VI COMMISSIONE
FINANZE

AUDIZIONE


Seduta di marted́ 12 ottobre 1999


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La seduta comincia alle 11.15.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, rimane stabilito che la pubblicità dei lavori venga assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del presidente dell'Ente tabacchi italiani (ETI), Maurizio Basile, sulle questioni connesse al piano strategico di riassetto dell'Ente.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del presidente dell'Ente tabacchi italiani (ETI), Maurizio Basile - accompagnato dal dottor Emanuele Ludovisi, dal dottor Antonio Abbate, dal dottor Carlo Piccolo, dal dottor Carlo Falcone e dal dottor Fabio Grisanti - sulle questioni connesse al piano strategico di riassetto dell'Ente.
Lo scopo dell'audizione odierna è quello di conoscere il piano di riassetto deciso dal consiglio di amministrazione dell'ETI il 4 ottobre scorso. Il piano sarà poi sottoposto alla valutazione delle diverse forze sociali e quindi ad un approfondimento prima di essere trasmesso al ministro delle finanze, per le necessarie conseguenze. Questa audizione assume perciò grande rilevanza per la Commissione perché consente di avere una informazione precisa e di poter esprimere quelle osservazioni che potranno essere utili al presidente ed al consiglio di amministrazione dell'ETI.

MAURIZIO BASILE, Presidente dell'ETI. Ringrazio dell'opportunità che ci viene offerta di fare una presentazione alla Commissione del piano di riassetto dell'ETI. Vorrei partire proprio da quanto ha detto il presidente circa l'iter che caratterizzerà i prossimi passi di questo piano, che è stato approvato dal consiglio di amministrazione nell'adunanza del 4 ottobre e che sarà oggetto di confronto con le organizzazioni sindacali; dopo di che verrà sottoposto al parere consultivo, per gli aspetti di specifico interesse e competenza, dei componenti la commissione paritetica consultiva, in via di costituzione come previsto dal decreto legislativo n. 283 del 1998 istitutivo dell'Ente, per poi essere trasmesso al ministro delle finanze. Questo piano non ha dunque al momento una sua operatività, che è subordinata all'espletamento dell'iter che ho tracciato.
Cercherò di sintetizzare il piano e pertanto forse parlerò di elementi a voi già noti in base alle notizie che sono circolate finora. Partirei paradossalmente dalle conclusioni, così come illustrate nella documentazione consegnata alla Commissione, che esporrò nella mia relazione.
Il piano così delineato individua un'impresa che a regime, cioè nel 2003, risulterà allineata con le performance dei principali competitori europei da tutti i punti di vista (organizzativo, dell'assetto industriale e di business); tale impresa sarà fondata sui due filoni principali delle attività core - cercherò di dimostrare


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perché siano ritenute tali - dei prodotti da fumo e della distribuzione, con indicatori di produttività e di redditività, in linea con la migliore concorrenza europea ed anche sostenibili nel tempo. Sul concetto di sostenibilità mi soffermerò più volte.
Il piano, una volta definito e condiviso dal Governo azionista, potrà trovare rapida attuazione con il cambiamento della natura giuridica dell'ETI, come previsto dal decreto legislativo, cioè nel corso del 2000, e quindi con la privatizzazione che potrà avviarsi sostanzialmente a partire dal 2001.
Il piano di riassetto, anche in questo caso in perfetta coerenza con il decreto legislativo, non genera esuberi che identificano fuoriuscite di risorse dal mercato del lavoro, che vengono collocate in altre attività. Si tratta dunque di una ristrutturazione che non produce disoccupazione ma anzi che si chiuderà a saldo occupazionale positivo, perché sono previste assunzioni a vario titolo e per varie motivazioni.
Partendo da questi punti di riferimento, possiamo trovare la ratio del piano individuando tre grandi blocchi: lo scenario competitivo, che obbliga a certi comportamenti, il piano vero e proprio e le risultanze.
Lo scenario indica un costante aumento della pressione competitiva, una concentrazione delle multinazionali e alcuni processi di privatizzazione. Conosciamo l'esperienza dell'Austria, della Spagna e della Francia, paesi che hanno iniziato molto prima di noi e che hanno attuato una serie di concentrazioni. È di questi giorni la notizia ormai ufficiale della fusione tra la Seita e la Tabacalera, che darà luogo al nuovo soggetto imprenditoriale, che sarà il quinto competitore mondiale nel settore dei tabacchi lavorati. Di qui una progressiva marginalizzazione degli operatori domestici e un'ulteriore pressione sui marchi nazionali.
Il quadro di riferimento indica inoltre: mercato in calo sui prodotti nazionali e licenze a rischio nel medio termine, determinato dall'allargamento dell'Unione europea ad altri paesi produttori di tabacco quali Ungheria e Polonia, caratterizzati da costi più bassi; rischio by-pass nella distribuzione, a causa dei costi non allineati e quindi di una perdita di ricavi da distribuzione; perdita della fidelizzazione del cliente; crescente sottoutilizzo dell'assetto distributivo attuale; svantaggio crescente dell'integrazione ETI-ATI a fronte delle mutate esigenze del mercato del tabacco grigio, da cui la diminuzione del valore del gruppo; rigidità nelle politiche degli approvvigionamenti; aumento dei costi degli approvvigionamenti stessi; possibile diminuzione del contributo del fornitore per l'allineamento delle accise ai livelli europei, da cui deriva un calo dei ricavi e una possibile contrazione dei margini industriali.
Tutto ciò indica che i mutamenti dello scenario competitivo europeo impongono un piano di riassetto dell'Ente che assicuri la sostenibilità a medio e lungo termine dei livelli di redditività.
Esaminando la situazione dei nostri competitori europei, da una delle tabelle distribuite risultano sulle ascisse le aree di attività e sulle ordinate i competitori. Alcuni elementi accomunano le scelte strategiche dei vari soggetti: nessuno è presente nelle premanifatture, cioè nessuno è verticalizzato; tutti operano nel settore delle sigarette e dei sigari; tutti operano nel settore della distribuzione ma con sistemi molto lontani da quelli che abbiamo ereditato dall'amministrazione dei Monopoli dello Stato; tutti sono diversificati dal settore della lavorazione tabacchi solo per la distribuzione, trattandosi di due settori tra loro fortemente sinergici; tutti sono divisionalizzati, in quanto hanno un assetto organizzativo focalizzato sulle performance delle singole aree di core business (per ora l'ETI ha ritenuto opportuno assumere un assetto funzionale).
L'ETI ha ereditato una situazione in cui i prodotti italiani hanno registrato una caduta verticale; negli ultimi otto anni sono stati persi circa 20 punti di quota di mercato; i prodotti esteri e su licenza hanno invece registrato una crescita. Si


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evince una costante perdita di quota di mercato a favore della Philip Morris, la cui forza contrattuale è cresciuta attraverso lo strumento della licenza. Nel grafico distribuito è riportato anche l'andamento dei prodotti su licenza, un settore che commenteremo in seguito, sfuggendo dalla facile suggestione di capire perché si sia determinata questa situazione di fatto e di criticare o meno la scelta a suo tempo compiuta di consentire la sostanziale «cannibalizzazione» del marchio MS dal marchio Diana. Il nostro compito è di gestire partendo dalla situazione attuale, dalla quale però non possiamo prescindere.
L'attuale struttura dei ricavi indica circa 1.500 miliardi di ricavi da sigarette ed affini, 78 miliardi da sigari e sigarette, 81 miliardi dalla premanifattura (ricordo che c'è un giro contabile per i contributi CEE di circa 40 miliardi), 62 miliardi dall'attività del sale, 186 miliardi come proventi della distribuzione, 177 miliardi dalla carta, 55 miliardi dai filtraggi. Il gruppo, nel totale, ha un giro d'affari dell'ordine di 2.140 miliardi, il che significa che la concentrazione dei ricavi è per circa il 75 per cento rappresentata dai prodotti da fumo e per l'8 per cento dalla distribuzione.
Vediamo ora, rispetto alla situazione attuale, quali siano le connesse criticità. Le 14 manifatture di sigarette e le 2 di sigari mostrano una struttura produttiva sovradimensionata con manifatture obsolete, di piccole dimensioni e non specializzate per etichetta. I 5 mila addetti di periferia operano in assenza di criteri di pianificazione della produzione legati alla domanda espressa dal mercato. La produttività per addetto per sigarette e sigari di 9.500 chilogrammi-anno dimostra processi industriali inefficienti. La capacità produttiva di 100 milioni di chilogrammi-anno indica un portafoglio di prodotti non razionalizzato, con oltre il 60 per cento delle etichette non redditizio. Il 47 per cento di utilizzo degli impianti, lavorando ad un turno rispetto ai due o tre turni dei competitori europei, indica un divario tecnologico tra i diversi siti.
Quanto alla distribuzione, abbiamo 17 depositi di manifatture, con un ruolo distorcente dei magazzini di vendita sul mercato; 2 depositi import, con mancanza di visibilità e di controllo dei lussi logistici; 20 depositi fiscali, con processi di gestione dello stock e del trasporto ampiamente burocratizzati; 580 magazzini, in totale assenza di sistemi informativi di gestione ordini integrati. L'eredità dei monopoli ci consegna un sistema per cui l'ETI dopo la vendita attraverso il deposito al magazzino è «cieco», cioè non sa cosa succede ed è lì che si scatena la pressione competitiva della forza di mercato per far sì che sugli scaffali del tabaccaio arrivino quantità di prodotti divisi per marche e competitori che non sono in linea con la normativa vigente. Le rivendite sono 58 mila, con tariffari attuali non coerenti con il livello qualitativo del servizio offerto.
Sintetizzando al massimo, si evince la totale assenza di sistema informativo, la mancanza di presidio della distribuzione primaria, la mancanza di presidio della distribuzione secondaria. Dall'indagine che stiamo compiendo per costituire un data base del settore commerciale è emerso che contro una visita settimanale, ovvero ogni dieci giorni, presso le tabaccherie dei nostri competitori, l'amministrazione dei Monopoli aveva fatto una sola visita negli ultimi dieci anni. Questo è il gap commerciale.
Veniamo alle premanifatture. Abbiamo attualmente 10 stabilimenti, 7 dei quali sono dell'ETI e 3 dell'ATI, quindi un numero eccessivo di stabilimenti obsoleti e di piccole dimensioni. La produzione annua è di 27.500 tonnellate, con una struttura sovradimensionata rispetto agli attuali livelli produttivi. La saturazione della capacità produttiva è inadeguata, con attività non focalizzata su varietà remunerative. I dipendenti sono 785 con organizzazione turnistica e contrattualistica del lavoro non allineata agli standard del settore. Sostanzialmente, noi non lavoriamo su più turni e non abbiamo stagionali, che sono una peculiarità di questo settore; quando abbiamo stagionali,


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questi lavorano per 11 mesi, il che significa non averli. Il risultato quindi è in perdita.
Passiamo alle saline. Le saline apportate all'ETI sono 4 e vi sono disorganicità degli stabilimenti, carenza di presidio di essiccazione e vagliatura, assenza totale di una cultura della qualità, alta incidenza del rapporto tra personale diretto ed indiretto, alti costi di estrazione del sale minerario.
Tutte le considerazioni fin qui svolte portano ad affermare che l'attrattività del mercato dei prodotti da fumo è fortemente a rischio per il produttore nazionale monopolistico. Aumenta la concentrazione delle multinazionali e degli ex monopolistici, il mercato sui prodotti nazionali è in calo per la crescente fidelizzazione ai gusti europei e nordamericani, vi è il rischio concreto di una perdita delle produzioni su licenza. Come è noto, il contratto su licenza è stato prorogato fino al 31 dicembre 2000. È verosimile immaginare che, se non ci allineeremo all'efficienza e alla competitività di paesi europei quali Polonia ed Ungheria, la Philip Morris trasferirà le produzioni su licenza, che ad oggi sono 16 milioni di chili: il che significa circa il 30-35 per cento dei nostri 50 milioni di chili. Aggiungo che questo non è tanto un rischio paventato, perché dalla documentazione trovata nello studio dello scenario competitivo da una rivista internazionale americana è emerso che, nel 2002, 16 milioni di chili sarebbero stati trasferiti dall'Italia ad un paese che, se non ricordo male, è l'Ungheria. Questo significa che dobbiamo «correre» per rendere attrattivo un determinato segmento; se poi questo segmento è stato la causa della perdita dei 20 punti di quote di mercato, io ho la mia idea, ma oggi parto da una situazione di fatto.
Vi è poi il rischio di perdita di business per la distribuzione a terzi. A fronte di una struttura di costi non competitiva e di una carenza di informatizzazione, vi è il rischio concreto che i maggiori clienti che si avvalgono dei nostri canali distributivi decidano di mettere in proprio una catena distributiva sul nostro territorio. Anche in questo caso bisogna quindi dare risposte in tempi brevi.
Ho in pratica già anticipato la situazione attuale dell'Ente, che riassumo rapidamente: un portafoglio diversificato e non focalizzato; una perdita continua di competitività sul mercato core; una struttura non dedicata ai business da presidiare (parlo della divisionalizzazione); un assetto industriale e logistico obsoleto da razionalizzare; una cultura sostanzialmente burocratica, preoccupata di garantire l'introito di IVA e accise e non sufficientemente focalizzata sulla gestione del business. Ciò significa che, in assenza di un piano incisivo di riassetto del gruppo, cioè ipotizzando una gestione inerziale del business, per motivazioni endogene ed esogene, nel giro di pochi anni l'azienda andrebbe sotto zero. Il verificarsi infine di eventi esterni al controllo dell'ETI (mi riferisco ai fattori esogeni, licenza e monopolio) è tra le cause fondamentali di questa possibile decadenza.
Vediamo ora cosa succederebbe nel caso in cui continuassimo a gestire l'azienda in modo inerziale. Partendo dagli attuali 400 miliardi di MOL, sulle ascisse del prospetto che vedete ci sono i fattori endogeni: il che significa che la perdita progressiva delle quote di mercato di sigarette al trend del 2,5 per cento all'anno che si è registrato fino ad oggi porterebbe ad una perdita di redditività di 135 miliardi circa nell'arco dei quattro anni. Sui sigari prevediamo una piccola crescita, perché abbiamo oltre l'80 per cento della quota di mercato. Abbiamo un ulteriore scadimento del settore delle premanifatture, mentre è sostanzialmente ininfluente il sale, perché, al di là della strategicità territoriale, è un business piccolo. I fattori endogeni, quindi, eroderebbero circa 140-150 miliardi. Se aggiungiamo i fattori esogeni, che sono ben più di un rischio potenziale, il margine di 400 miliardi praticamente si azzera nell'arco di quattro anni.
Vediamo ora quali sono le linee guida di riassetto, cioè che cosa il piano propone


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per rispondere a questa sfida competitiva. La missione dell'ETI è di condurre le attività conferite dall'amministrazione verso una società di diritto privato che, operando nei business dei prodotti da fumo e della distribuzione, recuperi la competitività persa negli anni e favorisca una valorizzazione dell'azienda attraverso la razionalizzazione del portafoglio di business e la focalizzazione delle risorse su attività coerenti con la missione aziendale; la divisionalizzazione dell'azienda come strumento; la razionalizzazione e l'efficientamento del sistema industriale e distributivo.
Cominciamo a parlare del portafoglio di business. Abbiamo visto dove i grandi competitori europei sono presenti e dove non sono presenti. Teniamo conto che il decreto legislativo prevede comunque che, alla fine del percorso, vi sia una privatizzazione; quindi, affermare che alcuni business si dismettono prima ed altri dopo è solo un problema di cum e non un problema di an, cioè è solo un fatto temporale. Nella parte sinistra del quadrante abbiamo le attività di core business, in cui la dimensione del cerchio rappresenta la dimensione economica del business stesso. Appare evidente che core business sono tutto il settore dei tabacchi lavorati e la distribuzione, che è altamente da valorizzare; non core business è tutta la parte che citavo prima, ATICarta, le premanifatture, i filtri ed il sale. Dismettere non significa svilire, ma avviare un piano di ristrutturazione in tempi molto veloci per rendere competitivi (per quanto possibile) questi settori e poi avviare un processo di spin off (come si dice in gergo), cioè di privatizzazione delle attività non core rispetto a quella che sarà la privatizzazione dell'azienda. Mi riferisco quindi all'ETI nella sua configurazione di persona giuridica di diritto privato.
Le linee guida di riassetto sono la razionalizzazione del portafoglio di business, la divisionalizzazione dell'ente e la razionalizzazione e l'efficientamento del sistema industriale e distributivo. Come verrà «assettata» da un punto di vista organizzativo l'ETI? È prevista un'ETI corporate leggera, con funzioni di guida e di indirizzo, da cui dipendono alcune divisioni che, come si dice in questi casi, sono divisioni pesanti, nel senso che inglobano una serie di funzioni oggi presenti nell'ETI.
Per quanto riguarda la divisione prodotti da fumo, a cui è strettamente connessa la strategic business unit dei sigari per la forte complementarietà e sinergicità che ravvisiamo tra business delle sigarette e business dei sigari, confluiranno in essa tutte le funzioni tecniche, le funzioni commerciali, le funzioni di ricerca e sviluppo, cioè tutto ciò che consente un'autonomia gestionale della divisione prodotti da fumo, lasciando alla corporate solo le funzioni guida, controllo e gestione finanziaria. Ci sono poi la divisione distribuzione, di cui parlerò dopo, ed altre due aree, che sono aree di transito, cioè la divisione immobiliare, dove confluiscono le attività immobiliari risultanti dal processo di riassetto (le quali, previa opportuna valorizzazione, dovranno essere alienate e diventare un generatore di cassa e di plusvalenza), ed il coordinamento del business non core per gestire la fase di riassetto e l'iter di privatizzazione, secondo gli indirizzi che il Governo vorrà dare nel caso specifico.
Veniamo ora all'assetto industriale e distributivo. Per i prodotti da fumo, le linee guida di intervento prevedono l'eliminazione delle capacità in eccesso, la ricerca di specializzazione per etichette, volumi associati e dislocazione geografica delle manifatture compatibile e coerente. Per la distribuzione, il piano prevede una gestione integrata e centralizzata della raccolta degli ordini, della distribuzione e del servizio clienti. Questo significa recupero del presidio del trade intermedio e del trade finale; significa informatizzazione, significa che la gestione degli ordini e della fatturazione non dovrà più passare per gli attuali magazzinieri (che nel piano cambiano mestiere); ciò comporta un presidio diretto tra l'ETI e il retailer, tra l'ETI ed il tabaccaio, tra l'ETI ed il cliente, colui che acquista il tabacco lavorato. Sempre con riferimento alla distribuzione, si prevede


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l'ottimizzazione della catena logistica, con riduzione dello stock e gestione attraverso un sistema informativo all'avanguardia.
Quanto alla trasformazione della parte tabacco, il piano prevede la chiusura delle agenzie di premanifattura in eccesso rispetto alla produzione attesa ed una seria revisione dell'organizzazione del lavoro (turni e stagionalità). Per quanto riguarda il sale, le linee guida di intervento prevedono la chiusura della salina di Cervia, in linea con le opzioni già assunte da circa tre o quattro anni dall'amministrazione dei monopoli, e la razionalizzazione dell'organico e dei principali processi per quanto riguarda le altre tre saline.
Per quanto concerne la divisione prodotti da fumo, la nostra missione è quella di essere un operatore profittevole attraverso lo sviluppo, la produzione e la promozione di prodotti di qualità, al fine di mantenere una posizione significativa nel nostro mercato, per massimizzare il valore dell'Ente. Gli obiettivi strategici sono: il recupero di competitività sul mercato attraverso una leva di marketing efficace e con il presidio commerciale sul territorio; la ricerca di qualità dei prodotti attraverso una strategia di approvvigionamento efficiente (e non più in una situazione di sostanziale focalizzazione su un unico fornitore), una produzione economica e di qualità delle sigarette nazionali e su licenza (per mantenere la fidelizzazione di colui che determina circa il 25-30 per cento attuale della redditività aziendale) e un coordinamento efficiente con la divisione distribuzione (da qui la forte sinergicità tra produzione e distribuzione in tutta Europa); l'internazionalizzazione dei prodotti nazionali ed in particolare del sigaro toscano (da qui la stretta connessione che noi vediamo tra sigarette e sigari) ed infine lo sviluppo di nuovi canali per la comunicazione e la commercializzazione, in particolare all'estero.
L'obiettivo di recuperare la competitività sul mercato passa attraverso la razionalizzazione del portafoglio dei prodotti nazionali, l'introduzione di nuovi prodotti, il presidio commerciale diretto e sulla periferia. L'efficienza nei costi e nella qualità del prodotto significa: razionalizzazione delle manifatture; ridefinizione delle politiche di acquisto; iniziative congiunte con i fornitori per ottimizzare qualità e flussi logistici; avvio di un piano di recupero della produttività attraverso l'organizzazione del lavoro, il trasferimento delle linee per ottimizzare le tecnologie disperse e il reengineering dei processi. Si prevede poi un progetto di internazionalizzazione dell'ETI, in particolare per quanto riguarda il sigaro «Toscano», e lo sviluppo di nuovi canali di comunicazione e commercializzazione.
In termini di portafoglio prodotti, attualmente operiamo con 55 codici. Prevediamo una razionalizzazione dei codici nella misura del 31 per cento circa, che porta ad una riduzione del 56 per cento dei codici presenti nel 1998. Tale riduzione determina una perdita molto contenuta dei ricavi (circa il 4 per cento), a nostro avviso minimizzabile e sostanzialmente recuperabile con una strategia commerciale adeguata e portatrice di opportunità elevate di riduzione dei costi di produzione e di distribuzione. Tradotto in termini più immediati, ciò significa che la riduzione del 56 per cento delle etichette, se teoricamente comporta la perdita di un minimo di margine, determina peraltro efficienze tali che il saldo complessivo è fortemente profittevole. Ricordo, solo per inciso, che nell'ABC del nostro fatturato l'80 per cento di quello relativo alle sigarette nazionali si ottiene con otto etichette.
Sul piano commerciale, è prevista l'introduzione nel 2000 e 2001 di tre linee di sigarette per sei nuove etichette (una linea nella fascia media e due nella fascia alta). Dobbiamo infatti colmare il gap che oggi esiste all'interno dei nostri prodotti: sostanzialmente, vi è un vuoto tra i prodotti da 4.000 lire ed i prodotti tra le 5.000 e le 5.500 lire, dove una grossa fetta di mercato può essere oggetto di battaglia commerciale. Questo è lo spazio che dobbiamo occupare con prodotti che siano degni di tale nome. Prevediamo


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quindi che i volumi di vendita crescano nella misura che potete vedere nel prospetto relativo.
A proposito della crescita dei volumi e della sfida di questo piano che, tengo a sottolinearlo, è un piano di espansione, tra il 1999 ed il 2003 è previsto un incremento dei volumi complessivi del 7 per cento circa. Se facciamo bene i conti, cioè se confrontiamo le vendite che prevediamo di avere nel 2003 con le vendite che avremmo, sempre nel 2003, nello scenario inerziale, vediamo che il differenziale è del 37 per cento. Questo significa che accettiamo la sfida chiedendo produttività nei termini che vedremo: non, come qualcuno ha detto, con un incremento delle vendite del 7 per cento, bensì di quasi il 40 per cento e con un incremento delle quote di mercato del 10 per cento. Si tratta quindi di un piano altamente «sfidante».
Sul piano commerciale è prevista, poi, la creazione di una rete commerciale e del piano del marketing attraverso il blocco progressivo della perdita di quota di mercato nel 2000 (si inizia a bloccare il trend di 2,5 punti di quota di mercato ineluttabile) puntando, dal 2001, al recupero dell'1 per cento medio annuo per le sigarette e mantenendo la quota di mercato per i sigari, che è leggermente superiore all'80 per cento. Prevediamo di creare una rete commerciale, come i nostri migliori competitori, con 150 addetti, per un costo stimato dell'ordine di 9 miliardi in media annui; un piano di investimenti di marketing e di promozione immagine e prodotti, che prevediamo di sostenere con investimenti di circa il 3 per cento di fatturato; lo sviluppo di canali virtuali (pensiamo al programma e-commerce), evidentemente non sul mercato domestico. L'internazionalizzazione si fa quando c'è il prodotto. Dove pensiamo di andare, per quanto riguarda le sigarette, avendo i prodotti giusti nei termini di cui parlavo prima? Nel Medio Oriente, nei paesi dell'est Europa e nell'Asia del Pacifico. Non possiamo pensare di andare a fare concorrenza alle major multinazionali nelle loro aree peculiari. Ipotesi di prodotto sono: nel Medio Oriente, sigarette scure; nei paesi dell'est europeo, l'estensione della gamma «MS Venezia»; nell'Asia del Pacifico, le slim, che hanno dei trend estremamente promettenti. L'obiettivo nel 2003 è raggiungere 1 milione di chili. Sui sigari, i mercati sono l'Unione europea, la Svizzera, il nord America e l'Australia, con un prodotto molto verosimilmente ad hoc, di alta gamma, cioè un Toscano «Premium», con un obiettivo di 100-150 mila chili annui.
Passiamo ora a descrivere le unità produttive. La logica in base alla quale sono state individuate le manifatture come quelle sulle quali impalcare la nuova azienda si è basata sulla massimizzazione della concentrazione dei volumi e sappiamo che la capacità di prima e seconda fase non è trasferibile (driver: capacità produttiva di prima e seconda fase installata); sulla massimizzazione dell'utilizzo degli impianti; quindi sulla trasferibilità degli impianti di terza e quarta fase vincolata agli spazi esistenti (driver: presenza di impianto slicer, cioè l'impianto di scioglimento della materia prima); sull'assicurazione di una suddivisione efficiente della produzione sul territorio, perché non ci possiamo dimenticare che la latitudine penalizza o premia e l'Italia è stretta e lunga, per cui è necessaria un'equilibrata ripartizione delle manifatture tra nord e sud e l'accessibilità alle reti di trasporto (driver: area geografica e localizzazione urbana).
Nella tabella che illustra la divisione dei prodotti da fumo sono indicate le manifatture con l'area geografica, la localizzazione urbana, i coefficienti di produzione effettiva per turno annuo di prima e seconda fase, l'estendibilità e cioè, in termini di lay out, il numero di isole di terza e quarta fase espandibili nell'obiettivo di concentrare le eccellenze tecnologiche. Ricordiamo che il settore dei tabacchi lavorati ha barriere tecnologiche bassissime, non è capital intensive e la presenza delle apparecchiature sul territorio è a macchia di leopardo. Il processo indicato presuppone la concentrazione e infatti avrete notato che il livello degli


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investimenti è sostanzialmente modesto, proprio perché si tende ad ottimizzare l'esistente. Nel grafico infine è indicata la presenza di impianto slicer.
Da questa griglia di motivazioni emerge la logica in base alla quale si individuano gli stabilimenti che potremmo definire la «prima scelta» su cui incardinare il processo; i vari stabilimenti vengono giudicati nel grafico come «positivi», «indifferenti» o «negativi» e gli stabilimenti di Bologna, Chiaravalle e Lecce soddisfano i requisiti industriali.
Quanto alla divisione dei prodotti da fumo in termini di addetti, di produzione e di principali brand, emerge che a Chiaravalle gli addetti sono 449, che lavorano sei giorni su sette su tre turni di sei ore, con i principali brand ( Diana, Marlboro, MS e Muratti). A Bologna gli addetti sono 408, per cinque giorni settimanali su due turni di sette ore e venti minuti e con la marca MS di tutti i tipi, anche per risolvere il problema della distribuzione sul territorio di questo tipo di sigarette che sono diverse, per gusti e qualità. A Lecce gli addetti sono 320, con la medesima turnistica di Bologna (brand: MS e Diana). Lucca è il centro di produzione dei sigari, con 532 addetti.
Ricordo per inciso che pochi giorni prima della firma del decreto interministeriale si era proceduto al raddoppio dell'investimento per lo stabilimento di Lucca, per una cifra di 32 miliardi. Anche in questo caso non spetta a me fare considerazioni: prendo atto del fenomeno, che è stato comunque un «paletto» in più sul nostro cammino.
Nella distribuzione di prodotti da fumo e non, la missione è quella di essere l'operatore italiano integrato di riferimento, neutrale, efficiente e competitivo. Gli obiettivi sono quindi la neutralità rispetto ai fornitori, l'efficienza del sistema, l'avanguardia tecnologica e informatica per il miglioramento del servizio e l'abbattimento dei costi, un servizio al cliente accurato ed efficiente, l'estensione della gamma a prodotti non da fumo, riempiendo la pipeline che creiamo con tutti i prodotti che arrivano sul banco del tabaccaio, senza «cannibalizzare» le società eventualmente già costituite dai magazzinieri e dalla FIT alle quali vogliamo fornire un servizio; è bene precisarlo perché altrimenti può sembrare un atto di prevaricazione verso settori già costituiti. Infine vi è l'obiettivo dell'estensione dei punti vendita serviti.
Per la distribuzione le azioni previste sono: sviluppo con i principali fornitori di procedure trasparenti di gestione degli ordini; razionalizzazione del sistema di distribuzione per allineamento dei costi logistici; definizione di un sistema affidabile di rifornimento per minimizzare i costi; «progetto sicurezza», un punto fondamentale perché nel 1999 abbiamo già avuto, se non erro, 14 o 16 miliardi di danno per furti. Altri obiettivi sono l'avanguardia tecnologica ed informatica ed un servizio al cliente accurato ed efficiente attraverso un piano di customer care, cioè un call center per garantire ai tabaccai un punto di informazione costante; infine, l'estensione della gamma a tutti i prodotti «non fumo».
L'assetto della distribuzione è basato su linee-guida e quindi nella fase di implementazione di tali progetti (i cui ritorni economici sono quelli indicati nel piano e per i quali il consiglio dell'ATI s'impegna) si hanno dei tassi di flessibilità per aggiustamenti. Tale assetto prevede le manifatture, due main distribution centre (MDC), i grandi polmoni distribuiti opportunamente sul territorio nazionale, 11 main transit point (MTP), dove arriveranno via gomma i prodotti che verranno successivamente sventagliati con capillarità sul territorio nei circa 300 local cross docking. In termini pratici avviene che dalle manifatture e dai depositi delle manifatture i quantitativi di prodotto arrivano, via ferrovia, ai due MDC; da qui partono su gomma e si segue il procedimento usato per la distribuzione dei prodotti alimentari freschi con i quali il nostro prodotto ha fortissime similitudini. Uno dei più grossi problemi che incontriamo è quello dei prodotti obsoleti o rovinati perché restano nei carri ferroviari per due o tre mesi. Con il nuovo sistema,


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gli ex magazzinieri non avranno più il magazzino se non una scorta per 7-8 giorni per fronteggiare eventuali richieste. Il prodotto arriva ad una determinata ora della mattina presto, sui pallet, che poi devono essere aperti e sventagliati; successivamente con un sistema su gomma e con piccoli mezzi, si procede al door to door ai tabaccai, ottimizzando ulteriormente il servizio. È evidente che i magazzinieri devono cambiare missione.
Questo sistema di distribuzione è mutuato da aree di business fortemente complementari e tiene conto delle esperienze degli altri paesi europei, scontando la differenza morfologica del territorio e l'effetto latitudine proprio dell'Italia.
Per il tabacco gli obiettivi sono quelli della razionalizzazione dell'assetto industriale, del consolidamento del presidio delle associazioni di categoria e delle aree tabacchicole, dello sviluppo dei canali per l'esportazione al fine di ridurre la dipendenza delle manifatture dal mercato captive dell'ETI. Attualmente la situazione di sostanziale monopsomio rappresenta uno svantaggio competitivo. Gli obiettivi saranno raggiunti attraverso l'integrazione delle strutture e del portafoglio dei fornitori ETI-ATI; la concentrazione dell'attività in tre stabilimenti; un'organizzazione del lavoro allineata agli standard di mercato; la focalizzazione del presidio territoriale dei coltivatori su aree di produzione a varietà strategiche e remunerative; la ridefinizione del mix qualitativo dei prodotti; lo sfruttamento delle sinergie commerciali temporaneamente esistenti tra ETI e Nuova ATI per il consolidamento dei rapporti di interscambio.
Le logiche e i criteri di individuazione dei siti delle premanifatture per il tabacco per sigarette sono i seguenti: ottimizzazione del grado di utilizzo della capacità produttiva, dimensione degli stabilimenti, struttura produttiva flessibile, quindi presidio dell'intero ciclo produttivo, capacità produttiva degli impianti, condizioni degli immobili. Sono conseguentemente emersi come ottimali i siti di Santa Maria Capua Vetere e Santa Lucia. Per il tabacco Kentucky, la cui rilevanza strategica per il sigaro non sfugge e per il quale tuttavia non è necessaria una verticalizzazione, è stato individuato come sito strategico quello di Foiano. Un assetto industriale basato su tre impianti appare dunque necessario per sostenere flessibilità sufficiente.
Per il business sale, al fine di raggiungere la razionalizzazione e l'efficientamento delle saline, sono state individuate le seguenti azioni: dismissione della salina di Cervia, strutturalmente in perdita; razionalizzazione delle risorse dirette e indirette degli altri siti; trasferimento dell'impianto di ammassamento da Cagliari a Sant'Antioco. Per la focalizzazione del portafoglio dei prodotti si ritiene necessario procedere all'eliminazione dei prodotti strutturalmente in perdita. Quanto allo sviluppo dei rapporti con la grande distribuzione, occorre un approfondimento sul posizionamento di pricing per verificare le opportunità di inserimento dei «brand premium».
Al riguardo non credo di svelare nulla dicendo che i rapporti con la grande distribuzione sono in una fase estremamente avanzata e riteniamo di poterci posizionare, a partire dalla fine del 1999, con prodotti ad elevata redditività, andando a recuperare anche in questo caso il presidio del mercato intermedio. Attualmente l'ATI sale opera attraverso una serie di concessionarie senza avere un'adeguata visibilità sul mercato finale: riteniamo che, concertando opportunamente i rapporti con i partner tradizionali, si possano avere spazi di presenza su «brand premium» sulla grande distribuzione (praticamente il baricentro si sposta dal sale industriale al sale alimentare).
Il piano di riassetto delinea, oltre alle ristrutturazioni, anche rilevanti opportunità di sviluppo qualitativo e quantitativo, in termini di funzioni e risorse a contenuto professionale. Il ridisegno delle attività di business nonché gli obiettivi di miglioramento configurano potenziali aree di sviluppo. Nei prodotti da fumo emerge l'esigenza di costituire un vero polo di ricerca, sul modello dei grandi competitori europei, in grado di coprire le diverse


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aree strategiche (miglioramento della qualità, del gusto del prodotto e impatto sulla salute); l'area di possibile collocazione del polo di ricerca, come ipotesi formulata dal consiglio di amministrazione nel piano e tenendo conto degli impianti chiusi, potrebbe essere quella di Napoli dove esiste un tessuto culturale e universitario idoneo. Emerge altresì l'esigenza di costituire una rete commerciale di promoter sulla tipologia dei grandi competitori internazionali (abbiamo già detto dei 150 addetti, ripartiti sul territorio nazionale). Per la distribuzione vi è l'esigenza di costituire un call center in grado di gestire tempestivamente i rapporti con i tabaccai e soddisfare le richieste della clientela.
Vorrei ora affrontare l'impatto economico complessivo del piano. In tutte le aree di business, sia core sia non core, il piano riguarda le risorse umane e gli investimenti (capitalizzabili, quali gli impianti, e non capitalizzabili, quali le spese commerciali) da tutti i punti di vista prima illustrati ed ha come sbocco da un lato il piano degli investimenti e dall'altro il processo di ricollocamento degli esodi.
Per quanto riguarda i dati segnaletici, con riferimento al volume delle vendite, il 7 per cento di cui parlavo prima va letto, rispetto al 2003, come un + 37 per cento. Le quote di mercato delle sigarette sono finalmente di segno positivo che, secondo lo stesso criterio, va letto come un + 10 per cento. Tra tutti gli altri parametri sottolineo in particolare il costo industriale, che dalle 19.000 lire attuali passa alle 15.000 lire nel 2003, che è poi la contropartita del riassetto industriale. Per la divisione distribuzione abbiamo parametri che tendono ad allinearsi a quelli dei competitori europei. Sulla divisione sale vi è un recupero di efficienza complessiva, che sottende evidentemente al ritorno alla redditività di questo settore, strutturalmente in perdita. Ciò significa che, se il risultato operativo del 1999 è stimato in circa 350 miliardi, il piano, attraverso le componenti di cui parlavo prima (il delta del valore aggiunto per la crescita sui mercati e l'efficienza produttiva), penalizzate dagli investimenti non capitalizzabili commerciali (che sono circa 74 miliardi), porterà l'azienda ad avere, a fronte di un fatturato di circa 2.300-2.350 miliardi, un risultato operativo di circa 700 miliardi.
Veniamo all'impatto occupazionale. Sulla salvaguardia occupazionale non devo dire nulla da un punto di vista di principio, perché interviene il decreto legislativo. Per quanto riguarda invece la dinamica, il piano prevede esodi teorici verso la pubblica amministrazione di circa 4.800 unità. Dal data base che abbiamo ricostruito emerge che circa mille addetti hanno i requisiti di legge per un immediato pensionamento e che altri mille circa hanno un delta temporale che li separa dalle condizioni di legge per il pensionamento estremamente modesto. Ergo, poiché il decreto legislativo prevede esplicitamente la possibilità di ricorrere a forme di incentivazione, ove concordato con le organizzazioni sindacali ed ottenute le approvazioni governative, questo percorso, atteso che l'ETI ha liquidità e piani di investimenti modesti, potrebbe consentire di ridurre la problematica del 40 per cento.
Per quanto riguarda gli altri problemi, siamo pronti ad affrontarli con una serie di progetti che prevedono non il supino affidamento alla pubblica amministrazione, ed in primis al Ministero delle finanze, ma un processo di accompagnamento, da posto a posto, da concertare con la direzione generale del Ministero delle finanze ovvero con gli enti pubblici che ci verranno indicati o con altre istituzioni (penso a Sviluppo Italia). Abbiamo non solo delle idee, ma anche dei progetti, sui quali siamo disponibili a confrontarci analiticamente sia con le organizzazioni sindacali sia con tutti gli enti e le istituzioni che ci verranno indicati. Vogliamo quindi evidenziare, come elemento qualificante di questo percorso, delle proposte da gestire in fieri. Si prevedono, inoltre, circa 800 assunzioni qualificate, 360 circa per il completamento degli organici nei siti dove ciò si rende necessario sia per esigenze di produttività sia per condizioni di prepensionamento


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ed inserimenti nuovi e circa 450 unità per nuove attività. Mi permetto quindi di ribadire che questo è un piano di sfida, un piano di crescita, che alla fine, a saldi chiusi, crea anche occupazione.
Quali sono gli indicatori di riferimento? L'ETI nel 1999 ha avuto le seguenti performance: per stabilimento produce 3,2 milioni di chili-anno (è una media che sconta le eccellenze e gli ultimi della classe!); ha una produttività per addetto di 10,7 chili-anno ed una incidenza del MOL sui ricavi del 23 per cento. I competitori europei (mi riferisco a Seita, Tabacalera ed Austria Tabak) hanno performance che sono, tra i primi e gli ultimi della classe, quelle che vedete nel prospetto: a fronte dei nostri 3,2 milioni di chili, ci sono i 45 milioni di chili del migliore e i 10 milioni dell'ultimo; a fronte dei nostri 10,7 chili di produttività per addetto, ci sono, rispettivamente, 33 mila e 46 mila chili; a fronte del nostro 23 per cento di incidenza del MOL, vi è un 33 per cento ed un 40 per cento.
Il piano propone di mettere l'ETI sostanzialmente a metà di questo range, talvolta puntando sulle eccellenze. Questo è l'obiettivo fondamentale. Il consiglio di amministrazione mi ha conferito, all'unanimità, un mandato da un lato rigido e dall'altro flessibile. La rigidità del mandato sta nel fatto che il consiglio di amministrazione ritiene che, come prevede il piano, nel 2003 si debba avere un'azienda dignitosamente presente nello scenario competitivo europeo (e in tal senso io devo operare). La flessibilità deriva dalla circostanza che i fattori che devono portare a questo obiettivo sono e devono essere oggetto di confronto con tutti i grandi portatori di interesse, quindi in primis con le organizzazioni dei lavoratori.

PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Basile per la sua ampia ed approfondita esposizione e do la parola ai colleghi che desiderino intervenire.

GIOVANNI DI FONZO. Non ho letto il piano illustrato dal dottor Basile, ma la sua ampia esposizione mi consente di affermare che si tratta di un piano buono, di un tentativo serio ed organico di razionalizzazione, per cercare di restituire a questo settore una competitività e quindi anche una speranza di tenuta e di sviluppo.
Non posso tuttavia non rappresentare in questa sede un problema di dettaglio, che riguarda la regione Abruzzo, la quale ha un trend generale molto particolare, in quanto è l'unica regione europea che è uscita dall'obiettivo 1. Questa uscita, avvenuta il 31 dicembre 1996, ha già avuto costi pesantissimi in termini economici ed occupazionali, tanto è vero che negli ultimi tre anni la regione ha perso circa il 4 per cento della sua occupazione, a cui si aggiunge il tasso di disoccupazione, che non è tragico ma è comunque superiore alla media nazionale.
Credo che, anche quando si opera in settori così specifici, chi pone mano ad una ristrutturazione settoriale non possa non contestualizzare la scelta peculiare che si compie rispetto all'insieme dell'economia regionale. La coltivazione e la trasformazione del tabacco nella regione Abruzzo ha sempre rappresentato un comparto significativo. Questa regione ha vissuto problemi di riconversione varietale di non poco conto, tant'è vero che prima si coltivavano solo i levantini mentre oggi si coltivano fondamentalmente i bright. Ho ascoltato con molto interesse il passaggio dell'intervento del dottor Basile in cui egli ha detto che quello dei sigari è uno dei settori strategici di rilancio dell'attività. La riconversione a cui accennavo in Abruzzo ha determinato due conseguenze. Da una parte vi sono stati forti investimenti pubblici per la costruzione ex novo di uno stabilimento che risale a 10-15 anni fa, quindi anche per la creazione di buona tecnologia, tuttora valida; dall'altra parte, la riconversione è stata pagata anche dai coltivatori, perché un conto è coltivare i levantini, ben altro conto è coltivare i bright. L'intervento più costoso è stato quello di ristrutturazione


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ed ampliamento della rete irrigua, perché la coltivazione del tabacco bright comporta un uso massiccio dell'acqua.
Lo stabilimento ATI di Lanciano, tra l'altro, ha una lunga tradizione. Aveva migliaia di addetti, ma poi ha subito tutto ciò che hanno subito gli altri stabilimenti e il suo personale si è ridotto a 30 addetti fissi e 70 stagionali. Noi, dottor Basile, ci sentiamo un pochino offesi da questo piano, che ignora completamente quella realtà. Per le ragioni che ho spiegato prima ed anche per la ridotta dimensione del numero degli occupati, le chiedo di svolgere un supplemento di esame che riguardi anche la nostra realtà, perché, se non ho capito male, i 100 addetti dello stabilimento di Lanciano, per come sono impostati il decreto legislativo ed il piano, non hanno alcuna possibilità di ricollocazione.
Aggiungo un solo dettaglio e concludo subito. Lei ha parlato dell'importanza del presidio territoriale dei coltivatori su aree di produzione di varietà strategiche, e su questo sono d'accordo. Ha parlato anche di presenze in ordine alla latitudine. Voglio sottoporre alla sua attenzione un solo dato: dopo la ristrutturazione, da Chiaravalle a Lecce, cioè per più di mille chilometri, non ci sarà più alcuna traccia di manifattura o di premanifattura del tabacco. Non pretendo da lei una risposta esaustiva; voglio solo che l'Ente approfondisca meglio la situazione che ho rappresentato, perché sono convinto che lo stabilimento in questione si presti anche ad eventuali riconversioni e ad utilizzi nello stesso settore oppure in segmenti diversi da quelli occupati fino ad adesso. Ci interessa inoltre vedere se nelle pieghe del decreto e del piano complessivo si possa trovare una soluzione che dia un minimo di speranza agli addetti dello stabilimento di Lanciano, che tra l'altro sono prevalentemente femminili. Lei sa infatti quanto sia pesante la disoccupazione, in particolare quella femminile.

PRESIDENTE. Invito tutti i colleghi a svolgere interventi brevi.

GABRIELLA PISTONE. Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori perché ritengo che un tema così importante per le ricadute che comporta non possa essere esaurito in un'audizione di una o due ore, visto anche l'elevato numero di interventi previsti. Tra l'altro, abbiamo preso ufficialmente visione del piano solo questa mattina, anche se esso è stato messo in distribuzione quattro giorni fa ed è stato ampiamente illustrato oggi dal dottor Basile, che ringrazio. Credo quindi che tutti abbiamo l'esigenza di approfondirlo e di valutare attentamente il suo contenuto. Sarebbe pertanto opportuno, a mio avviso, un nuovo incontro con il dottor Basile, perché il nostro lavoro consiste nel valutare l'impatto che certe ristrutturazioni e riorganizzazioni hanno sulla realtà concreta del nostro territorio e sui lavoratori.

PRESIDENTE. Voglio solo precisare, onorevole Pistone, che il piano illustrato dal dottor Basile è stato messo in distribuzione già la settimana scorsa e che l'ufficio di presidenza ha organizzato tempestivamente quest'audizione, anche su richiesta di molti colleghi, perché, come ha detto anche il dottor Basile, non siamo di fronte ad un piano preconfezionato. Il piano infatti sarà sottoposto già nei prossimi giorni all'attenzione e alla discussione con le diverse forze sociali. Ci è sembrato quindi importante dare ai parlamentari la possibilità di intervenire nel merito, anche se voglio ricordare che il decreto legislativo non prevede un parere del Parlamento sul piano che è stato presentato. Dal momento, tuttavia, che esso sarà oggetto di un confronto con le parti sociali, abbiamo ritenuto importante che anche il Parlamento potesse esprimersi su tale piano.

LUCIO MARENGO. Signor Presidente, anche se è vero che il parere di questa Commissione sul piano di riassetto dell'ETI non è vincolante, devo far presente che l'Ente ha rifiutato l'accesso alle informazioni. La scorsa settimana un gruppo parlamentare si è visto negare dalla segreteria del dottor Basile copia del


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piano, che del resto tutti conoscevano; è stato detto che poteva essere chiesto al Ministero delle finanze. Devo stigmatizzare questo atteggiamento perché lo ritengo al di fuori delle regole e comunque poco corretto. La mia non è una polemica ma solo un'osservazione, perché credo che in tal modo venga ridotto il potere di sindacato ispettivo dei parlamentari, considerato anche che il piano era già stato assunto dal consiglio di amministrazione e che quindi si trattava di un atto pubblico.
Passando al merito, il dottor Basile sostiene che il piano non comporta una diminuzione dell'occupazione. È uno strano modo di intendere l'occupazione perché si passa da 6 mila addetti a 2.900; il presidente ha parlato anche di esodo, di prepensionamenti. Io parlo invece di unità produttive e cito soltanto come esempio il caso di Bari: lo stabilimento, che ha 450 dipendenti, dovrebbe essere chiuso entro un anno. Probabilmente queste persone non resteranno senza lavoro, ma di fatto si perde un'unità produttiva, con tutto l'indotto che ruota intorno ad essa e con tutte le conseguenze che ne deriveranno per una zona già penalizzata dalla disoccupazione. Non si tratta dunque di un evento positivo per la Puglia.
Siamo favorevoli alle privatizzazioni, ma non a quelle fatte in questo modo, cioè ad uso e consumo di un competitore straniero del quale lei, presidente Basile, non ha mai parlato, limitandosi a citare i soggetti europei. Vorrei allora capire perché si è proceduto alla privatizzazione; credo che ciò sia avvenuto perché il monopolio non ha dato risultati. Le responsabilità sono gestionali o politiche? Lei potrà dire che non è responsabile della situazione se non da quando è stato nominato presidente dell'ETI, ma vorrei ricordarle che durante la sua gestione il mercato italiano ha perso altri quattro punti - amo dimostrare le mie affermazioni - per colpa non della trasformazione dell'assetto ma del crescente aumento del contrabbando, contro il quale c'è una finzione di repressione.
Come ritiene di poter recuperare le quote di mercato, visto che non può fare promozione (il divieto sulla pubblicità dei prodotti da fumo peraltro vale solo per quelli italiani perché alcune riviste che vendono 200 mila copie fanno pubblicità alle sigarette americane e non succede niente). Chiederò di abolire il divieto di pubblicità perché anche il prodotto italiano possa diventare competitivo.
Risulta tra l'altro che l'ETI si sia dotato di una struttura finanziaria e mobiliare, come se lo scopo della sua attività fosse quello di realizzare un piano di alienazione e dismissione. Pare altresì che sia stato fatto un largo uso di consulenze per la predisposizione del piano. Gradiremmo avere l'elenco dei consulenti incaricati, per i quali sembra siano state spese cifre miliardarie.
La mia preoccupazione è che il nuovo ente non veda mai la luce come società per azioni perché quando lo sarà diventato non sarà più ETI ma forse una multinazionale che gestirà, come in questo momento, il 70 per cento del mercato italiano delle sigarette, legale e illegale. Questi i dati che sono emersi nel corso delle audizioni che la Commissione ha svolto. Dal 1994 ad oggi - l'ETI non c'era, ma noi eravamo qui - si sono succeduti vari dirigenti dei monopoli: ascoltandoli abbiamo capito perché l'azienda non ha funzionato. L'Ente non è stato messo in condizione di funzionare perché il degrado era mirato allo sfascio totale per arrivare ad una fantomatica privatizzazione e consegnare nelle mani della multinazionale il mercato del tabacco.
Non voglio evidenziare semplicemente il caso di Bari o quello di Rovereto o altri, ma solo rilevare che si perderanno 4 mila posti di lavoro; forse possiamo usare un altro termine: non saranno rinnovati. Come si può esprimere un parere positivo su una trasformazione mirata a questo scopo? L'alone di mistero che ha circondato il piano, perché ci è stata negata l'informazione, ne è la prova.

PRESIDENTE. Vorrei ricordare ai colleghi che la materia è da tempo all'attenzione della Commissione finanze e che, su sollecitazione dell'ufficio di presidenza, in


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data 30 settembre ho chiesto che venissimo immediatamente informati del piano. Il consiglio di amministrazione si è riunito il 4 ottobre ed il giorno successivo vi è stata la trasmissione ufficiale del piano stesso.

LUCIO MARENGO. Non ho fatto obiezioni su questo ma sul fatto che il piano non è stato dato ad un gruppo parlamentare.

PRESIDENTE. Ricordo altresì come il dottor Basile ha precisato che l'operatività del piano è sospesa in attesa del necessario confronto con le organizzazioni sindacali e la successiva trasmissione al ministro delle finanze. La riunione odierna è quindi importante perché costituisce l'occasione per avere ulteriori precisazioni.

LUCIO MARENGO. Concludendo, vorrei sapere che fine faranno gli ispettorati compartimentali dei monopoli. È probabile che questo aspetto non verrà toccato dal piano, ma sarebbe utile un'informazione in proposito visto che gli ispettorati, se funzionassero come dovrebbero, costituirebbero un fattore positivo per la trasformazione.

SANDRO SCHMID. La prima domanda che desidero fare riguarda l'occupazione. Vorrei chiedere se, nel piano illustrato dal presidente Basile, la garanzia citata copra i lavoratori di ATI e dei Filtrati, oltre che quelli delle manifatture.
Rispetto alla polemica di poc'anzi, non dimentichiamo che un gruppo di parlamentari di alleanza nazionale, con qualche giorno di anticipo rispetto alla riunione del consiglio di amministrazione del 4 ottobre, ha indicato quella che poi sarebbe risultata la verità, cioè la mappa degli stabilimenti che dovevano chiudere e quelli che sarebbero rimasti aperti, creando una situazione di grande imbarazzo e sofferenza a livello sindacale e istituzionale.
Nel merito, vorrei ribadire che il quadro delineato è estremamente lucido e crudo dal punto di vista della realtà: la struttura industriale ereditata appare allo sfascio. Forse l'idea di un piano di ristrutturazione del comparto non solo doveva venire prima - del resto se ne parla da più di dieci anni - ma probabilmente un piano di razionalizzazione della gestione di un settore così importante come quello del monopolio del tabacco doveva essere affrontato in modo tale da consentire un rilancio più graduale e quindi più adeguato rispetto ai risultati che si volevano ottenere.
Presidente Basile, oggi ci troviamo di fronte ad una cura da cavallo e si sa che spesso, se la cura è eccessiva, può morire anche il cavallo. Il mio timore è che si perdano di vista due questioni centrali. La prima è che occorre tener più conto dell'assetto del core business dal punto di vista delle capacità produttive di alcuni siti aziendali manufatturieri; la seconda è che, oltre al criterio tecnico di produttività, per formare la nuova struttura di rilancio dell'azienda occorre badare anche all'aspetto di carattere sociale. Probabilmente la cura di cui parlavo prima lascia scoperto, soprattutto per le zone ad alta disoccupazione, il lato della sostenibilità sul piano sociale.
Spero che il piano non venga meno agli obiettivi di fondo, che condivido e che dovevano essere perseguiti anni fa, ma possa essere sufficientemente flessibile per poter integrare le esigenze di cui ho parlato prima. Faccio un esempio e non per amore di campanile perché, anche in epoca non sospetta, quando non si conoscevano le indicazioni del piano, ho avuto occasione di illustrare questa situazione. Il caso di Rovereto non è un caso di bandiera, ma un esempio di come a volte non si capiscano le ragioni di un'esclusione. Vedo con soddisfazione che questo sito è indicato nella tabella con un pallino nero, cioè è giudicato come «indifferente», termine peraltro un po' strano. Quest'indicazione è comune ad altri due siti, ma Rovereto è comunque il primo. Se il criterio prevalente deve essere quello tecnico, non c'è dubbio che questa realtà industriale, che ha 150 anni di storia,


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mostra caratteristiche produttive e di qualità che possono essere considerate di assoluta eccellenza sia in campo nazionale sia rispetto agli standard europei. Si garantisce infatti una grande flessibilità in termini di marchi e prodotti, come indicato nella bozza di piano. Vorrei ricordare che questo stabilimento era il primo quanto a produttività nel 1998 e terzo per volumi produttivi, nonché nono per gli addetti. Esiste una sinergia integrata con ATI e Filtrati e vi sono notevoli parametri di qualità, perché si lavora in maniera prevalente per la Philip Morris: non si capisce perché uno stabilimento di questo tipo non possa far parte del core business. Mi riferisco strettamente alla logica industriale e non alle ricadute sul piano occupazionale (la scelta riguarderebbe 850 persone, quindi non sarebbe indifferente sia pure in una zona in cui il trend occupazionale è alto).
Vorremmo avere delle spiegazioni e delle indicazioni sulla possibilità di recuperare, sulla base di un esame di carattere industriale, un'area come questa all'interno del core business, perché la cancellazione di un sito del genere sarebbe incomprensibile sul piano industriale e grave dal punto di vista sociale.

GIOVANNI PACE. Sarò brevissimo, presidente, perché condivido le considerazioni che sono state svolte finora, per cui è assolutamente inutile ripeterle. Ringrazio il dottor Basile per essere intervenuto a questa audizione, che abbiamo richiesto per i forti motivi di preoccupazione derivanti dalle notizie che ci pervenivano in ordine sia all'assetto dell'Ente in generale sia alle situazioni particolari di cui ha già parlato il collega Di Fonzo, che anch'io non posso esimermi dal sottolineare.
Il dottor Basile ha detto che il piano di riassetto dell'Ente è un piano di crescita. Sicuramente nelle intenzioni di chi lo ha disegnato non può che essere tale; vedremo poi se alle buone intenzioni corrisponderanno i risultati. È stato detto inoltre che il piano creerà occupazione (e nessuno più di noi è felice nel registrare questo dato), ma anche che esso non è ancora operativo e che occorre fare un certo percorso. Il mio cuore si apre quindi alla speranza in ordine a ciò che devo dire.
Il piano individua un'impresa che, a regime, sarà in grado di sostenere le logiche del mercato. Non si può affermare che oggi, monopolizzato, il settore nel suo complesso sia negativo dal punto di vista economico, ma, considerato segmento per segmento, esso ha bisogno di correzioni non solo dal punto di vista della logica industriale ma anche sotto il profilo del conto economico. Vi sono quindi delle strategie, che non sono conclusive ma definite e finalizzate a razionalizzare il settore e a rendere più confacente il conto economico del sistema. Il compito che devo svolgere, quello di parlare di una piccola struttura, è dunque estremamente difficile, perché si corre il rischio che le parole cadano nell'indifferenza.
Non posso non pensare che queste strategie derivino da processi che si sono formati con consapevolezza nel tempo per giungere a modelli di economia della produzione coerenti con la realtà del mercato globale. Ieri, insieme al collega Di Fonzo, ho incontrato sindacati e maestranze di uno stabilimento dell'ATI che si trova nell'area industriale di Lanciano. Devo ricordare che nel piano di ristrutturazione illustrato dal dottor Basile è prevista la chiusura di questo stabilimento, che rappresenta un capitolo importante nella storia economica della provincia di Chieti ed in particolare della zona frentana. Può forse essere sentimentalismo e non può certo calarsi nella realtà di un piano finalizzato ad altre prospettive, ma devo ricordare che questo stabilimento ha più di cento anni di storia ed ha dato occupazione a 4.500 persone. Esso era al centro di un sistema produttivo molto importante; 10-12 anni fa è stato ristrutturato e ci è stato detto che è efficientissimo dal punto di vista tecnologico e che la produttività del personale è alta. Il popolo abruzzese, infatti, è un popolo di lavoratori e la produttività che si registra in Abruzzo è tra le più alte in


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Italia. Oggi questo stabilimento occupa cento persone, che verrebbero gettate nella disperazione più nera; sarebbe veramente un momento di grande sofferenza per queste famiglie, 30 delle quali soltanto sono occupate a tempo pieno, cioè nell'arco dell'intero anno.
Il dottor Basile ha parlato di riassetto all'interno del coordinamento delle società non core. Lo invito a riflettere sulle raccomandazioni che sono state espresse dall'onorevole Di Fonzo e da altri colleghi, che mi permetto di sottolineare. L'articolo 4 del decreto legislativo parla infatti di sistemazione del personale dipendente dai Monopoli dello Stato, che è inserito in un ruolo provvisorio ad esaurimento del Ministero delle finanze e distaccato temporaneamente. Il personale che invece lavora per i Monopoli dello Stato ma è alle dipendenze dell'Azienda tabacchi italiani (come quello di Lanciano) si troverebbe nelle condizioni di cui ho parlato. Non so come si concretizzino i meccanismi di miglioramento della capacità produttiva dell'Ente, ma vorrei invitare il dottor Basile, prima di sentire la commissione consultiva paritetica prevista dall'articolo 2 del decreto legislativo n. 283 del 1998, a raccordarsi, sia pure informalmente, con la regione Abruzzo, per avere i dati relativi al forte collegamento che esiste tra questa produzione industriale e la realtà dell'agricoltura della zona richiamata. Sembra che vi sia un indotto di mille lavoratori; quindi, le unità produttive che soffrirebbero uno stato di malessere non sono soltanto cento, perché a queste dovrebbero aggiungersi le mille unità produttive che oggi lavorano nell'indotto.
Le rivolgo questa richiesta, dottor Basile, con ottimismo non solo per simpatia nei suoi confronti, ma anche perché lei ha detto delle cose nelle quali voglio credere. Ha detto che ha delle idee e dei progetti: siccome le idee ed i progetti si devono calare all'interno delle realtà in cui si soffre di più e devono consentire al processo industriale di far scaturire un utile economico, a mio avviso non bisogna disattendere l'utile morale e sociale. Le raccomando quindi di prestare attenzione, nelle sue idee e nei suoi progetti, alle realtà che le sono state rappresentate da tutti gli intervenuti ed anche a quella che mi sono permesso di sottoporre alla sua attenzione.

GIOVANNI BRUNALE. Devo ringraziarla, presidente, per aver convocato questa audizione in tempi oggettivamente rispondenti a quelli del lavoro del dottor Basile e del consiglio di amministrazione dell'ETI. Sono tra coloro che hanno sollecitato questa audizione e che hanno appreso solo dai giornali la notizia dell'avvenuta presentazione del piano alle organizzazioni sindacali di categoria. Do atto quindi della serietà con cui si sta procedendo in questo lavoro, perché il mandato contenuto nel decreto legislativo per l'ETI e per il presidente del consiglio di amministrazione è molto serio ed importante, soprattutto sotto il profilo del rispetto dei tempi, sul quale mi soffermerò più avanti.
Chi conosce oggettivamente questa materia (lo dico per facilitare un confronto ed una discussione) non poteva non aspettarsi una proposta shock ed il clamore che essa ha suscitato e sta suscitando. Credo di poter dire questo in tutta onestà, perché il monopolio che conosciamo è certamente un'industria, ma sappiamo come essa sia cresciuta nel tempo, cioè con una distribuzione ed una collocazione geografica nel tessuto territoriale del nostro paese a macchia di leopardo, non già in funzione di un progetto industriale ma di ben altri obiettivi, con efficienze produttive che in realtà sono inefficienze produttive, con qualità dei prodotti e delle attività di bassissimo livello. Dunque, il Parlamento, almeno dal 1992, sa che, in assenza di un profondo cambiamento, questa attività industriale non avrebbe avuto futuro, perché in questi anni lo scenario in Europa e nel mercato mondiale è stato caratterizzato da una forte dinamicità. Sono state richiamate le decisioni degli ultimi mesi (la BAT con la Reynolds, la Seita con la Tabacalera); nel settore c'è un grande dinamismo e il nostro è l'ultimo paese in Europa che sta


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cercando di recuperare una capacità produttiva e di difendere questa industria, che a mio avviso è importantissima all'interno della filiera complessiva della produzione del tabacco.
Il secondo aspetto che voglio evidenziare è che questa industria, alla quale manca totalmente una politica di marketing e che ha un sistema produttivo inadeguato, livelli di qualità dei prodotti scadenti ed inefficienze clamorose per la mancanza di una rete di informatizzazione, è preda, a causa della nostra inerzia, delle multinazionali. In questo contesto di ordine generale, se volgiamo la nostra attenzione al settore del sale, abbiamo la fotografia del fallimento completo dello Stato imprenditore. Chiunque di noi fosse imprenditore di quegli stabilimenti avrebbe fallito da tempo se avesse gestito le cose così come ha fatto il monopolio. Questa è, a mio avviso, la verità.
È emblematica a questo riguardo nel relativo capitolo del piano (che anch'io dovrò approfondire insieme a coloro che conoscono meglio il settore; il nostro gruppo manterrà un contatto stretto con i lavoratori e con le organizzazioni sindacali) l'eventualità che, di fronte ad un andamento inerziale nel prossimo triennio, ci sia un azzeramento, che determinerebbe una situazione di grande difficoltà. Condivido quindi la filosofia e la serietà con cui è stato predisposto il piano, che a mio avviso non è uno spauracchio, ma piuttosto una cruda verità di ciò che abbiamo di fronte. Per questo motivo ci siamo battuti nel tempo perché si procedesse ad una riforma e, insieme ad altri gruppi, abbiamo incontrato resistenze anche notevoli e colpe, che non ritengo siano solo del Parlamento e delle forze politiche, ma anche dei governi che si sono succeduti senza venire incontro all'esigenza di andare lontano.
Mi preme sottolineare che l'ETI deve continuare ad operare, nello svolgimento della missione che gli è stata affidata, in modo dinamico e nei tempi previsti dalla legge. A nome del mio gruppo, voglio affermare in questa sede che il passaggio che prevede la trasformazione in società per azioni entro il 2000 deve essere temporalmente rispettato. Crediamo infatti che ciò sia esiziale nell'interesse dello Stato, dei lavoratori e del prodotto industriale che si pone sul mercato.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIANFRANCO CONTE

GIOVANNI BRUNALE. Il piano, inoltre, ci pone di fronte ad alcuni problemi non secondari e a sofferenze sociali ed occupazionali che, a nostro giudizio, possono trovare una composizione nel confronto con le parti interessate e con le categorie. Il nostro gruppo chiede che si pensi ad un punto di caduta tale da consentire all'ETI di collocarsi nello scenario europeo con i punti di forza che hanno le industrie di questo settore negli altri paesi europei. Questo non per venire incontro al mandato conferito al dottor Basile dal consiglio di amministrazione (rispetto pienamente sia quest'ultimo sia quel mandato), ma nell'interesse del Parlamento e nell'ottica di una valutazione più generale che dobbiamo fare per mantenere in piedi un'operazione che sia seria e che non porti alla svendita della nostra industria. Se così non fosse, daremmo solo quote di mercato ad altri, ma non difenderemmo la sostanza che a noi interessa, che consiste nell'avere una capacità di produzione, un'industria che, rispetto alla filiera complessiva, rappresenta una fetta importante dell'economia nazionale.
Da questo punto di vista, sappiamo che il decreto legislativo prevede delle tutele per i lavoratori in esubero, e noi abbiamo operato in tal senso perché riteniamo importanti queste tutele. Ma, a mio modo di vedere, occorre una proposta più puntuale (che ovviamente è prematuro pretendere in questo momento) in merito alla mobilità di quei lavoratori quando si arriverà al punto di caduta di cui ho parlato, cioè dopo tutti i confronti e le modifiche che si avranno. Un elemento che caratterizza il piano, infatti, è la sua


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flessibilità entro un certo range; essendo flessibile, auspico che esso possa essere modificato nei punti di maggiore interesse, alcuni dei quali sono stati evidenziati dagli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto. Ribadisco che è necessaria una proposta puntuale con riferimento alla mobilità nella pubblica amministrazione: dobbiamo vedere che cosa accade, territorio per territorio, nella pubblica amministrazione, a partire dal Ministero delle finanze, e dobbiamo anche verificare se le tutele previste sono agibili e perseguibili.
Il piano prevede l'utilizzazione piena degli strumenti di cui al decreto legislativo n. 283 del 1998 (esodi agevolati, pensionamenti anticipati) e la messa a disposizione di risorse per la formazione o la riconversione professionale. Vi è qualche difficoltà a questo riguardo rispetto alle risorse di cui l'ETI dispone. Questo è un punto sul quale vorrei un chiarimento dal dottor Basile.
Dunque, occorre risolvere al meglio la sofferenza che risulta evidente nel piano che ci è stato illustrato, in primo luogo nel sud del paese, senza con ciò addivenire a scelte incongrue sul mantenimento di certi punti di lavorazione che siano dettate da interessi diversi da quelli prettamente di progetto industriale.
Vorrei inoltre che non fosse sottovalutato, nel contesto della discussione, il problema importante rappresentato da un cambiamento radicale anche del sistema distributivo. Se ho capito bene, questo è un progetto che affronta in modo puntuale e radicale anche tale aspetto. Sottolineo che il business è anche lì, perché lì ci sono inefficienze e costi. E in vista di una futura privatizzazione sono convinto che, anche ai fini della collocazione e della valorizzazione dell'azienda sul mercato, l'aspetto della distribuzione sia indispensabile, altrimenti non otterremmo l'obiettivo prefisso.
Voglio infine fare qualche considerazione anche sul sale. Posso sbagliarmi (non ho assolutamente la pretesa di aver letto puntualmente il piano e di averne inteso adeguatamente le intenzioni), ma la sensazione è che l'argomento sia trattato con una certa marginalità, stante di fatto lo stato in cui si trova complessivamente il settore sale in questo momento nel contesto più generale. Non entro nel merito, ma i pochi investimenti previsti, la debolezza propositiva del riassetto commerciale, il punto di riferimento di ATI Sale, le scarse quote di recupero in direzione del prodotto alimentare e di più alto valore aggiunto rispetto a quello industriale mi lasciano perplesso; io avrei pensato ad un progetto che tendesse maggiormente a recuperare in quella direzione, proprio per dare peso e sostanza anche dal punto di vista economico ad un settore in forte crisi. Sulla questione del sale riterrei quindi opportuna un'ulteriore verifica.
Per quanto riguarda infine il futuro della Spa, nessuno, nemmeno il consiglio di amministrazione, poteva prospettarci come e quando (parliamo del 2000, ma soprattutto ci interessano gli aspetti relativi alla collocazione sul mercato) avverrà la trasformazione. Su questa scelta dovremo aprire un confronto anche con il ministro Visco e con il ministero. Ritengo, comunque, che anche a questo riguardo si debba avere la massima attenzione, non solo e non tanto perché nell'ambito delle multinazionali, indipendentemente dalla loro posizione dominante o meno nel mercato, può apparire appetibile fagocitare anche quest'azienda; io credo che, come altri paesi, si debba e si possa evitare di collocare l'azienda sul mercato cedendola a chi è attore nel settore e trovare invece il modo di collocare l'azienda sul mercato, con un progetto industriale adeguato, non solo con investitori istituzionali adeguati, ma anche ampliando il confronto e la gamma, pensando anche ai dipendenti, all'accesso ad una quota di public company attinente al settore dei tabaccai, al settore di chi lavora ed opera in questo business, compresi appunto i dipendenti. Al riguardo il mio è solo un accenno, che può però tornare utile nel prosieguo della discussione anche per i colleghi che interverranno dopo di me.


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ELSA SIGNORINO. Sarò breve perché intendo proporre al presidente Basile una questione molto specifica e pur tuttavia di una qualche rilevanza. Nel piano, ed oggi nell'esposizione che ho ascoltato, si indica esplicitamente tra gli obiettivi del comparto sale la dismissione, a partire dall'inizio del prossimo anno, delle saline di Cervia. Nel caso specifico, presidente, dismissione ritengo che sia sinonimo di cessazione dell'attività produttiva a partire dal 1o gennaio del 2000. Lei in questa sede l'ha presentata come una scelta per tanti versi già maturata. Vorrei segnalare alla sua attenzione e a quella dei colleghi il fatto che, in verità, questa scelta non è così matura com'è stata presentata in questa sede. Anzi, noi riteniamo che l'obiettivo della cessazione dell'attività produttiva debba essere considerato, ovvero riconsiderato, alla luce di due rilevantissime variabili. Innanzi tutto, lei ci ha proposto considerazioni tutte interne, inevitabilmente, alla logica aziendale, ma quando ci si misura con un problema come quello delle saline di Cervia le variabili in campo sono anche altre. Le saline di Cervia sorgono in una zona che è un ecosistema di grandissimo pregio dal punto di vista naturalistico e paesaggistico oltre che turistico. Siamo di fronte ad un bene di tale pregio da essere stato inserito, nel decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sul conferimento di beni al sistema delle autonomie locali, che è attualmente in fase avanzata di preparazione, fra i beni di pregio naturalistico che dovranno essere trasferiti alla regione Emilia-Romagna. Sul pregio naturalistico non ci sono dubbi; sul profilo storico di questo particolare ecosistema non ci sono ugualmente dubbi (risparmio ai colleghi ogni considerazione sui riconoscimenti internazionali del valore dell'area). Ebbene, presidente, a lei pongo allora una questione. L'esistenza o meno dell'attività produttiva non è irrilevante - lo sottolineo - ai fini della tutela dell'ecosistema. Come è possibile che il Governo conferisca un bene, per il suo pregio ambientale, di cui è parte costitutiva l'attività produttiva, e nel contempo si dismetta quell'attività produttiva? Non debbo certo spiegare a lei perché l'attività produttiva in questione è parte fondamentale dell'ecosistema. D'altronde lei capisce bene che noi non ci possiamo permettere, ai confini del più grosso comprensorio turistico d'Europa, una palude: questo non ce lo possiamo permettere! Ebbene, come è possibile che le due cose procedano parallelamente, senza che vi sia alcun riferimento dell'una all'altra?
L'assessore regionale all'assetto del territorio della regione Emilia-Romagna ha interpellato su questo tema ripetutamente il ministro dell'ambiente. Siamo in attesa di risposte dal ministro Ronchi, ma voglio cogliere questa occasione e la presenza preziosa del sottosegretario Vigevani per sottoporre la questione nel duplice aspetto. In questo caso la cessazione dell'attività produttiva (quand'anche, come lei afferma, fosse poco produttiva: ma su questo ritornerò), compromette la qualità dell'ecosistema. Le due cose non possono procedere per canali paralleli. Questo non significa che noi chiediamo che l'attività produttiva, quand'anche scarsamente economica, resti in funzione alle condizioni date.
Vengo al secondo punto. Badi, presidente: non è vero che la dismissione intesa come cessazione dell'attività produttiva sia un dato acquisito, tant'è che, nel corso dello scorso anno, tra il comune di Cervia, la regione Emilia-Romagna e la provincia di Ravenna sono intercorse trattative serrate al fine di arrivare alla definizione di un atto di concessione al comune di Cervia per l'attività di raccolta, deposizione, lavorazione e commercializzazione del sale, attività a fronte delle quali il comune avrebbe corrisposto al concessionario, per le opere di produzione, un canone di 750 milioni di lire. Dunque, non stiamo chiedendo assistenza. Non stiamo chiedendo che resti in piedi un'attività produttiva a condizioni non produttive. Il sistema delle autonomie locali, come spesso accade nella mia regione, non chiede ma fa! Ha messo in campo una proposta concreta, investendo risorse a fronte di tale proposta. Non mi


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è chiaro, non riesco a comprendere perché nel passaggio dai Monopoli ad ETI questa proposta sia stata abbandonata. Con quale vantaggio dal punto di vista produttivo e imprenditoriale? Il sistema delle autonomie della mia regione ha un progetto di fattibilità, che contempla il permanere dell'attività produttiva, la valorizzazione complessiva di quell'area dal punto di vista paesaggistico, turistico e quant'altro, di cui è disposto a farsi carico.
Che senso ha dunque questa scelta, che interrompe, per così dire, un percorso virtuoso? Io ritengo, presidente, che sarebbe opportuno riprenderlo.
Conclusivamente, non si può chiudere l'attività delle saline di Cervia il 1o gennaio; bisogna chiudere la trattativa abbandonata - questo sì - per arrivare alla definizione dell'atto di concessione. Se ai sensi del provvedimento Bassanini il Governo conferisce alla regione il bene, deve essere chiaro, presidente, che se nel frattempo dovesse intervenire la cessazione dell'attività produttiva si aprirebbe un contenzioso a non finire, perché le leggi Bassanini hanno dei princìpi di trasferimento molto precisi, che per questa via verrebbero ad essere messi in discussione.
Detto questo, chiedo al presidente Basile di riconsiderare la questione, non per mantenere ciò che non funziona ma per far funzionare bene ciò che può funzionare, conferendolo a chi si dichiara pronto a farlo funzionare.

MANLIO CONTENTO. Anche noi di alleanza nazionale abbiamo, con il collega Brunale, sollecitato questo incontro, proprio perché desideravamo avere elementi conoscitivi in relazione a questa bozza (così come ci è stata descritta) di riassetto industriale delle attività conferite al nuovo ente.
Dirò subito, presidente Basile, che alcune perplessità in relazione all'esposizione da lei fatta, almeno in chi parla, ci sono. Una di queste riguarda il piano di ristrutturazione sotto il profilo occupazionale. Lei in effetti ha fornito (ed era doveroso che lo facesse) dei dati di massima circa l'occupazione attualmente esistente e gli eventuali processi di riconversione ed ha anche indicato, tra l'altro, il numero degli esuberi che possono essere, per così dire, collocati morbidamente, sulla base degli istituti attualmente vigenti, ma non mi è parso convincente in relazione, invece, alle ulteriori operazioni di ristrutturazione. In altre parole, fermo restando che una parte di questi dipendenti avrà la possibilità di ricorrere a quei sistemi che lei ha richiamato di prepensionamento o comunque di pensionamento sulla scorta delle leggi vigenti, nella speranza ovviamente che rimangano tali e che non ci siano degli aggiustamenti allo stato non annunciati sotto il profilo previdenziale, cosa accade degli altri lavoratori, e soprattutto qual è la sorte degli stessi in relazione alla bozza di ristrutturazione che viene effettuata sulla scorta della (mi perdoni il termine) «planimetria» che lei ha evocato nella sua esposizione? Mi riferisco naturalmente a quelle che dovranno essere le strutture, in particolare produttive, che rimangono insediate ed operative rispetto a quelle che invece dovranno avviarsi alla vera e propria riconversione se non addirittura alla definitiva cessazione della propria attività. Infatti, un conto è affrontare questo termine sulla base di una sola struttura industriale in cui sono condensati i dipendenti, altra cosa, ovviamente, è un processo di riconversione che interessa un insieme di stabilimenti che sono sparsi, come risulta dal prospetto, in tutto il territorio nazionale. Si tratta di un elemento non facile da gestire - me ne rendo conto - ma i cui riflessi, proprio in forza del piano di ristrutturazione, non sono certo quelli riconducibili, ad esempio, ad una riconversione che dovesse interessare un impianto come quello della Fiat di Torino. Questo - intendiamoci - può essere un pregio ed anche un difetto, ma la mia obiezione si riferisce proprio alla mancanza di sufficiente chiarezza circa le modalità con cui la riconversione inciderà sui livelli occupazionali in relazione anche agli aspetti geografici di riferimento.


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Vengo al secondo aspetto. Credo di interpretare i sentimenti anche degli altri commissari nel farle una richiesta specifica. Giustamente, dal suo punto di vista, lei è partito con due premesse: la prima, di maggiore importanza, è quella relativa allo stadio di partenza su cui si innesta la ristrutturazione (sostanzialmente, lei ha detto che non si può fare carico delle ragioni per cui si è arrivati a questa situazione di partenza, ed ha perfettamente ragione); la seconda è da lei identificata in un altro contratto, che non pertiene naturalmente alle sue responsabilità ma che, siccome ha delle attinenze dirette con uno degli stabilimenti che si sarebbero messi in gioco ai fini della ristrutturazione, mi ha fatto sorgere dei dubbi e delle perplessità.
Sotto il profilo, per così dire, ufficiale, chiedo pertanto al presidente della Commissione, e per lui, in questo caso, al vicepresidente, che ci sia data copia di quella convenzione cui lei, presidente Basile, ha fatto riferimento, che risulterebbe essere stata stipulata con lo stabilimento di Lucca soltanto - se non ho compreso male - pochi giorni prima dell'insediamento del nuovo consiglio di amministrazione. Se scorrendo l'attuale assetto industriale dell'ETI sull'area delle manifatture mi rendessi infatti conto, per fare una battuta, che lo stabilimento di Lucca, per quanto riguarda i volumi, è tra i più bassi nella classifica operativa che è stata stilata, mi consentirà, malignamente, di avere il sospetto che qualcuno abbia inventato, per così dire, un sistema di convenzionamento in forza del quale automaticamente si faceva sfuggire lo stabilimento alla classificazione, che giustamente dal vostro punto di vista è stata attribuita alle manifatture, per collegarlo o comunque inserirlo in un'area neutrale, al di fuori naturalmente di questo sistema di valutazione competitivo.
Sotto questo profilo, presidente, la seconda questione che mi ha un po' sorpreso nell'elaborato che ci è stato sommariamente illustrato è la mancanza di un preciso riferimento o, per essere ancora più chiari, di una precisa scheda riferita ad ogni stabilimento produttivo. In genere, nei piani industriali, quando si ha a che fare con una realtà complessa sotto il profilo produttivo, viene stilata per ogni stabilimento una vera e propria scheda che riflette non soltanto il numero degli occupati, che non è indicativo in una chiave di lettura sotto il profilo industriale, ma anche i sistemi relativi alla produzione e gli eventuali investimenti che sono stati fatti negli ultimi anni. Se ad esempio io avessi investito nello stabilimento di Rovereto qualche decina di miliardi per l'innovazione relativa ai sistemi produttivi, questo sarebbe sicuramente, nelle valutazioni che si fanno ai fini della scelta dei siti, uno degli aspetti da prendere in considerazione in una classifica ideale competitiva perché ha un suo significato industriale. In altre parole, se io chiudo uno stabilimento produttivo nei confronti del quale ho indirizzato risorse per migliorare la produttività e l'efficacia, ebbene, questo è un fattore che deve essere evidenziato nel piano industriale. Diversamente (e mi richiamo all'altro aspetto critico), se sulla scorta dei dati riferiti alla produttività per addetto, che viene poi utilizzata per il confronto con i competitori stranieri, ci si limita esclusivamente a valutare (la prego di correggermi, presidente, se le mie valutazioni non sono corrette: la mia - ripeto - è una lettura superficiale) le strutture che vengono ovviamente evidenziate (Rovereto, Verona, Lecce e Palermo) ma non si dà una valutazione per stabilimento, lei mi permetterà di dire che questo, sostanzialmente, è un dato medio, ma che ancora una volta non mi consente di ricavare, per stabilimento e quindi per produzione (o per attività riferita ad area geografica e a stabilimento), quali sono gli indicatori che possono essere utili per un giudizio più approfondito. Questo lo dico in relazione ad alcune incongruenze. Non metto in discussione che chi ha elaborato il prospetto sulla divisione dei prodotti da fumo e sull'assetto industriale che lei ha qui richiamato abbia seguito una sua logica, ma mi permetto di dire che la Commissione, sulla base del documento che ci


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avete fornito, non è in grado di opporre a quella logica un'eventuale valutazione che possa con essa interferire. In altre parole, io non ho elementi diversi che mi permettano di sindacare, magari criticamente, sulla scorta di dati di politica industriale importanti, l'assetto industriale che ho richiamato.
Potrei limitarmi a delle battute. Non so se la classificazione relativa al coefficiente di produttività sul turno di prima e seconda fase sia stata stilata secondo criteri oggettivi. Devo ritenere di sì perché non posso mettere in dubbio l'operato dei suoi collaboratori, presidente; ma non ho, in questa fase, alcun elemento per poter dire, se non sulla scorta dei dati allegati al piano - probabilmente sto dicendo un'altra sciocchezza - che lo stabilimento di Verona avrebbe potuto essere, con riferimento all'area del nord, migliore di quello di Bologna: questo anche in un'ottica geografica in grado di spiegarne le ragioni, visto che il nord sembra «appesantirsi» più verso il centro-nord che verso il nord. Lei mi dirà che è una battuta ed effettivamente lo è, ma quando a pagina 43 del piano strategico di riassetto vedo quali sono i volumi di produzione degli stabilimenti, non posso certo dire che Bologna sia ai livelli di vertice della classifica produttiva, poiché mi sembra di capire che se non è agli ultimi posti, poco ci manca. Allora, mi sorge il dubbio che alcuni di questi coefficienti, che in larga parte possono essere soggettivamente orientati, possano avere in qualche modo riflesso la soggettività di chi li ha stilati; come indizio ho ciò che lei ha detto alzando le braccia: «Non è colpa mia se qualcuno a Lucca ha preconfezionato un accordo che ci ha obbligati a tenere nel debito conto questo punto di partenza».
Dunque, ce n'è abbastanza per dire, signor presidente, che gli elementi da lei forniti non sono, ad avviso di alleanza nazionale e mio in particolare, sufficienti per una chiara lettura della bozza del piano industriale. E grazie a Dio si tratta solo di una bozza, perché io confido che di qui all'adozione definitiva del piano siano forniti i chiarimenti che abbiamo richiesto, eventualmente anche da parte di chi tecnicamente ha steso questi elementi di valutazione industriale che, allo stato, non sono per noi soddisfacenti.

GABRIELLA PISTONE. Ho ascoltato con molta attenzione l'intervento del collega Brunale insieme al quale, sin dalla passata legislatura, ho seguito in Commissione finanze questo problema, quindi non ripeterò quanto egli ha detto, delineando un quadro che mi soddisfa e mi convince. Mi limito, perciò, a sottolineare che fin dal 1992 il Parlamento è stato impegnato in quest'impresa e che la mia parte politica si è sicuramente impegnata affinché potesse avvenire questa trasformazione, affinché si abbandonasse quanto c'è di obsoleto nel processo produttivo della filiera del tabacco in tutte le sue forme, proprio al fine di assicurarne il futuro, nella consapevolezza che per farlo bisogna cambiare.
In ogni caso, dobbiamo recuperare quello che c'è di recuperabile per difendere questa realtà produttiva e non per svenderla o semplicemente per dismetterla. Questo, infatti, non sarebbe un grande merito, presidente, anche se non intendo certo riferirmi alla sua persona o a quanti compongono il consiglio di amministrazione. Avendo lavorato per molti anni in una grande azienda, una società per azioni, so perfettamente che è facile tagliare. Spesso si ottengono risultati economici perché si taglia o si vende - queste sono le due variabili - ma io personalmente non credo che siano queste le strade, o quanto meno le uniche strade, corrette. Avrei voluto avere più tempo, ma comunque credo che di tempo ve ne sia, in quanto quella che ora abbiamo di fronte deve, giustamente, essere considerata soltanto una bozza di piano strategico. So benissimo che questa Commissione non ha competenza, ma so altrettanto bene che essa ha seguito passo per passo l'iter della trasformazione in Ente e quindi non ci tireremo - io, personalmente, non mi tirerò - indietro rispetto a tutto ciò che verrà proposto come considerazione


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o come confronto con i sindacati per quanto riguarda il piano in questione.
Dunque, fatto salvo il punto che siamo d'accordo sul cambiare, non entro nel merito della chiusura di una manifattura piuttosto che di un'altra, pur condividendo che si debba agire considerando determinati parametri ed indicatori. Il collega Contento, ad esempio, si domandava perché Bologna anziché Modena: io ricordo benissimo che, in una prima fase, la manifattura da salvare avrebbe dovuto essere quella di Modena, in quanto più produttiva, e che in essa avrebbe dovuto confluire quella di Bologna; c'è, però, da considerare che la manifattura di Modena è collocata al centro della città e che un processo produttivo di questo tipo, forse, non è particolarmente indicato per l'ecosistema e dunque è più opportuno privilegiare uno stabilimento collocato in periferia. Di questo mi rendo conto, ma mi rendo anche conto che quelle di Modena e di Bologna sono due manifatture sostanzialmente molto vicine, quindi anche abbastanza compenetrabili l'una con l'altra, nel senso che possono costituire due vasi comunicanti, cosa che invece non può avvenire al sud. Io sono stata eletta nel collegio di Roma e non ho da difendere la tal manifattura rispetto ad un'altra, ma mi pongo un problema di sistema-paese e di occupazione: eliminare trecento addetti a Scafati non è la stessa cosa che eliminarli a Modena, magari in modo parziale perché ricadono, poi, su Bologna. L'impatto sociale non è lo stesso e su questo mi pare che siamo tutti d'accordo. Ho citato Scafati perché nella tabella relativa agli indicatori di produttività non è indicata come area negativa: è considerata positiva per quanto riguarda la localizzazione, in quanto situata in periferia, e positivo è anche il coefficiente di produttività, pari a 5,3; negativa è invece la valutazione dell'estendibilità, nel senso che non si prevede possa esservi estendibilità per gli impianti di terza e quarta fase. Si pone, dunque, un problema: chi è manager ha certi compiti; noi che siamo politici dobbiamo renderci conto delle esigenze del paese, della società, delle ricadute sui lavoratori e sulle famiglie. Si parla di ridurre gli addetti di 4 mila unità, di cui, se ho capito bene, 2 mila attraverso prepensionamenti (considerando mille lavoratori pensionabili subito ed altri mille nell'arco di qualche mese) mentre altre 2 mila dovrebbero confluire nella pubblica amministrazione; quindi, sostanzialmente, «paga Pantalone». I privati non sono dei benefattori, giustamente fanno il lavoro dei privati, quindi devono guadagnare, devono prendersi attività che funzionano e non delle zavorre; in questo caso, il personale viene «levato di mezzo» prima e quindi i privati acquisiscono una struttura snella e funzionante, la quale però, a mio parere, da qui al 2003, quanto a risultati in termini di utili (mi rifaccio alla tabella da voi fornita), francamente mi delude un po'. Vedo che, sostanzialmente, il risultato operativo ad oggi, 1999, è di 354 miliardi, mentre quello al 2003 è di 695 miliardi; però il delta indicato come 96 per cento è dato da 341 miliardi più 341 rispetto al 1999, dei quali, tuttavia, 264 derivano da una diminuzione del costo del personale. Sostanzialmente, quindi, come dato di produttività reale abbiamo 77 miliardi, mentre 74 sono in negativo, in quanto tale è l'aumento dei costi commerciali. Mi domando se tutta questa operazione venga compiuta per avere un aumento di profitto di 77 miliardi a fronte di una riduzione di personale di 4 mila unità; certo, non vengono «buttate in mezzo ad una strada», perché ci siamo premuniti noi, come Parlamento e come Governo, di tutelare queste persone, e quindi, confluiscono nella pubblica amministrazione, ma rappresentano un costo per lo Stato.
Rispetto alla decisione di chiudere lo stabilimento di Scafati piuttosto che quello di Bari o di Cagliari, non voglio difendere alcuna di queste realtà, ma parlo semplicemente sulla base degli indicatori di produttività che in questa sede mi sono stati forniti e sui quali dobbiamo ragionare. Osservo che il problema non è soltanto quello della chiusura tal quale dello stabilimento ma è di tutto ciò che la


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chiusura di uno stabilimento in aree di questo tipo comporta (mi riferisco all'indotto di queste attività produttive) e mi pongo una serie di domande in maniera assolutamente serena, ma preoccupata della necessità di dare risposte precise così ai lavoratori come ai Monopoli italiani. Farli diventare una succursale delle multinazionali estere mi interessa relativamente; non credo di essere contro le joint venture, ma non sono assolutamente d'accordo sul fatto che il nostro paese debba solo cedere agli altri, perché è un progetto che non mi interessa e, forse, bisognerebbe darsi da fare in altro modo.
Lo ripeto: bisogna fare valutazioni attente. Ho seguito tutta la vicenda delle saline di Cervia insieme all'onorevole Turroni e all'onorevole Signorino e condivido le considerazioni che la collega ha fatto: la situazione è effettivamente quella che ha indicato. Perché bisogna necessariamente tagliare? Se il problema è solo di cassa (anche con riferimento agli immobili), ritengo che si debba approfondire moltissimo tutto quanto è enunciato all'interno del piano. Tanto per fare un esempio, richiamo le variazioni del numero di addetti per la razionalizzazione delle manifatture: lo stabilimento di Lecce, che rimane in piedi, passerà dai 693 addetti del 2000 ai 320 del 2003; quello di Bologna, invece, aumenterà da 210 a 408; quello di Chiaravalle aumenterà da 352 a 449; mentre lo stabilimento di Lucca rimane praticamente invariato. Dunque, a Lecce il numero di addetti si riduce alla metà e questo è negativo, oltretutto perché tale stabilimento si trova al sud: ritengo che non sia questo ciò di cui ha bisogno il paese. Non ho la ricetta, ma ritengo che si debbano considerare anche i fattori che ho indicato. Pensiamo, ancora, alla manifattura di Rovereto: era sempre stata considerata una realtà eccellente, mentre oggi veniamo a sapere che nel 2003 sarà chiusa.
Ritengo - lo ripeto - che questo non possa essere considerato un piano strategico tout court, ma che abbia bisogno di notevoli approfondimenti ed anche di rivisitazioni piuttosto corpose. Ringrazio, comunque, il presidente Basile per l'ottimo lavoro, nel senso che almeno ci è stato fornito un quadro dell'esistente e questo, secondo me, è già un buon punto di partenza.

SAURO TURRONI. Sarò molto breve perché molte delle considerazioni che intendevo fare sono già state svolte dalla collega Signorino e, da ultimo, anche dalla collega Pistone. Farò riferimento, pertanto, esclusivamente ad un problema presente all'interno del piano strategico che ci è stato sottoposto, quello relativo alle saline di Cervia.
Devo ricordare al presidente dell'ETI che la legge n. 426 del 1998 stabilisce che debba essere mantenuto l'ecosistema delle saline di Cervia e stanzia a questo proposito tre miliardi in tre anni, affidandoli al Ministero dell'ambiente. È fuori di dubbio - già la collega Signorino lo metteva in evidenza - che il mantenimento di quell'ecosistema si può avere soltanto attraverso il mantenimento della produzione di sale. Quest'estate e l'estate scorsa abbiamo avuto in loco i fenicotteri: è noto che i fenicotteri si cibano di artemia salina, che si riproduce soltanto grazie alla produzione di sale. Potrei continuare a lungo - ma credo che non ve ne sia la necessità - per dimostrare che la conservazione di questo ecosistema passa esclusivamente attraverso la conservazione della produzione del sale. Trattandosi di una riserva naturale dello Stato, di un sito di interesse comunitario, le saline di Cervia non possono essere trattate esclusivamente come un'attività produttiva simile a tante altre. Ritengo che debba essere garantita la qualità ambientale e naturale determinata dalla produzione e questa garanzia eventualmente può essere messa a carico della collettività qualora dovesse porre dei limiti relativi alla remunerazione economica delle attività svolte. È stato dimostrato da uno studio di fattibilità realizzato dalle amministrazioni locali, come ricordava la collega Signorino, che l'attività di produzione del sale può essere remunerativa e che le saline possono


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camminare «sulle loro gambe» senza bisogno di ulteriore sostegno pubblico. Certo, sarà necessario un periodo di transizione che però non può concludersi come previsto nel piano di riassetto. A pagina 108 di tale documento si afferma infatti: «Dismissione della salina di Cervia strutturalmente in perdita, restituendo le risorse complessive ad AAMS». Se si restituiscono le risorse e non si continua a produrre, avremmo semplicemente un luogo nel quale quattro o cinque addetti continuano a far circolare l'acqua, per evitare che nulla si impaludi, ma non avremo alcuna risorsa.
Nel piano, a pagina 131, si evidenzia che gli addetti - preferisco questo termine alle parole «risorse umane» - sono 29 nel 1999 mentre non è riportato alcun numero per il 2000 ed uno zero per il 2001-2002. Non capisco se la mancanza del numero derivi da un'incertezza o da altra volontà. Ritengo che lo studio di fattibilità sia ancora valido e quindi la dismissione dell'attività produttiva a partire dal 2000 debba essere evitata, valutando eventualmente ulteriori scenari secondo le linee che abbiamo discusso e prospettato per i monopoli. Andrebbe semmai valutata una nuova soluzione per le saline, verificando la possibilità di mantenere l'attività produttiva attraverso una concessione all'ente locale dell'attività produttiva stessa, garantendo così che l'ecosistema esistente nei campi di produzione (che continua a vivere inalterato da circa 3 mila anni) non venga cancellato all'improvviso, in base ad un calcolo puramente economico che comunque non tiene conto dei danni più complessivi che verrebbero provocati alla collettività locale, considerando che l'area è collocata all'interno del Parco del Delta.

ROLANDO FONTAN. Credo che il piano illustrato sia coraggioso e serio ed abbia l'obiettivo di salvare quanto è possibile in una situazione che appare disastrosa. Il dottor Basile giustamente afferma che da una parte vi è l'esigenza di razionalizzare con il massimo rigore, proprio per salvare il salvabile, dall'altra quella di operare tenendo conto della necessità di flessibilità. La prospettiva per coniugare l'economicità presente e futura con l'opportuna e necessaria flessibilità, per risolvere almeno in parte i problemi occupazionali, credo sia quella di recuperare le manifatture che avete classificato come «indifferenti» e di farle rientrare in base ad altri criteri, tra quelle considerate «positive». Questa è la mia proposta concreta, che non riguarda gli interessi particolari delle zone da cui provengono.

ANTONIO LEONE. Di fronte alla bagarre che si è creata questa mattina nei banchi della maggioranza sulle prime valutazioni del piano e considerando la sostanziale inutilità dell'audizione, visto che la Commissione nulla può fare, come è stato ribadito anche dal presidente, mi viene da sorridere. Non possiamo che constatare l'incapacità di incidere su un fatto così rilevante qual è la privatizzazione dei Monopoli di Stato, che deriverà da una scelta puramente industriale. Del resto questo è il mandato che a lei, presidente Basile, è stato dato.
Nel comparto del sale - non nego di intervenire per campanilismo, diversamente da quelli che l'hanno negato nelle parole ma non nei fatti - esistono realtà, come le saline di Margherita di Savoia, che hanno una particolare rilevanza per il sud, che poco ha e che di questo passo avrà ancora meno. Mi associo a quanto detto dal collega Brunale, quando si è dichiarato insoddisfatto del piano, per la cui redazione pare siano stati necessari quasi 8 miliardi, che peraltro al comparto del sale (che riguarda una piccola parte, pari a circa 62 miliardi) dedica due paginette. All'inizio della legislatura, ancor più inesperto di oggi, scoprii che i magazzini del sale in Italia erano praticamente sforniti e vi era una pressante richiesta da parte dei gestori dei magazzini stessi - tutti siamo stati contattati - mentre giaceva in un cassetto dell'azienda di Stato una delibera per l'adozione di alcuni macchinari da destinare alla salina di Margherita di Savoia, del valore di 700-800 milioni di lire. Sin da allora


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intravidi quello che emerge oggi dal piano, cioè l'obiettivo di svilire e sminuire qualsiasi attività industriale per poi disfarsene. È la tecnica che è sempre stata usata anche dalle precedenti gestioni; non voglio addebitare lo sfascio del monopolio all'attuale dirigenza.
Mi chiedo allora che senso abbia predisporre un piano di ristrutturazione per il comparto del sale senza fare un minimo accenno agli investimenti. Si compie semplicemente un calcolo economico, si parla di risorse da diminuire, si individuano le manifatture da chiudere (quella di Cervia e anche quelle di Sant'Antioco e Volterra) con la volontà di accentrare. Se si considera che la salina di Margherita di Savoia è una delle più grandi in Europa, in questa logica di accentramento che senso ha mantenere 32 unità a Sant'Antioco e 76 a Volterra? Se non c'è problema per la collocazione delle loro risorse umane, non sarebbe meglio investire sulle saline di Margherita di Savoia per farne un unico polo del sale?
La logica che sottende alle scelte compiute evidentemente è un'altra, così come è accaduto per i tabacchi e la rivalutazione dello stabilimento di Bologna: aggiungi e togli licenze, produci solo MS, tanto da distruggere un polo industriale come quello di Rovereto che invece era all'apice. La logica è un'altra, in assenza di una qualsiasi indicazione sulla destinazione degli investimenti. Perché non si dice quali saranno i beni da utilizzare e quali quelli da svendere? Forse è in atto una dismissione totale del comparto del sale?
Come altri colleghi hanno già detto, occorre andare oltre la necessità di far quadrare i conti ed affrontare il problema intervenendo sulla cultura. Lei dovrebbe sapere, presidente Basile, anche per aver effettuato una visita, che lo stabilimento di Margherita di Savoia non ha più alcuna possibilità di sviluppo perché le saline hanno accerchiato la città, impedendo processi di industrializzazione ed anche l'accesso ad altri tipi di risorse. Adesso si avrà un'ulteriore penalizzazione per quella zona.
Poiché il piano elaborato dai suoi numerosi consulenti accenna al difetto di cultura della qualità, mi domando perché lei, quando si è insediato, non è intervenuto affinché si verificasse ciò che è successo a Lucca città che, il giorno prima della privatizzazione, è stata beneficiaria di 32 miliardi.

GIOVANNI BRUNALE. Anche Margherita di Savoia li ha avuti.

ANTONIO LEONE. Non è vero, ha avuto 800 milioni tre anni fa, e solo perché altrimenti si sarebbe fermata la produzione del sale.
Visto che si andava verso la privatizzazione, perché si è portata sul mercato un'azienda ormai decotta? Questo è il succo del problema. Perché non si è intervenuti in tempo, anche attraverso l'ETI?
Vorrei poi affrontare il problema degli immobili delle saline di Margherita di Savoia. In proposito, cosa può dire il presidente Basile ai cittadini della città? Credo che il guadagno sarà talmente basso, vista l'attenzione sempre minore che nel piano viene data al comparto del sale, che l'offesa di cui parlava il collega Di Fonzo sarà grave per i cittadini di Margherita di Savoia, i quali aspettano una risposta.
Pongo al presidente dell'ETI un interrogativo che egli ha il dovere di riferire a chi gli ha dato il mandato, un mandato da esplicarsi tenendo conto non solo dei calcoli economici ma anche delle realtà locali e delle culture di chi vede sottrarsi l'unica risorsa.

LUIGI OLIVIERI. Interverrò brevemente anche perché il collega Schmid ha già parlato delle problematiche del settore, con riferimento specifico alla situazione di Rovereto. Vorrei soltanto aggiungere alcune brevi riflessioni ed evidenziare una situazione che non solo desta preoccupazione per le 850 unità occupate nel polo di Rovereto, difficilmente assorbibili in una realtà che pure non ha gli indici di disoccupazione di altre zone d'Italia. Vi


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è soprattutto grande sconcerto perché la realtà di Rovereto di tutto si aspettava fuorché di trovarsi in un piano di riassetto e ristrutturazione che prevede un intervento sulle manifatture attraverso il «bollino blu» e la dismissione all'inizio del 2002.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GIORGIO BENVENUTO

LUIGI OLIVIERI. Forte è lo sconcerto perché in quella realtà il riassetto era stato già realizzato, probabilmente anticipando l'attuale intervento che l'ETI sta attuando per legge e volontà propria. Sapete bene quanto me che siamo partiti da situazioni estremamente particolari: dal 1991 vi era un rapporto tra personale e produttività pari a 400 che ora è quasi di 800; l'occupazione è passata da circa 500 unità alle attuali 200. Si è avviato un processo di razionalizzazione ed efficienza che indica Rovereto come un punto di eccellenza, con una produzione pro capite giornaliera di 15,8 rispetto ad una media ETI di 9,5. L'attività è la più alta anche rispetto ad uno dei tre centri di produzione di sigarette che il piano prevede, a regime, di salvaguardare e potenziare come momento strategico e di produzione finale.
Chiedo quindi con forza al presidente di rivedere questa posizione; nel contesto del riassetto si tratta di una posizione importante e che condividiamo ma proprio per la condizione di anticipo rispetto alla razionalizzazione della manifattura, che ha consentito di raggiungere momenti di eccellenza, questa attività non può essere in prospettiva soppressa. Noi non chiediamo un intervento particolare di privilegio, ma che venga valutata compiutamente la situazione attraverso un supplemento di analisi, in modo da riconoscere a ciascuna area del paese ciò che le compete; non vogliamo penalizzare altri per salvare Rovereto ma siamo convinti che questa struttura produttiva possa legittimamente ed in modo razionale e produttivo rimanere un punto strategico nel settore della produzione dei tabacchi e dei filtrati.

ALESSANDRO REPETTO. Mi spiace non aver potuto seguire dal principio l'audizione a causa di un impegno in altra Commissione. Mi limiterò ad un'osservazione di ordine metodologico. Non mi sembra opportuno, anche se la nostra è una competenza di tipo politico, anticipare risposte rispetto al master plan che ci è stato illustrato questa mattina e che, per parte mia, avevo già esaminato. Il mio gruppo desidera affrontare l'esame del master plan anche con riferimento al decreto legislativo n. 283 del marzo 1998 per capire se sia in linea con i principi e le indicazioni in esso contenute. Al di là della ristrutturazione si parla infatti di ETI corporate e mi piacerebbe capire quali siano i rapporti tra presidenza e consiglio di amministrazione e con quali modalità si intende operare la trasformazione. Un organo monocratico avrebbe un certo significato, anche sul piano delle responsabilità, ma se il consiglio di amministrazione deve operare come in una qualsiasi altra azienda occorre approfondire taluni risvolti della questione.
Entro qualche giorno mi riservo, con i colleghi del mio gruppo, di inviare al presidente le osservazioni che questa mattina non sono in grado di formulare per non peccare di superficialità; ho infatti riscontrato alcune contraddizioni che vorrei approfondire, rispetto alle quali il presidente potrà anche rispondere successivamente.

GIANFRANCO CONTE. Come vede, presidente, il congresso di Rimini non è passato invano!
Al di là della battuta sono convinto che dobbiamo affrontare il master plan per quello che esso è: un'esercitazione di scuola che affronta il tema del tabacco come se si trattasse di detersivi. Questo implica una visione aziendalistica del progetto di ristrutturazione senza tenere conto di alcune specificità del settore. Non mi dilungherò in una disquisizione politica sull'occupazione, che pure ha la sua rilevanza (abbiamo affrontato questo tema in occasione della discussione sulle sorti dei dipendenti), in quanto ritengo che


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dovremmo esaminare nel dettaglio alcune scelte di fondo del master plan.
Trovo francamente un po' deboli i progetti futuri per l'azienda. Sui mercati internazionali non esistono aziende che ricoprono tutta la scala di produzione; generalmente le multinazionali acquistano il prodotto trinciato o miscelato per lavorarlo, lasciando ad altri la premanifattura e quindi il rapporto diretto con il mondo agricolo. Ho molto apprezzato il fatto che il presidente abbia posto l'accento sull'internazionalizzazione dell'azienda e sulla possibilità di accordi con i concorrenti. È difficile che ciò possa avvenire soprattutto nel campo delle premanifatture, argomento dal quale partirò per poi affrontare tutti gli altri.
Quando si parla di accordi con Universal Leaf, con Dimon e Standard Commercial bisogna tenere conto che aziende sul mercato si trovano di fronte ad aziende vuote; ATI ed ETI si occupano infatti della trasformazione di tabacco fornitogli dai produttori; le aziende hanno quindi un valore fino a quando le quote sono garantite. D'altra parte negli anni scorsi ATI è stata in continua perdita; non riusciva a stare sul mercato e solo attraverso aiuti di Stato ha potuto sostenere l'acquisto di quote, spesso vuote, con risultati del tutto insostenibili. Il progetto di chiudere ora i 7 stabilimenti dell'ETI - o di chiuderne 6, mantenendo Foiano per l'utilizzo del Kentucky, che dovrebbe servire alla manifattura di Lucca per i sigari toscani - può essere valido se la struttura di Foiano non sarà utlizzata solo con riferimento a Lucca, ma nella logica di un'azienda che si propone sul mercato con riferimento ad una pluralità di soggetti per la vendita del prodotto. Vorrei capire quali decisioni siano state prese in proposito.
Gli stabilimenti di Santa Maria Capua Vetere e Santa Lucia sono discreti e possono lavorare; l'integrazione ETI-ATI nel progetto presenta il problema di fondo che sarebbe meglio rivolgersi al mercato per le premanifatture preoccupandosi esclusivamente della fase successiva.
Per quanto riguarda la manifattura vera e propria condivido le perplessità dei parlamentari di Rovereto perché ritengo che si tratti di uno stabilimento che consente economie di scala, anche per la presenza sul territorio della cartotecnica che fa capo ad ATICarta. Si tratta peraltro di uno stabilimento dedicato quasi esclusivamente alla produzione su licenza. Questo è il vero problema che dobbiamo affrontare per decidere quali stabilimenti chiudere. Ho esaminato attentamente il progetto, che prevede anche il trasferimento di alcune produzioni da uno stabilimento ad un altro; per esempio, nel caso di Bologna si intende mantenere lo stabilimento perché dispone dello slicer ed avrebbe la possibilità di implementare i propri impianti con il trasferimento della produzione di MS e di tutta la linea italiana e con l'eliminazione della produzione di prodotti su licenza. Su quest'ultimo punto va sottolineata la scadenza del contratto su licenza della Philip Morris, che comporta la «caduta» di Rovereto e della stessa Bologna, che verrebbe però salvata dal trasferimento della produzione di MS. Bologna sarebbe così garantita per il prossimo futuro; anzi si prevede un'implementazione di personale da 200 a 400 addetti. Ma cosa succede alle altre produzioni? D'altro canto, con il trasferimento del prodotto su licenza a Chiaravalle (Muratti, Marlboro, Mild e tutte le altre linee), un eventuale rifiuto del rinnovo del contratto farebbe di quegli stabilimenti una scatola vuota, con tutto quello che ciò significa in termini di personale. Non mi preoccupo del personale oggi ricollocato presso il Ministero delle finanze ma, in una prospettiva di lungo termine, di quello che accadrebbe ai lavoratori che si dovessero trovare in una condizione del genere. In questo piano, purtroppo, il dato circa il rinnovo o meno del contratto con Philip Morris è trattato come un'ipotesi. Non ho capito perché sia prevista la chiusura degli stabilimenti di Rovereto, dove la produzione per lo più interessa prodotti su licenza, nel 2002, quando il contratto con Philip Morris scadrà nel 2000. O si ha una ragionevole


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certezza del rinnovo del contratto o Rovereto dal 2000 in poi non avrà più commesse (peraltro a Rovereto esiste lo slicer, che manca invece a Lecce).
Non vorrei che questo piano avesse tenuto in considerazione la necessità di mantenere l'occupazione in una certa area; capisco allora le perplessità dell'amico Di Fonzo su Lanciano e quelle degli altri colleghi. Rimango dell'idea che uno stabilimento come quello di Rovereto non possa essere scartato tout court per semplici ragioni di distribuzione territoriale.
Quanto al mantenimento o meno delle altre strutture, il piano è abbastanza interessante. Una valutazione regionale delle manifatture, premanifatture e saline mostra una chiusura di Verona nel 2001 (il Veneto dunque sarebbe fuori) e la chiusura di Rovereto nel 2002; in Emilia Romagna rimarrebbero lo stabilimento di Bologna ed un main transit point, sede di smistamento (MTP); a Modena la chiusura è prevista nel 2001 e Mesola dovrebbe chiudere immediatamente. A Cervia vi è la questione - che non ho ben compreso - del trasferimento all'amministrazione dei Monopoli dello Stato, sulla quale il presidente potrà darci maggiori chiarimenti. In Toscana, lo stabilimento di Firenze chiuderà nel 2000 (sede di un MTP); Lucca diventerebbe punto focale della produzione di sigari ed assumerebbe la produzione di Cava dei Tirreni, che andrebbe chiusa considerato che opera su prodotti di medio-bassa qualità, confezionati a macchina (la produzione più elevata dei Toscano originale selected rimarrebbe a Lucca). Chiuderanno le premanifatture di San Sepolcro e Foiano rimarrà aperta con destinazione di produzione di Kentucky. Non parlerò del sale perché lo hanno fatto in modo approfondito i colleghi Brunale e Leone, ma non si capisce quale destinazione avrà la salina di Volterra; sono preoccupato perché si aggira la Morton, società americana con interessi in Tunisia e vi è il problema Solvay che non so fino a che punto sia stato affrontato. In Umbria chiude la premanifattura di Perugia mentre nelle Marche a Chiaravalle si presenta il problema che ho già affrontato della destinazione della produzione su licenza. Nel Lazio si chiude Pontecorvo e in Abruzzo Lanciano. In Campania chiuderebbero gli stabilimenti di Napoli nel 2001 e Scafati nel 2002, oltre a Cava dei Tirreni, ma sempre a Napoli è previsto un polo di ricerca, che richiederà investimenti significativi, nonostante un analogo polo di ricerca esista già a Scafati a seguito di una convenzione internazionale. Sarà chiuso anche San Giorgio mentre, come ho ricordato, gli stabilimenti di Santa Lucia e Santa Maria Capua Vetere saranno incorporati. In Puglia nel 2001 chiuderà la produzione di Bari dove sarà stabilito un MTP; rimarrà lo stabilimento di Lecce, mentre chiuderanno quelli di Spongano e Lucugnano. Per Palermo è prevista la chiusura totale nel 2000 e per Catania è previsto un customer care. Quest'ultimo è un aspetto del progetto che mi piace molto perché finalmente ci si preoccupa dei clienti e si cerca di ampliare un settore di cui fino a pochi anni fa si occupava personale addetto alla produzione ad essa sottratto per dedicarsi alla consulenza dei clienti, con le conseguenze che conosciamo dal punto di vista della perdita continua di mercato.
Il processo al quale stiamo lavorando parte dal presupposto che l'ETI manterrà quote di mercato. Non mi sento di affermare che l'impianto complessivo del progetto non mi piace, perché molti spunti sono stati presi dalla riorganizzazione di Seita. Credo si sia tenuto conto delle esperienze della Tabacalera e dell'Austria Tabak: si è fatto un mix ed è venuto fuori un piano a mio avviso accettabile.
Vi è poi il progetto, che stabilisce cosa fare e in che modo. Nel progetto si dice che ci si posizionerà su tre linee di prodotto nuovo, due in fascia alta ed una in fascia medio-bassa; si mantengono però 24 brand per quanto concerne le vendite. Considerato che di questi 24 brand otto da soli corrispondono a circa il 90 per cento della produzione, che senso ha mantenere altri 16 brand? Consideriamo che Seita in Francia ha solo quattro brand: Gitanes e Gauloises, nelle diverse presentazioni. Il


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presidente ha accennato al fatto che al riguardo vi è stata una riduzione consistente (si è passati da 55 a 24 brand, anche se ne rimangono alcuni molto marginali). Ma come si fa, in un mercato che cala dell'1,5-2 per cento l'anno, a prevedere che nel giro di tre o quattro anni vi sarà un incremento delle vendite? Questo al di là della riduzione dei costi, che certo ha un suo valore. Il progetto che ci è stato presentato parla di una riduzione del costo al chilo da 19 mila a 15 mila lire. Ma quest'ultimo è comunque un costo molto superiore al costo medio di produzione perfino delle Marlboro. In Italia si ragiona su cifre che sono pari a quasi il doppio di quelle che si registrano normalmente. Condivido in proposito la posizione della collega Pistone: stiamo facendo tutto ciò per tagliare 2 mila posti di lavoro e per avere un MOL di 70 miliardi! È questo che stiamo facendo? La collega Pistone sa comunque che io non condivido l'impostazione per cui bisogna mantenere il complesso della struttura per tenere in funzione le unità produttive, perché così facendo tra un po' non ci sarà niente da produrre e ci troveremo unicamente a mantenere dei guardiani delle fabbriche. Un progetto di ristrutturazione è pertanto necessario.

GABRIELLA PISTONE. L'ho detto ampiamente.

GIANFRANCO CONTE. In alcuni punti, però, questo progetto a mio avviso non è molto condivisibile. Innanzitutto, non si affronta seriamente la questione dell'internazionalizzazione. Ricordo che l'ATI è andata a vendere MS-Venezia in Cina, fornendo un prodotto scandaloso, che non ha avuto seguito. E dobbiamo considerare che la Cina, con la sua popolazione di oltre 1 miliardo, è un mercato interessantissimo; infatti l'Oriente è il mercato nel quale si registra la crescita maggiore a fronte del calo dell'Occidente.

PRESIDENTE. Però dai dati emerge che in termini di qualità il mercato migliore è l'Europa.

GIANFRANCO CONTE. Certo. Nel progetto si ipotizza di abbandonare i levantini. Ma i levantini rappresentano la base dello scuro, e se lo scuro è il prodotto che si vende al Medio Oriente, perché quello è il prodotto richiesto in quei mercati, abbandonare i levantini mi sembra una scelta non condivisibile, considerato che i margini di crescita maggiori sono appunto sul Medio Oriente e sull'Oriente (in Oriente si vende lo slim).
La questione dell'internazionalizzazione è stata lasciata in secondo piano. Noi dobbiamo ragionare in termini di crescita di mercato, in un momento in cui il nostro mercato tende a diminuire per la presenza aggressiva delle multinazionali. Giustamente si parla della necessità di una presenza aggressiva in termini di marketing, per aumentare le vendite e quindi ridurre i danni rispetto alle multinazionali, ma se questo non si verifica, se continuiamo a perdere terreno nel nostro mercato e non facciamo un ragionamento serio in termini di internazionalizzazione e di capacità di vendere all'estero, vorrei capire a chi si intenda vendere il nostro prodotto e quali siano i margini di crescita rispetto a questo business plan. Vorrei che il presidente ci chiarisse questo aspetto.
Dal piano emerge l'intenzione di ridurre i brand a 24, di cercare di produrre un prodotto che stia sul livello delle Camel, tentando di rivitalizzare la fascia medio-bassa (più o meno questo mi sembra emerga da quanto ho letto: certo, posso aver capito male) per recuperare sulla fascia medio-alta una maggiore spinta per la produzione e per il prodotto. Ma naturalmente gli altri non staranno a guardare: le politiche commerciali aggressive sono il fondamento per la ristrutturazione di una società. D'altra parte, va evidenziato un altro aspetto. La forza dei gruppi imprenditoriali che si occupano di distribuzione è avere un prodotto leader a fianco del quale poter piazzare prodotti secondari ma dai buoni margini operativi. Quando l'ETI afferma che distribuisce il tabacco perché insieme


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a questo può distribuire le carte telefoniche, le schede della lotteria «gratta e vinci» e così via, cioè tutto ciò che è oggetto delle vendite delle tabaccherie, il suo è un discorso serio, che ha un fondamento: si è gestori di un prodotto molto forte e richiesto su cui si ha l'esclusiva e questo permette di implementare il resto delle vendite. A mio avviso, vi è stata al riguardo una sottovalutazione. Il progetto presentato prevede la creazione di due MDC (main distribution centre) e di undici MTP (main transit point), nonché di 300 LCD (local cross docking), che rappresenterebbero i punti di smistamento. Questo progetto incontrerà la resistenza fortissima degli attuali distributori. Sarebbe opportuno valutare se non sia il caso di affrontare diversamente il problema. Anche per quanto riguarda la localizzazione dei due centri di distribuzione generale, i main distribution centre, situati dal piano rispettivamente a Napoli (dove si potrebbe forse riutilizzare qualche stabilimento esistente: non ho ben capito se questa è l'intenzione) e a Tortona (dove non esistendo niente del genere si dovrebbe costruire un centro apposito) sarebbe il caso di verificare quanto meno il criterio seguito per la scelta. Sarebbe opportuno fare un esame più approfondito in proposito, ma sono comunque convinto che con uno sforzo maggiore si possano ottenere maggiori risorse anche dalla distribuzione.
Su quello che si può ottenere nel settore del tabacco in mancanza di una politica aggressiva commerciale ho comunque fortissimi dubbi.
Per quanto riguarda i sigari, è chiaro che si tratta di un business molto marginale che però crea numerose aspettative nel mondo della moda e dei prodotti di lusso: i sigari sono un prodotto che effettivamente si può vendere, ed anche bene. Sarebbe interessante approfondire questo aspetto, al di là della creazione del nuovo prodotto «Premium» (non parlo della qualità del prodotto, anche se avrei molto da dire in proposito). Credo abbia fatto bene il presidente a divisionalizzare a parte questo settore, proprio perché - ripeto - i sigari sono un prodotto che può essere venduto molto bene, creando anche un'asta competitiva. Sui criteri che dovremo scegliere per valorizzare queste società vi sarebbero altre cose da dire, ma mi fermo qui, anche per non annoiare ulteriormente i colleghi.

PRESIDENTE. Vorrei pregare il dottor Basile di dare subito delle risposte, anche se sarà eventualmente necessario (lo decideremo in ufficio di presidenza) procedere entro breve tempo, così come è stato chiesto dai colleghi, ad un ulteriore incontro per avere la possibilità di approfondire maggiormente alcune questioni che sono state oggi sollevate. Sarei grato al presidente Basile se nel rispondere evidenziasse alcune questioni rispetto alle quali ritengo sia importante avere delle risposte e delle conferme da parte sua.
Innanzitutto, questo piano è stato discusso ed approvato dal consiglio di amministrazione. Per quanto riguarda il confronto che su tale piano avrà luogo tra le diverse forze sociali, mi sembra che lo stesso consiglio (non so se ho capito bene: credo sia importante avere la conferma) abbia dato indicazioni precise sulle possibili flessibilità e sulle condizioni che invece dovranno essere assolutamente rispettate, anche ovviamente dal presidente Basile, con riferimento ai colloqui che lo stesso avrà.
In secondo luogo, era chiaro anche al Parlamento che esisteva un problema occupazionale e che non vi era nessuna possibilità di mantenere l'azienda dei Monopoli di Stato con l'attuale struttura e con l'attuale occupazione, tant'è che sono state definite (e questo è merito delle diverse forze sociali) delle condizioni di garanzia per assicurare che non vi sarebbe stato nessun licenziamento e nessuna perdita occupazionale (anche al riguardo vorrei avere conferma e sapere quali sono le questioni in atto). Tutto ciò, fermo restando che ben si sapeva che il saldo dell'operazione di ristrutturazione non sarebbe stato positivo, tant'è che si


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immaginava un ruolo transitorio nei confronti dell'amministrazione finanziaria ed il ricorso a forme di incentivazione. Vorrei sapere al riguardo se siano in atto contatti con l'amministrazione finanziaria con riferimento ai problemi che si dovessero verificare in termini di eccedenza di mano d'opera nel passaggio alla futura società. E soprattutto vorrei sapere, con riferimento all'Italia meridionale, se siano in atto contatti con Sviluppo Italia per definire nuove iniziative dal punto di vista imprenditoriale. In particolare vorrei sapere se sia vero che si prevede l'assunzione di 800 persone (immagino giovani), una volta che la ristrutturazione dovesse essere definita.
Prego quindi il presidente Basile, nei limiti del possibile, di fornire una prima risposta alle preoccupazioni avanzate dai colleghi, fermo restando che, ove fosse necessario, potremmo ritornare sull'argomento.

MAURIZIO BASILE, Presidente dell'ETI. Certo, presidente. Nel rispondere sono tra l'altro facilitato dal fatto che in molti casi vi sono stati dei fili conduttori comuni nei quesiti posti dai commissari.
Parto dalle richieste di conferma da parte del presidente circa il concetto di rigidità e flessibilità che ha caratterizzato il mandato che mi è stato conferito dal consiglio di amministrazione. Il consiglio di amministrazione, come ho detto in apertura, ha deliberato all'unanimità favorevolmente in ordine al piano, ad esito, evidentemente, di un processo di formazione, di valutazione e giudizio e di consenso al progetto che si è svolto nell'arco di svariati mesi e in cui ciascun consigliere, nella propria autonoma discrezionalità, ha potuto maturare un giudizio seguendo il processo così come, man mano, il management dell'azienda e il sottoscritto lo andavamo svolgendo. Si è trattato di un processo che ha visto impegnati i singoli consiglieri a partire dall'aprile del 1999 fino al 4 ottobre scorso, giorno in cui si è tenuta l'ultima seduta del consiglio di amministrazione.
Per quanto riguarda la rigidità, confermo che essa riguarda l'idea di creare un'impresa in grado di competere con i grandi soggetti europei e in grado di essere presente nel medio-lungo termine in assoluta autonomia sui mercati. La flessibilità è quella connessa al range di valori, ai parametri; al riguardo vi è quindi la possibilità di negoziare con le organizzazioni sindacali con riferimento agli ulteriori passaggi formativi dell'iter di approvazione del piano purché venga salvato il progetto finale, come poc'anzi ho rappresentato.
Per quanto riguarda l'altra conferma che mi chiedeva il presidente Benvenuto, voglio assicurare che il piano si fonda sulle previsioni di legge in ordine alla salvaguardia occupazionale. Abbiamo già aperto il tavolo di confronto con la direzione generale del Ministero delle finanze perché, sulla base del nostro data base estremamente analitico (età, anzianità professionale, profili professionali), si esamini la capillarità sul territorio e la possibilità di gestione attiva della problematica degli esuberi. Teniamo certamente conto delle opportunità previste dal decreto legislativo in termini di pensionamenti e di eventuali esodi incentivati. Abbiamo infine avuto un incontro con i vertici di Sviluppo Italia per avviare progetti sostanzialmente su due filoni: da un lato, i patti territoriali, che potrebbero creare opportunità di sfogo occupazionale, atteso che l'ETI, come prevede lo statuto, ha l'opportunità di assumere delle partecipazioni strumentali laddove fosse utile per accompagnare i processi di riallocazione di risorse professionali; dall'altro, i progetti di job creation: si tratta in questo caso di andare ad individuare, laddove sia possibile, esternalizzazioni di attività prima svolte all'interno delle manifatture, all'interno delle saline, all'interno degli stabilimenti, per creare società ad hoc tra lavoratori, opportunamente appoggiate in termini di carico di lavoro. Confermo quindi, presidente, quanto poc'anzi lei affermava.


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GIANFRANCO CONTE. Questo significa che l'outsourcing lo farebbero gli stessi dipendenti?

MAURIZIO BASILE, Presidente dell'ETI. Vi sono opportunità che noi vogliamo coltivare di progetti di outsourcing. Faccio un esempio: se per movimentazione logistica dei carrellisti si volesse creare un'opportunità, sicuramente sarebbero quei soggetti ad essere interessati. Stiamo parlando di progetti che devono essere evidentemente sviluppati.
Cercherò ora, nel rispondere, di essere rapido ma esaustivo. Per quanto riguarda le osservazioni ed i quesiti posti dall'onorevole Di Fonzo e dall'onorevole Pace, la scelta di chiusura del sito di Lanciano nasce evidentemente da tutta una serie di griglie che tiene conto del livello di fasi di produzione presenti nello stabilimento, dei livelli di volumi di produzione, cioè di tutta una serie di parametri che danno un ranking sulla base del quale alla fine si è dovuto stabilire quali fossero gli stabilimenti più efficienti confrontandoli anche con le efficienze e le inefficienze degli stabilimenti dell'ATI. Si tratta di un percorso coerente con la griglia che ha portato all'individuazione degli stabilimenti. A questo riguardo desidero sottolineare che quello che voi vedete nel piano è ovviamente - e non può che essere così - la punta dell'iceberg di un processo di studio e di decisioni. Il data base che abbiamo alle spalle è estremamente ampio. Penso alle famose schede per stabilimento ricordate da qualche onorevole, ai famosi discorsi inerenti tutta una serie di simulazioni. Vi è un'amplissima letteratura in materia, noi abbiamo volumi e volumi di carte di supporto che ci hanno portato alla formulazione di questa proposta.
Per quanto concerne le osservazioni e le richieste dell'onorevole Marengo, voglio ricordare alcune cose. Innanzitutto, non mi consta che vi sia una perdita di quote di mercato del 4 per cento. I dati in nostro possesso indicano per la fine dell'anno un trend sostanzialmente in linea, ma forse con qualche leggerissimo miglioramento; non dico che ciò sia da accreditare a questa gestione, che si è dovuta occupare di avviare l'azienda e di fare il piano, oltre che di presidiare efficacemente l'azienda stessa, ma sicuramente non andremo peggio del 2,5 per cento inerziale.

PRESIDENTE. La guerra del Kosovo!

MAURIZIO BASILE, Presidente dell'ETI. Anche perché l'impatto del contrabbando, che certamente non ha beneficiato i nostri prodotti, ha comunque avuto un certo effetto di normalizzazione. Quindi - ripeto - non riscontriamo una perdita del 4 per cento.
Per quanto concerne le riviste di settore (tabaccai e magazzinieri), siamo presenti così come lo sono gli altri competitori. Mi spiace che l'onorevole Marengo sia assente in questo momento, ma voglio rassicurarlo sul fatto che l'ETI con i suoi prodotti è ampiamente presente anche in questo campo.
La creazione di una struttura finanziaria per l'immobiliare è una cosa che non sta né in cielo né in terra: l'ETI non ha nessuna struttura del genere. La divisione immobiliare che voi avete citato è un progetto di «divisione» a valle dell'approvazione del piano di ristrutturazione.
Vi è poi il famoso discorso delle consulenze. Il piano di ristrutturazione non lo hanno fatto i consulenti: i consulenti hanno contribuito a portare il necessario bagaglio di conoscenze internazionali. I consulenti in questione (la Bain-Cuneo e associati, la Deloitte Consulting e la GEMAC, che è il leader italiano nel settore della logistica e della distribuzione) hanno portato il know how necessario, oltre a garantire quel grande volume e sviluppo di ore-uomo che erano necessari per fare un lavoro serio.
Le consulenze - di cui ha parlato l'onorevole Marengo e poi anche, se non sbaglio, l'onorevole Conte - hanno sostanzialmente tre finalità: ci sono quelle che sono state dirette all'elaborazione del piano, per le motivazioni


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che dicevo poc'anzi; quelle che sono stata l'alternativa pensata e voluta in una scelta di make or buy, nel senso che non abbiamo assunto personale, come sarebbe stato necessario fare, per non appesantire i costi di struttura, vis à vis il piano di ristrutturazione e vis à vis la privatizzazione, ma abbiamo preso risorse esterne, quindi in alternativa a costi fissi abbiamo avuto costi variabili; infine, quelle necessitate dal fatto che nell'area del commerciale abbiamo dovuto compiere uno sforzo cognitivo innanzitutto per far vedere sul mercato che iniziavamo ad esserci, poi per avere una serie di momenti conoscitivi per la creazione di un data base propedeutico alle azioni di marketing e commerciale. Ricordo solo, a beneficio di tutti i parlamentari presenti, che il totale del costo sostenuto per le consulenze nel 1999 è pari allo 0,6 per cento (quindi la metà dell'1 per cento) del totale dei costi dell'azienda: praticamente parliamo di niente.
L'onorevole Marengo ha anche parlato di un piano fatto un po' ad usum delphini di grandi competitori internazionali: non è assolutamente così. È un dato di fatto, però, che il 60-65 per cento della redditività dell'azienda è garantito oggi, e sarà garantito domani, dalle produzioni su licenza e dalla distribuzione. La produzione su licenza ce la dà la Philip Morris, l'80-85 per cento della distribuzione ce lo dà la Philip Morris; dopodiché, se vogliamo fare senza la Philip Morris, non si può fare il piano. Questo è un dato di fatto.
Ultimo punto trattato dall'onorevole Marengo è stato quello del ruolo degli ispettorati dell'amministrazione dei Monopoli di Stato. Noi non solo lo chiediamo, ma abbiamo anche scritto all'amministrazione dei Monopoli perché rinvigorisca il ruolo degli ispettorati. Quando dicevo che vanno nelle tabaccheria una volta ogni dieci anni invece che ogni settimana, mi riferivo proprio agli ispettorati.
L'onorevole Schimid ha parlato di fuga di notizie, tema ripreso anche dall'onorevole Olivieri. Sì, la fuga di notizie c'è stata. Va lasciata alla sensibilità dei consiglieri che hanno avuto il piano quindici giorni prima; i piani, che poi sono usciti, erano chiusi nel mio cassetto: ognuno si regola come ritiene.
Per quanto riguarda l'equazione privatizzazione-disoccupazione, devo dire che francamente io non la vedo. Privatizzare significa efficientizzare. Uscire dal monopsonio nei confronti dell'ETI, non vendere più i prodotti (parlo di carta e di filtrati) ai clienti non ETI al 30-40 per cento in meno di quanto venivano venduti all'ETI significa efficienza, significa essere competitivi e dopo il piano di riassetto la privatizzazione può rappresentare anche una grande opportunità di sviluppo. È così che noi vediamo il piano di riassetto.
Quanto dico circa i transfer price e cioè gli aumenti di prezzo - mi sembra che il tema sia stato sollevato dall'onorevole Leone - non significa automaticamente aiuti di Stato. È stato presentato un esposto alla DG4 da una non meglio definita libera associazione, di cui anche la ricerca dell'indirizzo civico è risultata piuttosto difficile, ed abbiamo già dato mandato agli avvocati che ci rappresentano a Bruxelles di fare opposizione e di capire cosa ci sia a monte.
Per quanto riguarda il polo del fumo, come abbiamo già detto, tutto è rispettabile ma non esiste un competitore europeo che sia integrato a monte. E se non esiste, evidentemente vuol dire che delle logiche ci sono. D'altronde, se oggi intraprendessi alcune operazioni dimostrative - nel 1999 già l'abbiamo fatto e lo ritroveremo nei conti economici come efficienza sui prezzi, benché ci siamo mossi in punta di piedi, affinché non si dicesse che vogliamo far perdere valore alle aziende - potrei affermare che avremmo efficienze dal 20 al 40 per cento sui prezzi d'acquisto.
L'onorevole Brunale dava una condivisione di massima e chiedeva quali fossero le risorse finanziare per dare supporto al progetto della mobilità. L'ETI nel breve termine ha cassa; non avrà cassa se continua ad andare avanti così, ma oggi


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ne ha. Ha bassi investimenti in tecnologie, perché molte attrezzature se le è ritrovate; può disporre di mezzi finanziari, come, ad esempio, partecipazioni a termine, da utilizzare per avviare una serie di progetti. Quindi, i soldi ci sono.
Per quanto riguarda la presunta marginalità della trattazione del tema sale, di cui hanno parlato vari componenti la Commissione, devo dire che non è così. Evidentemente, in un piano che, come ho detto, è la punta dell'iceberg, poiché parliamo di un fatturato in cui il sale rappresenterà il 7-8 per cento, la dignità di spazio è proporzionale all'importanza, alla dimensione del problema, senza con questo mancare di rispetto alle problematiche locali. Anche in questo caso, c'è un amplissimo data base che ci supporta in certi tipi di scelte.
Mi è parso che l'onorevole Brunale abbia anche sollevato il problema dell'ATI Sale. La storia non mi interessa; dico che l'ATI Sale oggi ha un nuovo managment, si sta muovendo nel campo commerciale in strettissimo coordinamento con la direzione commerciale e marketing dell'ETI e stiamo già avendo alcuni primi riscontri positivi (citavo prima il discorso delle cooperative). Si tratta di un piano che noi riteniamo estremamente sfidante, comunque è chiaro che, con la nuova missione, l'ATI si occuperà di prime trasformazioni, farà un piano di riassetto, ma tutte le partecipazioni che dovranno essere riassettate e vendute, compresa l'ATI Sale, andranno sotto il diretto controllo dell'ETI e sarà responsabilità di questo presidiare l'efficacia della gestione aziendale.
All'onorevole Signorino e all'onorevole Turroni rispondo che quella riguardante le saline di Cervia non è una problematica nuova; anche nella fase commissariale sono stato, in qualche modo, coinvolto in questo discorso. Premetto che nel conferimento all'ETI gli immobili sono rimasti allo Stato, per cui l'ETI non è proprietario degli immobili ma è solamente concessionario per un periodo trentennale, a fronte della corresponsione di un canone a favore dell'amministrazione dei Monopoli di Stato. Quindi, chi, in sede di privatizzazione, dovesse acquistare il sale, o ne vuole fare un utilizzo industriale o neanche si avventura; la scelta, molto corretta, che voi avete compiuto di non far passare di proprietà gli immobili tende proprio ad evitare finalizzazioni per uso non industriale. Dunque, il pericolo paventato non esiste. Quella di Cervia, purtroppo, è un'area strutturalmente in perdita: veniva ricordato il progetto del comune, che prevede la prosecuzione dell'attività, una sorta di affitto di azienda, con la corresponsione di 750 milioni all'ETI; ma questo importo è largamente inferiore ai costi complessivi inerenti alla gestione di Cervia, quindi si tratta di un problema che va al di fuori della sfera aziendale ma riguarda il Governo, tenuto anche conto delle normative che voi ricordavate. Non è un'area di profitto - lo ripeto - quindi non è un discorso aziendale; poi il Governo farà le sue valutazioni e compirà le sue scelte, tenendo conto anche degli aspetti non imprenditoriali.
Con riferimento alle osservazioni dell'onorevole Contento ricordo che, come ho già detto, c'è la volontà di andare a verificare area per area, sito per sito, in primis con la direzione generale del personale del Ministero delle finanze, ma poi - noi auspichiamo - anche con l'altra pubblica amministrazione, sulla base però di progetti propositivi. Voglio essere molto chiaro: né ai miei colleghi che si occupano di questo problema né a me piace l'idea che l'elettricista vada, con tutto il rispetto per l'usciere, a sedere dietro una scrivania; ciò che noi vogliamo è la tutela delle professionalità e i progetti e i soldi - grazie a Dio - li abbiamo. Però, ovviamente, dobbiamo trovare interlocutori attivi, perché se per avere un appuntamento bisogna aspettare venti giorni tutto diventa difficile.
L'onorevole Contento ha parlato anche di investimenti su Lucca. È vero: gli investimenti su Lucca non li ha fatti l'ETI; l'ETI li ha ereditati. Se ci sia la voglia di


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precostituire qualcosa non può domandarlo a me; io devo semplicemente fare i conti con la realtà.
Riguardo alle schede per gli stabilimenti ho risposto. Mi ricordano i colleghi che solo per la parte tabacchi abbiamo quindici file, quindici volumi di carte di lavoro. Tengo a precisare che tutta la parte relativa al riassetto è stata affidata ad un'unica società di consulenza, che ha lavorato in team con i nostri responsabili. Intendo dire che il piano non è dei consulenti ma è nostro: i consulenti hanno fornito know how, esperienza internazionale e ore-uomo, ma i responsabili del piano sono i componenti del consiglio di amministrazione.
Per quanto riguarda la produttività per addetto e la scelta, certamente tutte le griglie sono fatte da parametri multipli e quindi c'è una certa opinabilità; ma essendo abituati a prendere decisioni, oltre che a porre problemi, noi abbiamo preso una decisione, presentando le proposte che sono sotto i vostri occhi.
L'onorevole Pistone, da un lato, conveniva su alcune considerazioni dell'onorevole Brunale e, dall'altro, ricordava che la Commissione alla quale ho oggi l'onore di riferire non ha un ruolo istituzionale, ma questo è un problema che a me non riguarda, perché di referenti ne ho già tanti! Esprimeva altresì una valutazione circa una sostanziale inadeguatezza tra lo sforzo prodotto, in larga parte scaturente dall'efficienza - sia in termini di tecnologia sia di costo del lavoro - e la produttività. Ma il confronto, a mio giudizio, non va fatto tenendo conto della redditività dei 300 o 400 miliardi di MOL o dei 360 miliardi del risultato operativo del 1999: nel 2003, come credo di aver dimostrato e come, comunque, responsabilmente affermo, quella redditività va letta pari a zero, quindi il confronto corretto che dobbiamo fare è tra 700 miliardi e zero. Se non fosse vero quanto dico, sarei d'accordo con lei che la montagna ha partorito un topolino, ma non è assolutamente così.
L'onorevole Fontan ha fatto un apprezzamento sul piano e, se non vado errato, ha invitato a compiere una riflessione sulle perfomance degli stabilimenti. Il presidente Benvenuto mi ha chiesto quali fossero i passi successivi. Io ho specificato quale fosse l'ambito del mandato del consiglio: credo che le risposte siano lì dentro.
Ad alcune delle domande dell'onorevole Leone mi sembra di avere già risposto, ad esempio per quanto riguarda le consulenze. A proposito degli 8 miliardi che ha indicato, mi consenta di dire che il numero effettivo è dato da una frazione largamente inferiore ad un terzo di quella cifra.
Sempre l'onorevole Leone ha citato alcuni episodi pregressi a proposito del sale, dopodiché ha stimolato la discussione parlando di un obiettivo, cioè «svilire per disfarsene»: non è assolutamente così. Partiamo dal concetto che si tratta di un settore strutturalmente in perdita, a bassissima tecnologia, nel quale gli investimenti da fare sono pochi e comunque sono stati da noi previsti e, a piano avviato, saranno fatti; c'è un problema di recupero, c'è un problema di ottimizzazione del rapporto indiretti su diretti, c'è un problema commerciale (sul dove e come ho riferito poc'anzi) che ci vede fortemente impegnati. Certamente, onorevole, prima di partire con le azioni dobbiamo avere le spalle coperte. Questo vale per il sale, vale per le sigarette e anche per i sigari: non si può andare con grandi strategie di attacco commerciale e marketing e poi, come è capitato recentemente per i sigari extra-vecchi, dover ricorrere agli straordinari perché eravamo andati in rottura di stock su alcuni segmenti di produzione, con scorte di magazzino che, nonostante siano state da noi portate dai 120 giorni che abbiamo trovato sette mesi fa ad 85, sono ancora il doppio di quelle dei competitori: vuol dire che l'azienda ha un problema di cultura. Quando parlo con gli uomini della produzione, persone serie, affidabili, mi rendo conto che non hanno il concetto di fasare la produzione con la vendita: questo è il problema. Dunque, prima dobbiamo creare le premesse, poi partiamo all'attacco.


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Questo vale ancora di più, onorevole Conte, per la parte internazionale. Nei miei venticinque anni di esperienza ho visto troppo aziende che per superare il problema interno partivano con le campagne internazionali, dopodiché chiudevano e non se ne parlava più.
Per quanto riguarda Margherita di Savoia, come ho già detto, gli immobili non sono nostri. Noi facciamo gli industriali e non ci occupiamo di immobili, se non di quelli delle manifatture che, come ho detto poc'anzi, ad esito del processo saranno cespiti, peraltro in larga parte collocati in centri urbani, che dovranno essere oggetto di valorizzazione e quindi di smobilizzo come generatori di cassa e di plusvalenze.
L'onorevole Repetto ha parlato della coerenza del piano con il decreto legislativo n. 283 del 1998: noi crediamo di essere assolutamente coerenti. Ha anche parlato del ruolo del consiglio di amministrazione: il consiglio di amministrazione è gestito da uno statuto ed un regolamento di amministrazione e contabilità che rispondono unicamente al codice civile, perché, come è richiamato in tutti gli atti, l'ente pubblico economico deve rispondere al codice civile. Quindi il consiglio si riunisce secondo le scansioni temporali che lo statuto e la buona prassi aziendale prevedono e, come dicevo in apertura, ha preso le sue decisioni con piena contezza e con adunanze che hanno una cadenza di 30-40 giorni, avendo avuto il documento finale - cui era stata data visibilità in fieri negli ultimi quattro mesi, attraverso contatti diretti con la struttura e con i consulenti, che hanno fatto presentazioni ad hoc man mano che andavano avanti - con quindici giorni di anticipo, cosa che in 25 anni di consiglio di amministrazione (prima come consigliere, poi come amministratore delegato e presidente) io non ho mai visto in una società di diritto privato.
L'onorevole Conte ha parlato di aiuti di Stato ed io credo di aver risposto a questo riguardo. Ha ricordato il Kentucky, che è sicuramente strategico; ma la strategicità non obbliga all'integrazione verticale. Strategicità significa partnership con i fornitori, significa opportunità migliori di privatizzazione, perché se privatizzo ma garantisco un volume di fornitura a determinati prezzi, privatizzo e creo valore. Ha ricordato il problema di Rovereto, e ne abbiamo parlato. Ha ricordato il problema delle licenze, quindi dell'articolazione dei siti, a proposito della quale non posso che ribadire quanto ho detto poc'anzi: allo stato dell'arte, il 70 per cento del margine attuale e futuro è legato a determinate scelte; ergo, dobbiamo acquisire competitività nei costi della produzione per evitare che la Philip Morris si faccia fare le sigarette in Ungheria o in Polonia, come è pronta a fare.
È stato chiesto perché alcuni stabilimenti chiudano nel 2002. Questa previsione deriva dal fatto che poniamo come must, cioè come cosa che deve assolutamente accadere, il mantenimento e possibilmente il consolidamento delle produzioni su licenza, perché non esiste un'alternativa strategica se non, forse, nel lunghissimo periodo.
Quanto alla ricerca e sviluppo è stata ricordata l'esistenza di un centro vicino a Scafati. Noi vogliamo creare un centro di ricerca e sviluppo all'avanguardia sui problemi del fumo che, tenendo conto dei vincoli esistenti sulla pubblicità, rappresenti un fattore di marketing; la ricerca, la qualità, la non nocività e la tutela della salute devono infatti essere intesi come fattori di successo.
Sono stati ipotizzati 24 brand e non 8 perché quelli che si cancellano devono avere una nuova protezione. Vogliamo essere presenti nel mercato delle sigarette scure, anche se, operando scelte ancora più drastiche sui siti, sarebbe stato facile uscirne. Abbiamo quindi la necessità di uno sventagliamento che consenta una «pulitura» del portafoglio. Questa parte del piano non è ancora operativa.
Credo di aver risposto sullo sviluppo verso l'estero, con riferimento alla presunta insoddisfacente disamina delle opportunità.


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Abbiamo delineato il quadro dei mercati, abbiamo detto quali devono essere i rapporti, dobbiamo attendere di avere i prodotti che oggi non abbiamo. Andare all'estero senza avere una situazione stabile, vuol dire farsi ridere appresso.

PRESIDENTE. A conclusione dell'audizione, ringrazio il dottor Basile per la sua ampia replica: la Commissione si riserva di esaminare in sede di ufficio di presidenza l'opportunità di ulteriori occasioni di confronto.

La seduta termina alle 15.5.