrata con un'ulteriore parte che contempli il ristoro dei danni subiti dagli allevatori. Dobbiamo soprattutto porci un'altra domanda: se sono state messe al bando tutte le farine di origine animale e tutti gli organismi geneticamente modificati per l'alimentazione del bestiame, le proteine dove le andiamo a prendere? Il bestiame cresce e si ingrassa grazie alle proteine: non può mangiare solo erba o fieno. Bisognerà quindi pensare a forme di integrazione dell'alimentazione dei bovini. Tra l'altro, la soia, che è l'integratore per eccellenza dei mangimi, per l'85 per cento è ormai geneticamente modificata.
In conclusione, auspico che, al di là delle luci della ribalta che possono dare molta visibilità a qualcuno ma non risolvono il problema, si affrontino questi aspetti fondamentali.

MARIO PRESTAMBURGO. Signor presidente, visto che è presente il rappresentante del Governo, vorrei aggiungere una cosa.
Sono d'accordo con quanto ha detto l'onorevole de Ghislanzoni Cardoli a conclusione del suo intervento. Adesso si pone il problema di quale provvedimento suggerire al Governo. A mio avviso, ve ne è uno solo: l'Unione europea deve autorizzare l'ammasso delle carni, che sia immediato e dia un prezzo equo. Questo è l'unico provvedimento possibile per risolvere il problema. Il Governo, poi, stia anche un po' zitto!

LUIGI NOCERA, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. Credo che in merito al provvedimento di cui si parla siano state dette molte cose, vere e false, di più e di tutto.
Il problema della BSE ha investito non solo la nostra nazione ma tutta la Comunità europea. Ognuno di noi ha le sue opinioni e i suoi suggerimenti per uscire da questa fase. Credo che il Governo abbia adottato le misure urgenti per far fronte alla situazione che si stava determinando e che da parte del Ministero per le politiche agricole e forestali vi sia stata attenzione nei confronti di un provvedimento che, tra l'altro, investiva anche altri ministeri.
Questo è un primo passo. Adesso dobbiamo preoccuparci del crollo del mercato e di tutta la filiera. Stiamo valutando diverse ipotesi, e non solo quella che si proponeva rispetto all'ammasso del bestiame. Da parte nostra, quindi, vi è la consapevolezza di aver fatto quello che in questo momento andava fatto nel migliore dei modi, tenendo conto delle preoccupazioni del mondo agricolo. Concordo con quanto ha detto il presidente in merito alla BSE, cioè sul fatto che da parte dei mass media vi è stato un atteggiamento esagerato, che ha determinato il crollo del mercato. Il nostro è un mercato sano dal punto di vista qualitativo. Non bisogna fare della demagogia su questo problema, perché esso investe l'economia di un settore che ha un'enorme rilevanza.

PRESIDENTE. Dichiaro conclusa la trattazione della relazione sulla missione svolta in Lombardia da una delegazione della Commissione nei giorni 26 e 27 ottobre 2000.

La seduta termina alle 15.45.