XII COMMISSIONE
AFFARI SOCIALI

INDAGINE CONOSCITIVA
SULLA CHIUSURA DEGLI OSPEDALI PSICHIATRICI


Seduta di mercoledý 16 luglio 1997


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La seduta comincia alle 9.55.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Esame e approvazione del documento conclusivo.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla chiusura degli ospedali psichiatrici, l'esame della proposta di documento conclusivo.
Desidero preliminarmente precisare che, secondo quanto già convenuto tra i gruppi, l'esame della proposta di documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sulla chiusura degli ospedali psichiatrici non conclude l'attività della Commissione su questo tema: in primo luogo, infatti, si è previsto di presentare pubblicamente i risultati dell'indagine allo scopo di diffondere le conoscenze relative alla situazione dei residui manicomiali; in secondo luogo, l'ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi ha già valutato positivamente l'ipotesi di costituire un comitato permanente per proseguire il lavoro di monitoraggio del processo di chiusura, avviato con l'indagine.
Do la parola al relatore, onorevole Lumia.

GIUSEPPE LUMIA, Relatore. Desidero anzitutto ringraziare la presidente perché con il suo intervento ha ulteriormente confermato come la Commissione stia prendendo sul serio il problema della chiusura degli ospedali psichiatrici. Del resto, credo sia inutile ricordare come abbia già dimostrato una fortissima sensibilità, nonché una capacità di lavoro corale che ha visto integrarsi culture diverse raggiungendo, al contempo, obiettivi comuni di grande aiuto per individuare il percorso tracciato adesso dalla presidente. Ritengo che tutto ciò ci abbia messo e ci ponga nelle migliori condizioni per far sì che il Parlamento, il Governo e le altre istituzioni interessate, dalle aziende sanitarie alle regioni, dalle associazioni di volontariato agli operatori pubblici che lavorano in questo campo, possano trovare, a differenza di quanto accaduto finora, quel contesto favorevole che consenta realmente di chiudere un capitolo, spesso triste, e di aprire una nuova fase della storia della psichiatria e del disagio mentale nel nostro paese.
Credo che tutti i commissari abbiano sotto gli occhi la proposta di documento conclusivo che mi accingo ad illustrare, per cui hanno la possibilità di valutarla e, eventualmente, di suggerire eventuali proposte di modifica. Quindi, possiamo discuterne insieme augurandoci di concludere questa prima, importante tappa del nostro lavoro.
Vorrei altresì sottolineare che questo documento è il frutto di un lavoro in comune, tant'è che ognuno dei colleghi può ritrovarvi parti su cui aveva posto l'accento in base alla propria sensibilità. Ripeto, ognuno di noi ha contribuito alla stesura di questo documento in cui sono riportate le sensibilità fortissime che in questi mesi si sono espresse sulla chiusura degli ospedali psichiatrici, a proposito dei quali credo che insieme abbiamo squarciato la storia non ufficiale che li ha caratterizzati; una storia non ufficiale triste e violenta per la maggior parte delle persone


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che per tanti anni hanno vissuto all'interno di queste strutture.
Non è un caso che nel nostro paese non si conosca bene, da quando è entrata in vigore la legge n. 180 del 1978, quante persone abbiano lasciato gli ospedali psichiatrici, che fine abbiano fatto, per quali cause siano morte, quali percorsi riabilitativi abbiano seguito, che tipo di abbandono o di violenza abbiano conosciuto in seguito. Né sappiamo, per citare gli elementi in positivo, quali innovazioni, quali terapie coraggiose, quali ricollocazioni sociali, quali inserimenti famigliari, affettivi e lavorativi abbiano potuto conoscere.
Ci siamo mossi all'interno di questa storia non ufficiale, dove non avevamo a disposizione dati uniformi, elementi conoscitivi certi e strutturali. Ci siamo mossi nell'ambito di un contesto molto difficile, dove abbiamo conosciuto silenzi, ipocrisie, contraddizioni ed anche storie straordinarie di grande coraggio ed innovazione per quanto riguarda sia gli operatori sia gli stessi degenti. Il più delle volte si è tratto di storie isolate per poche realtà territoriali ed abbiamo constatato che il nostro paese su questo punto è - ahimè - unificato nei grandi ritardi, nelle grandi violenze, come nelle piccole e scollegate innovazioni. Dal nord al sud abbiamo conosciuto realtà simili trasversali di tristezza e di speranza.
Vorrei invitare tutti i colleghi a riflettere insieme su ciò che rientra nell'ambito della nostra indagine conoscitiva per non concluderla all'italiana, cioè secondo quel proverbio per cui si deve guardare avanti e scordare il passato. Non è così, dobbiamo concludere con dignità, avendo alle nostre spalle migliaia di malati; dobbiamo fare in modo che essi non diventino i tanti desaparecido della nostra civiltà e democrazia. Dobbiamo concludere a testa alta, con uno scatto di orgoglio intelligente; il Parlamento deve fare questo per le vittime, per i famigliari ed anche per la nostra stessa dignità, che vogliamo arricchire e rilanciare nei processi di innovazione della democrazia per i prossimi anni e per le future generazioni.
Dobbiamo quindi concludere bene il nostro lavoro, accertare quale sia stata la fine di tanti pazienti e cosa sia avvenuto negli ultimi anni: il paese deve conoscere la situazione, avere un quadro dettagliato e chiaro di ciò che è accaduto ed ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Mi riferisco sia a responsabilità primarie e di alto livello delle istituzioni, sia ad altri tipi di responsabilità, apparentemente secondarie, concernenti la vita della nostra cosiddetta società civile, anch'essa chiamata a sapere, a conoscere e a capire dove sia stata inadempiente, reticente e, in qualche caso, collusa, senza neanche saperlo, con le più gravi e forti responsabilità delle istituzioni.
Attraverso questa opera di ricognizione intelligente e di memoria che si essenzializza, ma che, nello stesso tempo, è anche giudizio e responsabilità, bisogna avere la capacità di impostare, in termini molto progettuali, la nuova sfida. Bisogna saper dimostrare che il futuro non è fatto di improvvisazione, di un procedere scoordinato, ma della capacità meticolosa e puntuale di organizzare bene le strutture alternative e le innovazioni nel campo degli interventi sia del privato sociale sia delle strutture pubbliche. È necessario altresì organizzare al meglio la responsabilità delle regioni, delle aziende, dei dipartimenti di salute mentale, favorendo l'integrazione con il privato sociale ed il coinvolgimento delle famiglie.
Dobbiamo dimostrare al paese che anche nella politica vi è la capacità di diventare voce e rappresentanza di un dolore che deve finalmente poter essere comunicato e non contenuto dentro le mura di nuovi ospedali psichiatrici (che potrebbero essere, sotto altre denominazioni, mantenuti in vita), oppure all'interno delle mura domestiche, dove i soggetti rimangono ancora una volta schiacciati dalla propria condizione. Queste persone vivono, nel cuore e nella mente, che è l'aspetto più importante, la beffa di una speranza tradita e non l'occasione per abituarsi a nu


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trirsi, a vestirsi, ad uscire di casa e ad avere rapporti di amicizia e di lavoro. Quelle persone, invece, che non sono autosufficienti, bisogna aiutarle a vivere rapporti riabilitativi e di recupero della propria condizione fisico-culturale e mentale. Per molti pazienti, visto che tanti di essi hanno un'età avanzata, si tratta di poter concludere la propria vita in modo civile, ossia morire come tutte le persone normali, e non versare in uno stato di abbandono a causa della beffa che spesso la vita tragicamente gioca a chi ha tanto sofferto e non ha potuto trovare nella politica un punto di riferimento dignitoso ed alto.

PRESIDENTE. Ringrazio il relatore per il lavoro svolto, che presenta una sua organicità, nonché gli uffici, i quali, come sempre, hanno fornito un contributo straordinario; mi pare che in questa occasione se ne veda davvero il frutto. Con i dati forniti dalle regioni, con le nostre visite e con la passione che ha animato il relatore ed i colleghi che hanno seguito più assiduamente l'indagine conoscitiva, siamo riusciti ad elaborare un documento che potrà suscitare l'attenzione da parte di tutti.
Do ora la parola ai colleghi che intendano intervenire.

GIACOMO BAIAMONTE. Rivolgo i miei complimenti al relatore per le osservazioni formulate e per il lavoro svolto, che ci trova perfettamente d'accordo, per cui condivido appieno il contenuto della proposta di documento conclusivo.

NICOLA CARLESI. Esprimo la soddisfazione del gruppo di alleanza nazionale e mia personale per il documento che il collega Lumia ha elaborato, ritengo, insieme ai funzionari della nostra Commissione. Credo, come diceva il presidente, che il nostro sia un arrivo ma che debba anche essere, necessariamente, un punto di partenza. Ci siamo infatti resi conto (lo sapevamo, ma attraverso l'indagine svolta in questi ultimi mesi ne siamo divenuti ancor più consapevoli) che il problema della psichiatria in Italia non è rappresentato solo ed esclusivamente dalla chiusura del manicomio, perché ad essa si collega la necessità di garantire livelli adeguati di assistenza ai malati. È pur vero - e l'abbiamo constatato - che su tutto il territorio nazionale (al di là di alcune realtà encomiabili dal punto di vista della chiusura degli istituti manicomiali e dell'attuazione della legge e dei progetti-obiettivo), senza differenze tra nord e sud, il problema della chiusura non è ancora risolto e quello della psichiatria non è stato affrontato adeguatamente. Tuttavia, al di là delle situazioni che tutti hanno potuto constatare e che vengono giustamente denunciate nel documento, rappresentate da sacche di incivile e colpevole trascuratezza rispetto all'applicazione della legge e alla chiusura dei manicomi, dobbiamo affermare fortemente che comunque tale chiusura non ha risolto e non può risolvere i problemi della follia.
Se ritenessimo il contrario, ci muoveremmo nella stessa logica con la quale è stato costruito il manicomio, che era stato ideato - al di là del momento storico - nella presunzione di risolvere tutti i problemi della malattia mentale all'interno di questa struttura, come se le risposte alla follia potessero essere date solo ed unicamente in un senso, quello della struttura manicomiale. Sbaglieremmo se pensassimo per un attimo che la chiusura del manicomio ha risolto i problemi della follia. È necessario, viceversa - ed è più difficile - fornire una diversità di risposte, di servizi, integrati o meno integrati, per cominciare a risolvere i problemi pratici e teorici della follia.
Condivido pienamente il documento predisposto. Tuttavia l'attività che la Commissione ed il Parlamento debbono ancora svolgere rispetto al problema della psichiatria è enorme, perché al di là dell'aver rilevato gli aspetti umani del problema della chiusura, la cosa devastante, che credo abbia colpito tutti fin dall'inizio della nostra indagine, è stata la mancanza dei dati di un sia pur minimo monitoraggio, relativo non solo al destino dei pazienti dal momento della chiusura dell'o


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spedale psichiatrico, o comunque da quando si è messo in moto il meccanismo, fino ad oggi, ma addirittura al numero dei posti letto, al numero dei pazienti all'interno delle strutture. È il famoso discorso del paziente che diventa ospite e che confonde fatalmente le carte, che nei fatti mette in difficoltà la programmazione di un'azione relativa alle strutture intermedie, alle strutture residenziali. In mancanza di questi dati non si può infatti operare una programmazione adeguata.
È dunque necessario sollecitare un monitoraggio del fenomeno della chiusura dei manicomi, senza mai perdere di vista, nel contempo, l'obiettivo dell'assistenza psichiatrica territoriale, decentrandola il più possibile a livello regionale, partendo dalle indicazioni contenute nella legge finanziaria, e contestualmente cogliere l'occasione per verificare finalmente quali sono i bisogni sul territorio. Leggevo proprio ieri come il problema del disturbo mentale sia di enorme incidenza: secondo le statistiche, in un anno le persone che possono ammalarsi di un disturbo psichico sono circa il 40 per cento rispetto alla popolazione. Ciò significa che in Italia in un anno circa 10 milioni di soggetti rischiano di avere un disturbo psichico. Come Commissione e come Parlamento dobbiamo quindi farci carico della grave incidenza di questo problema del disturbo mentale, perché solo risposte adeguate sul territorio possono essere significative dal punto di vista del miglioramento della qualità della vita dei cittadini.
Vi sono delle incongruenze rispetto ai dati forniti e le risposte che sono state date fino ad oggi sono assolutamente inefficaci: basti pensare che il numero delle ore dell'insegnamento di psichiatria è stato ridotto in tutte le università nonostante sia a tutti noto che nella formazione del medico di base - non dico quindi dello specialista - è di fondamentale importanza il riconoscimento del disturbo psichico per potere mettere in atto la prevenzione, che esiste, che può essere fatta, che rappresenta un capitolo enorme che, purtroppo, in Italia non è stato adeguatamente affrontato.
Rispetto alle carenze della prevenzione sappiamo anche che il trattamento delle situazioni di acuzie del nuovo malato mentale non è adeguatamente considerato, perché in Italia mancano più di duemila posti letto per acuti, e questa mancanza è ancora più rilevante nelle strutture residenziali e semiresidenziali.
Anche il problema dalla riabilitazione deve essere affrontato seriamente in tutti i suoi aspetti, i quali non possono essere solo ed unicamente, come abbiamo visto con i nostri occhi, quelli della riconversione di strutture dove la riabilitazione non si farà mai perché manca anche la capacità professionale per realizzarla, per cui rappresentano solo la scorciatoia che le regioni e le aziende sanitarie hanno imboccato per evitare le sanzioni e quant'altro abbiamo previsto nella legge finanziaria. Queste iniziative, pertanto, non affrontano minimamente il problema della chiusura dell'ospedale psichiatrico perché tendono a riprodurre in una struttura più piccola, migliore solo dal punto di vista dei servizi e della pulizia, la stessa logica manicomiale anziché quella della personalizzazione del percorso riabilitativo. È questo il rischio che corriamo, per cui la situazione deve essere costantemente monitorata e controllata, perché con questo espediente le regioni e le aziende rischiano di fare del male non solo al paziente che deve essere trasferito dall'ospedale psichiatrico alle nuove strutture ma anche alla nuova utenza, in quanto si perpetua la logica dell'istituzione chiusa e della mancanza di integrazione del trattamento con le strutture territoriali aperte. Quindi, si causerebbe un danno non solo a chi già ne ha avuti tanti ma anche a coloro che dovranno essere sottoposti a trattamenti riabilitativi come nuovi pazienti.
Dunque, in questo campo sono ancora moltissime le cose che devono essere fatte e modificate. Credo che come Commissione ci siamo assunti in maniera precisa la responsabilità di dare segnali forti affinché in Italia si possa garantire veramente


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un'assistenza adeguata in senso psichiatrico, partendo dalla chiusura del manicomio, però convinti che il problema non è solo questo ma anche quello di garantire sul territorio livelli assistenziali di grado più alto per la nuova utenza psichiatrica.
Rispetto alla proposta di documento conclusivo, credo che un altro problema da affrontare ancor più seriamente sia quello degli ospedali psichiatrici giudiziari. Invece, in merito alla proposta di istituire un comitato permanente, il mio parere è positivo, come lo è a proposito di una iniziativa da assumere non solo per informare il Parlamento di ciò che si sta facendo ma anche per portare a conoscenza della gente l'attenzione con la quale la Commissione e il Parlamento stesso si pongono dinanzi al problema.
Sottolineo infine l'opportunità di evidenziare, nella proposta di documento conclusivo in esame, l'esigenza di evitare il ricorso all'abuso di farmaci, oltre che all'elettrochoc. Credo infatti che sia giusto, al di là delle polemiche sulla terapia fisica e sull'abuso che ne è stato fatto per tanti anni, mettere sullo stesso piano, in maniera corretta dal punto di vista scientifico, i rischi del farmaco e dell'elettrochoc, essendo esattamente gli stessi.

GIUSEPPE LUMIA, Relatore. Sono d'accordo.

PIERGIORGIO MASSIDDA. Voglio anch'io associarmi ai complimenti rivolti al relatore per il lavoro svolto. Ma credo che essi vadano estesi a tutti i colleghi della Camera e del Senato che fin qui hanno partecipato ai lavori e che dovranno farlo sempre più, stante il fine che ci proponiamo e che è stato ribadito da tutti i colleghi intervenuti nel dibattito.
È giusto riconoscerci dei meriti e una certa sensibilità ed è anche giusto sottolineare, come si fa in un documento, che il Ministero della sanità da sempre non si è contraddistinto con un ruolo positivo e che solo di recente è stato avviato un graduale e studiato cambiamento. Però parto dal presupposto che oltre a noi una certa sensibilità è stata dimostrata anche dagli enti locali, i quali, come abbiamo visto, avevano difficoltà enormi. Ricordo anche che un discorso su questa specifica problematica fu iniziato con il ministro Costa, ma non ci fu la possibilità di approfondirlo. Non lo dico per evidenziare chi sia stato più o meno bravo ma perché vorrei che anche tra di noi partissimo dal presupposto che stiamo compiendo il nostro dovere, e che la stessa cosa sta facendo il ministero, a parte la maggiore o minore sensibilità dimostrata. In pratica, credo che «bravo» dovremo dirlo quando questa povera gente avrà veramente trovato una soluzione ai suoi problemi.
Noi dobbiamo essere stimolati a lavorare e a metterci in discussione. Non vorrei, infatti, che si cadesse nell'errore in cui a volte si è caduti in passato, cioè che il fatto di documentarsi induca a ritenere che si sia capito tutto e che, quindi, sia stata trovata la bacchetta magica per risolvere i problemi. I problemi si risolvono lavorando giorno per giorno e camminando lungo la strada intrapresa, che è sicuramente quella giusta; l'importante è non abbassare la guardia su un problema così serio e mantenere in vita il comitato permanente: su questa proposta esprimo la mia massima convinzione.
Non mi soffermo sui singoli passaggi della relazione, perché chi mi ha preceduto ha svolto considerazioni che condivido quasi totalmente, così come condivido le affermazioni del relatore. Ci tengo invece a sottolineare lo spirito che ci ha guidato, che non deve cambiare e che dobbiamo cercare di mantenere. Del resto, l'esperienza maturata ci pone di fronte a dubbi e ci dà stimoli per non abbassare la guardia.
Mi è capitato di notare, in alcune realtà, situazioni valutate come positive, che poi si sono rivelate negative. Sono a conoscenza, per citare un caso, di alcune case-famiglia, presentate come esempio di grande capacità ed unità, che si sono dissolte con grandi problemi (appartamenti distrutti, persone che hanno peggiorato il proprio stato psichico quando avevano in


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vece trovato una stabilità ed un equilibrio).
Con i cambiamenti che si prevedono, potranno sorgere vari problemi; sappiamo che vi sono nuove urgenze e che la nostra società, per il prevedibile tipo di sviluppo che si realizzerà, è sempre più esposta all'insorgenza di turbe e a modifiche delle turbe stesse. Per contrastarle non esiste un'arma, ma tante armi; per combatterle ci vuole un arsenale, avendo la capacità ogni giorni di rimettersi in discussione.
Per queste ragioni condivido tutte le proposte avanzate e nei futuri documenti dobbiamo avere il coraggio, se possibile con umiltà, di deliberare una volta concluso l'esame, non prima per non fare torto né al presente né al passato. Devo dire che anch'io, facendo politica, per la mia età ed il mio carattere, ho dovuto riconsiderare alcune valutazioni del passato.
Non credo che la sensibilità che abbiamo dimostrato vi sia solo oggi e che domani non vi sarà più; probabilmente si sono create, nella nostra Commissione, le condizioni per affrontare il problema, ma lo sforzo, evidentemente, è stato compiuto da tutti, quindi non guastiamolo con votazioni, con valutazioni o con crediti, prima ancora di aver concluso il lavoro.
Desidero esprimere al relatore l'apprezzamento di tutti i colleghi del mio gruppo per aver dimostrato grande sensibilità e rivolgo analogo ringraziamento ai colleghi che hanno partecipato ai lavori. Manifestiamo la nostra totale disponibilità per le iniziative prospettate dal presidente per cominciare ad uscire dall'ambito parlamentare, perché dell'argomento di cui discutiamo, che non interessa solo la nostra Commissione, dovrebbero occuparsi i due rami del Parlamento per poter svolgere veramente un lavoro congiunto e di squadra tra tutte le istituzioni del paese.
Come ha sottolineato il relatore, il passaggio di strutture alle varie ASL creerà alcuni problemi. Faccio un esempio banale, ma una delle grandi questioni che si sta ponendo è la divisione di alcune ASL tra più regioni. Accade che alcune ASL di determinate città, dove sono concentrati i malati di mente, debbano sopportare il lavoro e le problematiche di tutto il territorio. Questo problema deve essere affrontato oggi per ritrovare un equilibrio, soprattutto in considerazione del fatto che le case-famiglia devono essere distribuite nel territorio il più vicino possibile alle radici dei pazienti. Vorrei che i colleghi riflettessero sulla questione del decentramento, che si renderà necessario anche per contenere i costi di alcune strutture che abbiamo previsto di allestire. È certo che l'istituzione di una casa-famiglia o di altre strutture similari a Roma non può avere gli stessi costi di centri allestiti altrove, dove i servizi possono essere prestati a condizioni più accessibili, qualitativamente migliori e a minor costo.
Vorrei che il problema di cui ci stiamo occupando non venisse accantonato e a tal fine potremmo anche prevedere delle tappe, come per esempio lo svolgimento a settembre di una conferenza dove discutere, insieme ai colleghi del Senato, dello sviluppo dei nostri incontri proprio per far capire che il lavoro finora svolto non è stato semplicemente teorico ma anche pratico e di grandi prospettive.

ANTONIO GUIDI. Quando si esprimono ringraziamenti, se da una parte si ottempera ad un dovere, dall'altro si corre il rischio di una celebrazione, come se si concludesse una fase.
Anch'io ringrazio il presidente, il relatore, i commissari e, se permettete, anche i funzionari della Commissione, che non sono stati ancora ringraziati, per il grande lavoro che hanno svolto.
Il mio non è il ringraziamento che si esprime al termine di un lavoro ma la rappresentazione, non dico autogratificante, perché sul dolore non ci si può gratificare in nessun momento, della soddisfazione per il fatto che su un punto importante come quello del dramma degli ospedali psichiatrici, che nelle precedenti legislature aveva provocato anche profonde divisioni ideologiche, ci siamo trovati uniti. Il mio ringraziamento, quindi, è di sostanza e di contenuto, non solamente formale.


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Detto questo, devo aggiungere che la grande novità del lavoro svolto dalla Commissione e della proposta di documento conclusivo davvero condivisibile dell'onorevole Lumia, che ringrazio nuovamente, è quella di concentrare l'attenzione su un fatto nuovo, che deve essere sottolineato. In genere erano le forze esterne che stimolavano Commissioni parlamentari sonnolente (e su questo mi sentirei di esprimere un giudizio), ministri e ministeri ondivaghi, spesso assenti. Se un ministro deve essere ringraziato, questo è quello che ha gestito la legge n. 180 tanti anni fa, perché è l'unico che ha avuto il coraggio di assumersi una grande responsabilità. Ricordo infatti, come operatore psichiatrico, le estremizzazioni cui diede luogo quella sacrosanta legge nel mondo sia della medicina sia della cultura, purtroppo quasi assente.
Ora vi è stata una inversione di tendenza, perché una Commissione parlamentare, grazie alla spinta forte del suo presidente, si è autoassunta la responsabilità di farsi carico di un problema di cui in fondo è parte. Non dico che è stato un atto di un'autoaccusa, ma certo un addossarsi responsabilità che non credo abbia precedenti nella storia dei nostri giorni. Dico questo perché se il nostro compito si esaurisse in una relazione torneremmo all'ordinarietà. La straordinarietà di questa iniziativa è che non si tratta di un'iniziativa comoda. Quello che noi proponiamo è scomodo; può essere non capito, può essere non condiviso, perché nell'ambito dell'emarginazione di persone con difficoltà psichiche gira tutto un mondo di sottocultura, di rifiuto della diversità, di strumentalizzazioni e - perché no - di malaffare. A fronte dei mezzi di comunicazione di massa da un lato e dell'opinione comune della gente insoddisfatta dall'altro (pensiamo alle famiglie lasciate così sole), ed anche di chi, constatando le inadempienze, afferma che forse era meglio quando era peggio, noi ci poniamo un compito futuro che non sarà facile e che forse non provocherà nemmeno consenso; ma per fortuna, una volta tanto, una Commissione non cerca il consenso del proporre, cerca magari la sfida del fare o del proporre di fare. Ci siamo assunti un compito scomodo e difficile, di pungolo verso l'esterno, dal ministero alle regioni, ma anche di autostimolo interno, perché in qualcuno di noi in un momento politico particolare potrebbe di nuovo comparire il vizietto di strumentalizzare o di censurare. Ricordo che quando si parlava di elettrochoc qualcuno disse «non facciamo guerre di religione». Ogni tanto riemergono questi egoismi di parte, che per ora non ci appartengono. Il documento è la prima tappa di un percorso che forse non avrà fine in questa legislatura, ma ce ne assumeremo tutte le responsabilità; il nostro è un compito, ripeto, non di consenso ma di stimolo esterno e di autostimolo interno. Spero che non si divida quello che con tanta difficoltà, nel dolore, nella sofferenza e nella responsabilità, si è unito.
Detto questo, mi sembra che il primo punto importante dell'indagine, se ve ne fosse ancora bisogno, sia stato la messa a fuoco dell'ignominia, dell'ingiustizia sociale, ma anche della non scientificità della manicomializzazione. Mentre quando è nata la legge n. 180 si parlava soprattutto di ingiustizia sociale (e vi assicuro che era un'istanza forte che ha provocato ricadute anche sul discorso della psichiatria, anzi forse i frutti migliori sono proprio all'esterno, perché purtroppo all'interno, a parte Colorno, si è mosso poco), credo che adesso anche chi era scettico ad arrivare agli ambulatori non possa non riconoscere che l'ospedale psichiatrico fa male. Fa male a chi ci vive dentro come recluso, fa male a chi ci lavora, perché perde professionalità anche in questo conflitto di amore-odio di cui abbiamo parlato l'altra volta (spesso abbiamo all'interno storie affascinanti ed eroiche, che tuttavia non assolvono l'ospedale psichiatrico), ma fa male anche all'esterno, in quanto dà alle persone cosiddette normali l'illusione che il manicomio in fondo può ancora avere una sua validità. Questa indagine ha chiarito, se ve ne fosse bisogno,


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l'ignominia della sua esistenza, il suo ruolo di controllo sociale: mi permetto di ricordare che poco dopo la nascita dei manicomi in Italia, i primi ad andarci dentro furono le donne e i disoccupati, e questo la dice lunga.
A cosa ci troviamo di fronte? L'hanno già detto i commissari e so che anche il presidente potrebbe aggiungere qualcosa in proposito. Il primo dato è la sofferenza, la sofferenza ingiustificata. È lo stesso discorso del carcere: si può essere d'accordo sul carcere, ma alcune sofferenze all'interno della realtà carceraria (il sovraffollamento, la mancanza di strumenti), che vorremmo superata con delle alternative, aggiungono alla pena comminata dal giudice - giustamente o meno - una pena aggiuntiva che la legge non prevede, una serie di sofferenze ingiustificate e ingiustificabili. Questo avviene anche negli ospedali psichiatrici. Quindi la prima dimensione è quella di una sofferenza indicibile ed eterna, della quale il letto di contenzione era un simbolo, mentre oggi vi possono essere altri simboli di cui parlerò.
La seconda dimensione è l'imponderabilità: nessuno sa quanto c'è, nessuno sa che fine hanno fatto, nessuno sa quante dimissioni sono dovute a morte. Nello splendido film Matti da slegare, che rimane ancora un punto di riferimento importante (la congiunzione tra il regista Silvano Agosti e l'assessore Mario Tomassini ha fatto più di tantissimi interventi anche nostri) si vedeva una cosa importante: un cimitero accanto alla struttura psichiatrica. Mi sembra che questo la dica lunga.
Non sta a me denunciare l'abominio degli ospedali psichiatrici, perché la Commissione ha introiettato questa dimensione. Il nostro compito è quello, se possibile, di rinforzare, di integrare il documento ed io fornirò alcuni suggerimenti in tal senso. Ma prima di ciò, ringraziando ancora il relatore, mi permetto di mettere in luce non un difetto (perché era fisiologico che così fosse) ma il fatto che la Commissione abbia introiettato come un buco nero tutte le notizie e le audizioni dall'esterno all'interno. Rischiamo di diventare un imbuto: noi ci arricchiamo di sofferenze e di ingiustizie, ma l'esterno?
Penso quindi che quello che abbiamo assorbito dobbiamo ridarlo, utilizzando convegni ed incontri e lo stesso Centro per l'editoria presso la Presidenza del Consiglio. Occorre convocare una conferenza solenne, nazionale, che sancisca, nella divisione politica, l'unità di intenti in direzione della frantumazione degli ospedali psichiatrici e soprattutto che metta in evidenza due aspetti: il rischio della costruzione dei microcomi, anche composti da una sola persona ma introiettanti lo stesso carico istituzionale, e, contemporaneamente, la fragilità di questa società.
È vero, in una società che poco sopporta l'inefficiente, la diversità, il non adeguarsi alla mitologia del super, moltissime persone sono esposte al rischio di entrare nelle segrete del manicomio che cambia nome o anche nei centri di diagnosi e cura degli ospedali psichiatrici, i quali attivano un turn over di malattia mentale che ripropone, persino in peggio, perché meno controllabile, perché con meno spazi e con operatori ancora più dequalificati e sfiduciati, lo stesso percorso del manicomio.
Detto questo, dico sì ad una conferenza nazionale ma anche a conferenze regionali portate avanti con estrema fermezza e durezza anche rispetto a noi, perché a livello locale ognuno di noi ha una storia che forse può essere contraddittoria, antinomica a ciò che oggi dice in una sede come questa. Quindi, bisogna esporsi con tutto il carico delle proprie responsabilità, perché sulla psichiatria si gioca una parte importante della libertà di un paese.
Mi permetto anch'io di sottolineare, come ha fatto il collega Carlesi, alcuni punti importanti: anzitutto, la necessità di accentuare con più forza sia il cenno sugli ospedali psichiatrici giudiziari, dichiarati incostituzionali, in questa sede, dal defunto direttore Coiro, sia la condanna dell'elettrochoc e dell'abuso dei farmaci, con particolare riferimento ai farmaci retard, i quali, soprattutto per la donna, a causa degli disquilibri ormonali che conosciamo,


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possono diventare devastanti oltre che pericolosi in stato di gravidanza. E vorrei anche che si condannassero con più forza gli interventi chirurgici, perchè non è vero che la lobotomia si pratica solo all'estero: con la stereotassi un piccolo punto del cervello può saltare. Credo, quindi, che sia necessaria una nota forte su questo punto, se non critica almeno problematica.
Suggerisco anche di definire meglio l'utilizzo delle aree ex manicomiali, perché tutte le risorse per la psichiatria devono essere, con una clausola di salvaguardia, riutilizzate per migliorare la situazione anche nel campo della prevenzione, altrimenti la spinta delle nuove difficoltà mentali, a cominciare dai disoccupati di lungo periodo e dagli adolescenti che restano tali fino a 40 anni, provocherà un'esplosione di nuove realtà negative e realtà positive come le comunità, per esempio, potrebbero diventare un nuovo ganglio di captazione di persone con difficoltà mentali, con il rischio che si ricolleghino ad una logica di emarginazione. La realtà positiva rischia dunque di diventare negativa se non usiamo tutte le risorse della prevenzione.
Per ultimo, rivolgo l'invito a valorizzare in positivo, per cui nella proposta di documento conclusivo dobbiamo dire dove sono stati portati avanti non atti di eroismo ma di doveroso intervento a livello di territorio, per demanicomializzare. Appare strano che in una situazione tragica io enfatizzi il positivo, ma quel poco di positivo che c'è è la leva, purtroppo gracilissima, che ci permette di dire che quando si vuole, quando c'è onestà, si può.

ROCCO CACCAVARI. Vorrei immaginare per un attimo l'espressione di un amministratore locale regionale quando leggerà il documento conclusivo di questa indagine conoscitiva, perché credo che la soddisfazione che tutti abbiamo espresso, alla quale mi associo anch'io, diventerà, per chi dovrà assumersi soltanto il carico delle conclusioni di questo documento, una fatica che, probabilmente, molti definiranno insostenibile. Infatti, il documento in esame, dove sono stati riportati tutti gli elementi dedotti dall'indagine conoscitiva, per cui esprime il pensiero comune diffuso sul territorio nazionale delle diverse istanze sociali e professionali, metterà forse quell'amministratore nelle condizioni di rimpiangere il manicomio: il luogo chiuso rappresenta infatti la custodia sicura, da dove nulla esce, se non un personale quasi obbligato ad un silenzio durevole nel tempo; per l'amministrazione non avveduta il luogo chiuso rappresenta una soluzione comunque già abbondantemente approcciata. Le novità che il documento prefigura nella gestione della vita degli ospiti degli ospedali psichiatrici sono di una semplicità tale che, forse, tutte le ricchezze del mondo non basterebbero a realizzarle, perché il recupero della libertà delle persone, delle relazioni interrotte, di esperienze di vita frantumate contro le mura di un manicomio, non può avvenire pensando che l'animazione di una casa famiglia o di una fattoria in campagna o di una comunità possa rappresentarne la reale sostituzione.
Vorrei quindi sottolineare con forza la fatica a cui siamo chiamati per dare significato a queste nostre conclusioni, che sono di per se stesse insufficienti e alle quali dobbiamo affidare tutto il nostro impegno proprio perché in molte realtà del paese è probabile che non saranno realizzate. Realisticamente, ospiti di ospedali psichiatrici che escono dopo trenta o quarant'anni di istituzionalizzazione sono persone che non hanno, sotto un profilo sociale, una qualità da spendere. È da questo, quindi, che dobbiamo cominciare, cioè dal definire la qualità di queste persone, il che significa che prima di immaginare il luogo dove metterle, dobbiamo immaginare quale tipo di attivazione sociale possa renderlo per loro più accettabile. Non è detto che l'uscita dall'ospedale psichiatrico, da una struttura totalizzante, in un certo senso una gabbia sicura, non porti queste persone, se non sono preparate, a comportarsi e ad agire come certi uccelli che, quando viene aperta la porta della gabbia, non riescono a spiccare il volo. Si


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tratta di persone che devono essere prese per mano, accompagnate, riabilitate e reinserite nel gioco sociale dei rapporti umani, di cui spesso hanno avuto soltanto una sensazione o conservato un pallido ricordo.
Dico questo perché non vorrei che il nostro intervento si materializzasse in strutture, in case-famiglia, in luoghi di accoglienza e che la nostra ansia di risolvere il problema ci facesse credere che sia questo l'obiettivo. Probabilmente il fine è quello utopico, in conclusione, di liberare l'interno di queste persone e quando anche non dovessimo farcela, abbiamo tutto il tempo per salvarci dagli altri errori, perché, come è stato detto, almeno dieci milioni di volte l'anno l'ingegneria biologica del cervello umano si può interrompere; di conseguenza, il problema che dobbiamo porci è anche quello di scegliere come relazionarci con una follia che necessariamente deve diventare condivisibile.
L'esperienza dei manicomi deve essere anche questo: un modo per mettere insieme le recenti esperienze per affrontare la nuova psichiatria. I luoghi dove le persone devono vivere devono essere comuni a tutti e consentire che la conoscenza sia data da una osmosi tra le diverse esperienze della persona che ha vissuto in manicomio e quella che ne è rimasta fuori. Ciò al fine di vedere quale scambio culturale sia possibile. Non ci sono persone sane da una parte e malate dall'altra. Deve essere approntata una situazione sociale che accolga le persone. Da parte nostra ciò richiede la profonda e convinta analisi della fragilità psichica dell'uomo, anche nel reggere il confronto perché la presenza di persone che hanno problemi totalizzanti, come il carcere, la malattia inguaribile e la follia, crea disagio soprattutto negli altri.
La prevenzione comincia anche dal modo di improntare il lavoro, cioè nel preparare le persone che accolgono ad essere capaci di farlo. Starei molto attento a non ridurre alla materializzazione dell'intervento le possibili ipotesi di accoglienza, perché dobbiamo pensare anche a coloro - non mi riferisco soltanto agli operatori, ma anche alle famiglie che devono ricevere i malati (se li ricevono) - che devono accogliere i pazienti dimessi e prepararli ad intraprendere con loro una relazione che parta proprio dalla diversità e non dalla normalità che si vuole proporre.
Da questo punto di vista, la nostra esperienza fino ad oggi ci fa capire come in tutta la realtà del paese il trattamento del disagio psichico sia stato sempre posto in rapporto a professionalità prestabilite e a strumenti chiari di intervento: operatori psichiatrici e farmaci.
L'esperienza consumata all'interno di una struttura totalizzante non richiede solo questo (o quasi mai questo), ma la capacità di mettere a disposizione dei malati la possibilità di vivere quella vita che non hanno avuto e che altri invece hanno vissuto. Tutto ciò richiede un passaggio fondamentale: la presa di coscienza dei limiti entro i quali agire.
Con queste persone ci si trova ad affrontare situazioni a volte irrisolvibili, perché non potranno uscire, nel senso liberatorio del termine, dalla loro condizione; in tali casi allora dobbiamo almeno farli uscire dalle mura del manicomio. Dobbiamo rispettare la loro sofferenza, se non possiamo trasformarla, ma non mistificarla solo perché dobbiamo dichiarare con soddisfazione di aver chiuso definitivamente gli ospedali psichiatrici. Vi sono sofferenze di fronte alle quali non bisogna mai arrendersi e mai porsi l'obiettivo del totale superamento.
Sono assolutamente d'accordo con i contenuti del documento dell'onorevole Lumia, mentre sono meno propenso a condividere quello predisposto dai colleghi del Senato, che trovo un po' approssimativo e, in un certo senso, volutamente insufficiente. Con la proposta del relatore Lumia, invece, ci siamo assunti una responsabilità enorme, quella della continuità dell'azione e della ricerca costante di nuovi elementi, perché credo che la necessità sia quella di porre sotto osservazione continua, tramite l'istituzione di un comi


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tato permanente, ciò che avviene nel paese. Questo è un modo diretto per partecipare a quello che succederà e quindi per poter intervenire per correggere un indirizzo o per avanzare nuove proposte.
Con la nostra proposta non possiamo dire che l'indagine conoscitiva si è formalmente conclusa, perché resta la possibilità di indagare in forma diversa e di entrare dentro i problemi, finalmente spostandosi dal consolidato insuccesso dei manicomi alla probabile grande fatica che deve affrontare la nuova psichiatria.
Ritengo che nel futuro della nostra società la presenza di un osservatorio permanente - non un comitato - del quale facciano parte tutti coloro che hanno comunque possibilità di relazione con le diverse esperienze umane ci consentirà di capire, affinché la possibilità di sopravvivenza possa essere accettata fino in fondo, che bisogna rivedere alcuni canoni della cosiddetta normalità.
Credo che l'intervento assoluto per ridurre ad un unico modello vitale tutte le persone inserite in una società come la nostra sia condannato a fallire. Probabilmente, invece, una omogeneizzazione delle diversità verso un modello condiviso e diverso di volta in volta potrà consentire di percepire il più rapidamente possibile lo stato di disagio nel quale ognuno di noi può trovarsi in qualche fase della propria vita.

MAURA COSSUTTA. Anche il mio non è un ringraziamento formale all'onorevole Lumia, perché ho apprezzato moltissimo la sua proposta di documento conclusivo, che considero sì un suo lavoro, ma anche il risultato di un impegno collettivo e serio nato da un'assunzione di responsabilità da parte della Commissione.
Credo abbiano ragione il presidente e tutti coloro che hanno riconosciuto che non si è conclusa una fase ma si sono solo raggiunte talune tappe (approvazione della legge finanziaria, conclusione dell'indagine conoscitiva) e altri risultati dovranno essere conseguiti.
Dico, con molta chiarezza, che quando abbiamo deliberato l'indagine conoscitiva sapevamo che avremmo sollevato il coperchio di una pentola.
Per questo non sono assolutamente d'accordo con il documento predisposto dai colleghi del Senato, in quanto elenca, in modo neutro, i disguidi, le difficoltà e quant'altro, senza introdurre quegli elementi che noi abbiamo evidenziato fin dall'inizio del nostro lavoro proprio perché si trattava di distorsioni già esistenti.
Per quanto riguarda il comitato permanente, siamo tutti d'accordo sul fatto che esso costituisca uno sbocco necessario ed uno strumento che deve essere adottato. Tuttavia, vorrei osservare, proprio in relazione a quanto sottolineato con chiarezza dall'onorevole Lumia, che tale comitato dovrebbe disporre necessariamente di strumenti più incisivi ed essere dotato di poteri ispettivi.
Devo denunciare in questa sede un fatto gravissimo accaduto presso l'ospedale di Guidonia. I funzionari della Commissione, che anch'io ringrazio molto perché sono stati un elemento prezioso del nostro lavoro, sanno che, insieme ai colleghi della Commissione, mi sono recata ufficialmente presso tale ospedale e che, a seguito di assemblee ed incontri con il personale, ci sono stati forniti taluni dati. Avevamo chiesto chiarimenti, tra l'altro, su situazioni che ci risultavano ambigue e non ci era stata data risposta; abbiamo constatato non solo una inadeguatezza dei dati ma anche che, a seguito della nostra visita, un primario ed un medico sono stati sospesi dal servizio. Ho saputo proprio l'altro giorno che il primario, dottor Ezio Di Mauro, è stato licenziato: questo è un fatto gravissimo, deciso nonostante l'intervento diretto dei presidenti della Commissione affari sociali della Camera e del Senato. È un atto di spavalderia che assume connotati di autentico terrorismo nei confronti del personale che opera da tempo ed anche nei confronti del lavoro che ufficialmente la Commissione ha svolto.
Se non vogliamo farci prendere in giro, se non vogliamo essere le anime belle,


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mentre continua invece l'inferno quotidiano delle persone malate e di chi lavora con loro, dobbiamo dotarci di strumenti incisivi. È pertanto necessario un comitato permanente, al quale tuttavia devono essere affidati poteri ispettivi. Noi non possiamo entrare nelle strutture private. Ce lo dicevano tutti: «attenzione, la vostra è soltanto un'indagine conoscitiva». Non è pensabile che, dopo quello che abbiamo scoperchiato, non possiamo assumere poteri che vadano oltre, perché rischiamo di fare le anime belle e di non risolvere il problema.
Sottolineo una seconda questione. Noi abbiamo giustamente identificato nelle misure di penalizzazione economica degli elementi virtuosi di incentivazione. Abbiamo fatto benissimo; sono convinta che bisognava partire. Quello che abbiamo verificato - e che era prevedibile - è che questi elementi che noi consideravamo virtuosi hanno mascherato interessi che si sono rinsaldati. Si tratta di una situazione che l'onorevole Lumia ha descritto perfettamente: i malati diventano ospiti, cambiano le etichette, ma in realtà non cambia nulla. Pur di dire che esiste un progetto di superamento, si fa qualunque cosa. Con le misure di penalizzazione abbiamo praticamente premiato quelli che hanno elaborato finti progetti; viceversa, non siamo riusciti a fornire misure di incentivazione per coloro i quali realmente hanno fatto i progetti giusti. Ci siamo recati presso alcuni ospedali, come l'ospedale di Napoli o il Santa Maria della Pietà di Roma, che da anni lavorano e che ci hanno dimostrato che se si vuole si può risolvere il problema, pur con tutte le difficoltà esistenti. Noi con le misure di penalizzazione non andiamo a premiare chi ha fatto il proprio dovere, ma semplicemente offriamo un trucco per riciclarsi a quelli che non hanno fatto e non fanno il proprio dovere.
Credo quindi che nella prossima legge finanziaria non siano più sufficienti misure di penalizzazione (che, ripeto, abbiamo fatto bene ad introdurre, perché hanno aperto un processo sul quale dobbiamo intervenire attivamente) ma occorra individuare invece una chiarezza impositiva, che è tutt'altra questione. Qui mi riallaccio ancora una volta al documento del Senato e al dibattito che abbiamo svolto in Commissione. So che si fa riferimento al progetto-obiettivo. Personalmente avevo sostenuto che anche nel progetto-obiettivo erano contenute ambiguità che si sono trascinate e che hanno portato - non dico necessariamente - a quelle zone ambigue che l'onorevole Lumia ha descritto benissimo. Credo che proprio ai fini dell'integrazione tra le linee guida, le competenze del ministero, le competenze delle associazioni, delle organizzazioni scientifiche ed anche, necessariamente, la competenza delle Commissioni parlamentari, occorra che il progetto-obiettivo tenga conto delle osservazioni di merito espresse da questa Commissione. Non si può pensare che quella discussione che si è svolta in una certa fase, con una lettura strategica, non debba essere corretta dalla verifica concreta che noi abbiamo condotto. Le ambiguità che noi avevamo valutato come pericolose si sono di fatto verificate.
Sollecito pertanto un incontro con i funzionari del Ministero, i quali non devono essere sganciati dall'operato del Parlamento e dal merito delle questioni. Troppo spesso questi funzionari sono slegati, l'abbiamo visto: nelle relazioni ufficiali non disponevano neanche dei dati delle regioni. Questo è stato un nostro elemento di forza; dobbiamo ancorare i funzionari alla realtà, al dato della verifica dei processi in atto. Quindi la chiarezza impositiva deve correggere anche quello che era il progetto obiettivo.
Mi spiego. La mia preoccupazione (emersa anche nel documento, per cui ringrazio ancora una volta l'onorevole Lumia) è che si stia costruendo un processo che di fatto crea un eccesso di offerta residenziale. Mi interessa poco, colleghi, se siano i manicomi che cambiano l'etichetta o se siano anche le strutture alternative. Di fatto, la domanda del superamento dell'o


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spedale psichiatrico si trasforma in un eccesso di offerta residenziale, che necessariamente conduce alla domanda di posti letto residenziali, quindi incentiva e rinforza il discorso di un superamento collegato alla costruzione di strutture di fatto ancora manicomiali. Non è un caso che si parli ancora in modo abominevole di RSA psichiatriche; non è un caso che non si dica ancora nulla - ed il Senato lo conferma - di quella cosa vergognosa che è la trasformazione dell'ospedale psichiatrico, con il cambio dell'etichetta, in RSA. Noi l'avevamo detto; sappiamo che non è solo una battaglia culturale, perché esistono interessi giganteschi dietro questa realtà. Lo sanno bene i privati, che si sono già riciclati. Al riguardo, cito nuovamente il caso dell'ospedale di Guidonia: non cambia nulla, è una RSA: ha le sue stanzette, tutti sono puliti, cambia l'etichetta ma vengono ovviamente confermate le rette di degenza dei pazienti, che si chiamano ospiti. È una vergogna!
Che cosa dovremmo fare? Penso che lo strumento sia rappresentato dal comitato permanente con compiti ispettivi, però dobbiamo guardare con lungimiranza anche alla prossima finanziaria. Occorre risolvere il problema del personale. Sono convinta che vi sia un'esigenza di riconversione e di riqualificazione, ma bisogna anche condurre un'azione coraggiosa (che può essere rappresentata da un progetto di legge specifico o da una disposizione inserita nella finanziaria) prevedendo che il personale che non può essere riconvertito (intendo il personale delle strutture private, che rappresenta un problema gigantesco) possa passare, con le qualifiche corrispondenti, nel Servizio sanitario nazionale. È uno strumento concreto per portare avanti questo processo, perché, lo ribadisco ancora una volta, non possiamo dire belle parole, essere le anime belle, quando poi concretamente non si risolvono i problemi.
Inoltre, in mancanza di tavoli, non tavoli optional ma tavoli programmati di concertazione tra la regione, il comune e l'azienda per il reperimento delle strutture abitative e per l'elaborazione del progetto relativo al superamento, non è pensabile che si possa risolvere il problema, perché allora il direttore generale scarica sul comune, il comune scarica sulla regione. Non è un caso che l'onorevole Lumia abbia delineato le tre ipotesi di progetti. Occorre la concertazione di tutte queste reciproche responsabilità. Noi abbiamo introdotto gli standard di qualità per la sanità? Ecco, questo deve essere uno standard, un indicatore della giustezza o meno di quel progetto.
Per quanto riguarda le linee guida, sono d'accordo su questo aspetto vergognoso dell'elettrochoc. I funzionari del ministero dovranno rendere conto. Dico di più. Nelle scuole di Roma, per combattere la depressione dei bambini i medici scolastici dovevano prescrivere gli antidepressivi. La tendenza a somministrare farmaci per superare il disagio è assolutamente attuale; non è la barbarie del Medioevo, è la tendenza del XXI secolo. Concordo con l'onorevole Carlesi non solo sull'elettrochoc, ma anche sui protocolli terapeutici, sui quali va condotta una grande battaglia culturale e di merito.
Occorre altresì rivedere la disciplina sull'interdizione. Nella regione Emilia-Romagna vengono tutti interdetti. L'onorevole Caccavari è testimone ...

ROCCO CACCAVARI. Testimone e contestatore!

MAURA COSSUTTA. E contestatore, ovviamente. Ho partecipato personalmente ad assemblee a Parma ed in altri luoghi (per questo ho citato l'onorevole Caccavari, che da tempo spende la sua passione sul territorio) ed ho verificato che questa cosa è vergognosa. Nessuno controlla. Siamo schizofrenici se continuiamo a fare un po' di questo e un po' di quello. Se vogliamo portare avanti un monitoraggio, è ora di mettere assieme i pezzi e di seguire un filo logico nel ragionamento.
Per ultimo mi auguro, a proposito degli ospedali giudiziari, che, come previsto dalla finanziaria, il ministro venga a rela


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zionare in Commissione e a dirci quali strumenti intenda assumere.

GIOVANNI FILOCAMO. Desidero anzitutto associarmi anch'io ai complimenti elargiti al relatore, onorevole Lumia, perché sono sinceri e veri. Voglio anche complimentarmi con tutta la Commissione e, in modo particolare, con la presidente, la quale ci ha dato la possibilità, in modo così ampio e democratico, di interessarci di un argomento molto serio.
Ciò premesso, vorrei puntualizzare che in medicina non vi sono le eccezionalità, per cui, se vogliamo veramente mettere ordine e cercare di far migliorare i pazienti ammalati, dobbiamo fare in modo di organizzare la sanità nel suo insieme. E siccome per fare ciò si deve sempre partire da qualcosa, in questo caso partirei dalla definizione di salute, la quale, indipendentemente dal fatto che sia riferita all'aspetto mentale o fisico, secondo una definizione dell'Organizzazione mondiale della sanità, che tutti hanno recepito, attiene al benessere fisico, psichico, sociale ed economico dell'individuo. Quindi, se noi tutti non stimoliamo il Governo ad interessarsi dei problemi della salute, non possiamo certo pensare che affrontando questo o quell'aspetto sia tutto risolto. Non possiamo pensare di risolvere il problema psichico, per esempio, senza risolvere il problema sociale, economico e fisico (mens sana in corpore sano, come recita il detto latino). Se vogliamo veramente interessarci della sanità, dobbiamo quindi risolvere i problemi nel loro insieme, anche se mi rendo perfettamente conto che ciò è molto difficile. Però, se diamo un'impronta in questo senso, poco a poco si arriva ad una soluzione. Se partiamo invece dal particolare è difficile arrivare poi al generale.
In questo caso, i complimenti rivolti al relatore sono giustificati dal fatto che egli non si è sforzato solo di parlare della chiusura dei manicomi, in quanto ciò non significherebbe niente se non si cercasse di risolvere il problema degli ammalati psichici; infatti, non si sta male soltanto quando si è rinchiusi in una stanza ma anche quando si è liberi se si hanno esigenze non risolte; ci si può sentire soli e richiusi anche se in libertà se non viene data una risposta ai problemi di cui si soffre.
Le malattie mentali esistono e, come sottolineava il collega Carlesi, tendono ad aumentare. Ma perché esistono? Certo non per una alterazione fisica dell'individuo ma per una alterazione della mente che non conosciamo; conosciamo come si manifesta il fenomeno. Anche la battaglia contro l'elettrochoc che abbiamo portato avanti è un modo settoriale di risolvere il problema, perché il male che procura è una minima parte rispetto a quello che viene fatto all'individuo con la somministrazione dei farmaci, i quali causano malattie molto gravi, come risulta dalle statistiche. Dobbiamo quindi fare in modo che i dati sui danni dei farmaci siano portati a conoscenza dei medici e magari prevedere per questi ultimi corsi di aggiornamento molto frequenti.
Si dovrebbe anche cercare di organizzare la sanità in maniera seria ed obiettiva: che senso ha stabilire la chiusura dei manicomi senza prevedere cosa si dovrà fare dopo? Chi controlla, per esempio, le residenze per i disabili? Possiamo pensare di risolvere tutto magari parlando di associazioni non profit o profit senza capire ciò che in realtà esse significhino? Perché queste associazioni esistano devono avere una competenza nel campo specifico, altrimenti saranno solo associazioni di lucro che serviranno poi a questo o a quel politico per ottenere voti alle prossime elezioni.
Nel nostro caso, per organizzare veramente la sanità sul territorio, dobbiamo ascoltare soprattutto le famiglie che hanno la sfortuna di avere persone ammalate di mente, perché solo loro conoscono i problemi seri che affrontano per curarle. Dunque, dobbiamo dare molto spazio alla voce delle famiglie, anziché cercare di risolvere il problema in modo parziale, e molta importanza alla prevenzione, che è la vera cura delle malattie, tant'è che fin dai tempi di Ippocrate si diceva: «Medi


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cina est quod tuetur sed restaurat salutem». Questo per dire che la prevenzione è nata con la medicina, non adesso. Se preveniamo queste malattie non ci sarà bisogno di cura o essa sarà minima; se invece non lo faremo ci troveremo sempre in difficoltà. Quindi, diamo molta importanza alla prevenzione facendo in modo che sia seria e che riguardi anche gli aspetti sociali ed economici della nostra popolazione.

PRESIDENTE. Considerata l'imminenza delle votazioni in aula, sospendo la seduta per riprenderla al termine dei lavori antimeridiani dell'Assemblea.

La seduta, sospesa alle 11,30, è ripresa alle 13,50.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori con l'intervento dell'onorevole Lucchese.

FRANCESCO PAOLO LUCCHESE. Ritengo che il ringraziamento nei confronti dell'onorevole Lumia per il lavoro svolto non sia d'obbligo ma sentito. Con la sua proposta è riuscito, in poche pagine, a sintetizzare tutte le problematiche affrontate dalla Commissione e soprattutto ha saputo formulare conclusioni molto chiare che si possono riassumere in due punti: i pericoli da evitare ed i percorsi da intraprendere per cercare di non vanificare questa nuova fase degli ospedali psichiatrici.
Per quanto riguarda i pericoli, è giusto evidenziarne alcuni, come quello di non «scaricare» le persone che vivono ancora negli ex ospedali psichiatrici per dimostrare come la loro chiusura sia avvenuta con regolarità, mentre in realtà si tratterebbe di una falsa chiusura. In questo senso bisogna stare attenti alle strutture private che si vanno a sostituire a quelle pubbliche perché, spesso e volentieri, non rispondono alle aspettative dei pazienti. Mi riferisco, per esempio, al sopralluogo che abbiamo effettuato ad Agrigento e a Palermo dove, visitando anche qualche struttura privata, abbiamo verificato che non vi è da stare molto allegri e, giustamente, l'onorevole Lumia nella sua proposta sottolinea questa preoccupazione.
Per quanto concerne il problema dell'utilizzazione delle strutture nelle aree manicomiali da destinare a residenze per anziani e ai portatori di handicap, vorrei fare una riflessione a voce alta. Nelle strutture che abbiamo visitato abbiamo constatato che negli operatori vi era un certo entusiasmo ed una certa attenzione al cambiamento; in alcuni centri abbiamo registrato una forte volontà a voler fare più di quello che si poteva, ma abbiamo anche notato che si utilizzavano strutture che dovevano avere invece una destinazione diversa.
Mi chiedo - e chiedo alla Commissione - se questo sia avvenuto contrariamente alle linee guida diramate dal ministero e se ciò sia un fatto solo negativo oppure contenga in sé qualche elemento positivo. Mi riferisco, per esempio, alla struttura architettonica dell'ospedale psichiatrico di Palermo il quale, teoricamente, dovrebbe essere destinato ad altro uso, mentre a fini psichiatrici dovrebbero essere utilizzati edifici diversi. Questa è una mia riflessione, che peraltro possiamo approfondire collegialmente, dal momento che comunque l'impegno della Commissione sulla situazione degli ospedali psichiatri continuerà.
In merito ai percorsi da intraprendere, mi pare importante il monitoraggio e la personalizzazione del percorso di uscita di ogni singolo paziente anziché uniformare il tutto. In particolare, quello che interessa è il rapporto con gli enti locali, che deve essere a 360 gradi e tale da far svolgere loro un ruolo importante, perché devono rapportarsi con il privato sociale.
Ritengo sia importante anche l'adozione del nuovo progetto-obiettivo, cui hanno fatto riferimento vari colleghi, il quale deve essere giustamente riesaminato ed approfondito. Non dico che siamo all'anno zero, ma il processo di chiusura degli ospedali psichiatrici è ancora in una fase iniziale, dove tutto è stato avviato in modo precario dal punto di vista psicolo


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gico. Bisogna invece che questo nuovo progetto-obiettivo venga adottato per fare tesoro di quanto è stato fatto finora e di quello che si potrà fare.
In tutto questo contesto, mi piace soffermarmi sul problema del sostegno alle famiglie, nel senso che dobbiamo mettere al centro dell'attenzione, nella riqualificazione e nell'aiuto da prestare ai soggetti bisognosi di assistenza, la famiglia, che viene prima delle linee guida sulla terapia e della psichiatria. Le linee guida vengono dopo, perché senza il sostegno alla famiglia, tutto potrebbe essere più difficile da seguire.
Nel concludere questo mio breve intervento, voglio nuovamente ringraziare il relatore per quello che ha fatto, per la chiarezza delle sue idee ed anche per avere avanzato la proposta di costituire un comitato permanente, che dovrebbe fare tesoro delle informazioni che abbiamo acquisito e di quello che potremmo «inventarci». In questo campo, infatti, è tutto da inventare, perché non vi è nulla di prestabilito ed anche certe linee guida possono essere riesaminate. È necessaria fantasia ed inventiva, qualcosa di nuovo di fronte alla volontà che tutti hanno, anche a livello periferico, di voler cambiare la situazione dando un nuovo indirizzo al settore dell'assistenza ai malati psichiatrici.

GIUSEPPE DEL BARONE. Intervengo molto rapidamente innanzitutto per complimentarmi con l'onorevole Lumia.
Faccio mia, nel senso più assoluto della parola, l'indicazione di prestare attenzione alla terapia dell'elettrochoc ma anche alle medicine; mentre il primo, infatti, dal punto di vista tecnico rappresenta un intervento estremo (ammesso che sia ancora valido), le medicine sono sostanze che vengono assunte quotidianamente e, a mio modo di vedere, devono essere somministrate con grandissima attenzione.
Vorrei esprimere brevemente due considerazioni relative alla prevenzione. Sottoscrivo quello che i colleghi hanno detto e quanto contenuto nella relazione: tutto perfetto. È tuttavia necessaria una maggiore prevenzione in ambito scolastico. Secondo me certe metodologie che sanno di asprezza, qualche volta di cattiveria, dovrebbero essere eliminate, per una ragione di fondo: trovo paradossale che, come dimostrano le statistiche, aumentino i suicidi di ragazzi che sono stati bocciati. È un concetto di neurolabilità potenziale, che necessita di una posizione esogena quale quella del professore, oppure c'è una posizione in negativo?
Analoghe considerazioni valgono per il servizio di leva. Ieri mi sono molto dispiaciuto per non essere intervenuto - e me ne scuso con il presidente - all'audizione dei rappresentanti della Federazione nazionale degli ordini dei medici: ne faccio parte, quindi ci sarei venuto con tutto il cuore. Per un impegno preso un mese e mezzo fa, ho visitato a Napoli le strutture sanitarie dell'aeroporto. Ebbene, con gli ufficiali medici che erano presenti si parlava di questo fatto: si sta portando all'esasperazione quello che viene definito nonnismo. I militari di leva a volte subiscono traumi intensissimi. È necessario anche in questo caso controllare i suicidi.
Chiedo scusa se mi sono permesso di spezzare questa lancia a favore di due questioni concernenti la scuola e il servizio di leva, ma le reputo rilevanti perché le vivo come medico. Ho l'impressione che il militare di leva che viene preso e messo a controllare una Napoli incontrollabile subisca dei traumi. Figuriamoci se poi ci si mette vicino l'anziano, che compromette la possibilità di ripresa di un ragazzo che, come avviene otto volte su dieci, va a fare il militare malvolentieri.

PRESIDENTE. Numerose sollecitazioni emerse dal dibattito guardano già al futuro, cioè ad un impegno della Commissione nel campo della psichiatria in generale, mentre alcune non possono ovviamente essere inserite in un documento conclusivo sulla chiusura degli ospedali psichiatrici; ciò non significa che non facciano parte del nostro dibattito e del nostro impegno, perché in realtà ne fanno parte a pieno titolo. Tuttavia è giusto solle


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citare il relatore ad integrare o rafforzare alcuni punti della proposta di documento conclusivo. In questo senso vorrei porre alcune osservazioni all'attenzione del relatore.
La prima, già svolta da Guidi e da altri colleghi, riguarda la necessità di affrontare la questione degli ospedali psichiatrici giudiziari. La seconda è relativa al termine del 31 dicembre 1996 ed è il dato rilevante emerso dall'indagine conoscitiva. È opinione comune che al 31 dicembre siano stati chiusi gli ospedali psichiatrici; era opinione comune, almeno per gli addetti ai lavori, che ciò non poteva avvenire in un giorno trattandosi di un lungo processo. Però è altrettanto vero (e ciò emerge dalla nostra indagine) che esiste una grande divergenza tra le notizie che ci vengono dal ministero, quelle che provengono dalle regioni e quelle di cui la Commissione è venuta direttamente a conoscenza nel corso dell'indagine. Il rischio della falsa chiusura è il dato che emerge. Ma soprattutto si registra una mancanza di sintonia con la realtà, perché abbiamo sempre sostenuto che se un ospedale psichiatrico anziché chiuso subito avesse comunque avviato concretamente - e non con una falsa chiusura - il processo, prevedendone la conclusione entro un anno, per noi si sarebbe trattato di un dato più che positivo; però quell'arco temporale avrebbe dovuto essere riempito di contenuti, di progetti di riabilitazione, di individuazione ed allestimento delle aree in cui costruire le strutture alternative, di coinvolgimento del privato sociale. Tutto ciò in moltissime realtà non è avvenuto. Noi abbiamo rifiutato il cambio di etichetta. Vorrei che emergessero questi aspetti, anche se sono stati trattati nella proposta di documento conclusivo: la notevole disparità dei dati (che sta a significare l'esistenza di qualcosa di poco chiaro), il grande problema delle strutture private, il problema degli OPG.
Sottopongo all'attenzione del relatore un'altra proposta. Il dossier che predisporremo, e che conterrà il documento conclusivo, le audizioni svolte e la documentazione acquisita potranno essere per noi uno strumento da valorizzare in un convegno organizzato dalla Commissione, che si potrebbe tenere alla fine di settembre o comunque in autunno. Ovviamente questa esigenza non è prevista nel documento, ma comunque può essere recepita.
Propongo inoltre, contrariamente alla prassi, di dare un titolo al documento conclusivo. Proprio per uscire fuori da quello che potrebbe sembrare un atto dovuto o burocratico o la mera sigla della conclusione di un lavoro, proprio perché questo documento per me è un atto vivo, propongo di intitolarlo con una frase che i colleghi che hanno effettuato la visita presso l'ospedale psichiatrico Bianchi di Napoli potranno ricordare. Mi riferisco a quella pronunciata da una paziente, Immacolata, che ha trascorso tutta la vita nell'ospedale psichiatrico: «L'amicizia è l'incontro tra i pensieri». Questa riflessione mi sembra molto significativa in un'epoca in cui l'amicizia e le relazioni tra le persone non sono un valore, come invece noi riteniamo che debbano essere. Propongo quindi, se il relatore è d'accordo, di inserire come titolo del documento conclusivo questa frase, accompagnata dal nome di Immacolata, che diventa un po' il simbolo della vitalità da dare a questo documento.
In conclusione, sollecito i gruppi ad indicare i nomi dei componenti del Comitato permanente sulla chiusura degli ospedali psichiatrici.

GIUSEPPE LUMIA, Relatore. Durante la sospensione della seduta, sempre con l'aiuto degli uffici, ho provveduto ad inserire nella relazione molte delle indicazioni dei commissari, i quali hanno fornito un ulteriore apporto estremamente positivo. Non affronterò nuovamente tutte le questioni poste, essendo in distribuzione il nuovo testo del documento. Mi preme quindi precisare che i ringraziamenti devono essere estesi a tutti i commissari, perché si è veramente lavorato insieme. Mi auguro di essere riuscito a recepire il contributo di tutti i colleghi intervenuti e la


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sensibilità che hanno dimostrato al problema.
Voglio anche sottolineare che il rapporto con gli uffici - innanzitutto con la dottoressa Paola Perrelli - è stato straordinario: per noi si sono confermati un punto di riferimento non solo per la professionalità tecnica (che è normale, scontata), ma anche per la partecipazione dimostrata, che ci ha aiutato moltissimo a superare, di volta in volta, tutti gli ostacoli che incontravamo, di tipo sia organizzativo, sia analitico, sia giuridico. Ciò mi ha molto entusiasmato, e credo che tutti voi abbiate potuto constatarlo.
A proposito delle integrazioni proposte dalla presidente, che senz'altro accolgo, vorrei che alle parole di Immacolata «L'amicizia è l' incontro tra i pensieri», che ci hanno colpito tutti e che credo possano diventare la traccia del nostro impegno futuro, fosse premessa l'espressione «Oltre il muro», per indicare lo sforzo compiuto dalla Commissione di penetrare una realtà ancora chiusa.
Sono anche favorevole allo svolgimento di un incontro pubblico sui risultati dell'indagine, da tenere alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa estiva, in vista della data del 31 dicembre, la quale, ancora una volta, rappresenta una sfida che ci metterà a dura prova, considerato che molti potrebbero far finta di averla rispettata per ottenere gli incentivi previsti. Considereremo quindi come rivedere il sistema degli incentivi-premio in vista della chiusura dell'esercizio finanziario, proprio per evitare il rischio di premiare i disonesti penalizzando invece chi è in una fase di travaglio reale proprio perché sta procedendo ad una reale dismissione delle strutture manicomiali.

PRESIDENTE. Pongo in votazione la proposta di documento conclusivo, nella nuova formulazione (vedi allegato).

(È approvata).

Prendo atto che l'approvazione è stata unanime.

La seduta termina alle 14.


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ALLEGATO


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ALLEGATO

Indagine conoscitiva sulla chiusura degli ospedali psichiatrici

DOCUMENTO CONCLUSIVO

«Oltre il muro».

«L'amicizia è l'incontro tra i pensieri» Immacolata, o.p. L. Bianchi (NA).

1. Premessa.

1.1. Il 31 luglio 1996 la XII Commissione affari sociali, considerata l'imminente scadenza del termine previsto dalla legge n.724 del 1994 per la chiusura degli ospedali psichiatrici - 31 dicembre 1996 - ha deliberato un'indagine conoscitiva su questo tema, allo scopo di valutare le iniziative adottate a tal fine e, in particolare:


a)
di acquisire dati e informazioni sulla attuale condizione degli ospedali psichiatrici;


b)
di verificare le iniziative finora adottate per la chiusura degli ospedali psichiatrici e per la realizzazione di strutture alternative, sia pubbliche sia private;


c)
di accertare la situazione delle strutture sanitarie, pubbliche e private, coinvolte dalla chiusura degli ospedali psichiatrici.

Il programma dell'indagine prevedeva lo svolgimento di audizioni dei soggetti istituzionali - Ministero della sanità, Osservatorio per il superamento degli ospedali psichiatrici, regioni - delle associazioni dei familiari e del terzo settore, degli operatori, degli istituti di ricerca, nonché alcune visite presso i residui ospedali psichiatrici.

1.2. Analoga iniziativa è stata adottata il 22 luglio dalla XII Commissione igiene e sanità del Senato. I Presidenti dei due rami del Parlamento hanno, tuttavia, invitato le due Commissioni interessate a trovare un'intesa sullo svolgimento dei programmi delle indagini, allo scopo di coordinare le attività ed evitare duplicazioni di iniziative. In questa prospettiva, i presidenti delle Commissioni, sentiti i rispettivi uffici di presidenza integrati dai rappresentanti dei gruppi, hanno elaborato un programma di visite comune, affidando l'organizzazione di talune missioni alla Commissione del Senato, di altre a quella della Camera e prevedendo, infine, lo svolgimento congiunto di altre ancora, ferma restando l'esigenza di far circolare i dati e le informazioni in tal modo acquisite.

1.3. La XII Commissione ha concluso il programma delle audizioni nel termine stabilito per la conclusione dell'indagine, procedendo ad undici incontri secondo il seguente calendario:

12 e 25 settembre 1996, dott. D'Ari e dott. Falcitelli, dirigenti generali dei competenti dipartimenti del Ministero della sanità;

2 ottobre 1996, coordinatori delle sezioni dell'Osservatorio presso il Ministero della sanità sulla chiusura degli ospedali psichiatrici;

2 ottobre 1996, rappresentanti delle associazioni dei familiari;

22 ottobre 1996, rappresentanti di Psichiatria democratica, della Società italiana di psichiàtria e della Società italiana di riabilitazione psico-sociale;

23 ottobre 1996, rappresentanti delle associazioni di volontariato;


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28 novembre 1996, rappresentanti dell'istituto italiano di medicina sociale, dell'Istituto Mario Negri, del CENSIS;

3 dicembre 1996, organizzazioni sindacali;

10 e 11 dicembre 1996, regioni;

17 dicembre 1996, Ministro della sanità, onorevole Rosy Bindi;

mentre è stata richiesta una proroga, al 28 febbraio 1997, per le missioni. Queste ultime si sono svolte secondo le modalità di seguito indicate:

25 ottobre 1996, visita presso l'o.p. Materdomini di Nocera superiore e l'o.p. L. Bianchi di Napoli, congiuntamente ad una delegazione della XII Commissione del Senato;

7 febbraio 1997, visita presso l'o.p. di Cogoleto (GE), congiuntamente ad una delegazione della XII Commissione del Senato;

13 febbraio 1997, visita presso l'o.p. S. Maria della Pietà di Roma e l'o.p. S. Maria Immacolata di Guidonia (Roma), congiuntamente ad una delegazione della 12a Commissione del Senato;

23 e 24 febbraio 1997, visita presso l'o.p. Pisani di Palermo e l'o.p. di Agrigento.

Taluni deputati hanno poi preso parte a due delle missioni organizzate dalla XII Commissione del Senato svolte rispettivamente agli o.p. di Sassari ed agli o.p. di Chieti (Villa Pini) e di Pesaro (Villa Serena).

1.4. L'indagine conoscitiva non è stata in questi mesi il solo strumento attraverso il quale la Commissione ha seguito i problemi connessi all'assistenza psichiatrica.
Prima della sua deliberazione è stata approvata a larga maggioranza una risoluzione in Commissione (n.8-0004 del 1o agosto 1996) che ha riproposto la centralità del problema della chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici, attraverso un percorso progettuale e programmato.
La stessa indagine prima della sua conclusione, ha fornito gli elementi per intervenire concretamente sul processo di chiusura, promuovendo la piena attuazione del progetto obiettivo nazionale «tutela della salute mentale 1994-1996».
In tal senso si colloca, infatti, la previsione della legge n. 662 del 1996 che, accogliendo una delle condizioni del parere approvato dalla XII Commissione, sulla quale si era registrato il consenso di tutti gruppi, introduce a carico delle regioni l'obbligo di regolamentare il processo medesimo attraverso l'adozione, entro il 31 gennaio 1997, di appositi strumenti di pianificazione, stabilendo pesanti penalizzazioni finanziarie per le regioni inadempienti.
1.5. L'indagine conoscitiva ha rappresentato un momento indubbiamente molto positivo nell'attività della Commissione: sono stati accesi riflettori non superficiali sulla condizione di persone che vivono, il più delle volte dimenticate, negli ospedali psichiatrici. Senza atteggiamenti ideologici o pregiudizi culturali la Commissione ha tentato di entrare nei meccanismi sociali e sanitari che hanno consentito fino ad oggi di tenere in vita i manicomi o di riprodurli culturalmente. L'attenzione prioritaria verso le persone istituzionalizzate nelle tradizionali strutture manicomiali non ha impedito alla Commissione di considerare il più generale contesto del disagio mentale attuale, lo stato generale dei servizi di salute mentale, le difficoltà, ma anche le straordinarie capacità, degli operatori pubblici, i drammi e le speranze di tante famiglie, l'inedita e incisiva presenza del volontariato e delle cooperative sociali.
Oggi la Commissione è in grado di offrire al Parlamento una analisi credibile e schietta sulla condizione degli ex ospedali psichiatrici e di indicare un percorso che consenta di accompagnare, senza soluzioni di continuità, il lavoro, talvolta purtroppo appena iniziato, dalle regioni per il definitivo superamento del cosiddetto residuo manicomiale.


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2. Il quadro normativo.

2.1. La legge 13 maggio 1978, n.180, recante Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, nel definire il nuovo modello dell'assistenza psichiatrica, basato sull'azione di servizi e di presidi extra-ospedalieri, ha rappresentato un inedito riferimento per la fine dell'esperienza degli ospedali psichiatrici, istituzioni del disagio e della sofferenza lontani dal soddisfare reali esigenze terapeutiche e riabilitative.
La legge segnava una completa modificazione non solo legislativa ma anche culturale dell'approccio agli aspetti della tutela della salute mentale imponendo la deistituzionalizzazione degli interventi, la realizzazione di strutture alternative e lo sviluppo di strategie territoriali.
A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge n.180 - le cui disposizioni si estendevano, ovviamente, anche ai degenti degli ospedali psichiatrici - i trattamenti sanitari necessari per le malattie mentali comportanti la necessità di degenza ospedaliera dovevano essere effettuati nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura istituiti negli ospedali generali, ai sensi dell'articolo 6 della stessa legge, mentre i ricoveri negli ospedali psichiatrici erano consentiti quali deroga temporanea a quest'ultima disposizione, limitatamente a quei soggetti ricoverati anteriormente alla data di entrata in vigore della legge e che necessitassero di trattamenti psichiatrici in condizioni di degenza ospedaliera.

2.2. I principi della legge n. 180 relativi all'istituzione di strutture dipartimentali per l'assistenza psichiatrica all'interno delle quali collocare gli stessi servizi psichiatrici di diagnosi e cura istituiti negli ospedali generali sono stati recepiti dalla legge 23 dicembre 1978, n. 883, che ha istituito il Servizio sanitario nazionale.

2.3. Il progetto-obiettivo «Tutela della salute mentale», approvato con decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 1994, adottato nell'ambito del piano sanitario nazionale 1994-1996, individuava tre grandi questioni che dovevano essere affrontate per elevare la qualità dell'intervento relativo all'assistenza psichiatrica:

la costruzione in tutte le USL di una rete di strutture territoriali, riabilitative, residenziali e semiresidenziali, proponendo, tuttavia, un eccesso di offerta in tale direzione, senza marcare le differenze con le logiche dei manicomi;

l'aumento e la diversificazione delle competenze professionali degli operatori, lo sviluppo dell'organizzazione dipartimentale del lavoro;

il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici.

A tal proposito lo stesso progetto-obiettivo riconosceva che «a 15 anni dall'emanazione della legge n.180, si deve purtroppo rilevare che in alcune realtà tale problema non è stato affrontato con la necessaria decisione determinando così uno stato di abbandono e di inaccettabile degrado della condizione di vita dei ricoverati». Conseguentemente, la promozione di progetti specifici per il superamento del residuo manicomiale costituiva uno dei cinque interventi da realizzare nel triennio di validità del progetto-obiettivo, che stabilisce i criteri organizzativi della rete di servizi e di strutture per l'assistenza psichiatrica e che, pertanto, rappresenta ancora oggi uno dei parametri di riferimento per la valutazione degli interventi delle regioni.

2.4. In coerenza alle previsioni del progetto-obiettivo 1994-1996, l'articolo 3, comma 5, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 (collegata alla finanziaria per il 1995) ha fissato al 31 dicembre 1996 il termine per la chiusura degli ospedali psichiatrici e, allo scopo di liberare finanziamenti per la realizzazione del medesimo progetto-obiettivo, ha stabilito che i beni mobili e immobili degli ospedali psichiatrici dismessi fossero destinati da ciascuna unità sanitaria locale interessata alla produzione di reddito, anche attraverso la


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vendita parziale degli stessi, da utilizzare proprio per l'attuazione del progetto-obiettivo.

2.5. In relazione a quanto previsto dal progetto-obiettivo e dalla legge n.724 del 1994, e in ottemperanza ad un ordine del giorno approvato dal Senato nel corso della discussione di quest'ultima, con decreto del Ministro della sanità del 24 maggio 1995 è stato istituito presso lo stesso dicastero l'osservatorio per il superamento dei manicomi. Con successivo decreto del Ministro della sanità del 18 settembre 1996, si è proceduto ad una nuova designazione dei componenti dell'osservatorio, denominato «per la tutela della salute mentale».
L'osservatorio ha elaborato linee guida per la chiusura degli ospedali psichiatrici che costituiscono un ulteriore parametro di riferimento per la valutazione dei progetti regionali, ed ha individuato i requisiti minimi strutturali, tecnologici ed organizzativi delle strutture sanitarie per l'assistenza psichiatrica. Questi ultimi sono stati recepiti con grave ritardo con il decreto del Presidente della Repubblica 14 gennaio 1997 che ha approvato l'atto di indirizzo e coordinamento Stato-regioni relativo ai requisiti per l'esercizio delle attività sanitarie da parte delle strutture sanitarie pubbliche e private.

2.6. Le previsioni della legge n.724/94 si sono tuttavia dimostrate insufficienti a promuovere efficacemente il processo di dismissione del residuo manicomiale, anche a causa della mancanza di un adeguato meccanismo di incentivazione e disincentivazione.
La Commissione si è fatta quindi carico di intervenire nuovamente sulla questione in sede di legge collegata alla manovra di finanza pubblica per il 1997. La legge 23 dicembre 1996, n. 662 all'articolo 1, commi 21, 22, 23 e 24, ferma rimanendo la data del 31 dicembre 1996, introduce, infatti, un forte sistema di responsabilizzazione delle regioni e delle USL per rendere effettivo il processo di chiusura. Alle regioni è imposto di adottare entro il 31 gennaio 1997 piani per la chiusura degli ospedali psichiatrici, a pena di subire una decurtazione dei finanziamenti in sede di ripartizione del Fondo sanitario nazionale; ai direttori generali delle aziende USL è posto in capo la responsabilità di gestire il processo di dismissione dei residui manicomiali con la sanzione, in caso di inadempimento, di vedersi decurtata la corresponsione della quota integrativa del rispettivo trattamento economico.
Questo meccanismo di penalizzazione finanziaria ha effettivamente indotto le regioni ad adottare i piani previsti dalla legge n.662 del 1996 i cui contenuti, tuttavia, sollecitano ulteriori riflessioni critiche in ordine alle modalità prescelte.

3. I piani regionali.

L'analisi dei piani regionali per il superamento degli ospedali psichiatrici consente di individuare tre diversi modelli di pianificazione, ai quali corrisponde una diversa articolazione delle responsabilità istituzionali ed aziendali:


a)
adozione e predisposizione del piano di dismissione del singolo o. p. con delibera della giunta regionale;


b)
adozione del piano di dismissione del singolo o.p., predisposto dalla USL interessata, con deliberazione della giunta regionale;


c)
adozione del piano di dismissione del singolo o.p., predisposto dalla USL interessata, con deliberazione del consiglio regionale.

La distinzione delle responsabilità tra USL, giunta e/o consiglio regionale non è comunque sempre agevole, circostanza che rende peraltro difficile l'applicazione di misure di penalizzazione.
L'analisi dei piani regionali dimostra alcune pericolose linee di tendenza, da modificare con urgenza:

i progetti di dismissione dei singoli istituti non sempre prevedono tempi certi per la definitiva chiusura degli o.p., circo


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stanza che rende particolarmente ardua l'attività di controllo e di monitoraggio: del resto non poche realtà regionali si sono mosse sull'urgenza dell'attuazione delle disposizioni della legge n.662, per evitare burocraticamente l'applicazione delle sanzioni finanziarie;

i progetti di dismissione dei singoli istituti prevedono sovente il riutilizzo delle aree ex o.p. per la realizzazione di discutibili strutture alternative, nonostante gli elevati costi connessi alla ristrutturazione degli immobili e soprattutto in contrasto con gli indirizzi legislativi adottati in questa materia. Tale pratica consente, peraltro, in aperta violazione della legge n. 180, nuove ammissioni all'interno degli o.p.;

i progetti di dismissione, soprattutto per quelle realtà regionali nelle quali l'approvazione dei piani è stata chiaramente dettata dall'urgenza di rispettare le disposizioni della legge n. 662 per non dover subire le sanzioni finanziarie dalla stessa previste, non sempre sono stati inseriti all'interno di un progetto di ristrutturazione dell'assistenza psichiatrica in linea con le previsioni del progetto-obiettivo nazionale, anche al fine di assicurare centralità al ruolo del DSM nella stessa gestione del processo di chiusura.

4. La situazione attuale degli ospedali psichiatrici.

4.1. I dati relativi agli istituti.

Il processo di chiusura degli ospedali psichiatrici riguarda, secondo i dati forniti dal Ministero della sanità, 62 istituti pubblici e 14 istituti privati, per un totale di 20.291 posti letto, di cui 12.951 pubblici e 7340 privati.
Risulterebbero, secondo i dati forniti dal Ministero, già chiusi gli o. p. di Reggio Calabria (1992), Arezzo, Collegno-Grugliasco, S. Ambrogio di Valpollicella (VR), Rovigo (1994), Sacile (PN), Noventa Vicentina, Monselice (PD), Oderzo (TV) (1995), Feltre (BL), Treviso, Valdobbiadene, Perugia, Gorizia, Udine, Roncati (BO), Lolli (Imola) (1996). Tali dati risultano, tuttavia, contraddetti dai piani trasmessi dalle regioni o dalle dichiarazioni rese dai loro rappresentanti nelle audizioni che fanno riferimento a istituti considerati chiusi. In non pochi casi è stata, difatti, deliberata una chiusura formale, di tipo burocratico-amministrativo, con la conseguente trasformazione dei «degenti» in «ospiti». Si tratta, evidentemente, di una modalità che la Commissione non può accettare o condividere.
Gli istituti ancora aperti sono diventati strutture fatiscenti, spesso collocati in parchi stupendi. Internamente è stata mantenuta la classica suddivisione ospedaliero-manicomiale per padiglioni, al cui interno mancano spazi personalizzati e servizi igienici adeguati.
Gli istituti, inoltre, hanno vissuto in una situazione di forte isolamento rispetto ai centri di salute mentale, ai servizi sociali dei comuni, alla vita culturale, sociale e produttiva del territorio. Non sono mancate, certamente, alcune positive iniziative in questo senso, che, tuttavia, hanno mantenuto carattere episodico e di improvvisazione.

4.2. I dati relativi ai degenti.

Un primo dato che è emerso con drammatica evidenza è la mancanza di dati certi, dettagliati e uniformi su ciò che è realmente avvenuto negli ospedali psichiatrici a decorrere dalla riforma del 1980 e sul destino che hanno avuto in sorte i degenti che hanno lasciato i manicomi a partire da quell'anno. Il Parlamento dovrebbe chiedersi e chiedere alla società che tipo di vita hanno condotto le migliaia di persone vissute dentro le strutture manicomiali, dove sono andati a finire i degenti che sono stati dimessi, quale assistenza hanno ricevuto, in che modo sono stati aiutati ad inserirsi nella società, quanti sono morti e per quali cause, quanti ancora sopravvivono. Allo scopo di rispondere a qualcuno di questi quesiti, la Commissione ha richiesto alle regioni l'analisi storica dei dati


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relativi ai degenti a decorrere dal 1980, specificando il numero dei degenti dimessi, le cause di dimissione e quelle di morte: le regioni, tuttavia, hanno in larga parte eluso tali quesiti e anche quando hanno risposto non hanno saputo fornire indicazioni certe. Mai, infatti, sono state fatte serie verifiche sulla sorte dei pazienti dimessi dagli ospedali psichiatrici.
Appare comunque fuori dubbio che solo in pochi casi si è saputo assicurare un adeguato e personalizzato percorso di reinserimento e che la maggior parte delle persone hanno vissuto la propria dimissione in situazioni di classica improvvisazione e di tragico abbandono. La storia della chiusura degli ospedali psichiatrici ha bisogno ancora di essere scritta, pienamente con pacatezza ed al di fuori delle pur straordinarie passioni che hanno animato la stagione della legge 180.
La Commissione avverte la necessità che il Parlamento sia messo nelle condizioni di poter valutare il percorso compiuto e da compiere partendo da una ferma consapevolezza: era ed è necessario chiudere, ma con maggiore progettualità e attenzione alle strutture alternative ed al sostegno da fornire alle persone coinvolte e alle loro famiglie.
I soli dati complessivi, quelli forniti dal Ministero della sanità, indicano in 80 mila il numero dei pazienti che hanno lasciato gli ospedali psichiatrici dopo il 1980: un terzo di questi sono deceduti, gli altri sono stati inseriti in comunità terapeutiche o riabilitative, in RSA, in istituzioni geriatriche o, ancora, in strutture private.
Secondo i dati forniti dal Ministro della sanità i pazienti attualmente ricoverati negli istituti sono 17.078, di cui 11.892 presso le strutture pubbliche e 5.186 presso strutture private. Si tratta di dati ritenuti attendibili dai componenti dell'osservatorio per la tutela della salute mentale istituito presso il ministero, mentre alcuni intervenuti nel corso delle audizioni hanno sostenuto che il processo di chiusura riguarda circa 22 mila persone. Vi è quindi un problema urgente nel censimento stesso del numero dei degenti aggravato dal fatto che la trasformazione dei «pazienti» in «ospiti» incide sulla determinazione del numero dei degenti effettivi: allo scopo di evitare distorsioni eccessive dei dati reali si potrebbe procedere alla rilevazione dei dati su base decentrata.

4.3. Alcune considerazioni di sintesi sulle missioni.

Molte persone hanno vissuto fino a pochi giorni fa dentro gli ospedali psichiatrici, in condizioni per lo più spaventose, con un'organizzazione sanitaria quasi sempre orientata alla semplice custodia e quasi mai alla riabilitazione ed al reinserimento. Dalle stesse visite effettuate negli ex o.p., dislocati nel nostro Paese, si è potuto constatare la drammatica condizione dei malati ancora ricoverati.
Le persone non ricevono cure adeguate: si fa solo un uso ripetuto (ed in molti casi smodato) di psicofarmaci. Non c'è un'assistenza personalizzata: i degenti si alzano la mattina presto, spesso non hanno indumenti propri, ma indossano casacche anonime e scarpe di misure diversa dalla propria. La giornata scorre senza attività organizzate, senza alcuna iniziativa alla socializzazione e scorre via in ambienti del tutto privi di qualsiasi stimolo, visivo, uditivo, tattile, eccetera. Quando è stata trovata una struttura più pulita, o almeno meno fatiscente, si è potuta comunque riscontrare una logica, un'impostazione, sempre molto «istituzionalizzante», tutta tesa a separare i degenti dalla «normalità» e a farli vivere una giornata vuota, senza senso, che scorre nell'incuria più totale e di frequente nella sporcizia.
Le persone ricoverate sono spesso lasciate in una totale promiscuità. Convivono insieme persone con età diversa, ma soprattutto in condizioni diverse: anziani, portatori di handicap, disagiati psichici gravissimi, gravi e persone leggermente disturbate.
Il personale infermieristico è stato per lo più selezionato e reclutato senza alcuna formazione professionale specifica e - al


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di là di casi eccezionali ha subito anch'esso un lento percorso di istituzionalizzazione e di totale demotivazione al lavoro. Il personale medico - ha subito via via lo stesso percorso adeguandosi al degrado di una struttura sanitaria non programmata per curare nè per riabilitare, ma per «mantenere in vita» e custodire.
Le aziende sanitarie e le regioni si sono sostanzialmente disinteressate degli ex o.p. non si sono preoccupati dei costi-benefici, di preparare seri programmi di chiusura. Naturalmente bisogna differenziare molto l'analisi per ciò che riguarda il passato e riconoscere che diverse regioni ed USL hanno fatto responsabilmente la propria parte in termini di innovazione e di reale cambiamento. Comunque, nelle regioni in cui esistono gli ex o.p., analizzate dalla Commissione, è possibile riscontrare quasi ovunque responsabilità gravissime e ritardi ingiustificabili.
Storicamente, il Ministero della sanità da sempre non si è contraddistinto con un ruolo positivo, anzi: ha riprodotto tutti i vizi riscontrati nelle regioni e nelle aziende sanitarie. Non ha svolto azioni di indirizzo, di controllo, di monitoraggio nè di tutoraggio in favore di una reale chiusura dei manicomi.
Il progetto obiettivo 1994-1996 è stato quasi completamente disatteso. L'Osservatorio per la salute mentale non è stato messo nelle condizioni di fare bene la propria parte e comunque è arrivato in ritardo rispetto all'attuazione della positiva legislazione disposta dalla finanziaria del 1994 e del 1997.
In conclusione il giudizio è evidentemente negativo. Gli o.p. ancora aperti non possono essere assolti e chi li ha tenuti in vita con le descritte modalità ha delle gravissime responsabilità di cui farsi carico.
Probabilmente non poteva andare diversamente poiché il manicomio, proprio per come è stato strutturato, produce inevitabilmente degrado in quanto non è adatto a svolgere quelle funzioni di cura, riabilitazione e reinserimento sociale. Certamente lo sguardo dovrebbe essere anche allargato per cogliere i limiti di una società che ha rimosso il problema dei malati di mente o ha addirittura ostacolato gli straordinari percorsi, che pure a volte ci sono stati, di tipo terapeutico e sociale.
Bisogna chiedersi quanti magistrati hanno fatto il proprio dovere per smascherare la violazione dei diritti umani oltre ai più elementari diritti di cittadinanza; quante imprese si sono arricchite per fornire beni e servizi del tutto privi dei necessari requisiti di qualità; quante speculazioni si sono celate dietro le diagnosi fatte a persone prive di qualsiasi malattia mentale, ricoverate per decenni in manicomio; quanti pregiudizi hanno impedito agli stessi cittadini di svolgere una funzione critica o di impegno attivo nel settore. La stessa politica quanto ha sfruttato, in termini clientelari e affaristici, i manicomi?
Eppure esperienze positive ci sono state, e sono tante, e tanti sono gli operatori, i cittadini e le famiglie che hanno creduto ed operato nella chiusura dei manicomi e nella realizzazione delle strutture alternative.
Vorremmo a tale proposito segnalare che:

esiste un patrimonio straordinario di medici, infermieri, operatori, che hanno creduto nella chiusura dei manicomi, che si sono adoperati per essa e si sono impegnati fino in fondo in questa positiva sfida lanciata dal Parlamento già alla fine del 1994;

in alcune realtà si è diffusa una capillare rete di servizi territoriali che hanno sperimentato percorsi fruttuosi di prevenzione, di cura, di riabilitazione e che hanno saputo interagire - con i tempi e le modalità di chiusura previsti dalla legge - per preparare e assistere in strutture alternative i degenti;

ha preso corpo una rete di associazioni, gruppi di volontariato e cooperative sociali che, in collaborazione con le strutture pubbliche, hanno saputo realizzare case-famiglia, comunità-alloggio, centri di accoglienza in grado di garantire il suc


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cesso di quei pochi positivi interventi di chiusura degli ex o.p.

5.1 Il finanziamento del progetto obiettivo.

La mancanza di finanziamenti finalizzati alla realizzazione delle strutture alternative, presupposto per l'attuazione del processo di chiusura, è stata indicata come una delle principali cause del ritardo: in questa prospettiva sono state ritenute inadeguate le disposizioni della legge n. 724 del 1994, nella parte in cui prevedono che i proventi derivanti dalla cessione degli immobili sede degli ex o.p. devono essere destinati al finanziamento del progetto obiettivo nazionale, ancorché modificate dalla legge n. 662 del 1996, in quanto le aree in oggetto sarebbero di difficile collocazione sul mercato. È tuttavia opportuno ricordare che la legge n. 662 non si è limitata ad ampliare le fattispecie cui ricorrere per la messa a reddito delle aree ex o. p., ma ha anche esplicitamente consentito di attingere ai fondi previsti dall'articolo 20 della legge finanziaria per 1988, la legge n. 67 del 1988, riconoscendo prioritari i progetti per la realizzazione dei centri diurni e delle strutture alternative.
Dall'esame dei progetti di chiusura dei singoli o. p. risulta peraltro che in pochissimi casi, come quello di Colorno (Parma), sia stata attivata la citata disposizione della legge n.724.
In aggiunta alle difficoltà connesse alla mancanza di finanziamenti specifici, è emerso che il sistema attualmente vigente per il finanziamento degli o.p. costituisce esso stesso un elemento di freno al processo di chiusura. Alla Commissione è stato pertanto suggerito di prevedere la creazione di una sorta di budget personale dei pazienti dimessi dagli istituti, una specie di quota capitaria individuale, da attribuire alla azienda sanitaria che ne assume, per competenza, il carico ovvero di individuare una soluzione che consenta contestualmente la riconversione delle strutture e della spesa, con particolare riferimento alle rette di degenza destinate agli ex o.p. privati.
Un ulteriore elemento di ambiguità da sciogliere riguarda la partecipazione alla spesa da parte dei degenti, attesi, in particolare, gli atteggiamenti, di dubbia legittimità, assunti da alcuni istituti, come l'ospedale S. Martino di Como che procede ad introitare le pensioni dei degenti, trattenendone una quota, a titolo di retta, il cui utilizzo è stato bloccato dalla competente azienda USL, circostanza per la quale sono stati presentanti ricorsi al TAR. L'associazione dei familiari dei degenti dell'istituto in questione ha proposto la creazione di una fondazione per la realizzazione del progetto-obiettivo. La proposta di regolamentare l'utilizzo delle risorse proprie dei degenti per migliorare la qualità dell'assistenza o, ad esempio per consentire t'acquisto di suppellettili che permettano la personalizzazione degli ambienti è stata sollecitata da più parti.

5.2 Le strutture alternative.

Le linee guida per la chiusura degli o.p. stabiliscono che i pazienti dimessi dagli stessi, distinti in tre diverse categorie individuate in relazione alla patologia prevalente - psichiatrica, disabilità, geriatrica - devono essere indirizzati verso le seguenti strutture di accoglienza:


a)
strutture con tipologie di tipo familiare, cioè i gruppi appartamento o le comunità alloggio, da destinare a soggetti con patologia e disabilità che non richiedono assistenza sanitaria e riabilitativa di lungo periodo (pari al 20 per cento ca. dell'attuale popolazione degli o.p.). La gestione delle comunità alloggio, per la quale si ammette il concorso degli assistiti alla partecipazione alla spesa da parte dei degenti, dovrebbe essere, secondo una tesi, affidata ad una pluralità di soggetti, nell'ottica di una piena integrazione tra sociale e sanitario; mentre, secondo un'altra tesi, da non condividere, dovrebbero essere considerate strutture di carattere sa


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nitario, da inserire nell'ambito del DSM e non affidate agli enti locali;


b)
comunità terapeutiche riabilitative, da destinare a soggetti che necessitano di interventi mirati alla riabilitazione psichiatrica e di reinserimento sociale (pari al 40-50 per cento circa dell'attuale popolazione degli o.p.). Si tratta di strutture a carattere sanitario gestite direttamente dal DSM, allocate preferibilmente al di fuori delle aree o. p. In questo caso si deve stabilire, in coerenza con le ultime norme, di non utilizzare le aree ex;


c)
RSA geriatriche e per disabili, strutture a carattere sanitario, da destinare a soggetti anziani e disabili che hanno bisogno di interventi assistenziali e riabilitativi, da gestire in stretto collegamento con il DSM (pari ad un terzo della popolazione attuale degli o.p., corrispondente alla fascia più giovane). Sono queste strutture particolarmente a rischio poiché la mancanza di esperienze pubbliche potrebbe determinare l'attivazione di strutture private, nelle quali in teoria sono possibili livelli di assistenza anche superiori a quelli delle strutture pubbliche, ma dove i controlli non possono che essere inferiori.

Si pone pertanto la necessità di verificare la concreta e corretta realizzazione delle strutture alternative, promuovendo in particolare la realtà del privato-sociale in integrazione con le strutture pubbliche.
Inoltre, la realizzazione delle strutture di accoglienza pone alcune questioni relative ai tempi e ai finanziamenti nonché ai luoghi, cioè alla possibilità di utilizzare le aree o.p. per la loro realizzazione, alla definizione dei requisiti minimi di natura non solo strutturale e tecnologica, ma anche di carattere organizzativo ed assistenziale, accompagnata dalla individuazione di indicatori di qualità. Il pericolo più grave relativo alle strutture di accoglienza è quello della riproduzione all'interno degli immobili sede di o.p. di piccoli manicomi. Nonostante l'indirizzo legislativo teso ad evitare il riutilizzo delle strutture per i servizi di assistenza al disagio mentale, i piani regionali dimostrano come questa soluzione sia frequentemente adottata e la norma legislativa sostanzialmente elusa. Il problema di fondo è, perciò, quello di rafforzare le disposizioni normative esistenti per escludere del tutto che le strutture di accoglienza riproducano la logica manicomiale.
A tal fine sembra opportuno richiamare lo scandaloso caso dell'ex o.p. di Agrigento dove una fantomatica ristrutturazione delle aree interne ha consentito e consente tuttora non solo la continuazione degli interventi di assistenza psichiatrica residenziale a favore dei vecchi degenti, ma addirittura l'ammissione di nuovi pazienti.
È stata inoltre sottolineata la necessità di considerare tutte le strutture di accoglienza ad esaurimento, di prevedere strumenti di verifica, da utilizzare nelle ispezioni, di aprire i luoghi, estendendo a questa realtà i poteri ispettivi dei parlamentari attualmente previsti per le carceri.
La realizzazione delle strutture alternative si collega strettamente al tema dell'organizzazione dei servizi psichiatrici sul territorio che, in base al progetto-obiettivo nazionale, fanno perno sul DSM - Dipartimento di salute mentale - e si articolano nei CIM - centri di igiene mentale - per l'assistenza ambulatoriale, mentre gli interventi di tipo ospedaliero sono rimessi agli SPDC - servizi psichiatrici di diagnosi e cura - istituiti presso gli ospedali generali.
L'adeguamento delle strutture territoriali ai parametri stabiliti dal progetto-obiettivo nazionale, secondo il Ministero della sanità, è stato quasi raggiunto, con la sola eccezione degli SPDC. Dal complesso delle audizioni emerge, tuttavia, la necessità di assicurare al DSM una regolamentazione uniforme sul territorio nazionale, riconoscendo al dipartimento un autonomo budget.
Molto forti le critiche espresse dalle associazioni delle famiglie che hanno segnalato l'assenza di strutture per la nuova cronicità, denunciando l'assoluta carenza dei servizi, che dovrebbero essere, invece, chiamati ad operare 24 ore su 24.
Una risposta in questa prospettiva dovrebbe essere data dal nuovo progetto-


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obiettivo nazionale, da elaborare come atto unico di riorganizzazione della psichiatria, senza fratture tra il processo di superamento del residuo manicomiale e la ristrutturazione dell'assistenza psichiatrica sul territorio. 5.3 Il personale.
Non esistono dati precisi relativi al numero delle persone attualmente occupate presso gli ospedali psichiatrici: secondo alcune stime i dipendenti degli istituti variano tra i 3 mila ed i 5 mila: per questi, in larga parte istituzionalizzati loro stessi, si pone indubbiamente un problema di riconversione e di riqualificazione professionale per evitare che la difesa del posto di lavoro rappresenti un oggettivo freno all'attuazione del processo di chiusura.
Sia per il personale pubblico sia per quello privato, per il quale la questione si pone in termini di maggiore difficoltà, da parte dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali sono stati suggeriti percorsi di riqualificazione professionale per la mobilità in grado di promuovere, per l'area del privato, anche una riconversione delle strutture, escludendosi la possibilità di risolvere il problema del personale attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali, quantomeno a quelli di tipo tradizionale. Non sussisterebbero, invece, problemi di natura contrattuale relativi agli inquadramenti sebbene sovente nel privato persone con requisiti inferiori sono adibiti a mansioni di tipo superiore.
A fronte di tale esigenza di riqualificazione e di riconversione del personale attualmente dipendente dagli o.p., si registra una grave carenza di organico nei servizi psichiatrici territoriali, stimata in circa 4 mila unità.

6. Conclusioni.

La Commissione ha dovuto prendere atto che il processo di chiusura è stato appena avviato e presenta numerose ambiguità e ha maturato il convincimento che esistono alcuni pericoli da evitare assolutamente.
In particolare è necessario evitare di:

«scaricare» le persone che vivono ancora dentro gli ex o.p. al loro destino (o scaricarli alle famiglie, quando ci sono), per dimostrare formalmente la chiusura dei manicomi prescindendo da percorsi personalizzati e reali di cura, riabilitazione e reinserimento;

adeguarsi alle «false chiusure». In molti ex o.p. è in atto un processo di ristrutturazione che vuole semplicemente rimodernare i vecchi padiglioni e mantenere in questi contesti i vecchi degenti. In qualche caso si vuole addirittura paradossalmente aprire ai nuovi ricoveri attraverso le cosiddette comunità riabilitative;

utilizzare sempre le stesse strutture e le aree manicomiali per fare RSA per i degenti anziani e per i portatori di handicap degli ex o.p., anche al di là della regolamentazione prevista dalle linee guida del Ministero della sanità. Anche in questo caso si commetterebbe un tragico errore che non modificherebbe sostanzialmente la condizione di vita di queste persone;

avviare percorsi di chiusura senza preparare adeguatamente il trasferimento in strutture alternative. È necessario prestare molta attenzione a non ricreare dei «piccoli manicomi» in luoghi diversi dagli ex o.p., ma altrettanto istituzionalizzati;

scaricare i degenti degli ex o.p. in strutture private che non hanno alcun requisito alternativo agli ospedali psichiatrici. Questa scorciatoia viene spesso utilizzata pur di chiudere formalmente gli ex o.p. oppure, cosa ancor più grave, per garantire interessi locali che mirano a trasformare l'evento chiusura in un giro di affari;

utilizzare a fini speculativi il patrimonio degli ex o.p. oppure abbandonarli a se stessi senza trarne quel reddito che è necessario per essere reinvestito nel settore della salute mentale;

favorire la tragica contrapposizione fra gli interessi degli attuali ricoverati negli ex o.p., che si riverseranno nelle scarse


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e deboli strutture territoriali alternative, e la nuova utenza, oggi molto vasta e con poche opportunità di cura e di riabilitazione.

La Commissione ritiene di poter individuare nei seguenti punti gli elementi costitutivi di un percorso di sostegno al processo di chiusura degli ospedali psichiatrici:

monitoraggio dei pazienti, ovunque domiciliati, provenienti dagli ex ospedali psichiatrici a decorrere dal 1994;

personalizzazione dei percorsi di dimissione, degli inserimenti nelle strutture alternative, provvedendo adeguatamente al reinserimento sociale e lavorativo;

costruzione di un sistema di rete dei servizi, a partire dal DSM;

promozione di una forte integrazione degli interventi nei settori sociale e sanitario, considerata l'impossibilità di separare nettamente i due ambiti di intervento in un campo come il disagio mentale, per ciascun momento di prevenzione, cura, riabilitazione, reinserimento sociale e lavorativo. A tal fine appare fondamentale il rapporto con gli enti locali per definire strategie comuni in grado di valorizzare i rispettivi ruoli all'interno di una logica di lavoro integrato e a rete;

riconoscimento del ruolo strategico del rapporto con il privato sociale, da rendere compartecipe nei momenti della progettazione e della verifica dei risultati e da non considerare come «manovalanza a basso costo». Le cooperative sociali possono essere la risposta più profonda e più seria sul territorio per l'offerta di una svariata gamma di servizi, in particolare per il reinserimento lavorativo;

avvio di un percorso di riqualificazione del personale proveniente dagli ex ospedali psichiatrici, consentendo agli operatori, su richiesta, di transitare in altre strutture del servizio sanitario; rafforzamento dei profili professionali degli operatori sanitari e sociali dell'area del disagio mentale al fine di potenziare i servizi e migliorare la qualità degli interventi;

modificazione della disciplina dell'interdizione dei degenti degli ex ospedali psichiatrici, consentendo l'utilizzo dei loro redditi, spesso giacenti presso depositi bancari o postali, per la loro assistenza e per le loro esigenze personali;

adozione di un nuovo progetto-obiettivo che definisca metodi e tempi di intervento a supporto delle regioni, delle aziende sanitarie locali, che indichi i livelli minimi uniformi di assistenza allo scopo di evitare intollerabili disparità sul territorio nazionale e fornisca indicazioni certe per il potenziamento delle strutture alternative;

riqualificazione della spesa storica, adeguando i sistemi di finanziamento per le terapie del disagio mentale, liberando le risorse previste dalla legge n. 724 del 1994, come modificata dalla legge n. 662 del 1996, evitando l'utilizzo delle aree ex o. p. per strutture d'intervento sul disagio mentale;

previsione, nella finanziaria per il 1998, di disposizioni che da un lato penalizzino chi non si è ancora adeguato alla normativa vigente e dall'altra premino chi ha realmente chiuso le strutture, fermi restando la vigilanza ed il controllo sulle «false chiusure»;

presentazione di relazioni semestrali da parte delle aziende sanitarie locali, delle regioni e del ministero sullo stato di attuazione della chiusura e sugli interventi in atto;

revisione della organizzazione e del funzionamento dell'Osservatorio per la salute mentale, adeguandone la struttura operativa e di supporto alla possibilità di svolgere compiti di reale verifica e controllo; prevedendo, a sostegno dell'attività di monitoraggio, lo svolgimento di conferenze nazionali e regionali;

predisposizione di un nuovo progetto per gli ospedali psichiatrici giudiziari, per superare la logica manicomiale, mantenendo i dovuti livelli di sicurezza per i cittadini, e garantire il carattere umanitario della pena ed il recupero sociale del detenuto;


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elaborazione delle linee guida sulle terapie in psichiatria, evitando il ricorso all'elettrochoc e all'abuso di farmaci, in particolare di quelli retard, soprattutto nelle strutture private dove i controlli sono più evanescenti;

sostegno alle famiglie che non devono essere lasciate sole nella presa in carico dei problemi del disagio mentale, attuando nel contempo piani di dimissione che tengano conto della espressa volontà del malato.

Infine allo scopo di assicurare uno strumento agile di controllo politico e parlamentare sul processo di chiusura, la Commissione ritiene opportuno procedere alla istituzione di un comitato permanente che possa continuare l'azione iniziata con l'indagine conoscitiva e mantenere costante l'attenzione sui problemi del disagio mentale.