La seduta comincia alle 20.15.
(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).
PRESIDENTE. Avverto che l'ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi è rinviato a domani, mercoledì 13 ottobre, alle ore 13,30.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'applicazione della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, l'audizione del dottor Giovanni Tinebra, capo della procura distrettuale antimafia di Caltanissetta, al quale do il mio più cordiale benvenuto anche a nome dei colleghi.
GIOVANNI TINEBRA, Capo della procura distrettuale antimafia di Caltanissetta. Vi ringrazio di avermi invitato. Non sono propriamente un addetto ai lavori, almeno con riferimento all'oggetto specifico dell'esistenza di questa Commissione d'inchiesta. La mia presenza, quindi, è giustificata solo - penso di poterne essere abbastanza sicuro - dalla necessità ravvisata dalla Commissione di approfondire il tema dei baby killer di Gela, indubbiamente rientrante, come fenomeno, in quello più ampio dello sfruttamento dei minori nelle sue più svariate accezioni.
criminale, non così diffusa sul territorio regionale e nazionale, ma che comunque ha una sua consistenza soprattutto nella fascia meridionale della Sicilia, cioè a Gela, a Vittoria, ad Agrigento; è presente nella provincia di Caltanissetta, un po' meno nella parte settentrionale e ha ramificazioni in Sardegna, nel nord Italia e all'estero. Si può dire che la Stidda è la parente povera di Cosa nostra, ammesso che si possa fare una simile classificazione; è governata da leggi meno ferree ed è soprattutto caratterizzata dall'assenza della piramidalità, che rappresentava invece l'elemento dissimilante di Cosa nostra nei confronti delle altre organizzazioni criminali di stampo mafioso presenti nel nostro paese. La Stidda è però molto agguerrita e particolarmente forte a Gela, tanto che all'inizio degli anni novanta - dal 1989 al 1990-91 - scoppiò a Gela la famosa guerra tra Cosa nostra e Stidda dovuta alla necessità di stabilire chi dovesse aggiudicarsi le tangenti per i grossi appalti che stavano per essere concessi e chi dovesse avere il predominio nel territorio. Quella guerra che causò circa 150 morti e più di 200 tentativi di omicidio nel corso di due anni, due anni e mezzo, terminò con un armistizio che dura tutt'oggi, tant'è che possiamo dire che queste due organizzazioni criminali oggi si muovono a braccetto per compiere le estorsioni criminali, nel senso che un rappresentante di Cosa nostra e uno della Stidda vanno insieme a visitare i negozianti taglieggiati per prendere ogni mese il pizzo. Vi sono poi zone di particolare influenza di Cosa nostra o della Stidda ove vanno singolarmente i rappresentanti delle due organizzazioni criminali; però a fine mese si fanno i conti, si tengono i due libri mastri, uno di Cosa nostra, l'altro della Stidda, così si sa quanto si incassa e quanto si deve percepire come parte.
Questo ci è stato raccontato dallo stesso Simon Iannì, le cui esperienze sono state condensate, dopo i processi, in un libro per la prima volta edito in Germania e scritto in tedesco: i tedeschi hanno molta attenzione alle vicende di Cosa nostra e della Stidda perché in Germania vi sono notevolissimi insediamenti delle due organizzazioni criminali. Ai primi di quest'anno, risalendo le tracce degli autori della strage di Vittoria - un grosso atto di rappresaglia di una banda nei confronti dell'altra -, siamo arrivati in Germania, dove a Mainz, in cui vivono circa 90 gelesi, abbiamo trovato due nostri grossi latitanti.
così si guadagnano da vivere, ma si precludono anche qualunque possibilità di assicurarsi un avvenire migliore. In questo modo hanno solo un'alternativa: continuare a fare i garzoni del pasticcere per tutta la vita oppure diventare delinquenti e fare la bella vita finché dura (che poi nemmeno bella vita è perché a Gela solo i capi ricavano introiti ingenti dalle attività criminali, mentre i ragazzini sono pagati 500 mila lire-un milione al mese o ricevono un regalino per ogni omicidio).
PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Tinebra per la sua dettagliata esposizione e do la parola ai colleghi per le domande.
ELISA POZZA TASCA. Le cose che lei ha detto purtroppo ci sono note; in proposito ho presentato un'interpellanza il 20 settembre perché in agosto, quando siamo stati gelati dalle notizie apparse sui giornali, non era possibile presentare atti ispettivi.
le nostre coscienze perché sentir parlare di «delinquenza ereditaria» deve farci riflettere.
ANTONIO MONTAGNINO. Ringrazio il dottor Tinebra per la sua esposizione così cruda della realtà di Gela che, come i colleghi sanno, io conosco.
che è senz'altro una sorta di terreno di coltura in cui la criminalità adulta e giovanile può aver presa.
GIOVANNI CARUANO. Ringrazio il dottor Tinebra per la sua essenziale introduzione, nonché per il suo lavoro e per ciò che per noi rappresenta in Sicilia nella battaglia contro la mafia.
GIOVANNI CARUANO. Essendo di Vittoria conosco abbastanza bene, anche per vicinanza geografica, i problemi legati alla criminalità dei minori. Mi permetto quindi di esprimere una preoccupazione a proposito della descrizione del fenomeno di Gela: se isoliamo la città o il suo territorio forse non facciamo un buon lavoro, perché potremmo favorire la costruzione di meccanismi che, in qualche modo, potrebbero suggerire considerazioni sbagliate, come, per esempio, quelle della tara ereditaria, della perifericità o della marginalità geografica, che metterebbero fuori strada. Del resto, questi fenomeni deteriori coinvolgono, seppur in forme diverse, altre città italiane, come Bari e Napoli, ma anche città dell'America latina o del Nord America, dove viene suggerito un approccio più generale per risolvere il problema della criminalità minorile.
Quindi, oltre alla marginalità geografica e all'ambiente interviene una serie di fattori.
VALENTINA APREA. Vorrei partire dall'ultima considerazione del collega che mi ha preceduta. Vivo da molti anni al nord, a Milano, dove la realtà è difficile anche per quanto riguarda i problemi legati alla criminalità, ma provengo da Bari, ho vissuto a Napoli e ho insegnato in zone anche molto difficili, per cui ho ben presente questi problemi. Siccome siamo in una Commissione che vuole preoccuparsi del rispetto dei diritti dell'infanzia, mi chiedo cosa sia rimasto dell'infanzia di questi ragazzi. Noi continuiamo a chiamarli baby killer - lei stasera amorevolmente li ha chiamati killer ragazzini - ma sono mai stati bambini e ragazzi?
ATHOS DE LUCA. Vicende analoghe si verificano anche in situazioni molto diverse: penso per esempio ai bambini che compiono stragi negli Stati Uniti o a quelli della Sierra Leone usati nella guerra. Mi domando se in questo caso le ragioni di degrado sociale e di abusivismo siano sufficienti a spiegare un fenomeno come quello di Gela che qualitativamente è diverso dal passato. Nella società malavitosa prima il rispetto delle donne e dei bambini era forte, venivano tutelati anche nella speranza che potesse essere riservato loro un futuro diverso. In questo caso, invece, potrebbe essere l'assenza di una speranza per il futuro la ragione per cui fin dall'inizio si destina un ragazzo a quello che sarà comunque condannato a fare in quella realtà. È un'involuzione in una spirale senza speranza perché chi indottrina e usa il proprio figlio per queste azioni rinuncia ad una speranza di vita.
DAVIDE NAVA. L'atteggiamento delle famiglie che svolgono l'azione di approvvigionamento e di selezione dei gruppi di manovalanza della mafia è difensivo e disperato; lei infatti ha più volte ripetuto che è venuta meno la capacità di approvvigionarsi nell'ambito della manovalanza adulta per una serie di fattori tra cui anche una presenza più radicata e più forte sul territorio da parte dello Stato. Vorrei sapere se lei condivida l'ipotesi che i gruppi mafiosi consistenti siano messi in crisi da questa condizione e, contratti nel contesto familiare della parentela del sangue, si riducano a cercare in quell'ambito il potenziale di guerra.
GIUSEPPE MAGGIORE. Condivido quanto è stato già detto e credo che l'inasprimento delle pene possa essere un deterrente, ma non sarà sufficiente nemmeno la prevenzione e l'occupazione del territorio da parte delle forze dell'ordine. Credo che manchi la volontà a dar luogo ad interventi coordinati; non dobbiamo
limitarci ad invocare l'intervento dello Stato, della regione, della provincia, del comune e delle associazioni anche culturali, altrimenti formiamo un alibi a chi accetta questa situazione; dovremmo invece stimolare con questi interventi coordinati una reazione ed una presa di posizione della parte sana delle famiglie e della città. Dobbiamo stimolare la gente, con questi esempi e interventi, a prendere posizione, a condannare atteggiamenti che non si possono accettare supinamente. Manca il coraggio? Credo che nella vita si debbano fare anche delle scelte. Si è invocato, correttamente, che siano salvaguardati i fanciulli e i giovani - ci preoccupiamo addirittura di quelli che ancora devono nascere - per cui insistiamo su questo.
DINO SCANTAMBURLO. Premesso che mi ha molto colpito la relazione del dottor Tinebra, vorrei sapere in che modo si pongano di fronte a questa situazione particolare le realtà istituzionali locali, in particolare il comune e la ASL. Mi riferisco soprattutto al settore sociale di quest'ultima, che in molte realtà si pone il problema di una serie di interventi e di progetti di prevenzione nei confronti della deviazione, dell'emarginazione e del disagio minorile e giovanile. Ecco, il settore sociale affronta questa realtà? In caso affermativo, come?
PRESIDENTE. Do la parola all'onorevole Pozza Tasca per una breve integrazione al suo intervento.
ELISA POZZA TASCA. Mi rendo conto che a molte delle nostre domande il dottor Tinebra non può rispondere, in quanto non può assumersi la responsabilità di un territorio nella sua completezza. Però torno a ribadire quanto ho chiesto nella mia interpellanza, cioè che nel decimo anniversario della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, la Commissione per l'infanzia si rechi a Gela, dove tali diritti indubbiamente non sono rispettati. Questo è un invito che rivolgo alla presidenza della Commissione.
Voglio concludere con una battuta. Il Governo inglese sta correndo ai ripari per far fronte al problema di cui discutiamo: verranno puniti o messi in carcere i genitori che non sapranno tutelare la frequentazione scolastica dei propri figli. Forse è arrivato il momento di cominciare a riflettere su questo provvedimento, perché potrebbe essere utile anche da noi, se necessario; forse dovrebbe essere adottato almeno nelle regioni più a rischio.
PRESIDENTE. Onorevole Pozza Tasca, la ringrazio per la sua precisazione, ma le ricordo che avevamo già convenuto, in ufficio di presidenza, di effettuare un sopralluogo a Gela il 19 novembre, cioè il giorno precedente l'anniversario della Convenzione sui diritti del fanciullo. Ricordo inoltre che in alcune regioni sono previste iniziative che coinvolgeranno sicuramente anche le istituzioni locali. Certo è importante constatare in luogo, soprattutto per la particolarità che Gela ha rappresentato nel contesto dei nostri lavori, quali fenomeni sia possibile affrontare e quali iniziative gli enti locali e l'associazionismo possano portare avanti.
Ricordo che nell'ambito del fenomeno dell'indagine riguardante la giustizia minorile, cui si riferisce l'odierna audizione, è già stato ascoltato, la scorsa settimana, il dottor Giuseppe Magno, direttore dell'ufficio centrale per la giustizia minorile, che ha svolto un'interessante relazione di carattere generale sul tema del rapporto tra criminalità minorile e istituti di pena.
Il dottor Tinebra si soffermerà oggi su una grave e delicata questione, cioè su quelle che possono essere definite vere e proprie scuole di criminalità per minori, che in talune realtà del territorio nazionale, quali ad esempio Gela, ledono fortemente il fondamentale diritto dei minori ad un pieno ed integro sviluppo della propria personalità quali cittadini del domani.
Ricordo, a tal proposito, che la Commissione, in vista della celebrazione della giornata del fanciullo del 30 novembre, intende promuovere una serie di iniziative in ambito locale, tra cui proprio nella città di Gela, ove assicurerà la sua presenza per affrontare sul territorio i difficili problemi della città.
Ringrazio nuovamente il dottor Tinebra, al quale do subito la parola.
Gela è caratterizzata dall'esistenza di due grosse compagini di criminalità organizzata, le quali a volte si fronteggiano, altre lavorano assieme: la Stidda e Cosa nostra. Credo che ormai sappiamo tutti cosa sia quest'ultima: un'organizzazione di stampo mafioso, avente particolari connotazioni che la rendono tristemente presente in quasi tutta la Sicilia e in molte parti d'Italia, oltre che all'estero. A Gela ha una sua famiglia molto forte, e la famiglia è il raggruppamento di base di Cosa nostra, quello che poi viene articolato in mandamenti, province e regioni (se la Commissione è interessata poi ne potrò parlare). La Stidda è invece un'altra organizzazione
Devo aggiungere, per completezza di esposizione, che in questo momento le estorsioni a Gela sono particolarmente presenti in maniera enormemente invasiva. Ciò è dovuto anche al fatto che da parte dell'organizzazione vi è un forte bisogno di denaro necessario sia per pagare i difensori dei numerosissimi affiliati, che stanno nelle patrie galere - mi auguro che continuino a starci per molti anni ancora -, sia per l'assistenza alle famiglie, perché una delle regole di queste organizzazioni criminale è che se l'uomo d'onore o lo stiddaro finisce in galera l'organizzazione paghi il difensore e pensi al sostentamento della sua famiglia. E ciò ha dei costi che devono essere in qualche modo sostenuti.
Ho ricordato quella guerra tra Cosa nostra e la Stidda, perché è da allora che per la prima volta si parlò dei baby killer. Piddo Madonia, a tutt'oggi il capo della provincia nissena di Cosa nostra, nonché il capo in testa della famiglia mafiosa di Gela, aveva a sua disposizione circa 50 ragazzini, che giravano per la città in coppia su un motoscooter cercando di uccidere gli appartenenti all'organizzazione nemica, cioè gli stiddari che incontravano per strada. Dunque, ragazzini killer. Si pensò che fosse un caso, ma in realtà non lo era.
Nel 1992 cominciammo a far luce sui misteri di Gela e sulle sue guerre di mafia. Si ebbero delle collaborazioni, di cui una delle più importanti fu quella di un certo Iannì, capo della Stidda di Gela, che ancora oggi ha due figli. Uno di questi, Simon, all'epoca in cui lo conoscemmo aveva 16 anni e aveva già commesso 20 omicidi (sembrava incredibile perché aveva una faccia da angioletto)!. tra le varie cose che ci raccontò Simon ci fu una «facezia» di questo genere: un giorno lui ed un suo amico andarono a fare la posta a un macellaio, che viveva alla periferia del paese, perché avevano avuto l'incarico di ammazzarlo; lo aspettarono tutto il giorno, ma per sua fortuna il macellaio non rientrò a casa; scornati e con le pive nel sacco, anche loro stavano per tornarsene a casa senza aver fatto nulla quando, ad un certo momento, uno dei due si ricordò che avrebbero dovuto ammazzare un'altra persona che stava lì vicino. Quindi decisero di farlo, in modo da guadagnarsi la giornata, anziché buttarla via inutilmente.
Dicevo dunque che dalla viva voce di quel ragazzino abbiamo appreso le sue esperienze, così come abbiamo appreso che le sue non erano uniche, perché a Gela vi è l'usanza dei killer ragazzini.
Quest'anno, per venire ai giorni nostri, dopo una serie di avvisaglie, da collocare tra marzo e aprile, costituite da tre tentativi di omicidio andati a vuoto per il pronto intervento delle forze dell'ordine (ogni tanto un po' di fortuna non guasta), a luglio a Gela si sono verificati tre grossi episodi omicidiali che abbiamo inquadrato all'interno della stessa famiglia di Cosa nostra, che a un certo punto ha vissuto un periodo di grande sofferenza perché, essendo stati arrestati tutti i capi tradizionali, erano rimasti liberi solo alcuni «capetti» che bisticciavano tra loro su chi dovesse assumere il comando; di solito tra loro i litigi sfociano in un modo solo, cioè nell'omicidio.
Vi sono stati tre episodi omicidiali e abbiamo passato un'estate di fuoco, ma ne è valsa la pena perché siamo riusciti a fare un buon lavoro. È venuto fuori un altro ragazzino, figlio, anzi nipote d'arte perché appartiene ad una famiglia di otto fratelli, sei dei quali appartengono a Cosa nostra e tre sono collaboratori di giustizia. Questo ragazzino venne da noi più che altro perché era molto spaventato in quanto una delle operazioni che abbiamo compiuto ci ha consentito di mettere in gattabuia un ragazzo di diciannove anni che era la sua guardia del corpo; allora lui, temendo per la sua vita, si è rifugiato da noi e lo abbiamo convinto a collaborare. Ci ha dato un grosso aiuto anche perché, a differenza del ragazzo di cui vi ho parlato prima, era stato iniziato al crimine da pochissimo e quindi era ancora recuperabile.
Questo ragazzo ci ha raccontato i retroscena della guerricciola all'interno della mafia di Gela, ma soprattutto ci ha fatto toccare con mano, e ci ha fatto apprezzare la sua consistenza di fenomeno stabile e non occasionale, la storia dei ragazzini killer. Non ho mai voluto dire - né penso che nessuno possa farlo - che a Gela ci sia una scuola del crimine frequentata da ragazzini; ho voluto dire che a Gela vi è l'usanza di utilizzare i ragazzini, probabilmente motivata da diversi fattori: la scarsezza di manovalanza criminale, visto che negli ultimi sette anni abbiamo fatto un bel po' di pulizia; il fatto che oramai la maggior parte dei delinquenti rimasti in libertà sono conosciuti, quindi sarebbero subito identificati; la consapevolezza che i ragazzini non pagano per fatti di sangue lo stesso prezzo degli adulti. Tutte queste considerazioni hanno spinto soprattutto le più grosse famiglie criminali ad addestrare pazientemente e con sapienza i figli ed i nipoti portandoli in campagna, insegnandogli a condurre i motorini in maniera spericolata e a sparare, così come è successo con questo ragazzino. Questo ci è stato confermato anche da uno zio del ragazzo, il quale ci ha detto che una delle cose che lo hanno indotto a collaborare con la giustizia è stato il pensiero che i suoi figli probabilmente avrebbero fatto la stessa fine degli altri ragazzini.
Va detto, però, che a Gela non regnano solo confusione e delinquenza; è una città molto operosa nella quale vi sono molte disfunzioni che fanno sì che vi sia una grossa fascia di devianza dovuta, credo, soprattutto a fenomeni di disadattamento. Penso che una buona metà dei ragazzini di un certo ceto sociale, per esempio, non vanno a scuola; si mettono subito a lavorare (fanno i garzoni, aiutano i parenti a guardare le pecore in campagna)
È una realtà che esiste, ma non è qualificante. La città di Gela è sana e vuole vivere tranquilla, però è abituata da molto tempo a vivere ai margini: gli abitanti si vedono passare davanti la ricchezza, ma nessuno o pochissimi riescono ad avvicinarcisi in modo legale ed i ragazzi sentono tutto il peso i questo disadattamento.
Ho provato a farmi dare dal tribunale dei minorenni una statistica relativa agli ultimi sette anni riguardante solo reati di mafia (traffico di droga, associazione di stampo mafioso, omicidio). In questi anni abbiamo avuto 16 archiviazioni e 10 sentenze riguardanti minori; di queste ultime, 6 sono nei confronti di minori imputati di omicidio, 4 nei confronti di minori imputati di appartenenza ad associazione di stampo mafioso; vi sono 35 processi pendenti per fatti di mafia e altri 9 per omicidio. I cognomi di questi ragazzi echeggiano quelli di personaggi a noi noti per essere stati nostri «clienti», quindi sono figli o nipoti di delinquenti. Nella nostra isola gli affiliati di Cosa nostra lo sono di solito per due motivi: sia perché appartengono alla stessa cellula, sia perché appartengono alla stessa famiglia di sangue.
Per omicidi particolarmente efferati un minore è stato condannato a 16 anni, un altro a 18, un altro ancora a 12, un altro a 8; per appartenenza ad associazione di stampo mafioso le pene vanno invece da 27 mesi a 5 anni di reclusione, a seconda dei casi.
Non sono molti, ma non sono nemmeno pochi e indubbiamente è un fenomeno unico nel distretto di corte d'appello di Caltanissetta: non vi è altra zona del mio distretto dove sia presente ed in tale quantità devianza giovanile soprattutto di questo tipo. Certo i furti e i borseggi si fanno dappertutto, dei minori si approfitta in un cero modo dappertutto, ma questo particolare tipo di sfruttamento dei minori credo sia presente solo a Gela ed in pochissime altre zone. Credo pertanto che sia il caso di domandarsi cosa abbia provocato questo non molto rassicurante fenomeno; probabilmente è stata una congerie di fattori: la particolare condizione della città e la subcultura della gente.
A Gela, per esempio, vi sono grandi difficoltà ad identificare gli autori di una estorsione perché purtroppo le vittime considerano il pizzo un costo in più, che consente però di continuare ad esercitare tranquillamente la propria attività sicuri che non succederà nulla; se si sceglie di resistere, invece, si rischia di finire come il noto Miceli, un ex rappresentante di autovetture di Gela il quale nel 1992 ci dette modo di portare in giudizio 49 persone imputate di estorsione (quattro anni dopo condannate per complessivi 650 anni di reclusione), che però dovette andar via dal suo paese e cambiare le sue generalità; lo Stato gli ha dato i mezzi per ricominciare, ma ancora oggi Miceli vive in una città sconosciuta lontano dai suoi affetti e dalla sua patria.
La situazione di Gela certamente è unica, nel nostro paese però siamo abituati ai fenomeni a macchia di leopardo per cui i diritti dei minori sono diversi da regione a regione. Lei ha parlato di killer ragazzini, un'espressione più dolce rispetto a baby killer, e questo deve scuotere
In Italia dal 1991 c'è la legge n. 216 che prevede interventi per fronteggiare il rischio di coinvolgimento di minori in attività criminose. Mi chiedo cosa abbia fatto questa città dal 1991 per contrastare un fenomeno che non sorge certo dall'oggi al domani; è scoppiato nel mese di agosto, ma senz'altro ne avete avuto la percezione nei mesi e negli anni precedenti. Alla base di questo fenomeno sicuramente ci sono un disagio sociale, un abbandono scolastico e molti avvertimenti per una società attenta.
Lei ha parlato di subcultura, ma c'è un interrogativo al quale non so dare risposta. L'articolo 3 della convenzione stipulata a giugno di quest'anno parla della proibizione e dell'eliminazione immediata delle forme peggiori del lavoro minorile, comprendendo anche lo sfruttamento per motivi di mafia al quale questi bambini vengono sottoposti. Indubbiamente, non è a lei che devo chiedere perché questa legge non abbia avuto seguito (comunque esiste anche la legge n. 285, più recente, che prevede una delega regionale che avrebbe dovuto intervenire).
Chiedo però alla sua autorità se l'inasprimento delle sanzioni per chi coinvolge minori in attività illecite possa essere attuato. Cosa si può fare per aiutare questi ragazzi a non portarsi una simile tara per tutta la vita? L'idea che un bambino di Gela nasca con queste opportunità, con questa tara ereditaria credo che debba scuotere anche la nostra coscienza e quella dei responsabili delle istituzioni di tutte le province e le città del nostro paese.
Ripeto, che cosa fare? Probabilmente il dottor Tinebra non può rispondere ai nostri quesiti, ma avendo noi due leggi importanti, dobbiamo chiedere cosa sia stato fatto nella città di Gela in questi anni. Dobbiamo chiedere che vengano attuate queste due leggi. Chiedo al dottor Tinebra un inasprimento delle sanzioni, una maggiore severità.
Credo che la città possa proporre un osservatorio minorile e che possa essere svolto un coordinamento per quanto riguarda le attività per i minori. Ritengo, infatti, che tutte le varie responsabilità istituzionali, giuridiche e legali di Gela vadano messe insieme. Le forze vanno unite. Non possiamo più permetterci di dire che nel nostro paese vi è una città con una scuola per bambini killer condannati, nella vita, ad avere queste opportunità più che quelle scolastiche o di vita sociale.
Le parole che il dottor Tinebra ha pronunciato dall'alto del suo ruolo fondamentale per il presidio della giustizia di quella provincia mi hanno colpito, perché se vengono dette responsabilmente, non credo che ad esse possano opporsi risposte rispetto a dati che si riferiscono soltanto alla dispersione scolastica, che, oltre modo, a Gela non sarebbe al di fuori della media nazionale. Credo che a Gela vi sia soprattutto un problema di contesto, come ha detto il dottor Tinebra, e che come istituzioni a qualunque livello ci si debba interrogare su ciò che non è stato fatto e su ciò che si deve fare. Ritengo infatti che l'obiettivo di questa indagine conoscitiva non sia solo quello di verificare com'è la situazione, ma anche di avanzare proposte al Governo e di sollecitare l'istituzione locale agli interventi necessari per evitare che questo fenomeno si dilati ancor di più. Bisogna fare in modo, invece, che esso venga ridotto e annullato.
So, per conoscenza diretta, quanto le forze dell'ordine e la magistratura si siano impegnate per Gela, consentendo operazioni brillantissime che hanno assicurato alla giustizia pericolosi criminali. Comunque, se pure in una condizione diversa, meno visibile, il contesto è rimasto, perché ancora vi è un degrado sociale ed economico
Vorrei chiedere al dottor Tinebra, per esempio, che influenza abbia l'abusivismo presente a Gela e il fatto che numerose famiglie vivano in zone della città senza il minimo dei servizi. Nascere e crescere in un posto simile per i giovani può significare non avere la percezione di cosa è giusto e di cosa è ingiusto, di cosa è legale e di cosa è illegale. Dal punto di vista della prevenzione vorrei sapere se non vi siano stati ritardi negli interventi di prevenzione e di bonifica sociale. A Gela, infatti, a fronte di un caso unico - come il dottor Tinebra giustamente l'ha denominato - di questo tipo di criminalità, vi sono, in maniera speculare, fermenti di attività giovanile e di volontariato che cercano di soccorrere o quanto meno di drenare l'espansione della criminalità e della devianza giovanile.
Da una parte, quindi, è necessaria una sorta di bonifica sociale che riguardi il contesto del territorio per ciò che attiene all'abusivismo, quindi alla mancanza dell'esercizio di un diritto anche per i servizi più elementari, dall'altra sarebbe opportuno un osservatorio per vedere, rispetto alla qualità e alla genesi del fenomeno, che tipo di interventi attuare.
Ritengo che i dati andrebbero verificati, perché, come ha ricordato il dottor Tinebra, questa criminalità non è nata ieri: 8 anni fa c'è stata la strage nella sala di biliardino, in cui furono ammazzati dei giovani, dei minorenni. Non basta solo l'opera della magistratura e della polizia, ci vuole qualcos'altro. La collega Pozza Tasca richiamava l'applicazione delle leggi n. 285 e n. 216 e io stesso al riguardo ho già posto una domanda al dottor Magno, perché negli ultimi anni non è stato approvato alcun progetto. Mi chiedo se il non averli presentati dipenda da una carenza delle istituzioni locali, se questi siano stati di una qualità non sufficiente o se le risorse siano inferiori alle esigenze. Fatto è che la scelta attuata ha penalizzato una realtà che invece necessita di interventi immediati ed urgenti.
In conclusione, sollecito, tenendo conto del ruolo che dobbiamo esercitare in questa indagine conoscitiva, una serie di proposte e di interventi che accompagnino l'opera essenziale e senz'altro meritoria della magistratura e delle forze di polizia.
Condivido quanto detto dal dottor Tinebra a proposito della relazione tra criminalità minorile e dispersione scolastica. Credo sia necessario agire soprattutto con la scuola e con la presenza dello Stato. Sappiamo che in Sicilia, per esempio, non è una cosa semplice far riferimento alla presenza dello Stato, a proposito della quale ci piacerebbe pensare che non si estrinsechi solo in leggi nazionali come la n. 216 o la n. 285, ma anche in una presenza della regione, che per troppo tempo, forse, non ha dato le risposte che i siciliani si aspettavano.
Ritengo anch'io, come hanno suggerito i colleghi che mi hanno preceduto, che si debba riuscire ad organizzare un monitoraggio delle attività, della presenza dello Stato e delle leggi che riguardano la tutela dei minori. Credo che in ciò debba essere coinvolta la regione, che alcune volte sembra distante - mi sembra che lo sia stata almeno negli anni passati - a proposito degli interventi necessari per la tutela dell'ambiente, l'occupazione, il lavoro e la legalità. Bisogna superare quella sensazione, tutta siciliana, di impunità, che vi è stata per molti anni, quella sensazione di illegalità che ha dominato, per troppo tempo, anche per fatti di mafia, tant'è che per molti anni non si è riusciti ad assicurare alla giustizia i responsabili, gli ispiratori, i mandanti, gli esecutori di fatti di mafia. Ciò è accaduto per tanto tempo. Adesso lo Stato ha dato segnali importanti: a proposito della recente strage di Vittoria, per esempio, noi siciliani, che viviamo in quei territori, ringraziamo la magistratura e le forze dell'ordine che hanno dato una risposta precisa e puntuale, assicurando alla giustizia gli ispiratori, i mandanti e gli esecutori di quella strage. Però questi segnali sono recenti, per cui bisogna trovare insieme un modo per aiutare le famiglie coinvolte in questi fenomeni e soprattutto per aiutare quelle istituzioni e quegli enti locali che vogliano in qualche modo risolvere il problema e che però si trovano soli in una rete in cui il mostro burocratico purtroppo ha dettato legge per troppo tempo.
In conclusione, ribadisco l'opportunità di un monitoraggio finalizzato che tenga conto della realtà di Gela e del suo territorio senza però isolarli dal contesto nazionale, perché si tratta di realtà non dissimili da quelle di Bari e Napoli, per esempio.
Credo che il primo problema per noi che ci poniamo l'obiettivo del rispetto dei diritti dell'infanzia sia proprio questo: chi ha scippato a queste persone questi momenti fondamentali per diventare cittadini integrati? In parte lei ha già risposto, nel senso che proprio chi ha dato la vita a questi ragazzi, sconvolgendo tutti i valori e mettendo in discussione anche il valore primordiale della vita, chiede loro l'estremo sacrificio. Voglio partire dalle scelte così assurde di alcune famiglie, che si possono capire solo se si conosce la mafia.
Questi bambini fanno le cose che fanno gli adulti che appartengono alla criminalità organizzata: è possibile che in queste zone (l'esperienza di Gela è sicuramente singolare, ma dobbiamo allargare il discorso) il livello di tolleranza sia così alto da non accorgersi che ci sono minori che non solo non vanno a scuola, ma guidano motorini, portano armi, stanno appostati di giorno e di notte nelle pubbliche strade? È possibile che la vigilanza nelle nostre città, soprattutto in alcuni quartieri, non consenta di intervenire prima per aiutare e recuperare questi ragazzi? È possibile che ci sia una tolleranza tale per cui si debba attendere il ventesimo omicidio da parte di questi ragazzi per scoprire che sono baby killer?
Questo mi preoccupa di più di tutto quello che lei ha detto del mondo della mafia, che non ci appartiene e che chi sa se riusciremo mai a sconfiggere.
Credo che questi siano campanelli di allarme. Forse i fenomeni di Gela, degli Stati Uniti e della Sierra Leone non hanno nulla in comune, immagino però che dovrebbero costituire l'oggetto dell'attenzione di una sorta di laboratorio; proprio in queste situazioni dovremo mettere in campo progetti di respiro internazionale. Se si infrangono questi valori e non c'è più limite a nulla, infatti, si mina il futuro di queste persone. Come vi sono iniziative con fondi europei per risolvere problemi di carattere urbanistico o storico-ambientale anche per problemi di questo genere sarebbe necessario un interesse non solo nazionale per comprendere meglio un fenomeno che non riguarda solo l'ordine pubblico.
Vorrei sapere da lei se, oltre al compito importantissimo della repressione e della vigilanza, nelle riunioni a cui lei ha partecipato sia emersa qualche idea nuova rispetto ai tradizionali mezzi di intervento.
Un'ultima riflessione riguarda il fatto che in questa società malavitosa si pensa a mantenere la sopravvivenza della famiglia. In questa situazione è quasi un'anomalia: si portano i bambini all'autodistruzione ma poi c'è una grande solidarietà familiare.
Se è vera questa valutazione, il vero problema sarebbe quello di rompere il vincolo parentale per evitare che diventi oggettivamente mafiogenetico all'interno dello stesso gruppo familiare. Un'azione di rottura del vincolo parentale diventato criminogeno potrebbe allora essere risolutiva perché nascere in quel nucleo familiare indica un destino ineluttabile di violenza e di morte; ciò allevierebbe la situazione di intensità mafiosa e delinquenziale e creerebbe una condizione di devastazione delle polarità fondamentali della criminalità organizzata.
Le chiedo che possibilità ci sono nell'attuale legislazione di sospendere la patria potestà e sottrarre i bambini, destinati a diventare killer, alla manovra scientifica di formazione alla devianza da parte della genitorialità anche materna, al disadattamento e alla patologia estrema dell'omicidio e dell'impegno diretto nella guerra criminale.
Dunque, sì all'intervento dello Stato, delle varie associazioni e dei vari organismi, ma cercando di coinvolgere le famiglie, di modo che si possa porre un freno anzitutto alla mancanza di frequentazione delle scuole, che indubbiamente porta all'ozio e ad attività non corrette e non educative. Però deve trattarsi - lo ripeto - di un'azione corroborata dall'intervento della magistratura, che è encomiabile, e da quello delle forze dell'ordine, che è altrettanto encomiabile. Deve esserci, in pratica, una volontà unitaria e globale che dia stimolo e forza a tutto.
Di fronte ad un livello di frequentazione non elevato, la scuola, a livello anche di coinvolgimento e di formazione degli adulti, come vede il problema? È forse convinta dell'impossibilità di affrontarlo? Se ci sono realtà - penso per esempio alle parrocchie - del volontariato organizzato, vorrei sapere se e in che modo si pongano il problema.
Il comitato da me presieduto, quello contro lo sfruttamento dei minori, si occupa di tale fenomeno sotto vari aspetti, compreso quello dei bambini soldato, a proposito del quale credo che si tratti di un ibrido con il lavoro minorile, con il risultato che non è né l'uno né l'altro o, forse, è sia l'uno sia l'altro. Propongo dunque alla Commissione, considerato che è già stato calendarizzato a Roma il decimo anniversario della Convenzione di New York, che il mio comitato si rechi a Gela nei giorni precedenti o successivi a detto anniversario. A parte il fatto che forse siamo l'unico comitato a non aver fatto ancora alcun viaggio esterno, credo sia necessario e importante recarsi a Gela per portarvi l'attenzione e la solidarietà della Commissione e per avere un incontro con le istituzioni ai vari livelli. Ciò anche perché mi rendo conto che lei, dottor Tinebra, non può rispondere per tutti, per esempio sulle domande che le ho rivolto a proposito dell'applicazione della legge.
Mi auguro che in quelle giornate che dedicheremo al territorio - probabilmente non più di una o due - possa esserci un vero coordinamento e che sia possibile avere molte risposte.
Do la parola per la replica al dottor Tinebra, la cui relazione, a giudicare dalle numerose domande, ha suscitato senz'altro molto interesse.