Seduta n. 39 del 24/7/1996

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Svolgimento di una interpellanza e di interrogazioni (ore 19).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: Interpellanza ed interrogazioni.
Cominciamo dall'interpellanza Cangemi n.
2-00083 (vedi l'allegato A).
L'onorevole Cangemi ha facoltà di illustrarla.

LUCA CANGEMI. Signor Presidente, nel corso dell'audizione svoltasi in Commissione difesa qualche settimana fa il ministro Andreatta ha riconosciuto l'esistenza di una crisi nel rapporto tra i giovani e l'esercito: ha ammesso che un senso di inutilità pervade i ragazzi chiamati a svolgere il servizio di leva. Non vorremmo lo dico forse con qualche crudezza che qualcuno operasse al Ministero della difesa perché questo senso di inutilità si diffonda anche fra i ragazzi che svolgono il servizio civile. Ecco il senso della giusta denuncia della Caritas, da noi ripresa nell'interpellanza in discussione.
La denuncia non è nuova. L'interpellanza richiama anche un dossier, edito nel 1995 a cura di associazioni pacifiste non violente, nel quale si riporta una serie lunga e per certi versi allucinante di casi di ottusità burocratica, di vera e propria persecuzione di obiettori di coscienza. Traspare la volontà di ostacolare in ogni modo e di non favorire le richieste nominative, di non rispettare la propensione dei giovani obiettori.
Questo dobbiamo saperlo è un colpo durissimo all'obiezione, non solo perché incide direttamente sulla spinta ideale dei giovani che si impegnano nel servizio civile, ma perché dietro la scelta di obiezione, di servizio civile, di servizio alternativo (una certa scelta di servizio civile in una determinata situazione) vi è spesso un bagaglio di esperienza, una serie di capacità, di competenze e di relazioni acquisite e costruite nel tempo, che costituiscono tutti elementi preziosi. Penso permettetemi di ricordare un'esperienza personale ad alcuni contesti come le periferie urbane: esperienze che hanno grande validità proprio perché sono costruite nel tempo e che trovano poi, nei dodici mesi del servizio civile, ulteriore possibilità di espressione. Vi è quindi, con questi atteggiamenti, una potenzialità sociale che viene messa anche in discussione: la possibilità appunto di rispondere a drammatiche contraddizioni della nostra società anche attraverso questo strumento.
Vi è la necessità di una radicale inversione di tendenza. Ciò attiene naturalmente, in primo luogo, ad una ridefinizione complessiva della materia. Come è noto, da questo punto di vista, siamo di fronte ad una lunga storia. Una storia emblematica di quanto il ceto politico dominante sia stato sordo in questi anni alle istanze che venivano dalla società, anche quando, come in questo caso (il caso dell'obiezione di coscienza), si trattava di istanze largamente presenti nelle giovani generazioni e fatto che io vorrei sottolineare con forza provenivano da uno schieramento culturale amplissimo in cui erano presenti le sensibilità decisive sul piano culturale e civile del nostro paese.
Rispetto a questi temi è grande l'attesa in ordine alla nuova situazione politica che si è venuta a determinare dopo il 9 aprile. E noi non possiamo non essere preoccupati.
È quindi il tema della nuova legge l'aspetto centrale, anche se non è questo ciò di cui stiamo discutendo stasera. Qui discutiamo di un altro aspetto non meno importante, a nostro avviso, cioè del fatto che occorre dare segnali immediati, decisi ed è questo il senso della nostra interpellanza rispetto alla gestione del quadro esistente, anche assumendo, lo diciamo con chiarezza (del resto l'interpellanza da questo punto di vista è assai esplicita), i provvedimenti del caso relativamente a chi


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pervicacemente vuole continuare nelle vecchie pratiche.
Anche assumendo questi provvedimenti è necessario che vi sia un radicale mutamento di posizione e di atteggiamento nella burocrazia militare; è necessario che cessi un atteggiamento di ostilità preconcetta anche nelle piccole e quotidiane cose: questo è anche un punto su cui chiamiamo a misurarsi questo Governo di cui valuteremo l'operato.
Rilanciando quella che è stata una forte, giusta ed anche clamorosa protesta, non solo della Caritas ma anche di altre associazioni che si sono dichiarate disponibili a percorrere questo terreno estremo di protesta, chiediamo al Governo una parola chiara e netta.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la difesa ha facoltà di rispondere.

GIOVANNI RIVERA, Sottosegretario di Stato per la difesa. La vigente normativa in materia di servizio sostitutivo civile (legge del 15 dicembre 1972, n.772 e decreto del Presidente della Repubblica del 28 novembre 1973, n.1139) disciplina i tempi e i modi di attuazione del servizio stesso, ma non prevede alcun tirocinio per i giovani obiettori, analogamente peraltro a quanto praticato per il servizio militare di leva, né la scelta dell'ente da parte del giovane ovvero quella dell'obiettore da parte dell'ente.
D'altronde un criterio di assegnazione basato esclusivamente sulle richieste nominative degli enti renderebbe impossibile l'avvio al servizio degli obiettori di coscienza non richiesti da alcuno o che esprimano la preferenza per un ente senza aver ottenuto il preventivo benestare di quest'ultimo.
L'amministrazione della difesa, per venire incontro alle esigenze sia degli enti che degli obiettori, ormai da tempo tiene in primaria considerazione, nella procedura di avvio al servizio sostitutivo civile degli obiettori, le indicazioni fornite dagli interessati nonché le richieste anche nominative degli enti, ed in tal senso si è comportata, in particolare, con la Caritas.
Solo recentemente, stante la pressante necessità di dare comunque in assegnazione gli obiettori per i quali stava per scadere il tempo massimo previsto per il loro avvio al servizio, agli enti anzidetti sono stati assegnati anche obiettori di coscienza non richiesti nominativamente. Analizzando l'andamento delle precettazioni presso la Caritas ambrosiana (sede che ha effettuato il più elevato numero di ricusazioni, a cui si fa cenno nella interpellanza) si fa rilevare che alla data del 24 aprile 1996 su 63 obiettori di coscienza richiesti 56 (pari all'89 per cento) sono stati assegnati secondo le aspirazioni reciproche dell'ente e dei giovani e 3 in base alla preferenza personalmente espressa dai singoli obiettori.
Poiché la Caritas ambrosiana offriva possibilità di posti, sono stati precettati anche 47 obiettori di coscienza che, pur non avendo segnalato tale ente, avevano la necessità, per documentati motivi personali o familiari, di svolgere il servizio nella città.
Al 3 giugno 1996 su 82 obiettori con richiesta reciproca Caritas-obiettori ne sono stati assegnati 47 (in una percentuale pari al 57 per cento) su una capacità totale, a tale data, di 48 posti disponibili.
Per altro i cambi di sede in presenza di accertate difficoltà sono sempre stati effettuati, per la Caritas come per gli altri enti convenzionati, nei casi specifici e ciò non poteva e non può prescindere da un attento e puntuale esame di tutte le istanze di trasferimento.
Per contenere al massimo le precettazioni d'ufficio, anche in rapporto al massiccio aumento delle domande di riconoscimento dell'obiezione di coscienza, la direzione generale della leva, nella considerazione di non poter disporre di nuovo personale per far fronte all'esigenza i concorsi per il reclutamento sono, come è noto, di fatto bloccati a seguito delle limitazioni imposte dalle leggi finanziarie degli ultimi anni al fine di ridurre i tempi di lavoro ha avviato l'informatizzazione delle fasi operative concernenti il riconoscimento


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dello status di obiettore e l'invio al servizio.
In tale quadro di situazione non appare praticabile, allo stato della normativa, l'ipotesi prospettata dagli interpellanti di distaccare degli obiettori presso Levadife, dal momento che proprio la normativa relativa al servizio sostitutivo civile, e precisamente l'articolo 14 del decreto del Presidente della Repubblica 28 novembre 1977, n.1139, impedisce di utilizzare gli obiettori in posti di organico o in sostituzione di personale che l'ente è tenuto ad assumere.
Inoltre l'articolo 5 della legge 15 dicembre 1972, n.772, prevede l'impiego degli obiettori esclusivamente nei settori dell'assistenza, dell'istruzione, della protezione civile, della tutela e dell'incremento del patrimonio forestale, con l'esclusione pertanto di mansioni non riconducibili alle predette aree.
Le considerazioni sopra esposte inducono ad escludere qualunque accanimento burocratico o una qualsiasi volontà persecutoria nei confronti di enti ed obiettori.
In ogni caso, poiché lo sfruttamento ottimale delle esperienze maturate dagli obiettori contribuisce indubbiamente a rendere massimamente efficace il loro lavoro, in attesa di una nuova disciplina dell'obiezione di coscienza che individui specifiche norme in ordine alle modalità dell'addestramento degli obiettori, conferendo maggiore flessibilità al loro impiego, sono state di recente impartite disposizioni affinché la competente direzione generale della leva, laddove si manifesti il gradimento delle organizzazioni interessate e degli obiettori stessi, possa procedere al trasferimento di questi ultimi agli enti che ne abbiano fatto segnalazione nominativa in relazione a pregresse esperienze di impiego.

PRESIDENTE. L'onorevole Cangemi ha facoltà di replicare per la sua interpellanza n.2-00083.

LUCA CANGEMI. Signor Presidente, signor sottosegretario, dichiaro non ritualmente la mia insoddisfazione. Essa, innanzitutto, discende dalla constatazione che non solo vi è una divergenza di analisi e di risposte da dare al problema, ma vi è una divergenza sul fatto stesso che il problema sussista.
Mi sembra che il Governo, rispondendo alla nostra interpellanza, abbia compiuto qualche piccolo passo indietro rispetto alla stessa audizione del ministro in Commissione difesa. In quella occasione era stato sollevato il problema ed il ministro, pur assumendo un atteggiamento a nostro giudizio sbagliato ed ingiustificato di difesa di Levadife (per altro confermato in dichiarazioni rese alla stampa), aveva tuttavia riconosciuto l'esistenza di un problema. Inoltre aveva preannunciato in quella sede che di lì a poco avrebbe avuto un incontro con i rappresentanti della Caritas per discutere del problema da questa sollevato.
Invece, la risposta dell'onorevole sottosegretario alla nostra interpellanza rappresenta un ulteriore passo indietro perché viene negata l'esistenza del problema e si affrontano in modo burocratico le questioni da noi richiamate. Non per nulla ci battiamo per una profonda riforma della normativa sulla obiezione di coscienza! Sappiamo quali siano le difficoltà normative al riguardo, ma a tale proposito vorrei fare riferimento alla convenzione base con gli enti, la quale prevede che l'assegnazione da parte dell'amministrazione tenga conto della predisposizione degli obiettori nell'ambito del progetto generale di servizio dell'ente medesimo. Questo è il punto. Il fatto che non si segua questa linea di azione, recepita anche nel testo base della convenzione stessa, e che anzi, come ben sa chiunque abbia una seppur sommaria dimestichezza con le problematiche degli enti convenzionati, l'atteggiamento dei distretti, delle autorità militari e degli enti medesimi nei confronti degli obiettori è appunto improntato a burocratica ostilità, ci induce a porre in evidenza il problema. Alcuni settori del Ministero della difesa mettiamola in questi termini si aggrappano ad appigli normativi e ricorrono a tutto quello di cui si possono avvalere per fare in modo che la vita degli enti e degli


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obiettori sia la più difficile possibile. Si tende a colpire al cuore l'obiezione di coscienza proprio colpendo, da un lato, la predisposizione degli obiettori e, dall'altro, il progetto generale dell'ente convenzionato. Colpendo tali elementi fondamentali, che consentono di esprimere la ricchezza di esperienza umana e la potenzialità sociale dell'obiezione di coscienza, il Ministero della difesa e le autorità militari impediscono che si sviluppino al massimo le potenzialità del settore.
Quindi noi dichiariamo la nostra radicale insoddisfazione e insieme ribadiamo il nostro forte impegno per vincere finalmente la battaglia per una nuova normativa sull'obiezione di coscienza, nonché per vigilare sulla gestione che Levadife e in generale il ministero farà di tali questioni.

PRESIDENTE. Seguono le interrogazioni Spini n.3-00079 e Migliori n.3-00081(vedi l'allegato A).
Queste interrogazioni, che vertono sullo stesso argomento, saranno svolge congiuntamente.
Il sottosegretario di Stato per la difesa ha facoltà di rispondere.

GIOVANNI RIVERA, Sottosegretario di Stato per la difesa. Spero che questa volta vada meglio!
Fin dal 1980 il comando generale dell'Arma dei carabinieri ha assiduamente ricercato una risposta all'esigenza, di primaria importanza per la formazione del personale dell'Arma, di unificazione della scuola marescialli e brigadieri dei carabinieri in atto, articolata su tre battaglioni dislocati nelle città di Firenze, Vicenza e Velletri, anche per assicurare l'univocità di indirizzo delle attività didattiche e di addestramento.
Nel perseguire una soluzione che comportasse costi di gestione contenuti, il comando generale aveva polarizzato l'attenzione su Firenze, ove attualmente ha sede il comando della scuola, sia per motivi legati alla ultrasettantenne presenza nel capoluogo toscano sia per ragioni di ordine pratico, ricollegabili alla centralità della struttura rispetto al territorio nazionale.
A tutt'oggi, per varie ragioni connesse a difficoltà di livello locale, non sono emersi concreti elementi di riscontro in merito alla fattibilità dell'iniziativa suddetta.
Pertanto l'Arma, non potendo permanere oltre nell'attuale situazione di stallo, ha esteso la ricerca ad altre zone dell'Italia centrale. Nell'ambito di tale ricerca, il sindaco di Perugia ha offerto un'area idonea allo scopo. Questa città, oltre ai vantaggi della posizione geografica, vanta una prestigiosa università ed una qualificata scuola di lingue estere dell'esercito, che consentirebbe di raccordare proficuamente l'attività didattica anche in funzione dell'integrazione comunitaria.
Nel frattempo in Firenze è stato approvato il PRG, per cui gli amministratori locali, ai quali era stato comunicato il venir meno dell'interesse per quella città, hanno richiesto un nuovo incontro per indurre l'Arma ad un ripensamento.
Nel corso di tale riunione, avvenuta il 9 luglio scorso, i rappresentanti del comune e della regione hanno prospettato che per procedere con l'ipotesi fiorentina sarebbe necessario preliminarmente acquisire l'assenso della proprietà a cedere l'area (20 ettari) con atto unilaterale d'obbligo, quindi localizzare l'insediamento comunque in zona diversa da quella indicata nel febbraio 1995; comprimere i fabbisogni globali (400 mila metri cubi, quelli richiesti dall'Arma) a 200 mila metri cubi circa fuori terra, più il 30 per cento interrato; rinviare ad un secondo tempo la costruzione degli alloggi del quadro permanente (50 mila metri cubi) nell'ambito di un piano guida di comparto, comprensivo di altre funzioni, in area distinta da quella per l'istituto; realizzare e gestire, a cura e spese dell'Arma, un parco pubblico di 100 ettari intorno all'accademia; formalizzare le intese con due distinti accordi di programma.
A fronte delle perplessità ingenerate dalle complesse procedure accennate e dai prospettati condizionamenti, nella circostanza sono state ribadite ai rappresentanti dell'amministrazione comunale e regionale le esigenze minime dell'Arma. Solo ultimamente è pervenuto al comando ge


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nerale il piano scritto e dettagliato che ribadisce quanto evidenziato in sede di riunione. Su tale ultimo documento, pur permanendo ogni termine di inadeguatezza, il comando stesso sta approfondendo lo studio per una definitiva decisione. Quanto alla soppressione del comando della regione militare tosco-emiliana lamentata dall'onorevole Migliori essa rientra nel più ampio progetto di riordinamento dell'esercito nel quadro dei provvedimenti connessi all'attuazione del nuovo modello di difesa. Ciò al fine di adeguare tutte le componenti strutturali, compresa l'organizzazione territoriale, alle più ridotte dimensioni delle forze operative, realizzando così quel recupero di personale e di risorse finanziarie imposto dalla ridotta disponibilità del bilancio della difesa.
Al riguardo si osserva che tale provvedimento, di prevista attuazione nel 1997, è direttamente connesso alla contemporanea costituzione del comando operativo terrestre della forza di intervento rapido e del comando multinazionale Euroform, i quali utilizzeranno le risorse di personale, mezzi, materiali ed infrastrutture del disciolto comando regione. In merito si precisa che i lavori di adeguamento infrastrutturale necessari per consentire la sistemazione, dall'ottobre prossimo venturo, dello stato maggiore permanente dell'Euroform, definiti e finanziati nella legge di bilancio 1996, sono già in corso di realizzazione ed appare indispensabile, in considerazione del rilievo internazionale e delle responsabilità assunte dall'Italia nei confronti dei propri partner (Spagna, Francia e Portogallo) che l'attivazione del comando stesso avvenga nel rigoroso rispetto dei termini con essi concordati.
Si fa presente infine che la soppressione dell'Accademia di sanità militare interforze, che ha sede in Firenze, rientra tra i provvedimenti che saranno programmati in attuazione della delega contenuta nell'articolo 1 della legge 28 dicembre 1995, n.549, nell'ottica di una più efficace ed economica articolazione degli organismi e delle strutture periferiche della difesa.
È comunque previsto che, fino al completamento del ciclo di studi da parte degli attuali frequentatori, conservino validità le norme attualmente in vigore. Le funzioni svolte dalla Accademia di sanità militare interforze saranno attribuite alle accademie militari di forza armata.

PRESIDENTE. L'onorevole Spini ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n.3-00079.

VALDO SPINI. Preciso innanzitutto che la mia interrogazione n.3-00079 riguarda esclusivamente la scuola degli allievi sottufficiali dei carabinieri di Firenze; ed in questo senso, mi dichiaro soddisfatto della risposta fornita dal sottosegretario Rivera, che ringrazio per la tempestività della risposta. La tempestività è stata veramente necessaria, perché in questi giorni si stanno prendendo decisioni in materia. Da questo punto di vista, credo che i fatti siano stati esposti in maniera corretta.
Mi sembra di poter constatare e rilevare che le quattro condizioni poste dalle amministrazioni locali ai carabinieri siano veramente impraticabili. Sottolineo, però, che qui stiamo parlando in sede nazionale e non in sede locale. E proprio perché siamo in sede nazionale, sottolineiamo il fatto che un eventuale trasferimento della parte più consistente della scuola allievi sottufficiali dell'Arma dei carabinieri (tale scuola è oggi dislocata in tre diverse sedi; ma la parte più consistente è rappresentata indubbiamente dalla sede fiorentina) sarebbe uno spreco di risorse per il paese ed interromperebbe un rapporto estremamente positivo con l'università, con le strutture culturali e con un humus esterno che ha fatto da tanti anni preferire Firenze da parte dell'Arma dei carabinieri.
Pur rispettando l'autonomia delle amministrazioni locali (non è certamente questa la sede nella quale possiamo dettare loro delle indicazioni), auspichiamo un loro comportamento collaborativo affinché questa localizzazione a Firenze della scuola allievi sottufficiali non venga interrotta e sia anzi potenziata. Non solo, ma anche perché ci si renda conto fino in


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fondo di quante siano le potenzialità positive per una comunità civile in questo caso quella fiorentina di una presenza di una struttura del genere. I motivi economici e i flussi di reddito che vengono attivati da quella presenza sono banali, ma non lo sono affatto quei benefici indiretti di ordine pubblico che, in un'area travagliata come quella della periferia tra Firenze, Sesto fiorentino, Prato e così via, sarebbero chiaramente indotti dalla presenza di una scuola sottufficiali dei carabinieri.
Abbiamo inteso promuovere questo dibattito perché «l'interfaccia» nazionale fosse chiaro di fronte a chi deve prendere decisioni a livello locale (comunale, provinciale e regionale). Da questo punto di vista, è certo che noi, come parlamentari, non potremo che adoperarci per far avvicinare le posizioni e, nello stesso tempo, per ribadire che da parte del Governo è stato sottolineato con chiarezza che questa «vocazione» di una presenza a Firenze è nelle intenzioni originarie dell'Arma dei carabinieri e che, solo in rapporto ad una eventuale situazione di stallo, l'Arma si è diciamo così adattata a guardarsi attorno e a cercare altre localizzazioni alternative per la scuola.
Queste sono le ragioni per le quali ritengo che il dibattito in corso sia estremamente utile. Sottolineo, tra l'altro, che è in corso, oggi pomeriggio, un dibattito in materia nel consiglio comunale di Firenze. Penso che nei prossimi giorni avranno luogo taluni incontri per affrontare la questione ed auspico, come si diceva un tempo, che «la notte porti consiglio», che le ore di dibattito e di discussione «portino consiglio», che consentano di non interrompere una tradizione estremamente positiva per il nostro paese e che si abbia soprattutto la necessaria considerazione di quanto possa essere positivo il ruolo di una struttura come quella, formativa, che oggi si chiama scuola sottufficiali e che domani se non erro verrà chiamata Accademia dei marescialli dei carabinieri (in questo modo, verrà nobilitata ed accresciuta nella sua funzione sociale e civile).

PRESIDENTE. L'onorevole Migliori ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n.3-00081.

RICCARDO MIGLIORI. Signor Presidente, colleghi, signor rappresentante del Governo, anche a nome dei colleghi Matteoli e Martini coofirmatari della interrogazione n.3-00081, vorrei ringraziare il sottosegretario Rivera per la tempestività della sua risposta.
Pur avendo condiviso molte delle valutazioni testé espresse dal collega Spini, devo dire di non essere d'accordo con le conclusioni alle quali è pervenuto. Mi dichiaro insoddisfatto della risposta fornita dal sottosegretario perché nella nostra interrogazione chiedevamo non solo notizie e quindi, sotto questo profilo, una descrizione dei fatti esaurienti -, ma anche un giudizio del Governo su una situazione di stallo che ormai da sedici anni vede una incertezza decisionale, francamente del tutto incomprensibile.
La realtà dei fatti, al di là dell'autonomia delle amministrazioni locali interessate, è che parte delle forze politiche che fanno parte della maggioranza dell'amministrazione comunale fiorentina sono di fatto contrarie ad una soluzione positiva, di carattere urbanistico ed operativo, della questione in esame. Crediamo che la scuola sottufficiali dell'Arma dei carabinieri sia essenziale in quel territorio, poiché risponde ad un'esigenza, non solo territoriale, non solo di ordine pubblico, ma anche di protezione civile proprio in un'area, come quella toscana, che è da molti anni al centro di eventi calamitosi. Riteniamo, peraltro, che la scuola risponda ad un'esigenza nazionale anche da un punto di vista strategico, stante la centralità territoriale che riveste Firenze, e che siano assolutamente incomprensibili i ritardi, le contraddizioni che artatamente, nel corso di questi lunghi 16 anni, sono derivati dalle indecisioni, dalle indeterminatezze e dalle sostanziali contrarietà che le amministrazioni locali hanno nei fatti manifestato rispetto a questa vicenda.
Tra l'altro nella nostra interrogazione ponevamo una questione di carattere


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generale che riguardava e in proposito ringrazio il sottosegretario della risposta l'abbandono della città di Firenze anche da parte del COMILITER nonché di segmenti significativi della sanità militare. Questo ulteriore abbandono di importanti localizzazioni di carattere militare nella città di Firenze e in Toscana è stato confermato dal sottosegretario ed aggiunge ulteriori preoccupazioni.
Abbiamo preso atto che vi è un'alternativa inerente Perugia e che l'Arma dei carabinieri cerca disperatamente di verificare in termini positivi ciò che invece non può che destare perplessità, sotto il profilo dell'offerta urbanistica ed operativa da parte delle amministrazioni locali rispetto al permanere a Firenze della scuola sottufficiali; ma avremmo voluto da parte del Governo un pronunciamento, un giudizio e non solo una risposta di carattere analitico-descrittivo, sia pure apprezzabile per la tempestività.
Dal punto di vista sostanziale, pertanto, pur apprezzando lo ribadisco la rapidità e l'analiticità della risposta fornita dal sottosegretario, non possiamo che dichiararci insoddisfatti.

PRESIDENTE. Segue l'interrogazione Guidi n.3-00097 (vedi l'allegato A).
Il sottosegretario di Stato per il lavoro e la previdenza sociale ha facoltà di rispondere.

FEDERICA GASPARRINI, Sottosegretario di Stato per il lavoro e la previdenza sociale. Signor Presidente, onorevoli deputati, l'Istituto nazionale della previdenza sociale, interpellato in merito alla problematica sollevata dall'onorevole Guidi nell'interrogazione in discussione, ha fatto presente quanto segue.
L'ONPI è stata soppressa, e posta in liquidazione, in virtù di quanto disposto dall'articolo 1-bis della legge 21 ottobre 1978, n.641, che ha convertito, con modificazioni, il decreto-legge 18 agosto 1978, n.481. In conseguenza della predetta soppressione, il successivo articolo 1-duodecies della citata legge n.641 ha disposto il trasferimento al Ministero del tesoro, a decorrere dal 1^ aprile 1979, dei fondi riscossi dall'INPS e già destinati per legge all'ONPI, ai fini della conseguente ripartizione tra le regioni, per essere poi destinati ai comuni singoli o associati, ai sensi del comma 2 dell'articolo 1 della medesima legge.
Per consentire quanto suddetto, nella tabella D, allegata al decreto del Presidente della Repubblica 9 marzo 1979, concernente trasferimento alle regioni dei beni e del personale della soppressa opera nazionale pensionati d'Italia, sono state poi individuate le percentuali di ripartizione tra le regioni dei fondi di cui trattasi, i quali riguardano sia il contributo di lire 20 mensili, previsto dall'articolo 3 del decreto-legge n.361 del 1948, e successive integrazioni, sia quello, pari all'0,30 per cento dei contributi riscossi dal fondo per l'adeguamento delle pensioni di cui all'articolo 36, comma 1, della legge n.218 del 1952 e successive integrazioni.
Il Ministero del tesoro, interessato sull'argomento, ha pertanto chiarito che, sulla base della sopra richiamata normativa, a decorrere dall'anno 1979, nello stato di previsione dell'entrata del bilancio dello Stato è stato istituito il capitolo n.3355 nel quale sono affluiti i versamenti effettuati dall'INPS per il titolo in questione.
Con particolare riferimento al periodo compreso fra il 1^ aprile 1979 ed il 31 dicembre 1988, le somme versate al predetto capitolo dell'entrata sono state ripartite fra le regioni, sulla base delle percentuali di attribuzione come sopra individuate, e successivamente riassegnate con appositi decreti ministeriali al capitolo 5937 dello stato di previsione del Ministero del tesoro, per la conseguente erogazione alle regioni.
A tale riguardo occorre precisare che le quote attribuite alle regioni a statuto ordinario sono state erogate integralmente alle medesime per il finanziamento delle funzioni trasferite. Le quote afferenti alle regioni a statuto speciale, sempre con riferimento al medesimo lasso di tempo, tenuto conto che in tali regioni le funzioni di cui trattasi venivano inizialmente esercitate


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dall'ufficio stralcio ex articolo 119 del decreto del Presidente della Repubblica n.616, del 1977, sono state in parte riversate al capitolo 3349 dell'entrata all'uopo istituito, per assicurare il finanziamento del predetto ufficio fino a quando le regioni medesime non hanno provveduto a disciplinare la materia anche dal punto di vista finanziario, nell'ambito delle rispettive norme di attuazione degli statuti speciali.
In particolare, le regioni Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna hanno previsto il finanziamento delle funzioni relative agli enti soppressi, ivi compreso l'ONPI, a carico dei rispettivi bilanci regionali e pertanto le corrispondenti quote di pertinenza sono rimaste acquisite all'originario capitolo dell'entrata del bilancio statale, senza peraltro dar luogo ad alcuna riassegnazione dal lato spesa.
Per quanto concerne invece la Sicilia, occorre evidenziare che tale regione ha disciplinato con decreto del Presidente della Repubblica 13 maggio 1985, n.245, il trasferimento delle competenze del patrimonio e del personale degli enti pubblici soppressi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n.616 del 1977, in conseguenza del quale lo Stato ha continuato ad assicurare i necessari finanziamenti al riguardo.
A decorrere dal 1^ gennaio 1989, le somme versate al già citato capitolo 3355, per la parte spettante alle regioni a statuto ordinario, sono rimaste acquisite al bilancio dello Stato, ai sensi delle seguenti norme: articolo 1, comma 4, della legge n.40 del 1989 per l'anno 1989; articolo 17, comma 3, della legge n.38 del 1990 per l'anno 1990; articolo 10, comma 2, della legge n.407 del 1990 per l'anno 1991; articolo 5, comma 3, della legge n.415 del 1991 per l'anno 1992; articolo 4, comma 4, della legge n.500 del 1992 per l'anno 1993 e seguenti.
A decorrere dalla medesima data, il finanziamento delle funzioni ex ONPI in favore delle regioni a statuto ordinario è stato assicurato nell'ambito della determinazione del fondo comune regionale, ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della citata legge n.40 del 1989. Relativamente alla regione Sicilia, invece, i trasferimenti di cui trattasi sono cessati a far tempo dal 1^ gennaio 1993, ai sensi dell'articolo 4, comma 3, della legge n.500 del 1992.
Al di là dei sopra richiamati elementi informativi di carattere finanziario, ogni altra questione attinente l'utilizzo delle somme erogate, nonché il conseguente beneficio per i destinatari finali, attiene alla specifica competenza delle regioni, a cui, in base alla normativa sopra richiamata, sono state trasferite le funzioni relative alla soppressa Opera nazionale pensionati italiani.
Spero di aver dato risposta esauriente all'interrogazione e comunque rimango a disposizione.

PRESIDENTE. L'onorevole Guidi ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n.3-00097.

ANTONIO GUIDI. Mi dispiace intervenire a quest'ora. Entrerò nel merito della questione, riservandomi poi di esporre non voglio però terrorizzare nessuno una considerazione personale.
Ringrazio in primo luogo il sottosegretario per la rapidità ed il carattere dettagliato della risposta fornita. Da questo punto di vista mi dichiaro quindi molto soddisfatto, anche perché spesso le interrogazioni non vengono neanche prese in considerazione, oppure con molto ritardo. Quindi, sia la puntualità sia la rapidità della risposta mi fanno dichiarare completamente soddisfatto. Sono invece meno soddisfatto nel merito, ma ciò non intacca affatto la risposta del sottosegretario, la quale ha detto con molta chiarezza che quella risposta è stata data dall'INPS; non esprime quindi l'indirizzo politico del sottosegretario, ma è una risposta della burocrazia dello Stato, appunto dell'INPS.
Da questo punto di vista, anche per l'esperienza vissuta accanto alle famiglie, mi sembra si verifichi il solito teorema: piccolissimi prelievi alle famiglie (soprattutto quelle che non possono sfuggire ai prelievi; altre lo sappiamo bene evadono e


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quindi la penalizzazione ricade sempre sulle famiglie e sulle persone più trasparenti ed oneste) rappresentano poi l'«incameramento» mi si scusi il termine non certo molto giustificabile lessicalmente di cifre consistenti che poi la burocrazia, per una volontà non certo perversa, ma insita nella burocrazia stessa, ridisperde.
Ciò significa che grosse cifre come quella indicata (oltre 200 miliardi) che potevano essere impiegate per una sola funzione, con una destinazione d'uso (ad esempio, il sostegno a persone in difficoltà o per la prima casa di giovani coppie) chiara, limpida ed anche coraggiosa, ancora una volta, come in moltissime circostanze, si disperdono nella determinazione di un regionalismo che accetto come funzione, ma non in questo caso come dispersione di risorse; ciò molto spesso ha come effetto che la burocrazia ridivide lo stock economico per finanziare se stessa.
Quante volte grandi cifre che a livello nazionale potrebbero risolvere almeno un problema, di fatto vengono redistribuite sul territorio e servono a finanziare chi dovrebbe vigilare? È un vecchio problema italiano e, purtroppo, dobbiamo sottostarvi.
Sono quindi soddisfatto della risposta dal punto di vista politico; non sono soddisfatto dal punto di vista della burocrazia dell'INPS, e questo non posso non rimarcarlo.
Vorrei svolgere un'ultima considerazione e chiedo scusa al Presidente. Ancora una volta le interpellanze e le interrogazioni che dovrebbero essere linfa vitale del Parlamento perché permettono davvero di fare politica nel senso più trasversale e nobile del termine vedono l'aula vuota. L'interlocuzione tra parlamentari e Governo, che è sempre fruttuosa, trova spesso (quando non si vota o non si verifica una situazione di conflittualità, ma solo la voglia di chiarirsi reciprocamente) pochissime persone disponibili: stasera sono presenti solo tre parlamentari!
Questo, secondo me, è un segnale molto triste dei tempi non solo recenti ma anche antichi. Credo invece che le interpellanze e le interrogazioni siano un grande segno di democrazia quando non sono espressione di un localismo eccessivo, come purtroppo ancora accade. Però, su questo punto non posso esprimermi io; è una vecchia ed annosa questione!
Detto ciò, ringrazio il sottosegretario per la puntualità e il Presidente e i colleghi per la pazienza dimostrata.

PRESIDENTE. Vecchia ed annosa questione ha detto bene alla quale si tenta di porre rimedio, ma con grande difficoltà, come può vedere da questa seduta.
È così esaurito lo svolgimento della interpellanza e delle interrogazioni all'ordine del giorno.

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