XIII LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 171
Onorevoli Colleghi! - Si è ritenuto di ripresentare,
ancora una volta, anche con la medesima relazione, questa
proposta di legge che riproduce l'atto Senato n. 2524
presentato al Senato nella X legislatura, anche in virtù della
convinzione che le leggi speciali non solo non accelerano la
realizzazione di opere pubbliche, visti i continui
provvedimenti di proroga, ma servono invece ad adottare misure
in deroga agli strumenti urbanistici in nome dell'urgenza.
Il Governo, su questo punto, con l'adozione di
decreti-legge, ha in passato dimostrato di muoversi nel
peggior segno della continuità; ci si deve augurare che il
Parlamento non lo imiti.
"L'assassinio a Catania di due dirigenti delle acciaierie
Megara, Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, ha diffuso
sgomento in una città che deve ormai prendere coscienza di una
forma di penetrazione nella economia che usa indifferentemente
corruzione, tangenti, ricatti e fucili a canne mozze.
Solo l'emozione che è succeduta al gravissimo episodio può
forse giustificare le proposte estemporanee espresse dai
massimi responsabili del potere amministrativo locale a favore
di una centralizzazione degli appalti a Roma.
Tale proposta in realtà elude lo stretto rapporto
esistente tra le organizzazioni criminali e il sistema di
potere esistente.
Infatti è sempre più indilazionabile una riflesssione sui
meccanismi di funzionamento e di erogazione dei contributi
della regione siciliana che nel caso specifico aveva
attribuito 60 miliardi per la ristrutturazione delle Industrie
Meccaniche, che possono avere suscitato ed attirato
l'attenzione della malavita organizzata.
L'assassinio del funzionario regionale Bonsignore ha però
svelato un quadro impressionante per quanto riguarda i settori
della cooperazione, dell'agricoltura e della sanità, e
soprattutto ha messo a nudo collusione fra amministratori e
società ad hoc; e infine in questi ultimi tempi si è
messo in luce un ruolo d'incentivazione di opere pubbliche
chieste da piccoli comuni, secondo quanto previsto e ai sensi
dei piani triennali della regione, spinti in queste richieste
da intermediari che predispongono progetti preconfezionati.
Non in polemica, ma in forza delle ragioni autentiche del
federalismo, occorre avere il coraggio di affrontare le basi
dello Statuto speciale accordato alla Sicilia.
Nel 1969 - già allora troppo trascurato! - Leonardo
Sciascia, nel primo saggio del volume La corda pazza
intitolato "Sicilia e sicilitudine", riferendosi alla propria
isola, scriveva:
"Una terra, dunque, difficile da governare perché
difficile da capire. Difficile da capire non soltanto nella
natura dei suoi abitanti, contraddittoria ed estrema, ma anche
nei suoi istituti giuridici, nel giuoco complesso delle
giurisdizioni, di quell'insieme di privilegi e di immunità la
cui scomparsa, nel secolo scorso, ha lasciato effetti ancora
ben visibili, confermati in questi ultimi vent'anni da quella
autonomia regionale che avrebbe dovuto invece cancellarsi del
tutto. Si può anzi dire che l'istituzione della regione
autonoma ha fatto insorgere, sul piano del costume e nel modo
di maneggiare la cosa pubblica, quella confusione e quelle
remore un tempo coagulate negli istituti giuridici e, insieme,
tutti gli aspetti e le manifestazioni deteriori della natura
dei siciliani (e s'intende che usiamo il termine natura non
per dire natura, ma per indicare invece il carattere che
risulta da particolari vicissitudini storiche e dalla
particolarità degli istituti)"... "...D'altra parte
l'insicurezza dell'isola, la sua vulnerabilità, la sua
tendenza al separatismo, la sua secolare disponibilità alla
illusione della indipendenza, hanno portato le potenze
dominanti alla concessione di privilegi che appunto servissero
a dare illusione di indipendenza a tutti i siciliani e
concrete garanzie e sicuri benefici alla classe aristocratica,
prima; a quella che approssimativamente possiamo chiamare
borghese, oggi (il fallimento dell'autonomia regionale si può
senz'altro attribuire al fatto che è stata intesa e maneggiata
come un privilegio, una franchigia che lo Stato italiano,
sotto la pressione del movimento separatista, concedeva alla
classe borghese-mafiosa)".
Il vero nodo da sciogliere è l'affermazione di nuove
regole che rompano intrecci che nel tempo, magari
inconsapevolmente, hanno instaurato dinamiche ormai
incontrollabili.
Credo che il medesimo concetto sia stato bene espresso da
Giuseppe Di Lello, magistrato di Palermo (il Manifesto,
31 ottobre 1990): "L'intreccio tra le varie mafie e la
politica pone, tutto sommato, un problema di riduzione degli
spazi di democrazia nella società e nelle sue articolazioni
della politica, dell'economia, del sociale: se per ottenere
appariscenti successi nella momentanea disarticolazione di
questo nesso si debbono rimettere in discussione conquiste di
civiltà, si rischia davvero di concorrere ad un ulteriore
indebolimento di questa nostra fragile democrazia a tutto
vantaggio del sistema che si vorrebbe combattere".
E sugli appalti credo meriti di essere citato un altro
brano dello stesso articolo: "La risoluzione di molti problemi
di pubblica moralità è stata vista, poi, nella riforma della
legge sugli appalti e, in particolare, nella eliminazine della
licitazione privata' a favore di altre forme trasparenti' di
assegnazione di opere pubbliche".
Anche per gli appalti aleggia l'illusione di una
moralizzazione ottenibile attraverso meccanismi "oggettivi" e,
di conseguenza, facilmente sottoponibili a controlli
giudiziari. In realtà non esiste "in natura" un meccanimso di
per sé valido quanto a trasparenza nella aggiudicazione degli
appalti e ciò per il semplice motivo che gli accordi si
raggiungono sempre al di fuori e prima della gara, siano o
meno consenzienti i pubblici amministratori.
Anzi in un contesto dominato da un lato da una
imprenditorialità legata alle organizzazioni criminali e
dall'altro dominato da amministratori corruttibili è più
semplice truccare la carte in modo giudiziariamente
irrimediabile con gli appalti-concorso o con le "democratiche"
gare al rialzo e al ribasso, che con la tanto deprecata
citazione privata.
Né vale spostare i luoghi dell'aggiudicazione dalla
periferia al centro, quasi che il legame mafia-politica fosse
un dato municipalistico! Le varie mafie, comunque, sanno bene
che i lavori possono essere aggiudicati a Roma, ma debbono
essere effettuati "in casa"; ed è qui che attendono le
rarissime imprese riottose con tutti gli strumenti militari
della "persuasione".
E' sulla scorta di tali considerazioni che ho la
convinzione che sia giusto riprendere il filo della
ricostruzione del governo in città colpevolmente abbandonate
in preda alla paralisi amministrativa e al degrado sociale,
attraverso un rilancio programmatico sui temi essenziali della
gestione del territorio e del destino urbanistico e attraverso
una rinnovata tensione culturale e politica sul lato della
convivenza civile; la valutazione degli effetti prodotti dalla
costituzione della società ITALISPACA deve costituire un
ammonimento per non percorrere una strada che si è rivelata
improduttiva, pericolosa ed inefficace.
Una ricostruzione, ai fini di un'attenta analisi della
questione giuridico-legislativa per chiarire il contenuto del
decreto-legge 1^ febbraio 1988, n. 19, convertito, con
modificazioni, dalla legge 28 marzo 1988, n. 99, della natura
della società ITALISPACA, nonché della realtà politico-sociale
che ha determinato la stipulazione della relativa convenzione,
è significativa ed indispensabile.
In data 8 marzo 1988 l'allora Presidente del Consiglio,
onorevole Giovanni Goria, predisponeva un decreto relativo
alle misure urgenti da applicare in materia di opere pubbliche
in Sicilia: in particolare, si poneva in evidenza la
straordinaria necessità di risolvere delicati problemi sociali
ed economici, nonché di ordine pubblico, delle città di
Palermo e di Catania.
In tale ordine di idee, si inserisce il dettato
dell'articolo 2 del decreto-legge, il quale prevede una serie
di opere, la cui realizzazione contribuirebbe al risanamento
delle città interessate, pur se attuata mediante interventi di
natura ed entità eterogenee.
Questo provvedimento, peraltro, muove dall'idea che per
recidere i legami esistenti tra mafia (la legge prende in
esame la situazione delle zone della Sicilia particolarmente
colpite dal fenomeno della criminalità organizzata) ed appalti
pubblici sia necessario espropriare le amministrazioni locali
delle loro competenze; queste, relativamente alle opere
indicate nel decreto, sono trasferite alla Presidenza del
Consiglio che viene autorizzata a provvedere "anche in deroga
alle vigenti disposizioni, ivi comprese della contabilità
generale dello Stato e con il limite del rispetto dei princìpi
generali dell'ordinamento e delle norme comunitarie" (articolo
3, comma 2, del citato decreto-legge n. 19 del 1988, come
modificato dalla legge di conversione).
Gli interventi per la realizzazione delle opere di cui
all'articolo 2, richiedono l'impiego di tecnica e
professionalità gestite in modo unitario ed omogeneo: in tale
contesto, sintomatica l'attribuzione delle competenze
trasferite allo Stato non agli organi competenti, quali il
Ministero dei lavori pubblici ed il Ministero per le aree
urbane, ma alla Presidenza del Consiglio priva, per la sua
natura, di strutture idonee a svolgere compiti di questo
tipo.
In considerazione di quanto sopra, il Presidente del
Consiglio dei ministri ha ritenuto opportuno ricorrere alla
forma dell'affidamento in concessione di servizi ad un
soggetto esterno, precisamente ad una società a totale
partecipazione pubblica, costituitasi ad hoc l'8 marzo
1988: la ITALISPACA spa (del gruppo IRI-ITALSTAT): presidente
veniva designato l'ex prefetto Riccardo Boccia.
Tale consorzio nasce nel 1988 in seguito all'intervento
del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, presso l'allora
Presidente del Consiglio, Giovanni Goria. Era stato appena
ucciso Giuseppe Insalaco, già sindaco del capoluogo siciliano
e, dopo tale omicidio, una delegazione siciliana composta da
Orlando, Nicolosi, Rizzo e Di Benedetto, giunse a Palazzo
Chigi, chiedendo all'onorevole Goria un provvedimento
straordinario per Palermo, al fine di liberarsi di quello che
non riuscivano più a gestire.
Di conseguenza il Presidente del Consiglio emanava un
decreto, il quale stabiliva che gli appalti a Palermo e a
Catania sono materia di ordine pubblico, da gestire
direttamente dalla Presidenza del Consiglio.
Alla base dell'adozione del sistema di concessione
amministrativa assume un ruolo preminente la convenzione tra
la Presidenza del Consiglio e l'ITALISPACA, stipulata l'8
aprile 1988 ed approvata in pari data con decreto del
Presidente del Consiglio dei ministri; risulta significativo e
curioso nel contempo, che il concessionario non esistesse
anteriormente alla predisposizione del decreto ed il suo
massimo dirigente non avesse alcuna esperienza professionale
nel campo delle opere pubbliche.
Si legge, peraltro, nella convenzione che il
concessionario viene individuato "sulla base di specifiche
capacità e vocazioni", deve essere dotato "di una qualificata
struttura organizzativa in grado di garantire il pieno
coordinamento delle attività occorrenti" e deve altresì essere
in grado di garantire una "assoluta affidabilità".
In tale ottica, il vero requisito risultato decisivo al
fine dell'affidamento in concessione è stato quello della
"assoluta affidabilità", garantita dalla composizione
totalmente pubblica dell'azionariato.
Inoltre, l'organo cui viene attribuita questa competenza è
liberato da vincoli, pareri, procedure; in questo c'è
un'evidente contraddizione: l'esclusione dei normali controlli
e delle ordinarie procedure avrebbe un senso, se l'obiettivo
fosse quello di rendere più spedita ed efficace la gestione
amministrativa.
In questa situazione, invece, l'obiettivo era quello di
evitare abusi, sicché i controlli potevano semmai essere
moltiplicati. Solo in rari casi, infatti, le pressioni mafiose
portano alla mancata realizzazione dell'opera: è più probabile
che conducano piuttosto, alla realizzazione di opere inutili o
allo spreco di denaro che poteva essere risparmiato.
Da questo momento, comunque, una serie di polemiche
divampa tra chi si pone a favore della legge e chi la attacca.
In particolare, in Sicilia, mentre Orlando si manifesta
sostenitore della legge, Nicolosi ne diviene aperto e severo
critico in nome della preminenza delle autonomie locali
siciliane, prima fra tutte la presidenza della regione,
operante "nel rispetto delle realtà istituzionali e dei loro
ruoli" (vedi Capitale sud 19-25 giugno 1990, pag.
11).
Con riferimento all'applicazione della legge, a tutt'oggi
è da rilevare che l'assegnazione ad ITALISPACA della gestione
di un consistente ammontare di miliardi, secondo le
disposizioni del "decreto Sicilia", non ha contribuito a
risolvere problemi di efficienza e di trasparenza
nell'esecuzione degli interventi pubblici.
In tale contesto, la "filosofia dell'emergenza" trova in
questo provvedimento un'espressione esemplare; innanzitutto
viene sovvertito l'ordine costituzionale delle competenze, e
tutto ciò avviene in forma almeno discutibile, cioè con
riferimento a fattispecie individuate in concreto; pertanto,
la società poteva progettare e curare la realizzazione di
nuove opere, stabilirne i prezzi, effettuarne il collaudo,
sotto l'alibi di una precisa "trasparenza" (vedi "atto
d'accusa" di Rosario Leone, presidente dell'Ordine degli
architetti, in La Sicilia del 25 luglio 1990), mentre la
spartizione era organizzata a livello superiore (si veda
l'intervento di Maurizio Pellegrino, segretario della CGIL, in
La Sicilia del 26 luglio 1990).
D'altra parte, a seguito della pubblicazione del bando di
prequalificazione per le imprese o consorzi di imprese che
avrebbero dovuto ralizzare le opere, insorgeva contro la legge
il CRIES (Collegio regionale delle imprese edili siciliane),
che nella persona del presidente Francesco Cilibrasi, e con
l'assistenza dell'avvocato Andrea Scuderi, proponeva
impugnazione, dinanzi al TAR, del decreto del Presidente del
Consiglio dei ministri di approvazione della convenzione con
ITALISPACA; in data 24 agosto 1989 il Collegio inoltrò, poi,
ricorso alla commissione della CEE, per violazione delle norme
comunitarie in materia di libera concorrenza.
Dal punto di vista dell'efficienza, si ritiene che nel
perseguire le finalità pubbliche attribuite dall'ente di
gestione, tale società a partecipazione statale doveva operare
"secondo criteri di economicità" (articolo 3 della legge 22
dicembre 1956, n. 1589), cioè con efficienza, con
l'adeguatezza dei mezzi ai fini da perseguire: le finalità
pubbliche, infatti, vengono a divergere dal raggiungimento di
profitti che deriverebbero da una condotta sul mercato libera
da scopi ulteriori e diversi.
Non dovrebbe pertanto essere ammissibile che la gestione
di una impresa a partecipazione statale risulti inefficiente -
e quindi antieconomica - mascherando dietro il velo di oneri
addizionali derivanti dal perseguimento di finalità sociali,
difficoltà finanziarie o, ancor peggio, passività, dovute ad
una cattiva gestione.
E' curioso, peraltro, che ciò sia avvenuto mentre si
afferma una nuova "filosofia" dell'impresa pubblica, che
dovrebbe abbandonare ogni caratterizzazione extra-economica,
se non addirittura ogni caratterizzazione pubblicistica, quale
quella di strumento di politica economica.
In nome dell'emergenza si fa, dunque, dell'impresa
pubblica il garante di una correttezza amministrativa che le
strutture locali, regionali e ministeriali, non sarebbero in
grado di garantire.
Strettamente connesso al tema dell'economicità di gestione
è quello del finanziamento, ove l'impegno di spesa per la
realizzazione degli interventi oggetto di concessione
amministrativa viene a gravare "sul fondo di cui alla
contabilità speciale costituenda ai sensi dell'articolo 4,
comma 1, del decreto-legge 1^ febbraio 1988, n. 19,
convertito con modificazioni dalla legge 28 marzo 1988, n.
99" (articolo 4 della convenzione tra Presidenza del Consiglio
e ITALISPACA); di conseguenza, a questa società sono stati
affidati ampi poteri: così, dovendo realizzare opere urgenti e
necessarie, ha utilizzato tutti i mezzi disponibili, anche
quelli che la regione erogava con una diversa destinazione.
In tale contesto, una critica mossa all'ex sindaco di
Catania, Bianco, da parte del presidente di ITALISPACA,
riguarda l'affidamento di progetti di nuove opere nonché di
appalti per opere rientranti nelle competenze della società in
questione, senza provvedere a trasferire i fondi nella
contabilità speciale (confrontare Capitale Sud 19-25
giugno 1990, pag. 11); Bianco, dal canto suo, "precisa" che,
seppure vi sono state gare d'appalto bandite in proprio per
opere destinate al risanamento di zone caratterizzanti uno
degli obiettivi indicati dalla legge in oggetto, il loro
progetto ed il relativo finanziamento sarebbero avvenuti in
virtù di un'intesa raggiunta con l'allora presidente del
Consiglio, Ciriaco De Mita e, come tali, sarebbero rimasti al
di fuori della normativa richiamata.
Recentemente, tornando a parlare degli appalti di Palermo,
si sono nuovamente accese le polemiche (in realtà mai
totalmente sopite): in data 22 giugno 1990, la Commissione
antimafia ha proceduto ad un'audizione del presidente della
regione Sicilia, onorevole Rino Nicolosi il quale, in questo
clima di severa critica, ha modificato la posizione originaria
(manifestata al momento dell'approvazione della legge n. 99)
ed ha proposto la creazione di un'autorità centralizzata, in
quanto il maggior problema dei comuni siciliani riguarda la
cattiva gestione dei servizi sul territorio, nella cui fase si
realizza il vero sottosviluppo.
D'altra parte il decentramento, secondo l'opinione di
Nicolosi, ha determinato una vera e propria illusione poiché
la diffusione e l'ampliamento della gestione della spesa
pubblica non vuol dire di per sé applicazione di regole di
garanzia e rafforzamento della Pubblica amministrazione: si
rinviene, così, l'opportunità di controlli centrali sugli
appalti.
Una tale authority potrebbe essere in sintonia con
quanto previsto dal decreto-legge n. 19, che ha condotto alla
costituzione di ITALISPACA, contro il quale, comunque,
Nicolosi conferma testualmente l'accusa di
incostituzionalità.
La questione attuale, in sostanza, riguarderebbe
soprattutto le modalità di finanziamento e la gestione delle
attività dal momento in cui vengono affidate, non tanto le
procedure di appalto, che sono esperite con modalità
formalmente rigorose; tuttavia, il rispetto formale delle
procedure non vuol dire necessariamente garanzia del venir
meno di diverse pressioni.
In risposta alla polemica del presidente Boccia ed alla
contraddittoria posizione dell'onorevole Nicolosi, l'ex
sindaco di Catania Bianco sostiene che, in tal modo,
verrebbero, comunque, potenziate le centrali mafiose.
Nella convenzione tra Presidenza del Consiglio ed
ITALISPACA, un punto nodale è costituito dall'articolo 7,
relativo all'esecuzione degli interventi.
ITALISPACA, priva di una struttura operativa propria,
esegue le opere affidandole, mediante una gara d'appalto, a
consorzi o ad associazioni fra imprese, aventi sede legale
nella provincia interessata o, comunque, nella regione
siciliana, dando ad esse una quota di partecipazione, per
l'esecuzione dell'opera, rispettivamente del 20 e del 30 per
cento.
Nelle clausole del contratto di appalto, dovrà figurare
l'impegno dell'appaltatore ad utilizzare fornitori siciliani,
accanto al divieto del subappalto: questo meccanismo di
protezione delle imprese locali, che costituisce evidentemente
la contropartita dell'avvenuta spoliazione delle competenze
degli enti locali, risulta assai dubbio sotto il profilo della
compatibilità con la normativa comunitaria (pur richiamata
nell'articolo 3 del decreto-legge, come modificato dalla legge
di conversione); a tal riguardo, nel gennaio 1990 la
Commissione CEE ha iniziato, infatti, un procedimento a carico
della legge 28 marzo 1988, n. 99, per violazione delle norme
sulla concorrenza.
Una riserva di tal genere non è comunque sufficiente per
le imprese locali, penalizzate senz'altro dalla logica
centralizzatrice (a vantaggio delle grandi aziende del Nord)
che si è determinata proprio firmando una convenzione
esclusiva con società a partecipazione statale (confrontare in
Capitale Sud, 26 giugno-2 luglio 1990, intervista ad
Enzo Bianco, ex sindaco di Catania).
A Palermo, per altro, secondo un esposto dell'ordine degli
architetti di questa città, il primo gruppo di opere assegnate
nel novembre 1989 non è iniziato; a Catania sono stati
appaltati solo lavori per fognature per circa 25 miliardi, con
interventi dell'ITALISPACA su progetti preesistenti. Tali
opere sono state realizzate ignorando totalmente gli uffici
comunali e trascurando la collaborazione con i professionisti
locali.
La scarsa celerità con cui si è proceduto a dar corso
all'appalto di ulteriori opere ha vanificato i presupposti di
"straordinaria urgenza" che sono alla base della convenzione
con ITALISPACA; tali attività compiute alla luce di una
pretesa "trasparenza", hanno dunque sottratto lavoro ai
professionisti ed hanno determinato l'esodo verso il Nord di
grandi imprese costruttrici locali, con conseguenze negative
per l'occupazione (vedi La Sicilia 25 luglio 1990).
Si torna, quindi, alla constatazione che l'unica garanzia
offerta dal nuovo sistema risiederebbe nella maggiore
affidabilità della società a partecipazione statale, pur in un
regime privatistico privo di particolari controlli, rispetto
all'ente locale, operante in un regime pubblicistico soggetto
a vincoli e controlli di ogni genere, a cui l'ITALISPACA non
ha fatto riferimento.
A questo punto, si può ritenere che l'ITALISPACA è stata,
comunque, un fallimento: si è indebolito il potere degli enti
locali, accentrando nelle mani di pochi troppo potere (vedi
intervento di Giuseppe Lo Bianco, segretario camerale della
UIL, in La Sicilia del 26 luglio 1990) e, dunque, un
grave errore commesso dalla ITALISPACA si può considerare sia
stato quello di non aver cercato il sostegno di realtà
istituzionali ed ordini professonali locali (si veda commento
dell'ingegner Gaetano d'Emilio, ex amministratore comunale in
La Sicilia del 26 luglio 1990).
Dovendo riformare il sistema si osserva:
a) che la Presidenza del Consiglio non può
prescindere dal meccanismo della concessione, così come il
concessionario non può prescindere dal sistema degli appalti,
non essendo in grado di operare in prima persona;
b) che volendo trasferire allo Stato la competenza
relativa a queste opere, l'unica alternativa alla Presidenza
del Consiglio sarebbe costituita dal Ministero dei lavori
pubblici;
c) che l'unica alternativa alla "invenzione" della
concessionaria sarebbe l'azione diretta dell'amministrazione,
in regime di diritto pubblico;
d) che, rimanendo nel quadro della legge e della
concessione, l'unica innovazione rilevante potrebbe essere
costituita dalla soppressione delle clausole di protezione per
gli imprenditori locali.
Le soluzioni potrebbero quindi risultare:
1) l'abrogazione pura e semplice del decreto-legge 1^
febbraio 1988, n. 19, convertito, con modificazioni, dalla
legge 28 marzo 1988, n. 99, con particolare riferimento agli
articoli 2, 3 e 4 - e tale si ritiene sia il rimedio
maggiormente rispondente ai criteri di osservanza delle
disposizioni costituzionali e delle altre norme di legge;
2) in via subordinata, la sostituzione del Ministero dei
lavori pubblici alla Presidenza del Consiglio, unitamente alla
soppressione del comma 2 dell'articolo 3, che prevede la
realizzazione delle opere in deroga alla legislazione
vigente;
3) in via ulteriormente subordinata, l'introduzione di
una disposizione (che potrebbe essere sostitutiva del citato
comma 2 dell'articolo 3) intesa a stabilire dei princìpi in
ordine alla realizzazione delle opere, sia pure sostitutivi di
quelli vigenti per la generalità delle opere pubbliche,
interamente o parzialmente diversi da quelli risultanti dalla
convenzione tra Presidenza del Consiglio ed ITALISPACA.
Con il disegno di legge che presentiamo optiamo a favore
della prima soluzione per una esigenza di massima
limpidità.
In Sicilia, così come ormai in tutto il Paese, è ormai
indispensabile rilanciare la presenza dello Stato nelle sue
diverse articolazioni con una immagine di pulizia assoluta e
di capacità di realizzazione delle opere pubbliche realmente
utili alla collettività rompendo il meccanismo perverso di
intrecci tra politica e affari.
Un piano di straordinaria normalità nel rispetto delle
leggi e del diritto: solo con questo modello alternativo si
può pensare di sconfiggere la presenza delle organizzazioni
criminali e restituire un ruolo alle forze politiche che si
pongono al servizio dei bisogni della gente e dei suoi bisogni
di vita e di qualità della vita".
Ancora oggi, a distanza di tempo, quanto scritto nella
relazione qui riportata mantiene validità: è per tale ragione
che si sottopone ancora una volta all'attenzione del
Parlamento questo testo inteso ad abrogare il decreto-legge n.
19 del 1988, convertito, con modificazioni, dalla legge n.
99 del 1988.