PROGETTO DI LEGGE - N. 2976




        Onorevoli Colleghi! - Intendiamo presentare questa proposta di legge all'attenzione della Camera dei deputati.
        Con la presente proposta di legge intendiamo dare un effettivo rimedio alla insostenibile situazione che da parecchi anni si verifica nella gestione dei contratti a termine stipulati dalla RAI Radiotelevisione italiana nei suoi vari settori aziendali. Abbiamo ben presente il grave disagio che riguarda innanzitutto i lavoratori ma anche l'azienda che li impegna particolarmente per la sua ordinaria attività di produzione. In modo particolare, ma non esclusivo, tutti i gruppi parlamentari sono al corrente del problema che riguarda le categorie di "programmista regista e assistente ai programmi".
        Questi lavoratori, assunti con contratto di lavoro subordinato per alcuni mesi all'anno, costituiscono la spina dorsale delle redazioni RAI. Essi sono gli ideatori, gli organizzatori e i realizzatori delle produzioni aziendali. Hanno lavorato da anni, in condizioni di precariato, senza alcuna garanzia di una futura assunzione a tempo indeterminato.
        Con il ricorso a centinaia di contratti a termine stipulati ogni anno, la RAI maschera un pauroso vuoto d'organico, proprio in questo delicato settore produttivo: basti pensare che il rapporto numerico all'interno delle redazioni è di otto-dieci precari contro un lavoratore assunto a tempo indeterminato. Tutto ciò, costringe l'azienda a porsi in evidente contrasto con le disposizioni della legge n. 230 del 1962 che regola il contratto di lavoro a tempo determinato, prevedendone la stipula solo per esigenze straordinarie e non già ordinarie di produzione.
        Si tratta, dunque, non solo di rendere giustizia all'esigenza di stabilità nel lavoro, secondo quanto previsto dal nostro ordinamento, ma anche - in pari tempo - di restituire finalmente al settore programmi della RAI, un organico stabile, realmente all'altezza del servizio pubblico. Si sa quanto delicato sia il ruolo ricoperto dall'azienda radiotelevisiva nel nostro Paese. Non si può permettere che i meccanismi d'ingresso nel sistema siano affidati all'improvvisazione, o peggio, in alcuni casi all'arbitrato del dirigente di turno che decide, in base a logiche non sempre trasparenti, chi far lavorare e chi no. Proprio questa discutibile prassi, unitamente all'odiosa pratica della transazione, vero atto di rinuncia a ogni diritto pregresso fatto sottoscrivere ai lavoratori più anziani in cambio di un nuovo contratto, che tra l'altro evidenzia come sia ben conosciuto il problema alla direzione del personale della RAI, che in questo modo ritiene di tutelarsi, è all'origine delle numerose cause promosse dai precari per il riconoscimento del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Si tratta di una disputa dolorosa per i lavoratori e parecchio costosa per l'azienda che è costretta a distrarre preziose risorse economiche per difendersi, paradossalmente, da una legittima richiesta di parecchi tra i suoi migliori collaboratori.
        Tale stato di cose pare consenta alcune riflessioni sul piano della politica aziendale e su quello più generale della politica del lavoro. In senso specifico, ci pare necessario porre termine a una querelle che rischia di trascinarsi per anni, nuocendo alla necessità del servizio pubblico radiotelevisivo di disporre di una forza lavoro capace di corrispondere alle enormi esigenze di sviluppo di cui è suscettibile il settore delle telecomunicazioni nei prossimi anni. Non pare cosa saggia, per incapacità di gestione del passato, lasciarsi sfuggire preziose risorse umane, che già hanno dato prova di capacità e dedizione, tentando difficili ed improbabili sostituzioni. L'articolo della presente proposta di legge, stabilendo alcuni requisiti e individuando una categoria di soggetti cui l'azienda dovrebbe garantire un progressivo assorbimento nel proprio organico, mira proprio a soddisfare detta esigenza. Nei confronti di quei lavoratori non in possesso dei predetti requisiti ma che abbiano comunque prestato con continuità la loro opera nei confronti della RAI, raggiungendo un'anzianità di riferimento di circa cinquecento giornate contributive, potrebbe essere prevista la creazione di un bacino di riferimento al quale attenersi per future e straordinarie esigenze di personale.
        Sul piano della politica del lavoro, in prospettiva di una più ampia riforma della legge che regolamenta il lavoro a termine nel settore radio televisivo, pare che vada fatta una considerazione: si è spesso enfatizzata la contrapposizione tra l'esigenza di stabilità del lavoro e l'esigenza di occupazione. Non c'è dubbio che tra il non avere lavoro e avere un lavoro precario sia preferibile quest'ultima ipotesi. Ma non c'è ugualmente dubbio che tutti gli sforzi vadano diretti a una terza ipotesi che è quella di un lavoro stabile. L'esigenza aziendale della flessibilità di manodopera, laddove esista realmente, deve realizzarsi in un contesto di più ampia regolamentazione del mercato del lavoro nel settore, in maniera tale che la cessazione del rapporto di lavoro con una determinata azienda possa coincidere in linea di massima con l'inizio del rapporto con un'altra azienda. Anche se pare logico ribadire che ci sia tutto l'interesse di un'azienda ad assumere in pianta stabile i suoi migliori e più utilizzati collaboratori, credo che ci si attenda da parte del legislatore un'attenzione che non mortifichi la funzione essenziale del diritto del lavoro che è quella di garantire al lavoratore la tutela delle esigenze di emancipazione e di partecipazione prevista dall'articolo 3 della Costituzione, esigenze che richiedono non soltanto l'occupazione, ma anche la sua stabilità.
        Da queste elementari ma importanti considerazioni nasce la presente proposta di legge che costituisce una incisiva novella in materia e che risponde, sia pure in modo parziale, a questo orientamento.




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