AUDIZIONE
La seduta comincia alle 10,10.
PRESIDENTE. Propongo, anche in base alla richiesta pervenuta da parte del deputato Turroni, che la pubblicità della seduta sia assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento della Camera, del ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000, Antonio Di Pietro, sugli orientamenti programmatici nei settori di competenza.
nel decreto sul differimento di termini); questione del Giubileo, che interessa, oltre la città di Roma e la regione Lazio, molte zone d'Italia.
disponibilità ad intervenire in questa sede depone a favore di una proficua, corretta ed efficace collaborazione nel nostro lavoro quotidiano.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Mi sono permesso di riassumere quanto ho da dire in un documento scritto, del quale sono a disposizione circa sessanta copie che il presidente, se lo riterrà, potrà far distribuire. In questo modo, chi lo desidera potrà seguire l'esposizione disponendo già della relazione scritta; chi si rendesse conto, invece, che si tratta di un documento del tutto inutile potrà decidere di andarsi a prendere un caffè...
PRESIDENTE. Ringraziamo il ministro anche di questa particolare attenzione, perché non è nella prassi che il responsabile del dicastero si preoccupi direttamente di assicurare un congruo numero di copie della relazione.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Come avrete modo di verificare dal documento, la mia esposizione è suddivisa in tre parti: linee generali (l'azione normativa, l'azione amministrativa, la riforma del dicastero che intenderei portare avanti con il vostro consenso); interventi nei singoli settori; aree urbane ed in particolare il Giubileo del 2000 (di cui tanto si parla).
di legge» per evitare equivoci -, al Consiglio dei ministri ed al Parlamento puntuali richieste di modifiche: mi attiverò, ad esempio, in ordine agli organismi ed alle modalità di collaudo ed anche in tema di definizione delle controversie in materia di lavori pubblici, con particolare riguardo all'istituto dell'arbitrato, rifacendomi specialmente ai principi affermati anche nella recente sentenza della Corte Costituzionale n. 152 del 9 maggio 1996. Ed ancora: con riferimento ad una più adeguata normativa relativa all'ambito dell'applicazione, alla qualificazione, programmazione e progettazione secondo le indicazioni emerse nella Commissione ambiente e territorio della Camera nella passata legislatura.
anche di approvare, con una procedura costituzionalmente più corretta, talune modifiche al codice stesso.
dello Stato e quindi allo Stato appartenenti.
riguarda, lo sarà - al rigoroso rispetto del principio di legalità dell'azione amministrativa ed alla salvaguardia dell'ambiente. Perché ciò possa avvenire senza incertezze, occorre, ovviamente ed innanzitutto, un quadro definito di riferimento normativo, di cui ho già detto all'inizio: ecco perché ho affermato che è necessario dare certezze.
dei lavori pubblici. Questi organismi sono stati pensati in funzione del maggior controllo delle attività nel settore, controllo che si è ritenuto non potesse che essere centrale.
colpa di quanto è successo - bisogna avere il coraggio di dirlo - è soprattutto dei responsabili politici che negli anni passati di Tangentopoli (mi riferisco a quelli precedenti al 1992, non vorrei essere frainteso) si sono succeduti alla guida del ministero. Persone che hanno usato il loro potere per realizzare interessi personali, scoraggiando, così, le professionalità degli appartenenti all'amministrazione.
quanto dirò non è da considerarsi esaustivo; mi sono soffermato solo su alcuni settori che mi sono sembrati più rilevanti, ma mi impegno fin d'ora a dare risposta in sede di replica a tutte le richieste ulteriori che mi proporrete.
per sottoporle al vostro vaglio critico ed eventualmente aggiornarle.
difficoltà nell'avvio del programma, difficoltà dovute alla necessità di coordinare competenze ed impegni degli organi centrali con quelli delle autorità locali. Dopo una serie di incontri con i rappresentanti delle regioni, mi è stato possibile assumere nei confronti degli organi comunitari, proprio nei giorni scorsi, l'impegno ad utilizzare, nel corso del corrente anno, i previsti finanziamenti per circa mille miliardi, evitando così che da parte della Comunità si attuasse il dirottamento delle risorse verso altri obiettivi. Si è trattato di un risultato faticoso, che siamo riusciti a programmare in extremis, anche con interventi diretti presso le competenti autorità dell'Unione europea, oltre che con risoluti stimoli verso le regioni inadempienti. Naturalmente ci adopereremo affinché per i programmi ed i finanziamenti futuri non si abbia più a riprodurre il rischio di decurtazione dei fondi.
grado di delicatezza ed impongono interventi tempestivi.
era un'azienda di Stato è divenuto un ente pubblico economico). In tale contesto, il ministro dei lavori pubblici, oltre i poteri di alta vigilanza e nomina degli amministratori, esercita quelli di indirizzo programmatico e di approvazione di bilancio; inoltre, dà il proprio assenso alle concessioni autostradali. Ho sentito dal presidente che su questi indirizzi programmatici vorrebbe dire la sua anche la Commissione parlamentare. Non lo sapevo e non ho detto nulla al riguardo. Personalmente, ritengo che con più occhi guardiamo, meglio è; si capisce cosa voglio dire, vero?
UGO MARTINAT. È uno che vota per te!
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Il piano decennale della viabilità è in via di esaurimento e cesserà di validità al 31 dicembre 1996. Si impone sin d'ora, evidentemente, la necessità di una sistematica e rigorosa indagine conoscitiva delle esigenze da soddisfare mediante una nuova pianificazione e programmazione, che tenga conto del carattere intermodale del sistema infrastrutturale e delle necessità del paese oltre le soglie del 2000. Bisogna rifare il programma per i prossimi dieci anni, ma in funzione anche di ciò che avverrà in futuro; quindi, è un impegno importante. Mi ripropongo - ed in questa sede assumo formale impegno - non solo di interpellare, come mi impone la legge, tutte le regioni ma anche di tener conto di tutte le loro ragioni, in una apposita conferenza, per avere le loro indicazioni e i loro stimoli circa la priorità e le aspettative di ciascuna di esse. Insomma, nello spirito di massimo coinvolgimento delle autonomie locali anche nella pianificazione viaria, mi attiverò affinché il prossimo piano decennale tenga ben conto, oltre che delle necessità transnazionali, anche delle esigenze regionali e locali. Il risultato di questa indagine - che ho già disposto, istituendo un apposito ufficio al riguardo - corredato da criteri metodologici, strategici ed operativi, costituirà il primo nucleo del piano pluriennale che verrà sottoposto all'esame del CIPE ma anche, evidentemente, della Commissione.
del piano decennale. Lo avete fatto voi e quindi lo sapete meglio di me. Quindi, per il biennio 1994-1995, essendo saltato il programma, non si può parlare di accordo di programma ai sensi della legge n. 143; anche questo è un dato di fatto. Il programma per il 1996, che nasce quindi come effetto della risoluzione parlamentare e della previsione di bilancio (cioè 5.200 miliardi divisi tra due capitoli), avrebbe dovuto essere oggetto di accordo. Esiste agli atti in possesso del ministero uno schema di accordo che non ha avuto seguito per motivi che si ignorano e che - mi risulta - è frutto di intesa con le regioni interessate.
MASSIMO SCALIA. Abbiamo qualche ipotesi al riguardo!
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Ho proposto perciò alla Presidenza del Consiglio un emendamento soppressivo della suddetta previsione.
E veniamo all'ultima parte della relazione, concernente le aree urbane e il Giubileo. Il dipartimento delle aree urbane, di cui mi è stata attribuita la delega, fu istituito originariamente, com'è noto, con il compito di acquisire la base conoscitiva e progettuale per il potenziamento ed il miglioramento dei servizi pubblici e per la realizzazione di programmi ed interventi mirati alla riqualificazione urbana. Ulteriori competenze in varie materie gli sono state poi attribuite con successivi provvedimenti legislativi. Oggi sono quelle previste nel decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 31 maggio 1996 di delega al ministro dei lavori pubblici - cioè a me - a cui rimando. Qui, però, devo ricordare uno dei compiti previsti in questa delega, perché è meglio segnalarlo alla Commissione.
GIANFRANCO SARACA. Sono alla Presidenza del Consiglio?
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. No: dipendono dalla Presidenza del Consiglio ma sono seduti alla nostra scrivania, visto che ne esiste la possibilità, perché il ministro è uno solo. Il problema di Reggio Calabria è delicato, perché esistono anche problemi di delicati conflitti di interessi. Però voglio accertare bene come stanno i fatti prima di riferire.
GIANFRANCO SARACA. Solo se prendono la metropolitana, però, altrimenti non la ricevono...
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Per l'occasione, arriveranno milioni e milioni di pellegrini e turisti in città e nelle zone limitrofe. Indipendentemente da tutto, qualcuno deve pur pensare ad accoglierli, ospitarli, assisterli ed indirizzarli nei luoghi di culto. Contestualmente, bisogna fare in modo che questo enorme afflusso non provochi troppo disagio ai residenti e a coloro che frequentano abitualmente Roma per lavoro. Quindi, è un nonsenso accusare Roma di fare la parte del leone per l'acquisizione di fondi per il Giubileo. All'inizio ho detto che arriveranno a Roma e in Italia, parlando in modo più ampio; ma ripeto che Roma è il luogo dove tutti i pellegrini, ma anche residenti e turisti, si recheranno per assistere alle manifestazioni. Per logica, quindi, ancora prima che per legge, far fronte alle suddette esigenze compete ai rappresentanti degli enti locali, primo fra tutti il sindaco di Roma, ma anche la provincia e la regione. State certi (l'ho già detto al sindaco di Roma) che, come responsabile per la parte di delega che ho ricevuto, non mi intrometterò sulle scelte delle autorità locali in ordine al sistema di accoglienza che intendono proporre. È una responsabilità politica loro e se la devono assumere. Ad essi spetterà, quindi, predisporre il piano di accoglienza.
VINCENZO ZACCHEO. Il controllore controllato.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Tutto ciò da sempre è affidato al Ministero dei lavori pubblici ed io ho incaricato il sottosegretario onorevole Bargone di seguire con cura il settore. Ho fatto solo questo, quindi senza invadere alcuna competenza. Ritengo che questi compiti non costituiscano affatto un'indebita intrusione nelle autonomie locali, ma siano una garanzia di trasparenza per la collettività. Chi teme queste cose ne spieghi le ragioni.
collegiale. Personalmente non ho alcuna difficoltà a dichiarare opportuna la necessità di individuare dei «percorsi religiosi nazionali», religioso-turistici, da attrezzare per l'evenienza. Proprio per questa ragione, e qualora non si dovessero trovare altre soluzioni che auspico, compirò ogni sforzo come ministro dei lavori pubblici per reperire risorse nell'ambito delle disponibilità ministeriali da finalizzare alle esigenze sopra citate.
PRESIDENTE. La ringrazio, signor ministro, per la lunga, esauriente e davvero non noiosa - non foss'altro per il modo in cui l'ha presentata - relazione.
Poiché il ministro Di Pietro ha chiesto una breve pausa, sospendo la seduta per dieci minuti circa.
La seduta, sospesa alle 11,35, è ripresa alle 11,55.
PRESIDENTE. Riprendiamo i lavori. Do la parola all'onorevole Turroni.
SAURO TURRONI. Signor presidente, signor ministro, colleghi, ho ascoltato la lunga relazione dell ministro con molto interesse ed anche con soddisfazione, perché eravamo abituati diversamente: intendo dire che si è trattato di una relazione impegnativa, della quale molti punti sono assolutamente condivisibili. Non mi soffermerò, quindi, su quei punti ma ne richiamerò alcuni nello spirito di quel rapporto costruttivo che nell'ultima parte del suo discorso lei, signor ministro, ha evocato; ciò per suggerire non alcune correzioni ma integrazioni che lei stesso mi pare abbia auspicato all'inizio del suo intervento. Cercherò di seguire la traccia della sua relazione proprio perché in essa sono compresi tutti gli aspetti che intendo toccare.
occasioni (sono molto attento alle cose che lei dice) e che in questo caso do per citato: mi riferisco alle procedure straordinarie. Mi sembra che lei più volte abbia dichiarato che non intende in alcun modo porre in atto procedure di carattere straordinario e che tutto deve rientrare nell'ordinarietà. Però, all'interno del decreto n. 286 è prevista una forma particolare di conferenza di servizi. In questi anni ciascun decreto, ciascun atto del Governo che ci è stato proposto, relativo ad opere pubbliche, conteneva la previsione di una conferenza di servizi in funzione del tipo di opera o di intervento che si intendeva attuare. Anche questa è una procedura di carattere straordinario e io ritengo che il sistema delle autorizzazioni, proprio per evitare il continuo ricorso a procedure derogatorie o accelerate, vada rivisto nel suo complesso, per cui propongo di stralciarlo per poter rivedere l'intero meccanismo delle procedure autorizzative in un'altra sede.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. E quindi?
SAURO TURRONI. Io non l'ho interrotta prima, signor ministro. Comunque ora le fornisco il chiarimento: e quindi è necessario dotare gli uffici di quelle competenze e far sì...
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. E nel frattempo? Che ne facciamo delle seimila pratiche giacenti al ministero?
SAURO TURRONI. Nessuno le guarderà, signor ministro. Se questo è un risultato, proceda ad una sanatoria, così faremo prima; però non mi sembra un risultato, perché quello che mi interessa è un'altra cosa. Le cito un caso. Lei parla in termini molto positivi dell'opportunità di affidare ai privati la realizzazione di alcune opere d'interesse pubblico (magari una caserma o una serie di uffici). Ebbene, la questione è molto delicata, perché quando tali opere si possono realizzare utilizzando l'articolo 81 in deroga agli strumenti urbanistici e manca un soggetto che le controlli e le verifichi, si possono registrare tutte quelle distorsioni che noi giustamente intendiamo evitare e che lei nella sua relazione ha più volte condannato in maniera manifesta ed esplicita.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Ci siamo capiti.
SAURO TURRONI. Sulla questione della riforma del ministero, accolgo favorevolmente il fatto che lei ad un certo punto abbia reintrodotto la parola «programmazione», che non era contenuta nel testo. Insisto molto al riguardo, perché la programmazione è uno strumento fondamentale. Lei oggi ha chiesto (e qui intendo esprimere un'osservazione di natura politica) molte risorse per il suo ministero e ha definito un programma di potenziamento del dicastero stesso. Ebbene, debbo osservare che il programma della coalizione con cui ci siamo presentati prevedeva l'accorpamento di diversi ministeri, in particolare con una riconsiderazione complessiva delle funzioni dei ministeri che si occupano del territorio, con la costituzione di un ministero del territorio e dell'ambiente, magari con lo smembramento del ministero dei lavori pubblici e l'attribuzione di sue funzioni al ministero del territorio da una parte, al ministero delle infrastrutture dall'altra, e così via.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Ho detto «anche» alle società di ingegneria.
SAURO TURRONI. Io sto collaborando (Commenti).
ROBERTO RADICE. Avevamo dei dubbi!
SAURO TURRONI. Collega Radice, non devi avere dubbi in proposito; quando io
non collaboro, hai visto bene, da ministro, come faccio, quindi stai tranquillo.
ROBERTO RADICE. Suoni sempre la stessa musica!
SAURO TURRONI. Signor ministro, lei avvia un'importante riforma del suo dicastero, con rotazioni di incarichi, in definitiva con una ventata di aria nuova. A mio avviso la pubblica amministrazione, per non farsi gabbare o per non diventare un facile strumento da parte di chi vuole malversare, deve essere efficiente ed autorevole. L'efficienza e l'autorevolezza si esplicano anche esercitando in proprio le funzioni della pubblica amministrazione, tra le quali rientra, nel caso dei lavori pubblici, la progettazione, anche quella definitiva, anche quella esecutiva. Infatti solamente un tecnico che conosce a fondo ciascuna parte del progetto è in grado di contrastare le pressioni che possono venire da parte delle imprese, le quali magari portano i professoroni - come dice qualche mio collega - ed esponenti autorevoli del mondo accademico a sostenere tesi che, pur essendo del tutto rispettabili, riflettono gli interessi dell'impresa e non della pubblica amministrazione. Non ho nulla contro le società di ingegneria, che debbono anch'esse lavorare, ma la pubblica amministrazione deve in maniera prioritaria progettare.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. È quello che ho scritto.
SAURO TURRONI. No, vedo che le decisioni, che in parte conosco, non corrispondono a questo. In ogni caso, per esempio, non credo che chi è stato autore, sostenitore, propugnatore, difensore dei condoni possa esercitare una buona politica per il nuovo Governo che io sostengo.
bacino, a cominciare dal livello nazionale: oggi non esiste un piano di bacino nazionale. Tutte le opere a cui lei ha fatto giustamente riferimento per ridurre le calamità (che non sono naturali, ma che derivano dal malgoverno del territorio) potranno essere efficaci soltanto se saranno collocate all'interno di una corretta pianificazione di bacino; serviranno, allora, a ridurre le calamità e non a produrne di nuove. Credo che per quanto riguarda il Po si debba andare in questa direzione.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma capitale e Giubileo del 2000. «Dell'ANAS» lo ha aggiunto lei.
SAURO TURRONI. Bene: allora mi riferisco soltanto ad un responsabile... Vorrei sapere, comunque, cosa significhi questa affermazione.
PRESIDENTE. Il tempo, onorevole Turroni.
SAURO TURRONI. Ho finito, presidente.
stradale per i ragazzi, alle regole sui limiti di velocità ed ai sistemi di controllo, agli interventi per la sicurezza intrinseca delle strade). Ritengo che questa relazione - lasciando da parte le questioni delle discoteche - potrebbe costituire una buona base operativa per stabilire un piano di azione in materia. Ricordo che il documento di Kinnock è stato pubblicato circa un mese fa (alla sua presentazione hanno partecipato anche rappresentanti della Fiat). Il complesso di azioni che va sviluppato affinché non si contino più 6-7 mila morti all'anno sulle autostrade dovrebbe tenere conto degli indirizzi adottati in altri paesi: se l'Italia applicherà gli stessi sistemi, potrà avvicinarsi agli stati nei quali si verifica un minor numero di incidenti (in questo momento il nostro paese si trova al centro della «forbice» fra il livello massimo e quello minimo di incidenti).
PRESIDENTE. Devo «bacchettare» l'onorevole Turroni: esiste la necessità di un'autoregolamentazione ed io ho il dovere di garantire a tutti i colleghi il diritto di intervenire. L'onorevole Turroni si è dilungato eccessivamente, ma ricordo che i tempi a nostra disposizione restano limitati ad oggi fino alle ore 14 ed alla mattinata di domani. Poiché il regolamento non prevede particolari limiti in proposito, chiedo ai colleghi che hanno chiesto di parlare di autoregolamentare i propri tempi di intervento per consentire a tutti coloro che lo desiderino di prendere la parola.
ALFREDO ZAGATTI. Vorrei anzitutto illustrare la ragione politica per la quale l'impostazione data dal ministro alla sua relazione mi trova conseziente.
ancora insieme si debba compiere una verifica per rendere adeguata la parte regolamentare. Non le sfuggirà - d'altra parte l'ho trovata ben presente nella sua relazione - l'essenzialità della questione dei tempi e del coordinamento di questa attività. Credo che in proposito lei si possa avvalere di un lavoro di grande importanza prodotto in questa sede.
modo per quanto attiene al mercato della locazione, soprattutto per le fasce medio-basse dei redditi delle famiglie, alle quali occorre dare una risposta. L'esistenza di 800 mila sfratti esecutivi è dovuta prevalentemente alla mancata rinegoziazione della gran parte dei contratti per finita locazione, perché i conduttori non riescono a corrispondere alle nuove richieste che sulla base dei patti in deroga vengono loro avanzate.
sarà utile valorizzare economicamente, mentre una quota dovrà essere mantenuta ai fini dell'edilizia residenziale pubblica. In ogni caso, se si intende fare degli IACP degli enti economici e se si vuole che le regioni abbiano delle responsabilità, esse devono essere libere nella gestione del patrimonio immobiliare, perché da tale settore possono venire risorse importanti.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Solo la Romana viaggi del Vaticano.
ALFREDO ZAGATTI. Intendo dire che nella gestione di tale materia si dovrebbe portare avanti un ragionamento che tenga conto anche della prevedibilità dei flussi.
rapporto a ciò che accadrà fuori Roma; poi si discuterà della dotazione finanziaria, ma si dovrà anche valutare in base a quali criteri saranno ammesse le domande nonché quali procedure dovranno essere fissate, sempre però tenendo presente che, per esempio, l'Umbria (cito tale regione in omaggio a Rita Lorenzetti, presidente di questa Commissione) sarà sottoposta ad una tensione straordinaria, al pari di altre realtà, tra cui alcune grandi città; si tratta peraltro di fatti prevedibili, non certo inimmaginabili, per cui si deve tentare un governo di tali aspetti anche per evitare le distorsioni che potrebbero determinarsi.
FRANCESCO FORMENTI. Il mio intervento sarà molto breve, anche perché gli onorevoli Zagatti e Turroni hanno affrontato le parti più interessanti del dibattito. Devo però dire che dal ministro mi sarei aspettato qualcosa di diverso, considerato che il tam tam con cui è stata promossa la sua nomina preludeva, appunto, a qualcosa di diverso da quanto si è visto con i precedenti ministri. Invece, la linea del ministro Di Pietro non si discosta molto da quella dei suoi predecessori: poiché ho fatto parte per molti anni di questa Commissione, ricordo che anche gli altri ministri partivano con tante belle intenzioni (mi riferisco ai due ex ministri presenti, perché l'altro non è in Commissione e non posso citarlo), ma poi alla fine non si concludeva nulla.
di leggi, come la n. 183 del 1989 e la n. 36 del 1994, rispetto alle quali vari decreti hanno artatamente introdotte modifiche che riguardano la legge urbanistica (non si sa a quale scopo, anche se possiamo riuscire a capire per quale motivo); non abbiamo sentito parlare, invece, di una rivoluzione che potrebbe intervenire mediante una legge di pianificazione del territorio che comprenda l'urbanistica e la difesa del suolo. Mi riferisco all'ipotesi di un'unica legge - non molto pesante, anzi snella - che possa risolvere definitivamente una serie di problemi la cui competenza è suddivisa tra vari istituti ed organizzazioni, in base a diverse leggi.
LUCIO TESTA. Signor presidente, signor ministro, questa occasione di avvio del lavoro della XIII legislatura in Commissione ci offre, attraverso una relazione del ministro dei lavori pubblici che si caratterizza per la completezza sui diversi aspetti di nostra competenza, una possibilità importante di riflessione sui problemi, sui provvedimenti, sui decreti-legge in discussione, così come sui provvedimenti che l'interruzione anticipata della legislatura non ha consentito di portare a termine.
effettuare un vaglio più severo sulla gerarchia delle cose da fare nell'immediato.
risulterebbe tale da impegnare per due o tre anni l'intero stanziamento ANAS. Anche qui si pone una questione di priorità, signor ministro. Nella nuova programmazione dell'ANAS che sarà sottoposta a questa Commissione, vorrei vedere indicato con grande chiarezza cosa si potrà effettivamente realizzare; programmi decennali per decine di migliaia di miliardi che rimangono sospesi per fatti procedurali o per incapacità - più spesso delle regioni che del ministero - non giovano a nessuno. La mia raccomandazione è che al più presto venga varato un piano ANAS realistico e che venga sottoposta all'attenzione di questa Commissione l'entità degli interventi rimasti a metà.
PRESIDENTE. Onorevole Testa, la prego di avviarsi alla conclusione del suo intervento.
LUCIO TESTA. I problemi sul tappeto sono così importanti e complessi che la tentazione di affrontarli tutti è grande.
Stato e gli enti locali. Si tratterà, in definitiva, di un banco di prova significativo.
PRESIDENTE. Onorevole Testa, il tempo!
LUCIO TESTA. Mi avvio rapidamente alla conclusione, presidente.
PRESIDENTE. Dispongo una breve sospensione della seduta.
La seduta, sospesa alle 13,10, è ripresa alle 13,15.
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori. Do la parola al collega Martinat.
UGO MARTINAT. La ringrazio, signor ministro, perché dalla sua relazione abbiamo appreso molte cose ovvie, che conosciamo già, ma certamente anche alcuni passaggi interessanti. Mancano però, se mi consente, quelli che potremmo definire i passaggi qualificanti, come altri colleghi hanno già rimarcato. Più che il programma di un ministro dei lavori pubblici che intende rimanere in carica per un quinquennio, ci sembra forse il programma di un ministro che vuol restare almeno un trentennio, perché tutto quel che è scritto come ipotesi nella relazione è tutto quello che non si è fatto in questi trenta-quaranta anni, tutto quello che si è fatto di sbagliato in questi ultimi anni e tutto quello che c'è da fare. Si dimentica, però, ad esempio, la programmazione, come altri hanno già ricordato. Credo che il primo compito fondamentale di un ministero così disastrato come quello dei lavori pubblici sia quello della programmazione.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. La pregherei di addebitare a me le colpe, se non le dispiace.
UGO MARTINAT. Pensavo fosse stato qualche suo collaboratore a commettere...
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. La pregherei di addebitarli a me gli errori.
UGO MARTINAT. Va bene, lei si assume la responsabilità dei suoi dipendenti e le do atto...
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Gli errori di ortografia sono miei, come mio solito.
UGO MARTINAT. Va bene, bravo.
La stessa esigenza vale per la legge-quadro sull'urbanistica, che deve essere rivisitata, perché se è vero come è vero che le regioni hanno potestà e delega nel settore, a livello nazionale credo sia necessaria ed opportuna una revisione, anche piuttosto incisiva, su questo versante.
PRESIDENTE. Chiederei ai colleghi la cortesia di consentire all'onorevole Siola di svolgere ora il suo intervento, perché
domani non potrà essere presente in Commissione in quanto coordinatore di un convegno a Napoli che rientra nei programmi della presidenza italiana del semestre europeo.
UBERTO SIOLA. Ringrazio il presidente e tutti i colleghi per la possibilità di partecipare ad una discussione quanto mai interessante. Sono fra i molti che apprezzano la relazione del ministro e che sottolineano anche quegli aspetti della stessa che consentono di mettere a prova la nostra disponibilità a collaborare per integrarla e per offrire indicazioni utili per l'avanzamento della discussione.
considerare che oggi ha un grande significato politico.
dell'anno santo, non all'altezza della storia dei Giubilei e degli anni santi né dell'attualità del problema del turismo religioso nel mondo. Non ha senso la totalità di Roma, non ha senso rispetto alla storia. Vorrei solo fare l'esempio, che mi pare fin qui non sia stato ricordato, della Francigena. Gli itinerari che si percorrevano per arrivare a Roma segnavano punti di sosta e di stazione che erano importanti quanto il punto di arrivo: non possiamo ridurre il problema dell'anno santo a una questione romana o laziale, ma dobbiamo allargarlo, come del resto è avvenuto nella relazione del ministro; mi permetto solo di aggiungere che forse le risorse indicate andrebbero parzialmente riviste, perché mi pare che sussista un forte squilibrio. Vorrei ricordare, signor ministro, che in questo senso si vanno organizzando anche i grandi tour operators, non solo quello da lei citato, perché ormai quello dell'anno santo è un business che coinvolge grandi numeri: se un cristiano si sposta da una parte del mondo all'altra per venire a Roma, certamente organizza una presenza più articolata di se stesso e non riduce il tutto ad un viaggio analogo a quello che si effettua per assistere ad una partita di calcio.
GIANFRANCO SARACA. In qualità di capogruppo di forza Italia, informo che questa sera intendiamo riunirci per sintetizzare la nostra posizione politica in un contributo chiaro e sintetico, senza per questo prevaricare ovviamente i colleghi, ognuno dei quali avrà diritto d'intervenire per assicurare il proprio apporto oppure parlando a «parlamentare selvaggio», così come ritiene.
vigilanza, perfino i carabinieri nei cantieri! Faccio rilevare una contraddizione: evidentemente ogni posizione risponde ad un'esigenza, ciascuna è rispettabile, è però certo che non si potrà assumere una posizione onnivalente ed assorbente di tutti i possibili aspetti del problema.
PRESIDENTE. Vorrei precisare che si trattava di un progetto di legge firmato da tutta la Commissione.
GIANFRANCO SARACA. Tanto meglio. È auspicabile che quella proposta venga ripresa.
i ricettori naturali è imprescindibile, in particolare oggi, considerando che si tratta di interventi che producono molta occupazione di mano d'opera. Si preferisce, invece, realizzare la grande opera piuttosto che tutta una serie di piccole opere, così come si preferisce fare la grande autostrada anziché una serie di interventi che potrebbero essere maggiormente significativi.
PRESIDENTE. Chiedo ai colleghi la cortesia di trattenersi in Commissione per concludere la prima fase degli interventi. So di chiedere un sacrificio, ma ritengo
giusto dare a tutti i gruppi la possibilità di intervenire nella giornata odierna.
FRANCESCO MERLONI. Ringrazio il ministro per l'ampia e positiva trattazione dei problemi che si pongono al Ministero dei lavori pubblici; considerato che il ministro ricopre da pochi giorni questo incarico, possiamo dire che egli ha presentato una proposta molto articolata.
sicuramente giusta; il problema sarà rappresentato dal reperimento delle risorse.
ANTONIO DI PIETRO, Ministro dei lavori pubblici con delega per le aree urbane, Roma Capitale e Giubileo del 2000. Adesso non esiste più.
FRANCESCO MERLONI. Sono d'accordo sulla sua soppressione. Essa era stata collegata all'impegno, da parte dell'IRI e della società Autostrade, di realizzare la variante di valico. Come sappiamo, dopo tutti questi anni la variante di valico è ancora avvolta nelle nebbie. Ritengo quindi che la misura sia giusta.
WALTER DE CESARIS. Signor presidente, signor ministro, colleghi, mi limiterò a puntualizzare alcuni aspetti di una relazione molto ricca, che ha offerto diversi spunti di intervento e che penso rappresenti un programma di lavoro per il ministero complessivamente condivisibile.
urbanizza sempre di più. Noi abbiamo avuto occasione di intervenire criticamente sul modo in cui l'Italia ha partecipato alla Conferenza, sia rispetto al documento con cui il nostro paese si è presentato, documento che ci è apparso quasi clandestino, uscito nei giorni stessi della Conferenza, sia rispetto agli interlocutori, alla delegazione italiana accreditata, che a nostro avviso ha visto esclusi i soggetti più abilitati a parteciparvi, quali i sindacati degli inquilini, le cooperative, le associazioni interessate al settore. Si tratta di un problema che abbiamo posto all'attenzione del sottosegretario Mattioli attraverso un'interpellanza.
indirizzo; del resto in passato il Parlamento si è già pronunciato nella stessa direzione.
GIUSEPPE GALATI. Vista l'ora tarda, mi soffermerò su una questione politica di fondo che emerge dalla sua relazione, una relazione svolta con grinta e incentrata su programmi di lunga durata - ai quali dovrebbe corrispondere un
congruo periodo di stabilità politica - che certamente fanno onore al suo impegno.
PRESIDENTE. Rinvio il seguito dell'audizione alle 10,30 di domani.
La seduta termina alle 14,15.
Se non vi sono obiezioni, rimane così stabilito.
(Così rimane stabilito).
Saluto il ministro Di Pietro ed i colleghi parlamentari che prendono parte alla seduta odierna - come si verifica frequentemente in occasione dell'audizione di ministri, sono presenti anche componenti di altre Commissioni - e ringrazio preliminarmente il ministro per l'immediata disponibilità che ha dato al confronto con la Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici.
Vorrei innanzitutto ricordare le questioni che la nostra Commissione ha di fronte in apertura di legislatura. L'odierna audizione corrisponde ad una prassi sulla base della quale subito dopo l'atto di insediamento di un nuovo Governo i singoli ministri e le Commissioni di settore si incontrano sia per instaurare un proficuo ed efficace rapporto di collaborazione, sia per approfondire gli enunciati del programma di Governo già presentati all'Assemblea ed approvati con mozione di fiducia; si tratta, inoltre, di impostare una scala di priorità su cui lavorare nel corso della legislatura. In questo senso, le materie che saranno oggetto di analisi sono numerose e complesse, poiché la nostra Commissione ha attribuzioni in diversi settori.
Restando nell'ambito delle competenze del Ministero dei lavori pubblici, le questioni che Parlamento e Governo - insieme - dovranno affrontare nel corso della XIII legislatura sono molteplici.
Per quanto concerne i diversi decreti-legge pendenti davanti al Parlamento, essi differiscono fra di loro per complessità e problematicità. Al di là delle valutazioni politiche più generali, che attengono evidentemente ai gruppi parlamentari ed alle Camere, ricordo che le materie oggetto dei decreti assegnati alla nostra ed all'omologa Commissione del Senato sono così sintetizzabili: proroga degli sfratti (il cui termine è fissato per il 30 giugno); chiusura definitiva della vicenda del condono edilizio, nell'ambito di una disciplina che contiene anche rilevanti disposizioni in materia urbanistica e, in particolare, in materia di concessioni edilizie e di piani pluriennali di attuazione; norme riguardanti il recupero delle città e la riqualificazione urbana, interessate anche dal decreto pendente di fronte al Senato sull'utilizzazione dei fondi ex GESCAL; disposizioni in materia di concessioni autostradali (contenute, insieme con la questione degli sfratti,
Sulle questioni che ho ricordato, nel passato ed anche all'avvio della presente legislatura si sono sviluppati confronti, dibattiti e discussioni (in questa Commissione anche molto accese). Dobbiamo però ribadire che su tutte le materie oggetto di decreto sono ormai state introdotte nell'ordinamento norme che dispiegano la propria efficacia, sulle quali - come prevede la Costituzione - è necessario che il Parlamento assuma decisioni definitive, dopo aver acquisito l'orientamento dell'attuale Governo (che ha ereditato i decreti-legge) sulle specifiche disposizioni. In tal senso - e su questo siamo tutti d'accordo - occorre mettere fine all'abnorme fenomeno delle continue reiterazioni per dare certezza ai destinatari delle norme (cittadini, enti locali, pubbliche amministrazioni, operatori economici).
Vi è poi tutto l'ambito di materie relative all'attività ordinaria, che è giusto trovi - insieme con le iniziative di sindacato ispettivo - lo spazio per la discussione e l'esame. Ricordo in proposito le questioni tuttora aperte che sono state affrontate nel corso della precedente legislatura (non volendo con ciò tralasciare le altre iniziative che i parlamentari vorranno proporre): individuazione definitiva di un quadro di regole certe per la realizzazione delle opere pubbliche, con il completamento della parte normativa al fine di dare certezza alla pubblica amministrazione ed agli operatori economici; riordino del settore dell'edilizia residenziale pubblica, strettamente intrecciato con la definitiva soluzione dei problemi del mercato delle locazioni, ivi compresa la determinazione dei canoni sociali (di cui alla delibera CIPE del marzo scorso); riqualificazione urbana e edilizia residenziale (impostata nella XI legislatura con la legge n. 179 del 1992 ed in parte ripresa nella successiva legislatura), tema che - a mio parere - richiede una riflessione organica, unita ad un'attenta verifica dello stato dei fatti (mi riferisco al recupero urbano ed a tutti i problemi connessi, che vanno posti in rapporto al miglioramento della qualità dell'ambiente); nella scorsa legislatura, inoltre, questa Commissione ha prodotto - il 2 agosto 1995 - una risoluzione sulla problematica della viabilità, con particolare riferimento al nuovo strumento di programmazione dell'ANAS. Ho ricordato questo tema perché nel decreto legislativo sull'ANAS non è previsto il ruolo del Parlamento: credo invece che nella definizione dei criteri alla base del nuovo strumento di programmazione dell'ANAS debba essere previsto il coinvolgimento del Parlamento.
Altre questioni da ricordare sono: la riforma dell'urbanistica; il regime dei suoli; la legge n. 183 del 1989 e la legge n. 36 del 1994, il governo del ciclo delle acque e la difesa del suolo (per cominciare ad uscire dall'emergenza, iniziare ad attivare una organica politica di prevenzione e stimolare le regioni ad attuare queste leggi, mettendole effettivamente nelle condizioni di dar seguito a tale esigenza).
A mio parere è prioritario che nel corso della XIII legislatura il Parlamento lavori su tutti questi temi; altre problematiche potranno essere individuate nel corso dell'attività: in tal senso mi riservo di verificare gli orientamenti dei gruppi al fine di sviluppare una discussione organica, seria ed approfondita sul programma della VIII Commissione nel corso della presente legislatura.
È necessario, poi, impegnarsi a stabilire gli opportuni collegamenti con l'Assemblea e con il Senato, per fare in modo che il nostro lavoro sia efficace: il circuito virtuoso fra la Commissione, l'Assemblea e l'altro ramo del Parlamento dovrebbe funzionare per recuperare la fiducia dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione e del Parlamento.
In questa ottica è evidentemente fondamentale l'acquisizione degli orientamenti del Governo, con il quale mi impegno come presidente a portare avanti un confronto costruttivo in direzione di una proficua collaborazione. Come ho già sottolineato, il segnale offerto oggi dal ministro Di Pietro con la sua immediata
Ringrazio tutti e cedo immediatamente la parola al ministro Di Pietro per la sua esposizione.
Vedo che in questo momento non tutte le copie di cui abbiamo curato la riproduzione sono a disposizione, ma certamente da un momento all'altro potranno essere distribuite.
Naturalmente quello che è scritto nel documento non è satisfattivo di ogni questione: è soltanto ciò di cui ho preso atto, i temi che ho avuto modo di individuare nei primi giorni di esame delle problematiche; mi riservo nel futuro di ampliare lo spazio dell'analisi, aggiornandovi di volta in volta.
Ritengo che l'incontro odierno possa costituire l'occasione per avviare insieme con voi una fattiva collaborazione.
Per quanto riguarda le linee generali dell'azione normativa, le funzioni di programmazione, di coordinamento e vigilanza, nonché di elaborazione normativa e di amministrazione attiva - queste proprie del Ministero dei lavori pubblici - debbono inserirsi nell'ambito di un ampio quadro politico di governo del territorio.
Ritengo quindi doveroso delineare innanzitutto quale sarà l'azione normativa che il ministero intende portare avanti.
Il primo obiettivo è quello di procedere al completamento e all'attuazione di un insieme di leggi che ereditiamo da un recente passato e che sono, almeno nelle loro linee fondamentali, apprezzabili. In altri termini, non intendo ricominciare daccapo rimettendo ogni cosa in discussione, altrimenti finiremmo per bloccare all'infinito la ripresa economica e con essa l'occupazione e la realizzazione di talune opere indispensabili per il progresso del paese.
Bisogna a mio avviso proseguire e migliorare il percorso normativo intrapreso cercando di renderlo al più presto attuabile, pur con le dovute rettifiche in corso d'opera.
Solo così si potrà offrire alle amministrazioni ed ai cittadini un minimo di «certezza» circa le regole che debbono essere applicate e rispettate.
Mi riferisco in primo luogo, come potete immaginare, alla legge n. 109 del 1994 (nuova legge-quadro in materia di lavori pubblici), così come modificata dal decreto-legge n. 101 del 1995 (convertito nella legge n. 216 del 1995) e dalla legge n. 549 del 1995.
È aperto il dibattito circa l'opportunità di ulteriori modifiche di questo testo (se ne stava discutendo già nella passata legislatura); il Ministero dei lavori pubblici è pronto a far propri i suggerimenti che appaiano adeguati ed opportuni. Ce ne sono, tanto è vero che io stesso avanzerò, con apposito disegno di legge - dico «disegno
Questa apertura verso miglioramenti ed innovazioni non dovrà però rallentare sotto alcun profilo l'elaborazione e l'approvazione della normativa regolamentare, indispensabile affinché il nuovo sistema normativo entri in vigore in ogni sua parte. Insomma, le auspicate migliorie alla legge dovranno viaggiare di pari passo con le procedure di adozione del regolamento.
Posso, in proposito, comunicare che gli schemi di regolamento «base» e di capitolato generale d'appalto (quinto comma dell'articolo 3) predisposti da un'apposita commissione ministeriale, anche tenendo conto dei suggerimenti di altre amministrazioni (ed in particolare del Ministero dei beni culturali), sono stati inviati al Consiglio superiore dei lavori pubblici per il prescritto parere. Il testo, frutto di questa rimeditazione, sarà rivisto - lo anticipo - anche dal Ministero dei lavori pubblici prima di venire sottoposto al parere delle competenti Commissioni parlamentari. Mi sono fatto carico di questa rivisitazione della bozza di regolamento lasciato dal mio predecessore perché esso in alcune parti si presenta incompleto, in altre sovrabbondante.
In particolare, ho sollecitato la commissione ministeriale a provvedere alla individuazione degli atti normativi abrogati, che, a seguito dell'entrata in vigore del nuovo ordinamento generale in materia di lavori pubblici, deve essere inserita nel testo del regolamento così come previsto dalla legge ai sensi del quarto comma dell'articolo 3.
Nel contempo, sono già stati avviati i contatti con il Ministero dei beni culturali per la elaborazione del capitolato (o i capitolati, vedremo) d'appalto speciale per i «lavori di restauro e manutenzione di dipinti e tavole decorative» (quinto comma del citato articolo 3) e con il Ministero della difesa per il regolamento per il genio militare.
Un'apposita commissione è al lavoro per redigere il regolamento contenente un sistema di qualificazione dei soggetti che eseguono lavori pubblici di importo superiore ai 150 mila ECU. Questa commissione sarà poi incaricata di elaborare anche l'analogo regolamento riguardante i cosiddetti settori esclusi (altro argomento delicato).
Particolare importanza ricollego, inoltre, all'altro regolamento, anch'esso in fase di studio, che dovrà rendere operativo l'ispettorato tecnico sulle opere pubbliche previsto dalla legge, ed al decreto in materia di offerte anomale, che a mio avviso dovrà superare quell'esclusione automatica delle offerte anomale, ora presente, che suscita forti perplessità in sede comunitaria (lei ne sa qualcosa, onorevole Merloni!).
Anche nell'ambito degli appalti non disciplinati dalla legge n. 109 del 1994 bensì dai decreti legislativi 17 marzo 1995, n. 157 (appalti di servizi) e n. 158 (settori esclusi), è mia intenzione procedere rapidamente al completamento del sistema normativo.
Sempre nell'ottica del completamento di riforme legislative già approvate, è stato presentato al Consiglio dei ministri lo schema di un nuovo regolamento per l'eliminazione delle barriere architettoniche nelle strutture pubbliche e verrà sottoposto al Consiglio dei ministri il regolamento di attuazione del codice della strada, facendo così, tra l'altro, cadere la necessità di alcune norme urgenti inserite in decreti-legge.
Il rinnovo della delega per una revisione del codice della strada consentirà
Per quanto attiene alla normativa urbanistica ed edilizia, probabilmente alcune disposizioni contenute nel decreto-legge n. 285 del 1996 possono essere trasferite in un disegno di legge. È però necessario, a mio avviso, che vengano convertite al più presto in legge le norme di completamento della disciplina del cosiddetto condono edilizio, dal momento che questo - ne convengo - assai discutibile istituto previsto nella nostra legislazione da un'apposita norma (articolo 39 della legge n. 724 del 1994) ha dato ormai luogo a diritti quesiti e a rilevanti entrate per lo Stato (i soldi ce li siamo presi!).
La rapida conversione del decreto, troppe volte reiterato - questo è il problema di fondo -, è necessaria per permettere alle regioni la relativa legislazione di dettaglio. Mi riferisco ad esempio al raccordo della normativa con il disposto del sesto comma dell'articolo 4 della legge n. 493 del 1993 che prevede, in caso di decorso infruttuoso dei termini, il potere della regione di intervenire mediante la nomina di un commissario ad acta; proprio l'altro ieri la regione Lombardia mi ha segnalato l'impossibilità di dare luogo a questa normativa di dettaglio finché non sia stato approvato il decreto-legge, con conseguente blocco di una serie di attività. Mi si dice che, accanto ad essa, molte altre regioni si trovano nelle stesse condizioni.
Auspico anche che ricevano la definitiva ratifica del Parlamento le disposizioni del decreto-legge che rendono più snelle le procedure amministrative per la esecuzione di opere edilizie, salvo che non incidano sul patrimonio ambientale. Tali norme sono a mio avviso ispirate ad apprezzabili principi di semplicità, su di esse fanno affidamento i cittadini che già hanno avviato opere e programmato interventi. Queste stesse esigenze consigliano la conversione, pur con tutti gli emendamenti che saranno ritenuti opportuni, anche del successivo decreto-legge n. 286 del 1996 relativo ad interventi per il miglioramento della edilizia residenziale pubblica e la riqualificazione urbana. Vedremo quali saranno questi emendamenti, ma credo che ormai si debba andare al più presto verso la conversione per la parte che voi riterrete convertibile.
Ho svolto finora una brevissima panoramica dei decreti-legge, ma evidentemente non possiamo fermarci a ragionare sugli atti da convertire. Bisognerà pensare ad avviare una costruttiva rimeditazione della legislazione, in primo luogo attraverso uno studio per la redazione di un disegno di legge-quadro sulla legislazione urbanistica. Permettetemi qui di appellarmi in primo luogo alla vostra efficace iniziativa parlamentare; credo sia un diritto ancor prima che un potere del Parlamento.
Una organica riforma, anche recuperando talune disposizioni stralciate dai decreti-legge, dovrà prevedere, a mio avviso, una revisione degli strumenti di controllo della legalità nel settore edilizio ed urbanistico ed una nuova normativa sul regime degli immobili, nel cui quadro si collochi la definizione del problema delle indennità di esproprio.
In queste e in tutte le proposte di riforma del quadro legislativo, è mia intenzione procedere secondo un indirizzo che tenga conto della necessità di potenziamento delle autonomie locali, regionali e comunali, alla luce della recentissima risoluzione dell'ONU, raggiunta da tutti gli Stati intervenuti alla Conferenza Habitat 2 di Istanbul. Vedo che molti deputati presenti in questa sede si trovavano anche ad Istanbul, per cui possono confermare che in quella conferenza sono state assunte decisioni molto importanti, che giustappongono la necessità che tutti abbiano una casa con lo sviluppo sostenibile in ciascuna città.
Dovranno, però, anche in osservanza del disposto della sentenza della Corte costituzionale n. 482 del 7 novembre 1995, essere legislativamente individuati i principi generali di legge in materia di appalti non derogabili da parte delle autonomie legislative regionali, in quanto integranti principi fondamentali dell'ordinamento
Inoltre, ove - come auspico - il Parlamento ritenga di approvare la proposta (presentata al Senato con il n. 465) di proroga del termine previsto dalla legge n. 549 del 1995, per l'emanazione di numerosi decreti legislativi delegati, fra cui quello per la riclassificazione della rete viaria e quello in materia di edilizia residenziale pubblica, verrà sottoposto prima alla Conferenza Stato-regioni, poi al Consiglio dei ministri ed alle Commissioni parlamentari, un testo che trasferisce ulteriormente le competenze in materia alle regioni, concludendo - speriamo - l'iter aperto dal decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977.
Non so se questa proroga verrà accordata o meno, ma ove non venisse accordata sottoporrò al Consiglio dei ministri appositi schemi di disegni di legge (certamente non decreti-legge).
Nel quadro della normativa sull'edilizia pubblica residenziale si colloca anche la riforma degli Istituti autonomi per le case popolari, su cui è pronta una proposta di disegno di legge che verrà sottoposta al più presto al Consiglio dei ministri. Gli IACP verrebbero così trasformati in enti pubblici economici e posti nelle condizioni di risanare i propri disavanzi.
Intendo, inoltre, avviare una riflessione ed una riforma sul mercato delle locazioni, sistema già modificato dalla legge n. 359 del 1992 con le disposizioni in materia di patti in deroga (qui dobbiamo prendere atto). Nel frattempo, sarà necessario provvedere alla particolare urgenza suscitata dalla scadenza del termine del 30 giugno prossimo venturo, stabilito dal decreto-legge n. 217 del 1996, per l'esecuzione degli sfratti nelle aree a particolare tensione abitativa. Anche qui una decisione deve essere presa nell'immediato, perché la scadenza del 30 giugno è imminente. L'istituto della proroga infastidisce - credo - chiunque ed anche il sottoscritto, ma credo sia inevitabile farvi ricorso in questa sede e in questa fase di transizione, per cui preannuncio che in tal senso mi attiverò.
Per quanto concerne l'azione amministrativa, passando dal piano normativo alla più concreta azione amministrativa, già in altre occasioni ho avuto modo di affermare la necessità di una pronta ripresa delle opere interrotte, manifestando l'intenzione di compiere tutto ciò che è nei poteri del ministro dei lavori pubblici per assicurare il regolare andamento dei lavori. «Tutto ciò che è nei poteri» vuol dire anche, evidentemente, solo ciò che è nei limiti.
Questo proposito, accolto in genere con favore, ha tuttavia suscitato qualche critica e perplessità. Si è espresso il timore che in molti casi il blocco dei cantieri sia stato determinato da ragioni di tale gravità da costituire impedimento insormontabile alla prosecuzione delle opere o, per altro verso, che l'enfatizzazione della necessità di una ripresa dell'attività possa essere espressione di un rozzo efficentismo (così ho letto in qualche articolo di stampa), portato ad ignorare i reali problemi quali, ad esempio, l'ordinato assetto del territorio e l'ambiente.
Ritengo, dunque, doveroso chiarire in questa sede a quali principi intendo uniformare la mia azione ed i limiti e le modalità di essa.
Tralascio di accennare ai motivi per cui la ripresa dell'attività produttiva è utile, anzi necessaria. Le ragioni sociali ed economiche (specie con rigurado al Mezzogiorno) e quelle di carattere strettamente giuridico-amministrativo, che impongono la ripresa del'attività produttiva e la realizzazione delle opere, nonché la definizione del contenzioso, sono ben note a tutti e comunque risultano anche dagli atti parlamentari perché sono state evidenziate dai ministri che mi hanno preceduto. Aggiungo che paghiamo tutti i giorni penali notevolissime. Altrettanto nota è la molteplicità degli ostacoli che si frappongono ad una tempestiva decisione sull'esecuzione delle opere.
Tralascio, quindi, i motivi per cui bisogna procedere ad un'immediata ripresa dei lavori, ma desidero ribadire con fermezza che la gestione dei lavori pubblici dovrà essere improntata - per quanto mi
Circa la salvaguardia dell'ambiente, sono più che mai convinto della necessità di una stretta intesa con il mio collega, ministro dell'ambiente, per giungere a decisioni comuni. Si tratta di materia che richiede uno sforzo congiunto, inteso al contemperamento di interessi reali e pressanti, ma non di rado confliggenti. Ciò rafforza l'esigenza di una collaborazione reale e concreta tra gli organi di governo preposti alla tutela dei vari profili dell'interesse generale, nella consapevolezza che un tale collegamento è indispensabile anche per prevenire le disfunzioni e gli sprechi nell'impiego delle pubbliche risorse.
I lavori potranno dunque essere ripresi solo per quelle opere che risultino conformi a legge ed ai principi in tema di salvaguardia ambientale. Ciò posto e ribadito ancora una volta, riaffermo che è ora di «riaccendere i motori». In questo senso, auspico una costruttiva volontà di dialogo anche da parte di coloro che, nelle istituzioni e nella società civile, hanno a cuore i problemi dell'ambiente. Insomma, dire «no» solo per il gusto di dire «no» non giova a nessuno, come a nessuno giova una cementificazione selvaggia senza raziocinio e senza regole. Le due esigenze (costruire e rispettare l'ambiente che ci circonda) possono e devono convivere, perché di entrambe abbiamo bisogno.
Su questi presupposti e nelle more della costituzione dell'osservatorio sui lavori pubblici, ho ritenuto intanto opportuno dare avvio - costituendo un apposito ufficio - ad un'azione intesa alla ricognizione dello stato delle opere interrotte, che possa valere anche come stimolo per una loro ripresa. Ovviamente - lo ammetto - l'iniziativa incontra i limiti derivanti dal complesso quadro delle competenze istituzionali nel quale si svolge e dalle ridotte disponibilità di bilancio. Vi sono, cioè, blocchi che non dipendono da noi, per cui non possiamo fare altro che stimolarne la risoluzione.
Nel contempo ho adottato una prima misura di snellimento delle procedure di competenza del Ministero, trasferendo ai singoli provveditori alle opere pubbliche, e quindi in ambito regionale, l'accertamento dell'intesa Stato-regioni (il famoso articolo 81 del decreto presidenziale n. 616 del 1977) sulla conformità urbanistica delle opere di interesse statale, fatta eccezione, evidentemente, per quelle a carattere interregionale, per le quali provvedono gli organi centrali del ministero. Credetemi, questa disposizione ha permesso di sbloccare numerose pratiche ferme al «collo di bottiglia» ministeriale e, per il futuro, vi sarà un'abbreviazione dei tempi e una qualità di risposta sicuramente più soddisfacente. Molte regioni hanno già manifestato, anche per iscritto, il loro apprezzamento per l'innovazione (che mi sembra risulti proprio dalla rassegna stampa di questa mattina).
In sostanza, abbiamo detto: è inutile che la conformità urbanistica venga convogliata da tutte le regioni d'Italia alla direzione centrale del ministero; sia ciascun provveditorato ad assumersene la responsabilità, giacché è sul posto, vede l'opera e può dare una risposta immediata, salvo evidentemente per le opere interregionali per le quali vi è necessità di un accordo. Queste sono, sul piano amministrativo, le linee principali di quanto mi accingo a fare.
Ho già detto, poi, che intendo provvedere anche alla riforma del dicastero. Ritengo necessario dare attuazione a tale riforma partendo dal presupposto costituito dalle modifiche innovative apportate dalla legge n. 109 del 1994, come modificata dalla legge n. 216 del 1995. Come è noto, tale legislazione ha introdotto nuovi organi, di cui bisogna tenere conto, ristrutturando il ministero: l'autorità per la vigilanza sui lavori pubblici nel cui ambito è previsto l'osservatorio; il servizio di ispettorato tecnico presso il ministero, nonché il potenziamento del Consiglio superiore
Bisogna quindi ripensare la futura struttura del ministero, anche per meglio rispondere alle esigenze funzionali legate a quanto andremo a fare da qui a poco, con riferimento ai temi su cui dovremo innanzitutto confrontarci: l'integrazione europea, la neoregionalizzazione (o federalismo), la tutela delle autonomie locali. Tali aspetti (nuovi organismi previsti dalla legislazione, nuove realtà con cui dovremo confrontarci) impongono di ripensare il ministero, alleggerendolo di tutte le bardature gestionali e potenziandolo nel ruolo di indirizzo, coordinamento, controllo e collegamento della pluralità dei soggetti pubblici e privati che intervengono nella realizzazione degli interventi. Occorre eliminare, come accennavo, le bardature gestionali, perché ritengo che il ministero debba occuparsi meno di gestione e più di programmazione.
Alla luce delle considerazioni fin qui esposte possono essere indicate le seguenti linee funzionali, a mio avviso attribuibili al Ministero dei lavori pubblici: recupero e potenziamento del ruolo di indirizzo, coordinamento, progettazione e conseguente progressivo abbandono del ruolo di gestione delle risorse pubbliche a favore delle autonomie locali; monitoraggio e codificazione della normazione (anche di quella tecnica) nei settori dei lavori pubblici, assetto ed utilizzazione del territorio, difesa del suolo ed edilizia residenziale; costruzione del ministero come un centro di collegamento, anzi, come il «servizio di coordinamento» tra ordinamenti diversi, ossia in fase ascendente verso l'Unione europea, in fase discendente verso le regioni, i comuni e gli altri enti; costituzione di una base conoscitiva delle informazioni (per la quale avremo anche l'ausilio dell'osservatorio) che riguardano i vari aspetti della materia dei lavori pubblici da mettere a disposizione, anche attraverso reti telematiche, di tutti i soggetti - pubblici e privati - che a vario titolo sono coinvolti nel settore (in nome della trasparenza che vorremmo conferire alle attività del ministero); per ultimo, ma non per ordine di importanza, potenziamento del dicastero come apparato tecnico di tutta l'amministrazione centrale per ogni intervento di interesse nazionale, nonché come ausilio tecnico delle attività di altre amministrazioni, ivi comprese quelle locali che, per ragioni contingenti o di bilancio, non abbiano capacità proprie di progettazione e monitoraggio delle opere che vogliono realizzare.
Insomma, il ministero deve abbandonare l'idea di fungere da «centro di spesa» per riprendere il ruolo che gli è proprio storicamente e strutturalmente: indirizzi progettuali (mi riferisco in questo senso alla progettazione, poiché la fase esecutiva e definitiva dobbiamo lasciarla alle società di ingegneria), coordinamento e vigilanza. Lungo queste linee deve essere riformata, a mio avviso, l'organizzazione sia centrale che decentrata. In tal senso andrà, perciò, rivisto e potenziato il ruolo dei provveditorati regionali alle opere pubbliche, che dovranno assumere la funzione di ausilio alle esigenze locali e non più solo di pastoia burocratica alla loro autonomia.
Intanto, mentre questa opera di riorganizzazione viene attuata, è indispensabile, nell'immediato, dare concretezza a quanto previsto dalla legge n. 216 del 1995 per quanto riguarda l'autorità, il servizio di ispettorato tecnico e il Consiglio superiore dei lavori pubblici. È quanto mi accingo a fare, nel rispetto della normativa vigente cui bisogna dare attuazione.
Qualcosa permettetemi di dire a proposito dell'organico a disposizione del ministero. Troppo si è scritto e si è detto - a volte anche a sproposito - circa la professionalità di funzionari e dipendenti ministeriali. È vero - ed è inutile nasconderlo - che il settore dei lavori pubblici è stato fra i più colpiti da Tangentopoli. Generalizzare a tutti le colpe dei singoli è, però, una scorrettezza. Vi sono, all'interno della struttura, professionalità e competenze che hanno sofferto il loro isolamento e aspettano solo di essere rivitalizzate. La
Vi è poi il problema dei dipendenti che si sono lasciati «convincere», diventando «portaordini» invece che sentinelle della buona amministrazione (ovviamente il problema non riguarda solo il mio ministero e non solo l'apparato centrale). Sarebbe ora di smetterla con le «garanzie pelose» dell'inamovibilità dei pubblici dipendenti corrotti. In tutte le amministrazioni stiamo assistendo ad un progressivo reinserimento di coloro che si sono macchiati di gravi delitti conto la pubblica amministrazione. Mi auguro che Governo e Parlamento abbiano il coraggio di non tirarsi indietro di fronte alla necessità di stabilire regole chiare al riguardo. Regole che, dal mio punto di vista, potrei così riassumere: per comportamenti illeciti commessi nel passato, in caso di mantenimento in servizio, vi dovrebbe essere il divieto di rioccupare i posti di responsabilità (o peggio, gli stessi posti di responsabilità) per i dipendenti dichiarati colpevoli, anche se hanno patteggiato la pena. Per il futuro, bisognerà decidersi ad anticipare i «sensori di allarme», con un monitoraggio costante e preventivo dei patrimoni dei dipendenti pubblici da parte di una autorità indipendente, scorporata da qualsiasi rapporto di gerarchia con le varie amministrazioni. Laddove il dipendente non riuscirà a giustificare il suo tenore di vita, è meglio disfarsi di costui piuttosto che aspettare che intervenga il giudice penale: sarebbe troppo tardi e poco selettivo (sarebbe solo la punta di un iceberg).
Ho disposto - ed in questi giorni gli uffici stanno predisponendo i relativi provvedimenti - una rotazione globale dei dirigenti con più di quattro anni di anzianità. È una misura che dovrebbe esaltare le professionalità dei singoli e comunque rientra in quel principio di temporaneità degli uffici direttivi, indice, a mio avviso, di una buona ed oculata amministrazione.
Un altro impegno con cui tutti - Governo e Parlamento in testa - dovremo confrontarci è la possibilità, per chi è chiamato al governo della cosa pubblica, di disporre di un apparato dirigente all'altezza dei propri compiti. Questo vuol dire soprattutto avere la possibilità di premiare la meritocrazia, rimuovere i funzionari inefficienti e stabilire requisiti più realistici, rispetto a quelli dell'anzianità, per ricoprire ruoli di responsabilità.
Appena un accenno permettetemi di fare a proposito del paventato uso dei carabinieri, che tanta eco ha avuto sulla stampa e che ha suscitato qualche mormorio anche in quest'aula. Presso il Ministero dei lavori pubblici, al pari che in altre amministrazioni, è presente da sempre - dico da sempre - un nucleo di carabinieri con i compiti che gli sono propri e che nulla hanno a che vedere con quelli ministeriali. Questo non vuol dire che essi devono sostituire i dipendenti della pubblica amministrazione, ma semplicemente che, allorché verremo a conoscenza di fatti penalmente rilevanti, li interesseremo doverosamente come, a maggior ragione, interesseremo gli altri organi istituzionali a ciò preposti. Chi ha timore di ciò ne spieghi le ragioni, senza ricorrere a garantismi di facciata.
È inutile far finta che Tangentopoli sia stata solo un'emergenza ormai passata. Non è così: la corruzione si annida ancora in settori vitali della pubblica amministrazione ed è necessario un controllo costante per evitare di ricadere negli stessi errori. Ecco perché ho detto e ripeto che efficienza e trasparenza devono viaggiare di pari passo; ecco perché ho detto e ripeto che bisogna riaccendere i motori, ma bisogna anche controllare bene.
Permettetemi adesso di annoiarvi un po' con gli interventi relativi ai singoli settori. Avevo pensato di fare una relazione breve, ma poi mi sono reso conto che, pur scrivendo il minimo possibile, non posso fare a meno di impegnarvi a lungo. Anche per quanto riguarda gli interventi nei singoli settori, comunque, sia chiaro che
La prima questione è quella della riqualificazione urbana. L'attenzione del ministero ai problemi della casa e del contesto urbano trova un nuovo impulso in programmi innovativi e complessi per la riqualificazione urbana. L'attuale questione abitativa non è più segnata in modo dominante dagli aspetti quantitativi (legati ad una carenza di alloggi rispetto alla domanda), ma si manifesta nell'esigenza di venire incontro alle fasce sociali più deboli e nella ricerca di una migliore qualità di vita. So bene che soprattutto nei comuni capoluoghi delle aree metropolitane esistono ancora istanze abitative insoddisfatte ma, accanto ad esse, vi è anche l'esigenza di recuperare e riqualificare le zone già urbanizzate e costruite. Pertanto, l'attività da porre in essere deve mirare anche alla rifunzionalizzazione e rivitalizzazione di parti dismesse o degradate del tessuto urbano, con particolare riferimento alle aree industriali dismesse, al fine di ottenere quella qualità complessiva dell'abitare verso la quale ogni paese moderno deve tendere.
Ho pregato il sottosegretario onorevole Mattioli, al quale ho anche dato una specifica delega per il coordinamento dell'utilizzo dei fondi ex GESCAL, di seguire con particolare cura questo settore, anche con riferimento all'indirizzo emerso al riguardo nella recente conferenza ONU: garantire ogni iniziativa possibile affiché il bisogno abitativo di ciascuno possa trovare un'idonea soluzione, ferme restando le opportune compatibilità con uno sviluppo urbano sostenibile.
Molteplici sono le iniziative ministeriali in corso - anche questa mattina ne ho firmate alcune - di cui, a richiesta, sono disponibile a dare puntuale riscontro. Più in generale appare opportuna - ed è allo studio dei miei uffici - la costituzione di un osservatorio permanente sull'emergenza abitativa che assuma come interlocutori, oltre ai rappresentanti delle amministrazioni locali, anche le parti sociali direttamente interessate. Anche di questo ho dato incarico all'onorevole Mattioli.
Da questo punto di vista, è nostra intenzione dare il contributo di questo ministero a rendere più sana e più pulita la città, adottando i provvedimenti di nostra competenza per una politica del risparmio energetico e delle fonti pulite e rinnovabili e di una mobilità urbana che privilegi decisamente il mezzo pubblico, naturalmente nel rispetto delle competenze di altri ministeri.
La difesa del suolo e l'attuazione della legge Galli rappresentano un problema particolarmente delicato. Il frequente ripetersi di eventi alluvionali che colpiscono vaste aree del territorio nazionale pongono drammaticamente in evidenza il diffuso stato di degrado e di squilibrio idrogeologico del suolo. Bisogna prendere atto anche di gravi insufficienze di coordinamento tra le strutture ed i servizi tecnici preposti ai compiti di salvaguardia e sicurezza del territorio. È di tutta evidenza come il permanere di questa situazione continui a produrre, con periodicità stagionale, gravi calamità diffuse in tutte le regioni, con rilevanti danni a persone e a cose e con la conseguente necessità di destinare poi ingenti risorse finanziarie ad interventi urgenti di riparazione delle opere danneggiate e di ripristino dello stato dei luoghi.
Tali problemi ripropongono all'attenzione alcune questioni di fondo, quali l'adeguamento della politica di intervento nel settore della difesa del suolo, il reperimento di adeguate risorse finanziarie da destinare ad un'efficace e sistematica azione di prevenzione e la revisione di taluni aspetti della legislazione di settore. Il riordino della materia si deve collocare, a mio avviso, nel contesto di una sostanziale semplificazione delle procedure e di uno sfoltimento dei soggetti pubblici coinvolti nel complesso impianto istituzionale della legge n. 183 del 1989.
In questa prospettiva, illustrerò le linee essenziali delle azioni da intraprendere
Innanzitutto, una organica e sistematica attività di pianificazione e programmazione delle opere di difesa del suolo, privilegiando la logica dell'intervento ordinario preventivo rispetto a quella dell'intervento straordinario di emergenza, oltre tutto più costoso e senza alcuna possibilità di tutela preventiva delle popolazioni e dei beni a rischio. Devono rientrare, ad esempio, in questa attività preventiva la prosecuzioni degli studi e degli interventi per la salvaguardia di Venezia e per la pianificazione nell'ambito del bacino del Po. A questo riguardo si terrà una conferenza prima dell'estate.
In secondo luogo, adeguati e costanti flussi di risorse finanziarie su base triennale per garantire continuità e certezza all'azione delle strutture preposte. Da questo punto in poi vi annoierò anche con la richiesta di fondi di cui vi è bisogno, perché senza soldi non si può fare nulla. È necessario, però, che tutti siano responsabili: se i finanziamenti non saranno concessi, almeno si saprà che non si è potuti intervenire per questo. Tenuto conto dei fabbisogni di intervento e delle capacità di spesa delle amministrazioni competenti, la dotazione finanziaria da assicurare al settore non dovrebbe essere inferiore a 400-500 miliardi annui. È questa una richiesta di cui mi farò portatore in sede di stesura della prossima legge finanziaria e spero di poter contare sul vostro contributo. Ciascuno deve assumersi la propria responsabilità: se ci saranno i fondi, ci saranno i progetti preventivi; altrimenti, bisognerà intervenire successivamente e in modo straordinario.
In terzo luogo, risorse finanziarie aggiuntive e integrative dei finanziamenti diretti dovrebbero essere reperite mediante la destinazione al settore dei proventi dei canoni demaniali, delle acque pubbliche e per l'uso del demanio fluviale.
Quarto, accelerazione delle procedure di attuazione degli interventi mediante la semplificazione e lo snellimento delle relative norme ed il ricorso a forme di coordinamento programmatico e procedurale, come l'accordo di programma, la conferenza dei servizi e la razionalizzazione delle competenze autorizzatorie.
Quinto, implementazione a livello centrale di un efficace sistema di controllo sullo stato di attuazione dei piani e dei programmi per le necessarie azioni di indirizzo a livello statale ed anche di sostituzione, in caso di inerzia.
Infine, razionalizzazione del criterio di riparto fra Stato e regioni delle competenze idrauliche a livello di bacini idrografici nazionali e completamento del sistema delle deleghe sulla gestione del demanio idrico, prevista dal decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977 ed ancora in attesa di attuazione.
A breve e medio termine, l'attività del Ministero dei lavori pubblici nel settore delle risorse idriche ha come obiettivo anche l'attuazione della legge 5 gennaio 1994, n. 36, che finalmente ha dato evidenza giuridica a temi ed obiettivi che erano da tempo all'attenzione degli operatori del settore, quali il superamento della frammentazione delle strutture gestionali dei servizi di acquedotto, fognatura e depurazione; la loro organizzazione, secondo criteri di efficienza imprenditoriale, dimensionata su scala territoriale adeguata; la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio mediante il sistema tariffario.
Particolarmente significativo è, inoltre, il ruolo di autorità nazionale responsabile affidato al Ministero dei lavori pubblici per l'attuazione del programma operativo «risorse idriche», nell'ambito del quadro comunitario di sostegno 1994-1999. Si tratta della realizzazione di interventi nel settore dei sistemi di adduzione e distribuzione delle risorse idriche, per i quali la Comunità europea partecipa con un cofinanziamento di circa 2 mila miliardi, a fronte di un analogo impegno da parte dello Stato italiano. In definitiva, per il periodo 1994-1999 saranno utilizzati 4 mila miliardi, con l'impegno a spenderne mille ogni anno perché, in caso contrario, la Comunità europea ci priverebbe del finanziamento. Nel momento in cui ho assunto la carica di ministro, ho preso atto delle
Gli studi svolti per valutare gli investimenti indotti dall'attuazione della legge n. 36 del 1994 ed i conseguenti risvolti occupazionali fanno ammontare a circa 60 mila miliardi di lire nel prossimo decennio, con la possibilità di quasi 30 mila nuovi posti di lavoro, i finanziamenti necessari per portare ai livelli minimi fissati gli standard del servizio potabile; di 30 mila miliardi di lire è invece la stima dell'impegno necessario per il programma di attuazione della direttiva CEE n. 271 del 1991 sulle acque reflue urbane.
È indispensabile che la prospettiva di una così significativa massa di investimenti si inquadri in un contesto di regole certe e trasparenti, attraverso il rapido completamento degli adempimenti statali e regionali attuativi della legge n. 36 del 1994 in materia di criteri di gestione e livelli minimi dei servizi; disciplina tariffaria; regole di accesso al mercato a garanzia della concorrenzialità; delimitazione degli ambiti ottimali e disciplina delle forme di cooperazione a livello locale.
Particolare rilievo assume la regolamentazione del regime tariffario, che deve perseguire un'efficiente allocazione delle risorse, con l'obiettivo di minimizzare i costi e garantire adeguati standard di qualità dei servizi. Il dibattito, già in corso da anni e recentemente intensificatosi, ha permesso all'apposita commissione la definizione tariffaria più idonea a raggiungere gli obiettivi indicati. Per poter procedere speditamente, è ora necessario che ogni regione espliciti normativamente i propri ambiti. Fino ad oggi lo hanno fatto soltanto due regioni ed ho già provveduto a sollecitare le altre, anche fissando un'apposita conferenza che si terrà nei prossimi giorni. Inoltre, ho messo in mora le regioni inadempienti, preavvertendole che attiverò la procedura del potere sostitutivo del Governo in caso di perdurata inerzia. Sono queste le iniziative che ho assunto nella prima settimana del mio insediamento presso il ministero.
Nel settore dell'edilizia demaniale, l'attuale stanziamento di bilancio per complessivi 400 miliardi, a fronte degli oltre 2 mila miliardi di fabbisogno previsto, impedisce di avviare una programmazione coerente degli interventi, con le immaginabili conseguenze sul degrado del patrimonio demaniale. La realtà, purtroppo, è questa e su di essa occorrerà intervenire.
Allo stato attuale, si ritiene non più procrastinabile l'approvazione di un piano finanziario di interventi di edilizia demaniale che consenta di completare e coordinare, attraverso un apposito provvedimento legislativo emanato su base pluriennale, le esigenze da anni irrisolte nell'ambito del completamento, della ristrutturazione e della costruzione degli edifici demaniali. A tal fine è necessario il rifinanziamento della legge n. 99 del 1985, per un ammontare di non meno di 700 miliardi nel triennio, così da consentire il soddisfacimento delle più pressanti esigenze delle varie amministrazioni, quali sono la dotazione di uffici statali nelle nuove province; la realizzazione di nuove caserme per le forze di polizia; il completamento di interventi di recupero, ampliamento o ristrutturazione di edifici esistenti per renderli più funzionali, nonché l'adeguamento degli impianti elettrici esistenti alle prescrizioni della legge n. 46 del 1990. Si tratta di esigenze che, pur potendo apparire minimali, presentano un elevato
Nell'eventualità di un finanziamento della legge in un contesto di risorse limitate, valuterei la possibilità di provviste finanziarie attraverso mutui da erogare da parte della Cassa depositi e prestiti, oppure la partecipazione del capitale privato. Probabilmente, il ricorso a quest'ultimo rappresenta l'unico modo per sbloccare la situazione. Per la realizzazione di tale obiettivo, ho già configurato iniziative di carattere tecnico quale, per esempio, la nuda proprietà o la comproprietà in capo al privato e l'uso finalizzato alle necessità dell'ufficio pubblico.
Le carenze di finanziamento si ripercuotono anche sui programmi straordinari attualmente in corso di realizzazione. A titolo di esempio, ricordo che il completamento del programma relativo alla realizzazione di strutture per la Guardia di finanza richiederebbe un ulteriore finanziamento di almeno 600 miliardi per completare i 39 interventi previsti, rispetto ai 26 già ultimati e in via di ultimazione. Anche per il completamento del programma delle strutture richieste dall'Arma dei carabinieri sarebbe necessario un ulteriore finanziamento di 900 miliardi. Che dire, poi, del Corpo dei vigili del fuoco, rispetto alle cui strutture non è stato possibile realizzare l'intero programma a causa delle numerose rimodulazioni degli stanziamenti previsti dalla legge n. 521 del 1988? Le esigenze infrastrutturali del Corpo richiederebbero un ulteriore stanziamento di 800 miliardi.
Infine, nel settore dell'edilizia penitenziaria occorre uno sforzo finanziario dello Stato per adeguare, ampliare ed ammodernare le strutture esistenti nonché per realizzarne di nuove. Al momento, è in avanzato stato di realizzazione il programma straordinario di edilizia penitenziaria previsto dall'articolo 11 della legge n. 887 del 1984, comprendente 14 interventi, per complessivi 480 miliardi. Sono inoltre in atto interventi di ricostruzione di edifici di culto storico-monumentali e demaniali distrutti o danneggiati da interventi sismici o alluvionali. Al riguardo segnalo - si tratta di una vera e propria «chicca» - che, ad oggi, rimangono ancora da ripartire 108 miliardi per la prosecuzione degli interventi di ricostruzione nei comuni del Belice colpiti dal sisma nel 1968. Di tali interventi, ovviamente, ho sollecitato il completamento.
Mi adopererò, infine, per rendere possibile la riutilizzazione di quei beni pubblici dismessi o dismissibili per mutate esigenze delle amministrazioni che li utilizzano (caserme, penitenziari, uffici giudiziari, eccetera), e ciò al fine di risparmiare sulle spese.
Una riflessione a parte merita l'intervento nelle aree depresse del territorio nazionale.
Il Ministero dei lavori pubblici, erede dei soppressi organismi del Mezzogiorno, vive l'impegno forte a definire il trasferimento agli enti attuatori dei 7.000 progetti ad esso assegnati, già in capo all'Agenzia del Mezzogiorno, nonché a porsi nei confronti degli enti stessi come autorità di verifica e liquidazione delle rate ancora in essere per gli altri 2.146 progetti a suo tempo trasferiti, ma ancora non definiti perché vi è un contenzioso in atto.
All'uopo, il CIPE ha assegnato al Ministero, che vi provvede fino al dicembre di quest'anno tramite un commissario ad acta, 1.150 miliardi nel 1994, 1.259 miliardi nel 1995 ed è già disponibile una prima tranche dei 490 miliardi previsti per il 1996. Le quote assegnate sono state integralmente spese per il 1994 e il 1995 e si provvederà entro la fine dell'anno all'impegno e all'erogazione delle quote per il 1996 (cioè qui siamo in linea).
E veniamo ad un punto dolente su cui - mi rendo conto - sarò forse poco diplomatico, ma ho il dovere di fronte alla Commissione parlamentare di riferire ciò che ho trovato.
Come è noto, con riguardo all'Ente nazionale delle strade, l'impianto normativo è stato ridisegnato con il ricorso al modello organizzativo dell'ente pubblico economico, al fine di ottimizzare l'impiego delle risorse finanziarie, umane e strumentali e per meglio raggiungere gli obiettivi programmati (quindi, ciò che prima
L'articolo 3 del decreto legislativo n. 143 del 1994 prevede, come sapete, che il ministro dei lavori pubblici «approva, su conforme delibera del CIPE, i piani pluriennali di viabilità e il programma triennale per la gestione e l'incremento della rete stradale ed autostradale». Insomma, abbiamo un piano pluriennale e un piano triennale. Risponderò successivamente all'onorevole Turroni, che mi sembra stia facendo qualche considerazione...
Devo a questo punto riferire sulla situazione che ho trovato al ministero con riferimento all'ANAS, perché finora ho detto ciò che bisogna fare (il piano pluriennale).
Lo scorporamento dell'ente dalle dirette dipendenze del ministero ha comportato non poche discrasie anche perché non è stato previsto alcun ufficio ministeriale di raccordo per provvedere alle necessarie attività di monitoraggio e vigilanza delle opere e degli impegni assunti dall'ente. Attenzione, non vigilanza delle opere, ma vigilanza degli interventi: noi non eseguiamo il controllo delle opere, ma controlliamo che quelle opere che diciamo che si debbono effettuare, vengano fatte.
Come è noto, il trasferimento dei fondi dallo Stato all'ANAS gravita sui capitoli 2.101 e 7.272. Da notizie assunte per le vie brevi in questi giorni presso gli uffici ANAS e dalla documentazione esistente agli atti del ministero emerge una delicatissima situazione, che può trovare giustificazione solo in relazione al fatto che il periodo di riferimento degli atti corrisponde alla trasformazione dell'ANAS da azienda di Stato ad ente pubblico economico; non so spiegarmelo diversamente.
In sintesi, il quadro è il seguente. Il piano triennale 1994-1996, ultimo stralcio del piano decennale, è stato «bocciato» dalle Commissioni parlamentari. La VIII Commissione della Camera, con risoluzione dell'agosto 1995, ha impegnato il Governo a predisporre un unico programma relativo al 1996 includendo opere immediatamente cantierabili, come ultimo atto
La mancanza dell'accordo non ha però impedito, come avrebbe dovuto, l'approvazione del bilancio di previsione 1996, il trasferimento dei fondi e l'avvio dell'attuazione del piano stesso, per motivi legati all'esistenza dell'ente, che necessitava di stanziamenti anche per pagare gli oneri di parte corrente (stipendi, eccetera). Vale a dire che non esiste un accordo, ma è stato approvato un bilancio di previsione per il 1996; di questo vi debbo informare. Si ritiene quindi che l'urgenza di alcuni adempimenti abbia indotto il responsabile pro tempore a procedere superando i vincoli procedurali imposti dalla legge.
Assicuro sin d'ora e per il futuro che la gestione dell'ANAS sarà particolarmente seguita dal ministero, sia con riguardo alla programmazione e al monitoraggio sugli interventi sia con riguardo ai rapporti concessori. A tale proposito, ho il dovere di informarvi che ho manifestato dissenso circa la proroga dall'anno 2018 all'anno 2033, disposta con il decreto-legge n. 217 del 1996, delle concessioni ANAS alla società Autostrade. Non ho capito perché si sia dovuta stabilire questa proroga così in fretta, tanto da ricorrere ad un decreto-legge, visto che riguarda uno spostamento dal 2018 al 2033!
Intendo assicurare - è appena il caso di sottolinearlo - il rispetto delle normative vigenti in tema di concessioni, anche in occasione di nuovi eventuali assensi (sapete che dobbiamo esprimere il nostro assenso). Ho già avuto modo di manifestare questa mia posizione anche formalmente, in occasione di una specifica richiesta, che mi è arrivata nei giorni scorsi, per l'ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Ho espresso il mio dissenso al rilascio di concessioni senza previo esperimento di gara. Mi era sembrato che già vi fossero intese in corso; comunque, per non sbagliare, gara s'ha da fare.
Il problema della viabilità si ricollega a quello del traffico. È in funzione presso il Ministero dei lavori pubblici l'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, con compiti di ordine normativo ed operativo. Mi soffermo sull'attività dell'Ispettorato perché in questi giorni ho visto banalizzare ingiustamente l'attività dell'ufficio, facendo credere che noi vorremmo risolvere i problemi della sicurezza stradale solo con videogiochi presso le discoteche. Ben altri e molto più complessi sono gli interventi del ministero da me evidenziati. Certo, se si scorpora un intercalare dal contesto di un discorso completo, è evidente che diviene importante l'intercalare e non il complesso dell'intervento; ma questa è una cattiva abitudine, cui da una parte, noi che siamo soggetti al controllo pubblico, ci dobbiamo abituare, mentre dall'altra sarebbe bene che cominciasse ad essere evitata.
Il complesso degli interventi spazia dall'educazione alla prevenzione. Si possono riassumere, sia sul piano normativo e giuridico sia su quello operativo, in una serie di iniziative, tutte riportate nella relazione di cui sto dando lettura. Ve le risparmio, confessandovi di averle elencate pedissequamente perché volevo mostrare che non si tratta soltanto di videogiochi e discoteche.
Mi riferisco al decreto-legge n. 166 del 1989, convertito con la legge n. 246 del 1989 (lo sottolineo: del 1989), recante interventi urgenti per il risanamento e lo sviluppo della città di Reggio Calabria. Ribadisco che stiamo parlando di un decreto-legge del 1989 perché vi era bisogno di interventi urgenti a Reggio Calabria. Lo stanziamento previsto era di circa 600 miliardi allo scopo di rilanciare quella città. Ho trovato una situazione a dir poco disastrosa. È stata spesa, e male, solo una piccola parte dei fondi stanziati, nonostante ci troviamo a sette anni di distanza. La maggior parte dei progetti o non è mai stata predisposta in via definitiva o esecutiva o non ha mai avuto alcun seguito. Non si riesce manco ad individuare chi sono gli interlocutori! Ho disposto, oltre all'inevitabile parziale ricambio della classe dirigente, un immediato sopralluogo ed un incontro con tutti i soggetti istituzionali interessati. Ho scritto ieri sera che saremo a Reggio Calabria nei prossimi giorni; questa mattina specifico che accadrà il 26 di questo mese. In esito a questa ricognizione mi riprometto di informare puntualmente la Commissione ed il Governo (e, da quanto ho potuto capire, anche la magistratura, quanto meno contabile) sulle origini e le responsabilità della mancata realizzazione degli interventi, oltre che di attivare, all'occorrenza, il potere sostitutivo del Governo. A questo punto, infatti, non c'è altro da fare: o attiviamo un potere sostitutivo oppure lì le opere non si faranno. Non so se lo sapete, ma sono stati costituiti, nella maggior parte dei casi, strani consorzi fra imprese che dovevano fare delle opere; sono stati dati alcuni acconti e poi...
Per questo, e più in generale per una radicale riorganizzazione dell'ufficio, ho già nominato un capo dipartimento delle aree urbane, al quale ho dato incarico di provvedere ad una nuova articolazione degli uffici e ad un'attenta valutazione dell'attuale personale assegnato, assicurandogli che in questa prima fase l'amministrazione provvederà direttamente a supportare ogni sua incisiva azione. Per intenderci, abbiamo fornito venti nostri dipendenti, beninteso sempre sotto il mio diretto e personale controllo e coordinamento. Sapete che il dipartimento per le aree urbane è una cosa, mentre i lavori pubblici sono un'altra cosa. Abbiamo dovuto prendere venti nostri dipendenti che devono cercare di supportare, nel breve, questa emergenza.
Per quanto attiene ai problemi suscitati dall'attuazione del decreto-legge n. 225 del 1996, recante provvedimenti per il Giubileo, ritengo indispensabile formulare in questa sede alcune precisazioni. Il 2000 rappresenta un evento eccezionale: da tutto il mondo, i cattolici sono chiamati a convergere sull'Italia e principalmente su Roma per ricevere l'indulgenza plenaria.
Per valutare ed approvare il programma degli interventi e per coordinare le attività, la legge ha previsto una commissione, composta, oltre che dalle varie autorità locali, anche da esponenti governativi tra cui il ministro dei lavori pubblici e delle aree urbane. In quella sede potranno essere valutate le diverse esigenze: le attività di assistenza, certo, ma non solo quelle, come pure, da ultimo, mi è sembrato sia stato ventilato. Occorre tener conto, infatti, anche delle opere infrastrutturali: ad esempio, bisognerà pensare a dove parcheggiare i pullman, a come far arrivare i pellegrini senza troppi disagi a San Pietro, a come smistare le persone che arriveranno alla stazione ferroviaria di Roma Termini o all'aeroporto di Fiumicino senza creare intasamenti insopportabili al traffico. Insomma, bisogna tenere conto di tutto, e la commissione dovrà tenere conto delle indicazioni che gli enti locali daranno. Per quanto mi riguarda non intendo assolutamente intromettermi nelle autonome scelte delle autorità locali, né evidentemente nelle scelte collegiali della commissione; ma una volta stabilito cosa si dovrà fare bisognerà stabilire anche chi se ne dovrà occupare.
Su questo ho posto dei «paletti di trasparenza». Intendo dire che, se sono fatti di accoglienza diversi dalle opere pubbliche, nulla quaestio, non intendo metterci mano; ma se si tratta di opere pubbliche quali strade, sottopassi, metropolitane, parcheggi, finanziate con soldi dello Stato - e quindi dei cittadini - deve esservi qualcuno che, per conto dello Stato, controlli come queste opere vengono progettate, come i lavori verranno realizzati, con quali garanzie di buona riuscita, entro quanto tempo, quanto costeranno, chi le eseguirà e così via. E questo qualcuno deve essere un soggetto che non può essere dominato dal controllato.
Quanto poi alla possibilità di interventi in altre città in occasione del Giubileo, non mi tiro indietro: sono favorevole e porterò avanti questa questione in sede governativa. Evidentemente, la porterò avanti, ma mi rimetterò alla valutazione
Da parte mia, non posso fare di più, posso solo «raschiare il fondo del barile» del ministero che dirigo, ma in altre sedi certamente potranno essere assunte determinazioni di maggiore rilievo; a questo proposito, ne vorrei citare una: per gli interventi nelle città diverse da Roma perché non attingere anche alle maggiori disponibilità finanziarie che possono derivare dall'accensione di mutui con la Cassa depositi e prestiti anziché con banche private? Non so se abbiate preso visione del decreto-legge, ma esso prevede che si debba ricorrere a mutui contratti con banche private al tasso d'interesse del 13 per cento: mi chiedo perché non ci rivolgiamo, invece, alla Cassa depositi e prestiti che per gli stessi mutui applica un interesse del 9 per cento. In tal modo, risparmieremmo il 4 per cento (stimabile in circa 500 miliardi) e potremmo porre in essere ulteriori interventi per le altre città. In tal senso mi attiverò.
Naturalmente dovranno essere previsti tempi, procedure e soggetti decisionali per la valutazione delle proposte e dei progetti riguardanti le città diverse da Roma.
Accingendomi a concludere la mia lunga e noiosa esposizione, sottolineo di saper bene che gli interventi finora delineati non risolvono da soli il desiderio comune di buona ed efficiente amministrazione; ma questi sono i punti più rilevanti che ho potuto individuare nei primi giorni della mia gestione ministeriale e, come avete visto, non mi sono nascosto dietro un dito, li ho raccontati «papali papali», così come li ho appresi.
È mio intendimento quello di operare con un continuo confronto con quanti nel nostro paese hanno proposte da avanzare, dalla cultura urbanistica alla scienza del territorio, nelle università, nelle associazioni ambientaliste - perché no? -, così come nel sindacato, nelle rappresentanze degli imprenditori, nelle amministrazioni locali e nelle forze politiche.
Soprattutto mi impegno ad informarvi tempestivamente di ogni possibile sviluppo e senza nascondermi dietro alcun dito; vi informerò anche quando avrò sbagliato: preferisco farlo personalmente in anticipo prima che qualcuno me lo possa rinfacciare. So bene anche che non mancheranno le inevitabili critiche, critiche che saranno sempre ben accette se costruttive e tese a dare un contributo di sostanza per affrontare al meglio i problemi. Sarò sempre disponibile a fornire ogni spiegazione alle Camere ed a ricevere consigli ed indirizzi (come si dice dalle mie parti, quattro occhi vedono meglio di due).
Vi ringrazio per l'attenzione ed auguro a tutti buon lavoro.
Informo i colleghi che il ministro ha assicurato la sua disponibilità anche per la giornata di domani: dobbiamo ringraziarlo perché questo ci consente di tenere uniti gli interventi che verranno svolti sulla relazione testé conclusa con la successiva replica da parte dello stesso ministro. Ricordo che oggi la seduta dell'aula avrà inizio alle ore 14,30: chiedo, pertanto, ai colleghi di iscriversi rapidamente a parlare, così da poter disporre immediatamente dell'elenco dei parlamentari che desiderano intervenire. Se non vi sono obiezioni, può rimanere stabilito di proseguire la seduta odierna fino alle ore 14 circa, con l'intesa di procedere alla replica del ministro alle ore 10.30 di domani.
(Così rimane stabilito).
Inizio facendo riferimento alla parte che riguarda la riforma della legislazione sulle opere pubbliche. In proposito condivido totalmente l'approccio che lei ha manifestato in questa sede: non intende con la motivazione dell'arresto delle opere sospendere soprattutto l'efficacia della legge. Ebbene, nella precedente legislatura, non appena essa iniziò, la legge venne sospesa; ritengo che essa vada invece modificata e corretta in taluni punti; discuteremo nel merito avanzando proposte. Mi pare che il ministero abbia già indicato alcuni punti importanti, dei quali desidero sottolineare quello che riguarda la programmazione.
Signor ministro, nella sua relazione questa parola è troppo poco citata, non nel senso verbale ma come spirito di fondo che deve informare la realizzazione delle opere pubbliche. Dico questo soprattutto con riferimento al conflitto cui lei fa cenno a pagina 11 della relazione quando manifesta la necessità di una stretta intesa con il ministro dell'ambiente e sostiene che gli interventi devono essere attuati nella consapevolezza del rapporto indispensabile tra opere, territorio, ambiente e natura. Orbene, solamente una seria programmazione fatta in modo che l'ambiente costituisca la condizione per le trasformazioni impedirà, con un'azione di Governo seria e corretta, la nascita di quei conflitti che la pura e semplice realizzazione di opere e la loro verifica a posteriori genera. Quindi: rilancio della pianificazione e della programmazione e ambiente come condizione per le trasformazioni. Questa è un'ottica che potremmo sviluppare anche dal punto di vista legislativo, atteso che essa è ormai un'acquisizione per gran parte della migliore cultura ambientale ed urbanistica del nostro paese.
Per quanto riguarda i decreti, signor ministro, concordo su quelle parti della relazione nelle quali ha indicato di voler togliere di mezzo, soprattutto dal decreto-legge n. 285 del 1996, i passaggi che riguardano le norme di natura urbanistica. Mi permetto di sottolineare che anche le norme, sempre contenute nel decreto-legge citato, riguardanti le procedure amministrative, quando si riferiscono al patrimonio edilizio esistente e ai centri storici (autodichiarazioni) - soprattutto perché nel patrimonio edilizio esistente si interviene oggi e si interverrà nel futuro sempre di più - devono essere riviste all'interno di un disegno organico di riforma urbanistica. Proporremo, quindi, come abbiamo già fatto, di stralciare non solo le norme che riguardano l'urbanistica ma anche quelle che concernono il sistema delle autorizzazioni che fa riferimento ai centri storici e al patrimonio edilizio esistente. Pensate a cosa può voler dire un'autorizzazione, acquisita attraverso una semplice dichiarazione di inizio attività, per interventi che riguardino ad esempio i centri storici di Palermo, Bologna o Roma: potrebbero portare a manomissioni tali da pregiudicare la consistenza, il valore e la qualità del bene che si vuole tutelare. In questo senso dovremo operare, anche perché il meccanismo dell'autorizzazione è uno strumento della gestione del territorio che come tale va affermato.
Con riferimento al decreto-legge n. 286 del 1996, lei non ha fatto alcun accenno ad un aspetto di cui ha parlato in altre
Concordo con lei, signor ministro, a proposito del soggetto che concede i mutui per il Giubileo: la Cassa depositi e prestiti rappresenta la scelta migliore.
Per quanto concerne la questione del diritto all'abitazione e il richiamo alla Conferenza di Istanbul, mi permetto di porre un quesito. Nello svolgimento della relazione che lei ha presentato ad Istanbul, ha dichiarato, a nome della Comunità europea, che tutti i cittadini hanno diritto ad avere un'abitazione, ad averla ad un prezzo adeguato e a poterla mantenere. A tal proposito vorrei chiederle cosa significhi quanto sostenuto a pagina 9 della sua relazione dove si legge: «Gli IACP verrebbero, così, trasformati in enti pubblici economici e posti nelle condizioni di risanare i propri disavanzi». Certamente il disavanzo degli IACP va risanato, ma non dobbiamo dimenticare la funzione di carattere sociale che tali istituti e soprattutto l'edilizia residenziale di proprietà pubblica devono svolgere, in particolare nei confronti dei cittadini più svantaggiati. Se questa frase ottempera alle dichiarazioni che lei ha fatto e che sono anche contenute nella relazione, non vi sono problemi, altrimenti mi pare che possano emergere alcune perplessità.
Sono favorevole alla costituzione dell'ufficio per la ricognizione delle opere pubbliche sospese, però vi è un problema di sovrapposizione - lei lo conosce bene, signor ministro - con la commissione istituita con il citato decreto n. 285. Abbiamo sempre sostenuto - fin da quando il ministro Merloni per primo pose la questione del modo in cui considerare le opere pubbliche sospese - in questa Commissione ed in aula, che il problema poteva e doveva essere affrontato direttamente dall'amministrazione, dal ministero, perché esso, per primo, era in grado di valutare se le opere fossero necessarie e ben progettate, se avessero contratti regolari e se fossero necessarie o confliggessero con l'ambiente. Continuiamo a ritenere che quella commissione sia inutile: essa non deve costituire un paravento, ma l'amministrazione deve intervenire con l'ufficio appena istituito semmai utilizzando il Consiglio superiore dei lavori pubblici o altri organismi pubblici che valutino i progetti e la loro efficacia. Non vedo perciò la necessità di mantenere in vita una commissione che, tra l'altro, ha lavorato abbastanza poco.
Una questione molto delicata riguarda il trasferimento delle competenze di cui all'articolo 81, del decreto presidenziale n. 616 del 1977, ai provveditorati regionali. Sono convinto che sia giusto procedere alle deleghe, ma a condizione che i soggetti cui esse vengono attribuite possiedano le competenze, le conoscenze e gli strumenti idonei a svolgere le relative funzioni. Ritengo cioè che nel caso delle opere pubbliche si debba procedere alla definizione dei progetti ed alla verifica della loro compatibilità con gli strumenti urbanistici, ma credo anche che la compatibilità vada considerata aprendo e verificando i progetti e purché i provveditorati regionali alle opere pubbliche dispongano di personale in grado di operare tali verifiche. Non è questa, signor ministro, la situazione attuale. Vi è allora il rischio che l'accelerazione avvenga in questo istante, non dotando i medesimi uffici...
Ritengo pertanto che sia giusto questo trasferimento, ma che contestualmente sia necessario dotare gli uffici periferici delle opportune competenze, controllandoli fino al momento in cui tali competenze non saranno ad essi attribuite. In questo istante, signor ministro, le competenze non ci sono.
Procediamo invece in una direzione diversa, ma ciò non impedisce che anche questa strada possa essere percorribile; come si dice dalle mie parti, non fasciamoci la testa prima di averla sbattuta. Dobbiamo privare questo ministero di tutte le funzioni che sono proprie della gestione ed affidare ad esso maggiori compiti in materia di programmazione, proprio nell'ottica di un recupero della funzione di programmazione; tuttavia, signor ministro, lascerei al ministero anche un grande ruolo in materia di progettazione. Lei ha manifestato l'intenzione di definire solamente gli indirizzi progettuali all'interno del ministero e di affidare la progettazione a società di ingegneria.
Sono assolutamente d'accordo con lei quando pensa di cacciare i corrotti, di stabilire regole comportamentali all'interno della pubblica amministrazione. Non so se al riguardo occorra un'authority o qualcosa d'altro; non intendo affrontare questo tema che esamineremo nel dettaglio al momento opportuno. Concordo fino in fondo nello spirito, nell'obiettivo.
A proposito delle rotazioni mi permetto tuttavia di osservare che esse certamente avvengono nel modo celere che tutti avevamo auspicato, ma probabilmente potremmo decidere di non mantenere ai massimi livelli funzioni di somma dirigenza, funzionari che sono stati lo strumento di politiche sbagliate adottate nel passato.
Vorrei quindi che le rotazioni non fossero la riconferma eterna, nei medesimi massimi livelli di responsabilità, degli stessi personaggi del passato; questi ultimi possono comunque continuare ad esercitare un ruolo di dirigenza, ma non quella massima, soprattutto perché oggi l'indirizzo del Governo non è in direzione dei condoni.
Concordo totalmente sull'ipotesi da lei sviluppata in ordine alla riqualificazione urbana, che è estremamente importante, come ha confermato la Conferenza di Istanbul. Valuto positivamente l'obiettivo rappresentato da una città più sana e più pulita, per il cui perseguimento sarebbe opportuno il confronto con gli altri ministeri. Ritengo tuttavia che la questione della riqualificazione urbana sia una parte importante della riforma urbanistica. In futuro la nuova attività urbanistica si svilupperà sempre di più a partire dall'esistente e quindi ci si dovrà occupare di riqualificazione, di rivitalizzazione, di dotazione di servizi nelle cinture urbane, di verde, di cancellazione di meccanismi di emarginazione sociale determinati dallo squallore, dalla speculazione edilizia, dalla gestione del territorio in assenza di regole (non a causa di regole troppo rigide, signor ministro).
Concordo con quanto lei ha indicato a proposito della difesa del suolo e penso anch'io che si debba spingere nella direzione della concreta attuazione delle leggi approvate, che sono costate molto lavoro e tanti sforzi. Manca però un forte stimolo - che ritengo il Governo dovrebbe garantire - sul versante della pianificazione di
Sottopongo poi alla sua attenzione la questione delle estrazioni di metano dal sottosuolo dell'alto Adriatico, che coinvolge anche la città di Venezia. È un problema grave, che certamente non rientra nella sua esclusiva competenza, signor ministro. Le attività estrattive possono provocare - noi temiamo che ciò si verifichi - l'abbassamento del suolo e la vanificazione di molti interventi condotti sulla laguna veneta, ai quali lei ha fatto riferimento. Uguale attenzione va appuntata sul decreto (varato dal Governo nel suo ultimo giorno) concernente la valutazione di compatibilità delle dighe mobili conosciute come «Mose» e problemi connessi: in proposito esiste una questione di concessioni e credo che lei abbia presente il quadro a cui mi riferisco, che ritengo debba essere riconsiderato.
Per quanto riguarda il Belice, signor ministro, non sono a disposizione soltanto 108 miliardi, ma dopo 28 anni mancano ancora diverse centinaia di miliardi. Ho fatto personalmente parte della commissione chiamata a fornire consulenze al Governo per il completamento della ricostruzione, ma anche personaggi al di sopra di ogni sospetto come gli amici della lega hanno insieme con me votato a favore di una risoluzione approvata all'unanimità, nella quale si riconosce che per la conclusione della vicenda vanno previsti ancora diversi interventi.
Sono assolutamente d'accordo con lei sulla questione della proroga delle concessioni autostradali: non va attuata per decreto. Anzi, in passato ho costantemente presentato emendamenti per cancellare questa proroga. Noi riteniamo che se le concessioni devono essere prolungate occorre conoscere prima tutta la situazione riguardante le autostrade (conti, progetti e tutto il resto).
Soprattutto, signor ministro, vorremmo che le nuove infrastrutture fossero affrontate all'interno di un piano della mobilità di cui il paese ha assolutamente bisogno. Lei ha fatto riferimento al nuovo piano decennale per l'ANAS, nonché al piano triennale ed alle ingarbugliate vicende che lo hanno riguardato. Un nuovo Governo dovrebbe occuparsi della mobilità, facendo discendere da un programma di mobilità definito il programma delle opere. Abbiamo il tempo necessario: dobbiamo lavorare in questa direzione.
Ho una preoccupazione: capire bene cosa voglia dire che il responsabile dell'ANAS ha proceduto «superando i vincoli procedurali imposti dalla legge».
Ultimo punto...
Per quanto riguarda l'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, signor ministro, vorrei sottolineare che noi teniamo al tema della sicurezza in modo particolare. Su questo punto esiste una interessantissima relazione del commissario europeo Kinnock nella quale si sostiene che si potrebbe ridurre da 40 mila a 15 mila il numero dei morti per incidenti stradali ogni anno ricorrendo alle stesse misure che vengono adottate per la sicurezza stradale in alcuni paesi della Comunità europea e secondo gli indirizzi della stessa Comunità (ci si riferisce a strumenti preventivi come l'educazione
Un'ultima considerazione circa la competenza per le opere del Giubileo. In proposito mi permetterei di dissentire e vorrei capire esattamente in quali termini si ponga la questione della competenza. Non è detto, infatti, che se lo Stato finanzia un'opera questa debba essere necessariamente di interesse nazionale. Quante volte succede che vengano finanziate opere di interesse assolutamente locale? Su questo punto potremmo discutere a lungo, ma preferisco sorvolare; ne parleremo in sede di esame del decreto.
Sono però preoccupato, in via generale, che vi possa essere un'apertura ai molti «Giubilei» d'Italia: in altre epoche storiche abbiamo verificato cosa accade. Certamente non si ripeteranno quegli episodi - sono sicuro -, ma abbiamo visto, per esempio, con le Colombiane o con i mondiali di calcio, che cosa significhi la corsa al provvedimento urgente in tutte le parti d'Italia. Io sono contrario alla straordinarietà degli interventi, signor ministro: il nostro paese si deve organizzare per sostenere flussi turistici crescenti in futuro, ma non attraverso un evento straordinario. Altrimenti gli interventi saranno realizzati al di fuori di una qualsiasi ottica di programmazione e quindi distribuiti fra le varie regioni in modo del tutto occasionale.
In primo luogo, si danno riferimenti concreti ad alcune linee guida di azione del ministero: trasparenza, efficacia, rapporti con regioni ed enti locali non vengono lasciate come indicazioni astratte.
Abbiamo inoltre sentito un'affermazione che da molto tempo avremmo voluto fosse pronunciata da un ministro dei lavori pubblici, ossia che tale dicastero non si può caratterizzare né esclusivamente né prevalentemente come il ministero delle opere pubbliche ma come quello che consapevolmente contribuisce alla gestione ed al governo del territorio. Mi sembra che l'ispirazione di fondo della sua relazione andasse in questa direzione, dando in tal senso un contributo importante.
Passando all'esame delle singole questioni - per non dilungarmi troppo sarò necessariamente schematico - credo che nel capitolo riguardante l'efficacia debba essere compresa la revisione di quelle norme che sotto il profilo dell'impatto operativo hanno manifestato la necessità di essere riviste.
Penso a quanto da lei detto, signor ministro, sulla legge n. 109 del 1994. Condivido il percorso in base al quale si debba valutare insieme l'opportunità di apportare modifiche di carattere legislativo su punti su cui questa Commissione nella passata legislatura ha già lavorato e che
Considero apprezzabile la parte della relazione dedicata alla gestione del territorio. Insisto su un aspetto da lei già sottolineato: troverà in noi dei sostenitori rispetto alla necessità di adeguare sul piano finanziario - nella misura necessaria - il funzionamento dei relativi strumenti legislativi, a cominciare dalla legge n. 183 del 1989.
Mi sembra importante cominciare a ragionare, oltre che su quello che va inserito nei capitoli della finanziaria, anche dei meccanismi di finanziamento permanente di cui deve potersi avvalere l'attività di manutenzione. L'idea, per esempio, riportata in un punto della sua relazione, di utilizzare in tutto ed in parte i proventi derivanti dai canoni demaniali per opere di ripristino e manutenzione ordinaria delle opere che si pongono in essere nella gestione del territorio è giusta ed opportuna.
In merito alla parte riguardante più direttamente la normativa urbanistica, parto dall'esistente. Abbiamo oggi un decreto - che passa sotto il nome di «condono» - alla sua ennesima reiterazione. Desidero subito dire che quando iniziò questa partita esprimemmo un giudizio molto negativo sia sullo strumento condono sia sull'impiego del decreto per modificare normative urbanistiche autorizzatorie.
Vorrei quindi che nella sua replica assumesse un impegno - mi pareva implicito nella sua esposizione, ma chiederei che venisse esplicitato - rispetto alla volontà di questo ministero di non parlare più di condoni e soprattutto di affrontare la materia urbanistica in altro modo, non in maniera frammentaria attraverso la decretazione ma con un'ispirazione di lungo respiro.
Ripeto, oggi abbiamo questo decreto da convertire. Lei ha sottolineato la possibilità di compiere un ragionamento su ciò che può essere mantenuto e ciò che può essere consegnato ad un disegno di legge. Credo sarebbe opportuno, da parte della Commissione, incardinare subito la discussione su questo provvedimento in modo da capire bene che cosa sia possibile fare da questo punto di vista, tenendo presente che occorrerà usare il buon senso, visto che ci troviamo di fronte ad una normativa in essere che ha già prodotto alcuni effetti.
Mi sembra, in ogni caso, che questa debba essere considerata l'ultima delle operazioni in cui il Governo ed il Parlamento si trovino impegnati a discutere ed a promuovere con strumenti di tal genere modifiche di leggi in materia urbanistica.
Considero giusto che, in primo luogo, al Parlamento ed all'attività parlamentare spetti l'iniziativa più complessiva di una revisione degli strumenti e della legge urbanistica, alla quale il Governo può contribuire. Ci accingiamo a presentare una nostra proposta su alcuni nodi essenziali, l'esecutivo contribuirà alla discussione sugli atti parlamentari che verranno presentati: credo che questo debba essere il modo per affrontare questioni decisive, sfuggendo alla tentazione di percorrere la strada della discussione e dell'emanazione di normative di dettaglio in una materia nella quale la competenza costituzionale delle regioni è fondamentale e va riconosciuta. È soprattutto attraverso il confronto con i livelli regionali che noi dobbiamo capire ciò che deve essere normato da parte dello Stato e individuare le competenze fondamentali da attribuire alle regioni.
Mi fa piacere che lei abbia affrontato la questione della casa sotto diversi punti di vista.
Il primo riguarda il mercato delle locazioni private e gli sfratti. Badi bene, signor ministro, lei ha ragione quando sostiene che la questione quantitativa non è l'elemento essenziale che dovrà caratterizzare la politica abitativa della casa in questo paese, ma a nessuno può sfuggire che ancora oggi esistono tensioni, in particolar
È inevitabile una proroga degli sfratti - le suggerisco anche un termine non inferiore ai sei mesi -, ma le suggerisco di utilizzare insieme, Governo e Parlamento, questi sei mesi - o quelli che deciderete - per porre mano ad una riforma e ad una nuova normativa in materia di sfratti e di mercato della locazione, soprattutto modificando il regime dei patti in deroga così come oggi si è venuto a configurare.
Occorre, in primo luogo, ricostruire certezza di diritto sulla questione sfratti e rilasci, senza la quale le case non arrivano sul mercato della locazione, in secondo luogo, pensare ad interventi di incentivazione anche di carattere fiscale per costruire un'area in qualche modo calmierata, che si rivolga alle famiglie di reddito medio-basso, considerato che nelle attuali condizioni non possono accedere al mercato privato delle locazioni.
Anche su questo argomento si era lavorato nella passata legislatura; penso che le proposte allora presentate possano costituire un'utile base di lavoro e che da questo punto di vista un suo contributo, signor ministro, sarebbe importante.
Rispetto alla parte riguardante l'edilizia residenziale pubblica, si accavallano diversi provvedimenti: un decreto giacente al Senato, che ha un certo taglio di cui dirò; la richiesta - si ribadisce nella sua relazione - di una proroga della delega concessa al Governo per un decreto legislativo di decentramento alle regioni di funzioni amministrative (quello approvato nella finanziaria scorsa); l'esigenza improcastinabile di riformare gli istituti autonomi case popolari con tutto ciò che ne consegue. Bisogna muoversi con coerenza: il decreto all'esame del Senato, che in particolare detta norme per l'utilizzazione delle maggiori entrate ex GESCAL nel 1995, non risponde ad una logica di responsabilizzazione delle regioni sul terreno della riqualificazione urbana, perché di fatto mantiene un impianto centralistico, mettendo in capo al Ministero dei lavori pubblici tutta l'operazione dei piani di riqualificazione urbana.
Allora, se la linea che lei intende perseguire è, anche su questo terreno, quella di un decentramento effettivo e di una responsabilizzazione delle regioni, occorre comprendere innanzitutto quali modifiche si possano introdurre all'altra impostazione e, in secondo luogo, se i fatti già in essere (anche quel decreto-legge è stato reiterato non poche volte) vadano considerati, per così dire, come l'ultima fase di una stagione oppure se in quel contesto vi sia ancora la prefigurazione di ciò che si vuole fare. Ricordo, al riguardo, che negli anni scorsi, nell'ambito del dibattito con il Ministero dei lavori pubblici, ci si era trovati d'accordo nell'attribuire alle regioni la competenza sull'edilizia sociale ma, secondo l'impostazione di qualche suo predecessore, i piani di riqualificazione urbana dovevano restare accentrati nel Ministero dei lavori pubblici. Se questa è la strada che si indica, non sono d'accordo; se invece ci si propone di valutare il modo in cui governare un passaggio nuovo, se ne può discutere.
Desidero inoltre segnalare al ministro la questione della gestione del patrimonio immobiliare pubblico esistente; ritengo che, sulla strada di una piena responsabilizzazione delle regioni, si debba configurare la gestione, da parte loro, di tutto questo patrimonio con un elevato livello di autonomia.
In tale contesto, ci si scontra con due elementi: in primo luogo, il Parlamento ha approvato la legge n. 560 del 1993 che prevede l'obbligo di dismissione di quote imponenti del patrimonio residenziale pubblico; l'imposizione di quest'obbligo sottrae alle regioni uno strumento di gestione economica di tale patrimonio; vi sarà infatti una parte dello stesso patrimonio che sarà utile vendere, un'altra che
Accanto a questa, si pone l'importante questione dei canoni; segnalo, al riguardo, una situazione su cui credo che il ministero debba intervenire con urgenza: siamo ormai prossimi al blocco, il 30 giugno 1996, della delibera del CIPE emanata a suo tempo per l'adeguamento dei canoni dell'edilizia residenziale pubblica, delibera che è stata contraddistinta da un iter, per così dire, molto faticoso: mi risulta che una sola regione abbia applicato integralmente quanto da essa previsto per la fase transitoria; moltissime regioni non l'hanno applicata ed una parte di esse hanno tentato di legiferare autonomamente in materia di canoni degli IACP e si sono viste respingere o muovere obiezioni in ordine a queste deliberazioni da parte dei commissari di governo. Oggi siamo arrivati al punto che, in assenza di un intervento, la delibera sarà concretamente inapplicabile in gran parte del territorio nazionale e soprattutto si rileva una contraddizione con l'esigenza di lasciare alle regioni (mi rendo conto che esiste una legge in vigore, la quale va osservata) margini di autonomia per soddisfare il principio che va perseguito nella gestione del patrimonio immobiliare.
Quella delibera prevede criteri rigidissimi come, per esempio, l'aggancio alle rendite catastali, i cui effetti non sono stati, a mio avviso, ben meditati da chi l'ha redatta. Sento allora di dover suggerire un passaggio molto rapido da parte del Ministero dei lavori pubblici, nell'ambito di un confronto con le regioni e le città (in primo luogo le grandi città), al fine di comprendere quali modifiche proporre al CIPE affinché su tale materia vi sia sintonia tra regioni e attività di governo. Questo deve essere fatto - mi permetto di suggerirlo - in tempi brevissimi, perché tra una settimana «la frittata sarà fatta».
Desidero ora soffermarmi brevemente sull'ANAS, argomento su cui condivido molte delle considerazioni svolte dal ministro. Ritengo comunque che vada affermato il principio secondo cui la programmazione deve essere effettuata dal Ministero dei lavori pubblici. Nella precedente stagione abbiamo assistito, da questo punto di vista, ad una confusione che è stata fonte di fatti spesso incomprensibili (definiamoli così). Ritengo allora che il Ministero dei lavori pubblici debba assumere pienamente tale ruolo gestendolo nell'ambito di un rapporto serio con il Parlamento e le regioni e che l'ANAS, o comunque il braccio esecutivo di cui ci si avvale, debba essere ricondotto al suo ruolo naturale.
Per quanto concerne, infine, la questione del Giubileo, il ministro ha ragione circa il fatto che occorre tenere conto di Roma ma anche delle altre realtà: infatti, i milioni di persone che si attendono verranno sicuramente a Roma, ma prima o dopo si dirigeranno anche verso altre mete, dal momento che non si tratta di una partita di calcio o di altro evento sportivo, allorché la gente si reca allo stadio e subito dopo torna a casa.
Anche se mi rendo conto che esiste il rischio delle mille richieste, pongo una questione che forse potrebbe essere dettata dal buon senso: i milioni di pellegrini o di pellegrini turisti non si muoveranno ognuno per proprio conto in quanto esistono organizzazioni, nel settore turistico, le quali probabilmente faranno sì che gran parte di questa domanda sarà aggregata.
Sono d'accordo circa il fatto che si debba emanare un nuovo decreto in
Mi sembra che quello prospettato sia in qualche modo un libro dei sogni, a meno che il ministro Di Pietro non intenda restare in carica per 25 anni (o forse qualcuno in più); altrimenti, non vedo come egli possa realizzare tutti questi obiettivi, considerata la brevissima durata che avrà l'attuale Governo.
Desidero ora svolgere due osservazioni, ringraziando innanzitutto il ministro per aver recepito la legge sull'edilizia residenziale pubblica, di cui era autore l'amico Zagatti, già approvata in Commissione; sarebbe quindi opportuno e giusto, considerato che anche lei, signor ministro, l'ha citata, far procedere il suo iter il più rapidamente possibile per risolvere il problema collegato alla scadenza del 30 giugno prossimo con riferimento al decreto sugli sfratti.
Un altro rilievo che intendo muovere riguarda la legge sugli appalti: ritengo, al riguardo, che l'approvazione del regolamento sia in contrasto con quanto si afferma prima di parlare della stessa approvazione dei vari regolamenti, in quanto si prevedono già alcune modifiche della legge ed è noto che, se quest'ultima viene cambiata, di conseguenza deve essere modificato il regolamento.
Nelle passate legislature, un progetto di legge era stato elaborato, approvato, successivamente rielaborato grazie allo stop imposto, non si sa per quale motivo, dall'allora ministro Radice, quindi riformulato ed ancora bloccato dal ministro Baratta, infine sistemato alla «meno peggio» con vari decreti: mi conforta comunque il fatto che il suo relatore, l'onorevole Bargone, sia ora sottosegretario, per cui sicuramente potrà darle qualche «dritta» su come intervenire.
Per il resto, però, torniamo all'antico: dobbiamo fare e dire, va riformato il dicastero, e così via. In particolare, abbiamo sempre i soliti soggetti nei ministeri: anziché provvedere, come lei sosteneva, nei confronti di chi si è reso responsabile di atti contrari, diciamo, alla morale corrente (per non addentrarmi in altre faccende), vediamo che vi sono soggetti che, dopo aver ricevuto avvisi di garanzia plurimi, continuano ad avere responsabilità gestionali nel suo ministero. Speriamo tanto, quindi, che quanto da lei promesso si concretizzi e che si faccia davvero pulizia.
Non mi trova d'accordo, invece, quando non fa alcun accenno al federalismo, o per lo meno vi accenna per poi affermare che competono al ministero l'indirizzo, il coordinamento e la progettazione: mi sembra che questo sia un po' in contrasto con il federalismo, perché la progettazione va demandata a chi deve gestirla sul territorio (alle varie regioni, intendo). Sembra invece che si voglia ancora accentrare il tutto nel Ministero dei lavori pubblici.
Mi aspettavo poi, signor ministro, qualche specificazione maggiore su una serie
Riteniamo che la difesa del suolo e del territorio debba essere demandata non a vari enti ma ad un unico soggetto, giungendo ad una seria riforma della legge urbanistica, che è davvero necessaria dopo più di 50 anni, in relazione alle modificazioni intervenute nel sistema sociale, economico, culturale di una nazione evoluta come la nostra. Questo, a mio avviso, è il punto forte che il suo ministero dovrebbe affrontare; invece, si fa ancora riferimento, come al solito, a leggi di settore, a leggi speciali o particolari che non risolvono i problemi. Se dovessimo perseguire così l'obiettivo della difesa del suolo, che lei auspicava nella sua relazione, non credo che andremmo molto lontano. Oggi, tutta una serie di modifiche nei trasporti, sul tessuto urbanistico, per l'identificazione delle strade di grande comunicazione interna e con l'estero non viene assolutamente affrontata pensando ad una legge quadro veramente efficace e risolutrice rispetto ai problemi che sono sotto gli occhi di tutti.
L'auspicio del mio gruppo, signor ministro, è che ci si possa man mano confrontare su tematiche interessanti. Abbiamo un numero considerevole di decreti, che sicuramente occuperanno grandissimo spazio delle discussioni in Commissione, ma ciò non toglie che si possa dare avvio - come è stato fatto nella passata legislatura da parte di questa Commissione - a provvedimenti legislativi di grande respiro. La maggioranza è solida e sicuramente - come confermano gli interventi di chi mi ha preceduto - darà un supporto considerevole al Governo; anche le minoranze, però, possono dare un contributo, a patto che i provvedimenti siano davvero innovativi e forieri di quelle novità che da anni il Ministero dei lavori pubblici continua a prospettare ma che, in realtà, non concretizza negli atti. Penso, quindi, che la nostra Commissione non abbia preclusioni rispetto alle novità: è pronta a collaborare, nei limiti del possibile e delle prerogative politiche di ciascuno di noi, e ciò, sicuramente, darà buoni frutti, come ne ha già dati. Ci attendiamo un segnale da parte del ministro su queste tematiche, in particolare su quella della riforma urbanistica, che sta a cuore non soltanto al nostro gruppo ma sicuramente anche ad altri.
Condivido l'impostazione della relazione che abbiamo ascoltato, non soltanto per la sua completezza ma anche per l'approccio alle diverse tematiche: abbiamo, in questo settore, tante incertezze, tanti ritardi, tante occasioni mancate, dalle opere pubbliche alla difesa del suolo, al regime delle acque, alle locazioni. Vi sono ritardi che riguardano trasversalmente le diverse problematiche: tuttavia, proprio la necessità di affrontare la generalità dei problemi ci impone, all'inizio della legislatura, di compiere anche una valutazione sulle urgenze; altrimenti, avrebbero ragione coloro i quali sostengono che, per portare avanti quanto contenuto nelle trentatré cartelle del ministro, non basterebbero né questa né le prossime tre o quattro legislature. Occorre quindi
Condivido la sua affermazione, cioè che uno dei principali problemi sia la riforma del Ministero dei lavori pubblici, un ministero nato nel 1885 e la cui struttura non è mai stata adeguata alla mutata realtà del paese. Dal 1885 ad oggi parecchia acqua è passata sotto ai ponti, ma il ministero ha mantenuto le stesse strutture, con le quali non può far fronte adeguatamente né ai rapporti con le altre amministrazioni dello Stato e con il Parlamento né, tanto meno, ai rapporti con le regioni, con gli enti locali, con il territorio.
La sollecito, quindi, signor ministro, a procedere, se necessario, sulla strada di una riforma immediata del suo dicastero per dare alla nazione uno strumento valido di programmazione, un organo tecnico al servizio di tutte le amministrazioni. Nella sua relazione non ho colto l'intenzione del Governo di presentare un provvedimento in tal senso; se era implicito, vorrei che nella sua risposta lei esplicitasse la volontà del Governo di presentare un apposito provvedimento da sottoporre alla valutazione del Parlamento, innanzitutto delle Commissioni competenti, per vedere come si articolerà nei prossimi anni l'organizzazione dello Stato per dare risposte, che fino ad oggi non vi sono state, ai problemi della viabilità, delle opere pubbliche, della casa, del risanamento dei centri storici, della tutela del territorio. Credo sia questo il fulcro su ci il nuovo Governo gioca la sua credibilità, almeno sul piano del rinnovamento e dei nuovi indirizzi.
Lei sa, signor ministro, che le risorse attribuite a questo settore, pur scarse, innanzitutto rispetto alla grande domanda di viabilità e di organizzazione e salvaguardia del territorio, in gran parte sono residui passivi. Ogni anno le dotazioni assegnate dalla legge finanziaria al Ministero dei lavori pubblici, e di conseguenza i trasferimenti alle regioni, alle province, ai comuni e alle comunità montane, vengono ridotte; eppure aumentano i residui passivi. Questo significa che l'intervento, che deve partire proprio dalla riforma del Ministero dei lavori pubblici, deve riguardare il complesso della legislazione. Se c'è un responsabile di questa situazione, signor ministro, è il legislatore, che per decenni ha accumulato leggi su leggi, provvedimenti su provvedimenti che, intersecandosi tra loro, hanno prodotto procedure scarsamente applicabili, con una sovrapposizione di passaggi e autorizzazioni. Questa è la realtà che si è prodotta nel tempo e da questa responsabilità non è indenne alcun Governo.
Se vogliamo rilanciare, creando un nuovo mercato degli appalti e delle infrastrutture, bisogna dare risposte a questi problemi. Quanto ci ha riferito nella sua comunicazione in ordine allo snellimento procedurale, il disegno di legge che lei ha preannunciato in materia di opere pubbliche per consentire coerenza fra il regolamento, la legge n. 216 del 1995 e la legge n. 109 del 1994, l'esigenza di una nuova capacità di programmazione a tutti i livelli, dall'amministrazione centrale agli enti locali e a tutte le stazioni appaltanti - che, come ben sapete, sono più di 12 mila - la programmazione, la progettazione e il controllo non possono rimanere enunciazioni ma devono diventare concreti elementi operativi.
Lei, signor ministro, troverà in Commissione, almeno da parte della maggioranza, una concreta collaborazione, una continua attenzione su questi obiettivi di carattere generale, nei quali vanno ricompresi quelli di carattere particolare, che lei così diligentemente ci ha indicato.
Desidero soffermarmi in modo più preciso soltanto su alcune questioni, altrimenti il Presidente mi riprenderà per l'eccessiva lunghezza del mio intervento.
La viabilità resta una della urgenze più drammatiche per tutto il territorio nazionale. Zone di grande importanza produttiva restano strozzate da una viabilità ordinaria che risale, quando va bene, a cinquant'anni fa. Solo in Lombardia il piano ANAS ha avviato una serie di interventi per la cui ultimazione occorrono più di 1500 miliardi. Se sommiamo le opere di viabilità ordinaria iniziate e non completate, la massa dei finanziamenti necessari
Badate bene che sulle opere di viabilità ordinaria - non autostradale - si gioca quella mobilità di persone e di cose che è la circolazione sanguigna dello sviluppo del nostro paese. Se strozziamo le attività produttive ovunque, non solo nel settentrione ma anche nel Mezzogiorno, non vedo quali altri grandi programmi possiamo realizzare.
La invito, signor ministro (mi rivolgo a lei, che è già sufficientemente aggressivo - lo dico, ovviamente, in senso positivo - nel condurre le sue battaglie), a fare in modo che anche a livello di Governo, nel prospettare queste problematiche, possa essere espressa la dovuta determinazione in ordine a quella che possiamo considerare un'esigenza primaria.
Grande importanza riveste la riforma del mercato delle locazioni, alla quale ella ha dedicato un cenno nella sua relazione. È necessario pervenire all'approvazione di una nuova legge organica nel settore, non essendo più possibile governare il complessivo patrimonio abitativo del paese prescindendo dalla ricostruzione di un vero e proprio mercato dell'affitto. Soltanto incrementando l'offerta di alloggi in affitto potremmo risolvere quelle situazioni di drammaticità connesse agli sfratti ricorrenti, che presto ci obbligheranno ad orientarci verso una proroga non già degli sfratti ma delle commissioni prefettizie (il che, mutatis mutandis, significa una proroga di almeno sei mesi). È necessaria, dunque, una nuova legge organica sulle locazioni, con la quale il superamento delle norme sull'equo canone sia accompagnato da provvedimenti che tengano conto non soltanto dei patti in deroga ma delle gravi situazioni, tuttora riscontrabili, di disagio abitativo vissute da chi, percependo redditi minimi, non è in condizione di corrispondere l'importo del canone di locazione. Chi guadagna 1,3 o 1,5 milioni al mese non può utilizzarne 1,2 per pagare il canone! Lo Stato, nella sua capacità di essere solidale, deve intervenire: d'altronde, si tratta di un impegno contenuto nel programma della maggioranza ed in quello di Governo.
Quanto al problema del recupero urbano, ricordo che in Senato è in discussione un decreto-legge molto importante; il provvedimento prevede l'impiego di disponibilità che, per i tempi che corrono, sono molto consistenti, trattandosi di circa 3 mila miliardi di fondi GESCAL e di altra natura; al momento esso giace presso l'altro ramo del Parlamento in attesa di essere convertito in legge. Nell'ambito della relativa discussione è stata avanzata la proposta di valorizzare gli aspetti attinenti al recupero urbano. Sarebbe opportuno ampliare il discorso e destinare la maggior parte di questi finanziamenti al soddisfacimento di esigenze di recupero urbano, da affidare prevalentemente alle comunità locali (comuni e regioni, nell'ambito della loro attività di programmazione), così dando anche un primo segnale della capacità di decentramento del Ministero dei lavori pubblici, nella prospettiva di una sua trasformazione, essendo quello del governo delle città e del recupero del preesistente un tema di particolare delicatezza e rilevanza, sul quale sicuramente dovrà essere misurato il nuovo meccanismo di rapporto tra le amministrazioni centrali dello
Quanto al Giubileo, nel momento in cui affronteremo l'esame del relativo decreto-legge, avremo modo di confrontarci in questa sede, anche perché alcune iniziative andrebbero calibrate più alle esigenze dell'avvenimento che a quelle riconducibili alle persone o alle comunità locali.
Quando lei parla di disfarsi dei suoi dipendenti, signor ministro, potrei cominciare a darle un consiglio: cominci a disfarsi del suo capo gabinetto e della sua dattilografa, perché nella sua relazione abbiamo notato una serie di errori di ortografia e di grammatica piuttosto consistenti. Quindi, sarebbe opportuno che lei cominciasse a trovare collaboratori più efficienti, per evitare...
Signor ministro, nella sua replica di domani le chiederei di fornirci alcuni dati, che mancano sostanzialmente nella relazione. Per esempio, lei ha parlato - non qui ma sui giornali - di riapertura dei cantieri, per cui le chiederei di fornirci una programmazione della riapertura degli stessi, di quantificare quelli che intende riaprire, di dirci in quanto tempo intenda riaprirli e con quali mezzi intenda sovvenzionarne la riapertura.
Vorremmo inoltre sapere entro quanto tempo intenda presentare a questo Parlamento una legge-quadro sui lavori pubblici. È noto a tutti - lo diceva prima Testa allargando un po' il discorso - che la legge n. 109 e una serie di altre leggi rendono oggi inapplicabile non solo la programmazione ma l'attuazione dell'apertura di cantieri e la possibilità di operare veramente sul territorio.
Lei ha fatto un accenno rapidissimo, ma credo sarebbe doveroso da parte sua specificare meglio cosa intende quando afferma che ci dovremo occupare anche dei settori esclusi, che oggi sono gli unici che appaltano, costruiscono, gestiscono. Come intende intervenire, lasciando la delega o con una legge ad hoc nel settore? Intende intervenire direttamente come ministero o in sede di concerto nel Governo? Direi che questi sono problemi fondamentali per capire veramente quale sia l'indirizzo di un nuovo ministro dei lavori pubblici.
Lo stesso vale - credo sia stato un lapsus, che ha corretto dopo - per la sua affermazione secondo cui bisogna affidare i progetti anche a società di ingegneria. Credo che non si debba darli non solo «anche» ma «mai», né alle società di ingegneria né ad altri all'esterno. Ritengo che compito di un ministero sia proprio quello di operare nella programmazione e nella progettazione di opere che debbono essere cantierabili, perché l'opera cantierabile è quantificabile. Fino a ieri il suo ministero ha progettato tante, tantissime opere, ma nessuna cantierabile. Dopo di che i prezzi sono lievitati ed è capitato quel che è capitato. Sarebbe opportuno e doveroso che lei ci proponesse un piano di ristrutturazione del ministero, ad esempio, con una forte progettualità, anche con un taglio economico, di tempistica, e così via.
Non vedo un accenno su uno dei problemi nodali della grande viabilità, che è quello della variante di valico. Il ministero è favorevole o contrario? Vedo solo che lei è contrario alla proroga di quindici anni della concessione alla società Autostrade. Forse, se avesse esaminato con più attenzione, avrebbe verificato che questa proroga offrirebbe due possibilità: quella di costruire la variante di valico, di cui bisogna comunque tener conto, e quella, avanzata anche dal suo stesso Governo, di privatizzare la società Autostrade. Si privatizza una cosa che ha valore; se le concessioni sono limitate nel tempo hanno un valore molto ridotto.
Allora, il problema è globale: bisogna esaminare esattamente cosa si intende fare. Gradirei, se possibile entro domani, una valutazione sulla Salerno-Reggio Calabria. Leggiamo che lei è contrario a un certo tipo di concessioni e che sostiene la necessità di una gara internazionale. Sono convinto che in pochi mesi sarà in grado di elaborare un progetto cantierabile per la Salerno-Reggio Calabria, di quantificare i prezzi, di compiere una valutazione sul numero di persone che passeranno di lì nei prossimi trent'anni, sul pedaggio che potrà essere richiesto, sui costi della costruzione, della gestione e della manutenzione e certamente anche sulla somma che il Governo intende mettere a disposizione per coprire i costi e costruire veramente quest'opera. Credo che lei in pochi mesi sia in grado di fare tutte queste cose, per avere finalmente la possibilità di indire a livello internazionale una gara per la costruzione e la gestione di un'opera così indispensabile per il sud.
Un altro dei punti che è stato sfiorato ma non approfondito è il problema dei capitolati e della tipologia degli enti appaltanti. Oggi in Italia abbiamo troppi enti appaltanti: tutti i comuni, da quello di 300 abitanti a quello di 3 milioni, le USL e una serie di altri enti. In questo settore, il ministero intende semplificare le procedure? Queste sono cose che si fanno subito, sono scelte politiche precise su cui gradiremmo conoscere il suo parere.
Mi fermerei qua, perché con gli altri colleghi del mio gruppo intendo approfondire il suo documento al fine di intervenire domani in modo ancor più specifico. Ho voluto porre una serie di interrogativi perché credo possano servire ad integrare il suo documento, forse a snellirlo un poco e anche ad avviare qualche iniziativa concreta per i lavori pubblici.
Il punto centrale della sua relazione, quello che più mi ha colpito, è relativo alla riorganizzazione del ministero. Anche se mi auguro, essendo un rozzo efficientista, che sia proprio questa efficienza nuova del ministero a risolvere quelle anomalie che lei ancora oggi ci ha voluto sottolineare, piuttosto che altri metodi. Credo che l'efficienza della macchina dello Stato costituisca un grande obiettivo politico che mi auguro questa legislatura possa perseguire non solo nel campo dei lavori pubblici.
Vorrei aggiungere qualche considerazione sui caratteri di questo ministero, perché mi pare che possa verificarsi una confusione di linguaggio fra noi. A me va bene che si dica che non deve essere un ministero di spesa e che deve aumentare la sua capacità di programmazione e di indirizzo, come mi pare abbia sostenuto il ministro; non mi va bene che si affermi che questo ministero deve aumentare la sua progettualità, perché non ha senso. Secondo me, il ministero deve attrezzarsi - con una cultura progettuale, e in questo credo che possiamo raccogliere un consenso molto ampio -, deve predisporsi a valutare le offerte progettuali che vengono sia dalle regioni - come diceva il collega Formenti - sia dai privati, dai quali sempre più ci dobbiamo aspettare (e io me lo auguro, francamente) proposte complessive, anche progettuali, di realizzazioni di grandi opere pubbliche nel nostro paese. Mi auguro che su questi caratteri e con questi obiettivi il ministro Di Pietro veda la possibilità di legare il suo nome - mi auguro nell'arco di cinque anni - ad una grande legge urbanistica, di cui tutti avvertiamo l'esigenza. Infatti, soltanto se discipliniamo l'intera materia possiamo risolvere i piccoli problemi e gli equivoci che possono sussistere. Si dovrebbe trattare, signor ministro, di una legge urbanistica che non si preoccupi tanto di impedire, ma piuttosto che consenta la trasformazione del territorio: ripeto, non che impedisca la trasformazione del territorio, ma che la consenta, tenendo conto delle attuali condizioni storiche del mercato e della realizzazione delle opere pubbliche, una legge urbanistica, quindi, che tenga conto del rapporto nuovo che esiste fra risorse pubbliche e private e che, perciò, aumenti il tasso di programmazione pubblica proprio per consentire l'intervento e l'operatività privati. Questo dovrebbe essere lo sfondo del ragionamento.
Mi auguro che possa intervenire questa nuova legge urbanistica anche perché dobbiamo smetterla di affrontare questioni continuamente emergenti. Ed io sono costretto a farlo subito, ricordandole due questioni urgenti che rappresento in questa sede come deputato dell'area napoletana. Mi riferisco al decreto per Bagnoli e a quello per Secondigliano, che costituiscono punti urgenti, ma che vorrei vedere inquadrati, in prospettiva, nell'ambito di una programmazione più ampia e più convincente.
Passo ad alcune raccomandazioni assai semplici e concrete. La questione degli sfratti. Ho consegnato al presidente della Commissione un dossier predisposto dalla prefettura di Napoli sull'assoluta necessità che nella nostra zona si affronti il problema del rinvio del termine degli sfratti. Si è parlato della proroga di sei mesi, ma credo che anche se fosse di un anno non vi sarebbe niente di male. Intorno alla questione della casa, e in particolare intorno alla questione degli sfratti, ormai, in alcune zone del paese, si pongono problemi di ordine pubblico che non possono essere più nascosti. Bisogna quindi accettare questa proroga, come lei stesso ha detto ed io l'accetto a malincuore: bisogna però
Vorrei soffermarmi su un secondo aspetto. Mi ha meravigliato che una parte consistente della sua relazione sia stata molto opportunamente legata alle questioni della difesa del suolo e delle acque. Ma perché non cerchiamo di lavorare, magari insieme, perché questo diventi un settore in cui intravedere linee per i lavori socialmente utili? Perché non individuare i lavori socialmente utili in questa materia, in modo da trovare pronta una manodopera che possa affrontare problemi organici di gestione del territorio?
Sulla questione della riqualificazione urbana vi sono stati due accenni, nella sua relazione, che ho considerato di grande interesse, quello agli IACP e quello alle funzioni urbane di grandi edifici di proprietà pubblica collocati nei centri cittadini. Può darsi che io dissenta da quanto ha detto qualche collega prima di me, ma se gli IACP diventassero aziende moderne in grado di programmare la propria attività e ricevessero il mandato di rivedere l'utilizzazione di aree occupate da trenta, quaranta o cinquant'anni e che oggi sono al centro delle città e hanno una bassissima tenuta tecnologica, se andassimo a rivedere questi quartieri, magari anche aumentando leggermente le densità edilizie, potremmo affidare agli stessi IACP il rinnovamento del loro patrimonio, evitando che la trasformazione delle città riguardi altre aree libere, altre aree verdi.
Credo che lo stesso vada fatto, con molta attenzione, per i grandi edifici demaniali. Ne ho parlato con il presidente della Commissione difesa, onorevole Spini, a proposito di tutta l'edilizia militare. Sarebbero necessarie grandi indagini conoscitive, che mi permetto di consigliare di avviare nelle grandi città: quali sono questi grandi edifici e quali funzioni possono svolgere? Quali sono gli edifici che il demanio dello Stato può vendere? Poiché ricordo che era stata presentata una proposta di legge in questo senso, qualche anno fa, che mi pare non abbia avuto seguito, credo che potrebbe essere ripresa. Parlo quindi del recupero e del riutilizzo di aree già di pertinenza dell'edilizia economica e popolare e del riutilizzo di piccoli o grandi edifici di proprietà pubblica nelle città. Questa doppia manovra potrebbe dare un senso diverso alla riqualificazione urbana e non spaventare quanti giustamente temono che questo discorso possa portare all'occupazione di altri spazi liberi e verdi.
Una quarta questione concerne il condono. Il ministro è stato molto preciso e quindi mi permetto di ribadire il concetto. Nel condono edilizio vi sono alcuni elementi che definirei - se mi consentite il termine - di truffa, e che dovrebbero essere analizzati. Il cittadino ha pagato, ha versato allo Stato ciò che lo Stato richiedeva perché in quel momento ne aveva bisogno, ma non riesce a sapere se sia o meno in regola. Questa situazione di totale anomalia deve essere risolta una volta per tutte, ma non propongo certo forme di sanatoria: propongo invece di risolverla mettendo i comuni, dove e se è possibile, nelle condizioni di rispondere a questa questione. Non è giusto che vi siano stati versamenti di denaro per pratiche sulle quali i comuni non si sono ancora pronunciati in merito alla legittimità dei trasferimenti per i quali il contributo è stato versato.
Un altro aspetto riguarda la questione - sacrosanta - posta dal collega Turroni a proposito dei provveditorati. Mi permetto di indicare un'altra strada. In tutti i casi in cui l'amministrazione pubblica incontra difficoltà nello svolgere i propri compiti per mancanza di personale, credo che si potrebbe ricorrere al rapporto fra le istituzioni. Non sono il solo, in questa Commissione, a rappresentare il mondo universitario, ma credo che le università sarebbero ben liete di collaborare con organi periferici dello Stato, secondo le competenze delle varie facoltà, per risolvere problemi di temporanea assenza di competenze, in modo da avviare processi di ristrutturazione organica all'interno dei vari provveditorati.
Vorrei infine dire qualcosa sul Giubileo. Anche qui sono d'accordo con il ministro. A me sembra un po' provinciale il valore totalizzante di Roma nella vicenda
In questa sede, vista anche l'ora tarda, intendo svolgere a titolo personale poche considerazioni sulla relazione, considerazioni che forse potranno anche risultare impietose, ma che certamente sono dettate da spirito di stimolo ed improntate a chiarezza.
Rilevo innanzitutto una contraddizione ed una certa confusione tra i due ruoli che si vogliono attribuire al Ministero dei lavori pubblici: da una parte si dice che esso deve nuovamente assurgere ad un ruolo storico, d'indirizzo progettuale, di coordinamento e di vigilanza. A parte il fatto che non è questo il ruolo storico del Ministero dei lavori pubblici, vorrei ricordare che storicamente esso ha assolto un ruolo di esecuzione capillare di lavori e di studio di altissimo livello. I professori universitari che siedono in quest'aula sanno che il giornale del genio civile è stato fondato da Menabrea e che il servizio idrografico era diretto da un uomo che si chiamava De Marchi; grandi scienziati di livello mondiale che appartengono alla storia dell'ingegneria. Quanto ai geni civili, oltre che essere qualificati nel campo della ricerca, lo erano anche in quello dell'esecuzione capillare dei lavori: i geometri effettuavano i rilievi, predisponevano i progetti, curavano la direzione lavori e godevano di autonomia.
Questo ruolo si è rotto - è bene fare questa precisazione, così possiamo ricordare come sono andate le cose; se qualcuno la pensa diversamente, può correggermi - quando le competenze regionali del genio civile sono andate ad accavallarsi con quelle ministeriali. Basti pensare al genio civile di Grosseto: una volta, poiché ad un certo piano dell'edificio c'era il genio civile del Ministero dei lavori pubblici ed al piano di sopra quello della regione, persi mezza giornata prima di capire che avevo sbagliato contesto.
La contraddizione cui ho accennato è dovuta al fatto che questo ruolo storico non c'è, deve essere esercitato; qualcuno ha ricordato che forse si dovrà porre mano ad una riforma strutturale del Ministero dei lavori pubblici. Personalmente non vedo come al momento attuale la si possa prospettare, ma è certo che tale riforma potrebbe rappresentare un'esigenza reale e concreta, anzi, potrebbe costituire un momento di grande svolta.
D'altra parte, nelle dichiarazioni programmatiche del ministro vi è la voglia - forse insita nella storia della persona del ministro - di entrare nei particolari, in tutti gli angoli della gestione del ministero (cosa che non può farci altro che piacere); si prevedono commissioni, organi di
Se s'intende entrare nel campo del controllo analitico delle cose, faccio rilevare che, analizzando un certo fatto, si deve indagare non solo sul come, dove e perché siano state realizzate talune opere, ma soprattutto (in un momento particolare come l'attuale caratterizzato non solo da una grande recessione ma anche da una tragica situazione del mondo dei lavori pubblici) su come, dove e perché certe opere pubbliche non siano state fatte, cioè se vi siano state omissioni, e perché talune opere in determinati casi siano progredite, verificando anche se vi siano stati abusi. Bisogna individuare le motivazioni per cui qualcosa non è stato fatto e verificare se vi siano state interferenze o assunzioni di responsabilità nel non fare qualcosa.
Per quanto riguarda Reggio Calabria, mi pare che per qualche anno si sia dibattuto in merito al concessionario, che in un caso doveva essere una certa struttura IRI, in un altro caso un'altra struttura dello stesso istituto; credo che si siano andate accavallando bozze e proposte di convenzioni di vari soggetti, anche con una giusta - o non giusta, non lo so - conflittualità tra gli stessi. Bisognerà guardare in queste situazioni e forse potrebbe risultare utile, a questo scopo, l'istituzione di un organismo interno di controllo di abusi e di omissioni, non certo per entrare nella singola cellula, ma per dare il segno che qualcuno va a guardare anche dentro le omissioni o gli eccessi di controllo che possono esservi stati a questo riguardo.
Segnalo, infine, sempre a titolo personale (perché, come ho già detto, il gruppo di forza Italia esprimerà domani la propria posizione in un documento) che nella passata legislatura era stato presentato dai gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale un progetto di legge tendente ad istituire una Commissione d'inchiesta sull'ANAS.
Ho avuto notizia di un'attività nel campo del cofinanziamento dei finanziamenti comunitari da parte dell'ANAS. Per le ragioni cui lei, signor ministro, ha fatto cenno, è auspicabile che qualsiasi meccanismo di cofinanziamento, anche in un momento di critica nei confronti di un organo come l'ANAS, venga perseguito perché possa essere attivato in modo significativo; ciò in quanto non ci nascondiamo il fatto che le risorse del bilancio statale sono molto scarse e che quindi va colta ogni occasione per usufruire delle risorse comunitarie, quelle realmente e concretamente disponibili.
Quanto alla legge n. 183 del 1989, vorrei segnalare che il disordine idraulico non è imputabile soltanto alle reti primarie di competenza dello Stato, ma che principalmente esso è dovuto al totale abbandono della manutenzione dei corsi d'acqua di seconda e terza categoria, dei ricettori, dei fossi di scolo e di tutto ciò che ricade sotto la competenza di soggetti diversi dallo Stato. I comuni, per esempio, non fanno assolutamente nulla in questo campo. D'altronde, non può essere lo Stato a provvedere, con finanziamenti straordinari, a tagliare l'erba nei fossi e sugli argini dei corsi d'acqua. In questo campo è necessaria un'azione di imposizione delle attività che ricadono sotto la competenza di vari soggetti, richiamando questi ultimi alle proprie responsabilità civili oltre che penali. Infatti, quando si verifica l'intasamento di un tombino e muore qualcuno, non si va a guardare il perché ciò sia accaduto: in caso di esondazione non si verifica «in piccolo» - cioè le singole responsabilità analiticamente individuate - ma solo «in grande» e probabilmente da questo punto di vista i problemi sono di non semplice risoluzione, anche per la dimensione finanziaria che assumono. Voglio dire che l'obbligo di manutenzione di tutti
Veniamo ora al discorso del Giubileo: sulla linea metropolitana che si propone di costruire penso si imponga un momento di riflessione da parte di tutti; non so quale beneficio questa o il sottopasso di Castel Sant'Angelo potrebbero portare ai flussi di traffico all'interno dell'area romana.
In qualità di esperto mi sono occupato in passato di questi temi presso la Presidenza del Consiglio e posso dire che è lodevole il suo intento di voler ben progettare, ben eseguire e ben vigilare; ma in primo luogo occorre capire perché serva un'opera. A volte assumiamo come assioma che debba essere realizzata un'opera: cito ad esempio il tronco di metropolitana tra il Colosseo e San Pietro. Come tutti sanno, si tratta di un raddoppio di linea perché da via Ottaviano a San Pietro credo si debbano percorrere 200 metri e non si comprende, quindi, quale sia la valenza del nuovo tronco con riferimento alla benedizione che il Santo Padre dovrà impartirere in un determinato giorno.
Per il sottopasso di Castel Sant'Angelo vale lo stesso discorso (scusatemi se mi esprimo in termini molto concreti, quasi da cantiere, ma credo che ciò renda il discorso più significativo): probabilmente esso unirà un ingorgo ad un ingorgo, perché si tratta di realizzare una galleria tra un lungotevere e l'altro. Dovrebbe essere valutata approfonditamente l'opportunità di unire traffico fermo a traffico fermo mediante una galleria, la cui realizzazione crea peraltro gravi problemi. Allora non si deve ben progettare un'opera, ma bisogna a monte, nel processo di decisione, capire quale ne dovrà essere il ruolo ed il funzionamento.
La mia posizione è fortemente critica anche nei confronti dell'Auditorium.
Desidero, poi, fare un'osservazione con riferimento a tutte e tre le opere di cui ho parlato. Qualcuno ha mai svolto un'indagine o ha mai verificato se esse fossero cofinanziabili e affidabili in gestione? A Città del Messico i tronchi di metropolitana si realizzano dando l'opera in concessione: qualcuno la realizza e la gestisce; lo hanno fatto i francesi e i tedeschi. In Italia qualcuno ha svolto un'indagine per capire se qualche organismo finanziario o qualcun altro, anche per motivi pubblicitari, avesse intenzione di realizzare la metropolitana a proprie spese ovvero cofinanziandola e gestendola? Non lo so. Lo stesso vale per l'Auditorium, una megaopera a tre sale che probabilmente qualcuno avrebbe potuto realizzare e gestire con soldi propri.
Da ultimo, par quanto riguarda la legge n. 36 del 1994, cosiddetta legge Galli, oltre a verificare se le regioni abbiano assunto le loro determinazioni, valuterei come queste siano state assunte. La legge Galli indica la necessità di realizzare ambiti ottimali; essi, però, sono stati confusi con ambiti ottimali dal punto di vista politico definendo limiti amministrativi (quando faceva comodo le province, ad esempio). È assurdo ridefinire uno schema idraulico che abbia come ambito soltanto un limite amministrativo: da ciò scaturiscono paradossi come quello di piccoli paesi serviti attraverso 30, 40 o 50 chilometri di adduzione costosissima mentre magari, a 200 metri, sarebbero allacciabili facilmente ad un ambito ottimale differente. Quindi, l'ambito ottimale politico a volte è stato quello delle province, ma la legge Galli non aveva questo intento: essa voleva definire ambiti ottimali dal punto di vista gestionale.
Ho fornito alcuni flash su aspetti che ritenevo personalmente utile segnalare. Domani sarà espressa la posizione ufficiale del gruppo di forza Italia volta a dare un contributo costruttivo e significativo.
Per la parte politica che rappresento (popolari e democratici-l'Ulivo), desidero dire che sono favorevole a questa impostazione e alle linee generali che il ministro qui ha esposto. Innanzitutto vorrei ringraziarlo ed esprimere apprezzamento per la grinta con la quale affronta i problemi. Si tratta di una dote che egli ha potuto maturare attraverso l'esperienza in altri campi e grazie alla quale, anche nella posizione che attualmente riveste, potrà svolgere un'azione positiva e di indirizzo per il paese.
Ci troviamo di fronte a problemi di diversi tipi: normativi, organizzativi, finanziari; al momento, forse questi ultimi sono i più difficili da affrontare, considerata anche la fase biennale che consentirà al paese di ridurre al massimo il deficit di bilancio. Certamente il ministro potrà dare il suo contributo.
Mi è sembrata molto opportuna l'affermazione secondo cui il Ministero dei lavori pubblici deve avere una funzione di programmazione più che di gestione; esso deve essere il ministero della programmazione che dà le linee generali che il paese deve seguire. Sotto questo profilo, è fondamentale la legge sugli appalti, che il ministro ha posto giustamente all'inizio del suo impegno. L'attuazione ed il completamento di tale legge, con alcune modifiche necessarie, avrà - ritengo - l'appoggio della Commissione. Vorrei richiamare il punto - peraltro già sollevato dal ministro - relativo alle offerte anomale, un punto di difficile credibilità sul piano legislativo. Per offerte anomale si intendono quelle che superano di un quinto il ribasso medio in una gara d'asta. È ammissibile che vengano escluse da una gara offerte che, con una media di ribasso del 10 per cento, superano il 12,1 per cento (con una differenza di soli 2 punti)? Ciò mi sembra assurdo. Ritengo che questo sia un punto da modificare al più presto e opportunamente il ministro ha indicato, attraverso un decreto, la possibilità di rimediare a questa situazione.
Altro aspetto importante è quello dell'istituzione dell'autorità di vigilanza, dell'ispettorato e dell'osservatorio. Forse occorrerà valutare se l'osservatorio dei lavori pubblici debba dipendere dall'autorità di vigilanza ovvero se sia più opportuno collocarlo direttamente presso il ministero, trattandosi di un organo operativo di cui il ministero stesso può farsi carico al fine di gestire l'attività e prevedere le possibilità di intervento e programmazione.
Particolare importanza riveste, nell'indirizzo del ministro, la possibilità di conciliare i lavori, le costruzioni con il rispetto ambientale. Ciò sarà possibile se nel nostro paese si potrà procedere a quello che è sempre mancato, cioè alla programmazione generale dei lavori pubblici assegnata a tutti gli organi locali, per passare poi ad una progettazione veramente esecutiva, come avviene ormai in tutti i paesi del mondo.
Quanto alla riqualificazione urbana, concordo totalmente con il ministro, ritenendo che questa sia la strada per evitare il moltiplicarsi delle costruzioni e l'occupazione di nuovi spazi ambientali. Il nostro paese è assolutamente privo di spazi, considerata la sua popolazione, per cui dobbiamo evitare il moltiplicarsi delle costruzioni.
Circa la difesa del suolo, uno dei problemi principali al riguardo è la prevenzione delle possibilità di inondazione. Negli anni scorsi è stato costruito un gran numero di costruzioni in alvei fluviali che oggi lamentano danni per effetto dell'invasione dell'acqua per lo straripamento dei fiumi. Bisogna prevedere (le statistiche ci soccorrono in proposito) i possibili eventi e gli ambiti in cui limitare o evitare le costruzioni. La richiesta, avanzata dal ministro, di uno stanziamento di 400 o 500 miliardi per la difesa del suolo è
Quanto all'ANAS, anche in questo caso il problema principale è quello delle risorse. D'altra parte, mi sembra che tra le misure economiche del Governo in corso di attuazione rientri proprio una riduzione degli stanziamenti dell'ANAS che sono già così esigui. Occorre intervenire per reperire risorse, ma in un modo diverso rispetto agli stanziamenti statali immediati: bisogna pensare a prestiti anche a lungo termine, in modo tale da avere per i prossimi anni risorse disponibili per interventi assolutamente indispensabili e necessari. Considerato che oggi l'ANAS è un ente pubblico economico e probabilmente può accedere a prestiti al di fuori della contabilità dello Stato senza gravare sul deficit del bilancio statale, con il ricorso a prestiti ed in particolare alla Banca europea degli investimenti potremmo ottenere finanziamenti a lungo termine, gli stessi di cui hanno usufruito le ferrovie dello Stato per finanziare l'attuazione dell'alta velocità.
Il problema delle comunicazioni stradali è fondamentale, specialmente nelle zone in cui in questi ultimi anni si è registrato un rapido sviluppo industriale ed economico. Quando si parla di nord-est, una delle ragioni principali del malcontento di quelle popolazioni risiede in una viabilità che risale all'epoca della tradizione agricola di quella regione (come anche delle Marche, la mia regione); oggi, con lo sviluppo industriale, la rete è diventata del tutto inefficiente.
Circa il problema della revoca della proroga della concessione alla società Autostrade dal 2018 al 2033, quella che lei oggi si trova a depennare dai decreti-legge è una disposizione introdotta nel 1994, quando io ero ministro; la proroga della concessione è stata quindi reiterata per circa 26 mesi, ma a suo tempo era legata...
Concordo totalmente sulle nuove concessioni, la Salerno-Reggio Calabria e le gare internazionali. Già a mio tempo avevo iniziato lo studio per adire le gare internazionali. Indubbiamente non è molto facile mettere in gara la Salerno-Reggio Calabria, perché solo per trasformarla in una vera autostrada a due corsie per parte, ossia a quattro corsie, occorrono più di 6 mila miliardi e non so quale concessionario oggi sarà in grado, se non adeguatamente finanziato, di prendere in carico questa autostrada.
Vorrei raccomandare, signor ministro, di prevedere in questo bando internazionale anche l'autostrada abruzzese, che da una vecchia gestione della società SARA, fallita, è passata ormai nelle mani dell'ANAS. Quest'ultima può rimetterla sul mercato arrivando al suo completamento, affinché l'autostrada, che oggi si ferma a Teramo, possa proseguire fino alle Marche.
Infine, desidero fare gli auguri al ministro. L'opinione pubblica e la Commissione, in considerazione della sua personalità e del suo prestigio, si attendono un'azione incisiva tesa all'ammodernamento a livello europeo delle grandi infrastrutture del nostro paese, per superare il gap di cui soffriamo, che rappresenta anche un nostro limite per l'ingresso in Europa.
Signor ministro, lei nel suo intervento ha fatto riferimento alla Conferenza Habitat 2 di Istanbul che, come lei ha osservato, è stata dedicata al tema degli insediamenti umani in un mondo che si
Come lei ha ricordato nella relazione, la Conferenza ha avuto una conclusione impegnativa per i vari Governi: si è stabilito che il diritto all'alloggio in una città vivibile è uno dei diritti fondamentali. Al riguardo le chiediamo se non ritenga opportuno lo svolgimento di un dibattito sulle conclusioni della Conferenza Habitat 2, sia sul piano di azione globale, definito in quella sede, sia sul piano di azione nazionale che invece, come abbiamo criticamente sottolineato, non è stato mai oggetto di dibattito.
Rispetto a ciò sottolineo positivamente il riferimento del ministro alla costituzione di un tavolo permanente, di un osservatorio nazionale sull'emergenza abitativa, con l'impegno che siano rappresentati in quella sede non solo gli amministratori locali ma anche tutti i soggetti direttamente interessati; riteniamo che l'organo dovrebbe avere anche il compito di verificare il rispetto degli indicatori previsti dal piano di azione globale nella dichiarazione di Istanbul. Si apre infatti un problema di grande rilevanza allorché il diritto all'alloggio viene sancito come diritto fondamentale della persona a cui gli stessi Stati dovrebbero corrispondere con azioni adeguate. A mio parere si prospetta finalmente la possibilità che esso sia riconosciuto dalla nostra Repubblica per essere magari inserito nella Costituzione come articolo 4-bis; conseguentemente lo Stato dovrebbe promuovere le condizioni per rendere effettivo l'esercizio di questo diritto. In tal senso lo Stato dovrebbe individuare una linea di intervento di lungo periodo superando la logica dell'azione occasionale ed assistenziale.
Negli ultimi anni il diritto all'alloggio ha subito attacchi molto pesanti: il prevalere delle politiche neo-liberiste ha determinato, per esempio, lo smantellamento dell'equo canone e milioni di famiglie sono state esposte alla completa liberalizzazione del rapporto. Come lei sa, ciò ha determinato una generale lievitazione del prezzo degli affitti ed un consistente aumento degli sfratti (oggi sono quasi un milione), con un incremento della precarietà abitativa. Si aggiunga poi l'inefficacia della spesa dei fondi per l'edilizia residenziale pubblica, nonché la previsione della quasi totale vendita degli alloggi pubblici ed appartenenti agli enti previdenziali; sono tutti elementi di ulteriore precarizzazione.
L'idea che alla liberalizzazione del mercato potesse seguire una maggiore facilità di accesso all'alloggio è stata smentita sonoramente. Se non sbaglio, lo stesso Pontefice ha denunciato domenica scorsa i problemi conseguenti: diverse giovani coppie sono costrette a rimandare il matrimonio o devono scegliere la via della coabitazione a causa della penuria di abitazioni. Tutto ciò, signor ministro, è paradossale in un paese in cui sono stimati in 5 milioni gli alloggi definiti non occupati.
Le chiediamo, allora, due interventi molto urgenti.
Il primo riguarda il ritiro o l'ulteriore sospensione della delibera CIPE sull'aumento dei canoni per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica e la riconvocazione della Conferenza Stato-regioni perché la materia sia rivista. Lei sa che molte regioni hanno assunto decisioni difformi dalla delibera CIPE: pur garantendo l'obiettivo dell'equilibrio di bilancio, esse hanno mantenuto il canone rapportato al reddito e non invece, come previsto dalla delibera, al valore catastale. Per questo motivo sono state avanzate obiezioni da parte del commissario di Governo. Riteniamo quindi urgentissimo un intervento in tal senso. A questo proposito abbiamo presentato in aula un documento di
Il secondo intervento urgente consiste nella proroga di un anno degli sfratti. Dobbiamo dare al Parlamento il tempo per varare una nuova legislazione complessiva in materia. Come ho ricordato, signor ministro, si vivono forti difficoltà specialmente nelle grandi aree urbane, in cui è prevalentemente concentrato il milione di sfratti in esecuzione. Dalle città, dai sindaci, dalle organizzazioni sindacali, da tutte le associazioni che lavorano nel settore viene una richiesta di interventi in tal senso: se andiamo avanti con proroghe di due mesi non avremo mai il tempo di affrontare compiutamente la questione. Consideriamo dunque un positivo auspicio l'accenno del ministro alla necessità di rivedere il quadro complessivo, anche se pensiamo che lei dovrebbe avere maggiore coraggio in questa direzione. Dovremmo in sostanza orientarci già oggi sui guasti che hanno determinato la situazione odierna, ponendoci l'obiettivo di eliminare l'istituto della finita locazione; tra l'altro, mi sembra che in ambito europeo sopravviva soltanto in Italia ed in Belgio. Occorrerebbe poi prevedere il superamento del regime dei patti in deroga, cioè della liberalizzazione completa, che è fallita: occorrerebbe allora fissare nuovi criteri oggettivi all'interno dei quali sia possibile sviluppare una contrattazione fra le parti prevedendo tuttavia un limite massimo oltre il quale un affitto non possa andare (altrimenti faremmo rientrare dalla finestra quello che vogliamo veder uscire dalla porta).
Si richiede poi una nuova fiscalità sulla casa, per far emergere la pesante evasione esistente, e quindi il vasto mercato nero ancora operante, al fine di allargare la base imponibile.
Lei, signor ministro, ha fatto riferimento alla questione dei fondi ex GESCAL, per la quale è stata conferita una delega al sottosegretario Mattioli. In questa vicenda bisogna andare fino in fondo: è stata accertata una cifra enorme, per migliaia di miliardi, di residui passivi che, invece di diventare - come sarebbe possibile - un volano occupazionale ed una risposta concreta al bisogno di casa per centinaia di migliaia di famiglie, resta inutilizzata oppure viene adoperata per interventi che nulla hanno a che fare con l'edilizia residenziale pubblica (anche in contrasto con sentenze della Corte costituzionale). Noi le chiediamo quindi - ed abbiamo presentato una proposta in tal senso - di promuovere una commissione di inchiesta sui fondi ex GESCAL.
Nel suo intervento, signor ministro, lei ha accennato ad un aspetto molto importante: la questione del recupero urbano e delle aree dismesse. Mi sento di condividere completamente questi orientamenti come occasione di riqualificazione urbana. Le chiediamo, inoltre, di prevedere la possibilità di uno stanziamento in legge finanziaria destinato ad un fondo nazionale per l'edilizia residenziale pubblica. Ci sembra una misura necessaria, così come urgente e necessario è giungere alla definizione della riforma degli IACP, già arrivata ad una fase molto avanzata, rivedendo in questo contesto tutta la questione dell'alienazione degli alloggi.
Concludo sottolineando che condividiamo l'accenno del ministro al Giubileo ed all'ipotesi di attingere risorse finanziarie attraverso l'accensione dei mutui con la Cassa depositi e prestiti anziché con banche private.
Rappresento sinteticamente, infine, il nostro parere favorevole su due aspetti che sono stati trattati dal ministro nella sua relazione: la ripresa delle opere pubbliche nel rispetto dei vincoli ambientali; la necessità che, esaurita una prima fase, si superi la logica dei condoni, delle proroghe, della decretazione d'urgenza. In tal senso è necessaria una disciplina complessiva sull'urbanistica, che dovrebbe rappresentare un impegno prioritario di questo Parlamento.
In più parti della relazione vengono richieste maggiori dotazioni finanziarie per il suo dicastero, ma, considerate le voci su un'ulteriore riduzione nella prossima manovra dei fondi destinati all'ANAS e valutata la situazione economica complessiva del paese, credo sia necessario indicare - possibilmente già domani - le priorità che si intendono fissare nell'ambito della azione complessiva; ritengo che il paese desideri conoscerle.
Vorrei avere inoltre cognizioni più specifiche in ordine a due questioni particolari affrontate nella sua relazione.
In merito alla Salerno-Reggio Calabria, lei manifesta l'orientamento di non procedere a concessioni senza espletamento di gara, orientamento su cui potremmo trovarci tutti d'accordo. Sappiamo tuttavia che da ormai troppo tempo questa vicenda è oggetto di discussione, per cui vorremmo sapere quali tempi sono previsti per la realizzazione di un'arteria che risulta sempre più necessaria e di difficile realizzazione.
Un'altra questione riguarda gli interventi da svolgere, nell'ambito del Giubileo, al di fuori della città di Roma, per non dare a questo evento esclusivamente una localizzazione specifica. Poiché lei ha affermato di voler sostenere in sede di Governo questo tipo di interventi, vorremmo sapere se abbia un'idea più precisa sul modo di programmarli.