IX COMMISSIONE
TRASPORTI, POSTE E TELECOMUNICAZIONI

INDAGINE CONOSCITIVA
SUL SETTORE DELLE TELECOMUNICAZIONI


Seduta di mercoledý 23 ottobre 1996


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La seduta comincia alle 10,20.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Propongo che la pubblicità dei lavori della Commissione nell'odierna seduta sia assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
Se non vi sono obiezioni, rimane così stabilito.
(Così rimane stabilito).

Audizione dei rappresentanti di STET, Telecom e Telecom Italia mobile.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul settore delle telecomunicazioni - deliberata lo scorso 19 settembre, previa intesa con il Presidente della Camera - l'audizione dei rappresentanti di STET, Telecom e Telecom Italia mobile.
Desidero in primo luogo ringraziare il dottor Pascale, il dottor Chirichigno e l'ingegnere Gamberale per aver cortesemente aderito all'invito che la Commissione ha loro rivolto. L'audizione si inserisce nell'ambito di un'indagine conoscitiva sul settore delle telecomunicazioni, che richiede un approfondimento tematico in ordine ai provvedimenti normativi che sono attualmente all'esame del Senato ma che presto perverranno all'esame della nostra Commissione.
I temi sui quali i nostri ospiti sono chiamati ad esprimere la loro opinione e valutazione sono molteplici. In primo luogo, l'attenzione potrà essere utilmente concentrata sulla questione del servizio universale, sulla sua ampiezza e sulla determinazione dei costi. Vi è poi il problema delle interconnessioni e dei relativi costi, ed ancora il problema, più in generale, delle indicazioni contenute nel disegno di legge Maccanico relativamente alla disciplina delle concessioni e delle autorizzazioni per la costruzioni di reti. Su questo punto, come abbiamo verificato anche ieri sera, vi è qualche problema in ordine appunto alla distinzione fra il regime concessorio e quello autorizzatorio.
Un altro argomento di particolare rilievo e molto attuale è quello della disciplina del servizio DECT e della gara per il terzo gestore nel DCS 1800, un tema che è stato affrontato dal Governo attraverso l'inserimento di un maxiemendamento nel disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 444, anch'esso attualmente all'esame del Senato.
Vi è infine tutta la questione relativa alla privatizzazione della STET. Su questo punto, come tutti ricordate, abbiamo avuto occasione di ascoltare lungamente il presidente dell'IRI Tedeschi, che ci ha fornito alcuni primi dati di valutazione. Sui dati da lui forniti c'è poi stato un ampio ed intenso dibattito. Vorremmo conoscere su questo punto anche le indicazioni e le valutazioni in particolare dell'amministratore delegato della STET che, se lo riterrà, farà certo cosa utile dandoci anche indicazioni in ordine al programma di privatizzazione in fieri della SEAT, con riferimento soprattutto a specifiche questioni: rapporti contrattuali con Telecom, scadenze e modalità, rapporti relativi alla cessione della ILTE, rapporti relativi agli accordi esistenti in ordine a possibilità di


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rinuncia di partecipazione azionaria dei soci per quel che attiene la MMP, quindi tutta una serie di questioni che possono incidere in varia misura sul successo dell'operazione e sulla determinazione del quantum monetario corrispondente in sede di gara per la vendita del 61,27 per cento della partecipazione che l'IRI, dopo il 28 ottobre, avrà nella costituenda società SEAT Spa.
Limiterei a ciò che ho detto l'inquadramento tematico e darei subito la parola innanzitutto al dottor Pascale, riservandomi poi, come gli altri membri della Commissione, di intervenire nel prosieguo della seduta.
Credo che noi dobbiamo porci un termine temporale piuttosto ampio perché la discussione certamente sarà articolata. Penso pertanto che potremmo concludere i nostri lavori verso le 13,15. Se poi riusciremo a concludere prima sarà certamente positivo.
Ringrazio ancora una volta i rappresentanti della STET, di Telecom e di TIM così cortesemente intervenuti e do la parola al dottor Pascale.

ERNESTO PASCALE, Amministratore delegato della STET. Vorrei innanzitutto ringraziare il presidente e gli onorevoli membri della Commissione, anche a nome dei colleghi Chirichigno e Gamberale, per l'opportunità che ci è offerta di rendere conto del nostro lavoro - qualche volta faticoso - al Parlamento che, soprattutto nei tempi che corrono, credo sia molto impegnato nella materia delle telecomunicazioni, materia che è all'ordine del giorno delle economie dei vari paesi occidentali e che necessita appunto di una regolamentazione e di una disciplina in grado di assicurare uno sviluppo ordinato nel futuro.
Vorrei incominciare fornendo alcune indicazioni e alcuni dati in generale sul mercato delle telecomunicazioni. Il mercato mondiale delle telecomunicazioni oggi viene valutato in circa 800 mila miliardi di lire: queste sono grosso modo le dimensioni, con situazioni molto variegate. L'America latina, ad esempio, che oggi pesa per il 10 per cento di questo mercato, si sta avviando lentamente a pesare il 20 per cento (questo avverrà, si suppone, nel giro di 10 anni). E bisogna tener conto che il mercato di 800 mila miliardi si accresce all'incirca ad una media del 7 per cento annuo. In Cina, in India e in Indonesia, dove nel 2005 sarà concentrato quasi il 40 per cento della popolazione mondiale, oggi si registra una densità del 4 per cento per quanto concerne le linee telefoniche, meno del 6 per cento di tutte le linee del mondo, nonostante si concentri in quei paesi, come dicevo, circa il 40 per cento della popolazione mondiale.
Questo mercato di 800 mila miliardi è fatto, per l'84 per cento, da mercato di servizi di telecomunicazioni prestati in sede domestica, cioè paese per paese; un 10 per cento è invece formato dalle attività internazionali ed il restante 6 per cento è costituito dai cosiddetti servizi globali, quei servizi seamless che, soprattutto le multinazionali, vogliono analoghi in tutti i paesi del mondo. Di questo 6 per cento rappresentato dai servizi globali, i tre quarti, quindi il 4,5 per cento, sono sempre servizi domestici di tipo globale, l'1,5 per cento è la parte internazionale. Possiamo quindi dire che, grosso modo, l'88 per cento di tutto il mercato è formato da servizi nazionali e il 12 per cento da servizi internazionali.
Quali sono oggi le linee di tendenza, per lo meno quelle che noi riusciamo ad intravedere?
Il primo elemento più importante è la convergenza telecomunicazioni-tecnologia dell'informazione. Tale convergenza si realizza in tre momenti diversi. In primo luogo, nella gestione della rete e della clientela, dove il processo di informatizzazione diventa così spinto che i servizi di tecnologia dell'informazione si vanno ad integrare con quelli delle telecomunicazioni (cioè il servizio che viene prestato alla clientela, la gestione della stessa, l'allacciamento a nuovi servizi oppure tutte le riconfigurazioni della rete, insomma tutto quello che può concernere questo tipo di domanda è realizzato attraverso un'integrazione telecomunicazioni-tecnologia dell'informazione).


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Altro punto di integrazione, che diventa sempre più importante, è la realizzazione di piattaforme informatiche, che già esistono ma che si stanno evolvendo per fornire una serie di servizi alla clientela. I servizi in questione che oggi vengono prestati alla clientela sono soprattutto l'Electronic mail e l'EDI (Electronic data interchange). Questi servizi stanno acquistando uno spessore sempre maggiore e potranno diventare, a seconda di come si comporteranno gli operatori, servizi di massa veri e propri. Faccio un esempio: tutti noi dobbiamo compilare la denuncia dei redditi per il fisco e possiamo trovare in rete quell'intelligenza o quella capacità di elaborazione per cui, immessi alcuni dati, ci viene sfornata la nostra denuncia. Per le aziende, potrebbero essere date in rete le paghe per i dipendenti e tutta una serie di servizi concernenti lo stoccaggio e il magazzino. Questa è l'evoluzione che si pensa si possa avere nella rete.
Il terzo punto di convergenza si ha proprio nella domanda che viene da un certo tipo di clientela, una clientela elevata, che oggi tende sempre meno a distinguere fra telecomunicazioni ed informatica, nel senso che chiede, ad esempio, l'outsourcing di servizi di telecomunicazioni ed informatica congiuntamente, ossia delega ad un terzo specializzato, e quindi all'operatore di telecomunicazioni o all'esperto di servizi informatici, la prestazione di una serie di servizi integrati che necessitano all'azienda. Dato questo tipo di domanda di servizi, dal punto di vista della tecnologia si può dire che l'evoluzione tecnologica deve accompagnare questa domanda di mercato. L'evoluzione tecnologica che si deve realizzare è quindi quella di avere una rete a larga banda, dove possano passare nello stesso tempo immagini, voci e dati in modo da fornire alla clientela tutti i servizi richiesti, e oltre a ciò quella di rendere questa rete sempre più intelligente, nel senso di avere una serie di capacità di elaborazione che possano essere messe al servizio della clientela di massa. Tutto questo con un'ulteriore possibilità: se i singoli clienti hanno necessità di particolari applicativi, le piattaforme informatiche devono essere in grado di inserire particolari applicativi che servono a singoli clienti o a singoli segmenti di clientela. Pertanto, le scelte tecnologiche devono mirare a soddisfare la domanda che proviene, o si immagina provenga, dal mercato, e devono tenere conto delle esigenze di economicità, di gestione della rete, di gestione della clientela e di offerta dei servizi in concorrenza (questa è la caratteristica di tutti i servizi di questo tipo).
Sempre parlando di mercato, vorrei accennare a quello che avviene nel mondo. Incomincio dagli Stati Uniti. Dopo il Telecommunication act si sono evidenziate due linee di tendenza nettissime (anzi, direi che il il Telecommunication act approvato nello scorso febbraio, tutto sommato, ha convalidato in qualche modo linee di tendenza già presenti sul mercato americano). Si assiste innanzitutto all'integrazione dei gestori di telecomunicazioni fra di loro (per ora ne sono state annunciate tre ed è probabile ve ne sia una quarta), cioè alla fusione vera e propria di gestori di telecomunicazione. Nynex e Bell Atlantic hanno già deciso la fusione; lo hanno fatto già South Western Bell e Pacific Telesys, così come MFS Communication e WorldCom. I primi sono due grossi gestori: uno più grande del gruppo STET, l'altro all'incirca delle stesse dimensioni. Il mondo delle telecomunicazioni americane si va quindi ricompattando. Quale possa essere l'evoluzione finale è difficile dirlo. Gli analisti non sono concordi. La mia impressione personale è che probabilmente, mentre fino al 1984 avevamo una AT&T che faceva la lunga distanza e il locale e che, salvo alcune situazioni particolari di società indipendenti, aveva il monopolio di fatto del mercato americano, nel giro di alcuni anni avremo una serie di AT&T operanti sul mercato americano, tre o quattro, dopo un periodo di transizione in cui vedremo integrarsi dei gestori fra di loro, sia quelli a livello locale sia quelli della lunga distanza. Questa è un'evoluzione possibile, lo vedremo nei prossimi anni.
Seconda linea di tendenza sul mercato americano è la filiera, cioè la convergenza


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video-tecnologia dell'informazione-telecomunicazioni che praticamente si realizza attraverso delle partnership di tipo societario, quindi non solamente attraverso accordi commerciali. È il caso di operatori che venivano dal video, dall'emittenza televisiva, come la Time-Warner, che si occupava di publishing and editing e che ha fatto una serie di accordi US West o ha comprato delle reti cavo per poter realizzare telecomunicazioni integrando tutta la filiera. O ancora, vi è il caso della AT&T, che ha comprato per ora una partecipazione (mi sembra del 3,7 per cento) della Direct TV, con opzione però fino al 30 per cento, collegandosi quindi attraverso partecipazioni societarie con la parte televisiva. Assistiamo pertanto a due movimenti, uno di chi si occupava di informazione - i content provider - che va verso le telecomunicazioni, l'altro di chi faceva telecomunicazioni e va nella direzione dei content provider.
Sul mercato europeo dobbiamo prestare attenzione ad una serie di fenomeni. In primo luogo vi sono stati dei tentativi di concentrazione. Mi riferisco a quello della Cable & Wireless-Bt, poi non andato a buon fine. Vi è però un accordo, per ora solo commerciale, che non coinvolge i due paesi, fra British Telecom e France Telecom. Vi è poi un accordo che potrebbe portare (a mio avviso sarà così: Le Figaro ne ha parlato un paio di settimane fa) ad una grossa integrazione fra France Telecom e Deutsche Telekom, questa integrazione creerebbe un colosso con un mercato molto ampio, fra i più ricchi dell'Europa, un competitore di grossissime dimensioni.
Come negli Stati Uniti d'America assistiamo poi ad un altro fenomeno, cioè ad una serie di collegamenti fra operatori di telecomunicazioni e content provider. Per esempio, vi è il caso di Murdoch con BSKYB che ha fatto un accordo con British Telecom, e l'accordo, che adesso viene messo in forse, tra Bertelsmann e Deutsche Telekom nella società MMBG. Vi è poi Canal Plus che ha un accordo con France Telecom. Anche questo mondo è in totale evoluzione. Assistiamo comunque in Europa a questo avvicinamento fra content provider e operatori di telecomunicazioni per realizzare business in comune. Un ultimo punto: i content provider, soprattutto quelli francesi e tedeschi, sia pure attraverso varie vicende, stanno stringendo una serie di intese di carattere commerciale. Quasi tutti i giorni abbiamo notizia delle iniziative in Germania di Bertelsmann e Kirch, che ora vanno d'accordo, ora no, a volte per l'attività di content provider, a volte per lo standard del decoder da usare per usufruire dei servizi televisivi. Bertelsmann ha comprato il 50 per cento della lussemburghese Clt, ha stretto accordi con Atlas e Canal Plus; vi sono delle intese con Murdoch in cui sembra che abbia preso il sopravvento Kirch; anche il sudafricano Ruppert opera in questo scenario. Si sta creando, insomma, per lo meno nell'Europa del nord, una serie di accordi fra content provider, che hanno come contenuto produzioni, occupazione di canali commerciali, attività più forti in questo tipo di business.
Quali possono essere le conseguenze di tale situazione per il nostro paese? La prima è che dobbiamo parlare di un mercato che non è più nazionale; lo verifichiamo in Italia con la presenza di diversi operatori stranieri, anche se abbinati con italiani: Albacom, per esempio, significa non tanto Mediaset e Banca nazionale del lavoro ma soprattutto BT, un grossissimo operatore. Anche nel caso dell'Olivetti si potrebbe arrivare (ancora non lo sappiamo) ad un accordo con France Telecom e Deutsche Telekom, due grossissimi operatori; ve ne sono altri di notevoli dimensioni, sempre sul mercato italiano, come la Cable & Wireless, la AT&T, la KDV. Non mi sembra più possibile, quindi, parlare di un mercato italiano: siamo di fronte ad un mercato internazionale, che si va globalizzando, nel quale l'unità di misura minima diventa l'Europa.
La seconda considerazione riguarda la STET nel suo insieme, che in Italia può sembrare una grande azienda, secondo qualcuno troppo grande, o addirittura troppo invadente: la realtà è che la STET è la sesta nel mondo, ma a seguito delle


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concentrazioni americane sta diventando settima, ottava o nona, mentre in Europa è la quarta, dopo BT, Deutsche Telekom e France Telecom. Vi è inoltre la possibilità di trovarsi di fronte ad un colosso che potrebbe prodursi da uno scambio di azioni, che è stato già preventivato dal giornale francese Le Figaro due settimane fa, anche se non sappiamo se avverrà o meno: d'altronde, le azioni della Deutsche Telekom e della France Telecom ancora non sono sul mercato, per cui può essere prematuro pensare a questa ipotesi, anche se sono convinto che nel giro di pochissimi anni questo tipo di integrazione potrà avvenire. Tutto sommato, siamo quarti in Europa e dovremmo porci l'obiettivo di diventare terzi, o secondi: dobbiamo comunque lottare contro grossi competitor. È di questo che bisogna tenere conto quando si valuta l'attività della STET, che certamente pesa molto nel settore delle telecomunicazioni italiane ma purtroppo molto di meno in ambito europeo e mondiale.
La terza considerazione è che nei paesi industrializzati esiste una filiera che si va compattando fra content provider, tecnologia dell'informazione e operatori di telecomunicazione, sotto diverse forme (sia accordi commerciali, sia partnership). In questa fase, infatti, il business è unico, in quanto i margini su un nuovo business sono ancora limitati: vi è quindi la necessità di compattare le forze e bisognerà verificare se nel futuro vi saranno cambiamenti.
Possiamo ricordare, per esempio, che editori e stampatori (non so se il parallelo sia del tutto valido) avevano negli Stati Uniti ed in Europa un mercato che tendeva ad essere unico, per cui si fondevano; più tardi, con l'evoluzione del mercato, si sono riseparati (negli Stati Uniti sono ormai separati ed in Europa si stanno separando). Avverrà lo stesso nel settore delle telecomunicazioni? Lo vedremo negli anni futuri: tuttavia, in questi primi anni, chi vuole vincere nella competizione sul business tende a compattarsi.
Una quarta considerazione porta a notare (anche se come STET siamo in qualche modo fuori da questi temi) una certa assenza dei content provider italiani dal ciclo di accordi che si stringono oggi soprattutto nei paesi del nord Europa, in particolare in Francia e Germania, con un certo coinvolgimento anche della Gran Bretagna. L'Italia sembra completamente esclusa, almeno da questa prima fase: probabilmente siamo troppo concentrati sui problemi di casa nostra, ma se non reagiamo per tempo ci troveremo a confrontarci con una forza che può essere molto incisiva, perché la società dell'informazione fa assumere ai content provider un ruolo importantissimo (e credo che i cittadini italiani non vorrebbero che tale ruolo venisse svolto da operatori stranieri).
Questa è la situazione generale: per passare a temi più specifici di casa nostra, il gruppo STET ha un programma di investimenti per circa 36 mila miliardi; prevede forti tassi di crescita nel settore delle telecomunicazioni; è impegnata, assumendo anche rischi imprenditoriali, a fare evolvere le tecnologie e a sollecitare il mercato italiano con l'offerta di nuovi servizi, per poterci trovare nel 2000, quando probabilmente saremo nella fase di più forte competizione, con una certa forza e capacità. Ricordo che i nostri competitor sono non tanto i privati che entrano nel mercato (i quali, credo, potranno crescere e diventare di grandi dimensioni, ma hanno bisogno ancora di tempo) quanto gli operatori di telecomunicazioni che già esistono ed operano in altri paesi del mondo. D'altronde, gli stranieri si affacceranno sempre di più sul mercato italiano ed europeo. Su questo processo di cambiamento si innescano le due questioni richiamate dal presidente: la liberalizzazione e la privatizzazione, questioni che, come ho già avuto modo di osservare in precedenti occasioni, considero alla stregua di due sorelle gemelle. Nonostante la liberalizzazione sia stata concepita prima, la privatizzazione rappresenta l'altro aspetto dello stesso problema, pur venendo in luce immediatamente dopo il primo.
Siamo completamente a favore della liberalizzazione, che consideriamo un processo irreversibile nel suo procedere e che ha una lunga storia alle spalle,


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discendendo dalla ricerca che ha portato all'introduzione di nuove tecnologie e, quindi, di un nuovo tipo di domanda del mercato che addirittura può essere personalizzata. Si tratta di un processo - come posso dire? - inevitabile e rappresenta, a nostro avviso, un'occasione da cavalcare, che ovviamente comporterà dei rischi ma, nel contempo, produrrà anche grandissime opportunità. Siamo certi che perderemo quote sul mercato italiano ma crediamo anche che quest'ultimo avrebbe la possibilità di svilupparsi con un ritmo maggiore, nel senso che la parte di torta che riusciremmo a conquistare potrebbe essere più grande dell'intera torta monopolistica. Inoltre, riteniamo che le opportunità che ci sono offerte da una serie di altri paesi potrebbero compensare, con gli interessi, le inevitabili perdite di quote sul mercato italiano.
A nostro modo di vedere, è importante che la liberalizzazione sia realizzata in base a determinati criteri. Credere alla competizione e alla concorrenza - così come noi crediamo - significa individuare in questo sistema uno strumento idoneo a sviluppare il mercato e a recare beneficio ai consumatori. L'introduzione della concorrenza, pertanto, è soltanto uno strumento, dal momento che lo scopo è appunto quello di sviluppare il mercato a beneficio dei consumatori.
Abbiamo ascoltato considerazioni, che spero siano superate, in merito alla possibilità di varie asimmetrie, nel senso di ritenere che la possibilità di introdurre un regime di concorrenza debba essere connessa ad una serie di misure che, per così dire, leghino le mani agli operatori delle comunicazioni. Questo legare le mani significherebbe confondere lo strumento con il fine. Potrebbe anche verificarsi che, ricorrendo ad un'iniziativa di questo genere, si introduca più velocemente il regime di concorrenza. Si tratta comunque di un aspetto discutibile; ciò che è sicuro è che rallentare lo sviluppo del mercato creando impedimenti ad una grossa componente non porta beneficio ai consumatori, in specie se il tutto è fondato sulla previsione che dopo 10 o 15 anni ogni cosa andrà meglio. Ciò significa - ripeto - confondere lo strumento con il fine. Credo che il Telecomunication act sia un buon esempio di come si possa sviluppare la concorrenza a tutto campo e senza asimmetrie. Ricordo che una società primaria di consulenza, il Wefa Group, ha previsto che nei prossimi dieci anni negli Stati Uniti ci saranno 3,4 milioni di nuovi posti di lavoro in conseguenza ed in applicazione del Telecomunication act, così come è stato impostato. Il settore delle telecomunicazioni crea quindi occupazione nuova.
Riprendendo il tema della liberalizzazione, credo si debba consentire agli operatori esistenti di svolgere la loro attività senza creare nuovi ostacoli. Spesso si propone un confronto fra l'Italia e gli Stati Uniti. In particolare, si è sostenuto che, mentre negli Stati Uniti vi sono stati vitelli trasformatisi poi in torelli in grado di combattere in una competizione, in Italia ciò non è avvenuto. Ritengo che la comparazione Italia-Stati Uniti sia profondamente errata. Agli Stati Uniti può essere paragonata l'Europa, non l'Italia; il nostro paese, rispetto agli Stati Uniti, è una delle sette Baby Bell hard block esistenti. Quando si fondono due hard block diventano più grosse di noi...! Sapete che il territorio degli Stati Uniti è diviso in sette aree, oltre a quello della GT. In ognuna di queste aree opera una Baby Bell. Noi siamo paragonabili ad una di queste, non agli Stati Uniti. L'Europa, invece, è paragonabile agli Stati Uniti, dove le cosiddette Baby Bell sono gli stati nazionali. In questi ultimi, che fanno attività di telecomunicazione sia domestica sia internazionale, ci sono vitelli, torelli, gente che ha combattuto e che seguita a combattere. Rispetto agli Stati Uniti, c'è una differenza: il traffico internazionale, quello da paese a paese, di solito lo gestiamo con un rapporto di corrispondenza. Quello che, per esempio, dobbiamo mandare a Parigi, lo gestiamo in genere insieme a France Telecom e non in concorrenza. Per la verità, la concorrenza in parte esiste, ma il grosso dei rapporti è di corrispondenza. I principi del Telecomunication act saranno


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adottati, come sembra, in Europa e nei vari paesi: quindi, diventeremo concorrenti e potremo andare ad operare in una serie di altri paesi, come la Francia, dove abbiamo potuto concludere accordi con operatori locali per operare su quel mercato. Occorre quindi essere molto attenti a proporre comparazioni con gli Stati Uniti.
Sempre in tema di liberalizzazione, la crescita della rete italiana, il suo miglioramento, il suo evolversi verso la rete a larga banda, di cui un segmento è dato dalla cosiddetta cablatura, che tanta attenzione ha attirato, comporta la possibilità di realizzare una rete in grado di offrire tutti i servizi di telecomunicazione. Questo significa anche offrire un grosso stimolo per la concorrenza. Infatti, il potenziale concorrente può entrare nel mercato senza che gli sia richiesto un investimento incisivo e significativo. Gli inglesi hanno sbagliato nell'esperimento che hanno fatto, come ormai sembra sia riconosciuto dallo stesso Parlamento di quel paese; l'esperimento è stato finalizzato a creare la competizione, richiedendo agli operatori di realizzare una loro rete come condizione necessaria. Si è trattato di un errore perché sul mercato sono entrati solo alcuni operatori, quelli più grandi, in genere gli americani. Se vogliamo realizzare le condizioni per una concorrenza vivace nel nostro paese, non dovremo mai richiedere a chi entra in un nuovo mercato di sopportare un investimento eccessivamente elevato. Occorre però dargli la libertà di fare tutto ciò che ritiene di poter fare, di realizzare qualsiasi infrastruttura. Sarà il mercato - o, meglio, ciascuno degli operatori, nell'ambito dello stesso - a stabilire quale infrastruttura vada realizzata. Credo che le prime infrastrutture saranno i concentratori, le centrali di commutazione, la parte trasmissiva; infine, qualcuno arriverà a realizzare anche la cablatura con l'ultimo miglio. Si tratterà di un'evoluzione del mercato, rispetto alla quale non possono essere ipotizzati obblighi, così come è stato fatto in Gran Bretagna.
Sempre in materia di liberalizzazione, si pongono grossi problemi. Per esempio, si tratta di decidere sul servizio universale. A mio avviso, quest'ultimo va considerato come un concetto dinamico: si tratterà di una serie di servizi che potranno essere forniti, fino all'accesso in fibra ottica. Il servizio universale è un costo: quanto più esso è limitato tanto più le tariffe sono equilibrate. Se le tariffe sono equilibrate, il costo può essere anche abbastanza limitato. In Italia il costo è ancora altissimo proprio perché non vi è ancora un equilibrio delle tariffe, nonostante si siano fatti passi in avanti notevoli, anche per effetto dei recenti provvedimenti. Si tratta di un percorso che altri paesi hanno già fatto, che noi stiamo facendo e che speriamo di completare al più presto, con l'obiettivo di giungere ad una correlazione tra costi e ricavi e tra costi e prezzi. In altre parole, per il servizio io devo chiedere al cliente un prezzo che sia proporzionato al costo che il cliente stesso mi procura richiedendo quel tipo di servizio, quindi cercando di limitare al massimo le mutualizzazioni che sono all'interno del sistema. È chiaro che il sistema costa. Noi siamo dell'opinione che il servizio universale debba essere fatto a costi effettivi, distribuiti, altrimenti andremmo a gravare sull'operatore principale di telecomunicazione.
C'è, poi, da fare una distinzione tra interconnessione e accesso, che non so se sia stata ben puntualizzata dalla legge. L'interconnessione si determina quando due operatori di telecomunicazioni interconnettono tra loro; l'accesso, invece, quando un operatore deve accedere alla rete solo per fornire servizi di altra natura, che possono pure essere collegati alle telecomunicazioni, ma senza che quell'operatore sia di per sé un operatore di telecomunicazioni.
Il presidente ha accennato ad una serie di argomenti. Innanzitutto, per quanto riguarda il DECT, trovo alquanto singolare, anzi sconcertante, se deve esserci un'istruttoria, che si sappia già come la pensa il collegio giudicante inaudita altera parte. A parte questo, comunque, va precisato che più che un servizio il DECT è una tecnologia, è l'estensione di un servizio che viene già dato; è sicuramente mobile, è una facility che viene offerta al cliente e


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che può essere resa da tutti. A prescindere dal fatto che Telecom è concessionario di questi servizi, chiunque può fare un DECT. In un ospedale, ad esempio, c'è un centralino nel quale, attraverso cordless che possono avere un'estensione più ampia, già si realizza una limitata forma di DECT. Se si vuole, poi, la si può fare più espansa e non credo che vi siano limitazioni, poiché si tratta di un servizio completamente liberalizzato. Nell'ambito della liberalizzazione, dunque, penso sia giusto che possa essere offerto alla clientela un tale servizio aggiuntivo.
Passo, ora, rapidamente alle privatizzazioni e concludo, poiché credo di essermi dilungato veramente troppo. Direi che le privatizzazioni sono la conseguenza diretta della liberalizzazione e vorrei chiarire quale sia il mio concetto di privatizzazione con riferimento alle telecomunicazioni. È un nuovo ciclo economico nel quale lo Stato - come altri Stati di altri paesi industrializzati - si concentra sul suo core business, ritenendo di dover affidare ai privati quelle attività operative di carattere economico che questi ultimi possono svolgere meglio dello Stato e che comunque, come ho detto, non rientrano nel core business dello Stato. È una tendenza che esiste in tutti i paesi industrializzati e credo che possa essere benefica per l'Italia, quindi noi siamo favorevoli alla privatizzazione.
Per quanto ci concerne, riteniamo di gestire un settore nel quale c'è ancora molto da fare e da migliorare, ma che tuttavia ha realizzato una tecnologia e dei servizi che oggi sono paragonabili addirittura a quelli americani. Ripeto che c'è molto da fare, incominciando dalla cortesia con la quale dobbiamo imparare a seguire i clienti, poiché veniamo da una storia di monopolio; comunque, come ho detto, siamo in una situazione ormai vicina a quella americana e certamente di punta in Europa. Abbiamo una offerta di servizi differenziata tra nord e sud, con installazioni tecnologiche, sia a nord che a sud, paragonabili a quelle degli altri. Abbiamo un management che si può paragonare al management privato italiano o a quello degli altri operatori delle telecomunicazioni. Quindi, non è in questo campo che si deve trovare la ragione della privatizzazione, ma piuttosto, in una scelta di carattere economico.
Questa privatizzazione è stata dal Governo fissata in calendario per febbraio-marzo 1997: una finestra finanziaria che si apre dopo che Deutsche Telekom avrà iniziato nel prossimo ottobre-novembre a collocare le azioni sul mercato e prima che, in aprile, inizi tale collocamento France Telecom, così come ha preannunciato. Pare che vi sia anche l'intenzione, non ancora definita, del Governo spagnolo di cedere l'ultimo 21 per cento che possiede della Telefonica spagnola, probabilmente tra la fine di gennaio e la prima settimana di febbraio.
Per poter procedere alla privatizzazione è necessario, come stabilisce la legge, che sia prima costituita l'authority e sono previsti circa due mesi - come tempi tecnici - per provvedere al collocamento, per introdurre la golden share e i diritti che questa prevede, per poter fare il road show, ossia per assicurare che il collocamento sia un successo. Questo della authority è un problema che potrebbe mettere a rischio il calendario della privatizzazione, a meno che il Parlamento, nella sua sovranità, non decida di poterlo risolvere entro un certo tempo. Personalmente mi permetto di osservare che, nelle sue linee generali, l'authority è stata già definita nella legge approvata dal precedente Parlamento - esiste pure un modello rappresentato dall'authority per l'energia -: significa soprattutto trasferire dei poteri, che già esistono nell'ambito del ministero, ad un corpo autonomo dalla responsabilità politica. Tuttavia, in sé stessa, tenuto conto di quanto ha già deciso il Parlamento in passato, l'autorithy non coinvolge questioni di principio, per cui non credo che il problema richieda lunghissimo tempo per essere definito.
Per quanto riguarda la SEAT, ricordo che il 28 ottobre prossimo si svolgerà l'assemblea della STET, che deciderà lo splitting in due società: una costituita dalla STET per i settori dell'informatica, delle


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telecomunicazioni, dell'engineering, dell'istallazione, del manifatturiero, e la STET 2, che si chiamerà SEAT, e che comprende gli elenchi telefonici, l'editoria per gli elenchi telefonici, la relativa raccolta di pubblicità, la stampa, con l'ILTE, ed una serie di altre attività minori. La ragione di questo splitting deciso dal Ministero del tesoro è quella di valorizzare a favore degli azionisti queste partecipazioni.
È certo che ci sono delle interconnessioni tra le attività che noi svolgiamo e quelle che riguardano gli elenchi degli abbonati e le Pagine gialle; è anche vero che, una volta deciso il vincitore, non è detto che non si possano raggiungere accordi, a seconda di chi sarà il vincitore e di quale potrà essere il contenuto degli accordi stessi.
Credo di aver così concluso e mi scuso per essermi dilungato troppo.

PRESIDENTE. Abbiamo ascoltato il dottor Pascale con grande interesse: gli amministratori delegati di Telecom e TIM, se lo desiderano, possono aggiungere ulteriori considerazioni.

VITO GAMBERALE, Amministratore delegato di Telecom Italia mobile. Ritengo che il nostro gruppo possa essere rappresentato unitariamente dall'amministratore delegato della STET, per cui sarà forse meglio rispondere alle domande dei commissari anziché aggiungere ulteriori relazioni.

PRESIDENTE. Invito i membri della Commissione a rivolgere le proprie domande agli amministratori delegati di STET, Telecom e TIM.

EDUARDO BRUNO. Signor presidente, sull'ordine dei lavori: in considerazione della rilevanza degli argomenti, si potrebbe valutare la possibilità di svolgere l'audizione fino alle 13, come lei ha indicato, ma anche di aggiornare il dibattito se necessario.

PRESIDENTE. Onorevole Bruno, ci regoleremo in relazione agli esiti del dibattito: se necessario, approfitteremo ulteriormente della cortesia dei nostri ospiti.

ITALO BOCCHINO. Il dottor Pascale ha illustrato ampiamente gli scenari, cui è interessata la STET, relativi ad un settore di competenza della nostra Commissione, sul quale si sta svolgendo un grande dibattito politico ed economico (anche in relazione alla nuova legislazione da introdurre). Egli ha dedicato la parte iniziale del suo intervento al ruolo strategico della STET nel mercato internazionale, sottolineando che bisogna tenere conto di competitor molto forti ed agguerriti: personalmente ritengo che l'azienda debba essere tutelata in quanto finanziaria delle telecomunicazioni nazionali sul mercato, per cui desidero porre alcune domande. In primo luogo, cosa sta facendo la STET negli altri mercati, in cui si verifica l'aggressione cui si accennava? Quali ritorni economici, per esempio, si prevedono dalla presenza nel mercato delle telecomunicazioni cubane? Quali investimenti e risultati ci si attende dalla presenza in Grecia? Quali ritorni si prevedono sui servizi a valore aggiunto attraverso la Telemedia international?
Passando a problemi diversi, non strategici ed internazionali ma relativi a TIM e Telecom, vorrei sapere se vi sia l'intenzione di riordinare le tariffe TACS, favorendo le chiamate nel distretto di appartenenza. Inoltre, per il DECT il dottor Pascale non ha del tutto chiarito la questione; egli ha affermato che si tratta di un servizio mobile ma secondo il dottor Chirichigno è un servizio di telefonia fissa: cosa ne pensa, invece, il dottor Gamberale? Sicuramente non possiamo fermare una tecnologia, ma rischiamo di tagliare le gambe a chi investirà sul DGS 1800, che sarà soprattutto un servizio per le aree metropolitane.
Inoltre, quali sono gli investimenti e a che punto siamo nella telefonia satellitare? La TIM ritiene congrui i costi di interconnessione alla rete fissa o ritiene che sia opportuno regolamentarli in altro modo? Infine, qual è l'investimento complessivo per la cablatura in fibra ottica del territorio nazionale e da quali aree si


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vuole partire? Parlando del servizio universale, il dottor Pascale ha affermato che l'obiettivo sarebbe addirittura fornire la fibra ottica a tutti: quale sarebbe l'investimento totale ed esiste un accordo con la Stream per gestire in questo quadro anche la TV via cavo?

CESARE DE PICCOLI. Il dottor Pascale ha riconfermato scelte ed argomentazioni che in più occasioni avevamo avuto modo di valutare, mostrando da questo punto di vista coerenza. Ritengo, però, utili alcuni chiarimenti. In primo luogo, mi sembra che si stia trovando sempre più il consenso sul fatto che il venir meno di un mercato nazionale delle telecomunicazioni non fa venir meno l'interesse paese; probabilmente su quest'ultimo concetto vi sono opinioni diverse ma finché gli Stati nazionali esisteranno (e sarà, checché qualcuno ne pensi, per un periodo non breve) vi sarà un conflitto fra interessi dei diversi paesi, a livello internazionale ed anche nella stessa Unione europea. Da questo punto di vista, la STET è chiamata a svolgere un ruolo strategico, per cui ne consegue una scelta contraria al suo smembramento nell'ambito della privatizzazione (mi sembra che sia l'orientamento prevalente, a parte alcune attività, come la SEAT, che non fanno parte del core business del gruppo). Le chiedo allora: proprio nella logica del mercato globale, che ha portato ad accorpamenti ed accordi strategici a livello mondiale, soprattutto negli Stati Uniti, ritiene che si debba arrivare ad un accordo strategico della STET con altri gruppi? Se sì, con quali gruppi? Europei o americani? Sono in corso contatti a questo riguardo?
Passando ad un'altra questione, sempre più il mercato delle telecomunicazioni è una filiera che opera su diversi versanti e recenti legislazioni, soprattutto quella americana, favoriscono questa tendenza. Cosa significa tutto ciò per STET? Per esempio, è di una certa attualità la questione del settore informatico dell'Olivetti: a parte le esigenze sociali ed occupazionali, la STET potrebbe essere interessata dal punto di vista imprenditoriale ed industriale (quindi dell'accorpamento della filiera) ad un accordo con il settore informatico dell'Olivetti?
Mi può fornire, poi, informazioni circa i negoziati in corso con il governo russo per quanto riguarda le telecomunicazioni? Inoltre, il presidente Stajano faceva riferimento all'audizione del presidente dell'IRI Tedeschi, nella quale un passaggio ha suscitato in noi alcune perplessità: mi riferisco al valore della STET sul mercato, che non è di poca importanza a pochi mesi dalla sua privatizzazione. Abbiamo visto le modalità con le quali Deutsche Telekom va sul mercato per la privatizzazione e, con riferimento all'interesse del paese e dei potenziali azionisti di domani, vorremmo ricevere assicurazione sulle modalità per definire in maniera certa il valore di STET. Alcune formulazioni indicate dal presidente Tedeschi hanno infatti suscitato qualche preoccupazione: comprendiamo il peso condizionante dei debiti IRI, ma esso non dovrebbe incidere sulla definizione del valore del gruppo STET sul mercato.
Dato che alle telecomunicazioni sarà affidato un ruolo strategico nel futuro della nostra società, le stesse telecomunicazioni si dovranno fare carico anche dello sviluppo del paese, per la loro quota parte, e, soprattutto, del problema occupazionale. Sappiamo tutti che, nel breve periodo, le telecomunicazioni distruggono posti di lavoro e ne creano di nuovi e che, in alcuni casi, ne distruggono molti di più di quanti ne creano. Nel programma STET di 36 mila miliardi quale si prevede possa essere il saldo occupazionale? In che modo, cioè, il programma contribuirà ad affrontare il nodo dell'occupazione?
Quanto alla telefonia locale e al DECT, ho colto due affermazioni che mi sono parse contraddittorie. Da un lato, infatti, ella ha parlato di estensione del servizio (riferendosi, se ho ben compreso, alla telefonia fissa) e, dall'altro, del DECT come servizio mobile. Poiché su questo problema esiste una direttiva della Comunità europea ed è intervenuto un pronunciamento, nella giornata di ieri, da parte del presidente dell'Antitrust, vorrei che al riguardo fossero forniti elementi di chiarezza.


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La direttiva europea è finalizzata ad evitare l'acquisizione di nuove posizioni dominanti. In che modo tutto questo influisce sulla scelta delle varie consociate di STET?

ADOLFO URSO. A differenza dei colleghi che mi hanno preceduto, vorrei richiamare l'attenzione dell'amministratore delegato della STET sugli scenari internazionali. A proposito di questi ultimi, lei ha disegnato un quadro caratterizzato dallo sviluppo della competizione in un mercato globale. In questa sede, però, vorremmo capire, anche alla luce dei provvedimenti legislativi che adotteremo subito dopo che il Senato avrà concluso il suo lavoro, in che modo un'azienda italiana - anzi, l'azienda italiana per eccellenza nel mercato delle telecomunicazioni - potrà operare in questo mercato globale estremamente competitivo.
Lei ha accennato al pericolo di perdere posizioni, se non altro nella graduatoria delle aziende nazionali. Ritiene che il supporto del Governo a tale riguardo possa essere sufficiente? Constatiamo come altri Governi europei, anche a livello di diplomazia e di ambasciate, agiscano come un tutt'uno rispetto all'esigenza di tutelare e conservare un interesse nazionale in questo settore. In tale contesto, qual è il programma di sviluppo degli accordi strategici della STET con riferimento ai paesi nei quali si è tentato di realizzare tali accordi (Russia, Grecia, Repubblica Ceca e Cuba)? Vi è stato un supporto significativo delle nostre ambasciate e del Governo? Insomma, esiste una concezione nazionale finalizzata a tutelare un interesse inquadrato in un settore strategico qual è quello delle comunicazioni, così come accade in altri paesi europei?
Vorrei ora soffermarmi sulle contraddizioni riscontrabili tra le sue dichiarazioni e quelle rese nel corso dell'intervento del presidente dell'Antitrust, Amato. Ieri sera Amato, concludendo in maniera anche spiritosa il suo intervento, ci ha messo in guardia rispetto alle tentazioni della STET, anche con riferimento allo sviluppo del servizio universale. Il presidente dell'Antitrust ci ha invitato a stare attenti e ci ha detto, pressappoco: «La STET mira a che il servizio universale si estenda sempre più, fino a coprire più servizi sociali, con la conseguenza che il mercato verrà abrogato, dal momento che si porrà la necessità di pagare servizi universali». Noi riteniamo che il servizio universale debba essere concepito in maniera dinamica e, quindi, chiediamo: è necessario, come ritiene Amato, prevedere fin d'ora nel provvedimento legislativo in materia un criterio di sviluppo del servizio universale? In che modo, eventualmente, si può realizzare tale obiettivo? Inoltre: il servizio universale può essere affidato anche ad altri soggetti, cioè a tutti quelli competitivi sul mercato?
Tutti noi speriamo di poter avere a disposizione, prima dell'eventuale trasformazione in decreto-legge, che noi contrasteremmo, il testo legislativo del Governo sull'authority. A tale riguardo lei ci ha esortato a fare in fretta. Lo stesso Tedeschi ci aveva indicato il termine del 15 novembre, non solo per il varo dell'authority, ma anche per la configurazione della golden share e dei soggetti che vi dovrebbero partecipare. Tedeschi, in pratica ci ha detto di fare tutto entro il 15 novembre. Se ciò non avvenisse, come è molto probabile, cosa accadrà? Lei ritiene che la data del 15 novembre sia insormontabile? Va anche considerato che l'authority, oltre che varata, dovrà essere istituita ed il Parlamento dovrà votare con il meccanismo, che tra l'altro condividiamo, del voto limitato; si tratterà, inoltre, di individuare dove debba essere collocata. Avete opinioni sulla sua sede? Ritenete possa essere Napoli, Roma o Torino? Il garante per l'editoria, Casavola, ha sollecitato l'istituzione dell'authority a Roma, richiamando esigenze tecniche.
Ieri Amato, a proposito del disegno di legge in materia, si è soffermato sul ruolo eccessivo dei comuni, adombrando l'ipotesi che la procedura burocratica prevista possa rallentare la concorrenza o determinare fenomeni distorsivi della stessa sul mercato, quasi che dietro questa scelta governativa di lasciare ai consorzi dei


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comuni il potere di dare la concessione ci fosse la STET. Amato, in sostanza, ha sostenuto che in questo modo si rallenta lo sviluppo del mercato e che ciò potrebbe corrispondere a un interesse della STET, quasi che quest'ultima seguisse una politica strategica tesa se non a combattere la liberalizzazione, di fatto a frenarla. Sul problema delle concessioni, riteniamo che sia un errore la polverizzazione dei poteri di concessione. Ciò non solo perché - come sostiene Amato - potrebbero crearsi elementi distorsivi del mercato qualora gli enti locali ed i comuni instaurassero trattative per ottenere qualcosa in cambio delle concessioni (magari i servizi sociali); ma anche perché, in tal modo, sarebbe molto difficile garantire a tutti i cittadini un'equa distribuzione delle infrastrutture sul territorio. Potrebbe accadere che i comuni, le città, o le zone a più alto interesse strategico o produttivo fossero coperti ed altri, invece, non coperti per mancanza di interesse di mercato. Dando il potere di concessione ai comuni, in realtà, non si determina quell'elemento di riequilibrio che, invece, potrebbe configurarsi con un unico soggetto nazionale - come accade in Germania, che pure è un paese federale - o con soggetti regionali che possano comunque riequilibrare la distribuzione delle concessioni per garantire la copertura anche delle zone più svantaggiate o meno interessanti dal punto di vista economico.
Inoltre Amato - mi soffermo su questo perché credo sia interesse della Commissione verificare i punti di differenza di soggetti che hanno ottiche differenti: Amato ha il compito di garantire la concorrenza, e di quello deve parlare; lei ha il compito, secondo me, di garantire un'azienda che è la prima azienda italiana in tutti i sensi - ha citato anche il riequilibrio delle tariffe telefoniche come un elemento poco chiaro, sostenendo che dietro questo tentativo di riequilibrio non vi è un'analisi dei costi effettivi. Anzi, il presidente Amato ci ha ieri preannunciato che, per i prossimi anni, la STET non è in condizione di dire quali siano con esattezza i costi dei singoli servizi.

PRESIDENTE. Telecom, in verità.

ADOLFO URSO. Loro stessi dicono che è più o meno la stessa cosa, quindi sarà così!
Peraltro nella sua analisi mi sembra che lei critichi - e questo io lo condivido - il sistema realizzato in Gran Bretagna, che invece ieri Amato ha citato ad esempio, mentre si avvicini, per quanto riguarda anche la difesa degli interessi nazionali, al sistema che si sta realizzando in Francia e che, al contrario, Amato contrastava.
Infine, alcune domande specifiche rispetto al DECT e al TACS, di cui anche ieri si è discusso. Qual è la posizione di Telecom Italia mobile rispetto al terzo gestore per i servizi radiomobili e qual è la posizione rispetto al TACS e al suo sviluppo? Ieri, Amato ci ha fatto capire che quest'ultimo è un sistema in via di abbandono, superato.

VITO GAMBERALE, Amministratore delegato di Telecom Italia mobile. Non mi risulta che la quota circolare sia superata.

ADOLFO URSO. Appunto, comunque era mia intenzione far emergere le posizioni, proprio al fine di capire meglio, grazie all'apporto di persone che hanno sicuramente una capacità tecnica maggiore della nostra, quale sia la situazione, per fare poi, come Commissione, le nostre valutazioni politiche in merito.

PRESIDENTE. Al fine di limitare la latitudine del dibattito, vorrei chiarire che in questa fase, essendo la nostra una indagine conoscitiva sulle telecomunicazioni, non possiamo sollevare problemi sulla gestione economica e sulla gestione imprenditoriale della STET, anche perché esistono ovvi motivi di riservatezza aziendale su talune scelte che, poi, saranno i responsabili a giudicare. Al contrario, ci interessano molto e preliminarmente tutti gli aspetti riconducibili alla normativa in fieri.


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ADOLFO URSO. Mi sono limitato a riprodurre i concetti del presidente Amato.

PRESIDENTE. Non c'era, nelle mie parole, alcun accenno critico nei suoi confronti, onorevole Urso; ci mancherebbe altro! Ho fatto quella precisazione solo per inquadrare meglio quello che potremmo definire il core business della nostra indagine.

ANDREA GUARINO. Vorrei riallacciarmi ad un'affermazione del presidente Pascale, il quale ha dichiarato che a suo giudizio, e sulla base dell'esperienza che si è verificata nel Regno Unito, sarebbe un errore imporre ai new commerce di creare necessariamente una propria rete per affacciarsi sul mercato delle telecomunicazioni, ma va comunque assicurata la libertà di decidere quali infrastrutture vogliano realizzare a tal fine. Diacronicamente prima di questa affermazione, il presidente Pascale ha anche fatto riferimento al Telecommunication act americano, dichiarando che la posizione della STET è di guardare con estremo favore a questo quadro normativo.
L'osservazione che sembra di poter fare a questo punto, sulla base di quello che si sa e degli orientamenti in fieri in ambito nazionale e, invece, della realtà dell'ordinamento federale americano, è che ciò che si intende fare in Italia è, se non antitetico, distante dall'impostazione americana. Distante in che cosa? Per esempio, nell'essere molto meno spinto nella integrazione o convergenza - come l'ha chiamata il presidente Pascale - di servizi multimediali con attività più specificamente di telecomunicazioni. Distante anche in un elemento che, personalmente, ritengo decisivo nella prestazione di un grosso range di servizi di telecomunicazione, cioè l'attribuzione delle frequenze. Peraltro, l'utilizzazione dell'una o dell'altra tecnologia suscita l'interesse ed anche l'emotività delle varie parti al punto che alcuni dei colleghi, presi dall'interesse della questione, hanno addirittura fatto riferimento a supposte affermazioni di Amato a proposito del TACS, quando tutti noi ricordiamo che, ieri, del TACS Amato non ha parlato affatto.
Il punto è questo: l'orientamento della legge Maccanico e, soprattutto, del decreto-legge di ricezione delle direttive comunitarie sembra essere quello di andare verso un sistema di licenze specializzate. Un operatore di telecomunicazioni è autorizzato e/o concessionario per operare come TACS, come GSM, come DCS 1800, ci potrebbe essere un regime giuridico specifico per il DECT, perché è stato detto tutto e il contrario di tutto; quello che mi interessa è che tutti sappiamo che nel Telecommunication act si opera secondo una filosofia opposta: si attribuiscono delle frequenze secondo meccanismi competitivi e si lascia, poi, all'operatore la libertà di utilizzarle come crede. In altre parole, si sdrammatizza la tipologia del servizio, considerandola una specie di scelta tecnologica più o meno libera per gli operatori. Su questo punto ritengo che sarebbe estremamente interessante per i commissari, specialmente nell'ambito di un'indagine conoscitiva - quindi non già di un dibattito politico a favore dell'una o dell'altra norma - conoscere il punto di vista di soggetti qualificati come possono essere gli operatori del gruppo STET.
Correlativo - perché si tratta anche in questo caso di scelte di fondo - è il problema della politica tariffaria e su questo punto occorrerebbe dire che non c'è estrema chiarezza, né riguardo alla situazione attuale né, forse, con riferimento al quadro che potrebbe prefigurarsi in un futuro abbastanza prossimo. In questo momento sembra - sul punto le informazioni sono molto scarse - che ci sia un contrasto tra la prassi, attualmente applicata, di considerare libere, quindi a regime di prezzo e non di tariffe, soltanto determinate attività (mi riferisco al servizio di GSM), mentre tutte le altre attività nell'ambito delle telecomunicazioni dovrebbero ancora essere in regime tariffario amministrato. Sembra, però, che vi sia un parere del Consiglio di Stato che si è espresso in maniera opposta e suggerirei che questa Commissione acquisisse


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tale parere, come elemento conoscitivo, agli atti dell'indagine.

PRESIDENTE. Non mancheremo di farlo, onorevole Guarino. Sa quanto siamo solleciti in questo senso.

ANDREA GUARINO. Questo punto è importante perché nel disegno di legge sulle telecomunicazioni si parla di potestà tariffarie dell'authority regolatrice ed è importante stabilire se tali potestà si inseriscano in un sistema che, a tutt'oggi, è ancora di tariffe amministrate o, invece, si inseriscano in un sistema che deve intendersi, magari inconsapevolmente, già liberalizzato. È evidente, infatti, che le potestà dell'authority dovrebbero necessariamente essere diverse nell'uno o nell'altro caso. Anche su questo punto, al di là delle risultanze del parere del Consiglio di Stato, sarebbe interessante conoscere il punto di vista del gruppo STET.

GIORGIO PANATTONI. Molti problemi sono stati già chiaramente indicati e richiedono una serie di risposte altrettanto chiare; mi limiterò, quindi, ad alcune osservazioni di dettaglio. In primo luogo, condividere la liberalizzazione significa essere d'accordo sul fatto che oggi non è più possibile gestire monopoli nel campo della comunicazione: il mercato si espande in modo vertiginoso e richiede una serie di processi di diversificazione, specializzazione, acquisizione di settori e tecnologie. In questo scenario, perché finora la STET non ha sviluppato alleanze europee? Anche France Telecom e Deutsche Telekom erano monopoli statali ma si sono mosse sul mercato con una diversa elasticità: perché STET non l'ha fatto?
Si ha la sensazione che STET abbia rappresentato, nel mercato italiano, una monade chiusa, o poco aperta a rapporti con terzi: per quale ragione? Quando si parla di golden share a difesa dell'asse nazionale, si intende sostanzialmente difendere un accumulo di competenze e risorse di STET, per non disperderlo con un processo di privatizzazione che potrebbe diminuirne il valore: tutto sommato, però, si tratta di un processo a livello del paese, e non soltanto di STET. La mia domanda è quindi: come mai non vi sono stati accordi con gli altri operatori nazionali, soprattutto in vista dell'integrazione della filiera che oggi riguarda le piattaforme informatiche? Faccio riferimento ad una cultura che STET non ha, o ha in modo molto debole, per cui si trova in una situazione di sostanziale difficoltà nei confronti dei competitor stranieri, che a questo riguardo si sono mossi con maggiore disinvoltura. Quali sono le prospettive di cooperazione nel settore?
Devo peraltro osservare che il mercato si muove ormai con una velocità tale che le competenze si ottengono molto più facilmente per acquisizione che per sviluppo: credo che questo sia uno dei motivi per i quali stiamo assistendo a grandi integrazioni mondiali fra componenti, tecnologie, specializzazioni diverse. In tal senso, mi sembra interessante ed opportuno capire quale sia la posizione della STET rispetto all'intera configurazione dei know how, delle potenzialità e delle tecnologie presenti in Italia.
Passando ad un'altra domanda, quali sono, se vi sono, i piani STET nel settore delle alleanze con i content provider? È un terreno di grande importanza e ci piacerebbe capire se vi sono piani, quali siano e come STET intenda svilupparli.
Sul DECT, mi sia consentito rilevare una contraddizione nel discorso del dottor Pascale: egli ha affermato che lo possono fare tutti ma è falso, perché se è fisso non lo possono assolutamente fare finché non sarà liberalizzato, mentre se è mobile è una cosa diversa. Allora, è mobile o è fisso? Vorrei sapere più chiaramente qual è la vostra posizione; non dico la mia, ma aggiungo solo un'osservazione: mi sembra che il DECT sia una tecnologia di trasmissione radio, il che dovrebbe indirizzare in qualche maniera la discussione sul punto.
Un'ultima questione sul valore della STET e sul processo di privatizzazione: ritenete che il gruppo abbia più valore se tenuto insieme o se diviso in pezzi? È un dibattito ancora aperto; oggi, vi sono già due pezzi: editoria e pubblicità da una parte e


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tutto il resto dall'altra. Si discute insistentemente di valutazione e lo stesso presidente dell'IRI ha accennato all'opportunità di approfondire la vicenda Italtel e Sirti, per cercare di capire meglio se sia o meno opportuno creare un altro pezzo con una sua autonomia (anche per la partecipazione Siemens in Italtel e così via). Qual è la vostra opinione al riguardo?
Infine, non si è accennato alla Finsiel: vi è qualche motivo specifico? Esiste un'opportunità di riprendere questo discorso, magari in termini allargati, proprio sul versante delle sinergie italiane, che mi sembra debba essere insistentemente rappresentato a questo tavolo, proprio perché è un elemento politicamente qualificante nel momento in cui affrontiamo il tema della liberalizzazione e della privatizzazione, per mettere a disposizione del paese quanto si è accumulato in tanti anni di monopolio. A me sembra uno spreco non fare un ragionamento complessivo, che riguardi una valutazione dei punti di forza, di debolezza e di sinergia, per tentare un processo di aggregazione che aggiunga valore alla STET, non solo come azienda ma anche come asse del paese.

ENZO SAVARESE. Voglio innanzitutto rivolgere un ringraziamento, non di rito, al dottor Pascale per la sua esauriente relazione. Ieri sera, durante l'audizione del presidente dell'Autorità antitrust, non sono intervenuto ma ritengo che alcuni problemi emersi possano essere affrontati in questa sede: sono infatti rimasto molto perplesso nell'ascoltare alcune argomentazioni del presidente Amato, che mi ricordava un po' quel giudice che parlando «del bastone e della carota» mostrava di avere sostanzialmente già deciso. Al di là della opinabilità del fatto che un presidente dell'Autorità antitrust sappia già cosa debba fare Stream o cosa sia il DECT (questioni invece, mi sembra di capire, ancora in evoluzione), ho trovato abbastanza strana un'argomentazione sulla larga banda, rispetto alla quale vorrei il conforto dell'opinione di Pascale o Chirichigno. Ieri, se ho ben compreso, Amato ha affermato che la banda larga è sostanzialmente un optional, che non è necessaria per il servizio di telefonia vocale tradizionale: vorrei quindi un chiarimento al riguardo.
Passando ai problemi della liberalizzazione e della privatizzazione, sappiamo benissimo che sono distinti: siamo decisamente a favore della privatizzazione e tuttavia anche della difesa degli interessi nazionali, nell'ambito dell'Europa comunitaria e del mercato globale. Voglio quindi domandare al dottor Pascale: nell'Europa comunitaria, in Francia, Germania, Inghilterra, qual è lo stato della liberalizzazione, non de iure ma de facto? In sostanza, apriamo il nostro mercato ai francesi, ai tedeschi, agli inglesi, de iure e de facto, ma siamo in grado di competere da un punto di vista tecnico e di sistema paese? Non rischiamo di scontrarci, come gli esportatori verso il Giappone, con aspetti di protezionismo, che per esempio mi risulta essere molto forte in Francia? Sono domande che tutti noi dobbiamo porci.
Un'altra considerazione riguarda la sfida globale dell'internazionalizzazione, alla quale ha accennato in precedenza il collega Panattoni. In che modo vi state muovendo a livello di accordi internazionali? Come pensate di porvi rispetto ai mercati più sviluppati, come quello americano?
Concludo, con una valutazione che probabilmente è prematura. Oggi interloquiamo con un soggetto che, comunque sia, dipende in larga misura dal Ministero del tesoro (nel senso che è nella sfera pubblica) ma che in futuro sarà un colosso privato. In Italia nessuno si stupisce che la FIAT produca automobili, alberghi, acqua minerale o che l'ITT abbia la Sheraton o gestisca altri settori di sviluppo. È logico pensare che la STET, al di là del core business (oggi è giusto che facciate solo questo in quanto operate solo come soggetto «pubblico»), in futuro, disponendo di grandi capitali e avendo ricevuto dal mercato l'appoggio e l'avallo derivanti dalla privatizzazione, possa fare televisione, turismo, possa, sostanzialmente, entrare in altri settori? Avete già programmi in questa direzione?


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SERGIO ROGNA. Vorrei preliminarmente sottolineare l'opportunità di pervenire ad una buona traduzione del Telecomunication act, sì da poterlo adottare anche in Italia, negli stessi termini in cui è stato formulato.

PRESIDENTE. La traduzione è già stata effettuata ed il testo è in distribuzione.

SERGIO ROGNA. Lo so, ma c'è un valido motivo che va considerato. La convergenza tra due mercati già liberalizzati è cosa diversa da una liberalizzazione ancora da realizzare, così come è in Europa. Il Telecomunication act ha effettivamente aperto orizzonti diversi, anche se si riferisce ad uno scenario anch'esso sostanzialmente diverso, nel quale due mercati che convergevano naturalmente sono stati regolati in modo estremamente più liberale; esisteva comunque una presenza di mercato e, quindi, una situazione di liberalizzazione già realizzata, che consente di configurare un quadro ben diverso da quello che caratterizza il sistema delle telecomunicazioni europee, nel quale i monopoli nazionali sono praticamente intatti.
Al dottor Pascale chiedo di dirci - così come, del resto, abbiamo fatto con il presidente Amato - in che modo valuti la velocità di liberalizzazione nei diversi paesi europei. È evidente, infatti, che si riscontrano diverse velocità nell'applicare le direttive europee. Qual è la sua opinione al riguardo?
Quanto ai programmi della Stream, le nostre ricerche non hanno portato ad una situazione di grande chiarezza. La Stream è effettivamente un tipo di società che presenta molti elementi di interesse per quelli che sembrano essere i suoi oggetti sociali. Ecco perché ritengo che potrebbe risultare opportuno saperne qualcosa di più.
L'esistenza di una rete unica potrebbe anche non essere pregiudizialmente contraria al mercato. È chiaro, tuttavia, che l'accettazione dell'esistenza di un'unica rete presupporrebbe regole diverse, in particolare maggiori garanzie per quanto riguarda l'accesso di altri soggetti. Tutto questo non si rinviene nel disegno di legge Maccanico; l'argomento dovrà comunque essere approfondito se, come mi pare di capire, stiamo procedendo in realtà verso la rete unica a larga banda.
Infine, vorrei conoscere i dati relativi alla diffusione della rete a larga banda. Sappiamo che il progetto Socrate è andato avanti e vediamo scavi lungo i marciapiedi e le strade di varie città italiane. Ci piacerebbe sapere quante siano le famiglie collegabili rapidamente, ad oggi, nonché acquisire i dati riferibili alla rete a banda larga.

ALBERTO DI LUCA. Su Il sole-24 Ore abbiamo letto che il mercato DECT in Giappone ha visto 3 milioni di nuovi clienti in un anno. Dalla stampa abbiamo anche appreso che il compito principale di STET, in questo momento su questo versante, è quello di esaminare i business plain di TIM e Telecom per giungere alla soluzione migliore. Questa mattina abbiamo ascoltato l'amministratore delegato, dottor Pascale, sostenere che DECT è telefono mobile. E, allora, mi chiedo: Fido o cordless? Si tratta di un guinzaglio tecnologico o, invece, politico?
Se pensiamo che il DECT sia un sistema mobile, dobbiamo pensare anche alla sua realtà in termini tecnologici, dal momento che il suo segnale va in rete con una banda a frequenza attigua a quella dei 1800 megahertz. Diversamente, se pensiamo cioè a DECT come sistema fisso, non possiamo non prescindere dal considerare che la comunicazione effettiva parte da un punto fisso. Fino a ieri, avrei pensato di chiedere in che modo STET avrebbe organizzato l'indispensabile separazione contabile e quali fossero le condizioni di accesso alla rete fissa. Ieri sera, però, abbiamo ascoltato il professor Amato, il quale ci ha spiegato, chiaramente e senza possibilità di dubbi, che DECT è telefonia mobile, quanto meno secondo l'Antitrust, in quanto in ambito europeo così è previsto dalla direttiva 96/2, se non sbaglio all'articolo 8. Addirittura, si è detto che si potrebbero ravvisare casi di abuso di posizione dominante, nel caso in


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cui l'interpretazione non fosse questa. Concordo con il collega Panattoni nel momento in cui sottolinea un equivoco sulla configurazione di sistema fisso o mobile. Sulla base di queste perplessità, a nome del gruppo di forza Italia, vorrei sapere quando ci darete una conferma su quale sarà la linea di STET. Se quest'ultima si esprimerà nel senso di considerare, come si è detto questa mattina, che DECT è un telefono mobile, vorremmo capire se intendete lasciare che la sperimentazione e gli attuali investimenti infrastrutturali siano appannaggio di Telecom. Ci interessa anche sapere come sarà gestita da parte di TIM, sotto il profilo contabile, la quota di investimenti sostenuti in questa fase da Telecom.
Il mercato del paging, al momento, conta circa 90 milioni di utenti attivi nel mondo: si tratta di un mercato di estrema vitalità caratterizzato da elevate novità tecnologiche e di servizio. I servizi di paging sono disponibili in quasi tutti i paesi europei, oltre tutto offerti da più operatori. La crescita in Europa è superiore al 20 per cento, in virtù dell'introduzione di nuovi servizi detti consumer, grazie ai quali gli utenti, per esempio, non pagano canone e non firmano contratti (alla stessa stregua della TIM Card). Evidentemente, il mercato si rivolge a nuove fasce d'utenza, soprattutto ai giovani che, per età o per motivi economici, non possono permettersi l'uso di altri servizi (mi riferisco, evidentemente, alla telefonia mobile). Nel mondo, ma soprattutto negli Stati Uniti (che sicuramente rappresentano per questi servizi la cosiddetta frontiera avanzata), si stanno introducendo ulteriori novità nel settore del wireless messaging, nuove piattaforme tecnologiche che permettono l'invio di grandi quantità di dati, siano essi messaggi, voci o, addirittura, grafici, consentendo all'utente di ricevere informazioni. Sono così possibili, con questo sistema, l'invio di messaggi personali, di fax e di posta elettronica, collegamenti ad Internet ed informazioni broadcast, borse valori, notizie, previsioni del tempo o, addirittura, come ho recentemente appreso da una rivista, informazioni personalizzate tipo rassegna stampa.
Ora, i dati: in Europa, l'Italia è davanti solamente alla Grecia e dietro a sedici paesi in termini di diffusione del servizio; in termini di crescita di utenza, invece, i paesi davanti a noi sono diciassette, cioè siamo gli ultimi.
Per riassumere, i servizi e le tecnologie paging e messaging, grazie ad una opportunità di riposizionamento, registrano ovunque elevati tassi di crescita di utenza e di sviluppo tecnologico: nelle Americhe, in Asia, in Cina ed in Giappone si stanno sempre di più affermando. Vi chiedo se l'introduzione e lo sviluppo di tali servizi, che sicuramente contribuiscono alla crescita dell'intero sistema paese, potrebbero puntare su alcuni punti che vorrei indicare e che portano certamente alla creazione di posti lavoro qualificato: generazione di nuovi redditi, quindi di proventi addizionali per il paese, sviluppo di una più articolata offerta a vantaggio della qualità della gamma dei servizi di telecomunicazione a disposizione di tutti i cittadini, accesso a servizi di telecomunicazione mobile ad ampie fasce di utenza, investimenti in infrastrutture tecniche da parte degli attori che già operano nel mercato, sviluppo di servizi a costi competitivi per aziende private a supporto delle attività professionali. In assenza di una adeguata attenzione, l'Italia oggi sembra trovarsi nella posizione di rinunciare alla possibilità di sviluppo in questo settore che certamente è strategico nell'ambito delle telecomunicazioni; tutto ciò a scapito della qualità e della varietà dei servizi che potrebbero essere offerti ai nostri concittadini.
Chiedo, a nome di tutto il mio gruppo, quale posizione intendano assumere la STET o la TIM rispetto ad un settore che indubbiamente è da considerarsi strategico.

PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Di Luca, che ha approfondito in particolare un settore che potremmo definire di nicchia.


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ILARIO FLORESTA. Ringrazio il presidente Pascale e gli amministratori delegati Chirichigno e Gamberale, per una esposizione che ero certo sarebbe stata chiara rispetto ad una materia della quale ci stiamo occupando già dalle precedente legislatura. Partendo, dunque, dall'assunto che questa audizione è stata programmata per una indagine conoscitiva sul settore delle telecomunicazioni al fine di una maggiore comprensione del settore stesso che ci consenta di meglio legiferare in ordine al riassetto nazionale del sistema radiotelevisivo e delle telecomunicazioni, vorrei andare al nocciolo del problema, cioè la liberalizzazione del settore, per poi passare agli altri. Perché, dottor Pascale, si tratta di argomenti che si rincorrono l'un con l'altro e non ci può essere liberalizzazione se non c'è privatizzazione, secondo me, né ci può essere privatizzazione se non si discutono talune, diciamo, tasse improprie che la Telecom e la TIM ancora pagano e che dobbiamo smettere di far finta che siano tasse dovute allo Stato, mentre dovrebbero essere riversate direttamente ai cittadini; poiché non vedo come si possa liberalizzare un servizio di telecomunicazioni imponendo - unico paese al mondo, certamente unico in Europa - ancora un canone del 3 per cento ed imponendo alla TIM, poiché così vuole l'Omnitel, che le tariffe TACS non siano ancora liberalizzate. Questa è una vergogna. Bisogna smetterla, bisogna che queste tasse vengano eliminate e se i soldi non bastano vuol dire che immetteremo nel mondo dell'imposizione altre tasse; forse finiremo di dire che le tariffe sono troppo alte o troppo basse quando riusciremo a equilibrare queste cose. Probabilmente vi state meravigliando di quanto sto dicendo, ma cerco di essere chiaro.
Per quanto riguarda la liberalizzazione, sono sicuro che voi la vogliate; d'altra parte, è dettata dalla Comunità europea e non possiamo fare altro che attuarla. Vorrei anche assicurare l'amico Savarese le cui posizioni, tranne piccole discrasie, condivido, ricordando che la liberalizzazione è un atto dovuto: non lo inventiamo noi, la Francia, la Germania, o qualche altro paese, ma lo impone la Comunità europea. Quindi, o crediamo nella Comunità europea e ci inseriamo in essa a tutto titolo, oppure non ci crediamo. Si potrebbe forse discutere se valga o meno la pena, in questo momento, però l'abbiamo accettata; tant'è che, qualche giorno fa, questa Commissione ha espresso parere favorevole al recepimento della direttiva 96/19 CE. Si tratta di un parere che io ritengo autorevole e del quale mi domando se al Senato stiano tenendo conto nella formulazione della legge colà in discussione; così come mi domando se al Senato sia stata fatta una indagine conoscitiva così approfondita al fine di meglio legiferare. Comunque, i colleghi senatori stiano sicuri che alla Camera vivisezioneremo il provvedimento che ci trasmetteranno e cercheremo di varare la legge migliore possibile. Non so se lei, dottor Pascale, conosca quel nostro parere nel quale, in sintesi, è specificato un po' tutto ciò che noi pensiamo della liberalizzazione.
E qui mi ricollego al discorso dei canoni, amici del PDS. Come ha detto benissimo il dottor Pascale, e come dice il mondo intero, il presupposto, l'asse portante dello sviluppo di qualunque tipo di servizio o di prodotto, nel futuro, rispetto alla globalizzazione è «miglior prezzo con miglior servizio possibile».

MICHELE GIARDIELLO. Che c'entra il PDS?

ILARIO FLORESTA. Ora lo spiego. Bisogna che il mercato si sviluppi e che ne benefici il consumatore. Dunque domando: vogliamo liberalizzare lasciando sempre a carico della Telecom un canone del 3 per cento? A quale titolo la Telecom deve pagare un canone di concessione del 3 per cento? In quale altro paese, in Europa o nel mondo, trova riscontro una simile situazione? È chiaro che se deve pagare questo 3 per cento, da qualche altra parte la Telecom deve far quadrare i conti, per cui lo riversa sulle tariffe. Di conseguenza, noi abbiamo tariffe che sembrano alte ma che, in buona parte, sono determinate da quel maggior canone. In secondo


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luogo, sapete che il canone del TACS non è ancora liberalizzato? L'ultima delibera CIPE, con la quale si pensava di abbattere il canone del 3 per cento e di liberalizzare il TACS a partire da giugno 1995, non è stata assolutamente adottata. Queste incoerenze debbono finire, altrimenti non capiremo mai se la Telecom e la TIM applichino tariffe congrue o meno, con conseguente distorsione del mercato, che non è certo liberalizzato.
Detto questo, dottor Pascale, ritengo che in Italia la liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni avverrà in tempi lunghissimi - mi rivolgo, così dicendo, anche al collega Savarese - per i motivi che andrò a sottolineare. Comunque, è chiaro che nella legge che la prevede noi introdurremo la causa di reciprocità, cioè faremo accedere al nostro mondo delle telecomunicazioni solo chi, alla pari, avrà fatto sì che noi potessimo accedere al mercato francese, inglese o tedesco.

PRESIDENTE. Onorevole Floresta, io comprendo la sua necessità, in qualità del capo del gruppo di forza Italia, di rappresentare una posizione politica, ma non è forse questa l'occasione adatta. Ora dobbiamo rivolgere domande ai rappresentanti della STET, della Telecom e della TIM.

ILARIO FLORESTA. Questa è l'occasione per capire come la pensi il dottor Pascale. Comunque proseguirò in modo sintetico, pur ritenendo che altri abbiamo parlato più a lungo. Io ho parlato pochi minuti, ma siccome una certa area non è d'accordo...

PRESIDENTE. La prego, non interpreti in questo modo un richiamo che era finalizzato esclusivamente al miglior funzionamento dei nostri lavori.

ILARIO FLORESTA. Vorrei conoscere in questa sede o in altra, qualora non abbia ancora avuto modo di prenderne visione, cosa pensi il dottor Pascale - e quindi anche gli amministratori delegati delle società del gruppo STET - in merito al recepimento della direttiva 96/19 CE. Vorrei capire se intendano ancora sopportare o vibratamente protestare, anche sulla base di una delibera CIPE che non è mai stata smentita, affinché il canone del 3 per cento sia eliminato e la liberalizzazione del TACS sia attuata.
Punto terzo: sicuramente liberalizzare significa avere un'authority che funziona, che quindi, per esempio, indica i prezzi di interconnessione, perché altrimenti un competitor, senza conoscerli, non può operare. Il presidente dell'IRI, Tedeschi, affermava che si dovrebbe varare l'authority entro il 15 novembre, ma mi domando - non per polemica, ma per i tempi necessari - se di questo o del prossimo anno. Come si può pensare, allora, di liberalizzare, ed ancor più di privatizzare? L'authority serve subito, perché altrimenti non vedo come si potrà arrivare alla privatizzazione entro marzo.
Voglio ora ripetere una domanda che ho rivolto, anche per iscritto, al presidente Tedeschi, il quale mi ha risposto in modo non dico evasivo ma insoddisfacente: qual è la cifra che pensate di ricavare dalla vendita della quota del 61, 27 per cento di Telecom e TIM in possesso della STET? Attenzione, parliamo di valore contabile: se fossi ancora un imprenditore, farei un pool e acquisterei quella quota, perché i dati di bilancio (sui quali vorrei una conferma, almeno per il bilancio semestrale di TIM e Telecom, per capire quali siano i margini operativi dopo le tasse) indicano che, con un pagamento dilazionato a tre anni, solo con gli utili si potrebbe ripagare la spesa. Non è possibile che venga svenduta una società che (non lo dico per piaggeria al dottor Pascale, che mi conosce da tempo) ha lavorato così bene: certo nel regime di monopolio consentito dalla legge, ma conosciamo altre aziende, per esempio l'Alitalia, che nonostante il regime di monopolio sono alla bancarotta. Non è vero, pertanto, che il regime di monopolio assicuri risultati positivi. È un merito della STET aver compiuto grossi passi in avanti; Telecom si è ricapitalizzata in modo da autofinanziarsi quasi completamente (ricordo quando i pagamenti erano a 180


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giorni, poiché allora ero un imprenditore) e la situazione economica è migliorata notevolmente; TIM, già nel primo anno, sulla scia dello slancio che ha ricevuto da Telecom, è partita alla grande.
Stiamo attenti, però, a non pensare soltanto ad incassare i soldi, se veramente l'IRI tende ad avere 11 mila miliardi, che significano grosso modo 18 mila miliardi per tutta la STET. Ci scandalizzammo due anni fa quando Mediobanca cercò di tirare una cordata di banche per pagare il pacchetto STET 20 mila miliardi, ma adesso lo vogliono vendere ad ancora meno sebbene si tratti di un settore caratterizzato da un trend in ascesa quasi iperbolica. Certamente, come gruppo di forza Italia, siamo favorevoli alla privatizzazione di STET, come dell'Alitalia e di altre aziende, ma bisogna vendere bene, anche perché chi supporterà ancora l'IRI, dopo che avrà risanato il rapporto prodotto-deficit secondo gli impegni assunti con l'Unione europea? È un po' come per il rapporto fabbisogno-PIL da portare al 3 per cento: una volta raggiunto, deve essere mantenuto; analogamente, anche per l'IRI, il rapporto esposizione-produzione va mantenuto e probabilmente, senza la STET, l'IRI dovrà chiudere velocemente (forse, quindi, sarebbe meglio privatizzare le aziende che vanno male, anziché quelle che vanno bene).
Vi sarebbero molte altre questioni da affrontare, ma mi limito soltanto a due. In primo luogo, il servizio DECT: è chiaro che dovrete prendere voi una decisione al riguardo (è pur sempre un servizio fornito da una società del gruppo); occorre, però, anche in questo caso attenzione, perché si può andare incontro a strumentalizzazioni. Se si tratta davvero di un servizio mobile, dopo lo sdoppiamento di TIM e Telecom, la quale ha tutte le concessioni per i servizi presenti e futuri, ritengo che gli stessi servizi vadano allocati a seconda di quanto prevedono i rispettivi oggetti sociali. Si impedirebbero così strumentalizzazioni come quelle che probabilmente ieri sera qualcuno ha fatto: evidentemente, se si tratta di un servizio mobile, è già liberalizzato e, se TIM è nata per occuparsi di servizio mobile, può operare da subito; Telecom invece può farlo soltanto se viene dimostrato il contrario (tralascio poi la questione del terzo gestore).
In conclusione, sosteniamo sempre che vogliamo liberalizzare e privatizzare, ma personalmente ritengo che se tutti facessimo mente locale sui tempi tecnici occorrenti per varare l'authority, per legiferare, per conoscere esattamente le tariffe di accesso e di interconnessione, scindendo le contabilità, ci renderemmo conto che possiamo scordarci la liberalizzazione e che sicuramente, quando arriverà il 1o gennaio 1998, dimostreremo ancora una volta all'Europa che pur essendo partiti prima arriveremo dopo, con le solite infrazioni.

PRESIDENTE. Colleghi, vi devo invitare ad essere più stringati, perché è inutile riproporre le stesse argomentazioni ed i medesimi quesiti.

LAPO PISTELLI. Accolgo l'invito del presidente, per cui salto a piè pari ringraziamenti, ripetizioni e soprattutto considerazioni su interventi dei colleghi che non hanno senso in sede di audizione.
Dato che a molte domande ho trovato risposta nella documentazione consegnata dal gruppo STET, mi limiterò telegraficamente a tre questioni. In primo luogo, con riferimento all'analisi di scenario, che ha caratterizzato la prima parte dell'intervento del dottor Pascale, desidero domandare al dottor Gamberale: TIM dispone di un'analisi di mercato che indichi da qui a quattro anni, cioè al 2000, quale sarà la domanda di telefonia mobile nel nostro paese? Inoltre, se non si violano normali strategie di mercato, quale immaginate possa essere la ripartizione della clientela, fra le gamme di frequenza attualmente disponibili e quelle che si stanno per introdurre? Vorrei capire, in sostanza, quale sia la valutazione della domanda da parte degli analisti.
Al dottor Pascale, sempre rispetto alla stessa scadenza del 2000, rivolgo un'altra domanda. Ieri, nel corso della sua audizione, il presidente dell'Autorità antitrust, Amato ha ripreso bonariamente alcuni di


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noi che gli rivolgevano domande sul servizio universale, con un' osservazione molto simpatica ed anche molto vera; ci ha detto sostanzialmente: chiedete il contenuto del servizio universale a me, che ho appena imparato a distinguere il mio attuale mestiere, che non è più quello del legislatore ma quello di presidente di un'autorità garante del mercato; vi dico allora che siete voi a dover definire il contenuto del servizio universale, interpretando lo stato di evoluzione della coscienza collettiva. Preso atto che il richiamo del presidente Amato è veritiero, le chiedo cosa accadrà da qui a quattro anni in ordine alla possibilità di definire il servizio universale, con particolare riferimento a ciò che, nel quadriennio, potrà essere consentito dalla rete.
L'ultima domanda riguarda un aspetto specifico che non so se possa essere considerato come la punta dell'iceberg di un fenomeno più vasto. Il dottor Pascale ha fatto più volte riferimento, peraltro in modo apprezzabile, all'esistenza di un interesse paese: si tratta di evitare che, per effetto di un'eccessiva esterofilia, siano smantellate le posizioni importanti di mercato che il sistema economico paese oggi presidia. Voi ritenete - mi rivolgo soprattutto a TIM e a Telecom - che, allo stesso modo in cui viene configurato un interesse paese nell'esposizione della STET, vi possa essere un interesse paese anche nel momento in cui Telecom e TIM si approvvigionano di tecnologia sul mercato?
Sono al corrente di una vicenda che riguarda la OTE Marconi e la Ericsson, fornitrici di ponti radio. Chi legge continuamente sui giornali che Telecom Italia mobile e STET difendono l'interesse paese, osserva anche che, se davvero queste ultime intendono tutelare tale interesse, dovrebbero cominciare a non affidarsi più a tecnologie straniere, nel momento in cui possono approvvigionarsi di tecnologie italiane di pari livello. Chiedo: esiste un interesse paese anche sotto questo profilo?

SABATINO ARACU. Sarò telegrafico, signor presidente, anche perché credo che se i signori di STET, Telecom e TIM dovessero rispondere in maniera sufficiente ai quesiti posti andremmo a finire alle 13 di domani!
Molti argomenti sono già stati affrontati dai colleghi che mi hanno preceduto e, pertanto, non li riprenderò (penso, in particolare, alle interessanti considerazioni dell'amico Floresta). All'ingegner Gamberale ricordo che, di recente, è stata presentata un'interrogazione parlamentare che ha sollevato il problema relativo alla facoltà di effettuare il ribasso delle tariffe all'interno di una tariffa massima, con riferimento sia alla telefonia mobile sia a quella fissa. Il ministro delle poste, a tale riguardo, si è rivolto al Consiglio di Stato. La TIM è a conoscenza della risposta fornita dal Consiglio di Stato?

PRESIDENTE. Onorevole Aracu, le risposte agli atti parlamentari di sindacato ispettivo spettano al Governo. Comunque, sarà l'ingegner Gamberale a valutare la possibilità di fornire elementi sul punto da lei sollevato.

RINALDO BOSCO. Anzitutto, saluto gli illustri signori rappresentanti delle telecomunicazioni italiane, oggi ospiti della nostra Commissione. È inutile sottolineare che stiamo assistendo ad una delle più grandi rivoluzioni del post-industriale, essendosi avviato un processo finalizzato a far convergere una logica d'impresa, quella della STET e della Telecom, con una logica sociale. Se riusciremo a contemperare questi due elementi, raggiungeremo un livello che ci consentirà di uscire dalla marginalità e dall'emarginazione che gran parte della popolazione italiana avverte per il fatto di non abitare nei grandi centri urbani. Il programma di cablaggio del territorio italiano prevede la collocazione di grandi dorsali; il problema si pone nel momento in cui - per così dire - si deve entrare nelle case o arrivare ai marciapiedi. Mi sembra di ricordare che vi sia un grande progetto per cablare le grandi città (se non erro, in numero di 12), d'altronde le più remunerative, per poi proseguire fino ai lembi più estremi del nostro paese.


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Il problema fondamentale consiste nel raggiungere, il più rapidamente possibile, l'ultimo miglio. A che punto siamo con la stesura del cavo e della fibra ottica? Si tratta di un'iniziativa importantissima che consentirà probabilmente di rivoluzionare il modo di vivere nel nostro paese: non obbligheremo più nessuno a scendere in città e, soprattutto, i servizi potranno essere distribuiti in maniera diversa. Mi preme molto ricevere una risposta a questa domanda, anche perché sono un parlamentare eletto in montagna e so quanto sia importante riuscire a far comunicare la gente che non abita nei grossi centri, non dico per farla vivere come se fosse a piazza Navona ma almeno per collocarla in una condizione di comunicazione con il mondo e nel mondo.
Vorrei inoltre sapere cosa ne faremo del sistema TACS quando il GSM avrà coperto il segnale. Infine: quando Telecom Italia mobile riuscirà ad essere efficiente così come lo sono le strutture private, dal momento che gestisce una enorme mole di denaro dei privati come anticipo di compensazione (e, ciò nonostante, impiega circa 6 mesi per rimborsare gli utenti in caso di cambio di utenza)? Non so se sono stato chiaro...

VITO GAMBERALE, Amministratore delegato di Telecom Italia mobile. Molto chiaro!

ANGELO SANZA. Come Commissione competente in materia, non possiamo non riconoscere come in questi anni si siano registrati apprezzabili successi sull'intero scenario delle telecomunicazioni. Nel contempo, con molta onestà, dobbiamo ammettere che non sempre le istituzioni - Governo e Parlamento - hanno accompagnato lo sforzo che i nostri amici imprenditori pubblici hanno profuso nella gestione del loro business. Dico questo perché gli scenari connessi alla liberalizzazione e alla privatizzazione si sono purtroppo accavallati e sovrapposti. Se avessimo potuto operare con una certa gradualità, qualche aspetto negativo derivante dal sovrapporsi dei due scenari si sarebbe potuto limitare, a tutto vantaggio dell'azienda e, quindi, delle risorse di tutto il paese.
Una delle carenze che emerge nel discutere di questi temi - ne accennava al termine del suo intervento il dottor Pascale - è che spesso poniamo l'Italia a confronto con gli Stati Uniti, mentre il discorso è a due livelli di confronto: Italia-Europa e Europa-Stati Uniti. Questo è importante perché è solo in questa ottica che possiamo recuperare gli aspetti di business che vengono a maturare all'interno della Comunità europea ed è solo così che possiamo spiegarci le valutazioni che ieri sera ha fatto in questa Commissione il presidente dell'Antitrust, onorevole Amato.
Detto questo, pongo immediatamente tre domande. La prima riguarda una questione che credo l'azienda debba risolvere nel suo ambito, in raccordo poi con le autorità di Governo, viste le dichiarazioni dei due sottosegretari alle telecomunicazioni, cioè la questione della telefonia mobile, il famoso DECT di cui si sta parlando in questi giorni. Nel fare una valutazione dal punto di vista sia giuridico sia tecnico, si dovrebbe provocatoriamente chiedere a degli ingegneri se dal punto di vista tecnologico sia mobile la parte terminale della telefonia o sia mobile la trasmissione della voce. Si tratta di un aspetto molto importante che credo gli amministratori delegati Chirichigno e Gamberale non saranno mai in grado di definire perché, giustamente, tenderanno entrambi a dare vantaggio allo spazio che ciascuno di loro gestisce.
Mi rivolgo al dottor Pascale per colmare quella che riconosco essere una mia lacuna: negli altri paesi europei le telefonie mobili sono organizzate dalla telefonia pubblica nazionale in modo autonomo, come avviene in Italia, o, pur tenendo conto della libertà di mercato, la telefonia pubblica si organizza nell'ambito della stessa azienda con il sistema della telefonia fissa e della telefonia mobile? Se così fosse, andrebbe rivista l'intera impostazione aziendale della nostra telefonia.
Altra questione, che mi pongo nell'interesse Italia e che dovrà essere posta anche al Governo: la vendita della SEAT, cioè


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delle Pagine gialle, andrà sul mercato; sul piano ipotetico, l'acquisto di questo servizio potrebbe essere effettuato anche da una concorrente internazionale, per esempio France Telecom o British Telecom? Questo significa che la Telecom Italia mette il suo patrimonio di riferimento al servizio di un concorrente pubblico internazionale? Non credo che andando sul mercato possiamo porre il limite della vendita soltanto ad un soggetto italiano: certo, se l'acquisto venisse effettuato dalla Mondadori o dalla Rusconi avrebbe un certo senso, ma se l'acquisto avviene da parte della concorrente estera cosa succede?
L'ultima domanda credo debba essere rivolta soprattutto al dottor Gamberale. Vorrei infatti conoscere quale sia la posizione della TIM riguardo alle compensazioni decise nell'ambito dell'Unione europea per il secondo gestore GSM. Nei giorni scorsi ci sono stati dei dibattiti, ma ho visto che poi al problema è stata messa una sorta di silenziatore; per poter aiutare l'azienda vorremmo capirne di più.

EDUARDO BRUNO. Desidero ringraziare il dottor Pascale per la sua puntuale esposizione e rivolgergli innanzitutto una domanda di carattere specifico con riferimento ai 36 mila miliardi di investimenti. Vorrei, cioè, sapere su quale mercato si concentrino tali investimenti e quale ne sia la ricaduta in termini economici ed occupazionali per quanto riguarda il sistema Italia. Inoltre, vorrei sapere se vi sia, rispetto agli anni precedenti, un incremento di investimenti, cioè in attesa del processo di liberalizzazione e di privatizzazione quale sia la strategia del gruppo STET in termini di investimenti. Dunque, vorrei che, se possibile, venisse specificato quali sono i mercati sui quali andiamo ad investire e quale sia la ricaduta sul mercato interno.
Per quanto riguarda alcune questioni che sono state sollevate con riferimento all'audizione, svoltasi ieri sera, del presidente dell'Antitrust, Amato, al gruppo di rifondazione comunista non interessa in modo particolare il problema del DECT. Quello che ci interessa è di compiere una riflessione di carattere soprattutto politico sul ruolo della STET nel nostro paese, e non solo. Nell'ultima parte della sua esposizione il dottor Pascale ha affermato che la privatizzazione è conseguenziale alla liberalizzazione; per quanto mi riguarda non sono d'accordo su questa equazione meccanica. Noi consideriamo la STET un settore strategico per il nostro paese, così come lo è stata l'ENEL negli anni sessanta e poi successivamente. Nel 1963, con il centro-sinistra, l'energia elettrica è stata giustamente nazionalizzata ed è stato così possibile contribuire in maniera veloce allo sviluppo economico e sociale del paese: è stata una grande riforma. Dunque, quando si parla di privatizzazione della STET, dovremmo essere, probabilmente, più prudenti e compiere una riflessione ulteriore. Intendo dire che un settore strategico come quello della STET ha implicazioni, nel nostro paese, sia sul piano democratico, sia su quello dello sviluppo sociale, culturale ed economico, per cui il tema della privatizzazione dovrà essere ulteriormente approfondito ed affrontato meglio all'interno del Parlamento e, in generale, nel dibattito politico.
È ovvio che alcuni settori del gruppo possano essere privatizzati, ma il core business non può che rimanere pubblico, sotto il controllo dello Stato. Così come, peraltro, è stato deciso per quanto riguarda il sistema francese: il 51 per cento delle azioni della France Telecom rimarrà, infatti, di proprietà pubblica. Poiché spesso facciamo riferimento agli altri stati europei, non vedo perché ciò non possa avvenire per quanto riguarda questo aspetto, che a noi sembra determinante.
Dunque, il dibattito è del tutto aperto e al riguardo mi collego, per essere sintetico, alla questione dell'authorithy. Per il mio gruppo, indubbiamente, bisogna prima costituire l'authority e poi, semmai, affrontare il tema della privatizzazione. L'authority dovrà affrontare alcune questioni fondamentali: lo sviluppo del servizio universale ed il tipo di servizio. È necessario che il servizio universale sia il più sviluppato possibile, «fino all'ultimo miglio», e con il


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maggiore vantaggio tariffario: quest'ultimo dovrà essere un compito fondamentale dell'authority. Occorre, quindi, garantire lo sviluppo della rete e l'offerta del servizio (in quanto di pubblica utilità) a tutti i cittadini ed assicurare il maggiore vantaggio tariffario.
Un altro punto che non è stato affrontato questa mattina è quello del mercato del lavoro: siamo particolarmente sensibili al problema e per tale ragione la mia prima domanda riguardava gli investimenti e le loro ricadute sul mercato del lavoro. Con la liberalizzazione del settore, e con la discussione che affronteremo sulla privatizzazione, dovremmo evitare quanto è avvenuto nelle ferrovie: mi riferisco al cosiddetto spezzatino, che è buono da mangiare ma resta un po' indigesto per i lavoratori. Voglio precisarlo perché la situazione che si è venuta a creare nelle ferrovie non può ripetersi, a maggior ragione nel caso di un settore strategico come quello in cui opera la STET: non si può quindi fare riferimento a quel modello.
Analoghe considerazioni valgono dal punto di vista dell'utilità economica: un conto è vendere un settore nella sua interezza ed un conto è venderlo spezzettato. La seconda ipotesi non sarebbe probabilmente di alcuna utilità, nemmeno se il Governo ed il Parlamento si orientassero verso una totale privatizzazione del settore. Infine, vorrei sapere se la necessità di ripianare i debiti dell'IRI spinga in maniera troppo pressante verso la privatizzazione, con il rischio di un'ulteriore svendita di un settore che consideriamo un gioiello della nostra economia.

PRESIDENTE. Anch'io mi soffermerò su tre punti, integrando, come avevo annunciato, la premessa iniziale. Per quanto riguarda le privatizzazioni, alcune delle considerazioni che vengono comunemente formulate sulla STET hanno destato in me non poco stupore. Un esame il più possibile attento dei bilanci delle società del gruppo STET dà luogo ad uno dei pochi momenti di soddisfazione che si possono avere nell'esaminare i bilanci del gruppo IRI: ci troviamo di fronte, infatti, a società molto ricche, e di questo naturalmente va dato atto in primo luogo agli amministratori. Tuttavia, questa singolare ed unica ricchezza patrimoniale non può essere gestita in sede di privatizzazione in maniera tale da dar luogo a proventi insoddisfacenti rispetto agli scopi che si devono raggiungere, che sono essenzialmente assicurare il massimo interesse della collettività, anche attraverso il massimo dei ricavi.
Ritengo che la privatizzazione debba essere accompagnata soprattutto da un livello di trasparenza adeguato all'importanza dell'operazione, che non debba essere pretermessa l'esigenza di approfittare dell'occasione per dare finalmente un esempio virtuoso in Italia: l'esempio della possibile costituzione di una public company in senso anglosassone. Le indicazioni che abbiamo ricevuto dal presidente dell'IRI, Tedeschi, sono state parzialmente insoddisfacenti: sul tema sono intervenuti diversi membri della Commissione prima di me, per cui vorrei che da parte del presidente della STET vi fossero delle indicazioni più precise, anche perché lo scenario si è nel frattempo complicato. Il collegamento fra la costituzione dell'authority e la privatizzazione corre il rischio di proiettare in un futuro, spero non remoto ma certo assai più lontano di quello che era inizialmente prevedibile, l'operazione di privatizzazione della STET, poiché molto probabilmente si potrebbe perdere la finestra fra FT e DBT (e probabilmente andremo anche oltre il collocamento di DBT).
L'authority, però, è indispensabile per la privatizzazione, più che altro con riferimento alle esigenze del mercato, devo supporre, perché dal punto di vista giuridico, in effetti, le due cose potrebbero anche marciare separatamente. Nel frattempo, però, se le valutazioni e i calcoli sono quelli che ci ha rappresentato il presidente Tedeschi, si dovrebbe forse immaginare qualcosa di diverso: se, infatti, rispetto alla privatizzazione della STET, i calcoli effettuati sulla base dell'attuale quotazione di borsa sono così drammaticamente insoddisfacenti e tanto poco rispondenti alle risultanze di bilancio, allora evidentemente


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la formula seguita è sbagliata e bisogna far ricorso a qualche ulteriore esercizio di ingegneria finanziaria, che è ben possibile attuare.
Ipotizziamo (ma è soltanto un'ipotesi, che presenta molti problemi, anche perché diminuirebbe la presenza dell'azionariato IRI al termine dell'operazione) una fusione fra Telecom e STET, ma vi sono anche tante altre possibilità che possono essere considerate; fra l'altro, la soluzione della fusione darebbe luogo ad una trasparenza di mercato francamente auspicabile. Operazioni come quella della privatizzazione della STET in un mercato come quello americano desterebbero le più vivaci perplessità tra gli operatori, tenuto conto che si privatizza una holding che è praticamente un contenitore, dando poi l'occasione al fortunato compratore a certi prezzi di vendere magari un pezzo delle società contenute per ricavarne quanto basta per rifarsi ampiamente della somma impiegata.
Maggiori perplessità desta la privatizzazione della SEAT: non rivolgo naturalmente addebiti agli amministratori della STET, perché sarebbe ingiusto, anche se ovviamente qualche aggiunta di ulteriori penalizzazioni rispetto alla configurazione globale dell'operazione da parte della STET, che fa i suoi interessi di impresa, può esservi stata; ma non comprendo quale possa essere - lo chiedo al presidente Pascale - una valutazione obiettiva del valore. Certo ho visto le valutazioni della Lehmann Brothers ed altre, che oscillano attorno ai 3 mila miliardi, ma mi chiedo come si possa - parliamo naturalmente della SEAT - attribuire un valore di fronte ad una platea di possibili acquirenti che vede per esempio, come è stato già acutamente osservato dall'onorevole Sanza, partecipare anche concorrenti di Telecom, quando sappiamo tutti che, almeno per le «pagine bianche», il contratto è soggetto a revisione nel 1998 e nessuna ragionevole aspettativa imprenditoriale potrebbe indurre a stipulare un contratto del genere con un competitore.
I livelli non compiutamente soddisfacenti di trasparenza (parlo di trasparenza finanziaria ovviamente) per l'operazione si annidano nei dettagli: l'aver incluso fra le società che devono entrare nella sub-holding SEAT la ILTE, che è società praticamente già venduta, con una serie di opzioni, ad un tal Farina, che poi è uno dei competitori dell'operazione SEAT, e l'avervi incluso anche la MMP, che presenta come è noto rilevanti perdite di bilancio, non mi sembra rispondere nell'insieme ad una logica di migliore presentazione sul mercato del prodotto, quindi di massimizzazione dell'utile, che è quanto l'IRI naturalmente si ripromette di ottenere.
Passo al problema delle reti, del servizio universale e dei costi di interconnessione. Sono destinatario - così come credo lo siano anche gli altri commissari - di una serie di indicazioni che, a proposito dei costi di installazione delle reti cablate, forniscono valori estremamente divergenti. Di recente, ho ricevuto una comunicazione dell'ENEL che indica valori sette-otto volte inferiori a quelli che la STET ha sempre indicato come ipotizzabili. Analoghe indicazioni provengono da Albacom-SNAM; e risale all'altro ieri la presa di posizione su questo punto da parte dei vertici dell'ENI, in senso sfavorevole o, per lo meno, perplesso.
Su questo aspetto si avverte la necessità di disporre di una precisa analisi dei costi. Per tale ragione rivolgo al dottor Pascale una richiesta istruttoria e gli chiedo di fornirci, per quanto attiene ovviamente al punto di vista della STET, un'analisi sufficientemente chiara, leggibile e precisa in ordine ai costi per l'installazione di reti cablate, ivi compreso, oppure escluso, l'ultimo miglio, nonché un'indagine tecnica in ordine alla possibilità di utilizzare per l'ultimo miglio i sistemi che io, non essendo tecnico, definisco di compressione digitale del segnale, che potrebbero, almeno in una prima fase, andare a coprire le maggiori esigenze del mercato. Non tutti possono collegarsi con Internet da casa e credo che il mercato si attesterà, per lungo tempo ancora, semplicemente sull'utilizzo della complessiva attività televisiva, sulle pay-TV, comunque su servizi a livello


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tecnologico più basso che necessitano di interconnessioni più flebili rispetto ad altri.
Questa valutazione incide fortemente sia sul problema dei costi del servizio universale (il meccanismo della legge Maccanico prevede parametri, soglie d'accesso e valutazioni, quali il costo pieno e il costo incrementale) sia sui costi di interconnessione. Chiedo in particolare a Telecom, anche per non lasciare nel vuoto quella che considero una provocazione dialettica del presidente Amato, di far pervenire alla Commissione un'analisi dei costi di interconnessione: si tratta, in qualche misura, di giustificare la somma attualmente richiesta (credo si tratti di 200 lire) per quanto riguarda l'accesso alla telefonia cellulare. La richiesta si giustifica, inoltre, anche perché risulta una qualche rilevante differenza rispetto ad altri soggetti stranieri, in particolare agli americani.
Quanto al problema del DECT, il presidente Amato ha ritenuto ieri di esprimere la sua opinione. Non tocca certo a me valutare la legittimità del suo comportamento (ci mancherebbe altro!). Sta di fatto che si tratta di un problema centrale che si pone in termini parzialmente diversi da come è stato rappresentato nell'ambito della Commissione. Chiedo pertanto uno specifico chiarimento su questo aspetto.
Per quanto concerne la direttiva comunitaria 96/2, che modifica la direttiva 90/388, il problema non è evidentemente quello di assicurare la possibilità del servizio. Quest'ultimo, infatti, si può comunque svolgere; la questione sta piuttosto nell'assicurare le condizioni di concorrenza sul mercato in rapporto alla telefonia mobile. Ho avuto modo di prendere visione dei risultati di uno studio, che non so se sia stato commissionato da Telecom, elaborato da un consulente internazionale, Arthur B. Little, il quale calcola in 7 milioni in dieci anni il mercato di possibili utenti DECT, ma soprattutto calcola in una quota rilevante la parte sottratta da DECT alla telefonia mobile, compromettendo le prospettive di sviluppo di un mercato sul quale si sta timidamente realizzando un meccanismo di concorrenzialità, sia pure con tante difficoltà e problemi, anche a livello comunitario.
Si tratta, pertanto, di una questione di estrema rilevanza. Il problema, tra l'altro, è non tecnico ma ontologico e giuridico. Esso deve essere risolto dal Parlamento, in termini assai più ampi, approfonditi e determinati di quelli riscontrabili nel maxiemendamento presentato dal Governo al decreto-legge n. 444. Esprimo un'opinione politica personale: l'impostazione seguita dal Governo nella predisposizione di questo emendamento è inaccettabile; ma dovrà essere assai più determinata da parte del Parlamento, come mi auguro, l'indicazione dei criteri attraverso i quali si assicura, anche nel DECT, la condizione di parità nell'accesso sul mercato e di concorrenza all'interno di quest'ultimo. Se vogliamo rimanere coerenti all'impostazione della direttiva 96/2 CE, dobbiamo dire che è assolutamente indispensabile che chiunque operi sul mercato del DECT debba avere una contabilità separata ed una chiara indicazione relativa al fatto se si tratti di telefonia mobile, cosa che sarà stabilita dal Parlamento, trattandosi di condizione giuridica e non tecnica. Se si tratta di telefonia mobile, vi dovrà anche essere una disciplina di interconnessione. Se si vuole assicurare concorrenzialità al mercato ed evitare di creare le condizioni per la riproduzione di una situazione monopolistica, non potrà consentirsi una disparità di posizioni che possa creare una evidente posizione dominante.
A questo punto rimetto ai nostri gentili ospiti la valutazione sull'opportunità di proseguire la seduta oppure di rinviare la risposta ai numerosi quesiti ad un momento successivo. Obblighi di cortesia costituzionale, prima ancora che personale, ci impongono di rimettere ai nostri ospiti questa valutazione.

MARIO BACCINI. Anche noi, presidente, concordiamo sull'opportunità di rimettere ai nostri ospiti la decisione in merito al seguito dell'audizione. Credo comunque che il dibattito si debba sviluppare consentendo anche una possibilità


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di replica ai gruppi parlamentari rappresentati in Commissione.
Lei, presidente, ha svolto importanti considerazioni di fondo, facendo emergere una cultura politica delle telecomunicazioni che in qualche modo va discussa e puntualizzata.
Dovremmo dunque decidere, presidente, se non questa mattina, domani o dopodomani, sul modo in cui proseguire i nostri lavori nell'ambito di questa indagine conoscitiva. Abbiamo ascoltato il presidente Tedeschi, abbiamo ascoltato il presidente Amato ed oggi gli amministratori delegati di STET, Telecom e TIM, per cui una gran parte di lavoro è stata svolta, ma per evitare che questa indagine si risolva soltanto in una esercitazione dialettica - e così non è, perché anche le dichiarazioni che lei ha fatto, presidente, sono dichiarazioni importanti, sulle quali dobbiamo riflettere - vorrei sapere se il documento finale di questa indagine conoscitiva sul settore delle telecomunicazioni, cioè l'indirizzo politico che la Commissione darà al termine del suo lavoro, porterà ad una organizzazione politica dei nostri lavori, ad una richiesta, anche, di maggiori poteri al Presidente della Camera con riferimento alle dichiarazioni fatte dai diversi interlocutori. Dicendo queste cose chiedo, in pratica, chiarezza ulteriore, poiché mi sembra che, dal punto di vista politico, la chiarezza non vi sia; abbiamo ascoltato una serie di persone ma le cose sono ancora più confuse di quanto lo fossero all'inizio.
La domanda che le rivolgo, dunque, presidente, ed alla quale lei ci risponderà quando lo riterrà opportuno, è volta a capire quale debba essere il nostro atteggiamento come gruppi parlamentari. Se, a conclusione dell'indagine conoscitiva, lei ci consentirà di svolgere un dibattito generale, che si concluda con un documento ed anche con la possibilità di chiedere, qualora si rivelasse necessario, la costituzione di una Commissione d'inchiesta, noi possiamo decidere di attendere la fine delle audizioni; ma non sarà certo possibile che si ripeta quanto accaduto per l'Alitalia: alla fine dell'indagine conoscitiva non è successo assolutamente nulla ed i problemi sono rimasti quelli che lei ben conosce.

PRESIDENTE. È bene chiarire subito che siamo in sede di indagine conoscitiva e la nostra non è una Commissione d'inchiesta. Certamente, alla fine dell'indagine conoscitiva avrà luogo un dibattito che determinerà indirizzi politici, come è normale che accada al termine di ogni indagine conoscitiva.

MICHELE GIARDIELLO. Nello spirito del suo ragionamento, presidente, e per cortesia nei confronti dei nostri ospiti credo che ove il dottor Pascale ritenga di dover fornire chiarimenti immediati, a suo giudizio non rinviabili, su una serie di questioni poste dai commissari, potremmo, solo per questo aspetto, proseguire nei nostri lavori. Resta il fatto che le tante questioni sollevate dal presidente, anche nuove e, per certi aspetti, molto serie, pongono la necessità di un nuovo confronto con il dottor Pascale e con gli altri ospiti ed anche, se questi lo riterranno opportuno, di una serie di risposte per iscritto ad alcune domande poste dai colleghi.
Per quanto riguarda l'indagine conoscitiva, questa è disciplinata dal regolamento della Camera, quindi in questa sede non c'è niente da inventare.

PRESIDENTE. Do la parola al dottor Pascale per acquisire il suo parere sul punto.

ERNESTO PASCALE, Amministratore delegato della STET. Devo dire che sono molto piacevolmente sorpreso per l'interesse che la materia delle telecomunicazioni finalmente suscita - se mi è consentito dire «finalmente»- tanto che mi viene in mente che, come in passato è già accaduto sia per la Camera sia per il Senato, potremmo organizzare un seminario - l'ultimo, se non ricordo male, lo abbiamo tenuto a Venezia, presso il nostro centro di studi San Salvador - allo scopo di approfondire, a prescindere dall'indagine conoscitiva, tutta una serie di temi e di prospettive di sviluppo del settore. Per noi


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infatti è utilissimo - non so se lo sia anche per i membri del Parlamento - capire quali considerazioni, riflessioni e stimoli vengano da un ambiente così qualificato. È questa una proposta che rimetto alle decisioni della Commissione, comunque per noi sarebbe un piacere.
Se il presidente me lo consente, vorrei ora raggruppare alcuni temi di carattere generale che mi sembra siano stati toccati e che implicano questioni tutte abbastanza serie e molto interessanti.

PRESIDENTE. Mi pare quindi di capire che preferisca rispondere immediatamente.

ERNESTO PASCALE, Amministratore delegato della STET. Credo che alcune risposte si possano dare. Se però c'è un problema di tempo, possiamo ritornare; siamo a disposizione della Commissione.

PRESIDENTE. Avevamo previsto di concludere i lavori intorno alle 13,15 e lascerei, comunque, al dottor Pascale la possibilità di rispondere almeno per una parte, salvo poi rinviare il seguito dell'audizione.

ERNESTO PASCALE, Amministratore delegato della STET. Risponderò, quindi, su qualche tema di carattere generale. Innanzitutto, sulla strategia della STET sul mercato nazionale e su quello internazionale, due punti entrambi toccati. Il progetto della STET è innanzitutto quello di sviluppare i servizi di telecomunicazione ed i servizi informatici (dirò cosa significhi esattamente); in secondo luogo, quello di creare un mercato multimediale, di procedere all'informatizzazione - anche il processo di decentramento fiscale e amministrativo, il federalismo hanno bisogno di strutture sul territorio e noi abbiamo una grossa esperienza sul processo di informatizzazione - nonché di portare a rete questi servizi della pubblica amministrazione, centrale e locale, come anche di altri operatori, a vantaggio delle imprese e dei cittadini.
Abbiamo il progetto di fare telelavoro, quindi di creare una società che possa occuparsi di telelavoro, cosa che, sulla base di quanto risulta dai nostri studi, può portare in cinque anni 500 mila nuovi posti di lavoro. Ricordo che nel gruppo già vi sono moltissimi esperimenti ed abbiamo alcune migliaia di persone che già fanno telelavoro, che non è lavoro a domicilio ma lavoro remoto.
Dobbiamo anche cercare, in qualche maniera, di aiutare il sistema di finanziamento, soprattutto per il multimediale; perché il sistema di finanziamento italiano, di solito, non si rivolge ad un progetto così rischioso come può essere quello di un nuovo mercato e quindi bisogna, quanto meno, facilitare la costituzione - noi stiamo mettendo alcuni cippi in America - di venture capital che consentano a chi ha nuove idee, un nuovo progetto industriale, di trovare il capitale di rischio, anche con il supporto di esperienza tecnologica, che possa accompagnarlo nell'intraprendere una nuova iniziativa. Questo è il progetto che riguarda fondamentalmente il mercato nazionale.
Mi soffermo brevissimamente su alcuni punti. Ho parlato molto di informatica e di convergenza di informatica e telecomunicazioni: per me questo significa, innanzitutto, Finsiel; poi significa anche altro, ma innanzitutto Finsiel. Quindi, la Finsiel ha un ruolo fondamentale in questo processo di convergenza; possiamo dire che essa oggi è strategica per le telecomunicazioni per un terzo della sua attività, ma lo sta diventando sempre di più e dipende da come acceleriamo questo processo - il 1996 è stato un anno importante a questo fine - il farla diventare sempre più strategica, per offrire alla clientela una serie di servizi nuovi.
Vorrei anche aggiungere - rispondendo ad un'altra domanda che mi è stata rivolta - che la nostra tradizione è di servirci sempre di aziende che operano in Italia. Talvolta, ma per limitatissime parti, acquistiamo tecnologia straniera, quando non è disponibile in Italia, ma abbiamo avuto sempre la consuetudine di servirci di aziende italiane. Inoltre, manteniamo con tutte le aziende fornitrici un rapporto apertissimo, nel senso che verifichiamo in


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anticipo quali siano le possibilità di mercato. Certamente, facciamo la gara, quindi chi ottiene la fornitura l'ottiene perché vince la gara, però chiediamo a tutti di mettere a disposizione quelle che sono le evoluzioni possibili e lo facciamo sia con le imprese manifatturiere delle telecomunicazioni, sia anche con le società di informatica. Quindi, l'accordo o il contatto con le società di informatica o che vengono, comunque, dalla tecnologia dell'informazione dedicata alle telecomunicazioni per noi è continuo.
Sviluppo dei servizi di telecomunicazione e informatici vuol dire, poi, creare la rete a larga banda, che non è fatta solo della cablatura ma di tutti i sistemi trasmissivi correlati, da una commutazione a larga banda e da un supporto. Con questo ci proponiamo di ottenere una serie di benefici: primo, una riduzione di costi di gestione della rete; secondo, una riduzione dei costi di gestione della clientela, in modo da essere maggiormente competitivi; terzo, uno sviluppo dei servizi di telecomunicazione, anche quelli tradizionali (il videotelefono potrebbe diventare un servizio di massa, ma ci sono tante altre cose che possono camminare sulla rete a larga banda); quarto, la creazione di un supporto tecnologico indispensabile perché il mercato multimediale possa svilupparsi.
Per quanto riguarda il mercato multimediale, in realtà esso ancora non esiste: siamo agli albori, vi sono una serie di sperimentazioni e di attività che per ora sono limitate ed influiscono scarsamente sugli introiti. È un mercato, però, che può avere una fortissima crescita: lo dimostra il fenomeno Internet; in fin dei conti, per sintetizzare, si tratta di una rete non evoluta e molto tradizionale, collegata con connessioni fra un pezzo e l'altro, ma caratterizzata da un aspetto fondamentale, l'Internet protocol che è standardizzato. Esso consente ad una vastissima platea di colloquiare e questo significa che, se si procede su questa strada, vi sarà un mercato molto forte, come d'altronde si constata in America. In Italia, siamo ancora a 60 mila abbonati ma tutto sommato abbiamo cominciato da poco e credo che andremo avanti presto, quando alla fine dell'anno l'accesso ad Internet sarà dato a tutti. Ritengo che questa sia la più evidente dimostrazione che il mercato multimediale esiste, potrà svilupparsi ed essere robusto, anche se - bisogna ammetterlo - ancora qualcuno ne dubita.
Questo tipo di mercato comporta l'innovazione di prodotto, tendente ad offrire alla clientela nuovi servizi, quindi implica come l'innovazione di processo, riduzione dell'occupazione. Gli operatori di telecomunicazioni non daranno direttamente nuova occupazione, anzi la competizione porterà semmai a ridurla, ma si creeranno nuovi posti di lavoro se vi saranno nuovi prodotti da offrire, cioè un nuovo mercato, con iniziative imprenditoriali, investimenti e nuovi servizi. Al riguardo, cito soltanto due dati: secondo le statistiche dell'ufficio del lavoro americano, negli Stati Uniti i posti di lavoro nelle aziende che ruotano attorno ad Internet sono 400 mila e nel cinema, che è un content provider, sono 180 mila. Vi è quindi la possibilità di creare nuovi posti di lavoro attraverso un nuovo mercato e l'innovazione di prodotto.
Per quanto riguarda i servizi a rete e l'informatizzazione, credo che tutti siamo d'accordo con l'onorevole Bosco sul fatto che i supporti tecnologici devono consentire di accedere alle reti e di dialogare con tutti i corrispondenti da qualsiasi punto, in modo che la distanza ed il fatto di essere in un posto o in un altro tendano a divenire sempre meno importanti. La valorizzazione delle piccole realtà locali si ottiene, quindi, con un sistema di telecomunicazioni e di informatica, con servizi che devono essere immessi in rete ed essere disponibili per tutti, affinché si possa dialogare con strumenti tecnologicamente evoluti, il che è molto utile in particolare per le aziende.
Quanto al telelavoro, si tratta a mio avviso di una grossa promessa. Faccio presente che negli Stati Uniti si sta andando verso 10 milioni di addetti al telelavoro, con una serie di implicazioni sull'ambiente e sulla qualità della vita, benché ciò comporti, come sempre, anche problemi nuovi. Vi possono essere, comunque, fortissime


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ricadute nelle telecomunicazioni. Nel nostro settore, abbiamo già stipulato un contratto di lavoro che prevede il telelavoro: naturalmente, anche in questo ambito, vi deve essere un accompagnamento delle forze sindacali che per ora, ai primi passi, vi è stato. Sarà necessario peraltro anche un intervento di tipo normativo.
Tutte queste attività le svolgiamo per business: quindi, ci facciamo ogni volta i conti e stendiamo un business plan; devo dire che, allo stesso tempo - forse per mera coincidenza, forse no - si dà un contributo allo sviluppo del paese, che si ammoderna anche attraverso questi strumenti. Per noi è una motivazione di più, rispetto a quella, che resta fondamentale, del business: un esempio è proprio quello del telelavoro, per il quale calcoliamo che ogni postazione porti circa 2 milioni di bolletta per cui, se riusciamo ad arrivare ad un milione di postazioni, vi saranno 2 mila miliardi in più di business. Le nostre sono considerazioni imprenditoriali, che però sono ulteriormente stimolate dalla possibilità di dare un effettivo contributo ad un progetto di sviluppo del paese.
Per quanto riguarda la parte internazionale, ricordo i dati che ho già citato: il 12 per cento di un mercato da 800 mila miliardi è internazionale; i servizi globali, con le relative alleanze, sono il 6 per cento, di cui tre quarti nazionali ed un quarto internazionali, cioè l'1,5 per cento. Si tratta di un aspetto importantissimo, che crescerà rapidamente, ma che per ora è all' 1,5 per cento, anche se è quello che determina grandi titoli sui giornali. La nostra strategia internazionale consiste, in primo luogo, nell'andare sui mercati nazionali, che oggi comprendono l'88 per cento di tutti i servizi, globali e non globali (le presenze sui mercati nazionali, quindi, sono indispensabili). Per quanto riguarda le aree di interesse, facciamo riferimento in primo luogo all'Europa, dove abbiamo alcune presenze: l'ultima è conseguente all'accordo con la Francia. Abbiamo un interesse immediato anche per la Germania e la Spagna e al riguardo vi sono trattative in corso. In quanto europei, la nostra presenza sul mercato del nostro continente è indispensabile; certo, saremo tendenzialmente secondi operatori negli altri paesi (anche se non necessariamente in tutti).
Dal punto di vista degli investimenti, un'altra area di estremo interesse è quella dell'America latina, dove è nostra intenzione giungere ad un gestore panamericano: stiamo formulando il progetto ed abbiamo una serie di presenze in America latina che vogliamo estendere attraverso la stipulazione di accordi. Sottolineo che l'America latina, secondo esperti ed economisti, si svilupperà in misura notevole nel prossimo futuro, tanto che nelle telecomunicazioni il suo peso, che oggi è complessivamente del 10 per cento, tenderà ad arrivare al 20 per cento. Altri punti di nostro interesse sono quelli in cui vi sono possibilità di crescita più ampia, in relazione al rapporto popolazione-telecomunicazioni: mi riferisco alla Cina e all'India. In Cina non è ancora possibile diventare gestore ma stiamo realizzando reti in due provincie; in India stiamo cominciando con le prime localizzazioni, per esempio il cellulare a Nuova Delhi.
La nostra politica, quindi, consiste in presenze che possono supportare un'alleanza molto più ampia. Ricordo che le alleanze dobbiamo stringerle solo in quanto business, cioè se ci convengono: non possiamo pensare, credo, ad alleanze di immagine; se avessimo voluto farle, per avere un bel titolo sui giornali, le avremmo già fatte da tempo. Dobbiamo avere alleanze convenienti, con imprese disponibili ad investire e ad assumere il ruolo di operatori globali. Abbiamo oggi delle presenze e sono in corso trattative, per esempio stipuleremo fra breve un accordo con l'IBM. In questo ambito, comunque, abbiamo ancora strada da fare e le nostre esigenze, ripeto, sono di business, di valorizzazione del gruppo STET, non possono essere invece nulla più che un colpo d'immagine. Su questo stiamo puntando.
Quanto al DECT, non intendo richiamare una serie di norme, anche ricomprese nella direttiva 96/2 CE. Quella fra mobile e non mobile è una bella disquisizione giuridica, rispetto alla quale, tra l'altro, non credo che la Comunità si sia posta


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bene. Io non credo sia mobile, trattandosi di una estensione della rete fissa. Va inoltre considerato che nel dispositivo si dice che: «Gli Stati membri, a decorrere dall'entrata in vigore della presente direttiva, non possono negare il rilascio di licenze per le applicazioni di accesso alla rete pubblica (...), in particolare per i sistemi operanti in base alla norma DECT». Vorrei sottolineare come Telecom e TIM si trovino già in una situazione ben differente da quella di altri paesi europei. In questi ultimi le telecomunicazioni sono operate da amministrazioni dello Stato, mentre da noi vi sono società quotate in borsa la cui maggioranza è in mano allo Stato ma alle quali partecipano molti investitori privati, i quali hanno una concessione che arriva fino al 2012, sulla base di un contratto stipulato tra lo Stato e un soggetto di diritto privato.
All'epoca in cui si parlò dell'introduzione del cosiddetto secondo telefonino, noi avremmo potuto contrastare presso i tribunali tale iniziativa. Si giunse tuttavia ad un accomodamento. Tutto ciò, però, ha fatto sì che la stessa autorità competente riconoscesse la concessione già esistente. A quell'epoca non ci recammo a firmare una convenzione già predisposta fino a quando non ottenemmo il riconoscimento. Nessuno può dimenticare questo aspetto. Quindi, sì alla liberalizzazione e all'introduzione della concorrenza, sì alla previsione di opportune forme di compensazione a favore dei soggetti che abbiano già un contratto in esclusiva, ma non si possono considerare questi soggetti come se partecipassero a qualche gara o dovessero aprire nuovi servizi. Ricordo tra l'altro che, in base alle attuali convenzioni, abbiamo l'obbligo di introdurre tutti i nuovi servizi.
Vorrei spiegare che cosa è il DECT. Il DECT è il terminale di casa o di ufficio che si può portare per le strade mettendo delle antennine. Il segnale non penetra nelle case, per cui si limita a quel segmento di mercato e di persone che ne hanno bisogno sulla strada, ma che non possono andare ad una velocità superiore ai 20-25 chilometri all'ora. Quindi, a parte le considerazioni di Arthur B. Little, pensiamo che gli abbonati saranno circa 5 milioni, di cui, semmai, un milione può andare in interferenza con il mobile; però, dall'altra parte, abituiamo le persone, i clienti a servirsi della mobilità dando a quest'ultima, attraverso questo sistema, nuovo impulso.
Quanto ai problemi sollevati dall'intervento del presidente Amato, li affronteremo nelle sedi opportune. Siamo rimasti meravigliati...

FRANCESCO CHIRICHIGNO, Amministratore delegato della Telecom. Il sistema utilizza una frequenza ridondante che non disturba il DCS 1800. Quindi, non si può parlare di posizione dominante.

ERNESTO PASCALE, Amministratore delegato della STET. Purtroppo, non c'è il tempo sufficiente per aggiungere una serie di considerazioni sul DECT. Sicuramente, comunque, avremo occasione di parlarne in altre occasioni.
Qual è, fondamentalmente, la differenza tra l'Europa e gli USA? La liberalizzazione potrebbe ripareggiare le situazioni: anche in USA c'erano monopoli di fatto grandi come paesi, anche dopo il break up del 1984. Non è che non ci fossero: c'erano degli operatori a lunga distanza... La lunga distanza è l'internazionale europeo. Per esempio, oggi la TNI, che sta investendo, porta il traffico in Francia o in Germania non attraverso le corrispondenti France Telecom o Deutsche Telecom. Anche noi stiamo facendo questo. Prevalentemente, però, oggi si afferma il rapporto di corrispondenza. Con la liberalizzazione, ognuno potrà agire in tutti i paesi liberamente, con ciò parificandosi le situazioni.
Bisogna considerare che noi siamo concessionari. Nel momento in cui volessimo installare la rete, dovremmo adeguarci alla norma che prevede la richiesta di concessione ai comuni. Credo si tratti di una norma non giusta né equa sotto il profilo economico. Va tenuto presente che Telecom in ogni comune italiano ha la sua centrale (o le sue centrali), la sua rete, i


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suoi apparati trasmissivi. Impedire a Telecom di evolversi tecnologicamente (dal momento che la rete a larga banda è integrata, è un'evoluzione dell'attuale rete di telecomunicazione), attraverso un sistema di nuove concessioni, credo sarebbe assurdo. Si tratterebbe di una complicazione amministrativa del tutto inutile, oltre ad essere iniqua nei confronti di Telecom, che è concessionaria, che ha già una rete e che si deve evolvere tecnologicamente per offrire nei comuni tutti i servizi possibili.
In Italia, oltre ad un problema di tassazione, esiste un sistema di canone di concessione che non ha eguali in tutto il mondo o, almeno, in tutta Europa. Mi sembra che Spagna e Portogallo facciano registrare lo 0,50 per cento, a fronte del nostro 3,50. Inoltre, da noi è prevista una tassa sui telefonini che è unica al mondo.
In definitiva, dovendo competere, si dovrebbero prevedere, grosso modo, condizioni di parità di trattamento; inoltre, se si vuole sviluppare il settore, va considerato che queste forme improprie di tassazione pesano sullo sviluppo. C'è una forte relazione ed elasticità tra prezzo e domanda. Nel momento in cui fu introdotta la tassa sul telefonino facemmo un conteggio e dicemmo che se lo Stato avesse avuto pazienza, in considerazione delle proiezioni di sviluppo, avrebbe guadagnato di più a non introdurre quella tassa. Siamo infatti i più grossi contribuenti italiani e forniamo, attraverso l'IVA (che non è recuperata sui privati) o attraverso le tassazioni della nostra attività, un notevole contributo allo Stato.
Credo si tratti di scelte di politica industriale che debbono essere effettuate dal Governo italiano.
Quanto alle privatizzazioni, in realtà c'è fretta rispetto all'authority, per evitare il rischio di modifiche. Non vorrei tornare sulla privatizzazione; capisco che vi possano essere delle perplessità, ma credo anche che nel ciclo economico l'alternativa tra privato e pubblico non è una verità assoluta ma una verità storica, a seconda del momento in cui si vive. Sono convintissimo che il ruolo delle partecipazioni statali sia stato fondamentale dal dopoguerra ai nostri tempi, perché ha stimolato l'economia ed ha consentito investimenti anche in settori ad alta tecnologia; quindi la formula dell'economia mista è una formula che ha funzionato. Però tutte le cose, in economia, hanno dei cicli: oggi quello delle partecipazioni statali si è andato esaurendo, mentre lo Stato ha bisogno di rivitalizzare, concentrandosi sul suo core business, le attività fondamentali di giustizia, istruzione e via dicendo. Dico, solo per inciso, perché non c'è tempo di sviluppare questo importantissimo capitolo, che quello dell'istruzione è un settore molto connesso al mercato multimediale. Penso, dunque, che quello della privatizzazione, che stanno seguendo tutte le economie occidentali, sia un ciclo, tutto sommato, positivo, che conviene favorire.
Le public company sarebbero un'ottima cosa. Nel sistema economico anglosassone hanno dato un grandissimo contributo, però, prima di poterle attuare in Italia, bisognerebbe cambiare cultura, realizzare una certa trasparenza, cambiare alcune regole, avere nuovi protagonisti dei mercati finanziari. In pratica, ritengo che siano necessari cinque anni. Si arriverà, dunque, nel tempo alla public company per la STET, ma per ora penso che l'unica soluzione sia quella di un nocciolo duro, ed io spero che sia prevalentemente italiano. Lo so che non bisognerebbe dirlo, perché in ambito europeo non deve più esistere la differenza fra italiani e non italiani; però io seguito a sperare che il nocciolo duro sia prevalentemente italiano.
Per quanto riguarda i valori che oggi la Borsa sta dando, le quotazioni attuali dovrebbero essere quasi di 28 mila lire per la STET, 27 mila per la Telecom e 26 mila per la TIM. Per la STET c'è il cosiddetto holding discount, cioè se qualcuno prende il patrimonio della STET e lo valorizza con la capitalizzazione di borsa, c'è una riduzione (è un fenomeno che vale per tutte le società holding). Si dice che le ragioni siano tante, per me quella fondamentale è che se la STET vendesse il suo patrimonio avrebbe delle sopravvenienze attive soggette a tassazione, e la Borsa tende a valutare il netto, quindi al di fuori della


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tassazione. E, puta caso, sono 11 mila miliardi di holding discount per tutta la situazione. Se dovessimo vendere direttamente a terzi Telecom, TIM e il resto avremmo 10 mila miliardi come tassazione per sopravvenienze attive; quindi c'è pure questa coincidenza. Se si vuole eliminare l'holding discount l'unica soluzione non è quella di vendere a pezzetti ma di fare la fusione. Non c'è altro modo.
I valori vanno considerati in proporzione a quelle che sono oggi le quotazioni dell'IRI, se si vuole fare riferimento alle capitalizzazioni di borsa. Oggi il 53 per cento della STET è in mano di privati investitori, il 47 per cento dell'IRI.

PRESIDENTE. Mi scusi, dottor Pascale, ma vedo che molti commissari si stanno allontanando. Forse, accogliendo molte richieste che mi stanno pervenendo, anche per iscritto, dovremmo prendere in considerazione la possibilità di proseguire in un'altra occasione il nostro dibattito.
Da ultimo, sollecitava il mio interesse il problema dell'holding discount. Quanto lei dice è vero ma, in questo caso, chi vende lo sa, quindi per lui il problema è abbastanza indifferente in quanto, alla fine, le tasse vanno comunque allo Stato. È tuttavia una particolarità da evidenziare. Così come vi sono molti altri punti assai complicati. Mi domando, dunque, se possiamo rinviare.

ADOLFO URSO. Un rinvio, presidente, consentirà non solo al dottor Pascale, ma anche al dottor Chirichigno e all'ingegner Gamberale di dare le loro risposte. Su alcuni argomenti, infatti, vi potrebbero essere valutazioni diverse. Deve comunque essere chiaro, presidente, che un rinvio non comporta la riapertura del dibattito.

PRESIDENTE. Non si riapre assolutamente. Al massimo, sarà concessa la possibilità di prendere la parola a qualcuno che oggi è giustificatamente assente.

ANGELO SANZA. No, presidente. Le iscrizioni a parlare sono chiuse.

PRESIDENTE. Va bene, le iscrizioni a parlare sono chiuse.

ERNESTO PASCALE, Amministratore delegato della STET. Poiché abbiamo preso nota di tutte le domande che sono state formulate, se la Commissione lo ritiene opportuno potremmo fornire per iscritto ulteriori elementi informativi. Dopo di che la Commissione deciderà come e quando riconvocarci.

PRESIDENTE. Questo anche per dare la possibilità al dottor Chirichigno e all'ingegner Gamberale, che fino a questo momento - e me ne scuso - si sono visti assegnare, come avrebbe detto Calamandrei, il ruolo dei convitati di pietra, di esprimere il loro punto di vista.

VITO GAMBERALE, Amministratore delegato di Telecom Italia mobile. È giusto che parli l'azionista.

PRESIDENTE. In conclusione, ringrazio ancora il dottor Pascale, il dottor Chirichigno e l'ingegner Gamberale per la squisita disponibilità che hanno dimostrato e rinvio il seguito dell'audizione alla data che l'ufficio di presidenza determinerà.

La seduta termina alle 13,35.