PROGETTO DI LEGGE - N. 5786




        Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge intende incoraggiare interventi positivi utili a contrastare il sentimento di insicurezza che si sta diffondendo tra le cittadine ed i cittadini. E' un sentimento che trova le sue ragioni nell'insistenza di episodi di criminalità diffusa e nel disordine sociale e fisico che interessa molte nostre città, molti nostri quartieri.
        La casualità e la rapida successione con le quali si verificano alcuni tipi di azioni delittuose alimentano e legittimano la paura di ciascuno e soprattutto di quei soggetti che per condizioni personali o sociali sono più vulnerabili. Per come sono percepite, per le perdite che generano o possono generare, queste azioni assumono un rilievo così grave che è e si è ritenuto improprio continuare a definirle "microcriminalità".
        Paura e preoccupazione sociale crescono, poi, in ambienti urbani degradati, dove non è dato vivere esperienze di socialità, dove si concentrano coloro che sono ai margini della società, dove tutto sembra dimenticato, non civile, non degno e quindi si realizza inciviltà.
        Il senso di insicurezza trova per un verso la sua espressione in occasioni di protesta collettiva, di condivisione e di sfogo dell'esasperazione, che allontanano da qualsiasi rapporto con i mondi istituzionali, per altro, spinge silenziosamente le persone a rivedere le abitudini personali, lo stile di vita, condizionato dalla ritenuta necessità di adottare cautele sempre maggiori che riducono la libertà di movimento, di relazione, di gestione del proprio tempo.
        Avvertiamo quanto sia alta la posta in gioco: l'insicurezza ci riporta alla necessità di non lasciare soffocare le domande di libertà che fondano la vita democratica, domande personali e comunitarie che non devono essere bloccate dalla paura ma devono essere favorite perché spingano alla partecipazione, alla condivisione, alla solidarietà.
        La questione della sicurezza urbana - come la maggior parte dei problemi che hanno a che fare con l'ordine pubblico - può essere trattata seguendo due fondamentali linee di azione, l'una rivolta al controllo del territorio e l'altra orientata al governo ed alla gestione dello stesso. Non è di alcun interesse concreto fermarsi a discutere su quale delle due azioni debba essere considerata prioritaria o più urgente e utile; ciò che invece conta è riconoscersi nella ferma convinzione che entrambe sono indispensabili e che l'una senza l'altra perde gran parte della sua efficacia.
        Non è un caso che proprio oggi in un momento di emergenza siano gli stessi operatori dell'ordine pubblico a richiedere l'attivazione più attenta e mirata di politiche di governo sociale del territorio (e ciò in tutte le città del mondo).
        Gli stessi cittadini, peraltro, chiamati ad esprimere la loro opinione sull'argomento securitario (al di fuori di movimenti di massima tensione e "rabbia") molto spesso si richiamano ad una domanda di immediato e maggiore impegno nella gestione degli spazi urbani. Sovente nei sondaggi sulla sicurezza le amministrazioni locali - che pure hanno scarse competenze di ordine pubblico - vengono individuate come le maggiori responsabili dell'insicurezza.
        Tutto ciò per affermare che qualsiasi proposta sulla sicurezza non può mai disgiungere l'azione di controllo da quella di impegno sociale e ciò tanto più quando la situazione è difficile ed esplosiva.
        La stagione di emergenza non impone di rinviare le azioni sociali a "momenti migliori", semmai impone di attivare strategie sociali più consone ed efficaci in quel contesto. Quasi sempre, invece, di fronte all'onda emotiva spinta dai cittadini e di fronte alle difficoltà connesse a qualsiasi tentativo di rimodellare e di ripensare gli interventi sociali, si preferisce spostare tutta la questione securitaria dentro gli stretti confini dell'ordine pubblico e della giurisdizione. Questo modello pubblico di reazione mostra la sua debolezza non solo in Italia ma anche negli altri Paesi: non è sufficiente ad assicurare, da solo ed anche con un suo sviluppo ipertrofico, il governo delle tensioni sociali, interpersonali e tra società e istituzioni. E' un modello che ha accompagnato la modernità porgendo strumenti giuridici e giudiziari ai quali il governo politico ed amministrativo è ricorso anche per la gestione dei fenomeni di rilievo sociale e politico: gli ultimi venti anni di storia della magistratura mostrano questa tendenza.
        Altri erano, nel passato, gli ambiti di riconoscimento del singolo che gli consentivano di non sentirsi solo a difendere i propri spazi di vita: il quartiere, la piazza, la famiglia, l'ambiente di lavoro, sportivo, la parrocchia, il vicinato. Entrati in crisi questi ambiti di regolazione primaria, il bisogno di riconoscimento si è riversato altrove, in particolare nell'ambito giudiziario, inidoneo, per proprio carattere, ad accoglierlo nelle sue implicazioni più profonde, relazionali e sociali. Per questo, ed anche per restituire alla giustizia la sua funzione alta, occorre procedere nell'ottica della de-giuridificazione e della de-giurisdizionalizzazione anche domandandosi se quel che c'è dietro l'inquietudine, il senso di insicurezza dei cittadini, muove effettivamente e soltanto in direzione di una tutela giurisdizionale che stabilisca il perdente ed il vincente, il torto e la ragione, la lesione e la pena.
        In definitiva, da un lato c'è sicuramente il bisogno di una funzione preventiva, deterrente, repressiva affidata alla giustizia e di un rinnovato uso delle Forze di polizia, più preparate e formate a rispondere ad un bisogno di forte rassicurazione dei cittadini. Ma dall'altro c'è una parte della domanda di sicurezza che deve essere indirizzata altrove e che può essere restituita alla società, alla politica, all'amministrazione dei territori. In questo ci conforta l'esperienza di altri Paesi che, ad esempio, di fronte alla crescita della conflittualità territoriale, già da tempo, hanno ricercato altri modi di soluzione, che vanno oltre l'attività giurisdizionale.
        In Italia sono già avviate esperienze plurali di regolazione dei conflitti interpersonali e sociali, che muovono all'ideadi affrontare i conflitti in modo diverso dalla guerra.
        Il conflitto è una vicenda umana che può dare luogo ad esperienze laceranti e di solitudine. Le questioni che pone toccano la vicenda sociale nella sua interezza: non sono questioni di qualcuno, legate allo status culturale, economico, ambientale, ma sono questioni di ciascuno, espressive di disagio, di inquietudine, di sofferenza.
        Se è più che evidente che sono inapplicabili soluzioni di tipo sanitario o assistenziale, accade anche che sfuggono alla giustizia le possibilità di occuparsi del conflitto nella sua interezza, a partire, vale a dire, dai soggetti confligenti. In genere, la giustizia allontana le parti dal fatto conflittuale che le riguarda o riduce la soddisfazione del conflitto all'auspicio di una punizione. Altro è incontrare i confliggenti prendendoli in carico entrambi per restituire loro la responsabilità in ordine allo scontro che li oppone, per offrire, cioè, ad essi un'opportunità di gestione "accompagnata" del loro litigio. Questa pratica di regolazione del conflitto che chiama il terzo ad una posizione di neutralità rappresenta un nuovo modo di regolazione sociale: il paradigma non è più la lite, la contesa, ma l'accoglienza dei contendenti tesa a favorire il tentativo di riprendere il dialogo interrotto o a crearne uno nuovo.
        Lo sviluppo di esperienze di mediazione in vari ambiti - familiare, scolastico, lavorativo - ci sta mostrando una nuova via per rispondere al bisogno diffuso di sicurezza. Per un verso muove energie comunitarie di base, capaci di dare qualità sociale al territorio anche nelle condizioni di suo maggior degrado e marginalità. Per altro individua nel rapporto aggressore-vittima uno spazio di relazione riparativa del quale la vittima ha bisogno e che non è attualmente correlato al perseguimento della certezza della pena: non solo, infatti, le azioni che feriscono il senso di civiltà non trovano nel meccanismo sanzionatorio la garanzia della riparazione (o quanto meno non nell'immediato), ma spesso tali atti incivili non stanno dentro le categorie penali. Eppure, anche in questo caso può esserci offesa e può derivare un bisogno di riconoscimento e di riparazione che la società può incontrare creando luoghi sociali che trattino questo vissuto di "vittimizzazione" e questo senso di perdita di appartenenza al proprio territorio.
        I dati ci dicono, poi, che la statistica della delittuosità (reati denunciati) diverge dalla statistica della criminalità (reati per i quali è avviata l'azione penale) e che rimane rispetto ai dati ufficiali un numero oscuro di reati che non vengono denunciati, per i quali, qualsivoglia siano le ragioni, esistono tuttavia vittime o persone che percepiscono se stesse come tali e che vivono sofferenze reali. Anche queste vicende personali hanno bisogno di alleanze, di accoglienza che, attualmente, come è evidente, non trovano.
        Sono questi spunti - che comunque aprono a riflessioni e opportunità di cambiamento più ampie, che ci spingono a ripensare in modo meno malinconico al diritto - che hanno dato origine alla presente proposta di legge. Vogliamo cogliere l'opportunità nuova che è data da questi luoghi sociali di gestione del conflitto per promuoverli nel contesto di politiche di contrasto all'insicurezza che non possono essere relegate all'ordine pubblico, alla repressione, ma passano dal governo del territorio e dalle opportunità date ai cittadini di viverlo.
        Di fronte a questi nuovi scenari il legislatore e le istituzioni hanno il dovere di muoversi con cautela e di rispettare nuove regole di un nuovo gioco. Non devono ad esempio cadere nell'errore di volere gestire direttamente questi spazi né di affidarli a forme mascherate di tutela giurisdizionale. Essi devono essere governati riconoscendo l'impossibilità per i soggetti istituzionali di mantenere la posizione di terzi neutrali rispetto ai soggetti coinvolti nel conflitto.
        E', pertanto, una proposta di legge "leggera" sul piano normativo ma che riteniamo significativa per le occasioni che, nel tempo, può suscitare, ove lo Stato, e non solo lo Stato, ne favorisca lo sviluppo, ne verifichi la validità in direzione di un riequilibrio necessario dei suoi poteri e nei confronti della società, a cui è riaffidata una competenza di regolazione sociale smarritasi nel tempo e nella storia.




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