IV Commissione - Giovedì 20 maggio 1999


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ALLEGATO

TESTO INTEGRALE DELLA RISPOSTA ALLE
INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA NN. 5-06265, 5-06266 E 5-06267.

Sin dall'avvio delle operazioni militari sui Balcani, le autorità militari dell'Alleanza avevano individuato alcune zone di mare in acque internazionali per consentire in sicurezza lo sgancio dei carichi esterni dei velivoli che si venissero a trovare in situazioni di emergenza (cosiddette «jettison areas»).
La individuazione di tali aree viene effettuata sia in base a criteri di sicurezza, quale la distanza dalla costa, sia di tipo operativo in relazione alle rotte di rientro dei velivoli verso le basi aeree di destinazione.
La istituzione di tali aree risponde ad una esigenza operativa non eludibile perché quando i velivoli si trovano in situazioni di emergenza, è previsto, per motivi di sicurezza, che gli stessi si liberino dei carichi esterni per evitare, nella delicata fase di rientro e dell'atterraggio, maggiori rischi al territorio sorvolato ed alla zona aeroportuale.
Nel caso in cui i carichi esterni includano ordigni esplosivi, questi ultimi, vengono disinnescati prima del loro sgancio per prevenire i rischi di esplosioni accidentali. Prima di effettuare lo sgancio nelle zone prestabilite, il velivolo deve assicurarsi che l'area sottostante sia sgombra da imbarcazioni.
Gli ordigni rilasciati in mare sono quindi inerti e non rappresentano in generale un pericolo anche se non si può escludere in senso assoluto il rischio di una attivazione per cause connesse a rimozioni e manipolazioni accidentali, come è purtroppo occorso il 10 maggio scorso.
Per quanto riguarda le operazioni aeree sul territorio balcanico, sono state definite in Adriatico aree di possibile sgancio, come già riferito in merito dal Presidente del Consiglio alla Camera ieri 19 maggio, tutte site in acque internazionali, il più possibile distanti dalle coste dei Paesi litoranei. Nel Medio-Alto Adriatico vi sono tre zone circolari, in fondali variabili tra i 30 ed i 70 metri circa, ben circoscritte con un diametro massimo di 10 miglia: una nel Golfo di Venezia tra Chioggia e Parenzo, a circa 30 miglia dalla prima; una seconda a circa 55 miglia dalla Marina di Ravenna; la terza all'altezza di Pesaro ad oltre 50 miglia dalla costa. Le zone nel Basso Adriatico, in fondali molto più profondi da 400 a 800 metri circa, si trovano a 70 miglia da Bari, ad oltre 40 miglia da Brindisi e a 30 miglia da Santa Maria di Leuca.
Tali aree, che possono subire nel tempo lievi variazioni spaziali, sono note ai Comandi Militari Alleati e nazionali e non rappresentano di per sé un rischio alla navigazione od alle attività marittime se non solo dopo il rilascio di carichi potenzialmente pericolosi. Come riconosciuto dalle stesse Autorità NATO, le Autorità nazionali non erano a conoscenza di informazioni specifiche su avvenuti sganci di ordigni esplosivi che richiedessero l'emanazione di avvisi preventivi di pericolosità alla navigazione.
Detti avvisi sono stati emessi, invece, per le zone del Medio-Alto Adriatico successivamente al ritrovamento di ordigni nella zona di mare dell'area nel Golfo di Venezia il giorno 10 maggio 1999.
Dopo l'evento, il Governo ha immediatamente e con forza richiesto alle Autorità NATO, specifiche e dettagliate informazioni riguardo ai rilasci di ordigni avvenuti nel corso delle operazioni sui Balcani.
È stato anche richiesto l'invio di cacciamine dell'Alleanza per la bonifica delle zone e la sospensione dell'utilizzo della jettison area di maggiore rischio potenziale situata nel Golfo di Venezia.


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Inoltre, le autorità italiane hanno prontamente disposto, l'invio in zona di una squadriglia di tre unità cacciamine, il Sapri, il Gaeta e l'Alghero per le operazioni di ricerca e bonifica dell'area interessata.
Queste attività sono in corso nel Golfo di Venezia dal 17 maggio scorso e verrà successivamente estesa, in funzione delle informazioni disponibili fornite dalle Autorità militari NATO, anche ad altre aree utilizzate per lo sgancio e valutabili a rischio.
A titolo precauzionale, come già detto, sono stati emessi appropriati «avvisi ai naviganti» per le aree jettison dell'alto Adriatico con fondali più bassi.
Per quanto riguarda gli elementi di «rilascio del carico» ad oggi disponibili, forniti dalle Autorità Militari NATO a seguito di un esame preliminare dei rapporti di missione di oltre 20.000 sortite di volo da parte dei velivoli alleati, risultano essere stati sganciati in Adriatico 143 ordigni di cui:
7 bombe a grappolo nella zona del Golfo di Venezia. Si tratta degli ordigni che presentano il maggior rischio potenziale ma la cui ricerca e recupero pare facilitato dai fondali della zona non particolarmente profondi;
ulteriori 136 ordigni non a frammentazione di cui 30 nella stessa area del Golfo di Venezia e i restanti 106 nelle zone profonde del basso Adriatico.

Gli ordigni esplosivi sono stati tutti neutralizzati prima dello sgancio e risultano composti da materiale ed esplosivo di tipo convenzionale che non appaiono configurare problemi di tossicità ambientale.
Il loro numero rappresenta meno dell'1 per cento degli ordigni utilizzati dai velivoli.
Per quanto riguarda l'Alto Adriatico, dunque, risulta essere stata utilizzata solo la zona più a Nord, quella nel Golfo di Venezia, dove sono avvenuti i ritrovamenti, e dove i tre cacciamine della Marina militare stanno operando.
Le altre zone utilizzate risultano essere quelle del Basso Adriatico, caratterizzate tuttavia da fondali profondi oltre i 500 metri che non comportano rischi alle normali attività marittime.
In conclusione, il Governo si è mosso rapidamente e con incisività, quando venuto a conoscenza dei fatti, attivando prontamente le Autorità NATO competenti e, sul piano nazionale, diffondendo avvisi ai naviganti per le zone di potenziale pericolosità, inviando in zona tre moderni cacciamine della Marina militare con compiti di ricerca e bonifica degli ordigni. Inoltre, per rendere tale ricerca e bonifica più estesa è stato richiesto all'Alleanza Atlantica l'invio della Forza di Contromisure Mine della NATO per il Mediterraneo, che verrà costituita per la prima volta il prossimo 27 maggio a La Spezia.
È stata inoltre attivata, d'intesa con le Autorità militari alleate una procedura per la tempestiva segnalazione ai Comandi nazionali dei rilasci, così da consentire una pronta informazione alle Autorità marittime interessate per l'emanazione degli eventuali avvisi ai naviganti e per le azioni dì bonifica. Questo canale di comunicazione è stato, per esempio, attivato nella giornata di ieri quando sono state riportate notizie su un presunto sgancio di ordigni a 50 miglia al largo di Pescara. I controlli fatti dalle Autorità operative alleate hanno permesso di verificare la non attendibilità della segnalazione.
Per quanto concerne infine l'impatto sulle attività economiche delle zone, il Governo ha avviato incontri con le Autorità politiche e di governo locale; il Ministro Scognamiglio già ricevuto oggi i Sindaci di Chioggia e Caorle, mentre incontri sono in corso con i rappresentanti di categoria dei pescatori.
Il Governo ed in particolare i Ministri dell'ambiente e delle politiche agricole sono impegnati a finalizzare le iniziative più opportune in campo nazionale ed europeo al sostegno delle categorie e delle attività economiche coinvolte, quale il riconoscimento degli indennizzi «fermo pesca» per gli operatori del settore e le già ricordate attività di bonifica delle aree interessate.