PROGETTO DI LEGGE - N. 5249
Onorevoli Colleghi! - Il soggetto "famiglia", per lo
più ignorato dalla legislazione italiana, rappresenta un
autentico cuscinetto ammortizzatore di una lunga serie di
assenze di servizi offerti dallo Stato alla collettività:
dalla mancanza di asili nido e, più in generale, di servizi
all'infanzia, all'assistenza per gli anziani non
autosufficienti, agli elevati costi per la casa ed un sistema
del lavoro rigido che costringe i giovani ad una lunga
permanenza in famiglia e così via. Per le suddette ragioni si
è dovuta innescare una sorta di solidarietà generazionale per
fronteggiare le difficoltà del vivere quotidiano tanto dei
giovani componenti delle famiglie quanto dei vecchi non più
autosufficienti. Paradossalmente il soggetto "famiglia" è
ignorato dallo Stato e al tempo stesso è considerato "socio"
ideale per l'attuazione del Welfare State. Mentre però
per altri Stati europei questa partnership
nell'attuazione delle politiche familiari e sociali è
riconosciuta attraverso generose prestazioni monetarie, in
Italia si addossa sul componente lavoratore della famiglia
l'onere di trasferire denaro (o, come dir si voglia, servizi)
sui componenti a carico (il coniuge, i figli, gli anziani
genitori, o peggio, i componenti con handicap).
Sottrarre dall'alea del mercato il soddisfacimento di una
serie di bisogni primari è obbligazione che in Italia grava in
capo alle famiglie. Troppo spesso si chiama ingiustamente in
causa il "familismo" italiano e mediterraneo, disconoscendone
i grandi meriti di aver assorbito le tensioni generazionali,
attenuato le difficoltà economiche, supplito alle carenze
istituzionali, contenuto l'emarginazione dei vecchi. Il
criticato "familismo" diventa così troppo facile bersaglio ed
opportunistico "capro espiatorio", alibi per scaricare
responsabilità di una assente politica per la famiglia. Sorge
finanche il dubbio che la suddetta latitanza politica sia
stata voluta per mantenere in stato di dipendenza e dunque più
facilmente governabili, intere generazioni. Ecco allora scarsi
investimenti in formazione sui giovani; difficoltà all'entrata
nel mercato del lavoro sempre più rigido; scarsi incentivi
all'accesso alla prima casa; scarse agevolazioni fiscali per
famiglie con figli (...). Tutti ostacoli che deprimono
l'iniziativa personale nel processo di emancipazione ed
abbassano fino quasi allo zero la propensione al rischio del
singolo individuo. Non ci si stupisca allora se sempre più
giovani allungano il periodo di permanenza in famiglia
dipendendo da questa economicamente e che le giovani coppie,
in particolare le donne, riducano il numero di figli al minimo
necessario a soddisfare il desiderio di procreare, ed inoltre
con un forte allungamento del periodo protogenesico
(l'intervallo che intercorre tra la celebrazione del
matrimonio e la nascita del primo figlio), con il rischio di
sterilità di coppia.
La politica, implicita o esplicita che sia, interferisce
sul modo di fare famiglia, l'Italia con Spagna e Giappone ha
il più basso tasso di natalità del mondo, si ritiene
necessaria e ormai non più procrastinabile l'attuazione di
politiche attive e sistematiche - agevolazioni fiscali e
assegni familiari - volte ad incentivare la procreazione
all'interno dei nuclei familiari anche per non condannare il
Paese ad un popolo di vecchi ovvero di soli giovani
extra-comunitari. E' della massima urgenza disincentivare la
crescita zero, politica che poteva avere senso in epoche in
cui la fecondità italiana era elevata, per non dire
elevatissima nel Mezzogiorno, ma non ora che anche in
quest'ultima zona la situazione presenta, alla luce delle
statistiche, un saldo di natalità prossimo allo zero.
La seguente breve disamina degli interventi fiscali sulla
famiglia rende chiaro lo stato attuale dell'inesistente regime
fiscale a favore della famiglia. Come soggetto fiscale a sé
stante solo il regime fascista considerava il "soggetto
famiglia" per il quale si prevedeva l'imposta di famiglia
commisurata a livello di benessere e al numero di figli al
fine dell'esenzione (sempre in base al numero di figli si
prevedevano assegni familiari) ed inoltre si considerava una
imposta complementare sul cumulo dei redditi dell'individuo
capofamiglia e di coloro verso i quali avesse libera
disponibilità. Nel periodo repubblicano si annovera la
cosiddetta "legge Vanoni" del 1951 che introduce deduzioni per
i carichi di famiglia. Nel 1971 con l'introduzione
dell'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF)
progressiva si parla della cosiddetta "tassa sul matrimonio"
ove l'unità impositiva è il capofamiglia sul quale si
cumulavano i redditi di moglie e figli e delle persone verso
le quali avesse libera disponibilità, ma il cumulo rendeva il
secondo reddito fiscalmente molto oneroso incentivando il
lavoro nero delle donne poco qualificate professionalmente.
Con la riforma del diritto di famiglia del 1977 si introduce
il principio della tassazione separata dei redditi dei coniugi
e la possibile separazione sul reddito dei figli minori ma
tale regime è particolarmente oneroso per le famiglie
monoreddito. Ci si trova pertanto con un sistema fiscale
improntato sull'individuo e non sulla famiglia, ovvero sul
numero di coloro che percepiscono reddito piuttosto che, come
parrebbe più equo, sul numero di componenti/consumatori di
quel reddito. Come a dire che si va a tassare quanti
concorrono alla formazione del reddito invece che quanti di
quello devono vivere (detta brutalmente "le bocche da sfamare
e i figli da far crescere"). Senza dire che oggi avere un
coniuge a carico è fiscalmente molto più riconosciuto che
avere figli a carico, la quota di detrazione dei quali è
pressoché irrisoria a dispetto degli oneri effettivamente da
sostenere per mantenere, educare e allevare un figlio.
Inoltre, le detrazioni fiscali non sono indicizzate al costo
della vita e quindi il valore detraibile non è reale.
Allo scopo di ovviare alla situazione sopra descritta e di
garantire al nucleo familiare un più equo regime fiscale è
stata redatta la presente proposta di legge, della quale si
auspica la rapida approvazione.