PROGETTO DI LEGGE - N. 3986
Onorevoli Colleghi! - Il diritto di voto è il primo e
fondamentale requisito di ogni democrazia. A partire dalle
battaglie costituzionali dell'Ottocento, sino all'opposizione,
nel nostro secolo, ai totalitarismi di destra e di sinistra,
democrazia e diritto di voto dei cittadini sono divenuti
sinonimi.
Le tappe progressive della democratizzazione degli
ordinamenti politici occidentali hanno storicamente coinciso
con il continuo allargamento del corpo elettorale. Infatti, il
graduale passaggio dalle elitarie società borghesi del secolo
scorso alle società di massa contemporanee ha conosciuto un
parallelo processo di estensione del corpo elettorale. Si è
trattato, appunto, di una lenta evoluzione caratterizzata
dall'emergere di nuovi soggetti sociali portatori di nuove
esigenze civili, come all'inizio del Novecento lo sono stati i
nuovi movimenti popolari o, in seguito, il movimento delle
donne o la presa di coscienza dei giovani.
Nella storia politica italiana, soprattutto a partire
dalla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, le leggi
relative al diritto di voto hanno conosciuto una evoluzione
parallela alla graduale transizione del tessuto civile da
società agricola a società industriale più o meno avanzata.
Nello scenario immediatamente post unitario erano,
infatti, titolari del diritto di voto soltanto i cittadini di
sesso maschile che fossero capifamiglia e disponessero di un
certo reddito: è chiara ancora la centralità di un ceto
formato da borghesi e da notabili.
In seguito, con la riforma elettorale del 1882, voluta
dalla sinistra storica, con il gabinetto Depretis, il diritto
di voto si estendeva a tutti i cittadini che avevano compiuto
i ventuno anni di età e che avevano frequentato il primo corso
elementare: è uno sforzo di adeguamento alla presa di
coscienza politica delle masse popolari che caratterizza gli
ultimi decenni del secolo. Nel 1912, poi, con Giolitti,
abbiamo la conquista del suffragio universale per i cittadini
di sesso maschile, senza distinzione di ceto e di cultura,
anche se permangono alcuni limiti: i cittadini che non
sapevano né leggere, né scrivere potevano votare solo a
trent'anni e non al compimento della maggiore età, come per
gli alfabetizzati.
E' con questi passaggi storici e strutturali che negli
ordinamenti politici occidentali si attua la seconda fase
delle democrazie rappresentative: lo Stato costituzionale non
poteva nel suo seno ammettere la presenza di cittadini
oppressi, e nemmeno di cittadini ignoranti; suo compito era di
diffondere l'istruzione e di portare i cittadini al medesimo
livello civile. Tuttavia se lo Stato costituzionale era di
tutti i cittadini, esso non poteva restare nelle mani di una
minoranza privilegiata; esso doveva diventare lo Stato della
maggioranza, ossia del popolo. E il popolo, pur nella sua
complessità sociale, quale premessa di ogni potere, doveva
rovesciare le minoranze aristocratiche o censitarie e
costituire un diverso ordinamento governativo con finalità
sociali.
L'individuo, in questo senso, poteva appartenere al
gruppo, al ceto, alla classe ma nell'esercizio dei suoi
diritti civili doveva poter incidere sulle decisioni
politiche.
Considerazioni di questo genere davano valore etico e
sociale al "suffragio universale" quale premessa per
un'autentica società di cittadini eguali. Se la capacità
elettorale coincideva con la capacità civile di agire, era
assurdo continuare a difendere il suffragio "ristretto".
In una società di "cittadini" e non di "sudditi" non si
poteva accordare il diritto di designazione dei rappresentanti
in seno alle assemblee legislative e alle assemblee
amministrative deliberanti soltanto a cittadini con
determinati requisiti di censo e di cultura. Non era
possibile, d'altro canto, parlare di elevazione delle masse
negando agli strati popolari il diritto di giudizio e di
scelta.
Nei primi decenni del secolo, nei Paesi più avanzati e,
nel 1912, in Italia, il suffragio universale apparve come il
punto di arrivo dei sistemi elettorali ed il presupposto della
rappresentanza reale. In quegli anni il problema del sistema
elettorale divenne l'argomento più importante della scienza
del diritto pubblico, perché dal tipo adottato di suffragio e
dall'estensione del corpo elettorale scaturivano le norme
politiche: un Governo non poteva essere definito democratico
se non aveva un sistema elettorale democratico.
Tuttavia, in Italia è soltanto nel secondo dopoguerra, nel
clima generale di valorizzazione degli ideali liberali e
democratici, successivo all'esperienza fascista, che,
nell'ordinamento politico, venne introdotto il suffragio
universale esteso anche alle donne. E' sulla base di un corpo
elettorale rinnovato e aperto a tutte le componenti sociali
che si elegge l'Assemblea costituente all'origine della
Costituzione repubblicana del 1946. Si tratta del necessario
presupposto politico che ha garantito una base di consenso
diffuso alla giovane democrazia italiana.
Il successivo passo in avanti nell'ampliamento del corpo
elettorale è arrivato nel 1975 con il riconoscimento del
diritto di voto ai diciottenni (conseguenza dello spostamento
della maggiore età da ventuno a diciotto anni). La decisione
presa dal Parlamento su impulso di diverse forze politiche fu
la naturale declinazione politico-istituzionale del clima
culturale identificabile con il movimento del 1968, quando in
tutti i Paesi occidentali e, quindi, anche in Italia, i
giovani espressero una coscienza culturale e politica del loro
essere soggetto sociale portatore di insopprimibili istanze
specifiche. La legge che introdusse il diritto di voto per i
diciottenni è stata, da questo punto di vista, uno degli
adeguamenti istituzionali in direzione di una società che da
industriale, in senso classico, si muoveva in direzione di
quelli che alcuni settori della letteratura sociologica
definiscono come "i nuovi bisogni". Emergevano nel contesto
sociale nuove domande e nuovi scenari quali quelli della
"qualità della vita", dei "nuovi saperi" e di "una economia
postmaterialista" di cui le giovani generazioni erano i
soggetti privilegiati.
Ripercorrere questi importanti e decisivi passaggi storici
è fondamentale per comprendere oggi, come allora, l'importanza
di un maggiore e più attivo coinvolgimento dei giovani nella
vita politica del nostro Paese.
In questo sviluppo progressivo, sulla base delle novità
sociali scaturite nel corso degli anni ottanta e dell'inizio
del nostro decennio, viene a collocarsi la proposta di
estendere il diritto di voto ai sedicenni.
In tale ottica, il problema del diritto del voto ai
sedicenni si impone ai nostri giorni soprattutto alla luce di
mutazioni tali che hanno sconvolto profondamente i modelli
tradizionali, tenendo anche conto che la società di massa
evoluta è anche la società dell'intelligenza e
dell'informazione in cui si espandono le continue cognizioni,
la scuola dell'obbligo, l'istruzione, la cultura.
Se gli ultimi due secoli sono stati caratterizzati dalla
grande crescita della popolazione, l'inizio del prossimo
millennio almeno per i Paesi più sviluppati, sarà
caratterizzato da un fenomeno di progressivo invecchiamento
della popolazione.
Ci avviamo verso una società di anziani. Il fenomeno, già
riscontrabile in Italia e in tutte le società caratterizzate
dalle grandi trasformazioni industriali e culturali collegate
alla rivoluzione industriale e al successivo sviluppo del
settore terziario, dipende da due fattori: riduzione dei
quozienti di mortalità con il conseguente aumento della durata
media della vita e la riduzione dei quozienti di natalità.
Nei prossimi trent'anni la percentuale di giovani sotto i
quattordici anni è destinata a diminuire, mentre crescerà
moltissimo quella degli ultrasessantenni. La sfida
rappresentata dall'invecchiamento della popolazione avrà
inevitabili ripercussioni in tutte le strutture sociali.
E' anche da questo scenario che nasce l'esigenza
dell'estensione del voto ai sedicenni: si tratta di
valorizzare le potenzialità e le energie giovanili garantendo
l'espressione politica in una situazione generale di riduzione
della presenza-quantità dei giovani rispetto alle altre fasce
di età. Cresce e si delinea, pertanto, la necessità
dell'abbassamento dell'età media, e quindi della maggiore età,
dell'elettore quale soggetto attivo per evitare che vengano
rappresentate esclusivamente le esigenze e le aspirazioni di
alcune fasce d'età. Da questa premessa nasce la presente
proposta di legge. Ciò che si rende necessario, nella
situazione attuale, è la partecipazione e la
responsabilizzazione dei giovani alla vita politica del Paese.
Al di là di eventuali incertezze e perplessità che la presente
proposta di legge potrebbe generare, è doveroso prendere atto
che solo intraprendendo questa strada si arriverà ad una più
efficace rappresentatività politica che abbracci fedelmente le
esigenze dei diversi status generazionali. E' il momento
di confrontarsi con i giovani reali, e non di parlare dei
giovani in generale.
Tuttavia, non si tratta soltanto di questo: l'altro
fattore che impone la presente proposta di legge è la
considerazione di più precoci processi di culturalizzazione
rispetto al passato.
Da un lato, nel corso degli anni settanta ed ottanta è
decisamente aumentata la scolarizzazione di massa. Se fino
agli anni sessanta la licenza media era ancora un traguardo
per molti settori sociali, oggi ci avviamo verso un'istruzione
universitaria di massa. Inoltre, il crescente peso
dell'informazione comunicata quotidianamente dai "media"
gioca un ruolo primario nell'informazione - anche politica
- dei giovani. D'altra parte, il fatto che l'informazione sia
ritenuta un mezzo per favorire la partecipazione del cittadino
- e di quel cittadino alle "prime armi" che è il giovane -
alla vita politica dimostra come nelle società complesse la
funzione dei "media" come strumento di "informazione"
non si può assolutamente disconoscere. E' un dato di fatto che
le giovani generazioni hanno indubbiamente, rispetto al
passato, una percezione più organica ed attenta della vita
associata. Se si analizza, infatti, il grado di partecipazione
giovanile in relazione ai livelli di istruzione, si rende
esplicita ed evidente la tendenza ad una crescita d'impegno
direttamente proporzionale al grado di cultura raggiunto.
Non a caso secondo i dati diffusi dall'Istituto di studi
per la programmazione economica (ISPE) emerge che ben il 17,1
per cento dei giovani sotto i diciotto anni sono membri di
organizzazioni sociali e politiche. La letteratura sociologica
conferma del resto che gli anni ottanta hanno fatto registrare
un ritorno dei giovani impegnati in politica, anche se in
forme diverse rispetto al passato. Terminata l'era del
movimento sessantottesco, dell'assemblearismo, i movimenti
giovanili hanno ripreso vigore, se non altro ponendosi come
interlocutori delle istituzioni. In questo senso l'istanza
partecipativa dei giovani nella vita pubblica trova le sue più
svariate modalità di espressione, che vanno da associazioni
con una connotazione più o meno partiticizzata a movimenti di
carattere sociale (ambientalismo, volontariato, eccetera)
tutto ciò a dimostrazione delle potenzialità partecipative -
spesso inespresse - dei giovani nella vita politica.
Da questo punto di vista la presente proposta di legge
estende il diritto di voto e, con esso, la capacità di agire
ai sedicenni; interviene proprio per ridurre il forte divario
venutosi a creare tra la realtà istituzionale e il corpo vivo
della società, a cui può rispondere soltanto l'incanalamento
di nuove energie nella dinamica politica.
Convinti che il diritto di voto non può non andare di pari
passo con quello che è il riconoscimento della maggiore età e,
quindi, della capacità di agire di un individuo, si è ritenuto
opportuno modificare l'articolo 2 del codice civile, già
modificato dalla legge 8 marzo 1975, n. 39.
Come allora, anche oggi, in un clima generale di
cambiamento, si rende necessario un adeguamento istituzionale
che porti ad un reale e concreto rinnovamento del corpo
elettorale.
Si tratta di un necessario presupposto politico per
promuovere il tanto auspicato cambiamento. Solo con un corpo
rinnovato, solo consentendo ai giovani di esprimere la loro
coscienza culturale e politica, è possibile dare vita ad un
nuovo Stato democratico e moderno, aperto alle insopprimibili
istanze civili e politiche di cui i giovani sono portatori.